Nuovo studio ZWE: includere l’incenerimento dei rifiuti nel sistema ETS dell’UE è un percorso per generare benefici climatici e occupazione

L’incenerimento dei rifiuti urbani è attualmente escluso dal sistema europeo di scambio di quote di emissione. Se lo si include, spiega Zero Waste Europe, le aziende dei rifiuti dovranno acquistare crediti di emissione per ogni tonnellata di CO2 che emettono durante il trattamento di rifiuti domestici, aziendali e industriali. Questo costo aggiuntivo può fungere da incentivo per la prevenzione e il riciclo, che diventeranno quindi più competitivi (meno costosi) dell’incenerimento

Un nuovo studio di CE Delft richiesto da Zero Waste Europe mostra che l’inclusione dell’incenerimento nell’ambito dell’Emission Trading System (ETS) dell’Unio Europea incoraggerebbe la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti e genererebbe benefici per il clima e l’occupazione.

L’incenerimento dei rifiuti urbani è attualmente escluso dal sistema europeo di scambio di quote di emissione. Se lo si include, le aziende dei rifiuti dovranno acquistare crediti di emissione per ogni tonnellata di CO2 che emettono durante il trattamento di rifiuti domestici, aziendali e industriali. Questo costo aggiuntivo può fungere da incentivo per la prevenzione e iriciclo, che diventeranno quindi più competitivi (meno costosi) dell’incenerimento.

Inoltre, verranno creati nuovi posti di lavoro poiché le attività di riciclo sono più impegantive rispetto all’incenerimento dei rifiuti. Da qui al 2030, dice lo studio, c’è il potenziale per creare più di 14.000 posti di lavoro.

I potenziali impatti dell’inclusione sono stati studiati sulla base di due scenari: il primo è quello fossile, che vede incluse solo le emissioni di CO2 fossile (emissioni di CO2 provenienti ad esempio dall’incenerimento della plastica), il secondo è quello calcolato sulle emissioni di CO2 sia fossili che biologiche (derivanti dall’incenerimento dei rifiuti alimentari) incluse nell’EU ETS.

Janek Vähk, coordinatore per il clima, l’energia e l’inquinamento atmosferico di Zero Waste Europe, afferma: “Il nuovo rapporto mostra che l’inclusione è una triplice situazione vantaggiosa per tutti, poiché va a vantaggio non solo del clima, ma crea anche occupazione e aiuta l’Europa a muoversi verso una maggiore economia circolare favorendo la prevenzione e il riciclo dei rifiuti”.

Le principali conclusioni dello studio di ZWE sono:

  • L’inclusione dell’incenerimento nel sistema ETS dell’UE incoraggerà le attività di riciclaggio da parte delle famiglie e delle imprese. Poiché le imprese hanno un incentivo più diretto sui prezzi se l’incenerimento è incluso nel sistema, gli impatti saranno maggiori per loro (riduzione dei rifiuti dall’8 al 25%) rispetto alle famiglie (riduzione dei rifiuti dallo 0,2 al 5%).
  • L’incenerimento nell’EU ETS può ridurre le emissioni di CO2 che vanno da 2,8 milioni di tonnellate all’anno nel 2022 nello scenario fossile, fino a 8,8 milioni di tonnellate all’anno nello scenario fossile e biologico nel 2030. Oltre il 90% dei benefici ambientali deriva dalla riduzione dei rifiuti commerciali e industriali.
  • Poiché le attività di riciclo sono più impegnative rispetto all’incenerimento o al collocamento in discarica, incluedere l’incenerimento nel sistema ETS dell’UE potrebbe comportare 6.800 posti di lavoro aggiuntivi nello scenario fossile nel 2022 e fino a oltre 21.000 posti di lavoro nello scenario fossile e biologico nel 2030.

Zero Waste Europe invita il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE a modificare la proposta della Commissione e includere gli inceneritori di rifiuti urbani, facendo in modo che paghino le loro emissioni.

Leggi il rapporto completo qui.

Fonte: Eco dalle Città

Ue adotta rapporto su riduzione emissioni di metano: approvati emendamenti che cambiano la strategia sulle discariche

Martedì 28 settembre la Commissione ENVI del Parlamento Europeo (Ambiente, Sanità pubblica e Sicurezza alimentare) ha adottato la relazione sulla strategia Ue per ridurre le emissioni di metano, con obiettivi vincolanti per raggiungere i target climatici comunitari in linea con l’Accordo di Parigi. Il documento, che ha ricevuto 61 voti favorevoli, 10 contrari e 7 astensioni, chiede che la Commissione Europea proponga nuovi strumenti di regolamentazione ed indirizzo in materia, coprendo tutti i settori responsabili delle emissioni di quello che è un gas climalterante 84 volte più potente della CO2 nel breve periodo.

La strategia riguarda dunque anche l’economia circolare e la gestione rifiuti. Per il settore, la Relazione, nella sua versione finale adottata, chiede alla Commissione di rivedere il Landfill Cap, ovvero l’obbligo per gli Stati membri di limitare entro il 2035 al 10% o meno la quantità di rifiuti urbani da collocare in discarica rispetto al totale prodotto in un dato anno, e di e stabilire nuovi obiettivi per limitare la produzione di rifiuto residuo nella revisione (prevista per il 2024) della Direttiva sui Rifiuti e della Direttiva sulle Discariche.

Tali richieste riecheggiano le critiche sollevate da molti, sulla contraddizione tra Landfill Cap, strategie di lotta al cambiamento climatico, ed economia circolare. Secondo  Zero Waste Europe questo rappresenta una “ulteriore svolta fondamentale” che “depotenzia ancora di più il ruolo dell’incenerimento come strumento per minimizzare la discarica”.

“Il Rapporto approvato dall’Europarlamento – spiega il network europeo – fa propri alcuni concetti e richieste avanzate da ZWE da tempo: in particolare chiede alla Commissione, e per la seconda volta in pochi mesi (la prima fu nel voto del Febbraio scorso sul Circular Economy Action Programme), di rivedere radicalmente il ‘Landfill Cap’ al 10%“.

