Schiavi del monouso, nuova inchiesta di Report

Spesso chi lavora nel campo della gestione dei rifiuti sa che dal recepimento di una norma alla sua applicazione, il passo non è mai così breve come si potrebbe pensare. Nella puntata del 19 aprile 2026, andata in onda nella rubrica Lab Report di Report su Rai 3, l’inchiesta di Antonella Cignarale “Schiavi del monouso” esamina proprio questa questione, con particolare attenzione al tema della SUP.

La direttiva europea Single Use Plastic, o SUP, adottata nel 2019 e recepita nel 2022 dall’Italia, aveva come obiettivo la drastica riduzione dei prodotti in plastica usa e getta, che sempre più frequentemente finiscono in mare. Abbiamo anche la testimonianza di Legambiente riguardo ai rifiuti che si trovano sulle spiagge: circa l’80% è di natura plastica, e più della metà è riconducibile a oggetti monouso. Dopo quattro anni dal suo recepimento, il quadro non è praticamente cambiato.

Il primo problema emerso nell’indagine riguarda i “riutilizzabili”. La direttiva ha vietato posate, piatti e cannucce monouso, ma non ha definito con precisione cosa renda un piatto “riutilizzabile”. Il mercato ha colmato questa lacuna a modo suo: prodotti realizzati con plastica più spessa di prima, cosiddetti “riutilizzabili”, senza alcuna certificazione sul numero di lavaggi tollerati o sulla resistenza meccanica. Legambiente ha esaminato più di 300 prodotti trovando indicazioni incomplete, incoerenti e spesso inaccurate. Nella pratica, come emerso dall’inchiesta, questi prodotti vengono acquistati e buttati via al primo utilizzo, esattamente come i monouso che avrebbero dovuto sostituire.

Il secondo problema è tutto italiano. In fase di recepimento, l’Italia ha scelto di esentare dal divieto i prodotti in bioplastica biodegradabile e compostabile, una scelta che la Commissione Europea ha contestato aprendo una procedura di infrazione. Il risultato effettivo è che i beni monouso non sono diminuiti, si sono semplicemente spostati da un materiale all’altro. Le forchette rimangono, ma le materie prime con cui sono fatte si sono trasformate. E anche qui le cose si complicano. Le bioplastiche compostabili, per essere riciclate correttamente, devono trovarsi negli impianti giusti al momento giusto. Gli impianti di compostaggio italiani non hanno le stesse attrezzature: alcuni riescono a degradare i prodotti entro i 90 giorni previsti dalla normativa europea, altri devono seguire cicli più lunghi, altri ancora non riescono a trattarli integralmente e li avviano all’incenerimento. Nel frattempo il cittadino, disorientato, spesso li butta nel bidone sbagliato, con effetti negativi sia sulla filiera dell’organico che su quella della plastica da riciclo.

A chiudere il cerchio c’è una questione economica che l’inchiesta mette in luce con chiarezza: chi produce stoviglie, siano esse in plastica riutilizzabile o in bioplastica compostabile, non è oggi obbligato a contribuire finanziariamente al loro fine vita, perché non si tratta di imballaggi. Il costo della raccolta e del riciclo, quando avviene, ricade sul sistema pubblico. Tema affrontato, tra l’altro, in un recente articolo di ESPER: “Partite le consultazioni in materia di EPR da parte del MASE”. È uno schema che chi lavora nella gestione ambientale riconosce bene, e che non riguarda solo il monouso. Lo si è visto con la plastic tax, rinviata più volte nonostante sia uno degli strumenti più efficaci per orientare il mercato verso il riciclato. Lo si vede nella difficoltà strutturale a costruire una domanda stabile di materie prime seconde. Le buone intenzioni normative si scontrano con vuoti applicativi che il mercato occupa puntualmente, e il risultato sono aggiustamenti di facciata più che trasformazioni reali. La norma da sola non basta, ma serve che sia precisa, applicata e verificata, e che a monte ci sia una visione chiara su cosa si vuole ottenere, non solo su cosa si vuole vietare.

Inchiesta visionabile su RaiPlay al seguente link: Schiavi del monouso, Report 19 aprile 2026.

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