Decreto Milleproroghe: sospensione parziale dell’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi

Il Decreto “Milleproroghe 2021” apporta importanti novità anche sul tema dell’etichettatura ambientale degli imballaggi, prevendo la sospensione – fino al 31 dicembre 2021 – dell’obbligo di riportare sugli imballaggi destinati al consumatore finale, le indicazioni per supportare il cittadino nel corretto conferimento dell’imballaggio a fine vita (es. Raccolta differenziata + Famiglia di materiale. Verifica le disposizioni del tuo Comune). Ma purtroppo lascia invece in vigore l’obbligo di apporre su tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) la codifica identificativa del materiale secondo la Decisione 129/97/CE.

DECRETO LEGISLATIVO 3 SETTEMBRE 2020 E IL NUOVO OBBLIGO DI ETICHETTATURA

L’art. 3 comma 3, lettera c) del decreto legislativo 3 settembre 2020, n. 116, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’11 settembre 2020, ha apportato modifiche al comma 5 dell’art. 219 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n.152, prevedendo l’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi dal 26 settembre 2020.

La nuova norma ha lasciato però spazio a molti dubbi interpretativi, motivo per il quale CONAI, in collaborazione con l’Istituto Italiano Imballaggio, ha promosso un tavolo di lavoro coinvolgendo UNI, Confindustria e Federdistribuzione, al fine di arrivare ad una lettura condivisa e di filiera dei nuovi obblighi, elaborata all’interno delle Linee Guida per l’Etichettatura ambientale, pubblicate lo scorso 16 dicembre, a seguito di una consultazione pubblica molto partecipata dall’intero settore industriale.

LE LINEE GUIDA CONAI: COSA PREVEDE L’OBBLIGO?

Dalla disamina del testo di legge, emerge come i contenuti da riportare sull’etichettatura ambientale degli imballaggi si distinguono a seconda della destinazione d’uso dell’imballaggio. Infatti:- se l’imballaggio è destinato al consumatore finale, i contenuti previsti per obbligo riguardano:
la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, e le informazioni per supportare il consumatore finale alla corretta raccolta differenziata dell’imballaggio (es. “Raccolta differenziata + Famiglia di materiale. Verifica le disposizioni del tuo Comune”).
– se l’imballaggio è destinato al canale B2B, i contenuti previsti per obbligo riguardano unicamente la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, mentre hanno carattere di volontarietà ulteriori informazioni aggiuntive sulle raccolta.

LE PREOCCUPAZIONI DELLE IMPRESE RIGUARDO AI TEMPI DI ADEGUAMENTO

A seguito dell’entrata in vigore dell’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi nel settembre 2020, Confindustria e molte altre Associazioni hanno proposto con urgenza un regime transitorio di diciotto mesi che consentisse ai produttori e agli utilizzatori di imballaggio di adeguare i propri processi produttivi e gestionali ai nuovi obblighi previsti dalla norma. Questa esigenza era stata segnalata anche nelle Linee Guida per l’etichettatura ambientale di CONAI.

IL DECRETO MILLEPROROGHE 2021 E LA SOSPENSIONE PARZIALE DELL’OBBLIGO

Il 31 dicembre 2020 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge 3 dicembre 2020, n. 183, cosiddetto “Milleproroghe 2021”.

Il comma 6 dell’articolo 15 prevede la sospensione dell’applicazione – fino al 31 dicembre 2021 – del primo periodo del comma 5, dell’art. 219 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni, ovvero “Tutti gli imballaggi devono essere opportunamente etichettati secondo le modalità stabilite dalle norme tecniche UNI applicabili e in conformità alle determinazioni adottate dalla Commissione dell’Unione europea, per facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero ed il riciclaggio degli imballaggi, nonché per dare una corretta informazione ai consumatori sulle destinazioni finali degli imballaggi.”

Non è stata prevista invece la sospensione del secondo periodo del comma 5 dell’art. 219, cioè “I produttori hanno altresì l’obbligo di indicare, ai fini della identificazione e classificazione dell’imballaggio, la natura dei materiali di imballaggio utilizzati, sulla base della decisione 97/29/CE della Commissione”.

Il decreto legge è in vigore dal 31 dicembre 2020.

COSA E’ CAMBIATO CON LA NUOVA DISPOSIZIONE CONTENUTA NEL DECRETO MILLEPROROGHE 2021?

Il decreto non ha previsto la sospensione dell’obbligo di apporre sugli imballaggi la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, in vigore dal 26 settembre 2020. Pertanto tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) devono prevedere tale codifica. Relativamente all’apposizione dei codici di identificazione del materiale sulla base della decisione 97/129/CE, l’obbligo è espressamente in capo ai produttori.

L’obbligo di apporre sugli imballaggi destinati al canale B2C le indicazioni per il corretto conferimento in raccolta differenziata, è sospeso fino al 31 dicembre 2021. Pertanto le imprese del settore avranno un anno di tempo per adeguarsi all’obbligo e prevedere anche questa informazione sugli imballaggi destinati al consumatore finale.

Carta, ecco le proposte della filiera per il Recovery Plan

Federazione Carta Grafica, Comieco  e Unirima hanno presentato “La Carta per il #RecoveryPlan”. Biodegradabile, Riciclabile, Compostabile e Rinnovabile: quattro virtù che fanno della carta un attore naturale degli obiettivi sostenibili alla base del PNRR – Piano nazionale di ripresa e resilienza – per l’utilizzo delle risorse del #RecoveryFund assegnate all’Italia. Con “La Carta per il #RecoveryPlan”, la filiera presenta le sue proposte per inserirsi nel PNRR e dare un contributo alla transizione ecologica e allo sviluppo di modelli industriali ancora più efficienti, sostenibili e tecnologici.

Come funziona il sistema industriale
Il sistema industriale che ruota attorno alla carta è un esempio di filiera virtuosa, con un tasso di circolarità (rapporto tra materie prime secondarie e la produzione di carta e cartoni) pari al 57%, con punte di eccellenza nel settore degli imballaggi dove è stato raggiunto l’81% di riciclo. In Italia si riciclano 8 imballaggi su 10 e la carta può essere reimmessa nel processo produttivo fino a 7 volte, con oltre la metà dei residui di processo avviato al recupero. Uso di materiali rinnovabili, riciclo e economia circolare rappresentano strumenti fondamentali per conseguire il risparmio energetico e la riduzione delle emissioni di CO2. L’insieme dell’industria italiana nel 2018, attraverso l’uso di materie seconde, ha evitato il consumo di 23 milioni di TEP – tonnellate equivalenti di petrolio (14,6% della domanda interna di energia) e la produzione di 63 milioni tonnellate di CO2 (14,8% delle emissioni nazionali di CO2).

Le proposte
“La proposte si muovono su tre direttrici principali – spiega Girolamo Marchi, Presidente della Federazione Carta e Grafica. – La prima proposta per il #RecoveryFund” è mettere la filiera nella condizione di aumentare la capacità di riciclo della carta da riciclare da parte delle  cartiere e degli scarti al servizio dell’ambiente e dell’efficienza energetica. Aumentando l’utilizzo dei materiali prevalentemente rinnovabili (fanghi e residui), scartati dai processi di lavorazione si possono produrre bio-combustibili integrando il gas, ad oggi la fonte che alimenta in cogenerazione il comparto cartario in Italia e in Europa (il consumo nel 2019 è stato di 2,5 miliardi di mc)”.
La seconda proposta è quella di promuovere la ricerca e lo sviluppo a livello industriale di nuovi processi e nuovi prodotti necessari a sostituire quelli impattanti sull’ambiente. A questo proposito, Amelio Cecchini, Presidente di Comieco, commenta “Le caratteristiche della carta fanno sì che il settore cartario abbia un importante campo di espansione industriale nella creazione di nuove filiere dell’imballaggio bio-based, riciclato e riciclabile, così come di prodotti mono-uso ad alto contenuto di riciclo, rinnovabili e riciclabili che rispondono anche alle nuove abitudini di acquisto e consumo degli Italiani. Grazie a questo, gli investimenti in R&D possono aiutare così a migliorare anche la qualità delle oltre 3,5 milioni di tonnellate di carta e cartone raccolte tramite i circuiti comunali e, di conseguenza, il valore della materia prima seconda generata” Per l’Italia si tratta dunque di una grande opportunità non solo ambientale, ma anche economica.
La terza proposta della filiera riguarda lo sviluppo ulteriore della digitalizzazione per migliorare la logistica e la tracciabilità dei rifiuti e degli scarti. Federazione Carta  e e Grafica, Comieco e Unirima ritengono strategico il processo di upgrade tecnologico innescato negli ultimi tre anni dal Piano Industria 4.0 e suggeriscono, pertanto, l’introduzione di incentivi gli investimenti aziendali in infrastrutture digitali per ottimizzare la logistica dei flussi di carta da riciclare e la tracciabilità, facilitando il riciclo delle diverse frazioni.

“Favorire investimenti che puntino al rinnovamento tecnologico degli impianti è fondamentale per migliorare la sostenibilità del processo di trasformazione del rifiuto in materia prima secondaria. Attraverso strumenti di trattamento più avanzati sarà così possibile aumentare anche la qualità del materiale riciclato ottenuto dagli impianti di recupero/riciclo – commenta Giuliano Tarallo, Presidente Unirima. – Le risorse del #RecoveryFund devono migliorare la circolarità, che costituisce un asse essenziale per il #Next Generation UE e lo sviluppo del Paese. Ciò anche grazie alla sostenibilità della filiera della carta, che si integra con innovazione e digitalizzazione” conclude Marchi.

Fonte: e-gazette

Le Linee Guida CONAI sull’etichettatura ambientale degli imballaggi sono pubbliche

Sono finalmente pubbliche le nuove Linee Guida sull’etichettatura ambientale degli imballaggi, redatte da CONAI per provare a dare risposte all’obbligo di etichettatura in vigore dallo scorso 26 settembre, a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto legislativo 116. Una novità che lascia spazio a dubbi interpretativi e alla necessità di chiarirli in tempi rapidi.

Così, a seguito di una consultazione pubblica su una prima proposta di Linee Guida (1.800 presenze all’evento di lancio, cui hanno fatto seguito più di 1.000 altri contributi via email) terminata il 30 novembre, il Consorzio Nazionale Imballaggi ha redatto un nuovo documento che ha sia l’obiettivo di favorire una lettura condivisa dei nuovi obblighi sia la volontà di fornire uno strumento di orientamento e supporto alle imprese.

Disponibili sul sito ufficiale conai.org, le nuove Linee Guida sull’etichettatura sono frutto di un confronto serrato fra tutti gli attori principali del comparto, a cominciare dall’Istituto Italiano Imballaggio per arrivare a UNIConfindustriaFederdistribuzione e numerose Associazioni industriali, di categoria e territoriali. Un contributo fondamentale per un documento che vuole essere la risposta di un sistema al problema delle zone d’ombra e di poca chiarezza con cui l’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi spaventa le aziende del nostro paese, proponendo un’interpretazione della norma condivisa.

Saranno ora sottoposte alle Istituzioni, anche per portare alla loro attenzione punti sui quali si auspicano opportuni chiarimenti. Per potersi adeguare correttamente, inoltre, è già stata richiesta l’introduzione di  un adeguato periodo transitorio.

Le Linee Guida, intanto, offrono già un quadro che identifica non solo le informazioni minime da riportare sull’etichetta ambientale, ma anche quelle facoltative. E lo fa anche attraverso esempi concreti che illustrano le modalità attraverso cui apporre un’etichetta ambientale a diversi tipi di pack, differenziati per destinazione d’uso (B2B e B2C) e per composizione (monocomponente o composto da più componenti separabili manualmente).

Tant’è che l’evento di presentazione del 16 dicembre ha visto la partecipazione anche di grandi attori dell’industria e della grande distribuzione italiana come CONADMirato Group e Nestlè.

«Abbiamo capito da subito che l’attenzione delle imprese del nostro Paese stava rendendo il tema dell’etichettatura sempre più rilevante» ha affermato il presidente CONAI Luca Ruini durante il webinar che ha presentato il documento. «Stiamo parlando di un obbligo che ha in parte spaventato e che ha imposto la ricerca urgente di soluzioni concrete. Siamo orgogliosi di aver messo attorno a un tavolo tutti gli attori della filiera: fornire supporto e risposte concrete alle aziende, del resto, è uno dei grandi compiti istituzionali del Consorzio».

«È stato bello vedere gli attori del comparto lavorare insieme per sciogliere i dubbi interpretativi che lascia il decreto» ha aggiunto il presidente dell’Istituto Italiano Imballaggio Anna Paola Cavanna. «Questi dubbi hanno amplificato le difficoltà che le aziende italiane stanno vivendo in questi mesi. Non ho però dubbi sul fatto che, una volta a regime, l’etichettatura ambientale degli imballaggi porterà benefici sia alle imprese sia ai consumatori finali».

Per provare ad accelerare i tempi, quindi, è stato messo a punto da CONAI anche un nuovo tool online: e-tichetta, interamente dedicato all’etichettatura ambientale degli imballaggi, che da metà gennaio sarà a disposizione delle aziende per guidarle nell’adozione di un sistema di etichettatura omogeneo, conforme alle richieste di legge e chiaro per i consumatori finali.

Creando (anche) terreno fertile per far germinare buone pratiche diffuse a livello sempre più ampio. «Gli esempi di etichette ambientali virtuose devono essere valorizzati e avere visibilità» conclude infatti Luca Ruini. «Possono ispirare e guidare tutte le aziende del nostro sistema Paese, soprattutto quelle di dimensioni piccole e medie: cercheremo di identificarli e di promuoverli. È una vera e propria call to action: ci stiamo lavorando con entusiasmo sempre crescente. Non ho dubbi che porterà i frutti che tutti aspettiamo».

«Abbiamo previsto nella Linea Guida anche box di approfondimento sulle tematiche tecniche più rilevanti e sviluppato FAQ che sono già disponibili su conai.org» gli fa eco la Responsabile dell’Area Prevenzione CONAI Simona Fontana. «E non intendiamo fermarci qui. L’obiettivo è quello di fornire strumenti alle imprese per supportarle concretamente. Il tutto nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali che vedono CONAI come interlocutore e mediatore privilegiato tra Istituzioni e mondo imprenditoriale sulle tematiche della sostenibilità degli imballaggi».

