Proroga termini TARI e PEF al 31 maggio in arrivo con il “dl aiuti”

Con il prossimo “dl aiuti” in approvazione nei prossimi giorni, verrà introdotta una norma che collega il termine dell’approvazione degli atti legati al prelievo sui rifiuti (PEF, tariffe e regolamenti) – fissato dal “dl milleproroghe” al 30 aprile di ciascun anno – a quello del bilancio di previsione degli enti locali, quando quest’ultimo risulti prorogato ad una data successiva al 30 aprile.

Lo afferma il viceministro all’Economia Laura Castelli interpellata dall’Ansa a Montecitorio, in risposta alle molteplici richieste dei Comuni e dell’Anci che chiedevano da tempo un allineamento tra i termini di approvazione dei provvedimenti relativi al prelievo sui rifiuti (PEF, tariffe e regolamenti) a quelli del bilancio, che quest’anno sono stati prorogati al 31 maggio, anche per ottemperare alle nuove prescrizioni dell’ARERA che in materia di qualità del servizio rifiuti, aggiungono nuovi elementi di complessità ad un quadro regolatorio già di per sé molto complesso.

Il termine per le deliberazioni Tari sarà quindi posposto al 31 maggio 2022.

La norma in questione disporrà inoltre che i Comuni che abbiano già approvato i propri bilanci di previsione possano effettuare una semplice variazione di bilancio per recepire gli eventuali effetti della successiva deliberazione dei provvedimenti relativi alla TARI, anziché dover procedere ad una riapprovazione dello stesso.

Fonte: Fondazione IFEL

Direttiva sulle discariche: nuova messa in mora per l’Italia 

L’Italia è di nuovo nel mirino di Bruxelles e gli obiettivi sono 12 discariche non conformi agli standard UE. Con la direttiva 1999/31/CE, l’Unione europea si era espressa riguardo a dei punti chiave per rendere più sicure le discariche per l’ambiente e la salute umana, fornendo una serie di rigidi requisiti tecnici. Tutti gli Stati membri avrebbero dovuto chiudere o riqualificare i siti non a norma entro il 16 luglio 2009, per l’Italia questi erano 44 e durante gli anni ne sono stati chiusi 32. La Corte di giustizia dell’Ue, attraverso una sentenza del 29 marzo del 2019, ha sollecitato l’Italia a chiudere o riqualificare le restanti 12 discariche non a norma. Dal 2019 ad oggi ancora non sono state chiuse e la Commissione Ue ora, dopo la messa in mora, ha dato ancora due mesi di tempo all’Italia per agire e, nel caso non riuscisse a garantire alcun intervento, potrebbe deferire il caso alla Corte di giustizia dell’Unione europea. 

Covid, dopo due anni continua il paradossale tabù sui rifiuti

Continua la brutta pagina, tutta e solo italiana, che vede una indicazione ufficiale di NON fare la raccolta differenziata nelle case dei positivi al Covid, mandando a incenerimento tutto quanto. Cautelativamente ipotizziamo che circa 300 mila tonnellate di rifiuti avrebbero potuto essere differenziate e sono finite invece negli inceneritori. A parte le valutazioni ambientali, in termini economici significa un maggiore costo e minore introito di circa 75 milioni l’anno

C’è persino chi dice che è il momento buono per prendersi il Covid e immunizzarsi, in ogni caso si sta uscendo dalla emergenza ma per i rifiuti non sta cambiando nulla. Continua la brutta pagina, tutta e solo italiana, che vede una indicazione ufficiale di NON fare la raccolta differenziata nelle case dei positivi al Covid, mandando a incenerimento tutto quanto, umido carta plastica vetro, non solo le mascherine. Se fate una ricerca in rete sul tema rifiuti e Covid, in particolare la raccolta differenziata, troverete soltanto le indicazioni a NON farla o viceversa gli articoli di Eco dalle Città (o da noi ispirati) che contestano questo irrazionale spreco e passo indietro. In mezzo il silenzio. (Rotto soltanto da una interrogazione parlamentare di Rossella Muroni, che non è stata ripresa da altri organi di informazione).

E’ una brutta pagina per la storia gloriosa della raccolta differenziata e del riciclo, che vede/vedrebbe l’Italia all’avanguardia in Europa. Dal punto di vista della vita reale del ciclo dei rifiuti, la battuta d’arresto non è evidente. C’è stato ovviamente nel 2020 un calo della produzione totale dei rifiuti, ma non si vede un calo percentuale della raccolta differenziata. Il che significa che la disposizione proveniente dall’Istituto Superiore di Sanità, di non fare la raccolta differenziata, è stata largamente disattesa. E infatti è poco conosciuta e mai è stata tematizzata e dibattuta a livello mediatico.

Già questo è un aspetto brutto della pagina. Il mondo della raccolta differenziata e del riciclo si è accontentato di andare avanti per forza d’inerzia. Una ipocrisia generale. Si è messa la regola (ammesso che sia una regola) quasi in silenzio, chi ci credeva non si è occupato di farla rispettare, chi non ci credeva non ha avuto il coraggio di contestarla. A perderci (o viceversa a guadagnarci) sono stati i casi in cui si è dato incarico a ditte specializzate di raccogliere come rifiuti ospedalieri i rifiuti domestici dalle case dei contagiati.