Più nel dettaglio Zero Waste spiega che gli emendamenti adottati dall’Europarlamento ed accolti nella versione finale della relazione chiedono:

– di modificare il Landfill Cap, sostituendolo con un ‘residual waste cap’ (limite alla produzione di rifiuto residuo) in kg per abitante, e/o con un Landfill Cap espresso nello stesso modo (e non in percentuale) onde consentire di conseguirlo anche con la combinazione di riduzione, riuso, riciclo, compostaggio;

– di rafforzare piuttosto l’obbligo di pretrattamento, ancora disatteso in vari Paesi (non in Italia) e che, in un’epoca di decarbonizzazione, è il migliore modo per ridurre le emissioni di gas serra dalla gestione del RUR (come evidenziano molti studi, la biostabilizzazione tendenzialmente annulla le potenziali emissioni di metano, ma, a differenza dell’incenerimento, non rilascia CO2 fossile);   

– di sottolineare il ruolo della raccolta differenziata dell’organico e delle altre frazioni biodegradabili, come opzioni prioritarie per la minimizzazione delle emissioni da discarica;

–di confermare l’annullamento di qualunque programma di finanziamento all’incenerimento, e sottolineare il ruolo sempre più residuale dell’incenerimento nella gerarchia UE; il che non ne fa una delle opzioni preferibili nelle strategie di minimizzazione del metano.

“Per tutto questo, sottolinea ZWE, è quantomeno avventato proporre pianificazioni sulla base del Landfill Cap, basandosi ad esempio sulla formula 100-65-10, a più riprese proposta per calcolare impropriamente un ‘25% di necessità di incenerimento’. Il Landfill Cap al 10%, oltre ad essere lontano nel tempo, è possibile, anzi sempre più probabile, che venga rivisto nella revisione di medio termine del Pacchetto Economia Circolare, anche perché non è sostenuto dalle evidenze raccolte negli studi che accompagnano la Landfill Directive”.

Fonte: Eco dalle Città

Decreto Semplificazioni: Subappalto al 50%

Dagli atti preparatori che hanno portato alla definizione del D.Lgs. n. 50/2016 (Codice dei contratti) è stato chiara a tutti la mancata presa di posizione del Governo sulle norme che regolano il subappalto.

Il teatrino del subappalto

Chi ha seguito la definizione del Codice dei contratti ricorderà quante volte sia cambiato l’art. 105 e il teatrino sulla percentuale di subappalto massima che in pochi giorni cambiò di valore fino al suo valore stabilito al 30% per poi cambiare nuovamente con una norma a tempo, il D.L. n. 32/2019 (c.d. Sblocca Cantieri), convertito in Legge n. 55/2019, che ha stabilito una disciplina transitoria fino al 31 dicembre 2020 fissando tale percentuale al 40%.

A questo quadro dobbiamo aggiungere:

  • la lettera di costituzione in mora (infrazione 2018/2273) inviata dalla Commissione Europea il 24 gennaio 2019;
  • la sentenza 26 settembre 2019, causa C-63/18 in cui la Corte di giustizia europea ha confermato l’anomalia della disposizione prevista Codice dei contratti che limita il ricorso al subappalto;
  • la sentenza 27 novembre 2019, C-402/18 con la quale la Corte di giustizia europea ha ulteriormente confermato che la direttiva 2004/18/CE:
    • osta a una normativa nazionale di limitare al 30% la quota parte dell’appalto che l’offerente è autorizzato a subappaltare a terzi;
    • osta a una normativa nazionale di limitare la possibilità di ribassare i prezzi applicabili alle prestazioni subappaltate di oltre il 20% rispetto ai prezzi risultanti dall’aggiudicazione.
  • la segnalazione avente ad oggetto la normativa sui limiti di utilizzo del subappalto inviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) al Senato della Repubblica italiana, alla Camera dei Deputati ed al Presidente del Consiglio dei Ministri, con la quale ha chiesto di eliminare la previsione generale e astratta di una soglia massima di affidamento subappaltabile;
  • l’audizione presso la Commissioni riunite Ambiente e Politiche Ue del Presidente ANACGiuseppe Busia, in cui ha evidenziato la necessità di adeguare la normativa nazionale sugli appalti pubblici a quella comunitaria, rilevando le problematiche sul subappalto.

Le modifiche a tempo al Subappalto dal Decreto Semplificazioni

L’art. 50 della bozza di Decreto Semplificazioni datata 28 maggio 2021 prevede alcune modifiche a tempo alla norma che regola il subappalto e alcune strutturali. Entrando nel dettaglio:

  • fino al 31 ottobre 2021, in deroga all’articolo 105, commi 2 e 5, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, il subappalto non può superare la quota del 50% dell’importo complessivo del contratto di lavori, servizi o forniture. È pertanto abrogato l’articolo 1, comma 18, primo periodo, del decreto-legge 18 aprile 2019, n. 32, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 giugno 2019, n. 55;
  • modifiche all’articolo 105 del Codice dei contratti e in particolare:
    • al comma 1, il secondo e il terzo periodo sono sostituiti dai seguenti: “A pena di nullità, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 106, comma 1, lettera d), il contratto non può essere ceduto, non può essere affidata a terzi l’integrale esecuzione delle prestazioni o lavorazioni oggetto del contratto di appalto, nonché la prevalente esecuzione delle lavorazioni relative al complesso delle categorie prevalenti e dei contratti ad alta intensità di manodopera. È ammesso il subappalto secondo le disposizioni del presente articolo”;
    • al comma 14, il primo periodo è sostituito dal seguente: “Il subappaltatore, per le prestazioni affidate in subappalto, deve garantire gli stessi standard qualitativi e prestazionali previsti nel contratto di appalto e riconoscere ai lavoratori un trattamento economico e normativo non inferiore a quello che avrebbe garantito il contraente principale, inclusa l’applicazione dei medesimi contratti collettivi nazionali di lavoro, qualora le attività oggetto di subappalto coincidano con quelle caratterizzanti l’oggetto dell’appalto ovvero riguardino le lavorazioni relative alle categorie prevalenti e siano incluse nell’oggetto sociale del contraente principale”.

Ma dall’1° novembre 2021 cambia di nuovo tutti perché a partire da questa data all’articolo 105 del Codice sono previste le seguenti modifiche:

  • al comma 2, il terzo periodo è sostituito dal seguente: “Le stazioni appaltanti, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 30, previa adeguata motivazione nella determina a contrarre, eventualmente avvalendosi del parere delle Prefetture competenti, indicano nei documenti di gara le prestazioni o lavorazioni oggetto del contratto di appalto da eseguire a cura dell’aggiudicatario in ragione delle specifiche caratteristiche dell’appalto, ivi comprese quelle di cui all’articolo 89, comma 11, dell’esigenza, tenuto conto della natura o della complessità delle prestazioni o delle lavorazioni da effettuare, di rafforzare il controllo delle attività di cantiere e più in generale dei luoghi di lavoro e di garantire una più intensa tutela delle condizioni di lavoro e della salute e sicurezza dei lavoratori ovvero di prevenire il rischio di infiltrazioni criminali, a meno che i subappaltatori siano iscritti nell’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori di cui al comma 52 del medesimo articolo 1 ovvero nell’anagrafe antimafia degli esecutori istituita dall’articolo 30 del decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 dicembre 2016, n. 229”;
  • abrogato il comma 5 che prevedeva il limita al 30% per il subappalto nel caso di lavori o componenti di notevole contenuto tecnologico o di rilevante complessità tecnica, quali strutture, impianti e opere speciali;
  • al comma 8, il primo periodo è sostituito dal seguente: “Il contraente principale e il subappaltatore sono responsabili in solido nei confronti della stazione appaltante in relazione alle prestazioni oggetto del contratto di subappalto”.

