L’epidemia di incendi nei depositi di materiali plastici da raccolta differenziata si poteva evitare?

A cura di Attilio Tornavacca, Direttore generale di ESPER Società Benefit

Negli impianti di lavorazione o deposito di rifiuti e materie plastiche, negli ultimi due mesi sono scoppiati ben 27 incendi di cui hanno parlato i mass media: uno ogni due giorni!

Gli incendi di materie plastiche provocano generalmente consistenti emissioni di sostanze molto pericolose: IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici), PCDD/F (Policlorodibenzodiossine e furani) e PCB (Policlorobifenili). Dopo l’incendio dell’impianto REMAT, Arpa Lazio ha rilevato infatti una concentrazione di diossine pari a due picogrammi per metro cubo, superiore al valore di riferimento di 0,3 picogrammi. Sono stati quindi disposti divieti precauzionali sull’utilizzo delle acque e sul consumo dei prodotti ortofrutticoli coltivati nel raggio di un chilometro. In vari casi i depositi di rifiuti sono andati probabilmente a fuoco per motivi non dolosi. Tuttavia, in molti casi l’origine dolosa è stata già comprovata (per es. alla Termoplast di Sarno[1]). Un altro elemento che caratterizza la gran parte degli incendi è che iniziano spesso di notte e nei weekend quando gli stabilimenti sono pressoché vuoti.

La Commissione d’Inchiesta sui Rifiuti aveva approfondito il tema degli incendi negli impianti dei rifiuti e nel 2017 aveva fornito cifre preoccupanti: circa il 20% dei casi di incendio esaminati aveva origine dolosa e per il 50% le indagini non avevano chiarito le cause. A livello mondiale un’ulteriore epidemia di incendi era comparsa nel 2018 dopo che la Cina aveva adottato il “Chinese Sword“, la norma che impediva l’import di plastica da Europa ed USA. Altri Paesi del Sud-Est Asiatico avevano poi adottato norme analoghe e le principali destinazioni dell’export sono diventate la Turchia e l’Africa. Dopo vari scandali, come quello dell’esportazione illegale dall’Italia di 12.000 tonnellate di plastiche da RD che aveva determinato l’incarcerazione del Ministro dell’Ambiente tunisino[2], norme UE più restrittive sull’esportazione di rifiuti plastici extra UE stanno riempiendo i magazzini soprattutto di Plasmix (cioè la plastica mista che viene generata come sottoprodotto dei processi di selezione). Le cause che hanno originato almeno in parte la nuova epidemia di enormi incendi nei depositi di materiali plastici da RD sono quindi ben note da tempo.

La capacità di riciclo dell’Unione europea è diminuita ed in Italia la raccolta differenziata continua a crescere, ma gli sbocchi industriali per le plastiche riciclate restano insufficienti. Secondo il Presidente di COREPLA (Consorzio obbligatorio per il riciclo degli imballaggi in plastica) “La crisi è iniziata quando le materie prime vergini hanno registrato un forte calo dei prezzi, diventando molto più competitive rispetto alla materia prima seconda ottenuta dalla raccolta differenziata. Di conseguenza molti utilizzatori hanno preferito acquistare materiale vergine[3]. COREPLA, con una lettera inviata al Ministero dell’ambiente e all’ANCI, ammette che l’infrastruttura nazionale del riciclo “non ha capacità adeguate” e, in un’intervista al Sole 24 Ore, pronostica che “senza misure urgenti e straordinarie, il blocco della raccolta differenziata in ampie aree del Paese è un rischio concreto”.

La gravità della crisi del riciclo della plastica è stata denunciata ripetutamente a livello europeo e nazionale dalle imprese. In Italia ASSORIMAP fin da ottobre 2025 annunciava lo stop parziale degli impianti a causa del crollo della redditività, dovuto agli elevati costi dell’energia (tra i più elevati in Europa) e al basso costo dei polimeri vergini che è ormai circa la metà di quelli riciclati[4]. Anche per UNIRIMA «La preoccupazione – afferma il vicepresidente Marangi – aumenta ulteriormente con l’avvio della stagione estiva, come hanno dimostrato purtroppo i diversi episodi di roghi già registrati nelle scorse settimane. Le elevate temperature e l’accumulo di materiali stoccati per periodi sempre più lunghi determinano, del resto, un significativo incremento del rischio incendi»[5]. A questi incendi nei depositi di rifiuti plastici si aggiungono inoltre le cosiddette “fumarole”, appiccate da alcuni agricoltori ai rifiuti plastici agricoli e favorite dallo scarso interesse economico per il loro riciclo. Anche UTILITALIA ha recentemente sottolineato che “Il sistema nazionale di gestione e riciclo dei rifiuti di imballaggio in plastica è sull’orlo della paralisi, con il rischio imminente di compromettere la regolarità e la continuità del servizio in numerose aree del Paese… Un quadro ancora più allarmante alla vigilia della stagione estiva, che rischia di generare non solo disservizi per i cittadini ma anche il rischio di incendi all’interno dei siti di stoccaggio[6].