In realtà si potrebbe dimostrare che la disposizione ha comunque danneggiato la raccolta differenziata perché nel 2019, come nell’anno precedente, era cresciuta a balzi del 3 per cento, mentre la crescita nel 2020 si è limitata all’ 1,7-1,8%. Cautelativamente ipotizziamo che circa 300 mila tonnellate di rifiuti avrebbero potuto essere differenziate e sono finite invece negli inceneritori. A parte le valutazioni sui costi ambientali, e le emissioni o i fumi, in termini economici significa un maggiore costo e minore introito di circa 75 milioni l’anno. Ignorati da tutti. Dopo settimane che cerchiamo con le nostre deboli forze di sollevare il problema, arriva la decisione coraggiosa o semplicemente saggia presa a Mantova: si riprende la raccolta differenziata, chiedendo solo agli utenti di usare ove necessario il doppio sacco.  La decisione di Mantova, dovuta anche alla lungimiranza di Lorenzo Bagnacani di MantovaAmbiente, è stata condivisa dalle Asl. Nessuno ha fatto obiezioni. Segno che si potrebbe fare così ovunque se solo si volesse.

Fonte: Paolo Hutter per Eco dalle Città

La Commissione Ue contro il recepimento della direttiva Sup. Ora l’Italia è rischio infrazione

Per l’Italia continuano i problemi in merito al recepimento della direttiva UE che mira a ridurre la dispersione della plastica monouso nell’ambiente. Dopo la richiesta inascoltata di una sospensione del provvedimento legislativo, il rischio di una procedura d’infrazione si fa più concreto

Pronti… via? Anzi no, meglio un rinvio. Da oggi è in vigore il recepimento italiano della direttiva Sup, la normativa comunitaria del 2019 che punta alla “riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente”. Con il decreto legislativo n. 196 dell’8 novembre 2021 il nostro Paese, dopo più di due anni di rinvii e polemiche, si è finalmente adeguato al dettato comunitario. Lo ha fatto, però, inserendo una serie di commi “aggiuntivi” che la Commissione europea qualche settimana fa ha contestato con una comunicazione ufficiale al ministero dello Sviluppo economico. Il “parere circostanziato” firmato dal commissario europeo al Mercato interno Thierry Breton, che EconomiaCircolare.com ha avuto modo di visionare, è una bocciatura netta e lunga due pagine e mezzo, che analizza alcuni passaggi del provvedimento italiano soffermandosi sulle singole parole e definizioni.

Uno dei focus della bocciatura di Bruxelles è il tentativo del nostro Paese di salvaguardare il settore delle bioplastiche. “La direttiva Sup non prevede alcuna eccezione per la plastica biodegradabile – scrive in maniera esplicita il commissario Breton -. Al contrario, prevede esplicitamente che la definizione di ‘plastica’ contenuta nella direttiva dovrebbe comprendere la plastica a base organica e biodegradabile, a prescindere dal fatto che siano derivati da biomassa o destinati a biodegradarsi nel tempo. Pertanto, tale plastica biodegradabile è considerata come qualsiasi altra plastica“.

In teoria, quando la Commissione emana un parere circostanziato, dovrebbe conseguirne “la proroga dei termini del periodo di astensione obbligatoria dall’adozione del provvedimento notificato, che risultano ora fissati al 23 marzo 2022”.  In pratica il governo italiano, avrebbe dovuto sospendere l’attuazione del provvedimento che invece da oggi è pienamente vigente. Si presume, allora, che utilizzerà questo arco temporale per riaffermare le proprie ragioni nelle sedi europee.
Ma quali sono nel concreto le parti del decreto legislativo di recepimento che la Commissione contesta? E quali possono essere le conseguenze di una bocciatura così netta?

Leggi anche: Stop alla plastica monouso? Ecco cosa prevede l’adeguamento italiano alla direttiva Sup

I motivi della bocciatura 

Il parere della commissione entra nel dettaglio della definizione di plastica monouso e contesta alle norme entrate in vigore oggi di aver escluso da tale definizione i “rivestimenti in plastica aventi un peso inferiore al 10 per cento rispetto al peso totale del prodotto, che non costituiscono componente strutturale principale dei prodotti finiti”. Un’interpretazione tutta italiana, conferma il documento della Commissione, la quale ricorda che le definizioni condivise a livello europeo della plastica monouso “non impongono alcuna soglia per la quantità di plastica da includere nel prodotto affinché possa essere considerato un prodotto di plastica monouso. Non vi sono altri elementi nella direttiva, né nella storia legislativa, che indichino che tali definizioni dovrebbero essere interpretate in modo tale da richiedere una percentuale minima di contenuto di plastica per costituire un prodotto di plastica monouso”. E, secondo il parere, la misura italiana può incidere e modificare arbitrariamente il mercato interno “dato che tale soglia del 10% esclude dal campo di applicazione delle norme sui prodotti di plastica monouso determinati prodotti che sarebbero inclusi in tale ambito senza tale soglia quantitativa”.