Previsti anche alcuni obblighi per le amministrazioni competenti che:

  • assicurano la piena operatività della Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici di cui all’articolo 81 del decreto legislativo n. 50 del 2016, come modificato dall’articolo 54 del presente decreto;
  • adottano il documento relativo alla congruità dell’incidenza della manodopera, di cui all’articolo 105, comma 16, del citato decreto legislativo n. 50 del 2016 e all’articolo 8, comma 10 – bis, del decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 settembre 2020, n. 120;
  • adottano entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto il regolamento di cui all’articolo 91, comma 7, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159.

Fonte: Lavori Pubblici

Le cinque proposte di FISE ASSOAMBIENTE al Governo Draghi per una reale transizione verso l’economia circolare

Garantire una reale transizione verso l’economia circolare utilizzando efficacemente le risorse europee (Next Generation EU e Fondi Strutturali) per finanziare strumenti economici di mercato e dare sostegno agli investimenti green.

È questa la proposta che emerge dal Report “Strumenti economici per l’economia circolare e la gestione dei rifiuti – Una ‘Strategia’ in 5 mosse”, presentato oggi in anteprima nel corso di un webinar. Il documento contiene le proposte che FISE ASSOAMBIENTE (Associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica) avanzerà nelle prossime settimane al Governo appena costituito.

Affinché il Programma nazionale sui rifiuti possa realmente mettere le gambe”, osserva Chicco Testa – Presidente FISE Assoambiente, “oltre agli investimenti per adeguare la dotazione impiantistica nazionale oggi deficitaria, occorrono anche, e soprattutto, nuovi strumenti economici e incentivi che guidino i mercati e gli operatori verso gli obiettivi ambientali e la gerarchia nella gestione dei rifiuti indicati dall’UE. Vanno adeguati gli strumenti esistenti ed introdotti nuovi sostegni che permettano ai mercati del riciclo e del recupero, di orientarsi definitivamente verso l’Economia Circolare, mutuando le esperienze di successo in campo energetico.

Le risorse europee (Next Generation EU e Fondi Strutturali) possono essere utilizzate per finanziare strumenti economici di mercato, aperti a tutti gli operatori, seguendo la positiva esperienza degli Ecobonus in edilizia, automotive e Industria 4.0. Nelle prossime settimane presenteremo ai Ministeri della Transizione Ecologica, al MEF e al MISE le misure che a nostro avviso possono guidare il Paese in una reale transizione verso l’economia circolare.

Questi i 5 pacchetti di misure integrate fra loro proposte dall’Associazione:

  1. Rivedere la TARI, dal tributo alla tariffa

Promuovere il passaggio a una tariffa rifiuti puntuale (calcolata in base alla reale produzione dell’utente), che incentivi il riciclo, limiti la produzione di scarti e, al contempo, stabilisca un razionale sistema di corrispettivi diretti per i gestori del servizio;

  1. Rafforzare la Responsabilità Estesa del Produttore

Estendere l’applicazione della Responsabilità Estesa del Produttore alle filiere oggi non coperte (ad esempio per materiali tessili, plastiche diverse dall’imballaggio, arredi), riconoscendo agli operatori del riciclo una parte dei ricavi provenienti dalla vendita;

  1. Incentivare il riciclo con i nuovi “Certificati del Riciclo”

Incentivare il riciclo di materia attraverso “Certificati del Riciclo” (per ogni una tonnellata di imballaggio), sostenere la domanda con aliquota IVA ridotta per i prodotti realizzati con beni certificati riciclati e rafforzare gli acquisti verdi da parte delle P.A.;

  1. Incentivi al biometano e recupero energetico per i soli scarti non riciclabili

Prevedere l’utilizzo a livello nazionale dei programmi di incentivazione, calibrati in funzione degli obiettivi comunitari, consentendo i finanziamenti della Banca Europea per gli impianti di recupero energetico, al fine di trattare i rifiuti non riciclabili e gli scarti dei processi di riciclo. Confermare gli incentivi per il biometano oltre il 2022;

  1. Ripensare la tassazione ambientale, penalizzando il conferimento in discarica

Abolire la tassa provinciale sui rifiuti (quota parte della TARI) e l’addizionale sulla raccolta differenziata, rivedere al rialzo l’ecotassa sul conferimento in discarica o per l’invio all’estero, confermare la tassazione sulla plastica, ma solo su quella non riciclabile.

Fonte: Eco dalle Città

Gestione rifiuti, il Consiglio di Stato: autosufficienza regionale e non a livello di Ato

È necessario gestire i rifiuti che generiamo ogni giorno – arrivando a oltre 173 milioni di tonnellate l’anno, tra urbani e speciali – secondo i principi di sostenibilità, indicati chiaramente dalla gerarchia europea di riferimento, e secondo il principio di prossimità. Ovvero, l’esatto opposto della situazione che oggi caratterizza il Paese: il turismo dei rifiuti.

Senza dimenticare l’enorme ricorso all’export, da solo il turismo dei rifiuti urbani si stima arrivi a percorrere 49 milioni di km l’anno, mentre guardando anche agli speciali si aggiungono altri 1,2 miliardi di km. Si tratta di centinaia se non migliaia di Tir che girano furiosamente lungo lo Stivale per arrivare a conferire la nostra spazzatura in impianti adeguati a gestirla, con elevati costi ambientali (si pensi solo al relativo traffico e smog) oltre che per le aziende e per i cittadini (in termini di Tari più salate).

Ma quale sarebbe invece il perimetro della “prossimità” al luogo di generazione degli scarti da rispettare? I rifiuti speciali sono per legge affidati al mercato, che non segue criteri geografici, e anche per i vincoli che dovrebbero rispettare i rifiuti urbani la via di fuga è semplice.

Il Consiglio di Stato nella sentenza 24 dicembre 2020, n. 8315, recentemente pubblicata, contribuisce a fare un po’ di chiarezza. La sentenza riguarda un caso avvenuto in Piemonte, e conferma l’autorizzazione ex Dlgs 387/2003 di un impianto in provincia di Biella dedicato alla produzione di biometano mediante trattamento di rifiuti organici (rifiuti urbani non pericolosi) selezionati in processi di digestione anaerobica e compostaggio.