Recovery Fund, ecco le misure green previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)

Dei 196 miliardi a disposizione il governo ha deciso che 74,3 andranno a “rivoluzione verde e transizione ecologica” con l’obiettivo di “far fronte ai nuovi e più ambiziosi obiettivi europei fissati dallo European Green Deal”

Un totale di 125 pagine divise in quattro parti, questa la bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza su cui sta lavorando il governo per organizzare l’uso del fondo Next Generation EU, conosciuto anche come Recovery Fund. Il testo traccia gli obiettivi, le riforme e gli investimenti, l’attuazione e il monitoraggio del piano e la valutazione dell’impatto economico. Gli ambiti principali sono: riforma della giustizia; digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca, parità di genere, coesione sociale e territoriale; salute.

Dei 196 miliardi stanziati 48,7 dovrebbero andare alla digitalizzazione e innovazione, 74,3 a rivoluzione verde e transizione ecologica, 27,7 per infrastrutture per una mobilità sostenibile 27,7, 19,2 all’istruzione e ricerca, 17,1 alla parità di genere e 9 alla sanità. Ecco la parte che riguarda le misure green:
2.2 Rivoluzione verde e transizione ecologica

Con la missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica” l’Italia, che pure ha registrato notevoli progressi nella riduzione delle emissioni di gas serra, nell’aumento della quota di energia soddisfatta con fonti rinnovabili e nel miglioramento dell’efficienza energetica, intensifica il proprio impegno per far fronte ai nuovi e più ambiziosi obiettivi europei fissati dallo European Green Deal, con un target di riduzione delle emissioni pari al 55% entro il 2030. Raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 richiede investimenti e una vasta gamma di riforme abilitanti.

In particolare, lo scenario di decarbonizzazione che porterebbe l’Italia alla neutralità climatica entro il 2050 evidenzia un gap emissivo che dovrà essere chiuso tramite tre principali tipologie di azioni:
(1) una riduzione sostanziale della domanda di energia (soprattutto nel settore residenziale/commerciale e in quello dei trasporti);
(2) un ulteriore cambiamento nel mix energetico a favore delle rinnovabili, insieme ad una estesa elettrificazione degli usi finali e alla produzione di idrogeno; (3) un aumento degli assorbimenti della CO2 dalle superfici e dai suoli forestali.

La missione si concretizza in 4 linee di azione (componenti) per quanto riguarda gli investimenti:
Ø Impresa verde ed economia circolare
Ø Transizione energetica e mobilità locale sostenibile
Ø Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici
Ø Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica

Le azioni di investimento saranno accompagnate da alcune specifiche riforme volte a favorire la transizione energetica e la svolta ecologica:
Ø La definizione di una strategia nazionale in materia di economia circolare, che si basa su un intervento di riforma normativa, denominato “Circolarità e tracciabilità”: volto all’attuazione del piano d’azione europeo per l’economia circolare e per regolare l’organizzazione e il funzionamento del sistema di tracciabilità dei rifiuti. Vengono inoltre contemplate misure normative volte a favorire la riparabilità, la durabilità, e le forme di riuso/recupero dei prodotti, in particolare di quelli che ricadono in catene del valore strategiche o individuati in base all’impatto ambientale e al loro potenziale di circolarità. La strategia prevede, tra l’altro, la nascita di un hub tecnologico nazionale e centri di competenza territoriali per l’economia circolare a supporto del sistema produttivo.

Gli investimenti in cui si concretizzano le quattro componenti della missione Rivoluzione verde e transizione ecologica sono distribuiti su 13 progetti per un ammontare complessivo di risorse pari a 74,3 miliardi di euro.

Nel complesso, questi interventi dovrebbero contribuire a ridurre le emissioni di CO2 di circa XXton nell’arco dei prossimi 6 anni

La prima componente “Impresa verde ed economia circolare”, ha come obiettivi prioritari la promozione della sostenibilità ambientale nella filiera dell’agricoltura, il sostegno a progetti innovativi di decarbonizzazione tramite processi di economia circolare, nonché la definizione di un piano nazionale per l’economia circolare. In quest’ultimo ambito, l’Italia è in linea con gli obiettivi europei del 2020 in termini di riutilizzo e riciclo di materiali: nel 2017 il tasso di utilizzo circolare dei materiali era al 17,7%, al di sopra della media europea, e nel 2018 il tasso di riciclo si è attestato al 49,8%. Una ulteriore spinta legislativa in questo ambito proviene dal recente recepimento del pacchetto dell’economia circolare (Direttive 2018/849, 850, 851, 852), nel quale sono presenti target per i rifiuti urbani (riciclo del 55% entro il 2025, del 65% entro il 2035), i rifiuti da imballaggi ( 70% di riciclo entro il 2030) e per l’uso delle discariche soglia massima del 10% dei rifiuti urbani con smaltimento in discarica entro il 2035 (al 2018 l’uso delle discariche ha interessato il 22% dei rifiuti urbani prodotti).

Per realizzare tali obiettivi, oltre ad un rafforzamento del quadro regolamentare attraverso mirati interventi di riforma, sono previste due linee d’azione:
1. La prima linea d’azione “Agricoltura sostenibile” prevede iniziative per la competitività, la riqualificazione energetica e la capacità logistica del comparto agricolo italiano. In particolare, gli interventi mirano all’efficientamento energetico e all’isolamento termico/coibentazione degli immobili adibiti a uso produttivo nel settore agricolo e zootecnico, quest’ultimo responsabile di circa il 50% delle emissioni di gas clima-alteranti. Infine, si intende sostenere un piano per la logistica del comparto agricolo, che si sostanzia in contributi alle aziende per abbassare l’impatto ambientale del sistema dei trasporti, migliorare la capacità di stoccaggio delle materie prime agricole, la capacità logistica dei mercati all’ingrosso e far esprimere il potenziale in termini di export delle piccole e medie imprese agroalimentari italiane.

2. La seconda linea d’azione “Economia circolare e gestione dei rifiuti” è focalizzata su tre interventi principali:
a) la riduzione del gap impiantistico della filiera del riciclo, che costituisce una principale criticità in molte regioni del paese, tramite l’ammodernamento degli impianti esistenti e la realizzazione di nuovi impianti per il trattamento meccanico biologico (TMB) dei rifiuti;
b) il sostegno a iniziative per ricavare prodotti chimici e carburanti “circolari” da rifiuti plastici e urbani;
c) il sostegno a progetti innovativi di decarbonizzazione.

La seconda componente “Transizione energetica e mobilità locale sostenibile” interviene innanzitutto sulla produzione e la distribuzione di energia, favorendo il ricorso alle fonti rinnovabili e predisponendo le infrastrutture necessarie per la loro integrazione nel sistema elettrico nazionale e le infrastrutture per alimentare veicoli elettrici e per lo sfruttamento dell’idrogeno liquido. L’Italia sta progredendo verso una piena neutralità climatica in linea con gli obiettivi precedentemente stabiliti dal Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC), ma deve accelerare e intensificare l’impegno all’abbattimento delle emissioni per soddisfare i nuovi e più ambiziosi obiettivi europei fissati dallo European Green Deal. A tale scopo, la componente interviene tramite un’azione di decarbonizzazione dei trasporti, con particolare attenzione al 57 rinnovo del parco rotabile degli enti locali e, più in generale, all’ammodernamento della flotta automobilistica nazionale che risulta fra le più vetuste nell’Unione europea. Queste modifiche strutturali del nostro sistema produttivo ed energetico aiuteranno anche la riduzione dell’inquinamento locale: il 3,3 per cento della popolazione italiana vive in aree dove sono superati i limiti delle sostanze inquinanti (particolati e ossidi di azoto) presenti nell’aria fissati dalle direttive europee.

Per conseguire tali obiettivi, la componente prevede le seguenti linee d’azione:
1. L’attuazione di misure per promuovere la crescita della produzione di energia rinnovabile e dell’uso di idrogeno e sostenere la filiera tramite:
a) il sostegno alla creazione di una pipeline di nuovi progetti greenfield rinnovabili con iter autorizzativi in tempi certi;
b) il supporto finanziario tramite sovvenzioni per il supporto allo sviluppo di progetti floating PV e eolico offshore;
c) il supporto finanziario per impianti in grid parity;
d) la promozione dell’autoproduzione collettiva di energia elettrica rinnovabile, incentivando la costituzione delle comunità energetiche e l’autoconsumo individuale, in quest’ultimo caso superando il regime del c.d. “scambio sul posto”;
e) il supporto alla transizione dal biogas per uso elettrico al biometano da destinare al trasporto;
f) gli investimenti per la produzione di idrogeno in siti brownfield e da elettrolisi, la creazione di stazioni di rifornimento e progetti di ricerca e sviluppo per applicazioni di idrogeno a usi finali.

2. L’introduzione di misure per la mobilità sostenibile e per migliorare la pianificazione urbana. Fra queste, vi sono:
a) il rafforzamento delle infrastrutture di rete e la promozione degli accumuli;
b) la realizzazione di smart grid;
c) l’installazione di sistemi ricarica elettrica e vehicle-to-grid (V2G);
d) nuove sperimentazioni per i servizi digitali a supporto della pianificazione urbana;
e) il Piano nazionale ciclovie;
f) la riduzione del gap infrastrutturale e strumentale nel settore del Trasporto Pubblico Locale, degli Impianti fissi e del Trasporto Pubblico Locale, con particolare attenzione al rinnovo del parco autobus, del parco rotabile e della flotta delle navi del TPL nazionale.

3. Una riforma complessiva attuata attraverso l’adozione del piano sulla “qualità dell’aria”, volto alla riduzione delle emissioni degli inquinanti target della direttiva 2016/2284 espresse in t/a e alla riduzione delle emissioni climalteranti.
Il piano prevede:
Ø l’adozione di un programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico (ex Direttiva UE direttiva 2016/2284); Ø attuazione DL Clima con 4 decreti attuativi;
Ø programma riforme Regioni del bacino del Po;
Ø attuazione di legislative e finanziarie con altri accordi regionali;
Ø attuazione PNIEC su reporting.

La terza componente “Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici”, intercetta una dimensione assai rilevante per l’abbattimento delle emissioni di CO2: la riduzione dei consumi di energia degli edifici che generano più di un terzo dei consumi totali in Italia, nonché l’adeguamento antisismico degli stessi. Infatti, la maggior parte dei 14,5 milioni di edifici del Paese è stata edificata in epoche precedenti alle vigenti normative legate all’efficienza energetica; inoltre, l’Italia è particolarmente esposta a rischi legati al rischio sismico, che richiedono una diffusione capillare degli interventi di prevenzione.

Per conseguire tali obiettivi, i principali investimenti e incentivi si sviluppano in due linee d’azione:
1. La realizzazione di un piano di efficientamento degli immobili pubblici che preveda, in particolare:
a) il risanamento strutturale degli edifici scolastici e la realizzazione di nuove scuole mediante la sostituzione edilizia;
b) la ristrutturazione e l’ammodernamento delle strutture ospedaliere, con particolare riferimento alle sedi di Dipartimenti di Emergenza e Accettazione;
c) la riqualificazione del patrimonio abitativo di edilizia residenziale pubblica nazionale;
d) l’efficientamento e la riqualificazione delle cittadelle giudiziarie situate in varie città italiane ;
e) l’efficientamento energetico e la riqualificazione degli edifici pubblici delle aree metropolitane, anche per i servizi sociali;
f) un programma specifico di interventi destinati ai Comuni del territorio nazionale e volto alla riduzione dei consumi energetici degli edifici di loro proprietà.

2. Il potenziamento delle misure a sostegno dell’efficientamento dell’edilizia privata. In particolare, si prevede l’estensione del superbonus edilizio per l’efficientamento energetico e l’adeguamento antisismico delle abitazioni private, con il quale viene riconosciuta una detrazione fiscale pari al 110% dei costi sostenuti per gli interventi, utilizzabile in compensazione fiscale o convertibile in credito d’imposta cedibile.

La quarta componente “Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica” ha l’obiettivo di potenziare gli interventi di mitigazione del dissesto idrogeologico e di incremento della resilienza agli eventi climatici estremi; di promuovere l’utilizzo sostenibile (civile ed irriguo) della risorsa idrica e la qualità di acque interne e marine; nonché di migliorare l’adattamento al cambiamento climatico del territorio contribuendo al processo di decarbonizzazione tramite interventi di forestazione e di efficientamento energetico.

Gli investimenti nelle infrastrutture idriche, negli ultimi anni, sono risultati insufficienti, causando elevati livelli di perdite e persistenti rischi di scarsità della risorsa idrica; al contempo, sono aperte quattro procedure d’infrazione ai danni dell’Italia per l’irregolare collettamento e trattamento dei reflui in 987 agglomerati urbani in tutto il territorio nazionale.

L’Italia è anche particolarmente vulnerabile rispetto agli eventi idrogeologici e sismici: oltre il 90% dei Comuni italiani fronteggiano un elevato rischio di frane e alluvioni e richiedono, pertanto, continui investimenti nella prevenzione di tali rischi. Per colmare i gap presenti nella gestione del ciclo delle acque sono previsti interventi volti alla digitalizzazione e messa in sicurezza della rete idrica primaria e secondaria, alla riduzione degli sprechi di acqua nelle reti di adduzione, di 59 distribuzione e di irrigazione, con il fine di garantire la disponibilità idrica per tutti gli usi, all’adeguamento dei sistemi di depurazione alle direttive europee, al riuso delle acque depurate ed alla gestione dei rifiuti nelle acque portuali, ed alla salvaguardia del territorio dalle alluvioni tramite interventi di forestazione, di gestione sostenibile nell’agricoltura e di adattamento al cambiamento climatico nei comuni.

