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Spagna, dal 2023 stop alla vendita di frutta e verdura in imballaggi usa e getta di plastica

Lo prevede una bozza di decreto diffusa dal ministero per la transizione ecologica di Madrid. Al vaglio anche un sistema di deposito su cauzione e restituzione degli imballaggi per bevande per migliorarne il riciclaggio.

Stop al monouso e istituzione di un sistema di deposito su cauzione finalizzato al riciclaggio. Sono questi i due obiettivi principali del decreto spagnolo su imballaggi e rifiuti, reso noto dal Ministero per la transizione ecologica di Madrid.

Secondo quanto emerge, la vendita di frutta e verdura in imballaggi di plastica sarà vietata nei supermercati e nei negozi di alimentari spagnoli a partire dal 2023. Il divieto si applicherà ai prodotti di peso inferiore a 1,5 chilogrammi, seguendo il modello francese, dove una misura simile è stata approvata recentemente ed entrerà in vigore già il prossimo anno.

Verrà, inoltre, istituito un sistema di deposito su cauzione che prevede il pagamento anticipato di almeno 10 centesimi di euro per ogni bottiglia di plastica o lattina, che sarà restituito al consumatore solo al momento della riconsegna dell’imballaggio, avviato poi al successivo riciclaggio.

La proposta aggiorna in maniera significativa la normativa vigente in Spagna, in vigore da 20 anni, con importanti passi in avanti verso un’economia circolare, incorporando obiettivi e misure specifici per confezionamento, distribuzione, consumatori e amministrazioni.

Deposito su cauzione obbligatorio in caso di mancato raggiungimento dei target di riciclo

Una delle misure cardine contenute nella bozza è l’implementazione di un sistema di deposito cauzionale e restituzione degli imballaggi, come già realizzato in altri Paesi europei. Il modello prevede che i consumatori lascino in deposito alcuni centesimi per ogni bottiglia di plastica o lattina, che potranno recuperare solo alla restituzione. Questo meccanismo diventerà “obbligatorio” per le bottiglie di plastica monouso e le lattine per bevande, nel caso in cui non vengano raggiunti gli obiettivi intermedi per la raccolta differenziata delle bottiglie di plastica monouso, per le bevande sotto i 3 litri: 70% nel 2023 e 85% nel 2027.

Inoltre, per i contenitori saranno approvati nuovi obblighi di etichettatura circa il loro materiale, la riciclabilità, la percentuale di materiale riciclato e il contenitore in cui devono essere depositati dopo l’utilizzo.

Stop al monouso 

Il decreto prevede, inoltre, l’obbligo per le autorità ad ogni livello governativo di “incoraggiare l’installazione di fontanelle negli spazi pubblici” e “introdurre alternative alla vendita di bevande in bottiglia”, nonché di revocare “la distribuzione di bicchieri monouso” in occasione di eventi pubblici, a partire dal 2023.

I punti vendita dovranno offrire un “numero minimo” di referenze di bevande in contenitori riutilizzabili, entro un periodo compreso tra i 12 ei 18 mesi dall’approvazione del regio decreto, a seconda delle dimensioni del negozio.

Alberghi, ristoranti e caffetterie dovrebbero utilizzare bottiglie riutilizzabili a un tasso del 50% entro il 2025. Nel caso della birra, gli obiettivi sono l’80% al 2025 e il 90% al 2030. Per le bevande analcoliche gli obiettivi sono, invece, il 70% e l’80%.

“Una pandemia: beviamo, mangiamo e respiriamo plastica”

Erano anni che i gruppi ambientalisti spagnoli si battevano per eliminare, o almeno ridurre il più possibile, la plastica dagli scaffali di supermercati e negozi alimentari.

Julio Barea di Greenpeace, ha espresso il parere favorevole dell’associazione sull’adozione delle nuove misure, ma ha anche aggiunto che sarà importante aspettare e vedere “come verranno applicate”. Beviamo plastica, mangiamo plastica e respiriamo plastica”, ha dichiarato, denunciando il pericolo di quella che ha definito, senza mezzi termini, una vera e propria “pandemia”.