Allo stesso modo, come accennato, viene respinto al mittente anche il tentativo di salvaguardare il settore delle bioplastiche dal divieto di immissione sul mercato dei prodotti monouso. A tal proposito, infatti, l’Italia ha previsto, con il paragrafo 3 dell’art. 5 del decreto legislativo dello scorso novembre, “un elenco di eccezioni per taluni prodotti biodegradabili e compostabili per i quali la materia prima rinnovabile raggiunge una certa percentuale” (il 40% per i primi due anni, il 60% a partire dal 2024). Eccezioni che, secondo la Commissione, non si possono applicare perché la plastica biodegradabile è comunque da considerare una plastica a tutti gli effetti. Ecco perché “la Commissione ritiene che tale disposizione del progetto notificato, prevedendo le eccezioni che consentono l’immissione sul mercato di prodotti di plastica biodegradabili e compostabili monouso elencati nella parte B dell’allegato, in particolare bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, agitatori per bevande, ecc., sia contraria all’articolo 5 della direttiva Sup”.

Bocciato, poi, anche il credito d’imposta previsto dallo Stato italiano verso le imprese che promuovono l’acquisto di materiali e prodotti alternativi alla plastica monouso: anche in questo caso, infatti, il legislatore italiano ha sì inserito correttamente le alternative riutilizzabili ma anche, nuovamente, la plastica biodegradabile e compostabile. Che invece, secondo il parere della Commissione, rischia di incentivare la sostituzione della plastica monouso con quella biodegradabile. In un meccanismo tutt’altro che circolare. “La direttiva invita inoltre gli Stati membri a rispettare con tali misure la gerarchia dei rifiuti – si legge ancora nel documento – favorendo così la prevenzione, il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero prima dello smaltimento. La Commissione ritiene che la misura che, invece di prevenire, promuove finanziariamente l’uso di un determinato prodotto di plastica monouso, sia esso biodegradabile (in quanto plastica ai sensi della direttiva Sup), e non il riutilizzo, il riciclaggio o il recupero, sia contraria all’articolo 4 e agli obiettivi della direttiva Sup”.

Leggi anche: “La direttiva Sup considera il mare una discarica”. Le ragioni di Marco Versari, Assobioplastiche

Gli scenari dopo il parere della Commissione

E ora che succede? Prima di arrivare a questa bocciatura, il governo italiano, come ricorda la stessa Commissione, aveva provato a difendere le proprie ragioni (e quelle di un intero settore). “Le spiegazioni fornite dalle autorità italiane in risposta alla richiesta di informazioni supplementari della Commissione del 14 ottobre 2021 in merito al regime specifico introdotto per i prodotti di plastica biodegradabili e compostabili non modificano tale valutazione” scrive la Commissione, che poi aggiunge di non ravvisare “alcuna base giuridica per l’Italia per introdurre deroghe speciali”.  Sì all’adeguamento, insomma, no alle interpretazioni “all’italiana”.

Ora toccherà al governo e al ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani difendere le ragioni della scelta racchiusa nel decreto legislativo approvato a novembre, con la consapevolezza che le “correzioni” implicitamente evocate dall’Unione europea potrebbero produrre notevoli danni economici per l’industria della carta e per la filiera delle bioplastiche, già in difficoltà a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e dell’assenza di materie prime. D’altro canto le questioni emerse in quest’ultima missiva indirizzata al nostro esecutivo erano note da tempo, ma si è preferita la via della forzatura a quella dell’adeguamento per tempo. Non resta che sperare che si riesca, nelle prossime occasioni  di confronto, a evidenziare le specificità italiane nella gestione post consumo degli oggetti monouso messi sotto i riflettori da Bruxelles perché non rientranti nella previsione della direttiva.

Le opzioni, in ogni caso, sembrano limitate, dato che le precedenti prove di dialogo sono tutte falliteCome ricordava a Economiacircolare.com l’esperto Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti e di economia circolare, l’Italia ha avuto molto tempo e molti tavoli a disposizione per provare a modificare la direttiva già durante la stesura in sede comunitaria (le direttive, come è noto, sono soggette a discussioni ampie e che si protraggono per anni). Nonostante la ferma opposizione degli interlocutori comunitari, il nostro Paese ha scelto di andare avanti sulla propria strada.
Probabilmente il nostro Paese avrebbe potuto intervenire anche a decreto approvato, prima dell’entrata in vigore effettiva, perché la missiva firmata dal commissario Breton risale a qualche giorno prima di Natale 2021. il governo avrebbe potuto forse prorogare in extremis l’entrata in vigore della nuova normativa, magari prorogandolo al 23 marzo 2022 in applicazione della procedura comunitaria in caso di emissione di pareri circostanziati. Non averlo fatto potrebbe procurare ulteriori problemi al nostro Paese.

