Coronavirus: Costa, in prima linea sul fronte rifiuti

“Siamo in prima linea in questi giorni anche per affrontare i problemi che l’emergenza Covid-19 sta determinando nel campo dei rifiuti”. Così il ministro dell’ Ambiente, Sergio Costa, sottolineando il lavoro svolto di concerto con Iss, Ispra e Agenzie regionali per l’ambiente. In tal senso, dice Costa “determinante è la competenza delle Regioni per la corretta gestione”.

Intervenendo alla cerimonia online di Premiazione dell’11/a Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, Costa ha spiegato che si tratta di gestire la raccolta dei rifiuti ospedalieri, oppure le raccolte che vengono fatte a casa e nei condomini dove ci sono persone covid-positive o che anche sono in quarantena in attesa dei risultati dei test.

“Noi come ministero – ha detto Costa – abbiamo prodotto una serie di indicazioni, considerando le linee guida dell’Iss, insieme a Ispra e al sistema agenziale regionale. Proprio le agenzie regionali hanno approvato all’unanimità le linee tecniche per far confluire questi rifiuti nel sistema di gestione che conosciamo”. 

“La situazione è continuamente monitorata. Ecco perché il ministero non si ferma e io sono sempre qui, insieme al mio staff”, ha detto il ministro dell’Ambiente nel messaggio trasmesso in streaming.

A margine il ministro ha anche tenuto a sottolineare che “le Regioni devono fare di tutto per una tempestiva quanto straordinaria gestione dei rifiuti, intervenendo con tutte quelle misure che sono di loro stretta competenza secondo l’articolo 191 del Codice ambientale. Come d’altronde hanno già fatto, per esempio, la Regione Emilia Romagna e Lazio e come sono certo che anche altre Regioni non tarderanno a fare”.

Coronavirus: Conai,a rischio raccolta rifiuti da imballaggio

L’emergenza coronavirus potrebbe mettere a rischio la raccolta dei rifiuti da imballaggio. E’ l’allarme del Consorzio nazionale imballaggi (Conai), che parla di “problemi indifferibili per l’intera filiera della gestione della raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio”. Per questo il Consorzio, alla luce del suo ruolo nel supporto dei Comuni italiani e cittadini nelle operazioni di raccolta, riciclo e recupero di questi rifiuti, ha già inviato una lettera al premier, al Capo della Protezione Civile, ai ministri competenti e al Presidente dell’Anci. Obiettivo: un immediato confronto con Governo e Regioni per scongiurare il pericolo della saturazione delle filiere.

Il blocco delle attività produttive non strategiche, denuncia il Conai, sta determinando la cancellazione di molti ordini d’acquisto di materia prima seconda, ossia la materia ottenuta da riciclo. Un problema che potrebbe, in tempi brevi, costringere i riciclatori a bloccare – almeno in parte – i ritiri dei rifiuti selezionati utilizzati per produrre materia riciclata: stanno aumentando gli stoccaggi in tutte le piattaforme di conferimento e selezione dei rifiuti, i cui limiti autorizzati determineranno a breve la sospensione delle attività di raccolta. “La compromissione delle attività presidiate da Conai può mettere a repentaglio la raccolta differenziata, inficiando i positivi risultati ottenuti negli anni e determinando conseguenze gravissime sul sistema di gestione dei rifiuti urbani, già congestionato”, afferma Giorgio Quagliuolo, presidente Conai. «Auspichiamo l’urgente adozione di interventi specifici e utili a preservare il comparto ma soprattutto l’ambiente”. (ANSA).

ARERA: posticipata approvazione PEF

Era il tema scottante in tutti gli uffici tributi comunali.
L’approvazione del Piano Economico Finanziario (PEF) 2020, e di conseguenza la determina delle tariffe TARI, con le nuove modalità prevista da ARERA aveva agitato le acque. Con l’obiettivo di rendere i PEF omogenei e i costi confrontabili, ARERA aveva imposto una revisione della definizione delle voci di spesa per i servizi di Igiene Urbana, creando non poco scompigli, complici anche i tempi strettissimi con cui si era deciso di procedere. Il PEF 2020 avrebbe già dovuto essere determinato ed approvato secondo le nuove norme, con scadenza 31 marzo.
Complice l’emergenza sanitaria, il DL “Cura Italia” stabilisce all’articolo 107 comma 5 che “I Comuni possono, in deroga all’articolo 1, commi 654 e 683, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, approvare le tariffe della TARI e della tariffa corrispettiva adottate per l’anno 2019, anche per l’anno 2020, provvedendo entro il 31 dicembre 2020 alla determinazione ed approvazione del piano economico finanziario del servizio rifiuti (PEF) per il 2020. L’eventuale conguaglio tra i costi risultanti dal PEF per il 2020 ed i costi determinati per l’anno 2019 può essere ripartito in tre anni, a decorrere dal 2021.”

