Dal 2021, l’Italia contribuisce annualmente all’Unione Europea con un importo calcolato sulla quantità di rifiuti di imballaggi in plastica che non vengono riciclati. Questo è conosciuto come “plastic levy”, una risorsa del bilancio europeo creata per incentivare gli Stati membri a ridurre la produzione di rifiuti plastici e a migliorare le performance del riciclo. Il meccanismo è piuttosto semplice: per ogni chilogrammo di imballaggi in plastica non riciclati, ogni Paese deve versare 0,80 euro a Bruxelles, basandosi sui dati ufficiali forniti. Per l’Italia, questo sistema ha comportato un costo significativo. Sommandoli dal 2021 al 2024, si supera la soglia dei tre miliardi di euro.
Le cifre annuali si aggirano attorno a diverse centinaia di milioni di euro, con un picco che ha superato gli 850 milioni in uno degli anni considerati, seguito da una leggera flessione più recente, dovuta ad un presunto miglioramento nei quantitativi effettivamente riciclati (anche se la corte dei conti europea ha sollevato dubbi sui metodi di controllo dei flussi effettivamente riciclati in Italia). Tuttavia, nonostante i progressi nella raccolta differenziata e nel recupero degli imballaggi, la quantità totale di plastica non riciclata rimane tale da generare un contributo economico notevole.
Questo dato mette in evidenza un aspetto spesso trascurato: non basta vantare buone percentuali di riciclo se i volumi complessivi di imballaggi immessi sul mercato sono ancora elevati. Infatti, il contributo europeo non premia le percentuali in sé, ma penalizza la massa di rifiuti che non viene riciclata. In un Paese con una produzione significativa di beni confezionati e una forte presenza di imballaggi plastici nella distribuzione, anche una filiera relativamente efficiente può comportare costi elevati se non si interviene a monte, riducendo l’uso della plastica o promuovendo soluzioni alternative.
La discussione a livello europeo non si è fermata qui. È stata proposta l’idea di aumentare l’aliquota nei prossimi anni, con un possibile passaggio a 1 euro per chilogrammo di plastica non riciclata a partire dal 2028, accompagnato da meccanismi per adeguarsi all’inflazione. Un cambiamento del genere metterebbe in evidenza ancora di più il peso economico delle inefficienze nella gestione dei rifiuti e rafforzerebbe il ruolo incentivante di questo strumento.
Per l’Italia, la sfida non si limita solo a contenere le spese verso l’Unione, ma riguarda anche la capacità di rendere la transizione verso un’economia veramente circolare una realtà strutturale. È fondamentale ridurre la dipendenza dagli imballaggi in plastica, migliorare la qualità della raccolta, investire in impianti e tecnologie di riciclo avanzate e promuovere la progettazione di prodotti più facilmente recuperabili, se si vuole ridurre in modo duraturo la quantità di rifiuti non riciclati. Senza un salto di qualità lungo tutta la filiera, il contributo europeo rischia di diventare un peso significativo nei conti pubblici, oltre a rappresentare un chiaro segnale della distanza ancora da colmare rispetto agli obiettivi ambientali comuni.