A cura di Attilio Tornavacca, Direttore generale di ESPER Società Benefit.
In un recente articolo sull’audizione di ESPER presso la Commissione Ambiente della Camera dei deputati abbiamo già accennato alle potenziali criticità connesse alla proposta, contenuta nello schema di recepimento nazionale della Direttiva UE 2024/1785, di escludere gli impianti di gassificazione e pirolisi dalla disciplina sulle emissioni degli inceneritori e coinceneritori. Abbiamo infatti evidenziato che, nel provvedimento in discussione, non si rinviene un chiaro rinvio dell’applicazione di tale esenzione fino alla conclusione degli indispensabili approfondimenti richiesti dall’Unione Europea nel considerando 43, precedentemente citato, vale a dire la puntuale definizione dei «criteri per valutare se i gas o i liquidi depurati risultanti dalla gassificazione e dalla pirolisi dei rifiuti siano sufficientemente purificati da non costituire più rifiuti prima del loro incenerimento». Questa assenza potrebbe creare un pericoloso vuoto normativo, che costringerebbe gli enti locali ad agire in autonomia, con il rischio che i criteri adottati nelle diverse regioni non risultino uniformi a livello nazionale.
La recente emergenza di sovrastoccaggio di materiali plastici nei depositi e la correlata epidemia di incendi nei depositi di materiali plastici rischiano però di essere strumentalizzate per giustificare una pericolosa deregolamentazione delle procedure di autorizzazione di tali impianti di gassificazione e pirolisi. A fronte di tale emergenza (in realtà preannunciata da ASSORIMAP fin dal 2025), COREPLA sta infatti proponendo di ricorrere al riciclo chimico, soprattutto attraverso impianti di pirolisi. Anche Utilitalia e ANCI propongono, oltre ad altre iniziative, un maggiore ricorso alle tecnologie di riciclo chimico e alle applicazioni “open loop”, cioè quelle in cui il materiale recuperato viene impiegato per realizzare prodotti differenti da quelli di origine, con un’accelerazione delle procedure End of Waste per i prodotti ottenuti.
È necessario chiarire che tali impianti, a partire da rifiuti di varia tipologia, ne permettono la parziale trasformazione in un combustibile di natura gassosa, il syngas, o liquida, l’olio di pirolisi, e producono residui solidi (in alcuni casi di aspetto vetroso).
- La gassificazione è un processo in cui i rifiuti solidi vengono sottoposti a temperature sempre superiori ai 700 °C (fino a 2.000 °C) e a un agente ossidante che cambia la composizione chimica dei rifiuti, convertendoli in gas combustibili. Questi gas di sintesi, o syngas, possono poi essere sfruttati per la produzione di energia elettrica o termica, oppure essere convertiti in altri gas utili, come il metano;
- La pirolisi è un processo simile alla gassificazione, che dà origine a un olio di pirolisi, ma a temperature più basse (tra 250 °C e 600 °C) e in assenza di un agente ossidante.
Analogamente agli inceneritori e ai termovalorizzatori, i gassificatori e i pirolizzatori possono rilasciare in atmosfera prodotti della combustione (come particolato e ossidi di azoto), alcuni metalli pesanti e altre molecole potenzialmente dannose. Gli impianti di gassificazione possono comportare anche altri rischi per la salute: possono verificarsi intossicazioni da monossido di carbonio, esplosioni e incendi.
In sintesi, la condizione per non classificare un impianto di gassificazione o pirolisi quale inceneritore sarebbe, secondo l’art. 29 dello schema di decreto, che le emissioni dovute alla combustione del syngas siano paragonabili a quelle da gas naturale. L’ambiguità della modifica all’articolo 237-quater del Codice dell’ambiente risiede nell’esenzione concessa agli impianti di gassificazione e pirolisi (se il syngas viene purificato fino a non costituire più rifiuto), senza però normare rigorosamente i test preventivi e i parametri di conformità.
La mancanza di uno specifico protocollo nazionale per testare questa presunta equivalenza del syngas al gas naturale rende tale esenzione potenzialmente pericolosa. Il gas di sintesi può infatti variare enormemente a seconda del rifiuto trattato, rendendo necessarie analisi rigorose sulla sua composizione chimica (es. metalli pesanti, composti organici volatili) prima della combustione.
Se non si introduce l’obbligo di un sistema di monitoraggio in continuo certificato, diventerà impossibile garantire l’effettiva assenza di picchi inquinanti paragonabili a quelli degli inceneritori. Per colmare questo vuoto normativo si dovrebbe richiedere di vincolare la possibilità di ottenere tale esenzione al puntuale ed integrale rispetto di standard tecnici, vincolanti a livello nazionale, elaborati dal MinAmb con il supporto di ISPRA, che devono definire i limiti stringenti e le soglie ammissibili per la combustione del syngas. Si potrebbe infine vincolare l’esenzione a un’istruttoria approfondita in sede di AIA regionale, stabilendo a livello nazionale le prescrizioni minimali dell’attività di monitoraggio in continuo.
