Le cinque proposte di FISE ASSOAMBIENTE al Governo Draghi per una reale transizione verso l’economia circolare

Garantire una reale transizione verso l’economia circolare utilizzando efficacemente le risorse europee (Next Generation EU e Fondi Strutturali) per finanziare strumenti economici di mercato e dare sostegno agli investimenti green.

È questa la proposta che emerge dal Report “Strumenti economici per l’economia circolare e la gestione dei rifiuti – Una ‘Strategia’ in 5 mosse”, presentato oggi in anteprima nel corso di un webinar. Il documento contiene le proposte che FISE ASSOAMBIENTE (Associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica) avanzerà nelle prossime settimane al Governo appena costituito.

Affinché il Programma nazionale sui rifiuti possa realmente mettere le gambe”, osserva Chicco Testa – Presidente FISE Assoambiente, “oltre agli investimenti per adeguare la dotazione impiantistica nazionale oggi deficitaria, occorrono anche, e soprattutto, nuovi strumenti economici e incentivi che guidino i mercati e gli operatori verso gli obiettivi ambientali e la gerarchia nella gestione dei rifiuti indicati dall’UE. Vanno adeguati gli strumenti esistenti ed introdotti nuovi sostegni che permettano ai mercati del riciclo e del recupero, di orientarsi definitivamente verso l’Economia Circolare, mutuando le esperienze di successo in campo energetico.

Le risorse europee (Next Generation EU e Fondi Strutturali) possono essere utilizzate per finanziare strumenti economici di mercato, aperti a tutti gli operatori, seguendo la positiva esperienza degli Ecobonus in edilizia, automotive e Industria 4.0. Nelle prossime settimane presenteremo ai Ministeri della Transizione Ecologica, al MEF e al MISE le misure che a nostro avviso possono guidare il Paese in una reale transizione verso l’economia circolare.

Questi i 5 pacchetti di misure integrate fra loro proposte dall’Associazione:

  1. Rivedere la TARI, dal tributo alla tariffa

Promuovere il passaggio a una tariffa rifiuti puntuale (calcolata in base alla reale produzione dell’utente), che incentivi il riciclo, limiti la produzione di scarti e, al contempo, stabilisca un razionale sistema di corrispettivi diretti per i gestori del servizio;

  1. Rafforzare la Responsabilità Estesa del Produttore

Estendere l’applicazione della Responsabilità Estesa del Produttore alle filiere oggi non coperte (ad esempio per materiali tessili, plastiche diverse dall’imballaggio, arredi), riconoscendo agli operatori del riciclo una parte dei ricavi provenienti dalla vendita;

  1. Incentivare il riciclo con i nuovi “Certificati del Riciclo”

Incentivare il riciclo di materia attraverso “Certificati del Riciclo” (per ogni una tonnellata di imballaggio), sostenere la domanda con aliquota IVA ridotta per i prodotti realizzati con beni certificati riciclati e rafforzare gli acquisti verdi da parte delle P.A.;

  1. Incentivi al biometano e recupero energetico per i soli scarti non riciclabili

Prevedere l’utilizzo a livello nazionale dei programmi di incentivazione, calibrati in funzione degli obiettivi comunitari, consentendo i finanziamenti della Banca Europea per gli impianti di recupero energetico, al fine di trattare i rifiuti non riciclabili e gli scarti dei processi di riciclo. Confermare gli incentivi per il biometano oltre il 2022;

  1. Ripensare la tassazione ambientale, penalizzando il conferimento in discarica

Abolire la tassa provinciale sui rifiuti (quota parte della TARI) e l’addizionale sulla raccolta differenziata, rivedere al rialzo l’ecotassa sul conferimento in discarica o per l’invio all’estero, confermare la tassazione sulla plastica, ma solo su quella non riciclabile.

Fonte: Eco dalle Città

Gestione rifiuti, il Consiglio di Stato: autosufficienza regionale e non a livello di Ato

È necessario gestire i rifiuti che generiamo ogni giorno – arrivando a oltre 173 milioni di tonnellate l’anno, tra urbani e speciali – secondo i principi di sostenibilità, indicati chiaramente dalla gerarchia europea di riferimento, e secondo il principio di prossimità. Ovvero, l’esatto opposto della situazione che oggi caratterizza il Paese: il turismo dei rifiuti.

Senza dimenticare l’enorme ricorso all’export, da solo il turismo dei rifiuti urbani si stima arrivi a percorrere 49 milioni di km l’anno, mentre guardando anche agli speciali si aggiungono altri 1,2 miliardi di km. Si tratta di centinaia se non migliaia di Tir che girano furiosamente lungo lo Stivale per arrivare a conferire la nostra spazzatura in impianti adeguati a gestirla, con elevati costi ambientali (si pensi solo al relativo traffico e smog) oltre che per le aziende e per i cittadini (in termini di Tari più salate).

Ma quale sarebbe invece il perimetro della “prossimità” al luogo di generazione degli scarti da rispettare? I rifiuti speciali sono per legge affidati al mercato, che non segue criteri geografici, e anche per i vincoli che dovrebbero rispettare i rifiuti urbani la via di fuga è semplice.

Il Consiglio di Stato nella sentenza 24 dicembre 2020, n. 8315, recentemente pubblicata, contribuisce a fare un po’ di chiarezza. La sentenza riguarda un caso avvenuto in Piemonte, e conferma l’autorizzazione ex Dlgs 387/2003 di un impianto in provincia di Biella dedicato alla produzione di biometano mediante trattamento di rifiuti organici (rifiuti urbani non pericolosi) selezionati in processi di digestione anaerobica e compostaggio.

Il Tar per il Piemonte, sezione prima, con la sentenza n. 225 del 20 aprile 2020, aveva già respinto il ricorso proposto da alcuni cittadini contro la realizzazione dell’impianto, che avevano bocciato il progetto appellandosi alla tutela della biodiversità e delle filiere agroalimentari locali, oltre che appunto al principio di prossimità.

Guardando all’evoluzione della normativa regionale, il Consiglio di Stato è intervenuto nel merito affermando che «il principio di autosufficienza ha dimensione regionale e, di conseguenza, che il principio di prossimità agli impianti, in linea generale, deve essere riguardato con riferimento all’intera Regione Piemonte e non a singole aree della stessa (ovvero gli Ambiti territoriali ottimali (Ato), ndr). In tale ottica, non solo è da escludere che l’attività amministrativa in contestazione abbia violato norme di legge relative agli anzidetti principi, ma, considerando che la valutazione compiuta dall’Amministrazione è estesa a tutto il territorio regionale, deve ritenersi anche che la presenza di un fabbisogno impiantistico regionale non soddisfatto già di per sé non renda manifestamente irragionevole il rilascio di un’ulteriore autorizzazione in ambito regionale per lo smaltimento dei rifiuti urbani».

Fonte: Green Report

La bioeconomia, l’acqua e i rifiuti: un nuovo modo di produrre e consumare

La bioeconomia sostanzia un uso intelligente di risorse rinnovabili di origine biologica, indirizzato a logiche di circolarità. Tra i settori che presentano chiare applicazioni per la bioeconomia vi sono il ciclo idrico e la gestione dei rifiuti. Alla regolazione ARERA il compito di sostenerle.

  1. Un paradigma economico, sociale, ambientale

Produrre e consumare in maniera sostenibile ha smesso di essere una fra le opzioni se non si vuole andare verso scenari ambientalmente catastrofici. Ma esiste un paradigma che sia in grado di rispondere a questa necessità, andando oltre le scelte individuali?