Ora le ipotesi sono due: o l’Italia, alla luce delle nuove comunicazioni arrivate da Bruxelles, modifica con il primo provvedimento utile il sui decreto legislativo di recepimento della direttiva Sup, oppure potrebbe aprirsi una procedura d’infrazione nei confronti di uno Stato che ha scelto di non adeguarsi alle (ripetute) indicazioni giunte dalle autorità europee.

Fonte: EconomiaCircolare.com

Le Associazioni ambientaliste: serve un cauzionamento degli imballaggi

“Al fine di accelerare la transizione verso un’economia circolare e facilitare il raggiungimento degli obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo, l’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi insieme a: A Sud Onlus, Altroconsumo, Greenpeace, Kyoto Club, LAV, Legambiente, Lipu-Bird Life Italia, Oxfam, Marevivo, Pro Natura, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, WWF e Zero Waste Italy, chiede l’introduzione di un efficiente sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi per bevande monouso in Italia.”

Inizia così il comunicato stampa a firma congiunta delle principali Associazioni Ambientaliste Italiane.

Come sta avvenendo in molti Paesi europei, dal luglio scorso anche in Italia viene discussa l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi monouso per bevande (in plastica, alluminio e vetro). Il dibattito nasce dall’esigenza di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei imposti dal pacchetto economia circolare ed in particolare dalla direttiva sulla plastica monouso – SUP, con lo scopo di ridurre la dispersione delle plastiche nell’ambiente e gli effetti dannosi correlati che colpiscono la biodiversità.
La direttiva SUP impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029 (con un obiettivo di raccolta intermedio del 77% entro il 2025) e un minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 (30% dal 2030 in tutte le bottiglie in plastica per bevande). Questi obiettivi sono raggiungibili unicamente attraverso l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale, unico modello di raccolta selettiva al mondo capace di raggiungere tassi di intercettazione e riciclo così elevati con benefici ambientali ed economici.

Con i suoi quasi ottomila chilometri di coste l’Italia è, dopo l’Egitto e prima della Turchia, il maggior responsabile di sversamento di rifiuti plastici nel Mediterraneo3. Un sistema di deposito cauzionale
sugli imballaggi per bevande permetterebbe al paese di ridurre sensibilmente l’inquinamento ambientale, di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo prima citati, e di favorire il perseguimento di obiettivi di riuso per una reale transizione verso un’economia più circolare.
Secondo un recente studio di Reloop Platform, in Italia oltre 7 miliardi di contenitori per bevande sfuggono al riciclo ogni anno, uno spreco che potrebbe essere ridotto del 75-80% attraverso l’introduzione di un sistema di deposito efficiente4. Inoltre, l’attuale sistema di raccolta differenziata del PET permette un’intercettazione solo del 58%, ben lontano dall’obiettivo del 90% imposto dalla direttiva SUP.
Nel decreto Semplificazioni del luglio 2021 è stato inserito uno specifico emendamento che apre all’introduzione di un sistema di deposito anche in Italia. Il Ministero della transizione ecologica in
collaborazione con il Ministero dello sviluppo economico si trovano adesso a dover redigere i decreti attuativi per l’introduzione di tal sistema.

Le associazioni ambientaliste firmatarre auspicano dunque che i ministeri competenti nel definire le caratteristiche di un sistema di deposito nazionale vogliano ispirarsi alle esperienze europee di maggiore successo che vedono sistemi cauzionali di portata nazionale, obbligatori per i produttori di bevande e che coprono tutte le tipologie di bevande nelle diverse dimensioni commercializzate in bottiglie di plastica, vetro e lattine. Trattasi di sistemi cauzionali regolati e gestiti da un ente no profit formato e finanziato dai produttori di bevande che opera in modo da raggiungere gli ambiziosi obiettivi di raccolta e riciclo stabiliti dal Governo organizzando un modello di raccolta conveniente e facilmente accessibile dai consumatori in cui l’importo della cauzione è un elemento chiave per raggiungere e mantenere tali obiettivi.

Leggi l’appello integrale

Cos’è un sistema cauzionale? Scheda tecnica

Nuovo studio ZWE: includere l’incenerimento dei rifiuti nel sistema ETS dell’UE è un percorso per generare benefici climatici e occupazione

L’incenerimento dei rifiuti urbani è attualmente escluso dal sistema europeo di scambio di quote di emissione. Se lo si include, spiega Zero Waste Europe, le aziende dei rifiuti dovranno acquistare crediti di emissione per ogni tonnellata di CO2 che emettono durante il trattamento di rifiuti domestici, aziendali e industriali. Questo costo aggiuntivo può fungere da incentivo per la prevenzione e il riciclo, che diventeranno quindi più competitivi (meno costosi) dell’incenerimento

Un nuovo studio di CE Delft richiesto da Zero Waste Europe mostra che l’inclusione dell’incenerimento nell’ambito dell’Emission Trading System (ETS) dell’Unio Europea incoraggerebbe la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti e genererebbe benefici per il clima e l’occupazione.

