Nel cuore dell’Africa occidentale, sulle coste del Ghana, si sta consumando una crisi ambientale e sociale alimentata dal flusso incontrollato di abiti usati provenienti dall’Europa, dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Greenpeace ha recentemente documentato con un’indagine sul campo la portata di questo fenomeno, denunciando l’arrivo settimanale di circa 15 milioni di capi di abbigliamento nei mercati ghanesi. Di questi, quasi il 40% risulta invendibile e si trasforma rapidamente in rifiuto.
Ogni giorno, oltre 100 tonnellate di vestiti usati vengono scaricate nel mercato di Kantamanto ad Accra, uno dei più grandi al mondo per il commercio di seconda mano. Tuttavia, 70 tonnellate giornaliere finiscono tra le discariche a cielo aperto, nei canali di scolo, nei fiumi o sulle spiagge.
La destinazione finale di questi abiti non è solo il mercato, ma spesso ecosistemi protetti: la laguna Korle, ad esempio, o la zona umida del delta del fiume Densu, che fa parte delle aree riconosciute dalla Convenzione di Ramsar per la loro importanza ambientale. In questi luoghi, i tessuti sintetici rilasciano microplastiche e sostanze tossiche, danneggiando irreversibilmente l’habitat di tartarughe marine, uccelli migratori e specie endemiche. Secondo le analisi condotte da Greenpeace, l’89% degli abiti scartati è composto da fibre sintetiche, come poliestere e nylon, derivati dal petrolio e non biodegradabili.
Oltre ai danni ambientali, il tessuto sociale stesso ne esce lacerato. A Kantamanto lavorano circa 30.000 persone, molte delle quali sono donne migranti del nord del Ghana, note come kayayei, che trasportano balle da 55-60 kg di abiti sulle spalle per pochi euro al giorno. Le condizioni di lavoro sono durissime, aggravate da incendi frequenti e mancanza di servizi igienici o assistenza sanitaria.
Secondo un’indagine realizzata da Greenpeace e dalla Or Foundation, il valore medio di rivendita di una balla da 55 kg si aggira intorno ai 25 euro, ma fino al 60% dei capi può risultare non vendibile, causando una perdita economica a carico dei commercianti locali che si trovano ad assorbire i costi della “moda scartata” dall’Occidente.
Eppure, non tutto è rassegnazione. La Or Foundation, organizzazione ghanese attiva ad Accra, promuove pratiche di riutilizzo creativo: designer locali trasformano abiti scartati in nuove creazioni, dando vita a festival come “Obroni Wawu October”, che celebra la resilienza e l’inventiva del Ghana.
Ma iniziative del genere, per quanto virtuose, non bastano a compensare la sproporzione del fenomeno. Le associazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace e Changing Markets Foundation, chiedono l’introduzione di una Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) a livello europeo e globale, per obbligare i grandi brand della moda a farsi carico del destino dei propri prodotti anche dopo la vendita. Questo includerebbe la creazione di fondi destinati a migliorare la gestione dei rifiuti tessili nei paesi importatori.
La crisi dei rifiuti tessili in Ghana non è un incidente locale, ma lo specchio di un sistema globale malato, che esternalizza i suoi impatti sui paesi più fragili. Solo un’azione concertata tra istituzioni, imprese e cittadini può ribaltare questa logica.
Fonti:
- Greenpeace Africa, “Fast Fashion, Slow Poison”, https://www.greenpeace.org/africa/en/press/56381/fast-fashion-slow-poison-new-report-exposes-toxic-impact-of-global-textile-waste-in-ghana/
- The Guardian, https://www.theguardian.com/world/2025/jun/18/discarded-clothes-from-uk-brands-dumped-in-protected-ghana-wetlands
- Associated Press, https://apnews.com/article/0809f25605722a53658bf21d7d9b1548
- The Guardian – moda e inchiesta in Ghana, https://www.theguardian.com/fashion/2024/sep/24/where-does-the-uks-fast-fashion-end-up-i-found-out-on-a-beach-clean-in-ghana
- Or Foundation, https://theorfoundation.org/
- Teen Vogue, https://www.teenvogue.com/story/what-really-happens-to-your-used-clothing