Una soluzione forse c’è e porta il nome di “bioeconomia”. Voluta dall’Unione europea come strumento per raggiungere gli obiettivi del Green Deal, riguarda tutti i settori e i sistemi basati su risorse biologiche (specie animali e vegetali, microrganismi e biomassa che ne deriva, compresi i rifiuti organici). Non solo. Mette in relazione gli ecosistemi terrestri e marini e i servizi da questi prodotti, tutti i settori della produzione primaria che utilizzano e producono risorse biologiche (agricoltura, silvicoltura, pesca e acquacoltura), e tutti i settori che utilizzano risorse e processi biologici per la produzione di alimenti, mangimi, prodotti a base biologica, energia e servizi.

Gli obiettivi sono: rinnovamento dei settori industriali, ammodernamento dei sistemi di produzione primari, protezione dell’ambiente e della biodiversità, e al contempo a sostegno al benessere sociale ed economico e all’occupazione.

In altre parole, la bioeconomia è un incrocio virtuoso tra sostenibilità ambientale e circolarità economica, in cui la modalità di sfruttamento intelligente di risorse rinnovabili di origine biologica, è indirizzato verso logiche di circolari, così da non sottrarre risorse agli utilizzi primari, quali l’alimentazione, ma piuttosto massimizzando, il riutilizzo attraverso l’innovazione tecnologica e il cambiamento dei comportamenti degli attori coinvolti, imprese, istituzioni e cittadini-consumatori.

Più specifico di quello di green economy – utile nell’indicare le cause, ma meno nel ricercare soluzioni – il paradigma di bioeconomia va oltre anche quello di circular economy.

LEuropa comunitaria considera la bioeconomia un elemento strategico. Nel 2018, la Commissione Europea ha aggiornato il suo piano per lo sviluppo di una Strategia per la Bioeconomia Sostenibile[1], contemplando un Piano di Azione in conformità con gli Accordi di Parigi sul clima e i Sustainable Development Goals (SDGs) dell’ONU per il 2030.

Nell’ambito delle iniziative possiamo menzionare anche la “Bio-based Industries Joint Undertaking” (BBI-JU), una partnership pubblico-privato che vede impegnata la UE ed il “Bio-based Industries Consortium” (BIC).

In Italia, le strategie per l’attuazione della bioeconomia sono elaborate dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita (CNBBSV), insediato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Parallelamente presso il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) è attivo un gruppo di studio sulla Bioeconomia Circolare che focalizza l’attenzione principalmente su bioeconomia circolare urbana, nuove politiche industriali, formazione ed informazione.

Detto ciò, nel nostro Paese, le attività connesse alla bioeconomia hanno un peso significativo: nel 2018 hanno generato un valore della produzione pari a circa 345 miliardi di euro (10,2% sul totale della produzione), occupando oltre due milioni di lavoratori (8,1% sul totale degli occupati).

In questo contesto, servizio idrico integrato e gestione dei rifiuti urbani giocano un ruolo centrale, avendo generato congiuntamente un valore di circa 25 miliardi di euro in Italia (2018).[2] Secondo i dati contenuti nel report sulla “Bioeconomia in Europa” di Intesa San Paolo, nell’arco di tre anni, 2016-2018, il peso di ciclo idrico e servizio rifiuti sul valore della produzione si attesta, rispettivamente, al 3,5% e al 2%[3].

2. Bioeconomia e ciclo idrico

Se poi si guarda al solo servizio idrico, allora la circolarità è insita nella sua stessa natura. Le diverse fasi che lo compongono (dalla captazione, alla adduzione, alla potabilizzazione, sino alla depurazione e alla restituzione all’ambiente) definiscono un circuito chiuso, circolare per l’appunto, in grado di autoalimentarsi senza generare esternalità negative. L’impatto ambientale in termini di emissioni di CO2 è dunque poco significativo e l’input che entra a sistema (cioè l’acqua prelevata da falde o derivante da fonti idriche superficiali) è di per sé una risorsa biologica rinnovabile, in linea con la definizione di bioeconomia. È proprio in termini di trattamento delle acque reflue che si concentra il dibattito europeo, con particolare focus sul recupero di nutrienti organici quali fosforo, azoto e potassio. Una sfida che può essere accolta integrando le diverse soluzioni tecnologiche per proporre un approccio olistico che consenta di effettuare una transizione graduale dagli impianti di depurazione delle acque reflue urbane tradizionali (Wastewater Treatment Plant – WWTP) in vere e proprie bioraffinerie per il recupero delle risorse dalle acque reflue (Water Resource Recovery Facility – WRRF).

Un altro aspetto di primario interesse è relativo al trattamento dei fanghi di depurazione, i quali presentano elevate potenzialità di riutilizzo quando classificati come rifiuto organico (disciplinato dai D.lgs 99/92 e 152/2006), e quindi accreditati delle medesime potenzialità di riutilizzo di quest’ultimo. Quando non vengono smaltiti, infatti, i fanghi di depurazione possono essere riutilizzati in agricoltura sia in modo diretto (spandimento) che indiretto (cioè come fertilizzanti – o compost – in sostituzione alla concimazione chimica). Inoltre, se sottoposti a trattamenti anaerobici, possono produrre biogas, a sua volta impiegabile per la generazione di energia elettrica o di biometano.

Se all’interno dei fanghi sono contenute sostanze pericolose, invece, si procede allo smaltimento in discarica o all’incenerimento. Come registrato nella Relazione Annuale dell’ARERA del 2020, l’incenerimento dei fanghi risulta una opzione residuale in Italia (solo il 7%).

L’utilizzo dei fanghi come compost si osserva in particolare nel Centro e nel Sud Italia, mentre lo spandimento in agricoltura risulta prevalente nelle regioni del Nord-Est.

Infine, un ruolo da timoniere nella transizione del servizio idrico integrato verso un modello di bioeconomia è rappresentato dalla regolazione nazionale. Su questo fronte è intervenuta anche l’Autorità di regolazione (ARERA) con la sua deliberazione 917/2017/R/idr. Sono stati stabiliti degli standard generali, ripartiti in una serie di macro-indicatori, ciascuno dei quali misura aspetti tecnici di singoli segmenti di cui è composto il servizio. Tali standard definiscono un sistema di premi o incentivi in caso di rispetto di obiettivi di riduzione degli impatti ambientali (qualità tecnica), oppure penalità in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi medesimi.

Anche il nuovo metodo tariffario idrico (MTI-3) suggerisce una sempre maggior attenzione alla bioeconomia, promuovendo un coefficiente di sharing per le attività che contribuiscono al raggiungimento di obiettivi di sostenibilità ambientale: riduzione dell’uso della plastica mediante l’introduzione di apposite strutture (fontane, case dell’acqua); recupero di energia e materiale mediante impianti o specifici trattamenti integrati nelle strutture idriche; infine, il riutilizzo dell’acqua trattata a fini agricoli o industriali.

Quindi, sul versante del ciclo idrico le opportunità per la bioeconomia sono molteplici, ma non ancora pienamente sfruttate. Spinte agli investimenti grazie ai fondi europei e adeguamento della normativa potranno risultare la chiave di volta per un settore strategico per la sostenibilità ambientale.

3. Bioeconomia e ciclo dei rifiuti

A differenza del settore idrico, chiuso e circolare per definizione, la gestione dei rifiuti presenta una trasversalità intrinseca con tutti gli altri settori produttivi: si potrebbe infatti affermare che qualunque bene materiale, terminato il suo ciclo di vita, si trasforma in rifiuto. Vero ma con un importante distinguo. Infatti, data la “matrice biologica” su cui tale teoria si fonda, non tutte le categorie merceologiche, anche se sottoposte a riuso, recupero o riciclo, possono essere considerate degli input bioeconomici.