A supporto dei progetti di investimento, viene proposta un’azione di riforma complessiva che consiste in un processo di rafforzamento della governance del servizio idrico integrato, con l’obiettivo di affidare il servizio a gestori integrati nelle aree del paese in cui questo non è ancora avvenuto, ed il potenziamento delle strutture tecniche a supporto dei Commissari nella progettazione, nell’appalto e nella supervisione di interventi di tutela contro il rischio idrogeologico. Infine, la riforma è volta a potenziare la capacità progettuale dei Consorzi di bonifica anche mediante centrali di progettazione regionali, promuovendo la revisione e il rafforzamento del modello di governo dei Consorzi e mantenendo al centro della propria azione la tutela del territorio, il risparmio della risorsa idrica a fini irrigui ed il miglioramento della sostenibilità dei processi produttivi agricoli. La riforma prevede un intervento normativo in tempi rapidi, successivamente sarà assicurato il completamento di un’eventuale decretazione attuativa o altri atti di indirizzo e coordinamento, con l’obiettivo di completare il potenziamento della capacità operativa entro il 31 dicembre 2021.

Impatto ambientale degli imballaggi riutilizzabili vs monouso, nuovo rapporto Zero Waste Europe

l lavoro di ZWE in collaborazione con l’Università di Utrecht mette in evidenza come gli imballaggi riutilizzabili producano molte meno emissioni di Co2 rispetto alò packaging monouso

10 dicembre, 2020RIFIUTILunedì 7 dicembre Zero Waste Europe, in collaborazione con l’Università di Utrecht, ha pubblicato il lungo e dettagliato report Reusable VS single-use packaging: a review of environmental impact sull’impatto ambientale degli imballaggi riutilizzabili rispetto a quelli monouso. Ottanta pagine in cui viene messo in evidenza ancora una volta come il packaging riutilizzabile produca molte meno emissioni di Co2 rispetto al packaging monouso. A seguire l’abstract del report e al fondo il link al documento completo:
I rifiuti e la loro cattiva gestione sono diventati una questione globale significativa. Il litter (rifiuti abbandonati volontariamente o involontariamente nell’ambiente, ndr) sembra essere ovunque; lo si può vedere intrappolato lungo  recinti, sparso nelle strade, lungo le spiagge e ai bordi delle carreggiate, dove inquina i corpi idrici, gli oceani, la nostra terra e l’aria.

La gestione tradizionale dei rifiuti si concentra in gran parte sul riciclo, che, sebbene sia importante e rappresenti un segmento del ciclo di vita di materiali e prodotti, chiaramente non è una panacea per i nostri problemi. Negli ultimi anni c’è stata una spinta a concentrarsi su altre strategie di economia circolareche potrebbero ulteriormente evitare il consumo di energia e risorse, come il riuso.
Con la consapevolezza che gli imballaggi da soli rappresentano il 36% dei rifiuti solidi urbani in Europa, questo rapporto si concentra su come e quando il riutilizzo degli imballaggi sia un’alternativa migliore rispetto al monouso. Questo viene fatto analizzando i risultati delle valutazioni del ciclo di vita che confrontano gli impatti ambientali del monouso con le alternative rappresentate da imballaggi riutilizzabili.
I risultati dimostrano che la grande maggioranza degli studi punta a imballaggi riutilizzabili come opzione più rispettosa dell’ambiente. Il report identifica le tipologie di packaging valutate dai vari studi e quali aspetti chiave, come il numero di cicli o distanze e punti di pareggio, favoriscano il successo ambientale degli imballaggi riutilizzabili.

Discute anche, più in dettaglio, come formati di packaging specifici, come bottiglie e casse, differiscano negli impatti.
La relazione si chiude con una discussione su ciò che deve essere migliorato per aumentare ulteriormente i vantaggi dei sistemi di riutilizzo e il ruolo importante dei sistemi di restituzione dei depositi (DRS), di pooling, di standardizzazione, l’accessibilità dei prezzi ai consumatori e altre misure che potrebbero aiutare garantire il successo di un sistema di packaging riutilizzabile.
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Fonte: Eco dalle Città

“Basta fondi Ue a inceneritori e discariche”. L’Europa dà priorità all’economia circolare

Arriva lo stop dall’Europa all’utilizzo dei fondi strutturali per finanziare nuovi inceneritori e nuove discariche, ovvero la parte finale del ciclo indifferenziato dei rifiuti. La notizia era nell’aria da tempo ma ora c’è l’ufficialità: dopo un ampio confronto sono stati approvati i testi finali sui criteri di impiego del Just Transition Fund (Jtf) e dei nuovi criteri per i fondi regionali del Cohesion Fund. Un risultato epocale, che sarà applicato al periodo 2021-2027 e riguarderà tutti gli Stati membri, con particolare attenzione alle comunità meno sviluppate.

D’ora in poi si finanziano le vere priorità

“A ciò si è giunti dopo la cosiddetta trilaterazione – commenta Enzo Favoinoreferente scientifico di Zero Waste Europe – vale a dire il confronto tra le istituzioni comunitarie: Consiglio, Commissione e Parlamento. Si tratta di una decisione fondamentale perché in questo modo le istituzioni comunitarie colmano il disallineamento tra gli impegni contenuti nell’Agenda sulla Economia Circolare e sulla lotta al cambiamento climatico, da un lato, e i meccanismi di erogazione dei fondi, dall’altro, dato che questi ultimi invece continuavano a dare priorità a combustibili fossili e gestione lineare dei rifiuti. Vale la pena poi far notare che siamo di fronte a un notevole impegno di spesa. Fino a qualche anno fa i Fondi regionali, impiegati per le aree più arretrate e spesso anche per le regioni del Sud Italia, andavano soprattutto ai gradini più bassi della gerarchia dei rifiuti, ovvero discariche e inceneritori, rendendoli irragionevolmente convenienti. Ora invece sul capitolo rifiuti i fondi andranno ai livelli superiori della gerarchia, inclusi non solo riciclo e  compostaggio, ma anche azioni intese a riduzione e riuso”.

Per l’Italia 937 milioni 

Va ancora meglio col più noto Just Transition Fund, il Fondo nato nell’ambito del Meccanismo per la transizione equa per aiutare le regioni più povere dell’UE a muoversi verso un’economia a emissioni zero, attraverso una progressiva riduzione del consumo di combustibili fossili e il passaggio a tecnologie meno inquinanti in tutti i settori. Per il periodo 2021-2027 l’Italia potrebbe contare su 937 milioni di euro dal Just Transition Fund. Questo fondo stanzia 7,5 miliardi di euro e per ogni euro destinato a uno Stato ci si aspetta che sia integrato con una cifra tra gli 1,3 e i 3 euro derivanti dai fondi regionali per la coesione.

“Tutte le attività sostenute dovrebbero essere portate avanti nel pieno rispetto delle priorità climatiche e ambientali dell’Unione – si legge nel testo relativo al Jtf – L’elenco degli investimenti dovrebbe includere quelli che supportano le economie locali e sono sostenibili a lungo termine, tenendo conto di tutti gli obiettivi del Green Deal. I progetti finanziati dovrebbero contribuire a una transizione verso un’economia climaticamente neutra e circolare, comprese misure volte ad aumentare l’efficienza delle risorse. Tuttavia, le attività incluse nella gerarchia inferiore dell’economia circolare, come l’incenerimento dei rifiuti, non devono essere incluse”.

Sostegno alla transizione

“Per i settori in declino – si legge ancora nel documento – come la produzione di energia basata su carbone, lignite, torba e scisti bituminosi o attività di estrazione di questi combustibili fossili solidi, il sostegno dovrebbe essere collegato alla graduale eliminazione dell’attività e alla corrispondente riduzione del livello di occupazione. Per quanto riguarda i settori in trasformazione con elevati livelli di emissioni di gas a effetto serra, il sostegno dovrebbe promuovere nuove attività attraverso la diffusione di nuove tecnologie, nuovi processi o prodotti, portando a una significativa riduzione delle emissioni, in linea con gli obiettivi climatici dell’UE per il 2030 e la neutralità climatica dell’UE entro il 2050″.

Fonte: Economia Circolare

Rifiuti: le proposte dei Comuni Virtuosi al ministro Costa

Il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha incontrato ieri in audizione una delegazione di sindaci e amministratori locali appartenenti all’Associazione Comuni Virtuosi.

L’incontro, svoltosi in modalità da remoto, è stata l’occasione per presentare all’On. Sergio Costa le istanze, le criticità e le proposte delle comunità locali in tema di sostenibilità ambientale, burocrazia e risorse.

E’ stata una discussione a tutto campo che ha permesso ai nostri sindaci di evidenziare le fortissime criticità che le comunità locali stanno attraversando – commenta Marco Boschini, coordinatore della rete -, ma anche per mettere in luce i tanti progetti e buone pratiche dai quali scaturisce una visione di società e modello di sviluppo radicalmente diversa da quella purtroppo ancora in voga. Il Ministro si è impegnato a fare sue le istanze che riguardano le deleghe dell’economia circolare e del dissesto idrogeologico, condividendo con i suoi colleghi di Governo le nostre proposte legate alla mobilità e all’energia“.

IL DOCUMENTO

L’Associazione Comuni Virtuosi è una rete di 130 comuni che, dal 2015, opera per diffondere a livello culturale buone pratiche in campo ambientale sperimentate con successo dalle comunità locali. Gestione del territorio, impronta ecologica e beni comuni, rifiuti, mobilità e nuovi stili di vita, partecipazione attiva delle cittadine e dei cittadini, accoglienza ed inclusione sociale: sono queste le tematiche intorno a cui si svolge l’azione nei territori della nostra associazione.

Negli anni sono numerosi gli strumenti messi in campo per assolvere al compito di scoprire, far conoscere e valorizzare, per poi diffondere, progetti e idee che mettono al centro la sostenibilità ambientale non come moda del momento, ma come paradigma culturale attraverso cui declinare tutta la politica di un ente. Per portare luce un po’ prima che arrivi l’alba.

Da quando il Covid-19 si è abbattuto su di noi, viviamo un tempo complicato e drammatico. I nostri sindaci sono il terminale delle istituzioni repubblicane, il km. Zero della democrazia. I nostri sindaci non hanno filtri o anticamere, tutti i giorni sono in contatto diretto con i cittadini che amministrano e con i quali condividono la quotidianità. Stiamo vedendo morire parenti, amici, conoscenti. Un pezzo importante di comunità che se ne va in silenzio, in un dolore intimo e collettivo che non ha precedenti nella storia recente dei nostri territori. All’emergenza sanitaria si è subito affiancata quella sociale, economica ed occupazionale, mettendo in discussione l’ordine delle priorità, i programmi e le progettualità previste fino a pochi giorni prima da tutti i comuni colpiti dalla pandemia.

Abbiamo dovuto azzerare tutto, fermarci, e costruire daccapo esperimenti di welfare emergenziale che hanno in primis tentano di arginare l’emorragia, sottraendo interi nuclei familiari alla minaccia della povertà e dell’isolamento. Ci siamo fatti carico di tradurre in pratica molti dei provvedimenti previsti dal Governo, e ce la stiamo mettendo davvero tutta per mantenere uniti i paesi e quindi il Paese nel suo insieme.

In questo momento sentiamo l’esigenza di avanzare una serie di richieste e di proposte che possano aiutarci ad esercitare al meglio il nostro ruolo istituzionale temporaneo. Non le nascondiamo che in questi mesi ci siamo sentiti spesso lasciati soli, senza informazioni, con pochi strumenti (risorse economiche e risorse umane), schiacciati dal peso di una burocrazia quanto mai intollerabile che ci ha reso a volte incapaci nell’azione, come una situazione emergenziale richiederebbe per rendere più efficaci le misure studiate. Prima di qualsiasi altra cosa i nostri sindaci chiedono di essere messi nelle condizioni di poter svolgere al meglio il proprio compito, e di immaginare una nuova fase che non sia la ripartenza del mondo com’era prima, ma la progettazione di una società che rimetta al centro le persone, la cura del creato, e la sostenibilità ambientale come paradigma culturale ed economico per ricostruire la società dalle macerie di un modello di sviluppo che dobbiamo avere il coraggio di abbandonare.

L’Associazione Comuni Virtuosi proponeuna strategia volta ad interrompere il consumo di suolo, la messa in sicurezza del territorio (dissesto idrogeologico) e del patrimonio edilizio pubblico e privato (anche in chiave antisismica), la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio pubblico (sedi istituzionali, scuole, biblioteche, musei, impianti sportivi, ecc.) e privato, il recupero e il riuso di aree dismesse, edifici e luoghi abbandonati.

Chiediamo, a questo proposito, una premialità finalizzata a trasferire maggiori risorse dallo Stato ai comuni, per quelle municipalità che rinuncino agli oneri di urbanizzazione per la preservazione del territorio, così come per quei comuni che hanno percentuali elevate di raccolta differenziata, di riciclabilità effettiva dei materiali raccolti e soprattutto di riduzione nella produzione dei rifiuti stessi. Chiediamo che chi adotta piani energetici comunali che garantiscono all’ente un’effettiva riduzione di consumi energetici da fonti fossili venga premiato a discapito di chi insiste nella strada dello spreco e delle inefficienze. Il tutto a parità di risorse destinata dallo Stato agli enti locali, secondo il principio che i maggiori contributi per i virtuosi vengano dai comuni “spreconi”.

RIFIUTI

Introduzione

In un paese come l’Italia, caratterizzato da importanti carenze infrastrutturali nella filiera di gestione dei rifiuti e profonde differenze nella qualità dei servizi di gestione erogati a livello territoriale, l’attenzione del legislatore nazionale e degli enti locali è comprensibilmente posta in via prioritaria al miglioramento dei sistemi di raccolta e avvio a riciclo, alla regolazione del servizio e a colmare il gap impiantistico, specie nelle regioni del centro sud. Il recente D.lgs. 116/2020, di recepimento delle Direttive 851 e 852/2018, i lavori in corso per la definizione del Programma nazionale di gestione dei rifiuti e la condivisibile attenzione posta nel quadro della legge di Bilancio alla diffusione sul territorio nazionale di sistemi di tariffazione puntuale dei rifiuti vanno certamente in questa direzione. 