Si evidenzia altresì che la delibera ARERA 59/2020/R/COM non ha determinato proroghe per gli altri e diversi obblighi riguardanti l’invio delle informazioni tramite questionari sulla qualità del servizio rifiuti (sia da parte dei gestori delle attività di gestione tariffe e rapporti con l’utenza, che di quelli coinvolti dalle sole attività di raccolta e trasporto o spazzamento e lavaggio strade) ed il calcolo e versamento dei contributi per il funzionamento di ARERA relativi al 2018-19, ma è stato comunicato alle Associazioni di riferimento che i portali per il caricamento dei questionari continueranno a funzionare almeno “fino al 3 aprile”. ANCI ha però giustamente chiesto al governo, su questa ed altre impegnative imminenti scadenze (per molti uffici comunali impossibili da sostenere), di definire un quadro certo di  superamento degli obblighi e delle scadenze relative all’applicazione dalle prescrizioni delle recenti Delibere ARERA 443/2019 e 444/2010 per l’anno 2020.

A seguito di numerose richieste di proroga dei termini di applicazione della delibera 443/2019 durante la Conferenza Stato-Città e Regioni del 30 gennaio 2020 il Governo si era infatti impegnato a trovare una soluzione che rendesse non vincolante per i Comuni l’applicazione del nuovo MTR introdotto dalla delibera 443/2019. L’emendamento presentato al disegno di legge di conversione del decreto Milleproroghe che avrebbe consentito di concretizzare il suddetto impegno era stato però respinto.

ISS: disinfezione strade non utile ed inquinante

L’utilità della disinfezione delle strade nella lotta al virus Covid-19 “non è dimostrata”.
Inoltre l’utilizzo dell’ipoclorito di sodio, sostanza corrosiva per la pelle e dannosa per gli occhi, per la disinfezione delle strade è associabile ad un aumento di sostanze pericolose nell’ambiente con conseguente possibile esposizione della popolazione e degli animali e va sottolineato come il suo utilizzo, qualora indiscriminato, sia in grado di nuocere alla qualità delle acque superficiali arrecando anche un danno alla vita negli ambienti acquatici, nonché alla qualità delle acque sotterranee qualora veicolato tramite acque di scolo non convogliate negli impianti di depurazione.

Ad affermarlo è l’ Istituto Superiore di Sanità (ISS) con un parere del 18 marzo 2020 nel quale ha fornito indicazioni generali sulla “Disinfezione degli ambienti esterni e utilizzo di disinfettanti (ipoclorito di sodio) su superfici stradali e pavimentazione urbana per la prevenzione della trasmissione dell’infezione da SARS-CoV-2 del 7 marzo 2020” .

Pertanto, nel caso in cui le autorità locali ritengano comunque necessario, per finalità di tutela della salute pubblica, l’utilizzo di ipoclorito di sodio nelle pratiche di pulizia delle superfici stradali e pavimentazione urbana, tale utilizzo, alle condizioni sottoelencate, dovrebbe intendersi esclusivamente come integrativo e non sostitutivo delle modalità convenzionali di pulizia stradale e limitato a interventi straordinari

L’ISS ritiene, altresì, importante sottolineare che esistono informazioni contrastanti circa l’utilizzo di ipoclorito di sodio e la sua capacità di distruggere il virus su superfici esterne (strade) e in aria. L’efficacia delle procedure di sanificazione per mezzo dell’ipoclorito di sodio su una matrice complessa come il pavimento stradale non è peraltro estrapolabile in alcun modo dalle prove di laboratorio condotte su superfici pulite. Ciò premesso, sul tema preso in esame dall’ISS, il Consiglio del Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell’Ambiente ha condiviso la necessità e l’opportunità di dare alcune indicazioni uniformi sul territorio nazionale al fine di garantire la minimizzazione dei possibili impatti ambientali di tali pratiche.

  • I sistemi di aspersione devono operare in prossimità delle superfici minimizzando il trasporto a distanza di aerosol;
  • È consigliabile che il servizio di pulizia sia effettuato con macchine spazzatrici e solo ove non possibile con dispositivi manuali a getto d’acqua a pressione ridotta e sospendendo in ogni caso l’utilizzo di soffiatori meccanici;
  • È preferibile avviare le operazioni di aspersione esclusivamente in aree urbane pavimentate che siano drenate in pubblica fognatura mista o dedicata alle sole acque meteoriche;
  • L’applicazione delle soluzioni di ipoclorito di sodi o deve avvenire bagnando le superfici ma evitando ruscellamenti che trasportino la sostanza in significative quantità nel sistema fognario con possibili ripercussioni sui sistemi biologici dei depuratori; in tutti i casi risulta necessario informare il gestore del Servizio Idrico Integrato, per consentire l’attivazione, dove possibile di misure di mitigazione;
  • L’applicazione delle soluzioni di ipoclorito di sodio deve avvenire osservando adeguate distanze da fossi, fossati, corsi e specchi d’acqua, preferendo per queste situazioni, ove possibile, metodi di nebulìzzazione rispetto a quelli dì lavaggio e comunque, in modo da evitare ruscellamenti di soluzione nelle acque superficiali che possano comportare effetti nocivi diretti e indiretti su fauna e flora che le abitano;
  • Va mantenuta un’adeguata distanza dalle colture in modo che queste non siano interessate da aerosol;
  • Va evitata l’applicazione sul suolo non impermeabilizzato (limitarsi a irrorare le superfici urbanizzate strade, piazze, marciapiedi);
  • Per ottimizzare l’azione dell’ipoclorito di sodio l’impiego dello stesso è opportuno avvenga nelle ore di minore insolazione (ore notturne);
  • Va evitata l’applicazione in caso di presenza di vento.