Il Tar per il Piemonte, sezione prima, con la sentenza n. 225 del 20 aprile 2020, aveva già respinto il ricorso proposto da alcuni cittadini contro la realizzazione dell’impianto, che avevano bocciato il progetto appellandosi alla tutela della biodiversità e delle filiere agroalimentari locali, oltre che appunto al principio di prossimità.

Guardando all’evoluzione della normativa regionale, il Consiglio di Stato è intervenuto nel merito affermando che «il principio di autosufficienza ha dimensione regionale e, di conseguenza, che il principio di prossimità agli impianti, in linea generale, deve essere riguardato con riferimento all’intera Regione Piemonte e non a singole aree della stessa (ovvero gli Ambiti territoriali ottimali (Ato), ndr). In tale ottica, non solo è da escludere che l’attività amministrativa in contestazione abbia violato norme di legge relative agli anzidetti principi, ma, considerando che la valutazione compiuta dall’Amministrazione è estesa a tutto il territorio regionale, deve ritenersi anche che la presenza di un fabbisogno impiantistico regionale non soddisfatto già di per sé non renda manifestamente irragionevole il rilascio di un’ulteriore autorizzazione in ambito regionale per lo smaltimento dei rifiuti urbani».

Fonte: Green Report

La bioeconomia, l’acqua e i rifiuti: un nuovo modo di produrre e consumare

La bioeconomia sostanzia un uso intelligente di risorse rinnovabili di origine biologica, indirizzato a logiche di circolarità. Tra i settori che presentano chiare applicazioni per la bioeconomia vi sono il ciclo idrico e la gestione dei rifiuti. Alla regolazione ARERA il compito di sostenerle.

  1. Un paradigma economico, sociale, ambientale

Produrre e consumare in maniera sostenibile ha smesso di essere una fra le opzioni se non si vuole andare verso scenari ambientalmente catastrofici. Ma esiste un paradigma che sia in grado di rispondere a questa necessità, andando oltre le scelte individuali?

Una soluzione forse c’è e porta il nome di “bioeconomia”. Voluta dall’Unione europea come strumento per raggiungere gli obiettivi del Green Deal, riguarda tutti i settori e i sistemi basati su risorse biologiche (specie animali e vegetali, microrganismi e biomassa che ne deriva, compresi i rifiuti organici). Non solo. Mette in relazione gli ecosistemi terrestri e marini e i servizi da questi prodotti, tutti i settori della produzione primaria che utilizzano e producono risorse biologiche (agricoltura, silvicoltura, pesca e acquacoltura), e tutti i settori che utilizzano risorse e processi biologici per la produzione di alimenti, mangimi, prodotti a base biologica, energia e servizi.

Gli obiettivi sono: rinnovamento dei settori industriali, ammodernamento dei sistemi di produzione primari, protezione dell’ambiente e della biodiversità, e al contempo a sostegno al benessere sociale ed economico e all’occupazione.

In altre parole, la bioeconomia è un incrocio virtuoso tra sostenibilità ambientale e circolarità economica, in cui la modalità di sfruttamento intelligente di risorse rinnovabili di origine biologica, è indirizzato verso logiche di circolari, così da non sottrarre risorse agli utilizzi primari, quali l’alimentazione, ma piuttosto massimizzando, il riutilizzo attraverso l’innovazione tecnologica e il cambiamento dei comportamenti degli attori coinvolti, imprese, istituzioni e cittadini-consumatori.

Più specifico di quello di green economy – utile nell’indicare le cause, ma meno nel ricercare soluzioni – il paradigma di bioeconomia va oltre anche quello di circular economy.

LEuropa comunitaria considera la bioeconomia un elemento strategico. Nel 2018, la Commissione Europea ha aggiornato il suo piano per lo sviluppo di una Strategia per la Bioeconomia Sostenibile[1], contemplando un Piano di Azione in conformità con gli Accordi di Parigi sul clima e i Sustainable Development Goals (SDGs) dell’ONU per il 2030.

Nell’ambito delle iniziative possiamo menzionare anche la “Bio-based Industries Joint Undertaking” (BBI-JU), una partnership pubblico-privato che vede impegnata la UE ed il “Bio-based Industries Consortium” (BIC).

In Italia, le strategie per l’attuazione della bioeconomia sono elaborate dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita (CNBBSV), insediato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Parallelamente presso il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) è attivo un gruppo di studio sulla Bioeconomia Circolare che focalizza l’attenzione principalmente su bioeconomia circolare urbana, nuove politiche industriali, formazione ed informazione.

Detto ciò, nel nostro Paese, le attività connesse alla bioeconomia hanno un peso significativo: nel 2018 hanno generato un valore della produzione pari a circa 345 miliardi di euro (10,2% sul totale della produzione), occupando oltre due milioni di lavoratori (8,1% sul totale degli occupati).

In questo contesto, servizio idrico integrato e gestione dei rifiuti urbani giocano un ruolo centrale, avendo generato congiuntamente un valore di circa 25 miliardi di euro in Italia (2018).[2] Secondo i dati contenuti nel report sulla “Bioeconomia in Europa” di Intesa San Paolo, nell’arco di tre anni, 2016-2018, il peso di ciclo idrico e servizio rifiuti sul valore della produzione si attesta, rispettivamente, al 3,5% e al 2%[3].

2. Bioeconomia e ciclo idrico

Se poi si guarda al solo servizio idrico, allora la circolarità è insita nella sua stessa natura. Le diverse fasi che lo compongono (dalla captazione, alla adduzione, alla potabilizzazione, sino alla depurazione e alla restituzione all’ambiente) definiscono un circuito chiuso, circolare per l’appunto, in grado di autoalimentarsi senza generare esternalità negative. L’impatto ambientale in termini di emissioni di CO2 è dunque poco significativo e l’input che entra a sistema (cioè l’acqua prelevata da falde o derivante da fonti idriche superficiali) è di per sé una risorsa biologica rinnovabile, in linea con la definizione di bioeconomia. È proprio in termini di trattamento delle acque reflue che si concentra il dibattito europeo, con particolare focus sul recupero di nutrienti organici quali fosforo, azoto e potassio. Una sfida che può essere accolta integrando le diverse soluzioni tecnologiche per proporre un approccio olistico che consenta di effettuare una transizione graduale dagli impianti di depurazione delle acque reflue urbane tradizionali (Wastewater Treatment Plant – WWTP) in vere e proprie bioraffinerie per il recupero delle risorse dalle acque reflue (Water Resource Recovery Facility – WRRF).

Un altro aspetto di primario interesse è relativo al trattamento dei fanghi di depurazione, i quali presentano elevate potenzialità di riutilizzo quando classificati come rifiuto organico (disciplinato dai D.lgs 99/92 e 152/2006), e quindi accreditati delle medesime potenzialità di riutilizzo di quest’ultimo. Quando non vengono smaltiti, infatti, i fanghi di depurazione possono essere riutilizzati in agricoltura sia in modo diretto (spandimento) che indiretto (cioè come fertilizzanti – o compost – in sostituzione alla concimazione chimica). Inoltre, se sottoposti a trattamenti anaerobici, possono produrre biogas, a sua volta impiegabile per la generazione di energia elettrica o di biometano.