Come Associazione Comuni Virtuosi (nel seguito ACV) riteniamo tuttavia imprescindibile, considerata l’entità delle crisi ambientale (e di conseguenza economica e sociale) che si paventa all’orizzonte, rafforzare le misure finalizzate alla prevenzione dei rifiuti alla fonteanche (ma non solo) attraverso l’estensione e il miglioramento degli schemi di responsabilità estesa del produttore (nel seguito schemi EPR), con l’obiettivo di incidere in maniera strutturale sulla quantità di rifiuti prodotti e, conseguentemente, sul consumo di risorse naturali e sugli impatti ambientali che tale consumo porta con se. 

Risulta ormai evidente che senza un cambio di paradigmaed interventi strutturali di modifica dei modelli prevalenti di produzione e consumo, la raccolta differenziata e il riciclo non saranno sufficienti a “ricondurre lo sviluppo sui binari della sostenibilità”. A quasi 50 anni di distanza dai primi allarmi provenienti dalla comunità scientifica internazionale sui “limiti dello sviluppo”, il tempo a nostra disposizione è ormai finito. 

Nel seguito, nel solco delle brevi riflessioni sopra esposte, sono sinteticamente elencate alcune proposte finalizzate in primo luogo a dare corpo, dignità e struttura alle politiche di prevenzione dei rifiuti, a sostenere la diffusione di sistemi, prassi operative e modelli di business basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili (sia nell’ambito dei beni durevoli che in sostituzione dei prodotti monouso) e ad estendere il ruolo e il campo di applicazione della responsabilità estesa del produttore.

Azioni di sistema

Decreto per incentivare il riutilizzo

La Direttiva SUP (Dir.904/2019), nonché le Direttive 98/2008 e 94/62/CE come modificate rispettivamente dalle Direttive 851 e 852/2018, chiariscono inequivocabilmente quali sono gli obiettivi primari da perseguire, richiamando l’attenzione sulla necessità di una drastica riduzione dei rifiuti e del consumo di risorse naturaliassociato al ciclo di vita dei relativi prodotti, e sulla promozione di sistemi basati sull’impego di prodotti riutilizzabili. Va ricordato inoltre che nell’ambito del nuovo Piano di Azione per l’Economia circolare (COM(2020)0098), la Commissione Europea si è impegnata ad avviare un lavoro di analisi per determinare l’ambito di applicazione di un’iniziativa legislativa specifica sul riutilizzo al fine di sostituire, nei servizi di ristorazione, gli imballaggi, gli oggetti per il servizio da tavola e le posate monouso con prodotti riutilizzabili. Ai fini dell’identificazione delle misure atte ad incentivare il riutilizzo di cui all’ articolo 219-bis comma 2 del decreto legislativo 3 aprile 2006 riteniamo opportuna la costituzione di un tavolo intersettorialecon i principali portatori di interesse al quale, fin da ora, ACV comunica il proprio interesse e la propria disponibilità a partecipare.

Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti (PNPR)

In analogia al percorso intrapreso per la definizione del Programma Nazionale di Gestione Rifiuti riteniamo opportuna la costituzione di un tavolo istituzionale al quale invitare anche i principali portatori di interesse, per la ridefinizione del programma nazionale di prevenzione dei rifiuti ai sensi dell’articolo 180 del Dlgs 152/2006 e dei relativi indicatori. Anche in questo caso ACV comunica fin da ora il proprio interesse e la propria disponibilità a fornire il proprio contributo.

Osservatorio nazionale sulla prevenzione dei rifiuti

Costituzione dell’Osservatorio Nazionale sulle politiche locali di Prevenzione dei Rifiuti ai fini del monitoraggio e della diffusione delle buone pratiche adottate dalle amministrazioni locali (Regioni, Comuni, Città metropolitane…). Al fine di garantire la diffusione delle buone pratiche e la trasparenza delle iniziative avviate dagli enti locali, si propone inoltre di istituire un meccanismo di rendicontazione e pubblicazione dei progetti e delle iniziative di prevenzione dei rifiutiavviate dai Comuni i cui costi ricadono nel perimetro del Piano Economico Finanziario (PEF) del servizio di gestione dei rifiuti urbani. Come noto, il nuovo metodo tariffario (MTR) introdotto dalla delibera ARERA 443/2019 ha introdotto la possibilità di inserire nel PEF (nella voce CARC) i costi dei progetti e delle iniziative finalizzate alla prevenzione della produzione dei rifiuti urbani. 

Fondo nazionale per l’attuazione del PNPR

Costituzione di un capitolo di spesaspecifico, all’interno delle disposizioni finanziarie del MATTM, finalizzato a garantire la realizzazione degli interventi del PNPR di competenza ministeriale.

Ecotassa

a) Intervento sull’art. 3 comma 27 della Legge 28 dicembre 1995 n. 549 al fine di assicurare la destinazione di una quota minimadel gettito dell’ecotassa (dovuta alle Regioni) all’attuazione dellepolitiche regionali di prevenzione dei rifiuti;

b) Estensione dell’Ecotassa agli impianti di trattamento termico dei rifiuti indifferenziati.

EPR e nuove filiere

Accelerare il processo di definizione e introduzione di schemi EPR per altre filiere con particolare riguardo ai seguenti settori: prodotti tessili e di abbigliamento, mobili ed arredi (es. armadi, tavoli, sedie, letti, materassi, divani, poltrone etc…), carta non da imballaggio (es. carta grafica, carta assorbente e per usi igienici), plastiche non da imballaggio, articoli sportivi, pannolini, farmaci e parafarmaci, materiali da costruzione, filtri di sigarette,salviettine umidificate.

Preparazione per il riutilizzo

Completare il quadro di riferimento normativo per consentire la realizzazione e la gestione dei centri per la preparazione al riutilizzo dei rifiuti di cui all’art. 181 del TUA.

Pianificazione e finanziamento per la costruzione di impianti di trattamento dell’organico nelle regioni del SUD Italia.Pianificare e cofinanziare la costruzione entro il 2023 di impianti per la valorizzazione della frazione organica in particolare nelle regioni del Sud Italia. 

Definizione del redigendo Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti secondo determinanti coerenti con la visione della Economia Circolare

In merito, vanno evitati approcci riduzionisti basati in particolare sull’applicazione della formula semplificata (ed errata) “100-65-10”, proposta per calcolare una malintesa “necessità di incenerimento”.La formula è errataper le motivazioni esposte nel documento a firma congiunta delle principali ONG[1]Il “Piano Nazionale di Gestione dei Rifiuti”: occasione per guidare un’accelerazione virtuosa da parte dei territori, o l’ennesimo errore tecnocratico? “. La formula è errata: nell’approccio metodologico, in quanto il 65% è obiettivo minimo, non massimo di recupero netto di materia, e molti territori, anche vasti, hanno già dimostrato che il sistema può evolvere ben oltre tale livello, nel rispetto della visione della Economia Circolare;nei presupposti operativi, in quanto l’incenerimento, che può causare l’ingessamento del sistema in molte aree configgendo con gli scenari evolutivi previsti dall’agenda sull’ economia circolare,  non è l’unica tecnologia di trattamento del RUR, né l’unica che ne riduce impatti e quantità destinate a discarica.

Azioni specifiche

Product as a service

Introduzione di specifiche misure, con particolare riguardo alle misure di carattere economico e fiscale, finalizzate a favorire la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business ispirati al modello “PaaS – Product as a Service[2]”. Tali misure potrebbero riguardare un’ampia gamma di prodotti di largo consumo, e in particolare:

Contenitori riutilizzabili per l’asporto di alimenti e bevande nel settore della ristorazione;

Contenitori riutilizzabili per la movimentazione delle merci (es. cassette riutilizzabili per la logistica distributiva nel settore alimentare: ortofrutta, prodotti da forno, prodotti ittici, carne e prodotti di derivazione animale in genere etc…; cassette riutilizzabili per la logistica distributiva nel settore NON alimentare). Tali sistemi di logistica inversa che sono già una pratica matura nelle movimentazioni merce della GDO e industriale andrebbero estesi ai settori del commercio ambulante soprattutto alimentare come da sperimentazione avvenuta a Torino con il progetto Oikos presso il CAAT | Centro Agro Alimentare di Torino[3].

Abbigliamento

Prodotti non alimentari per l’infanzia (articoli sportivi, abbigliamento, giocattoli etc…) 

Imballaggi per e-commerce

Pannolini

Riparazione dei beni

Introduzione di specifiche misure, con particolare riguardo alle misure di carattere fiscale(es. IVA agevolata), destinate alle attività artigianali di riparazione dei beni (es. abbigliamento e calzature, arredo domestico, biciclette, apparecchiature elettriche ed elettroniche, etc…). Si ritiene che il Ministero dell’Ambiente dovrebbe farsi promotore di un approfondimento nel merito in stretta collaborazione con il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Centri del Riuso

Sostenere, anche economicamente, lo sviluppo di Centri del Riuso a sostegno di reti locali di  riutilizzo e di riparazione, finalizzate al riuso dei beni ancora utilizzabili.

Biblioteche degli attrezzi/repair cafè

Istituire un fondo nazionale per la realizzazione da parte dei Comuni di “biblioteche degli attrezzi” ovvero di luoghi destinati alla condivisione di attrezzature e conoscenze per la manutenzione e riparazione dei beni.

Portale della prevenzione

Predisposizione del Portale Nazionale sulla Prevenzione dei rifiutiprevisto dal PNPR di cui al decreto direttoriale del 7 ottobre 2013 in stretta sinergia con l’Osservatorio di cui al punto 3).

EPR e prevenzione

Assicurare che i regimi di responsabilità estesa del produttore garantiscano risorse finanziarie specifiche(es. attraverso la costituzione di uno specifico Fondo sulla prevenzione e il riutilizzo alimentato con una %le del contributo ambientale versato dalle imprese) destinate al sostegno di progetti e iniziative di riduzione dei rifiuti alla fonte – diverse dalla riduzione del peso dei prodotti immessi sul mercato -, ivi inclusi, ove pertinente, i progetti e le iniziative volte a favorire l’adozione di sistemi basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili in sostituzione dei prodotti monouso;

Sistemi di depositi su cauzione per i contenitori di bevande

sistemi di deposito con cauzioneche vengono indicati tra le azioni da intraprendere nella Direttiva SUP per migliorare le capacità di intercettazione delle raccolte differenziate (Art.9[4]) sono uno strumento imprescindibile per raggiungere percentuali di intercettazione che vanno ben oltre al 90% con tutti i ben noti effetti positivi per l’ambiente, l’economia circolare, l’occupazione e le casse comunali che possono beneficiare del risparmio di risorse finanziarie importanti che vengono impiegate attualmente nella raccolta differenziata, nello svuotamento dei cestini stradali e nelle pulizie ambientali di pertinenza comunale. Non avendo ancora raggiunto il 60% di intercettazione delle bottiglie in PET ( 58,29 % ultimo dato del 2019 elaborato da varie fonti ) è alquanto improbabile che si arrivi al 77% tra 4 anni (2025) e al 90% al 2029 come prevedono gli obiettivi della Direttiva SUP. Non per nulla alla decina di paesi europei che hanno da tempo in vigore un sistema di deposito per bottiglie di plastica e lattine si aggiungeranno altri 11 paesi europei che hanno deciso di introdurre o espandere il proprio sistema nazionale nei prossimi due-tre anni. Tra questi ci sono paesi come il Portogallo, la Romania, la Grecia e la Turchia. A questo proposito va detto che per aumentare la quota di vuoto a rendere disponibile in commercio casi studio internazionali hanno dimostrato che sia indispensabile avere un sistema di deposito per i contenitori monouso già in vigore. Oltre che un contesto legislativo che imponga ai produttori e rivenditori obiettivi di prevenzione, riduzione e riuso per tutte le categorie di contenitori monouso. Ci sono paesi europei che hanno allo studio misure in tal senso.   Riteniamo, anche come membri della Piattaforma multi-takeholder Reloop[5]per la promozione dell’Economia Circolare sia pertanto necessario aprire un tavolo di confronto con tutti i portatori di interesse pubblici e privati che ne saranno coinvolti. Abbiamo a disposizione una rilevante evidenza documentale tra studi di fattibilità economica e ambientale realizzati da paesi membri che sono in fase avanzata di introduzione del sistema, sia come accordi tra le parti coinvolte che come predisposizione di leggi nazionali per una prossima introduzione del sistema.

EPR e diversificazione contributiva

Assicurare che i regimi di responsabilità estesa del produttore garantiscano trasparenza e pubblicità sull’efficacia del sistema di diversificazione contributiva adottato. L’efficacia del sistema di diversificazione contributiva dovrebbe essere valutata in relazione alla sua capacità di incentivare i produttori, al momento della progettazione dei prodotti, a tenere conto in maggior misura della riciclabilità, della riutilizzabilità, della riparabilità e della presenza di sostanze pericolose.

Tariffazione puntuale

Prevedere l’obbligatorietà dell’introduzione di sistemi di tariffazione puntualenella tariffazione dei servizi di igiene urbana a utenze domestiche e non domestiche, entro il 2023. L’obbligo potrebbe essere rinviato di un anno per le città oltre i 150 mila abitanti. Questo strumento, come da sempre per i servizi idrici ed elettrici, potrebbe spingere l’utenza a comportamenti più attenti alla sostenibilità e di conseguenza, anche di maggiore sensibilità fin dagli acquisti, prediligendo una minimizzazione degli scarti non riciclabili.

Semplificazione amministrativa nel settore riciclo

L’attuale normativa che regola le autorizzazioni per la realizzazione di impianti di trattamento rifiuti prevede iter amministrativi che mettono sullo stesso piano impianti per lo smaltimento, con impatti ambientali superiori, ad impianti per la selezione/riciclo/pressatura dei materiali da raccolta differenziata che di fatto hanno in molti casi impatti ambientali poco rilevanti. Questo comporta tempi lunghi anche per l’autorizzazione e l’avvio di piattaforme a supporto delle filiere dell’economia circolare, deficitarie soprattutto al centro-sud. Prevedere iter amministrativi semplificati per queste tipologie impiantistiche aiuterebbe sia le aziende che effettuano la raccolta che quelle che si occupano dei passaggi successivi fino al riciclo.