Da Barea non sono poi mancate le critiche al Governo, guidato dal Partito Socialista (PSOE) e Unidas Podemos, accusato di non muoversi abbastanza in fretta “per porre fine radicalmente al flusso di inquinamento da plastica”.

Fonte: EconomiaCircolare

Nuove Eco-etichette dal 2023

Dal 1° gennaio 2023 è entrato in vigore l’obbligo di etichettare in maniera ecologica e sostenibile tutti gli imballaggi che verranno commercializzati. Da pochi giorni è infatti vietato l’uso delle “vecchie” etichette su prodotti ancora da immettere nei mercati. Tutti gli imballaggi che erano già presenti in commercio o con già un’etichetta ecologica entro l’inizio dell’anno nuovo, potranno continuare ad essere venduti fino all’esaurimento delle scorte. Dal 2020 una serie di proroghe avevano posposto questa scadenza al 1° gennaio 2023, obbligo che era già previsto nel cosiddetto “Codice Ambientale” all’articolo 219, comma 5, del Dlgs 152/2006. La precedente normativa è stata in seguito completata dal Dm Ambiente 360/2022, volta a chiarire gli obblighi ed evitare le pesanti sanzioni (da 5.000 a 25.000 euro) che potrebbero scaturire dall’inosservanza del Dm.

Le etichette e le loro applicazione sono diverse in base al settore di utilizzo ed i produttori devono indicare e specificare su qualsiasi tipo di imballaggio (primario, secondario o terziario) un codice alfa-numerico previsto dalla decisione 97/129/CE. Oltre al codice è necessario anche facilitare la raccolta, il riutilizzo o il facile riciclo degli imballaggi, anche aiutando i consumatori a capire meglio la destinazione finale. Queste informazioni possono essere comunicate anche attraverso l’uso di QR code, siti web o app e prevedono l’uso di un colore diverso per identificare le varie tipologie di etichette in base al materiale: alcuni esempi sono il marrone per l’organico, il blu per la carta, il giallo per la plastica, etc.

Sull’etichetta si dovranno riportare i materiali utilizzati per l’imballaggio oltre alle marcature specifiche, già previste dall’articolo 182-ter, comma 6, lettera b, Dlgs 152/2006, per gli imballaggi in plastica compostabile o biodegradabile, che se opportunamente etichettati, potranno essere riciclati come rifiuti organici.

Il Ministero ha inoltre chiarito che, fino ad ulteriori nuove specifiche, i precedenti obblighi non si applicano agli imballaggi dei medicinali destinati all’uso umano o veterinario.

Plastica, Italia bene a metà. Ora tra bioplastica e riciclo il Paese è a un bivio

Per poco non arriviamo a quota 100. Non stiamo parlando di pensioni, ma di plastica. In Italia nel 2020 ne abbiamo consumati circa novantanove chilogrammi a persona. In totale sono quasi sei milioni di tonnellate, impiegate soprattutto per gli imballaggi (42 per cento del totale) e, con quote inferiori, per edilizia e settore automobilistico. «Il nostro Paese – spiega Giulia Novati del think tank Ecco – è il secondo consumatore a livello europeo». E non è un piazzamento positivo, considerato che questo materiale genera una grande quantità di gas serra, che aggravano la crisi climatica.

Ciò avviene perché, da un lato, le materie prime più usate per ottenere la plastica sono petrolio e gas e, dall’altro, perché per realizzarla viene spesso usata energia da combustibili fossili. «Il processo produttivo, il consumo e il fine vita della plastica contribuiscono al cambiamento climatico, ma anche all’inquinamento di tanti ecosistemi marini e terrestri», aggiunge Novati. Per questo, Ecco ha presentato delle proposte per ridurre i consumi, far crescere l’impiego di bioplastiche e aumentare i tassi di riciclo e riutilizzo. E la buona notizia è che i margini per abbattere le emissioni sono molto ampi, fino a un potenziale meno 98 per cento raggiungibile nel 2050. Per riuscirci, però, le scelte politiche da fare sono diverse.