Se all’interno dei fanghi sono contenute sostanze pericolose, invece, si procede allo smaltimento in discarica o all’incenerimento. Come registrato nella Relazione Annuale dell’ARERA del 2020, l’incenerimento dei fanghi risulta una opzione residuale in Italia (solo il 7%).

L’utilizzo dei fanghi come compost si osserva in particolare nel Centro e nel Sud Italia, mentre lo spandimento in agricoltura risulta prevalente nelle regioni del Nord-Est.

Infine, un ruolo da timoniere nella transizione del servizio idrico integrato verso un modello di bioeconomia è rappresentato dalla regolazione nazionale. Su questo fronte è intervenuta anche l’Autorità di regolazione (ARERA) con la sua deliberazione 917/2017/R/idr. Sono stati stabiliti degli standard generali, ripartiti in una serie di macro-indicatori, ciascuno dei quali misura aspetti tecnici di singoli segmenti di cui è composto il servizio. Tali standard definiscono un sistema di premi o incentivi in caso di rispetto di obiettivi di riduzione degli impatti ambientali (qualità tecnica), oppure penalità in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi medesimi.

Anche il nuovo metodo tariffario idrico (MTI-3) suggerisce una sempre maggior attenzione alla bioeconomia, promuovendo un coefficiente di sharing per le attività che contribuiscono al raggiungimento di obiettivi di sostenibilità ambientale: riduzione dell’uso della plastica mediante l’introduzione di apposite strutture (fontane, case dell’acqua); recupero di energia e materiale mediante impianti o specifici trattamenti integrati nelle strutture idriche; infine, il riutilizzo dell’acqua trattata a fini agricoli o industriali.

Quindi, sul versante del ciclo idrico le opportunità per la bioeconomia sono molteplici, ma non ancora pienamente sfruttate. Spinte agli investimenti grazie ai fondi europei e adeguamento della normativa potranno risultare la chiave di volta per un settore strategico per la sostenibilità ambientale.

3. Bioeconomia e ciclo dei rifiuti

A differenza del settore idrico, chiuso e circolare per definizione, la gestione dei rifiuti presenta una trasversalità intrinseca con tutti gli altri settori produttivi: si potrebbe infatti affermare che qualunque bene materiale, terminato il suo ciclo di vita, si trasforma in rifiuto. Vero ma con un importante distinguo. Infatti, data la “matrice biologica” su cui tale teoria si fonda, non tutte le categorie merceologiche, anche se sottoposte a riuso, recupero o riciclo, possono essere considerate degli input bioeconomici.

Dalla classificazione adoperata da Eurostat (NACE), ad esempio, si possono considerare fattori produttivi costituiti per il 100% da materiale organico i rifiuti biologici derivanti da attività agro-alimentari e i rifiuti derivanti dal legno e dalla carta. Altri settori, come quello farmaceutico e tessile, contribuiscono alla bioeconomia solo in relazione alla loro componente bio-based generata attraverso processi naturali e/o con l’impiego di fonti rinnovabili. Di conseguenza, i rifiuti associati a bioplastiche e biotessuti, in quanto degradabili in natura, possono essere inclusi nell’alveo dei rifiuti di matrice organica.

Per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti urbani e assimilati, dal 2014 al 2018 la raccolta differenziata della frazione organica, del legno e della carta è stata caratterizzata da un trend crescente.

Sempre nel 2018, i rifiuti organici raccolti in modo differenziato sono stati 7,1 milioni di tonnellate, di cui 5,1 milioni di umido (FORSU) e quasi 2 milioni di verde. Volumi, quelli della raccolta differenziata dei rifiuti organici, in forte crescita (+7,5%) in ragione dello sviluppo delle raccolte differenziate, in particolare nelle regioni del Sud.

I rifiuti organici differenziati possono essere trattati in due modi: da una parte mediante impianti di compostaggio, con successivo riutilizzo in agricoltura. Più dell’80% dei rifiuti che entra negli impianti di compostaggio è costituito da frazione umida e verde. Una modalità alternativa, invece, è costituita dal trattamento integrato prima anaerobico e poi aerobico, in grado di produrre digestato per il compostaggio e al contempo biogas da fonti rinnovabili, che se sottoposto ad un ulteriore processo di upgrading (separazionedella CO2) può essere trasformato in biometano.

In materia di trattamento, preme inoltre sottolineare le profonda diversità tra Nord e Sud Italia, a causa di un significativo gap impiantistico: nel dettaglio, il Nord si caratterizza per la maggior presenza di digestori anaerobici, connotati da un livello tecnologico piuttosto avanzato; il Sud è caratterizzato in maniera prevalente da impianti di compostaggio.

La tendenza in Italia è infatti quella di un sempre maggior utilizzo degli impianti che fanno trattamento integrato anaerobico/aerobico. Dal 2015 al 2018, infatti, le tonnellate trattate da questi impianti sono passate dal 32% al 46% sulla totalità dei rifiuti organici. Un ulteriore segnale positivo, che porta ad immaginare un’economia che riutilizza in modo efficiente i materiali di scarto e che dipende da fonti di energia al 100% rinnovabili.

La sensibilità dell’UE sul tema del recupero e dello smaltimento dei rifiuti è ben nota. In questo senso, il Pacchetto Economia Circolare illustrato nelle Direttive 849/2018, 850/2018, 851/2018 e 852/2018, adottate dall’UE nel luglio 2018, e di recente recepito nell’ordinamento italiano, pone degli obiettivi sfidanti in termini di riciclaggio e riduzione dello smaltimento in discarica. Per quanto concerne i rifiuti da imballaggio i cui materiali sono afferenti alla bioeconomia, l’intento è aumentare il riciclo della carta al 75% entro il 2025 e all’85% entro il 2030, e accrescere il riciclo del legno al 25% entro il 2025 ed al 30% entro il 2030. Inoltre, entro il 31 dicembre 2023, dovrà essere assicurata, da parte di tutti gli Stati Membri, la raccolta differenziata di tutti i rifiuti organici.

Nel recepire la direttiva nel nostro ordinamento, il Dlgs. 116/2020 ha stabilito in questo senso una tempistica più stringente, fissando al 31 dicembre 2021 il termine per raccogliere obbligatoriamente i rifiuti organici in modo differenziato.