L’incenerimento dei rifiuti urbani è attualmente escluso dal sistema europeo di scambio di quote di emissione. Se lo si include, le aziende dei rifiuti dovranno acquistare crediti di emissione per ogni tonnellata di CO2 che emettono durante il trattamento di rifiuti domestici, aziendali e industriali. Questo costo aggiuntivo può fungere da incentivo per la prevenzione e iriciclo, che diventeranno quindi più competitivi (meno costosi) dell’incenerimento.

Inoltre, verranno creati nuovi posti di lavoro poiché le attività di riciclo sono più impegantive rispetto all’incenerimento dei rifiuti. Da qui al 2030, dice lo studio, c’è il potenziale per creare più di 14.000 posti di lavoro.

I potenziali impatti dell’inclusione sono stati studiati sulla base di due scenari: il primo è quello fossile, che vede incluse solo le emissioni di CO2 fossile (emissioni di CO2 provenienti ad esempio dall’incenerimento della plastica), il secondo è quello calcolato sulle emissioni di CO2 sia fossili che biologiche (derivanti dall’incenerimento dei rifiuti alimentari) incluse nell’EU ETS.

Janek Vähk, coordinatore per il clima, l’energia e l’inquinamento atmosferico di Zero Waste Europe, afferma: “Il nuovo rapporto mostra che l’inclusione è una triplice situazione vantaggiosa per tutti, poiché va a vantaggio non solo del clima, ma crea anche occupazione e aiuta l’Europa a muoversi verso una maggiore economia circolare favorendo la prevenzione e il riciclo dei rifiuti”.

Le principali conclusioni dello studio di ZWE sono:

  • L’inclusione dell’incenerimento nel sistema ETS dell’UE incoraggerà le attività di riciclaggio da parte delle famiglie e delle imprese. Poiché le imprese hanno un incentivo più diretto sui prezzi se l’incenerimento è incluso nel sistema, gli impatti saranno maggiori per loro (riduzione dei rifiuti dall’8 al 25%) rispetto alle famiglie (riduzione dei rifiuti dallo 0,2 al 5%).
  • L’incenerimento nell’EU ETS può ridurre le emissioni di CO2 che vanno da 2,8 milioni di tonnellate all’anno nel 2022 nello scenario fossile, fino a 8,8 milioni di tonnellate all’anno nello scenario fossile e biologico nel 2030. Oltre il 90% dei benefici ambientali deriva dalla riduzione dei rifiuti commerciali e industriali.
  • Poiché le attività di riciclo sono più impegnative rispetto all’incenerimento o al collocamento in discarica, incluedere l’incenerimento nel sistema ETS dell’UE potrebbe comportare 6.800 posti di lavoro aggiuntivi nello scenario fossile nel 2022 e fino a oltre 21.000 posti di lavoro nello scenario fossile e biologico nel 2030.

Zero Waste Europe invita il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE a modificare la proposta della Commissione e includere gli inceneritori di rifiuti urbani, facendo in modo che paghino le loro emissioni.

Leggi il rapporto completo qui.

Fonte: Eco dalle Città

Ue adotta rapporto su riduzione emissioni di metano: approvati emendamenti che cambiano la strategia sulle discariche

Martedì 28 settembre la Commissione ENVI del Parlamento Europeo (Ambiente, Sanità pubblica e Sicurezza alimentare) ha adottato la relazione sulla strategia Ue per ridurre le emissioni di metano, con obiettivi vincolanti per raggiungere i target climatici comunitari in linea con l’Accordo di Parigi. Il documento, che ha ricevuto 61 voti favorevoli, 10 contrari e 7 astensioni, chiede che la Commissione Europea proponga nuovi strumenti di regolamentazione ed indirizzo in materia, coprendo tutti i settori responsabili delle emissioni di quello che è un gas climalterante 84 volte più potente della CO2 nel breve periodo.

La strategia riguarda dunque anche l’economia circolare e la gestione rifiuti. Per il settore, la Relazione, nella sua versione finale adottata, chiede alla Commissione di rivedere il Landfill Cap, ovvero l’obbligo per gli Stati membri di limitare entro il 2035 al 10% o meno la quantità di rifiuti urbani da collocare in discarica rispetto al totale prodotto in un dato anno, e di e stabilire nuovi obiettivi per limitare la produzione di rifiuto residuo nella revisione (prevista per il 2024) della Direttiva sui Rifiuti e della Direttiva sulle Discariche.

Tali richieste riecheggiano le critiche sollevate da molti, sulla contraddizione tra Landfill Cap, strategie di lotta al cambiamento climatico, ed economia circolare. Secondo  Zero Waste Europe questo rappresenta una “ulteriore svolta fondamentale” che “depotenzia ancora di più il ruolo dell’incenerimento come strumento per minimizzare la discarica”.

“Il Rapporto approvato dall’Europarlamento – spiega il network europeo – fa propri alcuni concetti e richieste avanzate da ZWE da tempo: in particolare chiede alla Commissione, e per la seconda volta in pochi mesi (la prima fu nel voto del Febbraio scorso sul Circular Economy Action Programme), di rivedere radicalmente il ‘Landfill Cap’ al 10%“.