Il think tank propone il divieto di vendita di frutta e verdura in confezioni di plastica, l’obbligo per le amministrazioni locali di promuovere l’installazione di fonti di acqua potabile negli spazi pubblici, il divieto di utilizzo di stoviglie monouso per il consumo sul posto in bar e ristoranti. E poi chiede l’attuazione di due provvedimenti già approvati. Il primo è la cosiddetta plastic tax, che tassa i prodotti monouso in plastica. Votata nel 2020, non è mai entrata in vigore perché sempre rimandata. Dovrebbe farlo anche il nuovo Governo, stando alle dichiarazioni di alcuni suoi rappresentanti. La logica sarebbe quella di non penalizzare i consumatori finali, ma intanto l’Italia, dal 2021, deve comunque pagare circa 800 milioni di euro l’anno all’Ue per la plastic tax europea.

Il secondo provvedimento importante, secondo Ecco, è l’attuazione del sistema di deposito su cauzione (Deposit return system – Drs) indicato nel decreto Semplificazioni bis del luglio 2021. Nonostante fosse previsto per novembre dello stesso anno, manca ancora il decreto attuativo per creare il nuovo sistema, che riguarda i contenitori per bevande in plastica, vetro e metallo. «Il decreto fa riferimento solo al riutilizzo, ma a nostro avviso il sistema dovrebbe riguardare anche il riciclo», riprende Novati.

Pagare una piccola somma come cauzione a chi riporta i vuoti è una prassi consolidata in molti paesi Ue. E ha diversi benefici. «La plastica non è un solo materiale. Ci sono tantissime tipologie differenti di polimeri», spiega Mario Grosso, docente di Gestione e trattamento dei rifiuti solidi al Politecnico di Milano. «Non è detto che il Drs porti a un minore uso delle plastiche in generale, ma a una minore produzione di plastica vergine da petrolio, quello si». Non solo.

«Aver tenuto le plastiche separate consente un riciclo di maggiore qualità. Una bottiglia, solo per fare un esempio, può essere riciclata in una nuova bottiglia, in un processo definito a ciclo chiuso, che è sempre preferibile», osserva Gaia Brussa, ricercatrice che lavora con Grosso. «Inoltre – aggiunge – la leva economica migliora il tasso di raccolta, che nei Paesi europei con sistemi Drs si attesta sopra l’ottanta per cento». In Italia, secondo Unesda, il tasso di raccolta dei contenitori Pet è del 46 per cento. Secondo diverse organizzazioni, come quelle riunite nella campagna A buon rendere, questo è uno dei dati per cui sarebbe importante implementare il prima possibile il nuovo sistema di deposito. Per altre realtà, invece, sarebbe meglio ragionare su come migliorare il sistema attuale.

Fonte: Corriere della Sera

Nuove candidature per le città “rifiuti zero”: Monaco di Baviera e Barcellona

In questi ultimi giorni è giunta ufficialmente la candidatura di Monaco di Baviera e Barcelona a “Zero Waste Cities”, standard europeo molto rigido che caratterizza quelle realtà che hanno firmato un vero e proprio impegno a diminuire in maniera drastica la produzione di rifiuti. Candidature molto importanti perché servirebbero a dimostrare che anche dei centri enormi, entrambi con circa 1,6 milioni di abitanti, possono diventare dei baluardi di prevenzione, riciclaggio ed anche riuso.

A Monaco di Baviera, terza città più popolosa della Germania, sono state stilate circa 100 misure per prevenire l’uso di nuove risorse e ridurre il quantitativo di rifiuti che, per i rifiuti domestici pro capite all’anno, sarà ridotto del 15% entro il 2035 e per i rifiuti residui la quantità sarà ridotta del 35%. Il sindaco di Monaco ha dichiarato di essere entusiasta del percorso che la sua città sta facendo ormai dal 2019 e che con la firma della candidatura si punta ad avere un ruolo pionieristico in Europa.