Quindi riassumendo: si prosegua con l’ordinaria pulizia delle strade con saponi/detergenti convenzionali, e si eviti il più possibile l’utilizzo di disinfettanti, la cui utilità non è provata, al contrario degli effetti dannosi su ambiente e salute umana.

Scarica il testo integrale del Parere ISS

Patto europeo sulla plastica: anche l’Italia vi aderisce

Il Patto europeo sulla plastica prevede che entro il 2025 tutti gli imballaggi in plastica e i prodotti in plastica monouso siano progettati per essere riutilizzabili e riciclabili, che la plastica vergine in prodotti e imballaggi si riduca di almeno il 20%, che aumenti la capacità di raccolta, selezione e riciclaggio del 25%, che si giunga almeno al 30% di materie plastiche riciclate per azienda.

Ridurre i rifiuti di plastica, utilizzare meno materie plastiche per i prodotti, riciclare e riutilizzare di più.

È questo l’obiettivo per cui 15 Paesi (tra cui l’Italia) e 66 Aziende e Organizzazioni hanno sottoscritto il 6 marzo 2020 a Bruxelles il Patto europeo sulla plastica (European Plastic Pact), una coalizione pubblico-privata che vuole realizzare un’economia europea delle materie plastiche veramente circolare, evitando i rifiuti di plastica e riunendo tutti gli attori della catena del valore.

Il Patto europeo sulla plastica, lanciato nel 2019 dai Paesi Bassi e dalla Francia con l’obiettivo di riunire Governi e Imprese a porsi come precursori nella ricerca di misure all’avanguardia per la gestione della plastica, ricalca il Global Committment della New Plastics Economy della Ellen MacArthur Foundation in collaborazione con l’UNEP, che opera dal 2018 e alla cui rete l’European Plastics Pact si unisce.

“È tempo di cambiare il gioco – ha dichiarato Stientje van Veldhoven, Ministro dell’Ambiente olandese – Se vogliamo affrontare i cambiamenti climatici, dobbiamo guardare oltre all’energia ai materiali. Dobbiamo iniziare a trattare la plastica come materia prima preziosa e tenerla fuori dai nostri oceani. Non è un compito facile. Abbiamo bisogno che l’industria chimica sviluppi plastica facilmente riciclabile. Abbiamo bisogno di più capacità di riciclaggio e abbiamo bisogno di progettare nuovi prodotti. Sono orgogliosa che oggi, con tutti questi leader, stiamo mettendo insieme i nostri sforzi per farlo funzionare“.

Gli aderenti al Patto europeo si impegnano a concentrarsi su 4 settori chiave.
– Riutilizzabilità e riciclabilità: progettare tutti gli imballaggi in plastica e i prodotti in plastica monouso immessi sul mercato per essere riutilizzabili ove possibile e comunque riciclabili entro il 2025.

– Uso responsabile della plastica: passare ad un uso più responsabile degli imballaggi in plastica e dei prodotti in plastica monouso, con l’obiettivo di ridurre i prodotti e gli imballaggi in plastica vergine di almeno il 20% (in peso) entro il 2025.

– Raccolta, selezione e riciclaggio: aumentare di almeno il 25% la capacità di raccolta, selezione e riciclaggio delle plastiche entro il 2025 e raggiungere un livello corrispondente alla domanda del mercato per la plastica riciclata.

– Uso di materie plastiche riciclate: aumentare l’uso di materie plastiche riciclate nei nuovi prodotti e imballaggi, in modo tale che entro il 2025 le imprese utilizzino nella loro gamma di prodotti e imballaggi almeno il 30% di materie plastiche riciclate (in peso).

La partecipazione al patto è volontaria, ma l’adesione comporta un impegno giuridico, con una apposita Segreteria che terrà traccia dei progressi segnalati ogni anno da tutti i firmatari.

“Abbiamo aderito con convinzione al Patto europeo sulla plastica – ha affermato il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – La proposta di aderire ha subito suscitato il nostro interesse. Siamo convinti che una tematica così complessa come quella legata alla plastica, e il contrasto all’inquinamento prodotto, necessiti di strumenti condivisi tra i Paesi europei e tra i molteplici attori coinvolti nella gestione. Il Patto è uno strumento prezioso per affrontare meglio il ciclo della plastica, dalla progettazione dei prodotti alla produzione al corretto riciclo”.