Dalla classificazione adoperata da Eurostat (NACE), ad esempio, si possono considerare fattori produttivi costituiti per il 100% da materiale organico i rifiuti biologici derivanti da attività agro-alimentari e i rifiuti derivanti dal legno e dalla carta. Altri settori, come quello farmaceutico e tessile, contribuiscono alla bioeconomia solo in relazione alla loro componente bio-based generata attraverso processi naturali e/o con l’impiego di fonti rinnovabili. Di conseguenza, i rifiuti associati a bioplastiche e biotessuti, in quanto degradabili in natura, possono essere inclusi nell’alveo dei rifiuti di matrice organica.

Per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti urbani e assimilati, dal 2014 al 2018 la raccolta differenziata della frazione organica, del legno e della carta è stata caratterizzata da un trend crescente.

Sempre nel 2018, i rifiuti organici raccolti in modo differenziato sono stati 7,1 milioni di tonnellate, di cui 5,1 milioni di umido (FORSU) e quasi 2 milioni di verde. Volumi, quelli della raccolta differenziata dei rifiuti organici, in forte crescita (+7,5%) in ragione dello sviluppo delle raccolte differenziate, in particolare nelle regioni del Sud.

I rifiuti organici differenziati possono essere trattati in due modi: da una parte mediante impianti di compostaggio, con successivo riutilizzo in agricoltura. Più dell’80% dei rifiuti che entra negli impianti di compostaggio è costituito da frazione umida e verde. Una modalità alternativa, invece, è costituita dal trattamento integrato prima anaerobico e poi aerobico, in grado di produrre digestato per il compostaggio e al contempo biogas da fonti rinnovabili, che se sottoposto ad un ulteriore processo di upgrading (separazionedella CO2) può essere trasformato in biometano.

In materia di trattamento, preme inoltre sottolineare le profonda diversità tra Nord e Sud Italia, a causa di un significativo gap impiantistico: nel dettaglio, il Nord si caratterizza per la maggior presenza di digestori anaerobici, connotati da un livello tecnologico piuttosto avanzato; il Sud è caratterizzato in maniera prevalente da impianti di compostaggio.

La tendenza in Italia è infatti quella di un sempre maggior utilizzo degli impianti che fanno trattamento integrato anaerobico/aerobico. Dal 2015 al 2018, infatti, le tonnellate trattate da questi impianti sono passate dal 32% al 46% sulla totalità dei rifiuti organici. Un ulteriore segnale positivo, che porta ad immaginare un’economia che riutilizza in modo efficiente i materiali di scarto e che dipende da fonti di energia al 100% rinnovabili.

La sensibilità dell’UE sul tema del recupero e dello smaltimento dei rifiuti è ben nota. In questo senso, il Pacchetto Economia Circolare illustrato nelle Direttive 849/2018, 850/2018, 851/2018 e 852/2018, adottate dall’UE nel luglio 2018, e di recente recepito nell’ordinamento italiano, pone degli obiettivi sfidanti in termini di riciclaggio e riduzione dello smaltimento in discarica. Per quanto concerne i rifiuti da imballaggio i cui materiali sono afferenti alla bioeconomia, l’intento è aumentare il riciclo della carta al 75% entro il 2025 e all’85% entro il 2030, e accrescere il riciclo del legno al 25% entro il 2025 ed al 30% entro il 2030. Inoltre, entro il 31 dicembre 2023, dovrà essere assicurata, da parte di tutti gli Stati Membri, la raccolta differenziata di tutti i rifiuti organici.

Nel recepire la direttiva nel nostro ordinamento, il Dlgs. 116/2020 ha stabilito in questo senso una tempistica più stringente, fissando al 31 dicembre 2021 il termine per raccogliere obbligatoriamente i rifiuti organici in modo differenziato.

Un sostegno alla bioeconomia nel settore dei rifiuti in Italia è atteso anche dalla regolazione ARERA, cui sono state assegnate le funzioni di regolazione del ciclo dei rifiuti urbani. Come per il servizio idrico integrato, il regolatore dovrà intraprendere un percorso volto a garantire la sostenibilità ambientale, assicurando in particolare “l’adeguamento infrastrutturale agli obiettivi imposti dalla normativa europea” e garantendo “adeguati livelli di qualità in condizioni di efficienza ed economicità della gestione”. Questi ultimi due aspetti, codificati dalla legge n.205/2017, individuano un supporto allo sviluppo della bioeconomia: un sostegno alla realizzazione degli impianti necessari per centrare i target comunitari di riciclaggio e un incentivo allo svolgimento di un servizio di qualità, quale elemento imprescindibile per massimizzare il riciclaggio e la minimizzazione degli scarti.

Il Metodo Tariffario Rifiuti (MTR), entrato in vigore nel 2019 (deliberazione 443/2019/R/rif), ha introdotto alcuni primi elementi che vanno nella direzione auspicata. Oltre a garantire un pieno riconoscimento dei costi operativi e un sostegno agli investimenti attraverso un meccanismo di calcolo RAB-based dei costi di capitale, nel metodo sono state previste alcune componenti di costo previsionale (sia fisse che variabili) destinate alla copertura degli oneri attesi relativi al conseguimento di target di miglioramento dei livelli di qualità. Tra gli oneri di natura previsionale di carattere variabile rientrano quelli associati al possibile incremento della raccolta differenziata e della percentuale di riciclo/riutilizzo. Nell’ambito delle misure di incentivazione alle infrastrutture della Circular Economy, rientrano la determinazione dei coefficienti di profit sharing sui ricavi da vendita dei materiali e dell’energia e la definizione dei coefficienti di gradualità dei conguagli, la cui quantificazione è associata a obiettivi di raccolta differenziata e di preparazione per il riutilizzo e per il riciclaggio.

Le misure ricomprese nel MTR rappresentano solo un primo passo nel sostegno della regolazione  all’economia circolare. La strada per sfruttare appieno le potenzialità del settore per la bioeconomia è ancora lunga e dovrà passare per una regolazione degli impatti ambientali (qualità tecnica) e indicatori per misurare le performance delle gestioni, in forte sinergia con la regolazione del servizio idrico.

In questo senso, si pensi ad esempio ai progetti innovativi che alcuni gestori del servizio idrico stanno attuando, come l’integrazione tra impianti di depurazione e impianti di trattamento fanghi in biopiattaforme dedicate al recupero non solo dei fanghi stessi ma anche di rifiuti organici per la produzione di biometano, energia ed eco-fertilizzanti.

La regolazione, attraverso adeguati indicatori di qualità tecnica legati in particolare alla qualità e alla copertura della raccolta differenziata oltre che alla percentuale di materiale riciclato utilizzato nelle fasi della raccolta, potrebbe incentivare, o almeno favorire, processi di simbiosi industriale e di collaborazioni innovative tra le aziende dei due settori, in modo tale che i rifiuti prodotti dalle une vengano valorizzati come materie prime dalle altre. Si verrebbe così a ridurre la necessità di utilizzare materie prime vergini favorendo la chiusura del ciclo dei materiali anche all’interno di distretti e/o reti di imprese che pongano le utilities come soggetti attuatori di una cabina di regia capace di assicurare il raggiungimento di determinati obiettivi legati alla circolarità e alla sostenibilità ambientale.

Infine, le utilities che si stanno posizionando come operatori leader nell’economia circolare stanno investendo nell’impiantistica di lavorazione e riciclo dei rifiuti raccolti, spesso acquisendo società e impianti già esistenti (con i relativi mercati “locali”), puntando soprattutto a generare “materie prime seconde” di buona qualità ed in grado di essere vendute a condizioni competitive. Da questo punto di vista gli operatori potranno evolvere da semplici fornitori di servizi a “produttori” di materie prime, entrando in tal modo a far parte della supply chain come partner delle aziende manifatturiere, con vantaggi competitivi sotto il profilo strategico ed economico.