Una carbon tax per accelerare la conversione ecologica

L’introduzione di una carbon tax che penalizzi economicamente le produzioni ambientalmente più impattanti favorirebbe la loro progressiva conversione verso una maggiore sostenibilità e potrebbe generare un importante flusso finanziario da destinare a progetti a livello locale di riduzione della produzione di Co2. 

Capitolo rifiuti, autori: Silvia Ricci, Paolo Azzurro, Ezio Orzes, Enzo Favoino, Paolo Contò, Alessio Ciacci.

MOBILITA’

Il problema

L’Italia ha il record europeo per quanto riguarda il tasso di motorizzazione, con una media di 625 auto ogni 1.000 abitanti. Milano, al momento la città più virtuosa in Italia con 52 auto ogni 100 abitanti, ha comunque il doppio delle auto rispetto alle grandi città europee come Berlino, Parigi, Amsterdam Londra, Monaco, …

Automobile che secondo una recentissima ricerca europea:

‐ è parcheggiata per il 92% del tempo ad occupare prezioso spazio pubblico;

‐ si trascorre 1/3 del tempo di guida in cerca di parcheggio;

‐ di media, i 5 posti dell’auto spostano solo 1,5 persone;

‐ il 40% dei tragitti effettuati in auto in ambito urbano è inferiore ai 3 Km, il 60% inferiore ai 5 Km.

Le conseguenze di questo uso eccessivo dell’automobile sono evidenti nell’invasione della strada come spazio pubblico(frequente presenza di sosta illegale con pochissime sanzioni), crollo della qualità della strada come spazio pubblico, percorsi pedonali sempre più stretti ed inaccessibili. Abbiamo massimizzato l’uso della strada per l’automobile a discapito degli spazi delle persone e della qualità urbana.

La soluzione

RIDUZIONE DEL PARCO AUTO E DELLA SOSTA IN STRADA

Le migliori esperienze europee in fatto di mobilità sostenibile hanno lavorato sul disincentivo dell’auto privata e sulla riduzione della sosta in strada per recuperare spazio a favore delle persone: marciapiedi più ampi, piste ciclabili, verde, sedute, spazi per il commercio locale, …

Alcuni esempi:

Prof. Greg J. Ashworth, dell’Università di Groningen: Il modo migliore per convincere la gente a non usare la macchina è ridurre i parcheggi. A Groningen (Olanda, 190mila abitanti) il 50% degli spostamenti avviene in bicicletta. A partire dagli anni 70 l’amministrazione ha realizzato un serie di progetti che hanno scoraggiato l’uso dell’auto a favore della bicicletta. Il risultato è che oggi ci sono 75mila auto e 300mila biciclette. «Le aziende devono incoraggiare i loro dipendenti a non usare la macchina e ci sono vari modi per farlo: possono mettere dei parcheggi coperti per bici, delle docce oppure degli armadietti. Alcune offrono abbonamenti al trasporto pubblico o dei bonus per chi non usa l’auto. L’ideale però è rendere difficile parcheggiare».

Amsterdam, città per eccellenza della ciclabilità in cui solo il 25% della popolazione utilizza l’auto privata, ha recentemente approvato un PUMS che prevedere di eliminare 1.500 posti auto all’anno fino al 2025. Lo spazio ricavato sarà destinato alle piste ciclabili, all’allargamento dei marciapiedi o alla messa a dimora di nuovi alberi: insomma sarà spazio restituito alla collettività e alla vivibilità della strada come spazio pubblico.

Copenhagen, città di 1.200.00 abitanti in cui oltre il 50% della popolazione si muove regolarmente in bicicletta, il Dirigente del settore Mobilità afferma che: “non è possibile creare città per ciclisti senza fare scelte politiche forti. Serve darsi delle priorità e cioè rimuovere parcheggi in strada e ridurre la capacità stradale”

Parigirecentemente il vicesindaco Belliard ha annunciato l’eliminazione del 50% degli stalli auto di superficie per far posto a nuovi spazi pubblici, nuove piazze, nuove aree verdi e nuove ciclabili.

Il problema

Nelle città italiane la strada è purtroppo ancora considerata assoluta proprietà dell’automobile.

Lo si vede:

‐ nel fatto che siamo l’unico paese in Europa in cui il pedone ringrazia l’automobilista quando attraversa sulle strisce pedonali, dove si misura il valore della vita e dove ancora nel 2019 sono stati investiti e uccisi 600 pedoni;

‐ nella presenza purtroppo troppo frequente di auto in divieto di sosta (in doppia fila, sulle strisce pedonali, sui marciapiedi,…) tanto che abbiamo ormai accettato socialmente tale illegalità;

‐ nelle polemiche sorte recentemente per le nuove corsie ciclabili, attuate con successo da decenni in tutta Europa ed ora finalmente realizzabili anche in Italia grazie alla nuova Normativa, perché è stato sottratto giustamente spazio alle auto e non più ai pedoni, potendo così evitare il conflitto tutto italiano tra gli utenti deboli della strada (pedoni e ciclisti).

In realtà, la strada è uno spazio urbano in cui devono convivere diverse categorie di utenti, dal pedone al ciclista, dall’automobilista al motociclista. L’effetto di questa errata convinzione è un uso della strada aggressivo soprattutto da parte degli automobilisti, con conseguenze negative sul piano della sicurezza, della qualità ambientale ed anche dal punto di vista educativo.

La soluzione

LA STRADA È DI TUTTI A PARTIRE DAL PIU’ FRAGILE

Considerare la strada urbana non solo come asse di scorrimento del traffico veicolare quanto come spazio di relazione tra una pluralità di utenti (automobilisti, pedoni, ciclisti, residenti, studenti, …) e di funzioni (concetto di living street nato in Inghilterra negli anni ‘70).

L’80% dello spazio aperto accessibile nelle nostre città, il luogo delle attività e delle relazioni sociali, è costituito dalle strade, che devono tornare ad essere un luogo sociale, il luogo di vita per eccellenza delle città, per usi decisamente più ricchi e inclusivi.

Citando Gil Penalosa: “Le strade per le persone includono le automobili. Le strade per le automobili non includono tutte le persone. Creiamo città per tutte le persone. Adesso!”

Il problema

La strage quotidiana e la violenza stradale. In Italia ogni anno per incidente stradale si verificano quasi 3.500 morti e quasi 250.000 feriti. Stiamo parlando di un morto ogni 2,5 ore e un ferito ogni 3 minuti (e di 43 bambini morti nel solo 2019). Siamo l’unico paese europeo in cui l’incidentalità urbana continua a crescere, con numeri doppi rispetto alla media europea:

‐ ITALIA 28.9 morti per milione di abitanti

‐ NORVEGIA 5.3 morti per milione di abitanti

‐ GRAN BRETAGNA 10.9 morti per milione di abitanti

‐ GERMANIA 15.7 morti per milione di abitanti

I costi sociali di tale strage sono stimati nell’ordine di 17 miliardi l’anno da ISTAT, che “incomprensibilmente” sottostima notevolmente il dato, come evidenziato molto bene da Stefano Guarnieri in un recente articolo scritto per Asaps (https://www.asaps.it/downloads/files/pag_8‐cent232.pdf) in cui evidenzia che il costo è in realtà il doppio, quasi 34 miliardi di euro, quasi il 2% del PIL italiano.

La soluzione

LA CITTA’ 30

Da uno studio condotto dai ricercatori olandesi Piet Rietveld e Vanessa Daniel emerge che il principale deterrente all’utilizzo della bicicletta e aggiungo della mobilità pedonale) è la scarsa sicurezza stradale. Il rischio di essere coinvolti in un incidente stradale è percepito al punto tale da convincere molti potenziali ciclisti a lasciare a casa la bici per utilizzare anche loro l’automobile. E sappiamo bene che il fattore determinante della gravità dell’incidente è la velocità. È per questo che la maggior parte delle nazioni e città europee stanno lavorando per avere la “città 30”, cioè limite di velocità a 30Km/h su tutte le strade urbane, in alcuni casi ad eccezione della viabilità principale. Esempi concreti sono le città di Parigi, Berlino, Bilbao, Lille, Valencia, Madrid, Amsterdam, Bruxelles, Copenhagen, etc… solo per citarne alcune.

Ma soprattutto:

‐ il Governo olandese ha recentemente (27/10/2020) votato in Parlamento una legge che prevede il limite di velocità a 30 km/h come norma per TUTTE le strade urbane in tutto il paese (utilizzando il claim: Strade per le persone, non per le auto)

‐ il Governo spagnolo ha modificato la legislazione per ridurre gli incidenti stradali introducendo il limite di 30km/h su TUTTE le strade urbane con una corsia per senso di marcia (il limite di 50Km/h rimarrà solo per le strade con 2 o più corsie per senso di marcia).

Serve al più presto anche in Italia seguire l’esempio di questi paesi, per salvare vite umane e ridurre i costi sociali che ne derivano. Ridurre la velocità in ambito urbanosignifica inoltre poter dedicare meno spazio all’automobile a favore di maggiori spazi per le persone e la qualità e vivibilità delle nostre città. Significa spazi pedonali più ampi e sicuri, spazi per la ciclabilità, per il verde urbane, per il commercio locale. Città realmente inclusive e accessibili.

Il problema

In Italia lavoriamo troppo poco con la comunicazione, fondamentale invece per raccontare e far comprendere la necessità del cambiamento. Nella città di Monaco, dove solo il 27% dei cittadini utilizza l’automobile, per ogni progetto di mobilità sostenibile investono il 25% delle risorse in comunicazione. Hanno capito che anche il più bel progetto se non viene spiegato e raccontato non viene compreso ed anzi spesso rifiutato.

La soluzione

COMUNICAZIONE

Serve al più presto un dibattito pubblico a livello nazionalesulla necessità di cambiare il modello di mobilità nelle città italiane, raccontano nel miglior modo possibili i vantaggi della mobilità sostenibile, che riguardano tutti e non solo una delle categorie del traffico.

Abbiamo gli argomenti (alcuni già evidenziati nei punti precedenti), utilizziamo insieme a professionisti di ogni settore (non solo esperti di mobilità, ma anche pediatri, psicologici, esperti di rumore, inquinamento, …).

Solo qualche esempio:

‐ raccontiamo cos’è una zona 30 (troppo spesso diamo per scontato che il semplice cittadino ne comprenda i benefici);

‐ mostriamo come l’occhio umano non sia fatto per le grandi velocità, tanto che gli spicologi del traffico europei sostengono che la velocità di 50 Km/h è incompatibile con la precedenza accordata ai pedoni;

‐ facciamo vedere come riducendo la velocità, lo spazio di frenata dei veicoli è molto più breve;

‐ raccontiamo che i pericoli del traffico frenano lo sviluppo dei bambini (uno studio danese effettuato su 19.527 studenti di età compresa tra 5 e 19 anni ha dimostrato che Chi va a scuola in autonomia, a piedi o in bicicletta, ha maggiore capacità di apprendimento e di concentrazione);

‐ raccontiamo l’efficacia della moderazione del traffico: il traffico diventa più fluido e scorrevole, il traffico di transito viene disincentivato, migliora la qualità dello spazio urbano, diminuisce notevolmente il numero e la gravità degli incidenti, vengono eliminate le barriere architettoniche, viene favorito lo sviluppo della personalità del bambino che entra in relazione e si rapporta con le auto, miglioramento ambientale: minori emissioni inquinanti (ossidi d’azoto, anidride carbonica, polveri.) e minor inquinamento acustico e non ultima la rivalutazione delle proprietà immobiliari;

‐ mostriamo come Numerose ricerche, condotte nei paesi che hanno adottato da molti anni gli indirizzi di intervento caratteristici delle tecniche di moderazione del traffico, evidenziano che la riduzione di velocità comporta benefici non soltanto per gli utenti deboli della strada, ma anche per gli stessi automobilisti. Non sono quindi misure contro gli automobilisti, bensì a favore della sicurezza e della convivenza tra tutti gli utenti della strada, per ridare qualità alla strada come spazio pubblico.

Capitolo Mobilità, autore: Matteo Dondé 

ENERGIA

Il consumo energetico è una delle fonti indirette di inquinamento più rilevanti della attività dei comuni e dei loro territori.  E parallelamente la spesa energetica è una delle voci di uscita più implacabilmente costanti nei bilanci delle amministrazioni locali: una voce in crescita continua, perché costantemente cresce il costo di gas e di energia elettrica. 

Perciò i Comuni vanno supportatiad avviare sistematicamente una politica energetica pubblica che veda l’energia, la sua produzione e il suo risparmio (e in generale l’accesso stesso all’energia da parte dei cittadini) come uno dei beni comuni, come strumento per la diminuzione dell’inquinamento e della dipendenza energetica, sia delle comunità locali che del Paese.

Riqualificazione energetica degli immobili

I fondi attuali sono congrui. Va aumentata la possibilità di anticipo da parte del GSE, per facilitare la partenza dei progetti, e la consulenza agli enti. Va incentivata la possibilità di cessione del creditoalle aziende realizzatrici o al Comune stesso per consentire la riqualificazione dell’enorme (ed energivoro) patrimonio dell’Edilizia Residenziale Pubblica. Oggi i cittadini più fragili non hanno accesso al risparmio energetico e alle energie rinnovabili (per mancanza di capienza fiscale e di accesso al credito) proprio i cittadini che più ne avrebbero bisogno, e proprio chi meno ha più paga consumi energetici che sarebbero facilmente comprimibili.

Fotovoltaico

Potenziare lo Scambio Sul Posto Altrove, (SSP), uno scambio sul posto senza obbligo di coincidenza tra i punti di prelievo e di immissione che, consentendo l’utilizzo di reti pubbliche per gli scambi di energia in prelievo e immissione, rappresenta un’approssimazione ad una micro-rete urbana. Questo andrebbe aumentato con copertura anche dei costi di dispacciamento e soprattutto aperto ai comuni sopra i 20.000 e ai privati cittadini (magari raccolti in comunità energetiche). Infatti i comuni sopra i 20.000 abitanti rappresentano un consumo rilevante, ma non hanno disponibilità di superfici proprie. Ciò consentirebbe di sfruttare le superfici coperte (industrie, stalle) da parte delle città e dei privati cittadini.