In un recente studio pubblicato sulla rivista dell’Associazione Italiana di Ingegneria Chimica (AIDIC), il prof. Frank Huess Hedlund evidenziava nell’abstract che “Rispetto al riciclo meccanico, il processo di pirolisi può tollerare livelli considerevolmente più elevati di contaminanti nel materiale in ingresso. I comuni pagano una tariffa affinché le aziende di riciclo accettino i rifiuti e coprano i costi di trasporto. Ciò rappresenta un’opportunità commerciale per gli imprenditori che sviluppano processi di pirolisi proprietari. La pirolisi è un processo intrinsecamente pericoloso, ma le barriere all’ingresso sembrano piuttosto basse e la supervisione normativa limitata. Un prototipo di impianto di pirolisi proprietario ha subito una grave esplosione nel 2020. Un’esplosione nel 2021 presso lo stesso impianto ne ha causato la completa distruzione. Il documento esamina le limitate prove disponibili e presenta una serie plausibile di lezioni non apprese. Occorre quindi prestare la massima attenzione per evitare che la risoluzione di un problema in un ambito, quello ambientale, avvenga a scapito di problemi in un altro, quello della sicurezza sul lavoro.”.
In uno studio pubblicato nel 2018 sul “Journal of Loss Prevention”, una delle più prestigiose pubblicazioni internazionali sulla sicurezza degli impianti chimici, il prof. Andrew N. Rollinson evidenziava nell’abstract che “Negli ultimi anni si è assistito a un numero crescente di tentativi di sviluppare la gassificazione su scala commerciale dei rifiuti solidi urbani. I risultati sono stati ampiamente deludenti, con numerosi fallimenti di alto profilo e spesso catastrofici. Le cause e le analisi di questi fallimenti di processo rimangono insufficientemente documentate nella letteratura scientifica. Questo articolo identifica e discute questi rischi nel contesto delle preferenze moderne, utilizzando casi di studio e precedenti storici per esplorare le sfide ingegneristiche che sono alla base della prevenzione delle perdite nel settore della gassificazione energetica dei rifiuti. Dimostra che esistono molti rischi: miscele di gas infiammabili, tossiche e corrosive, l’autoaccensione delle materie prime stoccate, molteplici atmosfere esplosive dovute sia a sovrapressione che a sottopressione, combinate con molteplici fonti di innesco, oltre a un rischio maggiore nelle fasi di avvio, arresto o durante i test.” Il maggiore ricorso alla gassificazione e alla pirolisi non può quindi prescindere da regole rigorose sul controllo della sicurezza di tali impianti e sul costante controllo delle emissioni a fronte della potenziale eterogeneità delle varie tipologie di rifiuti plastici in ingresso a tali impianti. Le sostanze chimiche contenute nei polimeri non sono infatti costituite soltanto dai monomeri di base, ma anche da plastificanti come gli ftalati, bisfenoli (BPA, BPS, BPF), i PFAS, i ritardanti di fiamma bromurati (BFR e PBDE) ed organofosfati (OPFR), i catalizzatori (tra cui metalli di vario tipo) e da un’infinita varietà di ulteriori additivi chimici per conferire alle plastiche prestazioni particolari. Il rilascio in atmosfera di tali sostanze può risultare molto pericoloso se non vengono utilizzati adeguati sistemi di filtrazione delle emissioni.
La rete ambientalista Zero Waste Europe in un recente studio, ha inoltre evidenziato i limiti del processo in termini di incompatibilità con diverse tipologie di plastiche, bassa resa e necessità di purificare l’olio in più fasi, con relativo dispendio energetico, o – in alternativa – diluirlo in modo rilevante con nafta vergine o miscele di prodotti petroliferi. “In termini di resa – viene affermato nello studio – anche nella migliore delle ipotesi, solo il 2% dei rifiuti di plastica immessi nella pirolisi finirà effettivamente nel prodotto riciclato.”
Lauriane Veillard, responsabile delle politiche sul riciclo chimico e delle politiche “Plastic-to-Fuels” di Zero Waste Europe ha evidenziato che “Non possiamo accettare una legislazione confusa che potrebbe minare la vera economia circolare. La nostra stella polare dovrebbe essere la tutela dell’ambiente, della salute umana e della fiducia del pubblico. Questi valori dovrebbero costituire la base delle discussioni sulle questioni relative al riciclo della plastica, come il calcolo del contenuto di riciclato e la definizione dei criteri di end-of-waste”.