[1] Fonte: COM/2018/673: Una bioeconomia sostenibile per l’Europa: rafforzare il collegamento tra economia, società e ambiente

[2] Per un approfondimento si rimanda a “La Chimica Verde italiana: il ponte verso il futuro della bioeconomia alla luce del Green New Deal Europeo” (Alini et al, 2020).

[3] Si veda “La Bioeconomia in Europa”, 6° Rapporto, Direzione Studi e Ricerche Intesa San Paolo, Giugno 2020

Fonte: Laboratorio Ref

Rifiuti: Regione,Tar assegna Ministero indicazione discarica

“La Regione ha approvato il Piano rifiuti del Lazio, in cui sono individuate le aree idonee per la realizzazione degli impianti di smaltimento, comprese quelle all’interno dell’Ambito territoriale ottimale di Latina, ma devono essere gli enti locali a decidere dove costruirli per rendere i rispettivi Ato autosufficienti nella gestione dell’intero ciclo dei rifiuti. La città di Roma ha individuato con una delibera di giunta comunale il sito dove realizzare la discarica di servizio, mentre ancora oggi, nonostante diverse sollecitazioni da parte dell’Amministrazione regionale, le istituzioni pontine non hanno prodotto atti ufficiali per la localizzazione dell’impianto di smaltimento. Pertanto la sentenza del Tar conferma che la Regione non ha competenza nella individuazione dei siti né tantomeno nella realizzazione negli impianti, avocando al Ministero la responsabilità di indicare l’area dove verrà costruita la discarica di servizio dell’Ato di Latina”.

Lo comunica in una nota la Regione Lazio. (ANSA).

Decreto Milleproroghe: sospensione parziale dell’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi

Il Decreto “Milleproroghe 2021” apporta importanti novità anche sul tema dell’etichettatura ambientale degli imballaggi, prevendo la sospensione – fino al 31 dicembre 2021 – dell’obbligo di riportare sugli imballaggi destinati al consumatore finale, le indicazioni per supportare il cittadino nel corretto conferimento dell’imballaggio a fine vita (es. Raccolta differenziata + Famiglia di materiale. Verifica le disposizioni del tuo Comune). Ma purtroppo lascia invece in vigore l’obbligo di apporre su tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) la codifica identificativa del materiale secondo la Decisione 129/97/CE.

DECRETO LEGISLATIVO 3 SETTEMBRE 2020 E IL NUOVO OBBLIGO DI ETICHETTATURA

L’art. 3 comma 3, lettera c) del decreto legislativo 3 settembre 2020, n. 116, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’11 settembre 2020, ha apportato modifiche al comma 5 dell’art. 219 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n.152, prevedendo l’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi dal 26 settembre 2020.

La nuova norma ha lasciato però spazio a molti dubbi interpretativi, motivo per il quale CONAI, in collaborazione con l’Istituto Italiano Imballaggio, ha promosso un tavolo di lavoro coinvolgendo UNI, Confindustria e Federdistribuzione, al fine di arrivare ad una lettura condivisa e di filiera dei nuovi obblighi, elaborata all’interno delle Linee Guida per l’Etichettatura ambientale, pubblicate lo scorso 16 dicembre, a seguito di una consultazione pubblica molto partecipata dall’intero settore industriale.

LE LINEE GUIDA CONAI: COSA PREVEDE L’OBBLIGO?

Dalla disamina del testo di legge, emerge come i contenuti da riportare sull’etichettatura ambientale degli imballaggi si distinguono a seconda della destinazione d’uso dell’imballaggio. Infatti:- se l’imballaggio è destinato al consumatore finale, i contenuti previsti per obbligo riguardano:
la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, e le informazioni per supportare il consumatore finale alla corretta raccolta differenziata dell’imballaggio (es. “Raccolta differenziata + Famiglia di materiale. Verifica le disposizioni del tuo Comune”).
– se l’imballaggio è destinato al canale B2B, i contenuti previsti per obbligo riguardano unicamente la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, mentre hanno carattere di volontarietà ulteriori informazioni aggiuntive sulle raccolta.

LE PREOCCUPAZIONI DELLE IMPRESE RIGUARDO AI TEMPI DI ADEGUAMENTO

A seguito dell’entrata in vigore dell’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi nel settembre 2020, Confindustria e molte altre Associazioni hanno proposto con urgenza un regime transitorio di diciotto mesi che consentisse ai produttori e agli utilizzatori di imballaggio di adeguare i propri processi produttivi e gestionali ai nuovi obblighi previsti dalla norma. Questa esigenza era stata segnalata anche nelle Linee Guida per l’etichettatura ambientale di CONAI.

IL DECRETO MILLEPROROGHE 2021 E LA SOSPENSIONE PARZIALE DELL’OBBLIGO

Il 31 dicembre 2020 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge 3 dicembre 2020, n. 183, cosiddetto “Milleproroghe 2021”.

Il comma 6 dell’articolo 15 prevede la sospensione dell’applicazione – fino al 31 dicembre 2021 – del primo periodo del comma 5, dell’art. 219 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni, ovvero “Tutti gli imballaggi devono essere opportunamente etichettati secondo le modalità stabilite dalle norme tecniche UNI applicabili e in conformità alle determinazioni adottate dalla Commissione dell’Unione europea, per facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero ed il riciclaggio degli imballaggi, nonché per dare una corretta informazione ai consumatori sulle destinazioni finali degli imballaggi.”

Non è stata prevista invece la sospensione del secondo periodo del comma 5 dell’art. 219, cioè “I produttori hanno altresì l’obbligo di indicare, ai fini della identificazione e classificazione dell’imballaggio, la natura dei materiali di imballaggio utilizzati, sulla base della decisione 97/29/CE della Commissione”.

Il decreto legge è in vigore dal 31 dicembre 2020.

COSA E’ CAMBIATO CON LA NUOVA DISPOSIZIONE CONTENUTA NEL DECRETO MILLEPROROGHE 2021?

Il decreto non ha previsto la sospensione dell’obbligo di apporre sugli imballaggi la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, in vigore dal 26 settembre 2020. Pertanto tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) devono prevedere tale codifica. Relativamente all’apposizione dei codici di identificazione del materiale sulla base della decisione 97/129/CE, l’obbligo è espressamente in capo ai produttori.

L’obbligo di apporre sugli imballaggi destinati al canale B2C le indicazioni per il corretto conferimento in raccolta differenziata, è sospeso fino al 31 dicembre 2021. Pertanto le imprese del settore avranno un anno di tempo per adeguarsi all’obbligo e prevedere anche questa informazione sugli imballaggi destinati al consumatore finale.

Carta, ecco le proposte della filiera per il Recovery Plan

Federazione Carta Grafica, Comieco  e Unirima hanno presentato “La Carta per il #RecoveryPlan”. Biodegradabile, Riciclabile, Compostabile e Rinnovabile: quattro virtù che fanno della carta un attore naturale degli obiettivi sostenibili alla base del PNRR – Piano nazionale di ripresa e resilienza – per l’utilizzo delle risorse del #RecoveryFund assegnate all’Italia. Con “La Carta per il #RecoveryPlan”, la filiera presenta le sue proposte per inserirsi nel PNRR e dare un contributo alla transizione ecologica e allo sviluppo di modelli industriali ancora più efficienti, sostenibili e tecnologici.