“Del resto, siamo già pienamente attivi a livello nazionale – ha proseguito il Ministro – Stiamo lavorando, con i Ministeri competenti, a un Piano nazionale sulla plastica sostenibile. La campagna ‘plastic free’ del Ministero dell’Ambiente ha avuto numerosissime adesioni, inclusa quella del Quirinale. La legge ‘Salvamare’, già approvata alla Camera, è fondamentale per liberare il mare dai rifiuti e dalla plastica. Nel dl ‘Clima’, sono previsti fondi ad hoc per le macchinette mangia-plastica. Sono tutti tasselli per contrastare la plastica monouso e gli imballaggi in plastica. La riduzione dei rifiuti e il riciclo di quelli esistenti è la base per il nostro futuro”.

Aumenta il Contributo Ambientale CONAI per gli imballaggi in carta e vetro

Il Consiglio di amministrazione CONAI, valutate le richieste dei consorzi di filiera Comieco e Coreve, ha deliberato l’aumento del contributo ambientale per gli imballaggi in carta e in vetro. La decisione è stata presa per continuare a garantire un equilibrio economico che assicuri le risorse necessarie al raggiungimento degli obiettivi di recupero e riciclo dei rifiuti di imballaggio su tutto il territorio nazionale.

Il contributo per gli imballaggi in carta passerà da 35 EUR/tonnellata a 55 EUR/tonnellata a partire dal 1° giugno 2020. Resterà invece invariato il contributo aggiuntivo (20 EUR/tonnellata) per i poliaccoppiati a prevalenza carta idonei al contenimento di liquidi, per i quali il contributo ambientale sarà quindi di 75 EUR/tonnellata.

La rimodulazione del contributo è dovuta principalmente a due fattori: l’incremento delle quantità previsionali del 20% nel 2020 degli imballaggi derivanti dalla raccolta differenziata comunale e affidati a Comieco, con conseguenti ricadute sui costi di raccolta e trattamento, e la forte diminuzione dei valori economici del macero, in alcuni casi addirittura azzerati.

Il contributo ambientale per gli imballaggi in vetro passerà da 27 EUR/tonnellata a 31 EUR/tonnellata a partiredal 1° luglio 2020.

L’aumento è determinato dalle maggiori quantità di materiale proveniente dalla raccolta differenziata, soprattutto dalle aree del Sud, con le inevitabili conseguenze economiche dovute principalmente ai costi di trasporto e trattamento per l’avvio a riciclo del materiale negli impianti, situati prevalentemente nel nord del Paese.

Tali aumenti avranno effetti anche sulle procedure forfettarie/semplificate, i cui valori saranno comunicati entro la fine di marzo.

Per il 2020, in Italia il sistema rappresentato da CONAI e dai Consorzi di filiera prevede di recuperare l’83% dei rifiuti di imballaggio immessi al consumo. Di questi, la parte avviata a riciclo dovrebbe superare il 71%.

Per domande e chiarimenti è a disposizione il numero verde CONAI 800 337799.

Che futuro per il settore del riciclo? Situazione, criticità, prospettive

Sono sempre maggiori gli allarmi sulla crisi del mercato della carta da macero, che si associano a quelli sul riciclo della plastica dopo la famosa stretta cinese. Gli operatori chiedono un tavolo tecnico di confronto tra Istituzioni e piattaforme “al fine di scongiurare il rischio di blocco delle raccolte differenziate”. Ne abbiamo parlato con Enzo Favoino, Coordinatore Scientifico di Zero Waste Europe

Negli ultimi mesi sono sempre maggiori gli allarmi lanciati dagli addetti ai lavori,in Italia e in Europa, sulla crisi del mercato della carta da macero, che si associano a quelli sul riciclo della plastica dovuti alla famosa stretta cinese del 1° gennaio 2018. Nel nostro paese alcuni operatori del settore chiedono “al Ministro dell’Ambiente l’istituzione urgente di un Tavolo tecnico di confronto tra Istituzioni e piattaforme del riciclo, al fine di scongiurare il concreto e diffuso rischio di blocco delle raccolte differenziate”. Una situazione che ha spinto alcuni attori in campo a mettere in discussione il sistema del riciclo e il paradigma dell’economia circolare, proponendo in alcuni casi un ritorno allo smaltimento dei rifiuti.  

Ne abbiamo parlato con Enzo Favoino, della Scuola Agraria del Parco di Monza, e Coordinatore Scientifico di Zero Waste Europe. In questo primo intervento, vengono anticipate alcune valutazioni sulla dimensione globale del problema. Successivamente, verranno esaminate le tendenze in atto a livello UE, gli effetti indotti dalle politiche di settore, e come raccordarsi armonicamente con le stesse.

Favoino che momento sta vivendo il settore del riciclo alla luce dei divieti all’export di carta e plastica?

“Come qualunque settore anche quello del riciclo vive in un’economia pienamente globalizzata e quindi può risentire di trend globali e di alcune specificità congiunturali. Le mosse cinesi, e non solo, sia sulla carta che sulla plastica sono una novità importante e di cui tenere conto, ma come è stato giustamente rilevato anche da altri, stiamo parlando di materia di bassa qualità, cioè quella che supera un certo grado di contaminazione. Questa cosa ha messo sotto stress le filiere del riciclo per quei quantitativi di bassa qualità che venivano esportati verso l’estero, che a quanto ci risulta anche dai report internazionali ufficiali però non sono la prevalenza”.

