Imballaggi e Plastic Tax: continuare a rinviare significa frenare il riciclo

Il recente dibattito sul cosiddetto “decreto imballaggi” riporta al centro una questione fondamentale: continuare a introdurre deroghe e rinvii rispetto agli obiettivi europei rischia di spostare il problema anziché risolverlo.

In un intervento pubblicato da Greenreport, la vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera, On. Patty L’Abbate, ha sottolineato la necessità di aiutare le imprese italiane a innovare e ad adeguarsi alle nuove regole europee sugli imballaggi, evitando che le deroghe diventino uno strumento per rinviare gli investimenti necessari. La vicepresidente sviluppa la sua analisi basandosi su un elemento importante: le esigenze delle imprese sono reali e il passaggio a nuovi imballaggi può comportare costi significativi, dalla modifica dei processi produttivi e delle linee di confezionamento fino alla ricerca di nuovi materiali capaci di garantire le stesse prestazioni in termini di conservazione e sicurezza.

Proprio per questo, però, secondo la vicepresidente della Commissione Ambiente il periodo transitorio dovrebbe essere utilizzato per sostenere ricerca, innovazione e riconversione industriale, non semplicemente per prolungare l’utilizzo delle soluzioni esistenti. Il rischio, altrimenti, è quello di far perdere competitività alle nostre imprese, arrivando poi alla data di scadenza delle deroghe con le stesse difficoltà di oggi, ma con un ulteriore ritardo rispetto a mercati e sistemi produttivi che nel frattempo stanno già investendo nella riduzione dell’uso di materie prime, in nuovi materiali e nella progettazione degli imballaggi in funzione anche del loro fine vita.

Una valutazione condivisibile, alla quale riteniamo però necessario aggiungere un ulteriore elemento: il continuo rinvio della Plastic Tax rischia di avere effetti ancora più pesanti sulla filiera italiana del riciclo.

La Plastic Tax, introdotta nel 2020 e nel 2026 rinviata per l’ottava volta, nasceva infatti anche con l’obiettivo di riequilibrare la convenienza economica tra plastica vergine e plastica riciclata. Continuare a posticiparne l’entrata in vigore significa mantenere un vantaggio competitivo per le aziende extra europee che producono la stragrande quota della plastica vergine utilizzata in Italia, proprio mentre gli operatori nazionali del riciclo non riescono più a trovare sbocchi per le materie prime seconde prodotte.

Su questo tema ESPER è già intervenuta più volte negli ultimi mesi. Nell’articolo “Riciclo in crisi, plastica vergine in aumento: il paradosso italiano” avevamo evidenziato una contraddizione sempre più evidente: da una parte si investe nella raccolta differenziata e nel riciclo, dall’altra il materiale ottenuto incontra crescenti difficoltà a competere sul mercato con la plastica vergine, spesso disponibile a costi inferiori.

Lo stesso tema è stato ribadito lo scorso luglio durante l’audizione di ESPER presso la Commissione Ambiente della Camera. Nell’articolo “ESPER in audizione alla Camera: servono misure urgenti per salvaguardare il riciclo delle plastiche” avevamo indicato proprio l’effettiva introduzione della Plastic Tax tra gli strumenti utili a ridurre il divario economico tra materia vergine e materia riciclata.

Il problema, quindi, non è soltanto aumentare le quantità raccolte o migliorare gli impianti. È necessario anche garantire una domanda stabile per il materiale riciclato: raccogliere e riciclare non basta se il materiale riciclato non trova un mercato. Quando la domanda di plastica riciclata diminuisce, gli effetti ricadono su tutta la filiera, aumentando gli accumuli negli impianti, facendo crescere i costi di gestione — creando così maggiori costi a carico della collettività — e mettendo a rischio di chiusura gli impianti degli operatori del recupero.

Questo fenomeno è stato richiamato anche nel recentissimo articolo “Zero Waste Italy lancia appello al MASE per contrastare la crisi del riciclo delle plastiche e gli incendi negli impianti”, dove venivano indicate, tra le misure necessarie, proprio l’entrata in vigore della Plastic Tax, un maggiore utilizzo di materiali riciclati e un rafforzamento degli strumenti di sostegno alla filiera nazionale.

A rendere ancora più evidente questa contraddizione è il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi, che punta ad una riduzione progressiva dei prodotti monouso, aumentando la riciclabilità, favorendo il riuso e introducendo quote crescenti di materiale riciclato. In questo quadro, il continuo ricorso a deroghe e rinvii rischia di muoversi nella direzione opposta, rallentando gli investimenti necessari per adeguarsi agli obiettivi europei e, allo stesso tempo, indebolendo la domanda di materia riciclata proprio quando sarebbe necessario rafforzarla.

La transizione verso un’economia realmente circolare non può esaurirsi nel miglioramento della raccolta differenziata, ma deve creare le condizioni affinché i materiali recuperati possano essere effettivamente reintrodotti nei cicli produttivi attraverso strumenti normativi, fiscali e industriali coerenti e stabili nel tempo. Continuare a rinviare può offrire un sollievo nel breve periodo, ma rischia di trasferire e amplificare i costi nel medio e lungo termine, sia per la filiera del riciclo sia per la collettività.

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