Barcellona sta coinvolgendo la comunità locale oltre che molte parti interessate dall’argomento per velocizzare e facilitare la “zero waste strategy”, con l’obiettivo di raggiungere un tasso di raccolta differenziata almeno del 67% entro il 2027 ed un massimo di rifiuti pro capite prodotti pari a 427 kg. Barcellona lavora ormai da anni sul tema della prevenzione dei rifiuti grazie alla guida dell’organizzazione Rezero e con una serie manovre quali lo Zero Waste Plan 2021-2027, il Zero Plastic Commitment e il Carbon Calculator. La sindaca inoltre ha dichiarato che le grandi città dovrebbero sentirsi in debito con il territorio del quale fanno parte per l’eccessiva produzione di rifiuti e Barcellona punta a diventare una città neutrale, più responsabile ed anche ispiratrice.

Riguardo a quest’ultima candidatura il direttore esecutivo di Zero Waste Europe, Joan Marc Simon, si è dimostrato molto orgoglioso della sua città natale per l’impegno preso verso la certificazione zero waste e ricorda di quando, nel 2010, il concetto di rifiuti zero a Barcellona non si pensava realizzabile.

“Blocco della raccolta differenziata della carta scongiurato grazie all’export di macero”

Unirima, che raccoglie le imprese del macero, sottolinea le difficoltà del settore della raccolta e riciclo, frutto della crisi del gas che ha messo in difficoltà le cartiere. In primis, il crollo del prezzo della materia prima seconda.

“In questa situazione di grande difficoltà, siamo riusciti ad adattarci e grazie alle esportazioni siamo riusciti a risolvere quello che poteva diventare un problema per tutto il Paese, cioè il blocco delle raccolte differenziate della carta”. Ieri mattina a Palazzo Rospigliosi, nel centro di Roma, durante l’evento di presentazione del Rapporto Unirima 2022, Giuliano Tarallo, presidente dell’Unione nazionale imprese recupero e riciclo maceri, ha evocato quello che avrebbe potuto essere – ma il rischio non è scongiurato – uno degli effetti più vistosi, per noi che viviamo lontano dal fronte, della guerra in Ucraina e della conseguente crisi del gas.

L’allarme della filiera della carta
L’allarme, a dire la verità, era arrivato qualche settimana fa anche dalle imprese cartarie: energivore per definizione, sono state tra le prime vittime di questa crisi. Il 17 ottobre Assocarta e Assografici – in rappresentanza della filiera carta, stampa e trasformazione – insieme a SLC-CGIL, FISTeL-CISL e UGL Chimici hanno inviato una lettera congiunta agli allora ministri Cingolani, Giorgetti e Orlando: “Sono diverse le aziende cartiere che stanno già utilizzando la cassa integrazione per l’aumento eccezionale dei costi energetici, con il concreto rischio di arrivare a chiusure di siti produttivi, con il coinvolgimento a catena anche dell’intera filiera della successiva stampa e trasformazione”. Le associazioni lamentavano non solo danni economici, ma anche ambientali: “Da un lato l’arrivo sul mercato italiano di prodotti cartari da Paese extra-UE dove l’energia a basso prezzo si combina con normative ambientali non allineate ai mercati UE. Dall’altro rallentare o interrompere l’attività produttiva vuol dire bloccare l’economia circolare ovvero l’attività di recupero e riciclo sul territorio che dovrà gestire lo stoccaggio della carta da riciclare”. Secondo Lorenzo Poli, Presidente di Assocarta, “sono necessarie misure a livello europeo per ridurre i costi energetici ed evitare che un singolo Paese, come ad esempio la Germania, adotti interventi a livello nazionale o introduca un cap a livello di singolo Stato, che modificano la competitività in Europa e minano la stessa Europa sotto il profilo economico e politico”.

Crolla il prezzo del macero
“Il primo impatto sul settore – racconta a EconomiaCircolare.com Francesco Sicilia, direttore generale di Unirima – è stato, ad agosto, il collo dei prezzi delle quotazioni della carta da macero”. Leggiamo nel report che tra ottobre 2020 e aprile 2021 le quotazioni per il macero “sia della qualità 1.02.00 che quelle 1.04.02 (due tipologie di macero, n.d.r.) hanno subito un forte aumento. A partire da aprile 2021, i prezzi medi si sono poi stabilizzati intorno ad un valore medio di 108 €/ton per la qualità 1.02.00 e di 118,5 €/ton per la 1.04.02, scendendo raramente al di sotto dei 100 €/ton. Ad agosto 2022 si è avuto un brusco cambiamento di tendenza con le quotazioni che sono crollate toccando a settembre 40 €/ton per entrambe le qualità, con una riduzione del 69% rispetto al prezzo medio di luglio”.