Di che numeri si parla?

“Un recente rapporto europeo specificava ad esempio che le esportazioni di plastica dall’Italia erano dell’ordine delle 100 mila tonnellate all’anno, ridotte poi a 60 mila negli ultimi anni, verosimilmente anche per effetto dei divieti cinesi ed asiatici. Dunque gran parte del tonnellaggio esportato residuo dovrebbe essere rappresentato da polimeri di valore inviati a processi effettivi di riciclo e valorizzazione. Questo su un totale di plastica immessa al consumo di 6 milioni di tonnellate, di cui circa 2,5 milioni sono di plastica da imballaggio, quella oggetto dei meccanismi EPR e dunque dei circuiti di raccolta differenziata, e circa 1 milione sono le tonnellate avviate a riciclo”.

“Il ricorso all’export non è dunque trascurabile e lavoriamo quotidianamente anche con gruppi di lavoro internazionali, perché venga eliminato il fenomeno del ‘recupero truffa’, ma sulla base di questi dati non si può inferire che sia fondamentale, e che bloccato il flusso dell’export di plastiche di basso valore il sistema nel suo complesso sia al collasso. Certe filiere del riciclo sono certo sotto stress, uno stress congiunturale in attesa dell’adattamento ai nuovi scenari causati dalle mosse cinesi ed asiatiche, ma questa non è una quota prevalente né è una condizione eterna. Richiede adattamenti che, nello spirito della agenda UE, non sono quelli del ‘ci vogliono più inceneritori per smaltire gli scarti’. Ci sono soluzioni congiunturali, come opzioni di valorizzazione del plasmix, sostenute dai meccanismi di stimolo al mercato, e soprattutto strutturali, di lungo termine. Queste ultime sono le dinamiche di maggiore interesse, in prospettiva”.

(Le esamineremo nel dettaglio nella seconda parte dell’intervista, anticipiamo solo che l’istituzione di una ‘cabina di regia’, come chiesto da molti operatori, potrebbe essere un valido strumento per governare la transizione, ndr)

Il problema tuttavia non riguarda solo l’Europa. Come si stanno muovendo fuori dall’UE per far fronte alla situazione?

“Consideriamo ad esempio le contromosse di una delle realtà più avanzate ed ambiziose nelle politiche e pratiche di differenziazione e riciclo, la città di San Francisco. San Francisco è ad oggi sopra l’80% di raccolta differenziata, e non pensa minimamente a riassestarsi su scenari meno ambiziosi, piuttosto il contrario. Non solo la strategia e la pratica Zero Waste va avanti, ma la città vuole incrementarlo aumentando i tassi di riciclo, le strategie di riduzione e quant’altro, come da programma. Un recente programma di facilitatori per ogni stabile intende ad esempio andare ad intercettare ulteriori materiali valorizzabili che attualmente finiscono nel rifiuto residuo. Il tutto, peraltro, in un contesto operativo e regolamentare ben meno favorevole di quello europeo”.

“A San Francisco non hanno aspettato il divieto cinese per sincerarsi delle effettive filiere di recupero, ed avevano mandato loro ispettori a controllare la destinazione effettiva dei flussi verso l’Asia. Per cui avevano già individuato le pratiche di scam recovery, il ‘recupero truffa’, e avevano rescisso i contratti con gli intermediari meno affidabili. Per affrontare il problema del miglioramento dei flussi di riciclo, avevano già migliorato le proprie capacità di selezione e oggi riescono ad arrivare alla migliore definizione possibile dei vari tipi di polimero e dei vari tipi di carta e cartone avviabili al mercato, minimizzando i materiali di bassa qualità. Va inoltre sottolineato che il sistema nord americano, si basa generalmente su una raccolta rifiuti a tre bidoni: organico, residuo e imballaggi, dunque con questi ultimi raccolti in modalità ‘commingled’ non tipizzata, e non a cinque come da noi. Questo sistema genera tipicamente materiali di peggiore qualità dei nostri, tanto che diverse città stanno pensando di passare alle raccolte tipizzate, alcune lo hanno già fatto”.

“Condivido perfettamente le ottime valutazioni di chi ha già sottolineato che la qualità delle raccolte deve essere una delle determinanti del sistema, assieme alla quantità. Essendo tra coloro che per primi hanno ad esempio promosso le raccolte tipizzate e domiciliari, mettendo in risalto le prestazioni incrementali, per quantità e qualità delle raccolte, rispetto a raccolte multimateriali e/o stradali, questo è sempre stato un argomento per noi prioritario”.

Tornando alla situazione Europea, quali sono le strategie di settore e le tendenze in atto?

