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Vuoto a rendere: una sperimentazione sbagliata non può fermare il processo

Stefano Ciafani, Presidente Nazionale di Legambiente: “Scarsa applicazione da parte del Ministero e boicottaggio da parte dei produttori di bevande. La sperimentazione fallirà, ma il vuoto a rendere va ripreso e ristabilito: è un tassello imprescindibile di un piano più generale per la riduzione dei rifiuti

Di Attilio Tornavacca, direttore generale ESPER e Sergio Capelli, tecnico ESPER

Oltre i confini Italiani è prassi ormai da anni: in Germania, Danimarca, Estonia, Finlandia, Croazia, Norvegia, Svezia, Svizzera, Ungheria e Repubblica Ceca, non solo il vuoto a rendere è obbligatorio, ma tutti gli esercizi che vendono una determinata bevanda sono costretti ad accettarne i vuoti, anche se la specifica bottiglia non è stata acquistata nel loro negozio. Si tratta di quel Nord Europa virtuoso che altro non ha fatto che implementare ed eventualmente migliorare e sistematizzare pratiche che in Italia conoscevamo molto bene fino alla metà degli anni ’80, quando la filosofia del “Usa e getta” ha preso il sopravvento.

La declinazione più comune del vuoto a rendere è quella tedesca, gestita direttamente dai produttori (in Germania il costo della raccolta differenziata degli imballaggi è completamente e direttamente in carico ai produttori), in cui sono i consumatori a pagare una cauzione che viene loro resa solo in caso di restituzione della bottiglia. Gli imballi così raccolti se riutilizzabili vengono indirizzati alla catena del riuso, se riciclabili a quella del riciclo, con un incremento della raccolta differenziata e un decremento sensibile della produzione di rifiuti. A breve anche la Gran Bretagna, uno dei maggiori consumatori di plastica monouso metterà in campo un sistema di vuoto a rendere, ma di 13 miliardi di bottiglie di plastica all’anno e più di 3 miliardi non vengono riciclati[1]. Il governo scozzese ha già annunciato l’avvio di un sistema di vuoto a rendere e anche in Galles il governo autonomo ha dichiarato di voler contribuire a realizzare un sistema esteso a tutto il Regno Unito. In totale sono una quarantina i Paesi nel mondo, compresi 21 Stati Usa, che hanno implementato una qualche forma di vuoto a rendere per le bottiglie di plastica e vetro.

In Italia il vuoto a rendere è tornato nell’agenda politica grazie all’impegno dell’Onorevole Stefano Vignaroli che ha portato all’approvazione di una specifica norma integrata nel Collegato Ambientale del 2015 (12/2015 art. 219). A distanza di quasi due anni il Ministero dell’Ambiente pubblica il decreto attuativo (DL 3 luglio 2017, n. 142[2]) in cui identifica una sperimentazione che lascia perplessi ambientalisti e addetti ai lavori. Due le principali ragioni di perplessità: la prima è che la sperimentazione è su base squisitamente volontaria (il Ministero dell’Ambiente non ha previsto alcuna premialità economica che possa incentivare lo sviluppo del sistema); la seconda è che la sperimentazione coinvolge solo produttori, distributori ed esercenti (vendita al dettaglio), escludendo completamente i consumatori, ovvero i cittadini. Pecche sottolineate da Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente: “È fondamentale coinvolgere tutti gli attori della filiera, nessuno si deve sentire escluso, ed è necessario instaurare una premialità economica che riguardi anche il cittadino, il consumatore finale, oggi è completamente tagliato fuori dalla sperimentazione. Così come è stata pensata, la sperimentazione non può funzionare”. Ma le modalità scelte per la sperimentazione non sono gli unici ostacoli al buon funzionamento della stessa: “Se il collegato ambientale, ovvero la legge da cui la sperimentazione prende il via è positivo – continua Ciafani – il decreto ministeriale che ne dà attuazione è stato un gran pasticcio, a partire da una campagna comunicativa pressoché inesistente. L’informazione agli operatori per promuovere questa sperimentazione è stato un fallimento totale. Il ministero dell’Ambiente non ci ha minimamente lavorato. Tanto è vero che i risultati della sperimentazione saranno assolutamente negativi”. Risultati che saranno monitorati da una commissione, che certificherà un risultato negativo: a quattro mesi dalla data d’inizio (febbraio 2018) solo 20 aziende risultano registrate al registro degli aderenti alla sperimentazione[3]. “Questa sperimentazione va presa per quello che è – ribadisce Ciafani – la sperimentazione è stata negativa per come l’ha gestita il Ministero dell’Ambiente. Anzi per come non l’ha gestita. Credo che sia necessario tornare a lavorare sul tema, che l’inizio della nuova legislatura sia l’occasione giusta per cambiare il decreto ministeriale dove è necessario”.