Un sostegno alla bioeconomia nel settore dei rifiuti in Italia è atteso anche dalla regolazione ARERA, cui sono state assegnate le funzioni di regolazione del ciclo dei rifiuti urbani. Come per il servizio idrico integrato, il regolatore dovrà intraprendere un percorso volto a garantire la sostenibilità ambientale, assicurando in particolare “l’adeguamento infrastrutturale agli obiettivi imposti dalla normativa europea” e garantendo “adeguati livelli di qualità in condizioni di efficienza ed economicità della gestione”. Questi ultimi due aspetti, codificati dalla legge n.205/2017, individuano un supporto allo sviluppo della bioeconomia: un sostegno alla realizzazione degli impianti necessari per centrare i target comunitari di riciclaggio e un incentivo allo svolgimento di un servizio di qualità, quale elemento imprescindibile per massimizzare il riciclaggio e la minimizzazione degli scarti.

Il Metodo Tariffario Rifiuti (MTR), entrato in vigore nel 2019 (deliberazione 443/2019/R/rif), ha introdotto alcuni primi elementi che vanno nella direzione auspicata. Oltre a garantire un pieno riconoscimento dei costi operativi e un sostegno agli investimenti attraverso un meccanismo di calcolo RAB-based dei costi di capitale, nel metodo sono state previste alcune componenti di costo previsionale (sia fisse che variabili) destinate alla copertura degli oneri attesi relativi al conseguimento di target di miglioramento dei livelli di qualità. Tra gli oneri di natura previsionale di carattere variabile rientrano quelli associati al possibile incremento della raccolta differenziata e della percentuale di riciclo/riutilizzo. Nell’ambito delle misure di incentivazione alle infrastrutture della Circular Economy, rientrano la determinazione dei coefficienti di profit sharing sui ricavi da vendita dei materiali e dell’energia e la definizione dei coefficienti di gradualità dei conguagli, la cui quantificazione è associata a obiettivi di raccolta differenziata e di preparazione per il riutilizzo e per il riciclaggio.

Le misure ricomprese nel MTR rappresentano solo un primo passo nel sostegno della regolazione  all’economia circolare. La strada per sfruttare appieno le potenzialità del settore per la bioeconomia è ancora lunga e dovrà passare per una regolazione degli impatti ambientali (qualità tecnica) e indicatori per misurare le performance delle gestioni, in forte sinergia con la regolazione del servizio idrico.

In questo senso, si pensi ad esempio ai progetti innovativi che alcuni gestori del servizio idrico stanno attuando, come l’integrazione tra impianti di depurazione e impianti di trattamento fanghi in biopiattaforme dedicate al recupero non solo dei fanghi stessi ma anche di rifiuti organici per la produzione di biometano, energia ed eco-fertilizzanti.

La regolazione, attraverso adeguati indicatori di qualità tecnica legati in particolare alla qualità e alla copertura della raccolta differenziata oltre che alla percentuale di materiale riciclato utilizzato nelle fasi della raccolta, potrebbe incentivare, o almeno favorire, processi di simbiosi industriale e di collaborazioni innovative tra le aziende dei due settori, in modo tale che i rifiuti prodotti dalle une vengano valorizzati come materie prime dalle altre. Si verrebbe così a ridurre la necessità di utilizzare materie prime vergini favorendo la chiusura del ciclo dei materiali anche all’interno di distretti e/o reti di imprese che pongano le utilities come soggetti attuatori di una cabina di regia capace di assicurare il raggiungimento di determinati obiettivi legati alla circolarità e alla sostenibilità ambientale.

Infine, le utilities che si stanno posizionando come operatori leader nell’economia circolare stanno investendo nell’impiantistica di lavorazione e riciclo dei rifiuti raccolti, spesso acquisendo società e impianti già esistenti (con i relativi mercati “locali”), puntando soprattutto a generare “materie prime seconde” di buona qualità ed in grado di essere vendute a condizioni competitive. Da questo punto di vista gli operatori potranno evolvere da semplici fornitori di servizi a “produttori” di materie prime, entrando in tal modo a far parte della supply chain come partner delle aziende manifatturiere, con vantaggi competitivi sotto il profilo strategico ed economico.


[1] Fonte: COM/2018/673: Una bioeconomia sostenibile per l’Europa: rafforzare il collegamento tra economia, società e ambiente

[2] Per un approfondimento si rimanda a “La Chimica Verde italiana: il ponte verso il futuro della bioeconomia alla luce del Green New Deal Europeo” (Alini et al, 2020).

[3] Si veda “La Bioeconomia in Europa”, 6° Rapporto, Direzione Studi e Ricerche Intesa San Paolo, Giugno 2020

Fonte: Laboratorio Ref

Rifiuti: Regione,Tar assegna Ministero indicazione discarica

“La Regione ha approvato il Piano rifiuti del Lazio, in cui sono individuate le aree idonee per la realizzazione degli impianti di smaltimento, comprese quelle all’interno dell’Ambito territoriale ottimale di Latina, ma devono essere gli enti locali a decidere dove costruirli per rendere i rispettivi Ato autosufficienti nella gestione dell’intero ciclo dei rifiuti. La città di Roma ha individuato con una delibera di giunta comunale il sito dove realizzare la discarica di servizio, mentre ancora oggi, nonostante diverse sollecitazioni da parte dell’Amministrazione regionale, le istituzioni pontine non hanno prodotto atti ufficiali per la localizzazione dell’impianto di smaltimento. Pertanto la sentenza del Tar conferma che la Regione non ha competenza nella individuazione dei siti né tantomeno nella realizzazione negli impianti, avocando al Ministero la responsabilità di indicare l’area dove verrà costruita la discarica di servizio dell’Ato di Latina”.

Lo comunica in una nota la Regione Lazio. (ANSA).

Decreto Milleproroghe: sospensione parziale dell’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi

Il Decreto “Milleproroghe 2021” apporta importanti novità anche sul tema dell’etichettatura ambientale degli imballaggi, prevendo la sospensione – fino al 31 dicembre 2021 – dell’obbligo di riportare sugli imballaggi destinati al consumatore finale, le indicazioni per supportare il cittadino nel corretto conferimento dell’imballaggio a fine vita (es. Raccolta differenziata + Famiglia di materiale. Verifica le disposizioni del tuo Comune). Ma purtroppo lascia invece in vigore l’obbligo di apporre su tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) la codifica identificativa del materiale secondo la Decisione 129/97/CE.

DECRETO LEGISLATIVO 3 SETTEMBRE 2020 E IL NUOVO OBBLIGO DI ETICHETTATURA

L’art. 3 comma 3, lettera c) del decreto legislativo 3 settembre 2020, n. 116, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’11 settembre 2020, ha apportato modifiche al comma 5 dell’art. 219 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n.152, prevedendo l’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi dal 26 settembre 2020.