“La situazione europea va valutata alla luce delle indicazioni di prospettiva generate dal Pacchetto Economia Circolare, dalla Strategia UE sulle Plastiche, e dalla Direttiva sulle Plastiche Monouso. Questo pacchetto di previsioni marca un cambiamento epocale, su vari versanti: quello della progettazione e produzione di beni ed imballaggi, quello della raccolta, quello dell’assorbimento dei maceri. Certamente gli effetti non sono immediati, e questo determina i problemi congiunturali, ma vale la pena di allargare lo sguardo ai processi in atto, perché gli operatori sappiano individuare i processi di cambiamento e accelerarne o anticiparne gli effetti”.

“Anzitutto va ricordato sempre che mentre sinora il riciclo è stata la determinante principale delle strategie europee, e a cascata nazionali, la UE intende lavorare sempre più sulla riduzione ed il riuso. Il discorso di insediamento del Vice Presidente della Commissione Europea Timmermans è stato molto esplicito in questo senso: conferma, come abbiamo sempre detto, che il riciclo è il ‘piano B per la sostenibilità’ e come tale è eccezionale per conseguire gli obiettivi di minimizzazione degli smaltimenti e di riduzione del prelievo di risorse primarie, ma il piano A deve passare necessariamente per la riduzione, che sta diventando uno degli elementi trainanti del green deal della Commissione. Già la Direttiva SUP ne include i primi, importanti segni. Altri verranno nell’aggiornamento del Pacchetto Economia Circolare, con la probabile adozione di obiettivi vincolanti di riduzione”.

Per quanto riguarda la saturazione del mercato cosa si può fare?

 “Le soluzioni sono diverse, ma prima vorrei ricordare un episodio significativo. Quando è stata presentata la strategia europea sulla plastica, i vice presidenti della Commissione UE, stimolati dai giornalisti che li incalzavano sulle difficoltà dovute alla stretta cinese, risposero in modo efficace: dissero in sintesi che non si può parlare di economia circolare e poi voler allargare il cerchio fino a farne un ovale che arriva fino alla Cina. Se il sistema deve essere circolare dev’essere reso circolare in Europa, anche per rispondere alla fame di materie prime di un continente strutturalmente povero delle stesse, il che fu la principale motivazione della strategia. Di conseguenza, secondo tale indicazione, l’Europa deve: completare la propria capacità infrastrutturale per il riciclo e deve soprattutto determinare le condizioni per un aumento della capacità di assorbimento da parte del mercato”.

In che modo?

“Be’ attualmente l’Unione sta lavorando su due aspetti importantissimi del pacchetto sull’economia circolare, che sono le tariffe modulate sugli imballaggi, che andranno a premiare quelli maggiormente riciclabili e riusabili e penalizzare quelli che lo sono meno. In Italia abbiamo già iniziato ad usarle, ma le tariffe non sono ancora sufficientemente incentivanti; il processo è comunque in atto”.

“L’altro aspetto sono gli essential requirments, cioè i requisiti essenziali per gli imballaggi, e tra questi ci saranno anche i MRC, i contenuti minimi di riciclato. Cosa che ha già iniziato a fare capolino nella Direttiva sulle Plastiche Monouso e che dovrebbe sanare alcuni elementi contraddittori, come l’attuale basso assorbimento di polimeri riciclati in vari settori, inclusi quelli a maggiore capacità potenziale di assorbimento, come il settore automobilistico e quello delle costruzioni. In Italia questo potrebbe permettere di superare alcune criticità per l’uso dei polimeri da riciclo negli imballaggi a contatto alimentare, innalzandone le percentuali obbligatorie”.

“Ma se posso, io userei di più e meglio il settore del Green Public Procurement, su cui abbiamo già norme ed obblighi che però sono stati sterilizzati da una inazione generale. Non a caso, la capacità di assorbimento da parte del settore degli acquisiti pubblici è usata come driver principale di mercato in Nord America, ove l’assenza di direttive non fornisce tutti gli altri strumenti di promozione del mercato che invece possiamo dispiegare in Europa”.

 Insomma, per concludere, il riciclo ha i suoi problemi ma sono già operative soluzioni adeguate.

“Diciamo che il sistema ha delle imperfezioni che la transizione, determinata da un lato dalla spinta europea alla differenziazione e al riciclo e dall’altro dalle mosse asiatiche, sta rendendo visibili e condizionanti nel breve periodo. Ma l’agenda europea sta lavorando per risolverle e portare il sistema ad equilibrarsi, così come stanno facendo anche il Canada e la stessa Cina che hanno annunciato agende analoghe a quella UE”.   

 “Certo, il processo è di medio termine, non immediato, ma il trend è chiaro e i segnali ci sono: riduzione dei materiali difficili da riciclare, aumento della capacità continentale di riciclo, aumento delle capacità di assorbimento del mercato, contenuti minimi di riciclato… bisogna saperli cogliere e anticiparli per accelerare la transizione. Intanto sono disponibili subito alcune soluzioni come il recupero del plasmix per esempio, in attesa che le Direttive UE ne riducano la consistenza. L’effetto combinato di queste tecnologie e il potenziamento del Green Public Procurement potrebbe già dare una risposta consistente al tema delle plastiche di basso valore, sino a quando le stesse sono presenti. Mentre di sicuro la roadmap di lungo termine va nel senso della riduzione od eliminazione totale dei materiali difficili da riciclare”.