Più nel dettaglio Zero Waste spiega che gli emendamenti adottati dall’Europarlamento ed accolti nella versione finale della relazione chiedono:

– di modificare il Landfill Cap, sostituendolo con un ‘residual waste cap’ (limite alla produzione di rifiuto residuo) in kg per abitante, e/o con un Landfill Cap espresso nello stesso modo (e non in percentuale) onde consentire di conseguirlo anche con la combinazione di riduzione, riuso, riciclo, compostaggio;

– di rafforzare piuttosto l’obbligo di pretrattamento, ancora disatteso in vari Paesi (non in Italia) e che, in un’epoca di decarbonizzazione, è il migliore modo per ridurre le emissioni di gas serra dalla gestione del RUR (come evidenziano molti studi, la biostabilizzazione tendenzialmente annulla le potenziali emissioni di metano, ma, a differenza dell’incenerimento, non rilascia CO2 fossile);   

– di sottolineare il ruolo della raccolta differenziata dell’organico e delle altre frazioni biodegradabili, come opzioni prioritarie per la minimizzazione delle emissioni da discarica;

–di confermare l’annullamento di qualunque programma di finanziamento all’incenerimento, e sottolineare il ruolo sempre più residuale dell’incenerimento nella gerarchia UE; il che non ne fa una delle opzioni preferibili nelle strategie di minimizzazione del metano.

“Per tutto questo, sottolinea ZWE, è quantomeno avventato proporre pianificazioni sulla base del Landfill Cap, basandosi ad esempio sulla formula 100-65-10, a più riprese proposta per calcolare impropriamente un ‘25% di necessità di incenerimento’. Il Landfill Cap al 10%, oltre ad essere lontano nel tempo, è possibile, anzi sempre più probabile, che venga rivisto nella revisione di medio termine del Pacchetto Economia Circolare, anche perché non è sostenuto dalle evidenze raccolte negli studi che accompagnano la Landfill Directive”.

Fonte: Eco dalle Città

Decreto Semplificazioni: Subappalto al 50%

Dagli atti preparatori che hanno portato alla definizione del D.Lgs. n. 50/2016 (Codice dei contratti) è stato chiara a tutti la mancata presa di posizione del Governo sulle norme che regolano il subappalto.

Il teatrino del subappalto

Chi ha seguito la definizione del Codice dei contratti ricorderà quante volte sia cambiato l’art. 105 e il teatrino sulla percentuale di subappalto massima che in pochi giorni cambiò di valore fino al suo valore stabilito al 30% per poi cambiare nuovamente con una norma a tempo, il D.L. n. 32/2019 (c.d. Sblocca Cantieri), convertito in Legge n. 55/2019, che ha stabilito una disciplina transitoria fino al 31 dicembre 2020 fissando tale percentuale al 40%.

A questo quadro dobbiamo aggiungere:

  • la lettera di costituzione in mora (infrazione 2018/2273) inviata dalla Commissione Europea il 24 gennaio 2019;
  • la sentenza 26 settembre 2019, causa C-63/18 in cui la Corte di giustizia europea ha confermato l’anomalia della disposizione prevista Codice dei contratti che limita il ricorso al subappalto;
  • la sentenza 27 novembre 2019, C-402/18 con la quale la Corte di giustizia europea ha ulteriormente confermato che la direttiva 2004/18/CE:
    • osta a una normativa nazionale di limitare al 30% la quota parte dell’appalto che l’offerente è autorizzato a subappaltare a terzi;
    • osta a una normativa nazionale di limitare la possibilità di ribassare i prezzi applicabili alle prestazioni subappaltate di oltre il 20% rispetto ai prezzi risultanti dall’aggiudicazione.
  • la segnalazione avente ad oggetto la normativa sui limiti di utilizzo del subappalto inviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) al Senato della Repubblica italiana, alla Camera dei Deputati ed al Presidente del Consiglio dei Ministri, con la quale ha chiesto di eliminare la previsione generale e astratta di una soglia massima di affidamento subappaltabile;
  • l’audizione presso la Commissioni riunite Ambiente e Politiche Ue del Presidente ANACGiuseppe Busia, in cui ha evidenziato la necessità di adeguare la normativa nazionale sugli appalti pubblici a quella comunitaria, rilevando le problematiche sul subappalto.

Le modifiche a tempo al Subappalto dal Decreto Semplificazioni

L’art. 50 della bozza di Decreto Semplificazioni datata 28 maggio 2021 prevede alcune modifiche a tempo alla norma che regola il subappalto e alcune strutturali. Entrando nel dettaglio:

  • fino al 31 ottobre 2021, in deroga all’articolo 105, commi 2 e 5, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, il subappalto non può superare la quota del 50% dell’importo complessivo del contratto di lavori, servizi o forniture. È pertanto abrogato l’articolo 1, comma 18, primo periodo, del decreto-legge 18 aprile 2019, n. 32, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 giugno 2019, n. 55;
  • modifiche all’articolo 105 del Codice dei contratti e in particolare:
    • al comma 1, il secondo e il terzo periodo sono sostituiti dai seguenti: “A pena di nullità, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 106, comma 1, lettera d), il contratto non può essere ceduto, non può essere affidata a terzi l’integrale esecuzione delle prestazioni o lavorazioni oggetto del contratto di appalto, nonché la prevalente esecuzione delle lavorazioni relative al complesso delle categorie prevalenti e dei contratti ad alta intensità di manodopera. È ammesso il subappalto secondo le disposizioni del presente articolo”;
    • al comma 14, il primo periodo è sostituito dal seguente: “Il subappaltatore, per le prestazioni affidate in subappalto, deve garantire gli stessi standard qualitativi e prestazionali previsti nel contratto di appalto e riconoscere ai lavoratori un trattamento economico e normativo non inferiore a quello che avrebbe garantito il contraente principale, inclusa l’applicazione dei medesimi contratti collettivi nazionali di lavoro, qualora le attività oggetto di subappalto coincidano con quelle caratterizzanti l’oggetto dell’appalto ovvero riguardino le lavorazioni relative alle categorie prevalenti e siano incluse nell’oggetto sociale del contraente principale”.

Ma dall’1° novembre 2021 cambia di nuovo tutti perché a partire da questa data all’articolo 105 del Codice sono previste le seguenti modifiche:

  • al comma 2, il terzo periodo è sostituito dal seguente: “Le stazioni appaltanti, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 30, previa adeguata motivazione nella determina a contrarre, eventualmente avvalendosi del parere delle Prefetture competenti, indicano nei documenti di gara le prestazioni o lavorazioni oggetto del contratto di appalto da eseguire a cura dell’aggiudicatario in ragione delle specifiche caratteristiche dell’appalto, ivi comprese quelle di cui all’articolo 89, comma 11, dell’esigenza, tenuto conto della natura o della complessità delle prestazioni o delle lavorazioni da effettuare, di rafforzare il controllo delle attività di cantiere e più in generale dei luoghi di lavoro e di garantire una più intensa tutela delle condizioni di lavoro e della salute e sicurezza dei lavoratori ovvero di prevenire il rischio di infiltrazioni criminali, a meno che i subappaltatori siano iscritti nell’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori di cui al comma 52 del medesimo articolo 1 ovvero nell’anagrafe antimafia degli esecutori istituita dall’articolo 30 del decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 dicembre 2016, n. 229”;
  • abrogato il comma 5 che prevedeva il limita al 30% per il subappalto nel caso di lavori o componenti di notevole contenuto tecnologico o di rilevante complessità tecnica, quali strutture, impianti e opere speciali;
  • al comma 8, il primo periodo è sostituito dal seguente: “Il contraente principale e il subappaltatore sono responsabili in solido nei confronti della stazione appaltante in relazione alle prestazioni oggetto del contratto di subappalto”.

Previsti anche alcuni obblighi per le amministrazioni competenti che:

  • assicurano la piena operatività della Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici di cui all’articolo 81 del decreto legislativo n. 50 del 2016, come modificato dall’articolo 54 del presente decreto;
  • adottano il documento relativo alla congruità dell’incidenza della manodopera, di cui all’articolo 105, comma 16, del citato decreto legislativo n. 50 del 2016 e all’articolo 8, comma 10 – bis, del decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 settembre 2020, n. 120;
  • adottano entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto il regolamento di cui all’articolo 91, comma 7, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159.

Fonte: Lavori Pubblici

Le cinque proposte di FISE ASSOAMBIENTE al Governo Draghi per una reale transizione verso l’economia circolare

Garantire una reale transizione verso l’economia circolare utilizzando efficacemente le risorse europee (Next Generation EU e Fondi Strutturali) per finanziare strumenti economici di mercato e dare sostegno agli investimenti green.

È questa la proposta che emerge dal Report “Strumenti economici per l’economia circolare e la gestione dei rifiuti – Una ‘Strategia’ in 5 mosse”, presentato oggi in anteprima nel corso di un webinar. Il documento contiene le proposte che FISE ASSOAMBIENTE (Associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica) avanzerà nelle prossime settimane al Governo appena costituito.

Affinché il Programma nazionale sui rifiuti possa realmente mettere le gambe”, osserva Chicco Testa – Presidente FISE Assoambiente, “oltre agli investimenti per adeguare la dotazione impiantistica nazionale oggi deficitaria, occorrono anche, e soprattutto, nuovi strumenti economici e incentivi che guidino i mercati e gli operatori verso gli obiettivi ambientali e la gerarchia nella gestione dei rifiuti indicati dall’UE. Vanno adeguati gli strumenti esistenti ed introdotti nuovi sostegni che permettano ai mercati del riciclo e del recupero, di orientarsi definitivamente verso l’Economia Circolare, mutuando le esperienze di successo in campo energetico.

Le risorse europee (Next Generation EU e Fondi Strutturali) possono essere utilizzate per finanziare strumenti economici di mercato, aperti a tutti gli operatori, seguendo la positiva esperienza degli Ecobonus in edilizia, automotive e Industria 4.0. Nelle prossime settimane presenteremo ai Ministeri della Transizione Ecologica, al MEF e al MISE le misure che a nostro avviso possono guidare il Paese in una reale transizione verso l’economia circolare.