Per Utilitalia ed Anci risultano inoltre necessarie alcune riforme strutturali, assai condivisibili, per rilanciare la competitività del sistema: il rafforzamento dei controlli doganali e della tracciabilità, la piena applicazione della direttiva SUP, la revisione della Plastic Tax in un’ottica industriale e l’introduzione di strumenti di sostegno per l’utilizzo di plastica riciclata certificata. Anci ed Utilitalia chiedono inoltre che la copertura dei costi aggiuntivi della raccolta dei materiali plastici non ricada sui Comuni e sui cittadini tramite la corretta applicazione della direttiva (UE) 2018/851, che ha imposto una copertura minima dell’80% dei costi da parte del sistema EPR (Responsabilità Estesa del Produttore).

Per risolvere davvero il problema dello scarso interesse del mercato per i polimeri da riciclo post consumo bisogna intervenire a monte, alla radice del problema, cioè agendo sul basso costo dei materiali vergini ormai quasi esclusivamente importati dall’estero. Si dovrebbe quindi applicare immediatamente la Plastic tax italiana (introdotta con la legge di bilancio 2020 ma mai entrata in vigore a causa dei ripetuti rinvii) sulle plastiche monouso prodotte con polimeri vergini per renderle più costose dei polimeri da riciclo prodotti in Italia. Questa Plastic Tax nazionale avrebbe anche il merito di recuperare le somme della Plastic Tax europea che il Governo attualmente paga e poi riversa su tutti i cittadini anziché sulle imprese nazionali e sugli importatori che producono e utilizzano imballaggi plastici (cioè i soggetti che governano COREPLA e CORIPET che insieme non hanno raggiunto i target europei di riciclaggio). La Plastic Tax europea viene infatti applicata dal 2021 agli Stati membri che non raggiungono gli obiettivi minimi europei di riciclo. In Italia tale tassa è costata alla collettività quasi 4 miliardi. Ma per risolvere questa crisi strutturale serve soprattutto una visione che vada oltre l’emergenza e che adotti una concreta strategia nazionale Zero Waste per ridurre progressivamente, ma rapidamente, la sovrapproduzione di imballaggi nel nostro Paese che è uno dei maggiori consumatori di plastica a livello europeo. In Italia nel 2023 la produzione di RU da imballaggi in plastica era infatti di 44 chilogrammi per abitante all’anno, superando del 26% la media dell’UE pari a circa 35 chilogrammi per abitante all’anno.

Le ulteriori misure necessarie e non procrastinabili secondo ESPER sono le seguenti:

  • introduzione obbligatoria del deposito cauzionale dei contenitori per liquidi entro il 2027 come da proposta della campagna “A buon rendere” che ha generato ben tre proposte di legge in tal senso;
  • l’anticipo al 2027 degli obblighi sul contenuto minimo di plastica riciclata negli imballaggi (che il regolamento PPWR colloca invece al 2030) e degli obiettivi di riduzione del 10% del consumo di imballi;
  • maggiori vincoli per l’utilizzo di materiali riciclati attraverso il GPP (Green Public Procurement) ed i CAM per stimolare la domanda pubblica e privata di materiali rigenerati;
  • ordinanza ministeriale per sottoporre a controlli preventivi i sistemi di videosorveglianza di tutti i depositi di materie plastiche da RD tramite il NOE ed anche le altre forze di polizia;
  • controlli più incisivi sulle importazioni extra UE di plastiche riciclate per impedire la concorrenza sleale;
  • riconoscimento economico dei crediti di carbonio agli impianti di riciclo meccanico dei materiali da RD;
  • accesso all’energia rinnovabile a prezzi calmierati per gli impianti di riciclo meccanico dei materiali da RD.

[1] Fonte https://www.rainews.it/tgr/campania/video/2026/06/incendio-termoplast-3bb20c49-fc55-402f-882d-ae9c36d81252.html

[2] Fonte https://www.africarivista.it/scandalo-dei-rifiuti-in-tunisia-ministro-licenziato/

[3] Fonte https://www.ecodallecitta.it/corepla-filiera-riciclo-plastica-momento-drammatico/

[4] Fonte https://economiacircolare.com/speciale-crisi-del-riciclo/

[5] Fonte https://economiacircolare.com/incendi-impianti-trattamento-rifiuti-plastici/

[6] Fonte https://www.utilitalia.it/notizia/rifiuti-utilitalia-crisi-del-riciclo-della-plastica-mette-rischio-raccolta-nei-comuni

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