Fonte: Bruno Casula per Eco dalle Città

La legge di Bilancio 2020 tra buone intenzioni e «insufficienze significative» sulla sostenibilità

La Legge di Bilancio 2020, la prima del Governo giallorosso, è stata esaminata comma per comma dai 600 esperti messi in campo dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) per produrre il rapporto La Legge di Bilancio 2020 e lo sviluppo sostenibile, presentato a Roma: il risultato è un chiaroscuro, tra miglioramenti rispetto al recente passato e lacune ancora profonde.

«Notiamo maggiore sensibilità e impegno del Governo – spiega il portavoce dell’ASviS, Enrico Giovannini – verso uno sviluppo che sia sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale e chiediamo alle istituzioni e alla politica di accelerare le azioni sui target in scadenza nel 2020. D’altra parte, è quello che i cittadini chiedono, sensibilizzati sempre di più sulla necessità di politiche per lo sviluppo sostenibile. Per questo, ci auguriamo che lo sforzo fatto quest’anno non venga vanificato da ritardi nell’attuazione dei provvedimenti e che le carenze segnalate nel Rapporto possano essere colmate, anche grazie ad un utilizzo mirato delle risorse europee e nazionali disponibili».

La legge di Bilancio 2020 viene valutata come «molto più attenta ai temi legati allo sviluppo sostenibile» e definiti dall’Agenda Onu 2030, esaminando il provvedimento l’ASviS evidenzia «insufficienze significative, come per la tutela della biodiversità e nell’assegnazione di risorse adeguate a istruzione, cooperazione allo sviluppo e occupazione giovanile, soprattutto tenuto conto dei 21 target che sono “in scadenza” nel 2020».

Un esempio su tutti, il target 12.4 (conseguire la gestione eco-compatibile di sostanze chimiche e di tutti i rifiuti durante il loro intero ciclo di vita): quasi tutti i target del goal 12 (consumo e produzione responsabili) sono toccati dalla legge di Bilancio ma «è sorprendente l’assenza di provvedimenti specifici per il target 12.4», l’unico all’interno del goal 12 «che in base all’Agenda 2030 deve raggiungere risultati nel 2020». Una sottolineatura coerente, purtroppo, con la difficoltà registrate dal Paese in termini di gestione rifiuti (urbani e speciali), costantemente sull’orlo del collasso a causa delle carenze impiantistiche sul territorio e dell’assenza di una solida politica industriale dedicata al settore.

Anche il mondo delle energie pulite non se la passa molto meglio. Da una parte «i livelli di ambizione del Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima, ndrrestano fermi alla prima bozza dello scorso anno, fuori tempo rispetto all’Europa», dall’altra «continua a mancare una regolazione sostenibile del regime degli incentivi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, che deve essere innalzata per essere al passo con la decarbonizzazione programmata per i Paesi europei al vicino 2050». Lapalissiano in quest’ottica citare lo stallo sul decreto Fer 2, dal quale sono attesi incentivi per dare ossigeno a quelle fonti rinnovabili che sono state escluse inopinatamente dal Fer 1 – in primis la geotermia – ma che ancora non ha visto la luce.

Più in generale, nonostante le buone intenzioni contenute nella legge di Bilancio le risorse che sono state effettivamente destinate al Green new deal annunciato dal Governo giallorosso sono ad oggi risicate: «La Legge di Bilancio 2020 interviene più che in passato sui temi ambientali, sulla decarbonizzazione e sull’economia circolare», conferma il rapporto ASviS, ma nei fatti «l’impegno del Governo italiano nel 2020 prevede risorse complessive destinate al Green new deal per 1,688 miliardi nell’ambito di un programma al 2034 per complessivi 29,404 miliardi» di euro.

«Vogliamo individuare – replica il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, intervenuto durante la presentazione del rapporto ASviS a Roma – una serie di missioni del Green new deal e su quelle concentrare risorse pubbliche e private con obiettivi precisi. Per esempio, l’efficientamento energetico di tutto il patrimonio pubblico italiano, a cominciare dalle scuole, così come l’orientamento della filiera dell’auto verso lo sviluppo sostenibile, le energie rinnovabili, la filiera della plastica, la siderurgia verde a partire dall’ex-Ilva. Penso anche che il nostro Pniec dovrà essere rivisto alla luce dei più ambiziosi obiettivi europei (come hanno già anticipato il ministro dell’Ambiente Costa e il sottosegretario Morassut, ndr). È stato redatto durante la transizione tra il vecchio e il nuovo governo; si è fatto un lavoro molto importante, però ci sono aspetti che richiederebbero una rivisitazione e una maggiore ambizione».