Questi i 5 pacchetti di misure integrate fra loro proposte dall’Associazione:

  1. Rivedere la TARI, dal tributo alla tariffa

Promuovere il passaggio a una tariffa rifiuti puntuale (calcolata in base alla reale produzione dell’utente), che incentivi il riciclo, limiti la produzione di scarti e, al contempo, stabilisca un razionale sistema di corrispettivi diretti per i gestori del servizio;

  1. Rafforzare la Responsabilità Estesa del Produttore

Estendere l’applicazione della Responsabilità Estesa del Produttore alle filiere oggi non coperte (ad esempio per materiali tessili, plastiche diverse dall’imballaggio, arredi), riconoscendo agli operatori del riciclo una parte dei ricavi provenienti dalla vendita;

  1. Incentivare il riciclo con i nuovi “Certificati del Riciclo”

Incentivare il riciclo di materia attraverso “Certificati del Riciclo” (per ogni una tonnellata di imballaggio), sostenere la domanda con aliquota IVA ridotta per i prodotti realizzati con beni certificati riciclati e rafforzare gli acquisti verdi da parte delle P.A.;

  1. Incentivi al biometano e recupero energetico per i soli scarti non riciclabili

Prevedere l’utilizzo a livello nazionale dei programmi di incentivazione, calibrati in funzione degli obiettivi comunitari, consentendo i finanziamenti della Banca Europea per gli impianti di recupero energetico, al fine di trattare i rifiuti non riciclabili e gli scarti dei processi di riciclo. Confermare gli incentivi per il biometano oltre il 2022;

  1. Ripensare la tassazione ambientale, penalizzando il conferimento in discarica

Abolire la tassa provinciale sui rifiuti (quota parte della TARI) e l’addizionale sulla raccolta differenziata, rivedere al rialzo l’ecotassa sul conferimento in discarica o per l’invio all’estero, confermare la tassazione sulla plastica, ma solo su quella non riciclabile.

Fonte: Eco dalle Città

Gestione rifiuti, il Consiglio di Stato: autosufficienza regionale e non a livello di Ato

È necessario gestire i rifiuti che generiamo ogni giorno – arrivando a oltre 173 milioni di tonnellate l’anno, tra urbani e speciali – secondo i principi di sostenibilità, indicati chiaramente dalla gerarchia europea di riferimento, e secondo il principio di prossimità. Ovvero, l’esatto opposto della situazione che oggi caratterizza il Paese: il turismo dei rifiuti.

Senza dimenticare l’enorme ricorso all’export, da solo il turismo dei rifiuti urbani si stima arrivi a percorrere 49 milioni di km l’anno, mentre guardando anche agli speciali si aggiungono altri 1,2 miliardi di km. Si tratta di centinaia se non migliaia di Tir che girano furiosamente lungo lo Stivale per arrivare a conferire la nostra spazzatura in impianti adeguati a gestirla, con elevati costi ambientali (si pensi solo al relativo traffico e smog) oltre che per le aziende e per i cittadini (in termini di Tari più salate).

Ma quale sarebbe invece il perimetro della “prossimità” al luogo di generazione degli scarti da rispettare? I rifiuti speciali sono per legge affidati al mercato, che non segue criteri geografici, e anche per i vincoli che dovrebbero rispettare i rifiuti urbani la via di fuga è semplice.

Il Consiglio di Stato nella sentenza 24 dicembre 2020, n. 8315, recentemente pubblicata, contribuisce a fare un po’ di chiarezza. La sentenza riguarda un caso avvenuto in Piemonte, e conferma l’autorizzazione ex Dlgs 387/2003 di un impianto in provincia di Biella dedicato alla produzione di biometano mediante trattamento di rifiuti organici (rifiuti urbani non pericolosi) selezionati in processi di digestione anaerobica e compostaggio.

Il Tar per il Piemonte, sezione prima, con la sentenza n. 225 del 20 aprile 2020, aveva già respinto il ricorso proposto da alcuni cittadini contro la realizzazione dell’impianto, che avevano bocciato il progetto appellandosi alla tutela della biodiversità e delle filiere agroalimentari locali, oltre che appunto al principio di prossimità.

Guardando all’evoluzione della normativa regionale, il Consiglio di Stato è intervenuto nel merito affermando che «il principio di autosufficienza ha dimensione regionale e, di conseguenza, che il principio di prossimità agli impianti, in linea generale, deve essere riguardato con riferimento all’intera Regione Piemonte e non a singole aree della stessa (ovvero gli Ambiti territoriali ottimali (Ato), ndr). In tale ottica, non solo è da escludere che l’attività amministrativa in contestazione abbia violato norme di legge relative agli anzidetti principi, ma, considerando che la valutazione compiuta dall’Amministrazione è estesa a tutto il territorio regionale, deve ritenersi anche che la presenza di un fabbisogno impiantistico regionale non soddisfatto già di per sé non renda manifestamente irragionevole il rilascio di un’ulteriore autorizzazione in ambito regionale per lo smaltimento dei rifiuti urbani».

Fonte: Green Report