Come funziona il sistema industriale
Il sistema industriale che ruota attorno alla carta è un esempio di filiera virtuosa, con un tasso di circolarità (rapporto tra materie prime secondarie e la produzione di carta e cartoni) pari al 57%, con punte di eccellenza nel settore degli imballaggi dove è stato raggiunto l’81% di riciclo. In Italia si riciclano 8 imballaggi su 10 e la carta può essere reimmessa nel processo produttivo fino a 7 volte, con oltre la metà dei residui di processo avviato al recupero. Uso di materiali rinnovabili, riciclo e economia circolare rappresentano strumenti fondamentali per conseguire il risparmio energetico e la riduzione delle emissioni di CO2. L’insieme dell’industria italiana nel 2018, attraverso l’uso di materie seconde, ha evitato il consumo di 23 milioni di TEP – tonnellate equivalenti di petrolio (14,6% della domanda interna di energia) e la produzione di 63 milioni tonnellate di CO2 (14,8% delle emissioni nazionali di CO2).

Le proposte
“La proposte si muovono su tre direttrici principali – spiega Girolamo Marchi, Presidente della Federazione Carta e Grafica. – La prima proposta per il #RecoveryFund” è mettere la filiera nella condizione di aumentare la capacità di riciclo della carta da riciclare da parte delle  cartiere e degli scarti al servizio dell’ambiente e dell’efficienza energetica. Aumentando l’utilizzo dei materiali prevalentemente rinnovabili (fanghi e residui), scartati dai processi di lavorazione si possono produrre bio-combustibili integrando il gas, ad oggi la fonte che alimenta in cogenerazione il comparto cartario in Italia e in Europa (il consumo nel 2019 è stato di 2,5 miliardi di mc)”.
La seconda proposta è quella di promuovere la ricerca e lo sviluppo a livello industriale di nuovi processi e nuovi prodotti necessari a sostituire quelli impattanti sull’ambiente. A questo proposito, Amelio Cecchini, Presidente di Comieco, commenta “Le caratteristiche della carta fanno sì che il settore cartario abbia un importante campo di espansione industriale nella creazione di nuove filiere dell’imballaggio bio-based, riciclato e riciclabile, così come di prodotti mono-uso ad alto contenuto di riciclo, rinnovabili e riciclabili che rispondono anche alle nuove abitudini di acquisto e consumo degli Italiani. Grazie a questo, gli investimenti in R&D possono aiutare così a migliorare anche la qualità delle oltre 3,5 milioni di tonnellate di carta e cartone raccolte tramite i circuiti comunali e, di conseguenza, il valore della materia prima seconda generata” Per l’Italia si tratta dunque di una grande opportunità non solo ambientale, ma anche economica.
La terza proposta della filiera riguarda lo sviluppo ulteriore della digitalizzazione per migliorare la logistica e la tracciabilità dei rifiuti e degli scarti. Federazione Carta  e e Grafica, Comieco e Unirima ritengono strategico il processo di upgrade tecnologico innescato negli ultimi tre anni dal Piano Industria 4.0 e suggeriscono, pertanto, l’introduzione di incentivi gli investimenti aziendali in infrastrutture digitali per ottimizzare la logistica dei flussi di carta da riciclare e la tracciabilità, facilitando il riciclo delle diverse frazioni.

“Favorire investimenti che puntino al rinnovamento tecnologico degli impianti è fondamentale per migliorare la sostenibilità del processo di trasformazione del rifiuto in materia prima secondaria. Attraverso strumenti di trattamento più avanzati sarà così possibile aumentare anche la qualità del materiale riciclato ottenuto dagli impianti di recupero/riciclo – commenta Giuliano Tarallo, Presidente Unirima. – Le risorse del #RecoveryFund devono migliorare la circolarità, che costituisce un asse essenziale per il #Next Generation UE e lo sviluppo del Paese. Ciò anche grazie alla sostenibilità della filiera della carta, che si integra con innovazione e digitalizzazione” conclude Marchi.

Fonte: e-gazette

Le Linee Guida CONAI sull’etichettatura ambientale degli imballaggi sono pubbliche

Sono finalmente pubbliche le nuove Linee Guida sull’etichettatura ambientale degli imballaggi, redatte da CONAI per provare a dare risposte all’obbligo di etichettatura in vigore dallo scorso 26 settembre, a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto legislativo 116. Una novità che lascia spazio a dubbi interpretativi e alla necessità di chiarirli in tempi rapidi.

Così, a seguito di una consultazione pubblica su una prima proposta di Linee Guida (1.800 presenze all’evento di lancio, cui hanno fatto seguito più di 1.000 altri contributi via email) terminata il 30 novembre, il Consorzio Nazionale Imballaggi ha redatto un nuovo documento che ha sia l’obiettivo di favorire una lettura condivisa dei nuovi obblighi sia la volontà di fornire uno strumento di orientamento e supporto alle imprese.

Disponibili sul sito ufficiale conai.org, le nuove Linee Guida sull’etichettatura sono frutto di un confronto serrato fra tutti gli attori principali del comparto, a cominciare dall’Istituto Italiano Imballaggio per arrivare a UNIConfindustriaFederdistribuzione e numerose Associazioni industriali, di categoria e territoriali. Un contributo fondamentale per un documento che vuole essere la risposta di un sistema al problema delle zone d’ombra e di poca chiarezza con cui l’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi spaventa le aziende del nostro paese, proponendo un’interpretazione della norma condivisa.

Saranno ora sottoposte alle Istituzioni, anche per portare alla loro attenzione punti sui quali si auspicano opportuni chiarimenti. Per potersi adeguare correttamente, inoltre, è già stata richiesta l’introduzione di  un adeguato periodo transitorio.

Le Linee Guida, intanto, offrono già un quadro che identifica non solo le informazioni minime da riportare sull’etichetta ambientale, ma anche quelle facoltative. E lo fa anche attraverso esempi concreti che illustrano le modalità attraverso cui apporre un’etichetta ambientale a diversi tipi di pack, differenziati per destinazione d’uso (B2B e B2C) e per composizione (monocomponente o composto da più componenti separabili manualmente).

Tant’è che l’evento di presentazione del 16 dicembre ha visto la partecipazione anche di grandi attori dell’industria e della grande distribuzione italiana come CONADMirato Group e Nestlè.

«Abbiamo capito da subito che l’attenzione delle imprese del nostro Paese stava rendendo il tema dell’etichettatura sempre più rilevante» ha affermato il presidente CONAI Luca Ruini durante il webinar che ha presentato il documento. «Stiamo parlando di un obbligo che ha in parte spaventato e che ha imposto la ricerca urgente di soluzioni concrete. Siamo orgogliosi di aver messo attorno a un tavolo tutti gli attori della filiera: fornire supporto e risposte concrete alle aziende, del resto, è uno dei grandi compiti istituzionali del Consorzio».

«È stato bello vedere gli attori del comparto lavorare insieme per sciogliere i dubbi interpretativi che lascia il decreto» ha aggiunto il presidente dell’Istituto Italiano Imballaggio Anna Paola Cavanna. «Questi dubbi hanno amplificato le difficoltà che le aziende italiane stanno vivendo in questi mesi. Non ho però dubbi sul fatto che, una volta a regime, l’etichettatura ambientale degli imballaggi porterà benefici sia alle imprese sia ai consumatori finali».

Per provare ad accelerare i tempi, quindi, è stato messo a punto da CONAI anche un nuovo tool online: e-tichetta, interamente dedicato all’etichettatura ambientale degli imballaggi, che da metà gennaio sarà a disposizione delle aziende per guidarle nell’adozione di un sistema di etichettatura omogeneo, conforme alle richieste di legge e chiaro per i consumatori finali.