Tra i fattori alla base di questo risultato “il fermo o forte rallentamento delle attività delle cartiere, connesso all’incremento dei prezzi dell’energia, che ha creato un contraccolpo sul nostro settore”, ricorda Sicilia. A parità di offerta, infatti, se la domanda si riduce il prezzo scende. Questo forte calo, prosegue il direttore generale di Unirima, “fortunatamente è stato in parte bilanciato dall’export: Nell’ultimo mese abbiamo incrementato le esportazioni proprio per far fronte a questo rallentamento a valle. Ed evitare contraccolpi sulla raccolta differenziata dei Comuni e delle attività economiche”. Nonostante il balzo dell’export, negli impianti c’è stato una sorta di effetto imbuto, coi piazzali zeppi di macero cui trovare una destinazione: “Per questo, ad inizio settembre abbiamo scritto alle Regioni, gli organi competenti in termini di autorizzazioni ambientali, chiedendo di aumentare gli stoccaggi a disposizione degli impianti. Non abbiamo ricevuto risposte. Ma, almeno finora, l’aumento dell’export e la nostra capacità impiantistica (600 impianti) che è ben superiore alla raccolta differenziata ed è molto diffusa e capillare, hanno permesso di reggere il colpo”.

Il crollo del prezzo del macero, aggiunge Sicilia, ha conseguenze anche sui prodotti finali: “Quando crolla prezzo carta da macero non è un vantaggio per l’economia”. Quando si abbassa il prezzo del macero, infatti, si riduce la remuneratività della materia prima seconda venduta per compensare i costi della raccolta, e quindi “ci potrebbe essere un aumento del contributo ambientale (CAC). Quando il prezzo del macero è basso, sale il CAC pagato dalle imprese che producono imballaggi. Un costo che ovviamente viene riversato a valle, sul consumatore”.

I numeri della filiera
“Il settore della carta da macero italiano è storicamente un punto di eccellenza dell’economia circolare”, si legge nel report Unirima. La produzione italiana della carta da macero è salita da 6,81 milioni del 2020 a poco meno di 7 milioni di tonnellate (6,998 milioni, per l’esattezza) del 2021(+3%). A fronte di una produzione di nuova carta pari a circa 9,62 milioni di tonnellate, il tasso di riciclo complessivo (non solo imballaggi) nel 2021 è pertanto pari al 72,8%. Quanto agli imballaggi, “l’obiettivo comunitario di riciclo al 2025 (75%) è già stato pienamente raggiunto nel 2009 e, a partire dal 2020, è stato superato anche il target al 2030 (85%). Il 2021 ha consolidato il trend, con un tasso di riciclo che si è attestato sull’85,08% e anche per il 2022 si stima il consolidamento del superamento dell’obiettivo dell’85% di riciclo degli imballaggi cellulosici”.

Il valore medio delle esportazioni dal 2007 al 2021 è pari a circa il 27% del totale della produzione di carta da macero. “L’Italia è da quasi vent’anni esportatrice netta di maceri, con un valore che è stato di 1,28 milioni di tonnellate nel 2021, a fronte di importazioni per 0,33 milioni di tonnellate”. Con il graduale sviluppo delle raccolte differenziate di carta e cartone, leggiamo ancora nel report “la capacità degli operatori del riciclo e del commercio ha garantito con le esportazioni uno sbocco al surplus di carta da macero rispetto al fabbisogno del Paese e, al contempo, di superare con largo anticipo gli obiettivi europei”.