Fonte: Luca Aterini per Greenreport

Costa: per aumentare la differenziata servono nuovi impianti

Il problema è l’impiantistica. Lo dice, in una intervista al Quotidiano Nazionale, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa (nella foto), a proposito della differenziata, sottolineando le responsabilità di comuni e regioni.

“I player della gestione dei rifiuti sul territorio italiano sono le Regioni e i Comuni – ricorda Costa.-  I Comuni hanno la competenza della raccolta, le Regioni hanno l’obbligo della definizione del piano regionale dei rifiuti. Il piano dei rifiuti, che quasi tutte le Regioni hanno, e già il ‘quasi’ la dice lunga, prevede un’analisi territoriale dei flussi dei rifiuti e di quanti impianti servono. La scelta è quindi a livello regionale e territoriale”.

Il nodo del compostaggio
 – “Prendiamo il compost – spiega, più in dettaglio – . Se non hai gli impianti per il compost stai rinunciando a una filiera del riciclo dell’umido che oscilla tra il 35 e il 45% della raccolta differenziata. Ergo gli impianti, laddove servono, vanno fatti. Noi la nostra parte la facciamo. Ma non è che le Regioni possano abdicare al loro ruolo. Senza polemiche”.

Sprechi, trend positivo – Sul fatto che per la prima volta c’è una tendenza positiva sul fronte degli sprechi alimentari, commenta: “C’è un trend positivo del 25% in un anno, che è tanto. Di questo dobbiamo ringraziare la legge Gadda, ma anche la crescita di consapevolezza dei cittadini grazie alle campagne di sensibilizzazione. Ora dobbiamo arrivare al -50%”.

Fonte. E-Gazette

L’economia circolare potrebbe creare 500mila posti di lavoro in Italia nei prossimi dieci anni

Oltre «500mila posti di lavoro» in soli 10 anni, ovvero entro il 2030: sono queste le potenzialità occupazionali legate all’economia circolare evidenziate nel III rapporto elaborato da Federmanager insieme all’Aiee (l’Associazione italiana economisti dell’energia) e presentato ieri a Roma, con titolo Transizione verde e sviluppo. Può l’economia circolare contribuire al rilancio del sistema Italia?.

Naturalmente, non si tratta però di un risultato acquisito quanto di un auspicio legato alla necessità di adeguate politiche industriali e formative dedicate al comparto: la carenza di competenze specialistiche e la mancanza di know how, insieme all’eccesso di burocrazia, la difficoltà di accesso al credito e l’esistenza di una legislazione ancora stratificata e poco omogenea rappresentano infatti – secondo quanto emerso nel report – i principali ostacoli alla transizione verde del nostro Paese.

Il rapporto cita inoltre le recenti rilevazioni dell’Eurobarometro (2017), secondo cui il 60% delle Pmi italiane ha deciso di puntare sulla riduzione dei rifiuti attraverso processi di economia circolare. «Le imprese italiane stanno esprimendo una crescente consapevolezza delle opportunità e dei rischi legati alla questione ambientale – sottolinea  Stefano Cuzzilla, presidente Federmanager – ma non è pensabile che l’imprenditore possa, da solo, far fronte alle nuove necessità». In quest’ottica sono circa 100 i professionisti che Federmanager certificherà entro la fine del 2020 come manager per la sostenibilità, attraverso il percorso di certificazione delle competenze manageriali “BeManager”: si tratta di figure manageriali che, in esito a un percorso di assessment e di aggiornamento rispetto agli eventuali gap formativi, sono valutate idonee a riconvertire i processi di produzione industriale e a realizzare in concreto gli obiettivi di economia circolare.

In quest’ottica, un volano di sviluppo decisivo dovrà essere colto in campo europeo. La Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen ha infatti proposto un piano di investimenti da 1.000 miliardi di in 10 anni per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, un Green deal all’interno del quale anche l’economia circolare dovrà rivestire un ruolo primario; di fronte a questo piano, lo studio Federmanager-Aiee calcola che rimuovendo i già citati fattori che bloccano lo sviluppo dell’economia circolare italiana e investendo in competenze manageriali adeguate si potrebbe aumentare la produttività del 6,5% in termini di valore aggiunto e aumentare l’occupazione nel settore green portandola all’11,4%.

«L’Italia vanta grandi player nel settore energetico – ricorda Cuzzilla – Tuttavia più del 95% della nostra economia è costituito da micro e piccole imprese. L’obiettivo che ci dobbiamo porre, dunque, è quello di managerializzare le nostre Pmi, immettendo competenze che generino positivi sulla produttività italiana». E con importanti risultati per l’intero sistema-Paese.

Secondo la Ellen Mc Arthur Foundation, presa a riferimento dallo studio, la transizione verso un’economia circolare in tutti i settori consentirà all’Ue un risparmio netto annuo fino a 640 miliardi di dollari sul costo di approvvigionamento dei materiali per il sistema manifatturiero dei beni durevoli (circa il 20% del costo attualmente sostenuto), del quale non potrà che trarre giovamento anche un Paese storicamente povero di materie prime seconde come l’Italia.

Fonte: Greenreport.it