Creando (anche) terreno fertile per far germinare buone pratiche diffuse a livello sempre più ampio. «Gli esempi di etichette ambientali virtuose devono essere valorizzati e avere visibilità» conclude infatti Luca Ruini. «Possono ispirare e guidare tutte le aziende del nostro sistema Paese, soprattutto quelle di dimensioni piccole e medie: cercheremo di identificarli e di promuoverli. È una vera e propria call to action: ci stiamo lavorando con entusiasmo sempre crescente. Non ho dubbi che porterà i frutti che tutti aspettiamo».

«Abbiamo previsto nella Linea Guida anche box di approfondimento sulle tematiche tecniche più rilevanti e sviluppato FAQ che sono già disponibili su conai.org» gli fa eco la Responsabile dell’Area Prevenzione CONAI Simona Fontana. «E non intendiamo fermarci qui. L’obiettivo è quello di fornire strumenti alle imprese per supportarle concretamente. Il tutto nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali che vedono CONAI come interlocutore e mediatore privilegiato tra Istituzioni e mondo imprenditoriale sulle tematiche della sostenibilità degli imballaggi».

Recovery Fund, ecco le misure green previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)

Dei 196 miliardi a disposizione il governo ha deciso che 74,3 andranno a “rivoluzione verde e transizione ecologica” con l’obiettivo di “far fronte ai nuovi e più ambiziosi obiettivi europei fissati dallo European Green Deal”

Un totale di 125 pagine divise in quattro parti, questa la bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza su cui sta lavorando il governo per organizzare l’uso del fondo Next Generation EU, conosciuto anche come Recovery Fund. Il testo traccia gli obiettivi, le riforme e gli investimenti, l’attuazione e il monitoraggio del piano e la valutazione dell’impatto economico. Gli ambiti principali sono: riforma della giustizia; digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca, parità di genere, coesione sociale e territoriale; salute.

Dei 196 miliardi stanziati 48,7 dovrebbero andare alla digitalizzazione e innovazione, 74,3 a rivoluzione verde e transizione ecologica, 27,7 per infrastrutture per una mobilità sostenibile 27,7, 19,2 all’istruzione e ricerca, 17,1 alla parità di genere e 9 alla sanità. Ecco la parte che riguarda le misure green:
2.2 Rivoluzione verde e transizione ecologica

Con la missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica” l’Italia, che pure ha registrato notevoli progressi nella riduzione delle emissioni di gas serra, nell’aumento della quota di energia soddisfatta con fonti rinnovabili e nel miglioramento dell’efficienza energetica, intensifica il proprio impegno per far fronte ai nuovi e più ambiziosi obiettivi europei fissati dallo European Green Deal, con un target di riduzione delle emissioni pari al 55% entro il 2030. Raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 richiede investimenti e una vasta gamma di riforme abilitanti.

In particolare, lo scenario di decarbonizzazione che porterebbe l’Italia alla neutralità climatica entro il 2050 evidenzia un gap emissivo che dovrà essere chiuso tramite tre principali tipologie di azioni:
(1) una riduzione sostanziale della domanda di energia (soprattutto nel settore residenziale/commerciale e in quello dei trasporti);
(2) un ulteriore cambiamento nel mix energetico a favore delle rinnovabili, insieme ad una estesa elettrificazione degli usi finali e alla produzione di idrogeno; (3) un aumento degli assorbimenti della CO2 dalle superfici e dai suoli forestali.

La missione si concretizza in 4 linee di azione (componenti) per quanto riguarda gli investimenti:
Ø Impresa verde ed economia circolare
Ø Transizione energetica e mobilità locale sostenibile
Ø Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici
Ø Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica

Le azioni di investimento saranno accompagnate da alcune specifiche riforme volte a favorire la transizione energetica e la svolta ecologica:
Ø La definizione di una strategia nazionale in materia di economia circolare, che si basa su un intervento di riforma normativa, denominato “Circolarità e tracciabilità”: volto all’attuazione del piano d’azione europeo per l’economia circolare e per regolare l’organizzazione e il funzionamento del sistema di tracciabilità dei rifiuti. Vengono inoltre contemplate misure normative volte a favorire la riparabilità, la durabilità, e le forme di riuso/recupero dei prodotti, in particolare di quelli che ricadono in catene del valore strategiche o individuati in base all’impatto ambientale e al loro potenziale di circolarità. La strategia prevede, tra l’altro, la nascita di un hub tecnologico nazionale e centri di competenza territoriali per l’economia circolare a supporto del sistema produttivo.

Gli investimenti in cui si concretizzano le quattro componenti della missione Rivoluzione verde e transizione ecologica sono distribuiti su 13 progetti per un ammontare complessivo di risorse pari a 74,3 miliardi di euro.

Nel complesso, questi interventi dovrebbero contribuire a ridurre le emissioni di CO2 di circa XXton nell’arco dei prossimi 6 anni

La prima componente “Impresa verde ed economia circolare”, ha come obiettivi prioritari la promozione della sostenibilità ambientale nella filiera dell’agricoltura, il sostegno a progetti innovativi di decarbonizzazione tramite processi di economia circolare, nonché la definizione di un piano nazionale per l’economia circolare. In quest’ultimo ambito, l’Italia è in linea con gli obiettivi europei del 2020 in termini di riutilizzo e riciclo di materiali: nel 2017 il tasso di utilizzo circolare dei materiali era al 17,7%, al di sopra della media europea, e nel 2018 il tasso di riciclo si è attestato al 49,8%. Una ulteriore spinta legislativa in questo ambito proviene dal recente recepimento del pacchetto dell’economia circolare (Direttive 2018/849, 850, 851, 852), nel quale sono presenti target per i rifiuti urbani (riciclo del 55% entro il 2025, del 65% entro il 2035), i rifiuti da imballaggi ( 70% di riciclo entro il 2030) e per l’uso delle discariche soglia massima del 10% dei rifiuti urbani con smaltimento in discarica entro il 2035 (al 2018 l’uso delle discariche ha interessato il 22% dei rifiuti urbani prodotti).

Per realizzare tali obiettivi, oltre ad un rafforzamento del quadro regolamentare attraverso mirati interventi di riforma, sono previste due linee d’azione:
1. La prima linea d’azione “Agricoltura sostenibile” prevede iniziative per la competitività, la riqualificazione energetica e la capacità logistica del comparto agricolo italiano. In particolare, gli interventi mirano all’efficientamento energetico e all’isolamento termico/coibentazione degli immobili adibiti a uso produttivo nel settore agricolo e zootecnico, quest’ultimo responsabile di circa il 50% delle emissioni di gas clima-alteranti. Infine, si intende sostenere un piano per la logistica del comparto agricolo, che si sostanzia in contributi alle aziende per abbassare l’impatto ambientale del sistema dei trasporti, migliorare la capacità di stoccaggio delle materie prime agricole, la capacità logistica dei mercati all’ingrosso e far esprimere il potenziale in termini di export delle piccole e medie imprese agroalimentari italiane.

2. La seconda linea d’azione “Economia circolare e gestione dei rifiuti” è focalizzata su tre interventi principali:
a) la riduzione del gap impiantistico della filiera del riciclo, che costituisce una principale criticità in molte regioni del paese, tramite l’ammodernamento degli impianti esistenti e la realizzazione di nuovi impianti per il trattamento meccanico biologico (TMB) dei rifiuti;
b) il sostegno a iniziative per ricavare prodotti chimici e carburanti “circolari” da rifiuti plastici e urbani;
c) il sostegno a progetti innovativi di decarbonizzazione.