Eolico

I Comuni dovrebbero avere la possibilità di investire e realizzare impianti eolici o fotovoltaici, vedendosi riconosciute le produzioni ad abbattimento dei propri consumi e/o di quelli dei cittadini. Tale possibilità andrebbe garantita anche alle comunità energetichee gruppi di consumo dei cittadini. Perché solo i grandi investitori privati hanno di fatto la possibilità di investire in questi impianti? Sole, aria, vento, sono beni pubblici, e gli impianti che ne traggono energia e utili dovrebbero essere anche pubblici. 

Biometano e idrogeno

Questa risorsa energetica rinnovabile, assieme alla riqualificazione energetica, è potenzialmente una delle poche opportunità di produrre energia rinnovabile. Va creato un ‘conto GAS’simile al vecchio conto energia dove, sfruttando le reti di distribuzione esistenti (specie nelle regioni metanizzate e non solo), sia possibile immettere biometano in rete e vederselo riconoscere nel contatore di consumo. L’incentivo attuale, orientato soloall’autotrazione destina il biometano all’uso meno efficiente e quindi –di fatto- lo incentiva per sprecarlo. Bisogna incentivare anche il metano utilizzato nelle caldaie a condensazionee nell’industria, dove viene utilizzato con livelli di efficienza molto più alti dei motori endotermici delle auto. Anche in questo ambito i Comuni devono essere incentivati a realizzare impianti pubblici, che invece vedono ormai il protagonismo di pochi grandi player legati al mondo degli idrocarburi fossili.

Va affrontato anche il tema delle proprietà delle matrici. Gli impianti di biometano utilizzano anche FORSU, cioè una materia di qualità, prodotta dai cittadini, che i cittadini devono pagare perché sia ritirata, e che poi viene utilizzata dai gestori del servizio per realizzare impianti dove, trasformata in biometano, produce ulteriore utile. Se si vuole seriamente parlare di valorizzazione dei rifiuti e della differenziata, questo valore intrinseco va messo in comune coi cittadini che devono, come minimo, godere di un sensibile calo dei costi legati al servizio rifiuti.

Utilizzare biomasse da rifiuti in centrali per produrre energia elettrica e calore. Se non sono incentivati, anche quelli esistenti, a fine incentivo, chiuderanno lasciando il problema di gestione del verde. Ipotesi di utilizzare il Combustibile Solito Secondario derivante da rifiuti in sostituzione del carbone nelle centrali. 

Bond ambientali e fondi rotativi 

L’abbattimento delle spese correnti per gli interventi di efficientamento non richiedono enormi interventi finanziari: potrebbe essere utile l’accesso a un credito specifico a fondi rotativi, con strutture in grado di supportare e valutare i progetti, che consentano ai Comuni di valutare i progetti e ripagarli con la diminuzione delle spese correnti. Potrebbero essere coperti da BOND specifici, “Titoli di Stato per la riqualificazione energetica”. Oggi grandi gruppi privati si accaparrano anche le capacità di risparmio dei Comuni (nell’illuminazione, nel termico) trasformando questi progetti in un consolidamento delle spese correnti dei comuni e in un profitto solo privato sui risparmi generati. 

Capitolo energia, autore: Maurizio Olivieri

I CAM PER I COMUNI VIRTUOSI

L’associazione nazionale Comuni Virtuosi – con il supporto di Punto 3 Srl – ha deciso di avviare una rendicontazione puntuale dell’applicazione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM). 

L’indagine – che si è conclusa a luglio 2018 – ha riguardato le procedure di approvvigionamento di 40 Comuni (sul totale dei 102 comuni soci in quell’anno) rappresentativi di tutte le tipologie di soci della rete.  Le informazioni richieste, riferite all’anno 2017, hanno riguardato il numero totale di bandi emanati ed il loro importo, relativamente agli approvvigionamenti pubblici di lavori, servizi e forniture normati dai CAM. 

Dall’indagine è emersa una notevole difficoltà di applicazione dei Criteri Ambientali Minimiil 55% degli approvvigionamenti realizzati nell’anno di riferimento non ha previsto l’applicazione di nessun CAM. 

La difficoltà di applicazione dei CAM deriva principalmente dalla mancanza di conoscenza tecnica e normativa da parte del personale adibito alla gestione delle procedure di approvvigionamento e del personale tecnico chiamato a redigere i capitolati. 

Sulla base dell’esperienza maturata nel settore del GPP si elencano una serie di proposte di azioni che potrebbero facilitare l’applicazione dei CAM: 

Rendere più capillare la formazione specialistica sul GPP realizzata del Ministero dell’Ambiente nell’ambito del progetto CReIAMO PA coinvolgendo direttamente nell’organizzazione dei corsi oltre le Regioni anche le Provincie, le Unioni di Comuni e le associazioni/reti di Enti locali: ciò permetterebbe di raggiungere più facilmente soprattutto i piccoli Comuni; 

Rendere più celere l’iter di aggiornamento del Piano d’Azione nazionale sul GPP e dei CAM esistenti, soprattutto di quelli che sono stati approvati prima dell’entrata in vigore dell’attuale Codice dei Contratti (19 aprile 2016). Ad esempio l’aggiornamento dei CAM relativi all’affidamento del servizio di pulizia (che sono stati approvati nel 2012) ha visto nel 2019 la costituzione di un gruppo di lavoro tecnico (composto da rappresentanti ed esperti della Pubblica Amministrazione, delle centrali di committenza, di enti di ricerca, di università, nonché dei referenti delle associazioni di categoria degli operatori economici del settore del cleaning professionale) che ha terminato le proprie attività nel mese di luglio. Ad oggi l’aggiornamento di questi CAM non è stato ancora formalizzato mediante la promulgazione di un apposito Decreto Ministeriale; 

Rendere attuativo il protocollo d’intesa tra Ministero dell’Ambiente e ANAC sul monitoraggio dei CAM e del GPP a livello nazionale. Non sono noti a livello nazionale i dati relativi al grado di applicazione dei CAM da parte delle stazioni appaltanti. 

Capitolo CAM, autore: Paolo Fabbri (Punto 3 srl)

FINANZA E RISORSE

La situazione finanziaria dei Comuni, a seguito dell’avvio della riforma contabile di cui al D.Lgs. 118/2011 negli Enti locali, è progressivamente peggiorata, com’è dimostrato dal numero sempre crescente dei Comuni che sono in piano di riequilibrio o lo stanno attivando e dei Comuni in dissesto. Una delle cause principali è costituita dall’istituto “Fondo crediti di dubbia esigibilità” (FCDE).

Quanto sopra anche nella contezza che la generalità dei Comuni non ha più margini significativi di ridimensionamento della spesa, non presentando più spese discrezionali, se non in misura irrisoria.

Le criticità che si registrano, generalmente, sono collegate, in primo luogo, alla difficoltà di riscossione, come di seguito sintetizzato per due principali risorse di bilancio.

Servizio idrico– di norma, la lettura delle bollette viene effettuata verso la fine dell’anno e, seppure inviate tempestivamente agli utenti, le stesse restano, in gran parte, non riscosse nell’esercizio. La bollettazione di acconti in corso d’anno, spesso risulta difficile per carenza di risorse e per i maggiori costi, stante anche le basse previsioni di incasso. In conclusione, buona parte dell’entrata accertata viene riportata a credito non riscosso, con incremento significativo del FCDE, senza nessuna analisi di contesto.

TARI– le bollette sono inviate nei primi mesi dell’anno, ma anche in questo caso il credito non riscosso è di ammontare significativo e va ad incrementare il FCDE, senza nessuna analisi di contesto.

Supponendo che nei Comuni (anche se i numeri sono diversi da Comune a Comune) nell’anno di competenza si arrivi ad incassare il 20% del servizio idrico anche a seguito di acconto inviato agli utenti, mentre per la TARI si arrivi al 50%, mentre alla fine del 3° anno le due entrate si attestano, senza nessuna azione di recupero, a circa il 75%, appare chiaro che la consistenza dei crediti è data da semplice ritardo nel pagamento per difficoltà economiche dei cittadini e non già da dubbia esigibilità.

In merito alle due casistiche sopra evidenziate, l’accantonamento al FCDE è pari al 100% in rapporto al non incassato negli ultimi cinque anni, mentre potrebbe non essere necessario un accantonamento tanto pesante e ingiusto, in quanto non si tratta di crediti di dubbia esigibilità, bensì di crediti che saranno incassati, in gran parte, nell’esercizio successivo o, al massimo, per una modesta differenza, nel corso del secondo esercizio successivo. Soltanto dal terzo anno, potrà realmente attestarsi la dubbia esigibilità dei crediti non ancora riscossi.

Sarebbe, quindi, opportuno e più aderente al significato di “dubbia esigibilità” l’accantonamento rapportato alle somme riportate a residuo fino al 3° esercizio antecedente, ossia sui crediti per i quali si rende veramente necessaria una riscossione coattiva.

Costituiscono ulteriore problematica, ed è tra le motivazioni per le quali sono in aumento i disavanzi di gestione, i maggiori costi del servizio idrico derivanti da consumi energetici elevati ed, in generale, il costo dell’energia elettrica.

A causa della carenza di liquidità, infatti, i Comuni non riescono ad essere puntuali nel pagamento delle bollette relative ai consumi di energia elettrica (per tutti i consumi, non solo per quelli relativi al servizio idrico che, comunque, può rappresentare le quota più elevata). Anche se si provvede al pagamento solo dopo poco tempo dalla scadenza, i Comuni morosi passano in regime di salvaguardia, con un incremento dei costi che raggiunge il 40% e, persistendo i ritardi senza il totale pagamento di tutte le bollette in salvaguardia, non possono accedere al mercato libero che comporterebbe una riduzione dei costi.

Non dimentichiamo che, sia l’illuminazione pubblica che il Servizio acquedotto che utilizza l’energia elettrica, sono servizi indispensabili.

L’accesso al mercato libero, sia utilizzando i sistemi telematici di negoziazione messi a disposizione da Consip o dalle centrali di committenza regionali che l’approvvigionamento attraverso le convenzioni o gli accordi quadro messi a disposizione da Consip e dalle centrali di committenza regionali (art. 1, comma 7, legge 7 agosto 2012, n. 135), viene, infatti, di fatto, impedito per il rifiuto del fornitore di partecipare alla gara indetta da un Comune in regime di salvaguardia, nel primo caso, e dalla facoltà di rifiutare gli ordinativi di fornitura da parte di un fornitore Consip, nel secondo caso.

Per i motivi sopra esposti, chiediamo di prendere in esame e in considerazioni le seguenti proposte:

In relazione alla necessità di ridurre gli effetti dell’accantonamento al FCDE sui bilanci, liberando risorse per i servizi essenziali, e sui rendiconti, contenendo gli effetti negativi sul risultato di amministrazione, oltre che utile a rendere l’accantonamento medesimo più coerente con la reale consistenza dei crediti di dubbia esigibilità, di modificare il principio contabile 4/2 allegato al D.Lgs. 118/2011 (punto 3.3. e esempio n. 5) che prevede la determinazione della posta contabile dell’accantonamento in base alla natura e all’andamento del fenomeno negli ultimi cinque esercizi precedenti, disponendo che il calcolo vada operato in base alla natura e all’andamento del fenomeno negli ultimi cinque esercizi precedenti il penultimo rendiconto approvato o i cui termini di approvazione sono scaduti.

In relazione ai costi dell’energia elettrica per i Comuniin regime di salvaguardia, i cui oneri producono il maturare di posizioni debitorie sempre più insostenibili, che si autoalimentano e che aggravano sempre più le finalizzati difficoltà finanziarie e di cassa:

interventi volti ad abbattere i fattori che aggravano i costi della fornitura;

inderogabilità per i fornitori Consip di accettazione degli ordinativi di fornitura da parte dei Comuni nei confronti dei quali sono vantati crediti derivanti da precedenti rapporti contrattuali o da Comuni in regime di salvaguardia.            

DAI TERRITORI

Problematica Eolico Selvaggio in Basilicata – Vietri di Potenza (PZ)

La regione Basilicata è stata paradossalmente martoriata da quelli che avrebbero dovuto essere degli strumenti per la produzione di energia pulita, e che rischiano di compromettere ogni altro tipo di sviluppo virtuoso legato per esempio alla fruibilità turistica di un territorio ancora incontaminato. Il tema, chiaramente, non è legato a questioni ideologiche bensì a delle circostanze attinenti evidentemente alla loro “sostenibilità”. 

Le rinnovabili rappresentano sicuramente la strategia vincente per ridurre l’inquinamento ma, come ogni tipo di installazione, se non è inserita correttamente nel contesto territoriale rischia di comprometterne la sostenibilità ambientale. 

L’eolico selvaggio in Basilicata è certamente frutto di una legislazione superficiale perpetratasi negli anni. I comuni del territorio stanno lottando con ogni mezzo per provare a difendere il paesaggio da eventuali installazioni non sostenibili. 

La definizione del Piano paesaggistico regionale richiederà però ancora del tempo e si ritiene pertanto che, in attesa di tali definizioni normative, sarebbe utile una moratoria o sospensione di ogni richiesta di nuove progettualitàcon un intervento ad hoc da parte del Ministero o del Governo.

Problematica cave dismesse e/o abbandonate

Si propone l’istituzione di contributi specifici per i comuni che decidono di recuperare le caveanche con progetti tradizionali o innovativi. 

Quello legato alle attività estrattive è un dibattito non più rimandabile in quanto coinvolge tutto il territorio nazionale (1.680 comuni hanno almeno una cava dismessa o abbandonata. Fonte: Rapporto cave 2017 – Legambiente). Anche in questo caso si tratta di ferite che penalizzano l’appeal dal punto di vista turistico del nostro Belpaese.