Fonte: EconomiaCircolare.com

Da mascherine e guanti nasce un nuovo asfalto plastico

Il nome Supra a tanti appassionati di auto fa subito balzare in testa il nome di un mito dell’automobilismo ma, da oggi, S.U.P.R.A. diventa anche il nome di ciò su cui questa auto sfreccia. Dall’idea e dal progetto di 3 atenei, E-Campus, Tuscia di Viterbo e Università di Bologna, nasce un nuovo asfalto denominato “Single Use Ppe Reinforced Asphalt”, che identifica un materiale rinforzato dall’uso di mascherine e guanti in lattice o plastica, oggetti che oggigiorno si buttano nei rifiuti indifferenziati e che finiscono il loro ciclo con lo smaltimento in discarica o negli inceneritori. Questi oggetti vivono una nuova vita grazie ad un processo di recupero dei materiali, molto utili per rendere il tradizionale asfalto più duraturo e di una qualità maggiore, tutto ciò significa un risparmio per le varie amministrazioni ed anche un utilizzo minore di materie prime.

I record di Fiumicino: «se ce l’abbiamo fatta noi…»

Dal 38 per cento del 2016 all’attuale 80, il Comune di Fiumicino ha scalato a passo di carica la montagna della raccolta porta a porta, dopo aver liquidato la municipalizzata ed esternalizzato il servizio perché la «differenziata stradale non funzionava, non portava miglioramenti e non permetteva di controllare la qualità dei rifiuti». Più che da quelli, però, la montagna era rappresentata dalla stessa fisionomia della città alle porte di Roma, fatta di aree densamente abitate e di zone rurali: estendere il porta a porta a tutti gli 85 mila concittadini, superando le diversità urbanistiche e logistiche, per il trentenne Enzo Di Genesio Pagliuca, vicesindaco Pd e consigliere dal 2011, è stata la vera palestra politica. Tante le difficoltà, racconta, ma tutte superate sul campo, sperimentando e collaborando, caso per caso, o meglio, casa per casa.

«Nelle zone a maggior densità —sottolinea il vicesindaco Pagliuca—, come il nuovo quartiere San Leonardo, tra palazzi di dieci piani con centinaia di appartamenti, dove era difficile fare accettare i bidoni condominiali, i condòmini si sono messi d’accordo, distribuendosi i compiti per radunare e poi esporre all’esterno i rifiuti che in un primo tempo andavano accumulandosi negli androni. Il meccanismo oggi funziona come un orologio. Nella zona rurale i problemi della raccolta erano anche più imprevedibili, legati alla frequenza, all’effetto della temperatura sui rifiuti, all’opera degli animali, ma anche lì abbiamo preso le misure». Per un comune turistico, oltretutto, i problemi si moltiplicano nrel periodo estivo. «Fiumicino ha 800 strutture di somministrazione, tra ristoranti e stabilimenti balneari, cui si aggiungono i rifiuti di due milioni di turisti all’anno: un carico che stiamo imparando a fronteggiare, calibrando le forze in base alle previsioni».

— Ma i costi di un porta a porta così spinto?

«Milioni di euro in più, ma vendiamo i materiali separati ai consorzi che li riciclano. Così, negli ultimi nove anni, da quando il centro-sinistra guida il Comune, siamo riusciti a non alzare di un centesimo la Tari, senza contare che Fiumicino è vistosamente più pulita e, aggiungo, che la differenziata domestica è fondamentale per educarci alla gestione consapevole dei rifiuti. In ogni caso, non dimentichiamo che 13 anni fa, quando chiuse la discarica di Malagrotta, l’indifferenziato, che era quasi il totale dei rifiuti conferiti, ci costava 70 euro a tonnellata, e ora ne costa quasi 200. Se non lo avessimo ridotto dell’80 per cento, la spesa sarebbe insostenibile».

— L’aeroporto Leonardo da Vinci come viene gestito?

«Per fortuna gestisce in modo indipendente i rifiuti dei suoi 44 milioni annuali di arrivi».

—Vi siete avvalsi di consulenti esterni?

«Sì, in particolare di E.S.P.E.R, che ci ha seguito a lungo ed anche attualmente, prima come supporto tecnico per lo sviluppo del progetto, poi come direzione per l’esecuzione del contratto. Professionisti del settore molto qualificati che operano solo per soggetti pubblici e che hanno curato anche la redazione del Piano regionale per la gestione dei rifiuti».

— Dove sono stati più utili?

«Nella corretta gestione della plastica in particolare, anzi, delle plastiche. Sono i materiali che ormai incidono di più sui costi, perché sono i più voluminosi».