La seconda componente “Transizione energetica e mobilità locale sostenibile” interviene innanzitutto sulla produzione e la distribuzione di energia, favorendo il ricorso alle fonti rinnovabili e predisponendo le infrastrutture necessarie per la loro integrazione nel sistema elettrico nazionale e le infrastrutture per alimentare veicoli elettrici e per lo sfruttamento dell’idrogeno liquido. L’Italia sta progredendo verso una piena neutralità climatica in linea con gli obiettivi precedentemente stabiliti dal Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC), ma deve accelerare e intensificare l’impegno all’abbattimento delle emissioni per soddisfare i nuovi e più ambiziosi obiettivi europei fissati dallo European Green Deal. A tale scopo, la componente interviene tramite un’azione di decarbonizzazione dei trasporti, con particolare attenzione al 57 rinnovo del parco rotabile degli enti locali e, più in generale, all’ammodernamento della flotta automobilistica nazionale che risulta fra le più vetuste nell’Unione europea. Queste modifiche strutturali del nostro sistema produttivo ed energetico aiuteranno anche la riduzione dell’inquinamento locale: il 3,3 per cento della popolazione italiana vive in aree dove sono superati i limiti delle sostanze inquinanti (particolati e ossidi di azoto) presenti nell’aria fissati dalle direttive europee.

Per conseguire tali obiettivi, la componente prevede le seguenti linee d’azione:
1. L’attuazione di misure per promuovere la crescita della produzione di energia rinnovabile e dell’uso di idrogeno e sostenere la filiera tramite:
a) il sostegno alla creazione di una pipeline di nuovi progetti greenfield rinnovabili con iter autorizzativi in tempi certi;
b) il supporto finanziario tramite sovvenzioni per il supporto allo sviluppo di progetti floating PV e eolico offshore;
c) il supporto finanziario per impianti in grid parity;
d) la promozione dell’autoproduzione collettiva di energia elettrica rinnovabile, incentivando la costituzione delle comunità energetiche e l’autoconsumo individuale, in quest’ultimo caso superando il regime del c.d. “scambio sul posto”;
e) il supporto alla transizione dal biogas per uso elettrico al biometano da destinare al trasporto;
f) gli investimenti per la produzione di idrogeno in siti brownfield e da elettrolisi, la creazione di stazioni di rifornimento e progetti di ricerca e sviluppo per applicazioni di idrogeno a usi finali.

2. L’introduzione di misure per la mobilità sostenibile e per migliorare la pianificazione urbana. Fra queste, vi sono:
a) il rafforzamento delle infrastrutture di rete e la promozione degli accumuli;
b) la realizzazione di smart grid;
c) l’installazione di sistemi ricarica elettrica e vehicle-to-grid (V2G);
d) nuove sperimentazioni per i servizi digitali a supporto della pianificazione urbana;
e) il Piano nazionale ciclovie;
f) la riduzione del gap infrastrutturale e strumentale nel settore del Trasporto Pubblico Locale, degli Impianti fissi e del Trasporto Pubblico Locale, con particolare attenzione al rinnovo del parco autobus, del parco rotabile e della flotta delle navi del TPL nazionale.

3. Una riforma complessiva attuata attraverso l’adozione del piano sulla “qualità dell’aria”, volto alla riduzione delle emissioni degli inquinanti target della direttiva 2016/2284 espresse in t/a e alla riduzione delle emissioni climalteranti.
Il piano prevede:
Ø l’adozione di un programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico (ex Direttiva UE direttiva 2016/2284); Ø attuazione DL Clima con 4 decreti attuativi;
Ø programma riforme Regioni del bacino del Po;
Ø attuazione di legislative e finanziarie con altri accordi regionali;
Ø attuazione PNIEC su reporting.

La terza componente “Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici”, intercetta una dimensione assai rilevante per l’abbattimento delle emissioni di CO2: la riduzione dei consumi di energia degli edifici che generano più di un terzo dei consumi totali in Italia, nonché l’adeguamento antisismico degli stessi. Infatti, la maggior parte dei 14,5 milioni di edifici del Paese è stata edificata in epoche precedenti alle vigenti normative legate all’efficienza energetica; inoltre, l’Italia è particolarmente esposta a rischi legati al rischio sismico, che richiedono una diffusione capillare degli interventi di prevenzione.

Per conseguire tali obiettivi, i principali investimenti e incentivi si sviluppano in due linee d’azione:
1. La realizzazione di un piano di efficientamento degli immobili pubblici che preveda, in particolare:
a) il risanamento strutturale degli edifici scolastici e la realizzazione di nuove scuole mediante la sostituzione edilizia;
b) la ristrutturazione e l’ammodernamento delle strutture ospedaliere, con particolare riferimento alle sedi di Dipartimenti di Emergenza e Accettazione;
c) la riqualificazione del patrimonio abitativo di edilizia residenziale pubblica nazionale;
d) l’efficientamento e la riqualificazione delle cittadelle giudiziarie situate in varie città italiane ;
e) l’efficientamento energetico e la riqualificazione degli edifici pubblici delle aree metropolitane, anche per i servizi sociali;
f) un programma specifico di interventi destinati ai Comuni del territorio nazionale e volto alla riduzione dei consumi energetici degli edifici di loro proprietà.

2. Il potenziamento delle misure a sostegno dell’efficientamento dell’edilizia privata. In particolare, si prevede l’estensione del superbonus edilizio per l’efficientamento energetico e l’adeguamento antisismico delle abitazioni private, con il quale viene riconosciuta una detrazione fiscale pari al 110% dei costi sostenuti per gli interventi, utilizzabile in compensazione fiscale o convertibile in credito d’imposta cedibile.

La quarta componente “Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica” ha l’obiettivo di potenziare gli interventi di mitigazione del dissesto idrogeologico e di incremento della resilienza agli eventi climatici estremi; di promuovere l’utilizzo sostenibile (civile ed irriguo) della risorsa idrica e la qualità di acque interne e marine; nonché di migliorare l’adattamento al cambiamento climatico del territorio contribuendo al processo di decarbonizzazione tramite interventi di forestazione e di efficientamento energetico.

Gli investimenti nelle infrastrutture idriche, negli ultimi anni, sono risultati insufficienti, causando elevati livelli di perdite e persistenti rischi di scarsità della risorsa idrica; al contempo, sono aperte quattro procedure d’infrazione ai danni dell’Italia per l’irregolare collettamento e trattamento dei reflui in 987 agglomerati urbani in tutto il territorio nazionale.

L’Italia è anche particolarmente vulnerabile rispetto agli eventi idrogeologici e sismici: oltre il 90% dei Comuni italiani fronteggiano un elevato rischio di frane e alluvioni e richiedono, pertanto, continui investimenti nella prevenzione di tali rischi. Per colmare i gap presenti nella gestione del ciclo delle acque sono previsti interventi volti alla digitalizzazione e messa in sicurezza della rete idrica primaria e secondaria, alla riduzione degli sprechi di acqua nelle reti di adduzione, di 59 distribuzione e di irrigazione, con il fine di garantire la disponibilità idrica per tutti gli usi, all’adeguamento dei sistemi di depurazione alle direttive europee, al riuso delle acque depurate ed alla gestione dei rifiuti nelle acque portuali, ed alla salvaguardia del territorio dalle alluvioni tramite interventi di forestazione, di gestione sostenibile nell’agricoltura e di adattamento al cambiamento climatico nei comuni.

