Negli anni scorsi il riciclo chimico della plastica è stato presentato come la soluzione tecnologica perfetta per superare i limiti del riciclo meccanico e risolvere il problema delle plastiche difficili da trattare. Una narrazione molto diffusa, soprattutto dalla lobby dell’industria petrolchimica, che però non sempre trova conferma nei risultati reali.
Sotto la veste di “riciclo chimico” esistono processi molto diversi tra loro. Tecnologie come la pirolisi e la gassificazione richiedono temperature elevate, un alto consumo energetico e, nella maggior parte dei casi, non restituiscono plastica nuova, ma combustibili o intermedi da bruciare. Più che di economia circolare, si tratta quindi di forme evolute di recupero energetico, spesso presentati in modo fuorviante come riciclo.
È proprio su questo punto che diverse analisi indipendenti, tra cui quelle di Zero Waste Europe, parlano apertamente di greenwashing. Presentare il riciclo chimico come soluzione universale consente di rimandare interventi più strutturali, come la riduzione della produzione di plastica vergine, il miglioramento del riciclo meccanico e una progettazione realmente ecosostenibile degli imballaggi. Senza dimenticare i costi elevati degli impianti e le difficoltà di scalare queste tecnologie senza un impatto ambientale significativo. Inoltre, in questo periodo, è stata ulteriormente posticipata l’introduzione della Plastic Tax in Italia, una degli interventi che avrebbe potuto rendere più competitivo il settore del riciclo in gravissima crisi.
Questo non significa che il riciclo chimico debba essere escluso a priori. La questione centrale è distinguere tra processi inefficaci e molto costosi e i casi specifici in cui l’intervento chimico ha senso, perché risponde a un problema concreto e consente un reale ritorno al polimero di origine.
Nel progetto “Plasmare“, che ha analizzato diverse tecnologie di riciclo chimico, ESPER aveva individuato un processo attualmente realmente efficiente di riciclo chimico: il processo di depolimerizzazione del polistirolo espanso (EPS) tramite D-limonene che è un processo di riciclo chimico efficiente ed ecologico. Il limonene, un solvente naturale estratto dagli agrumi, scioglie rapidamente l’EPS a temperatura ambiente, riducendone il volume del 98% (rimuovendo l’aria) e permettendo il recupero del polimero tramite distillazione sottovuoto. Questo processo risolve anche il problema degli elevati costi di raccolta e movimentazione del polistirolo espanso (molto voluminoso e leggero) trasformandolo nel monomero di base, lo stirene da cui si ricava sia il polistirene (plastica usata per i bicchieri) che il polistirolo tramite insufflazione di aria nel processo di polimerizzazione. Questa soluzione consente di superare uno dei principali ostacoli del polistirolo espanso, cioè gli alti costi di raccolta e movimentazione. In questo caso il riciclo chimico non produce combustibili per essere bruciati, ma consente un vero e proprio ritorno alla materia prima.
Il punto non è scegliere tra riciclo chimico sì o no, ma smettere di trattarlo come una soluzione miracolosa. Al di fuori di casi ben valutati e mirati, il rischio è che il riciclo chimico diventi un alibi per continuare a produrre plastica come prima e rimandare le vere priorità della transizione ecologica.