La nuova norma ha lasciato però spazio a molti dubbi interpretativi, motivo per il quale CONAI, in collaborazione con l’Istituto Italiano Imballaggio, ha promosso un tavolo di lavoro coinvolgendo UNI, Confindustria e Federdistribuzione, al fine di arrivare ad una lettura condivisa e di filiera dei nuovi obblighi, elaborata all’interno delle Linee Guida per l’Etichettatura ambientale, pubblicate lo scorso 16 dicembre, a seguito di una consultazione pubblica molto partecipata dall’intero settore industriale.

LE LINEE GUIDA CONAI: COSA PREVEDE L’OBBLIGO?

Dalla disamina del testo di legge, emerge come i contenuti da riportare sull’etichettatura ambientale degli imballaggi si distinguono a seconda della destinazione d’uso dell’imballaggio. Infatti:- se l’imballaggio è destinato al consumatore finale, i contenuti previsti per obbligo riguardano:
la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, e le informazioni per supportare il consumatore finale alla corretta raccolta differenziata dell’imballaggio (es. “Raccolta differenziata + Famiglia di materiale. Verifica le disposizioni del tuo Comune”).
– se l’imballaggio è destinato al canale B2B, i contenuti previsti per obbligo riguardano unicamente la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, mentre hanno carattere di volontarietà ulteriori informazioni aggiuntive sulle raccolta.

LE PREOCCUPAZIONI DELLE IMPRESE RIGUARDO AI TEMPI DI ADEGUAMENTO

A seguito dell’entrata in vigore dell’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi nel settembre 2020, Confindustria e molte altre Associazioni hanno proposto con urgenza un regime transitorio di diciotto mesi che consentisse ai produttori e agli utilizzatori di imballaggio di adeguare i propri processi produttivi e gestionali ai nuovi obblighi previsti dalla norma. Questa esigenza era stata segnalata anche nelle Linee Guida per l’etichettatura ambientale di CONAI.

IL DECRETO MILLEPROROGHE 2021 E LA SOSPENSIONE PARZIALE DELL’OBBLIGO

Il 31 dicembre 2020 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge 3 dicembre 2020, n. 183, cosiddetto “Milleproroghe 2021”.

Il comma 6 dell’articolo 15 prevede la sospensione dell’applicazione – fino al 31 dicembre 2021 – del primo periodo del comma 5, dell’art. 219 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni, ovvero “Tutti gli imballaggi devono essere opportunamente etichettati secondo le modalità stabilite dalle norme tecniche UNI applicabili e in conformità alle determinazioni adottate dalla Commissione dell’Unione europea, per facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero ed il riciclaggio degli imballaggi, nonché per dare una corretta informazione ai consumatori sulle destinazioni finali degli imballaggi.”

Non è stata prevista invece la sospensione del secondo periodo del comma 5 dell’art. 219, cioè “I produttori hanno altresì l’obbligo di indicare, ai fini della identificazione e classificazione dell’imballaggio, la natura dei materiali di imballaggio utilizzati, sulla base della decisione 97/29/CE della Commissione”.

Il decreto legge è in vigore dal 31 dicembre 2020.

COSA E’ CAMBIATO CON LA NUOVA DISPOSIZIONE CONTENUTA NEL DECRETO MILLEPROROGHE 2021?

Il decreto non ha previsto la sospensione dell’obbligo di apporre sugli imballaggi la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, in vigore dal 26 settembre 2020. Pertanto tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) devono prevedere tale codifica. Relativamente all’apposizione dei codici di identificazione del materiale sulla base della decisione 97/129/CE, l’obbligo è espressamente in capo ai produttori.

L’obbligo di apporre sugli imballaggi destinati al canale B2C le indicazioni per il corretto conferimento in raccolta differenziata, è sospeso fino al 31 dicembre 2021. Pertanto le imprese del settore avranno un anno di tempo per adeguarsi all’obbligo e prevedere anche questa informazione sugli imballaggi destinati al consumatore finale.

Carta, ecco le proposte della filiera per il Recovery Plan

Federazione Carta Grafica, Comieco  e Unirima hanno presentato “La Carta per il #RecoveryPlan”. Biodegradabile, Riciclabile, Compostabile e Rinnovabile: quattro virtù che fanno della carta un attore naturale degli obiettivi sostenibili alla base del PNRR – Piano nazionale di ripresa e resilienza – per l’utilizzo delle risorse del #RecoveryFund assegnate all’Italia. Con “La Carta per il #RecoveryPlan”, la filiera presenta le sue proposte per inserirsi nel PNRR e dare un contributo alla transizione ecologica e allo sviluppo di modelli industriali ancora più efficienti, sostenibili e tecnologici.

Come funziona il sistema industriale
Il sistema industriale che ruota attorno alla carta è un esempio di filiera virtuosa, con un tasso di circolarità (rapporto tra materie prime secondarie e la produzione di carta e cartoni) pari al 57%, con punte di eccellenza nel settore degli imballaggi dove è stato raggiunto l’81% di riciclo. In Italia si riciclano 8 imballaggi su 10 e la carta può essere reimmessa nel processo produttivo fino a 7 volte, con oltre la metà dei residui di processo avviato al recupero. Uso di materiali rinnovabili, riciclo e economia circolare rappresentano strumenti fondamentali per conseguire il risparmio energetico e la riduzione delle emissioni di CO2. L’insieme dell’industria italiana nel 2018, attraverso l’uso di materie seconde, ha evitato il consumo di 23 milioni di TEP – tonnellate equivalenti di petrolio (14,6% della domanda interna di energia) e la produzione di 63 milioni tonnellate di CO2 (14,8% delle emissioni nazionali di CO2).