Christian Giordano, sindaco di Vietri di Potenza (PZ)

UNA FRANA NEL PARMENSE – Collecchio (PR)

L’11 giugno del 2011 un violentissimo nubifragio si è abbattuto in pochissimo tempo in tutto il parmense. La zona maggiormente colpita è compresa fra i comuni di Collecchio, Fornovo e Sala Baganza. I danni più rilevanti riscontrati nel collecchiese sono legati al deflusso delle acque piovane nella zona collinare tra Ozzano e Gaiano (frazioni di Collecchio). Da allora l’Amministrazione Comunale ha presentato numerose istanze elaborando un progetto per intervenire sui suddetti versanti e metterli in sicurezza. Gli interventi prevedono un impegno di spesa di circa 2 milioni e 300.000 euro, che possono essere attuati anche per stralci. Ci stiamo adoperando per ricevere i finanziamenti necessari, ma il tempo passa e la possibilità che l’alluvione possa ripetersi è reale e spaventa i cittadini del territorio. Abbiamo inoltrato al Ministero dell’Interno il progetto per un primo stralcio di lavori e siamo in attesa di risposta. Chiedo a Lei, Signor Ministro, quali altri percorsi posso seguire per ottenere finanziamenti per questo indispensabile lavoro.

Maristella Galli, sindaca di Collecchio (PR)

COMUNI VIRTUOSI DELL’ALTA MARMILLA – Baradili, Villa Verde (OR)

In premessa va detto che molti comuni in Sardegna sono proprietari e gestiscono importanti patrimoni forestali, soprattutto quelli montani o parzialmente montani come ad esempio Villa Verde, alcuni di questi però non avendo il proprio territorio comunale ricompreso all’interno dei cantieri forestali dell’Agenzia Forestas della Regione Sardegna (5.000 dipendenti), si ritrovano a gestire e mantenere il proprio patrimonio forestale praticamente da soli, utilizzando quasi sempre fondi di bilancio propri o qualche raro finanziamento del Piano di Sviluppo Rurale. Esistono poi dei finanziamenti regionali con cadenza annuale denominati Cantieri Verdi che però paradossalmente sono riservati ai comuni nel cui territorio opera già l’agenzia Forestas (in realtà nati per compensare il mancato turn over degli operai forestali andati in pensione in quei comuni). 

Questo affatica finanziariamente i nostri comuni, che non ostante tutto non demordono per impegno e creatività, abbiamo addirittura partecipato ad un bando promosso da una Onlus, la Mediafrieds, con un progetto di riqualificazione forestale ed educazione ambientale che è risultato vincitore della gara, consentendoci di realizzare un meraviglioso intervento di valorizzazione forestazione e ambientale nel Monte Arci.

Credo che queste realtà meritino un’attenzione particolare, perché dimostrano di essere capaci di far fronte alla valorizzazione delle proprie risorse ambientali con idee e progetti, ma spesso mancano le risorse finanziarie, specialmente se si ragiona in un arco temporale di medio termine. Sarebbe utile poter attingere o partecipare a bandi dedicati specificatamente a queste realtà, con un disponibilità di risorse distribuite in un arco temporale di almeno tre anni, tempo minimo necessario per dare vita e realizzare progetti di sviluppo, manutenzione e valorizzazione ambientale utili a tutta la collettività.

Un altro aspetto che merita attenzione, ritenendo possa anche essere preso a modello, è il servizio di manutenzione ambientale e protezione civile attuato dall’Unione dei Comuni dell’Alta Marmilla, dove 19 comuni assieme gestiscono un servizio che si occupa della manutenzione di siepi, cunette e fasce verdi di tutte le strade rurali del territorio, oltre alla manutenzione delle fasce parafuoco presenti nei comuni montani. Anche in questo caso, tutto viene svolto utilizzando quasi esclusivamente i fondi dei propri bilanci. Forse si potrebbe pensare alla creazione di bandi dove vi sia una premialità per chi gestisce tali servizi in forma associata. La nostra Unione dei Comuni sta inoltre predisponendo un piano di Protezione Civile intercomunale che metterà assieme e armonizzerà i singoli piani di Protezione Civile comunali permettendoci di gestire al meglio tutte le emergenze.

Lino Zedda, sindaco di Baradili (OR) e Sandro Marchi, sindaco di Villa Verde (OR)


[1]Greenpeace, Zero Waste Italy, WWF, Legambiente e Kyoto Club

[2]product as a service – prodotto come servizio: la soluzione per cui un’azienda non vende il prodotto, ma vende il servizio corrispondente, garantendo il ritiro del bene a fine uso, e dunque il suo ricondizionamento (riparazione, sanitizzazione, o qualunque azione serva a ripristinarne la funzionalità) prima della re immissione all’impiego

[3]https://comunivirtuosi.org/mercati-circolari-serve-volonta-politica/

[4]Art.9raccolta differenziata …..(A tal fine gli Stati membri possono tra l’altro:
a) istituire sistemi di cauzione-rimborso;
b) stabilire obiettivi di raccolta differenziata per i pertinenti regimi di responsabilità estesa del produttore….)

[5]https://www.reloopplatform.org/

Linee Guida FISE Assoambiente per prevenire reati nella gestione rifiuti

Uno strumento di prevenzione dei reati in grado supportare le imprese di gestione rifiuti nell’adozione di modelli di organizzazione, gestione e controllo”. Con questi obiettivi FISE Assoambiente – l’Associazione Imprese Servizi Ambientali, in collaborazione con Certiquality, ha elaborato le nuove Linee Guida “Modelli organizzativi e sistemi di gestione ambientale: Linee Guida Associative per l’applicazione nel settore della gestione dei rifiuti del D.Lgs. 231/2001”, presentate stamanenel corso di un webinar promosso dall’Associazione.

Perno centrale delle Linee Guida elaborate da FISE Assoambiente sono i MOG (Modelli di Organizzazione e Gestione), un sistema di controllo preventivo che parte da un’analisi dei rischi, individua le fattispecie di reato cui è potenzialmente sottoposta l’organizzazione e definisce un adeguato sistema di prevenzione e controllo. Tra i principali obiettivi dei MOG c’è l’individuazione delle attività nel cui ambito possono essere commessi reati, la previsione di specifici protocolli diretti a programmare la formazione, l’attuazione delle decisioni dell’azienda in relazione ai reati da prevenire e l’introduzione di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel Modello.

Le Linee Guida di FISE Assoambiente sono state approvate dal Ministero di Giustizia e aggiornano la precedente versione del 2016, nella consapevolezza della complessità e mutevolezza della normativa italiana e dell’utilità per le aziende di un riferimento aggiornato e facilmente fruibile che le supporti nel realizzare un modello organizzativo per la responsabilità amministrativa conforme al D.Lgs. 231/2001. Grazie all’approvazione da parte del Ministero di Giustizia, le Linee Guida possono essere utilizzate come ausilio nella redazione del modello di organizzazione e gestione.

Nelle linee guida, oltre ad essere esaminati i presupposti generali della responsabilità degli Enti, sono trattate le più recenti novità normative e giurisprudenziali in materia 231, di primario interesse per il comparto del waste management e vengono offerte soluzioni per l’adozione e l’efficace attuazione dei Modelli Organizzativi (anche tramite esempi applicativi per l’analisi dei processi sensibili e l’identificazione dei rischi).

Le Linee Guida presentate oggi”, dichiara il Presidente di FISE Assoambiente, Chicco Testa, “sono il frutto di un impegnativo lavoro riconosciuto anche dal Ministero di Giustizia, finalizzato a promuovere concretamente la legalità e il valore della prevenzione nel mercato della gestione rifiuti, ad alimentare la fiducia e a tutelare il capitale reputazionale e di immagine delle imprese del comparto. La valutazione e la gestione del rischio devono elevarsi a presìdi delle scelte strategiche dell’impresa, consapevoli che, adeguati e aggiornati modelli 231, devono far parte del DNA aziendale”.

Fonte: Eco dalle Città

Piano Nazionale di Gestione dei Rifiuti: occasione per un’accelerazione virtuosa o l’ennesimo errore tecnocratico?

La nota congiunta di Legambiente, Greenpeace, WWF, Zero Waste Italy, Kyoto Club

In merito alla recente adozione del Dlgs 116, recepimento della nuova Direttiva Quadro (Direttiva 2018/851) e della nuova Direttiva Imballaggi (Direttiva 2018/852) incluse nel Pacchetto UE sulla Economia Circolare, alla cui “visione” ambiziosa le strategie nazionali dovranno  da ora in poi essere allineate, le Associazioni sottoscritte tengono a precisare modi e condizioni per la applicazione di alcune previsioni fondamentali

Ci riferiamo, in particolare, alla previsione di un “Programma  Nazionale per la Gestione dei Rifiuti” (PNGR di seguito), strumento non previsto obbligatoriamente dalla Direttiva, ed inserito invece nel Decreto di recepimento.

La lettura dell’articolo 28 della Direttiva, al cui dettaglio rimandiamo, recita infatti:

1.      Gli Stati membri provvedono affinché le rispettive autorità competenti predispongano, (…) uno o più piani di gestione dei rifiuti. Tali piani coprono, singolarmente o in combinazione tra loro, l’intero territorio geografico dello Stato membro interessato.

La fattispecie prevista dalla Direttiva è quella dei “Piani di settore”, sinora delegati alle Regioni, strumento attraverso il quale le Regioni hanno sinora governato e programmato le attività, individuando gli scenari e, nella loro generalità, assicurando l’evoluzione del sistema verso le attuali situazioni; situazioni che   descrivono una Italia che da Paese arretrato, ha scalato le classifiche europee e mondiali, diventando uno dei Paesi con prestazioni più avanzate in termini di raccolta differenziata, riciclo, e minimizzazione del RUR.

Tutto questo ci racconta una prima verità, da cui non si può prescindere nel valutare il ruolo del redigendo “Programma Nazionale”: molte Regioni, ed i territori che le stesse rappresentano, hanno consentito, nella media, di perseguire scenari ambiziosi, smentendo a più riprese lo scetticismo di molti operatori di settore, superando continuamente la narrazione di un Paese arretrato  e non in grado di raccogliere le sfide della agenda sulla Economia Circolare[1].

Insomma, qualcosa di profondamente diverso dalle letture che vediamo spesso generate, con una percezione sciatta e riduttiva, da parte diversi operatori: letture tutte finalizzate alla definizione delle “necessità impiantistiche” in particolare per la gestione del RUR  (e con tutti gli errori metodologici e concettuali che avremo modo di specificare più oltre)

In realtà, la lettura di dettaglio dello stesso articolo 28 della Direttiva Quadro, dà ulteriori indicazioni, che non possono essere trascurate: l’articolo descrive infatti, nei suoi diversi commi ed alinea, Piani che devono essere costituiti da una elaborazione armonica in merito a misure di prevenzione e riduzione, raccolta, ed impiantistica. C’è anche l’elemento della impiantistica, ma non è l’unico – né, sottolineiamo con forza, il principale, tanto meno in uno scenario dettato dalla agenda sulla “economia circolare”, in cui il “software di sistema” (nuovi modelli di attività, riprogettazione dei materiali, organizzazione dei circuiti) è più importante del cosiddetto ”hardware” (sistema impiantistico, ed in particolare quello per trattamento e smaltimento del RUR)

Questo dà la cifra dei “Piani” come individuati dalla Direttiva Quadro: strumenti articolati, il contenitore in cui i territori definiscono gli orizzonti delle loro azioni ed ambizioni, in un quadro coerente di azioni virtuose su

·       Riduzione

·       Raccolta differenziata

·       Riciclo e compostaggio

·       Pretrattamento del RUR

·       Smaltimento

Il PNGR può dunque essere occasione per ridefinire strategie nazionali, individuando le necessarie azioni di riduzione e minimizzazione del RUR, e le misure organizzative ed economiche in merito, ben prima ed al di là della definizione delle capacità impiantistiche, ed in particolare per la gestione del RUR. Il PNGR, in altri termini, non va usato per assumere decisioni monocratiche in sede centrale, senza confronto con i territori, e con le Regioni che li rappresentano in sede politico-istituzionale e che possono assumere (come spesso sta avvenendo!) obiettivi più ambiziosi di quelli minimi definiti nelle Direttive, perseguendoli nella operatività locale e nella definizione degli strumenti di supporto.

Un approccio del PNGR tutto impostato sulla definizione delle capacità (e delle tipologie!) impiantistiche, in particolare per il RUR, non farebbe che riproporre lo schema logico dello Sblocca Italia: il livello centrale decide per il tipo di tecnologie e le relative capacità, alle Regioni rimane solo la localizzazione. Uno schema già abbondantemente sconfessato dalla sostanziale sterilità delle misure a suo tempo ivi previste; nonché – ed in modo eloquente! –  dalle sentenze della Corte Europea di Giustizia e del TAR del Lazio.

Tale approccio è stato cassato in ambito legale per un elemento fondamentale: la mancanza della VAS; elemento critico che avevamo messo in risalto (al pari di molte Regioni) sin dall’inizio. E’ appena il caso di rilevare che l’assenza della VAS ha evitato quella analisi delle alternative, che avrebbe sconfessato di fatto l’approccio distorto adottato dall’allora Ministro pro-tempore, ossia pretrattamento = incenerimento.

In effetti, come segnalammo subito (assieme a diverse Regioni), lo Sblocca Italia, che dichiarava di volere superare le criticità determinate dalla incompleta applicazione della direttiva discariche, faceva un salto logico del tutto irragionevole, trasformando l’obbligo di pretrattamento, definito dalla Direttiva stessa e che ha innescato le procedure di infrazione contro l’Italia (una su tutte, il caso Malagrotta), in obbligo di incenerimento. Invece, la Direttiva 99/31 sulle discariche  prevede una varietà di possibili approcci al pretrattamento; approcci ognuno dotato dai suoi pro, dai suoi contro, e dalle relative condizioni di adozione – proprio quello che una VAS dovrebbe esaminare in modo completo ed equilibrato, cercando, in particolare, la coerenza con gli obiettivi ambiziosi dettati dalla agenda UE, e quelli ancora più ambiziosi che molti territori hanno dichiarato e stanno dimostrando di volere perseguire.