A supporto dei progetti di investimento, viene proposta un’azione di riforma complessiva che consiste in un processo di rafforzamento della governance del servizio idrico integrato, con l’obiettivo di affidare il servizio a gestori integrati nelle aree del paese in cui questo non è ancora avvenuto, ed il potenziamento delle strutture tecniche a supporto dei Commissari nella progettazione, nell’appalto e nella supervisione di interventi di tutela contro il rischio idrogeologico. Infine, la riforma è volta a potenziare la capacità progettuale dei Consorzi di bonifica anche mediante centrali di progettazione regionali, promuovendo la revisione e il rafforzamento del modello di governo dei Consorzi e mantenendo al centro della propria azione la tutela del territorio, il risparmio della risorsa idrica a fini irrigui ed il miglioramento della sostenibilità dei processi produttivi agricoli. La riforma prevede un intervento normativo in tempi rapidi, successivamente sarà assicurato il completamento di un’eventuale decretazione attuativa o altri atti di indirizzo e coordinamento, con l’obiettivo di completare il potenziamento della capacità operativa entro il 31 dicembre 2021.

Impatto ambientale degli imballaggi riutilizzabili vs monouso, nuovo rapporto Zero Waste Europe

l lavoro di ZWE in collaborazione con l’Università di Utrecht mette in evidenza come gli imballaggi riutilizzabili producano molte meno emissioni di Co2 rispetto alò packaging monouso

10 dicembre, 2020RIFIUTILunedì 7 dicembre Zero Waste Europe, in collaborazione con l’Università di Utrecht, ha pubblicato il lungo e dettagliato report Reusable VS single-use packaging: a review of environmental impact sull’impatto ambientale degli imballaggi riutilizzabili rispetto a quelli monouso. Ottanta pagine in cui viene messo in evidenza ancora una volta come il packaging riutilizzabile produca molte meno emissioni di Co2 rispetto al packaging monouso. A seguire l’abstract del report e al fondo il link al documento completo:
I rifiuti e la loro cattiva gestione sono diventati una questione globale significativa. Il litter (rifiuti abbandonati volontariamente o involontariamente nell’ambiente, ndr) sembra essere ovunque; lo si può vedere intrappolato lungo  recinti, sparso nelle strade, lungo le spiagge e ai bordi delle carreggiate, dove inquina i corpi idrici, gli oceani, la nostra terra e l’aria.

La gestione tradizionale dei rifiuti si concentra in gran parte sul riciclo, che, sebbene sia importante e rappresenti un segmento del ciclo di vita di materiali e prodotti, chiaramente non è una panacea per i nostri problemi. Negli ultimi anni c’è stata una spinta a concentrarsi su altre strategie di economia circolareche potrebbero ulteriormente evitare il consumo di energia e risorse, come il riuso.
Con la consapevolezza che gli imballaggi da soli rappresentano il 36% dei rifiuti solidi urbani in Europa, questo rapporto si concentra su come e quando il riutilizzo degli imballaggi sia un’alternativa migliore rispetto al monouso. Questo viene fatto analizzando i risultati delle valutazioni del ciclo di vita che confrontano gli impatti ambientali del monouso con le alternative rappresentate da imballaggi riutilizzabili.
I risultati dimostrano che la grande maggioranza degli studi punta a imballaggi riutilizzabili come opzione più rispettosa dell’ambiente. Il report identifica le tipologie di packaging valutate dai vari studi e quali aspetti chiave, come il numero di cicli o distanze e punti di pareggio, favoriscano il successo ambientale degli imballaggi riutilizzabili.

Discute anche, più in dettaglio, come formati di packaging specifici, come bottiglie e casse, differiscano negli impatti.
La relazione si chiude con una discussione su ciò che deve essere migliorato per aumentare ulteriormente i vantaggi dei sistemi di riutilizzo e il ruolo importante dei sistemi di restituzione dei depositi (DRS), di pooling, di standardizzazione, l’accessibilità dei prezzi ai consumatori e altre misure che potrebbero aiutare garantire il successo di un sistema di packaging riutilizzabile.
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Fonte: Eco dalle Città

“Basta fondi Ue a inceneritori e discariche”. L’Europa dà priorità all’economia circolare

Arriva lo stop dall’Europa all’utilizzo dei fondi strutturali per finanziare nuovi inceneritori e nuove discariche, ovvero la parte finale del ciclo indifferenziato dei rifiuti. La notizia era nell’aria da tempo ma ora c’è l’ufficialità: dopo un ampio confronto sono stati approvati i testi finali sui criteri di impiego del Just Transition Fund (Jtf) e dei nuovi criteri per i fondi regionali del Cohesion Fund. Un risultato epocale, che sarà applicato al periodo 2021-2027 e riguarderà tutti gli Stati membri, con particolare attenzione alle comunità meno sviluppate.

D’ora in poi si finanziano le vere priorità

“A ciò si è giunti dopo la cosiddetta trilaterazione – commenta Enzo Favoinoreferente scientifico di Zero Waste Europe – vale a dire il confronto tra le istituzioni comunitarie: Consiglio, Commissione e Parlamento. Si tratta di una decisione fondamentale perché in questo modo le istituzioni comunitarie colmano il disallineamento tra gli impegni contenuti nell’Agenda sulla Economia Circolare e sulla lotta al cambiamento climatico, da un lato, e i meccanismi di erogazione dei fondi, dall’altro, dato che questi ultimi invece continuavano a dare priorità a combustibili fossili e gestione lineare dei rifiuti. Vale la pena poi far notare che siamo di fronte a un notevole impegno di spesa. Fino a qualche anno fa i Fondi regionali, impiegati per le aree più arretrate e spesso anche per le regioni del Sud Italia, andavano soprattutto ai gradini più bassi della gerarchia dei rifiuti, ovvero discariche e inceneritori, rendendoli irragionevolmente convenienti. Ora invece sul capitolo rifiuti i fondi andranno ai livelli superiori della gerarchia, inclusi non solo riciclo e  compostaggio, ma anche azioni intese a riduzione e riuso”.

Per l’Italia 937 milioni 

Va ancora meglio col più noto Just Transition Fund, il Fondo nato nell’ambito del Meccanismo per la transizione equa per aiutare le regioni più povere dell’UE a muoversi verso un’economia a emissioni zero, attraverso una progressiva riduzione del consumo di combustibili fossili e il passaggio a tecnologie meno inquinanti in tutti i settori. Per il periodo 2021-2027 l’Italia potrebbe contare su 937 milioni di euro dal Just Transition Fund. Questo fondo stanzia 7,5 miliardi di euro e per ogni euro destinato a uno Stato ci si aspetta che sia integrato con una cifra tra gli 1,3 e i 3 euro derivanti dai fondi regionali per la coesione.

“Tutte le attività sostenute dovrebbero essere portate avanti nel pieno rispetto delle priorità climatiche e ambientali dell’Unione – si legge nel testo relativo al Jtf – L’elenco degli investimenti dovrebbe includere quelli che supportano le economie locali e sono sostenibili a lungo termine, tenendo conto di tutti gli obiettivi del Green Deal. I progetti finanziati dovrebbero contribuire a una transizione verso un’economia climaticamente neutra e circolare, comprese misure volte ad aumentare l’efficienza delle risorse. Tuttavia, le attività incluse nella gerarchia inferiore dell’economia circolare, come l’incenerimento dei rifiuti, non devono essere incluse”.

Sostegno alla transizione

“Per i settori in declino – si legge ancora nel documento – come la produzione di energia basata su carbone, lignite, torba e scisti bituminosi o attività di estrazione di questi combustibili fossili solidi, il sostegno dovrebbe essere collegato alla graduale eliminazione dell’attività e alla corrispondente riduzione del livello di occupazione. Per quanto riguarda i settori in trasformazione con elevati livelli di emissioni di gas a effetto serra, il sostegno dovrebbe promuovere nuove attività attraverso la diffusione di nuove tecnologie, nuovi processi o prodotti, portando a una significativa riduzione delle emissioni, in linea con gli obiettivi climatici dell’UE per il 2030 e la neutralità climatica dell’UE entro il 2050″.

Fonte: Economia Circolare