— E la tariffazione puntuale, cioè ‘pago-per-i-rifiuti-che-produco’?

«È un passaggio importante per raggiungere i nostri prossimi obiettivi, che sono l’ulteriore riduzione sia della quota di rifiuti indifferenziati, sia della Tari, attraverso un sistema di sconti, legati, ad esempio, all’uso delle compostiere, all’età, al reddito, al numero di componenti la famiglia. La tariffa a volume è prevista nel nuovo piano rifiuti regionale, insieme a una forte campagna di informazione. Partirà dopo l’estate per le utenze commerciali, che ne avranno anche un vantaggio economico, perché prima, quando superavano una certa quantità, erano costrette a stipulare contratti a parte, mentre così non ci saranno limiti. Poi sarà allargata alle utenze domestiche».

— Inceneritori?

«Non ci servono, puntiamo a diminuire lo scarto migliorando la selezione, specie quella più problematica dei vari polimeri plastici, ma anche quella degli scarti umidi che oggi costa da smaltire ben 130 euro a tonnellata. Per questo, abbiamo deciso di girare al gestore i proventi della vendita dei materiali riciclati».

— Come combattete ‘Sacchetto Selvaggio’?

«La rimozione è compresa nel nuovo contratto con la ditta. Questo, insieme alle fototrappole, servirà a tenere pulite le strade e a disincentivare eventuali interessi di parte che contribuiscono ad aumentare il fenomeno».

— Giusto a un tiro di sacchetto da qui, c’è Roma, della quale Fiumicino faceva parte fino al 1992. Un paragone è inevitabile…

«Con tutte le differenze e le difficoltà della Capitale, il nostro Comune, per la sua estensione, la varietà ambientale — comprende anche riserve naturalistiche e archeologiche — e la complessità urbanistica e sociale, rappresenta un modello plausibile dei problemi di una grande città. Va anche detto che l’integrazione è essenziale: il nostro nuovo impianto per gli umidi, a Maccarese, potrà accogliere sessantamila tonnellate, di cui diecimila di Fiumicino e il resto a disposizione dei comuni vicini. Insomma, mi sembra di poter dire che se ce l’abbiamo fatta noi…».

A cura di Igor Staglianò

Rifiuti tessili, dal consorzio Ecotessili un progetto pilota di raccolta

In attesa dei decreti attuativi i distributori e gli importatori di prodotti tessili si stanno attivando per avviare una filiera dedicata

La filiera per la raccolta, riutilizzo e riciclo dei rifiuti tessili si sta organizzando. In attesa di conoscere le modalità operative che saranno introdotte con i decreti attuativi, i produttori, i distributori e gli importatori di prodotti tessili si stanno attivando per avviare una filiera dedicata. Ecotessili, consorzio nato per la gestione del fine vita dei prodotti tessili, promosso da Federdistribuzione e da importanti insegne aderenti alla Federazione della distribuzione moderna e costituito nell’ambito del Sistema Ecolight – al quale fanno riferimento anche i consorzi Ecolight (per la gestione dei RAEE e delle pile), Ecopolietilene (per la gestione dei rifiuti da beni in polietilene), Ecoremat (per la gestione di materassi e imbottiti a fine vita) e la società operativa Ecolight Servizi – si pone in prima linea in questa nuova sfida, con l’obiettivo di mettere in campo modalità di raccolta di questi prodotti che garantiscano la tracciabilità e la circolarità ambientale, con la massima efficienza possibile.

In autunno darà vita a un progetto pilota di raccolta che vedrà il coinvolgimento di realtà già oggi impegnate nella gestione dei prodotti tessili dismessi, iniziativa che andrà a inserirsi nelle azioni per la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), in programma dal 19 al 27 novembre e dedicata proprio ai rifiuti tessili.

«In attesa del quadro operativo di riferimento, il consorzio si sta attivando per individuare delle modalità di raccolta dei tessili che possano essere efficienti ma soprattutto efficaci – annuncia il direttore generale di Ecotessili, Giancarlo Dezio -. Di fatto, il primo passo per una gestione corretta di queste tipologie di prodotti dismessi, per impostare una raccolta che sia capillare e di qualità. In collaborazione con alcuni importanti partner, stiamo lavorando su un progetto pilota che possa tracciare un percorso in questo nuovo sistema di raccolta, riutilizzo, riciclo».

