L’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia insieme alla Rete Italiana Medici Sentinella ed in collaborazione con la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), l’Associazione Medici Endocrinologi (AME), l’Associazione culturale pediatri (ACP), la Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), la Società Italiana di Pediatria (SIP), Choosing Wisely Italy e la Facoltà di Scienze dell’Alimentazione Università di Pollenzo (CN), hanno sviluppato una campagna informativa sui rischi derivanti dalle sostanze tossiche rilasciate dalla plastica fornendo suggerimenti su come ridurre l’esposizione a ridurre i rifiuti di plastica.
Tali rifiuti, oltre a causare inquinamento ambientale, con contaminazione del mare, del suolo e dell’aria, i frammenti più piccoli, definiti microplastiche e nanoplastiche, penetrano nell’organismo, soprattutto con gli alimenti che consumiamo, con l’acqua e le bevande in bottiglia di plastica, per contatto con tessuti sintetici, con giocattoli in plastica, con cosmetici, e determinano danni alla salute.
Tutti i materiali divulgativi finora prodotti sono scaricabili liberamente dal sito ISDE all’indirizzo: https://www.isdenews.it/campagna-plastica/
Ne abbiamo parlato con la dr.ssa Petronio Maria Grazia, medico specialista in epidemiologia e sanità pubblica, già prof.sa a.c. nelle Università di Firenze e Pisa e Vicepresidente ISDE-Italia a cui abbiamo rivolto alcune domande.
Le abbiamo chiesto innanzitutto per quale motivo ISDE ha deciso di avviare una campagna nazionale per ridurre il consumo di materie plastiche?
“Abbiamo deciso di occuparci del problema dell’inquinamento da plastica perché, come è stato recentemente sancito sul The Lancet Countdown on health and plastics, si tratta di un rischio grave, crescente e sottostimato per la salute umana. L’inquinamento da plastica è stato giustamente paragonato al cambiamento climatico, cui è peraltro strettamente connesso in quanto l’industria petrolifera, principale causa delle emissioni climalteranti, sta investendo proprio nella produzione di plastica -che si stima debba aumentare da 2 Megatonnellate (MT) del 2022 a 1200 MT entro il 2060-, entrambi i fenomeni costituiscono una minaccia globale centrale per l’ambiente e la salute, senza risparmiare alcuna regione al mondo.”
La documentazione che avete messo a disposizione dimostra in modo scientifico che la plastica è responsabile di danni significativi alla salute umana. Gli enti locali come possono intervenire al vostro fianco per contrastare e ridurre i rischi sanitari correlati all’abuso di materie plastiche?
“Ci sono evidenze di rischi per la salute che sono note da decenni, come ad es. quelli cui sono esposti i lavoratori del ciclo della plastica o quelli per gli utilizzatori finali dei prodotti in plastica legati alla cessione di sostanze chimiche tossiche che possono entrare nell’organismo per ingestione, inalazione, contatto cutaneo, basti pensare agli ftalati, ai bisfenoli, ai ritardanti di fiamma, ai PFAS. Altri rischi sono legati al fatto che la plastica abbandonata nell’ambiente può favorire la crescita e la diffusione di vettori di malattie infettive gravi come la dengue, Zika o chikungunya. Da alcuni anni poi ci si sta preoccupando molto delle piccolissime particelle (micro- e nano-plastiche) che vengono rilasciate sia dai rifiuti di plastica abbandonati nell’ambiente, da dove è quasi impossibile rimuoverle, sia dagli stessi oggetti di plastica durante il loro uso quotidiano. La loro presenza nel corpo umano è stata dimostrata in tutti gli organi di adulti e bambini. Oltre agli accordi internazionali, che però in questa particolare fase storica sembrano poco credibili, non rimane che agire a livello locale per ridurre i rifiuti e l’esposizione individuale. Le amministrazioni locali possono fare molto favorendo tutte quelle attività idonee a ridurre rifiuti e abbandoni (centri per il riuso, raccoglitori per cicche da fumo, promozione di mercati contadini, campagna formative nelle scuole, disponibilità di acqua di rete di buona qualità in tutte le strutture pubbliche e nelle strade, divieti di uso di palloncini e coriandoli di plastica etc.).”
Spesso compaiono articoli che mirano a tranquillizzare l’opinione pubblica annunciando che alcuni scienziati avrebbero messo a punto tecnologia in grado di rendere biodegradabile le plastiche che attualmente non lo sono affatto. A vostro giudizio si tratta semplicemente di greenwashing per mantenere inalterato l’attuale business correlato all’abuso di materiali plastici oppure tali articoli sono semplicemente un po’ troppo ottimistici nel semplificare l’enorme problema della dispersione di plastiche e microplastiche nel nostro pianeta?
“Intanto dobbiamo risolvere il problema dell’enorme quantità di plastica che è già presente nell’ambiente e nelle nostre case e che non è biodegradabile. Non credo che quelli che ad oggi sono esperimenti di laboratorio possano costituire la risposta alla necessità di ridurre prima possibile il carico di plastica che c’è nell’ambiente e che è destinato a crescere. Come sempre la soluzione più ovvia e anche meno costosa è quella di ridurre il problema alla fonte iniziando ad eliminare gli oggetti più inutili come quelli monouso (cannucce, piatti, bicchieri, pellicole, contenitori, bottiglie etc.). Le buste di plastica biodegradabili dovrebbero essere utilizzate, dopo aver svolto la funzione di trasporto, per contenere i rifiuti organici che sono destinati agli impianti di compostaggio industriali, gli unici in grado di degradarle correttamente. Certamente non possono essere gettate nell’ambiente! “
Recentemente è stato sollevato in alcuni articoli scientifici il tema dei rischi sanitari correlati al presunto maggiore rilascio di microplastica da manufatti riciclati. Il riciclaggio viene però spesso presentato come la soluzione al problema dell’abuso di materie plastiche. Senz’altro il riciclaggio è uno strumento di intervento importante ma può davvero risolvere il problema dell’abuso di materie plastiche considerando anche l’attuale concreto livello di riciclaggio in Italia e nel mondo?
“Come è noto le percentuali di riciclaggio ad oggi sono bassissime ma al di là di questo ci sono alcuni studi che hanno evidenziato come i materiali riciclati possono contenere sia concentrazioni più elevate di sostanze chimiche pericolose sia una gamma più diversificata delle stesse rispetto ai materiali “vergini” e questo potrebbe costituire un rischio aggiuntivo per la salute. Da un punto di vista sanitario il riciclaggio, ad oggi, non è quindi la soluzione prioritaria o principale con cui affrontare il problema. Il riciclaggio è, inoltre, un processo che richiede un elevato consumo energetico, genera gas serra e richiede un enorme consumo di acqua e quindi la riduzione a monte è la soluzione migliore e prioritaria. “
A cura di Andrea Tornavacca, responsabile comunicazione ESPER Società Benefit