In particolare, riteniamo fondamentale sottolineare un approccio riduttivo che vediamo usare con insistente frequenza, e che include diversi errori metodologici e concettuali: diffidiamo, una volta per tutte, dall’usare la formula, inopinatamente proposta[2] e purtroppo ripetuta più volte senza i necessari approfondimenti e riflessioni in merito, per il calcolo della “necessità di incenerimento”: la formula  “100-65-10[3]”, fallace per diversi motivi, che rendono irricevibile, ed ai limiti del ridicolo, il ragionamento ogni volta che viene riproposto:

–          Anzitutto, perché è appena il caso di sottolineare che il 65% di riciclo netto è l’obiettivo minimo, non massimo, previsto dalle Direttive UE; e fino al 2035 c’è abbondanza di tempo per perseguire scenari più ambiziosi (peraltro, già conseguiti in territori, anche estesi) in confronto con i percorsi virtuosi che le Regioni e le altre Amministrazioni Locali possono/vogliono definire

–          Ma soprattutto, ed ancora una volta, va ribadito che l’incenerimento non è l’unica opzione di trattamento del RUR; né, in riferimento alle finalità di quel calcolo, l’unica opzione che consenta di ridurne l’avvio a discarica[4]!

Insomma, l’approccio metodologico a tale calcolo è profondamente riduttivo e distorto, e non reggerebbe alla prova dei fatti, su cui siamo pronti a sfidare, con evidenze, informazioni, e capacità di visione, chiunque se ne faccia latore, a livello istituzionale o di portatori di interesse.  

Ma vale la pena di rammentare, a chi cerca di sfruttare l’occasione del PNGR per ravvivare una agenda dell’incenerimento, che questa dovrebbe invece ormai volgere allo spegnimento progressivo, come hanno già dichiarato molti dei Paesi Nordici spesso citati da chi in modo pasticciato e confuso parla di coerenza tra incenerimento e scenari avanzati di recupero materia (e riduzione dei rifiuti!)

Basta appena citare (ma ulteriori evidenze e dettagli saranno disponibili per chi riterrà di approfondire):

–          Le indicazioni venute da Tema Nord (rete dei Ministeri dell’Ambiente dei Paesi Scandinavi) sulla necessità di definire piani di decommissioning, allo scopo di superare le contraddizioni con gli scenari incrementali del recupero materia previsti dal Pacchetto Economia Circolare[5]

–          Il recente annuncio del governo danese  relativo alla definizione di un piano di spegnimento di alcuni degli inceneritori esistenti[6], dal momento che la “Carbon intensity” della produzione energetica da incenerimento è ormai marcatamente superiore (causa la presenza di materiali fossili nel rifiuto residuo, come plastica e tessili artificiali) a quella della produzione energetica generale, e nel contesto di una agenda sulla decarbonizzazione, l’incenerimento è diventato un “outlayer”, qualcosa che sta fuori dal percorso previsto. Il problema è stato sollevato recentemente anche in Scozia[7].

–          La Comunicazione della EC del Gennaio 2017[8] sul “ruolo del waste-to-energy nella economia circolare” richiama ampiamente tutti i temi elencati, includendo nel suo complesso un appello a disinvestire dall’incenerimento, massimamente nei Paesi dove la capacità di incenerimento è già presente e sviluppata (ed è il caso dell’Italia). Coerentemente, le ultime disposizioni adottate in merito alla “Taxonomy” europea della finanza sostenibile, alla politica di finanziamento della BEI, ai meccanismi di erogazione delle sovvenzioni per l’energia rinnovabile, sono tutte intese ad escludere meccanismi di finanziamento all’incenerimento

Infine, ci corre l’obbligo di sottolineare un concetto, su cui la confusa riproposizione della formula “100-65-10” pare essere cieca: in discarica, mandiamo tonnellate, non percentuali; dunque, chi vuole davvero minimizzare il ricorso alla discarica, deve evitare di legare il territorio a capacità di incenerimento che, ingessando il sistema, impediscono di lavorare sulla minimizzazione del RUR, ossia (appunto) quei tonnellaggi a cui le percentuali si applicano. I territori che più di tutti sono riusciti a minimizzare i contributi specifici alla discarica (i kg/ab di RUR, che poi diventano le tonnellate smaltite) sono, guarda caso, quelli liberi dall’ingessamento causato dalla presenza di inceneritori che necessitano di tonnellaggi onde garantire il recupero degli investimenti[9].

Ormai lo scenario operativo abbonda di evidenze di questo tipo, in Italia ed a livello UE: e chi si occupa di programmazione non può più permettersi di ignorarle. 


[1] Al contempo, questa realtà descrive un Paese in grado di perseguire obiettivi sempre più ambiziosi, e deve agire da stimolo per quei territori e Regioni – non solo al Sud! – che ancor attestano una marcata arretratezza rispetto alla media nazionale ed agli obiettivi di legge. La presenza, anche nel contesto centro-meridionale, di Regioni con livelli avanzatissimi di raccolta differenziata e riciclo (es. Sardegna), ma anche  di vaste aree o singoli distretti nelle Regioni più arretrate, dimostra la percorribilità di scenari avanzati, non lascia scuse e deve stimolare una veloce evoluzione della situazione media regionale a qualunque latitudine

[2] Cfr. ad esempio: https://24plus.ilsole24ore.com/art/industria-riciclo-senza-impianti-22-milioni-tonnellate-rifiuti-ADnY5Bx e https://cesisp.unimib.it/wp-content/uploads/sites/42/2020/09/cesisp-instant-paper-circular-capacity-waste-08-2020.pdf. I contributi ivi citati o sviluppati, sembrano proprio volere dettare al Ministero una agenda distorta, basata sull’erroneo calcolo 100-65-10, per la redazione del PNGR, impostando in particolare su tale approccio un calcolo della “necessità di capacità aggiuntiva di incenerimento”. Calcolo fallace per quanto qui mostrato.

[3] La formula, nelle intenzioni di chi in modo pigro la propone, assume il conseguimento del 65% di riciclo netto (ossia, già sottraendo gli scarti dei processi di riciclo e compostaggio) come previsto dalla Direttiva-Quadro, e il 10% di “landfill cap” come previsto dalla nuova Direttiva Discariche, derivando – impropriamente, per quanto evidenziato in questo documento – la necessità di un 25% di incenerimento

[4] In merito, si può consultare ad esempio il documento “Building a Brige Strategy for Residual Waste” di Zero Waste Europe, peraltro redatto prendendo spunto da esempi presenti anche e soprattutto nel contesto nazionale: https://zerowasteeurope.eu/2020/06/building-a-bridge-strategy-for-residual-waste/

[5] https://www.compostnetwork.info/wordpress/wp-content/uploads/EUNOMIA-study-on-Nordic-Nations.pdf

[6] https://stateofgreen.com/en/partners/state-of-green/news/new-political-agreement-to-ensure-a-green-danish-waste-sector-by-2030/, l’articolo rimarca anche che la Danimarca, come da noi sempre segnalato, ha il poco commendevole primato di produzione pro-capite di RU in Europa, ben più di Paesi a vocazione turistica!

[7] https://www.zerowastescotland.org.uk/sites/default/files/ZWS%20%282020%29%20CC%20impacts%20of%20incineration%20SUMMARY%20REPORT%20FINAL.pdf. Vale la pena di sottolineare che “Zero Waste Scotland” è una organizzazione dello Scottish Executive, il Governo scozzese, delegata alla implementazione della Circular Economy.

[8] https://ec.europa.eu/environment/waste/waste-to-energy.pdf

[9] Cfr. Il documento https://zerowasteeurope.eu/wp-content/uploads/2020/03/zero_waste_europe_policybriefing_10landfill_en.pdf che include una analisi approfondita del tema, con relativi casi di studio. 

CONAI, rimodulato il contributo ambientale per gli imballaggi in acciaio, plastica e vetro

Il contributo per gli imballaggi in acciaio passerà da 3 EUR/tonnellata a 18 EUR/tonnellata, Aumenteranno anche gli imballaggi in plastica di fascia B2 e di fascia C e quelli in vetro da 31 EUR/tonnellata a 37 EUR/tonnellata

CONAI ha deliberato per gli imballaggi in acciaio, in plastica e in vetro un aumento del contributo ambientale, utilizzato per finanziare le attività di raccolta e valorizzazione dei rifiuti di imballaggio, prioritariamente provenienti da raccolta urbana. L’aumento avrà effetto a partire dal 1° gennaio 2021. Una decisione che nasce dalla richiesta dei consorzi di filiera RICREA, COREPLA e COREVE,  frutto di profondi cambiamenti intervenuti nel corso del 2020 per il sistema e per l’intero settore della gestione dei rifiuti di imballaggio.

Oltre all’entrata in vigore del cosiddetto Decreto Rifiuti, che recepisce due delle quattro direttive europee contenute nel Pacchetto Economia Circolare, l’emergenza sanitaria in corso – si legge in una nota – sta indubbiamente condizionando la filiera della valorizzazione dei rifiuti di imballaggio. L’effetto COVID-19 ha infatti generato una crescita nella raccolta urbana, anche a causa di una generalizzata preferenza dei consumatori verso i prodotti imballati e del venir meno dei consumi fuori casa. Ma, nonostante le difficoltà dei primi mesi di brusco lockdown, le attività di raccolta differenziata non si sono interrotte e tutti i rifiuti di imballaggio sono sempre stati puntualmente ritirati. Il blocco di alcuni settori di sbocco delle materie prime seconde sia in Italia sia verso l’estero, inoltre, ha causato un eccesso di offerta che ha fatto crollare il valore della materia da riciclo e ridotto gli sbocchi di mercato, soprattutto nel mondo della plastica.
Gli aumenti del contributo ambientale devono quindi mettere il mondo delle imprese nella condizione di poter continuare a garantire le attività di raccolta anche in questi mesi di pandemia, che rappresentano un momento di preoccupazione e difficoltà per tutti.

Acciaio
Il contributo per gli imballaggi in acciaio passerà da 3 EUR/tonnellata a 18 EUR/tonnellata. Un valore che torna simile a quelli del 2015, quando il CAC acciaio passò da 26 a 21 EUR/tonnellata e infine a 13 EUR/tonnellata.
Questo aumento è determinato da tre fattori. In primis l’aumento dei corrispettivi per la raccolta differenziata legato al nuovo Allegato Tecnico dell’Accordo Quadro ANCI-CONAI, i cui valori si posizionano sostanzialmente in linea con le nuove Direttive Europee. In secondo luogo, il significativo incremento delle quantità di imballaggi in acciaio recuperate: nel primo quadrimestre del 2020 l’acciaio è stato il materiale di imballaggio che ha registrato la crescita più significativa – rispetto all’anno precedente – nei conferimenti al sistema CONAI; in particolare, +19,6% in marzo e +23,7% in aprile. Infine, i calo in atto da tre anni a questa parte del valore economico del rottame ferroso, che erode la principale fonte di ricavi del Consorzio dopo il CAC attraverso la vendita alle Acciaierie di rottame da imballaggio proveniente da raccolta differenziata.
Il tutto senza poter far ricorso alle riserve patrimoniali, ridotte negli ultimi anni per effetto di una politica di contenimento richiesta dal Ministero.

Plastica
Oltre ai motivi di carattere generale, che hanno fortemente impattato sui valori di vendita dei materiali a riciclo e sui costi di valorizzazione delle frazioni non ancora riciclabili, l’aumento dei CAC per gli imballaggi in plastica è determinato anche da fattori specifici legati alla filiera.
Il Consorzio COREPLA sta registrando infatti un aumento dei conferimenti di imballaggi in plastica del 5% nel corso del 2020, e al contempo una riduzione delle quantità assoggettate al contributo ambientale. L’Europa, inoltre, impone un tasso di riciclo della plastica che nel 2025 dovrà raggiungere il 50%: è quindi sempre più necessario investire in ricerca e sviluppo e sostenere il riciclo meccanico, per favorire l’avvio a riciclo di alcune frazioni merceologiche che i riciclatori non avrebbero altrimenti interesse a recuperare. Il blocco delle attività produttive che normalmente usano materiale da riciclo, causato la scorsa primavera dal Coronavirus, ha inoltre dimezzato i ricavi delle aste, influenzati dalla minore richiesta di materiale.
I valori del CAC resteranno invariati per gli imballaggi in plastica di fascia A (150 EUR/tonnellata) e di fascia B1 (208 EUR/tonnellata), ossia per gli imballaggi maggiormente riciclabili. Aumenteranno invece per gli imballaggi di fascia B2 e di fascia C: per la prima si passa da 436 EUR/tonnellata a 560 EUR/tonnellata, per la seconda invece da 546 EUR/tonnellata a 660 EUR/tonnellata.
Pur con questi aumenti, i valori fissati per gli imballaggi in plastica risultano ancora tra i più bassi in Europa. È stato comunque preso un impegno a revisionare e aggiornare criteri e logiche di diversificazione, confrontandosi anche con quanto avviene in Europa e legando i valori del CAC non solo alla riciclabilità e al circuito di destinazione degli imballaggi, ma anche ai reali costi di raccolta e riciclo. Le decisioni verranno prese entro giugno 2021.

Vetro
Il contributo ambientale per gli imballaggi in vetro passerà da 31 EUR/tonnellata a 37 EUR/tonnellata. L’aumento è determinato dall’entità dei nuovi corrispettivi da riconoscere ai Comuni per il servizio di raccolta differenziata previsti dall’Allegato Tecnico dell’Accordo Quadro ANCI-CONAI, i cui valori progressivi sono stati definiti, da qui al 2024, in linea con quanto richiesto dalle nuove Direttive Europee sui rifiuti d’imballaggio. Senza questa necessità, il consorzio COREVE sarebbe prevedibilmente rimasto in equilibrio economico, grazie al lavoro e agli sforzi fatti negli ultimi due anni, senza ricorrere a questo incremento.

Procedure semplificate per l’import
L’aumento avrà effetto anche sulle procedure forfettarie/semplificate per importazione di imballaggi pieni, sempre a decorrere dal 1° gennaio 2021.
Le aliquote da applicare sul valore complessivo delle importazioni (in EUR) passeranno da 0,18 a 0,20% per i prodotti alimentari imballati e da 0,09 a 0,10% per i prodotti non alimentari imballati. Il contributo mediante il calcolo forfettario sul peso dei soli imballaggi delle merci importate (peso complessivo senza distinzione per materiale) passerà da 92 a 107 EUR/tonnellata.
I nuovi valori delle altre procedure semplificate saranno a breve disponibili sul sito CONAI.

Fonte: E-Gazette