I rifiuti tessili in circolazione sono molti: secondo l’ultimo rapporto pubblicato da McKinsey, “Scaling textile recycling in Europe – turning waste into value”, ogni cittadino europeo produce più di 15 kg di rifiuti tessili in un anno e questi hanno prevalentemente come destinazione finale la discarica o l’inceneritore.Il consorzio Ecotessili inoltre sta registrando in questo momento un importante incremento dei propri consorziati.

«È il segno tangibile dell’attenzione che c’è da parte delle aziende del settore al tema della corretta gestione dei rifiuti – osserva il dg -. È un’attenzione che non risponde solamente all’obbligo normativo che affida a produttori e distributori la responsabilità della gestione dei rifiuti derivanti dai loro prodotti, ma è indice di una crescente sensibilità nei confronti dei temi ambientali, in un contesto di reale transizione ecologica».

Fonte: Il Sole 24 Ore

Buoni spesa in cambio di impegno nella differenziata?

Fare la raccolta differenziata, ma soprattutto farla bene, è diventato ancora più facile ed incentivante nel comune di Caivano, in provincia di Napoli. Da pochi giorni è stata lanciata, dall’Amministrazione Comunale e dal CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), una splendida iniziativa volta a premiare chi la raccolta differenziata l’ha sempre fatta bene ma anche per cercare di invogliare quelle persone che, per un motivo o per un altro, non la svolgevano correttamente.

Il funzionamento è davvero molto semplice poiché per ogni chilo di rifiuto da riciclare, i residenti di Caivano, avranno i cosiddetti “ecopunti” spendibili nei negozi e nelle varie attività commerciali presenti all’interno del Comune. Il conferimento avviene al Centro Comunale di Raccolta, attraverso un sistema di registrazione degli accessi, per una serie di materiali quali, ad esempio: carta, cartoncini e cartone, legno, vetro, rifiuti RAEE, ingombranti e multimateriali (plastica, acciaio e alluminio). Il CONAI ha poi reso ancora più facili queste operazioni grazie alla presenza, dal 1° Agosto 2022, di Isole Ecologiche Mobili Itineranti sparse per la città, oltre a bidoni carrellati a disposizione presso scuole ed uffici volti alla raccolta del materiale da riciclare.

L’iniziativa verrà presto presentata con una campagna informativa sotto il nome di “Caivano premia la differenza” e verrano invitati tutti i cittadini alla sensibilità verso l’ambiente e all’attenzione per le buone pratiche che sono possibili da svolgere nel proprio piccolo, si punta e si spera anche di essere un modello per altri comuni.

Nuovo decreto per la regolamentazione degli scarti edili

Dal 15 luglio 2022, come conseguenza del nuovo decreto firmato da Cingolani, gli scarti e i vari materiali derivanti dall’edilizia smettono di essere considerati rifiuti e diventano riciclabili secondo determinate condizioni.

Nel decreto sono infatti presenti tutta una serie di punti che specificano le condizioni di sicurezza che permetteranno di trattare in sicurezza circa 70 milioni di tonnellate di rifiuti edili presenti in Italia.

È un provvedimento molto atteso dalla filiera e sono stati dedicati 180 giorni dall’entrata in vigore per comunicare gli adeguamenti o presentare eventuali istanze di aggiornamento. Nessun cambiamento invece per tutte le procedure di recupero e per i materiali derivanti da tali attività che già erano stati autorizzati e che potranno continuare ad essere utilizzati.

Gli aggregati recuperati dovranno essere destinati per lavori specifici come sottofondi ferroviari o stradali, recuperi ambientali etc ma non sarà ammesso l’uso di rifiuti dalle attività di costruzione e di demolizione abbandonati o sotterrati.

Si rimanda al seguente link per scaricare la bozza del decreto: http://www.appa.provincia.tn.it/news/-Aggiornamenti/pagina558.html