Ma i problemi non sono solo legati alla cattiva organizzazione dell’iniziativa: il vuoto a rendere si deve scontrare con interessi economici enormi, che portano ad incontrare ostacoli non da poco. Dall’approvazione del Collegato Ambientale al decreto attuativo sono passati due anni, tempi larghissimi. “C’è stato un forte ostracismo da parte dei produttori di bevande – conclude il Presidente di Legambiente –  È stata un’operazione dalla gestazione lunga e sofferta. Il ministero dell’Ambiente non ha mostrato coraggio e si è deciso di seguire una strada che non è quella corretta. Il vuoto a rendere va ripreso e ristabilito: è un tassello imprescindibile di un piano più generale per la riduzione dei rifiuti. Non è l’unica leva: serve la tariffazione puntuale, serve un’applicazione reale del principio “chi inquina paga” che permetta una tassazione maggiore sugli imballaggi meno riciclabili, serve un lavoro per contrastare, e perché no bandire, l’utilizzo di alcuni prodotti usa e getta. Si possono implementare una serie di azioni volte a contenere la produzione di rifiuti. È un mosaico con molte tessere. Una di queste tessere, imprescindibile, è il vuoto a rendere”.

Alcuni dati

Ma un’attuazione corretta del vuoto a rendere cosa comporterebbe?

Innanzitutto un risparmio economico considerevole: il prezzo di una bottiglia riutilizzata per 20 volte sarebbe pari a 0.007€ a fronte dei 0.069€ del monouso. Unendo i costi del refill, si arriva ad un risparmio di quasi 15 volte

 

 

Prezzo medio di una bottiglia in PET in Europa (riutilizzabile VS Monouso)[4]
     riutilizzabile riempito 2 volte  riutilizzabile riempito 20 volte
  costo del contenitore costo del contenitore a riempimento costo del contenitore a riempimento
Bottiglia usa e getta 0,069 0,069 0,069
Bottiglia riutilizzabile 0,133 0,067 0,007
Risparmio ottenuto scegliento il riutilizzabile -0,064 0,003 0,062

 

Impatto delle tasse sul prezzo di una bottiglia in PET da 500ml in Europa (€)4
  Prezzo del contenitore a rempimento Tasse sul riempimento Prezzo totale a riempimento
Bottiglia monouso 0,069 0,11 0,179
Bottiglia riutilizzabile riempita 20 volte 0,007 0,006 0,012
Risparmio ottenuto scegliendo il riutilizzabile   0,167
Quanto il riutilizzabile è più conveniente del monouso    

1470%

 

 

La Germania è senza dubbio una nazione che ha fatto del vuoto a rendere un suo tratto distintivo. Quasi il 90% (88% nel 2009) delle bottiglie di birra rientrano nel circuito del cauzionamento, con una percentuale su tutte le bottiglie immesse al consumo superiore al 50%. Se quest’ultima percentuale arrivasse al 100% il risparmio in termini ambientali si stima elevatissimo: si eviterebbero oltre 1.250.000 tonnellate di gas climalteranti.[5]

Non solo: in caso di cancellazione del vuoto a rendere la Germania perderebbe circa 57.000 posti di lavoro. Posti di lavoro che crescerebbero di 27.000 unità a fronte di un sistema di vuoto a rendere che raggiunga il 100%.

 

 

[1] Fonte: Green Report “In Gran Bretagna presto vuoto a rendere e deposito per bottiglie di plastica e lattine”

[2] http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-09-25&atto.codiceRedazionale=17G00154&elenco30giorni=true

[3] Fonte: la Repubblica “Vuoto a rendere, quel tesoro che l’Italia butta via”

[4] Fonte: Gianni Silvestrini, Kyoto Club – http://www.qualenergia.it/sites/default/files/articolo-doc/Silvestrini_Convegno_KC_5-marzo-2012.pdf

[5] Fonte: Ifeu/GDB (2008)