Le proposte
“La proposte si muovono su tre direttrici principali – spiega Girolamo Marchi, Presidente della Federazione Carta e Grafica. – La prima proposta per il #RecoveryFund” è mettere la filiera nella condizione di aumentare la capacità di riciclo della carta da riciclare da parte delle  cartiere e degli scarti al servizio dell’ambiente e dell’efficienza energetica. Aumentando l’utilizzo dei materiali prevalentemente rinnovabili (fanghi e residui), scartati dai processi di lavorazione si possono produrre bio-combustibili integrando il gas, ad oggi la fonte che alimenta in cogenerazione il comparto cartario in Italia e in Europa (il consumo nel 2019 è stato di 2,5 miliardi di mc)”.
La seconda proposta è quella di promuovere la ricerca e lo sviluppo a livello industriale di nuovi processi e nuovi prodotti necessari a sostituire quelli impattanti sull’ambiente. A questo proposito, Amelio Cecchini, Presidente di Comieco, commenta “Le caratteristiche della carta fanno sì che il settore cartario abbia un importante campo di espansione industriale nella creazione di nuove filiere dell’imballaggio bio-based, riciclato e riciclabile, così come di prodotti mono-uso ad alto contenuto di riciclo, rinnovabili e riciclabili che rispondono anche alle nuove abitudini di acquisto e consumo degli Italiani. Grazie a questo, gli investimenti in R&D possono aiutare così a migliorare anche la qualità delle oltre 3,5 milioni di tonnellate di carta e cartone raccolte tramite i circuiti comunali e, di conseguenza, il valore della materia prima seconda generata” Per l’Italia si tratta dunque di una grande opportunità non solo ambientale, ma anche economica.
La terza proposta della filiera riguarda lo sviluppo ulteriore della digitalizzazione per migliorare la logistica e la tracciabilità dei rifiuti e degli scarti. Federazione Carta  e e Grafica, Comieco e Unirima ritengono strategico il processo di upgrade tecnologico innescato negli ultimi tre anni dal Piano Industria 4.0 e suggeriscono, pertanto, l’introduzione di incentivi gli investimenti aziendali in infrastrutture digitali per ottimizzare la logistica dei flussi di carta da riciclare e la tracciabilità, facilitando il riciclo delle diverse frazioni.

“Favorire investimenti che puntino al rinnovamento tecnologico degli impianti è fondamentale per migliorare la sostenibilità del processo di trasformazione del rifiuto in materia prima secondaria. Attraverso strumenti di trattamento più avanzati sarà così possibile aumentare anche la qualità del materiale riciclato ottenuto dagli impianti di recupero/riciclo – commenta Giuliano Tarallo, Presidente Unirima. – Le risorse del #RecoveryFund devono migliorare la circolarità, che costituisce un asse essenziale per il #Next Generation UE e lo sviluppo del Paese. Ciò anche grazie alla sostenibilità della filiera della carta, che si integra con innovazione e digitalizzazione” conclude Marchi.

Fonte: e-gazette

Le Linee Guida CONAI sull’etichettatura ambientale degli imballaggi sono pubbliche

Sono finalmente pubbliche le nuove Linee Guida sull’etichettatura ambientale degli imballaggi, redatte da CONAI per provare a dare risposte all’obbligo di etichettatura in vigore dallo scorso 26 settembre, a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto legislativo 116. Una novità che lascia spazio a dubbi interpretativi e alla necessità di chiarirli in tempi rapidi.

Così, a seguito di una consultazione pubblica su una prima proposta di Linee Guida (1.800 presenze all’evento di lancio, cui hanno fatto seguito più di 1.000 altri contributi via email) terminata il 30 novembre, il Consorzio Nazionale Imballaggi ha redatto un nuovo documento che ha sia l’obiettivo di favorire una lettura condivisa dei nuovi obblighi sia la volontà di fornire uno strumento di orientamento e supporto alle imprese.

Disponibili sul sito ufficiale conai.org, le nuove Linee Guida sull’etichettatura sono frutto di un confronto serrato fra tutti gli attori principali del comparto, a cominciare dall’Istituto Italiano Imballaggio per arrivare a UNIConfindustriaFederdistribuzione e numerose Associazioni industriali, di categoria e territoriali. Un contributo fondamentale per un documento che vuole essere la risposta di un sistema al problema delle zone d’ombra e di poca chiarezza con cui l’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi spaventa le aziende del nostro paese, proponendo un’interpretazione della norma condivisa.

Saranno ora sottoposte alle Istituzioni, anche per portare alla loro attenzione punti sui quali si auspicano opportuni chiarimenti. Per potersi adeguare correttamente, inoltre, è già stata richiesta l’introduzione di  un adeguato periodo transitorio.

Le Linee Guida, intanto, offrono già un quadro che identifica non solo le informazioni minime da riportare sull’etichetta ambientale, ma anche quelle facoltative. E lo fa anche attraverso esempi concreti che illustrano le modalità attraverso cui apporre un’etichetta ambientale a diversi tipi di pack, differenziati per destinazione d’uso (B2B e B2C) e per composizione (monocomponente o composto da più componenti separabili manualmente).

Tant’è che l’evento di presentazione del 16 dicembre ha visto la partecipazione anche di grandi attori dell’industria e della grande distribuzione italiana come CONADMirato Group e Nestlè.

«Abbiamo capito da subito che l’attenzione delle imprese del nostro Paese stava rendendo il tema dell’etichettatura sempre più rilevante» ha affermato il presidente CONAI Luca Ruini durante il webinar che ha presentato il documento. «Stiamo parlando di un obbligo che ha in parte spaventato e che ha imposto la ricerca urgente di soluzioni concrete. Siamo orgogliosi di aver messo attorno a un tavolo tutti gli attori della filiera: fornire supporto e risposte concrete alle aziende, del resto, è uno dei grandi compiti istituzionali del Consorzio».

«È stato bello vedere gli attori del comparto lavorare insieme per sciogliere i dubbi interpretativi che lascia il decreto» ha aggiunto il presidente dell’Istituto Italiano Imballaggio Anna Paola Cavanna. «Questi dubbi hanno amplificato le difficoltà che le aziende italiane stanno vivendo in questi mesi. Non ho però dubbi sul fatto che, una volta a regime, l’etichettatura ambientale degli imballaggi porterà benefici sia alle imprese sia ai consumatori finali».

Per provare ad accelerare i tempi, quindi, è stato messo a punto da CONAI anche un nuovo tool online: e-tichetta, interamente dedicato all’etichettatura ambientale degli imballaggi, che da metà gennaio sarà a disposizione delle aziende per guidarle nell’adozione di un sistema di etichettatura omogeneo, conforme alle richieste di legge e chiaro per i consumatori finali.

Creando (anche) terreno fertile per far germinare buone pratiche diffuse a livello sempre più ampio. «Gli esempi di etichette ambientali virtuose devono essere valorizzati e avere visibilità» conclude infatti Luca Ruini. «Possono ispirare e guidare tutte le aziende del nostro sistema Paese, soprattutto quelle di dimensioni piccole e medie: cercheremo di identificarli e di promuoverli. È una vera e propria call to action: ci stiamo lavorando con entusiasmo sempre crescente. Non ho dubbi che porterà i frutti che tutti aspettiamo».

«Abbiamo previsto nella Linea Guida anche box di approfondimento sulle tematiche tecniche più rilevanti e sviluppato FAQ che sono già disponibili su conai.org» gli fa eco la Responsabile dell’Area Prevenzione CONAI Simona Fontana. «E non intendiamo fermarci qui. L’obiettivo è quello di fornire strumenti alle imprese per supportarle concretamente. Il tutto nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali che vedono CONAI come interlocutore e mediatore privilegiato tra Istituzioni e mondo imprenditoriale sulle tematiche della sostenibilità degli imballaggi».