Studio inglese solleva dubbi sulla plastica biodegradabile

L’University College di Londra ha recentemente pubblicato uno studio nel quale i cittadini britannici hanno avuto un ruolo chiave. Da questa ricerca sarebbero emerse una serie di falle nel sistema che dovrebbe permettere alle persone di poter fare il compost in casa utilizzando anche la plastica certificata come compostabile. Secondo lo studio il 60% di questi materiali finirebbe per non decomporsi e inquinerebbe persin di più la terra nella quale viene utilizzato. Si deve però specificare che lo studio è stato fatto solo sul compost domestico e non su quello industriale ed inoltre, sono stati inclusi anche materiali non conformi alla certificazione EN13432 ma generalmente “biodegradabili”.

Lo studio evidenzia inoltre che molte delle etichette che vengono usate su queste plastiche biodegradabili e compostabili potrebbero confondere gli acquirenti di questi prodotti, inducendoli all’errore nel conferimento di questi rifiuti e creando una sorta di greenwashing, con finalità di ottenere maggiori acquisti da parte delle persone più sensibili ai temi ambientali.

Negli ultimi anni è cresciuto moltissimo l’impiego di prodotti in plastiche compostabili, quali sacchetti, imballaggi e stoviglie monouso. L’incompatibilità, con alcuni processi di riciclo, di alcune tipologie di plastiche biodegradabili rimane però un problema enorme che spesso lo porta a finire il proprio ciclo di vita nel rifiuto indifferenziato e a interrompere il riciclo che con altri tipi di plastiche invece avverrebbe.

Con l’ultima affermazione non vogliamo sostenere l’uso della plastica ma invitare al pensiero critico sugli oggetti monouso che, a fronte di un singolo utilizzo, finiscono per essere subito gettati.

L’uso del deposito cauzionale potrebbe essere un’ottima alternativa per alcune destinazioni d’uso ma ne parleremo prossimamente.

“Blocco della raccolta differenziata della carta scongiurato grazie all’export di macero”

Unirima, che raccoglie le imprese del macero, sottolinea le difficoltà del settore della raccolta e riciclo, frutto della crisi del gas che ha messo in difficoltà le cartiere. In primis, il crollo del prezzo della materia prima seconda.

“In questa situazione di grande difficoltà, siamo riusciti ad adattarci e grazie alle esportazioni siamo riusciti a risolvere quello che poteva diventare un problema per tutto il Paese, cioè il blocco delle raccolte differenziate della carta”. Ieri mattina a Palazzo Rospigliosi, nel centro di Roma, durante l’evento di presentazione del Rapporto Unirima 2022, Giuliano Tarallo, presidente dell’Unione nazionale imprese recupero e riciclo maceri, ha evocato quello che avrebbe potuto essere – ma il rischio non è scongiurato – uno degli effetti più vistosi, per noi che viviamo lontano dal fronte, della guerra in Ucraina e della conseguente crisi del gas.

L’allarme della filiera della carta
L’allarme, a dire la verità, era arrivato qualche settimana fa anche dalle imprese cartarie: energivore per definizione, sono state tra le prime vittime di questa crisi. Il 17 ottobre Assocarta e Assografici – in rappresentanza della filiera carta, stampa e trasformazione – insieme a SLC-CGIL, FISTeL-CISL e UGL Chimici hanno inviato una lettera congiunta agli allora ministri Cingolani, Giorgetti e Orlando: “Sono diverse le aziende cartiere che stanno già utilizzando la cassa integrazione per l’aumento eccezionale dei costi energetici, con il concreto rischio di arrivare a chiusure di siti produttivi, con il coinvolgimento a catena anche dell’intera filiera della successiva stampa e trasformazione”. Le associazioni lamentavano non solo danni economici, ma anche ambientali: “Da un lato l’arrivo sul mercato italiano di prodotti cartari da Paese extra-UE dove l’energia a basso prezzo si combina con normative ambientali non allineate ai mercati UE. Dall’altro rallentare o interrompere l’attività produttiva vuol dire bloccare l’economia circolare ovvero l’attività di recupero e riciclo sul territorio che dovrà gestire lo stoccaggio della carta da riciclare”. Secondo Lorenzo Poli, Presidente di Assocarta, “sono necessarie misure a livello europeo per ridurre i costi energetici ed evitare che un singolo Paese, come ad esempio la Germania, adotti interventi a livello nazionale o introduca un cap a livello di singolo Stato, che modificano la competitività in Europa e minano la stessa Europa sotto il profilo economico e politico”.

Crolla il prezzo del macero
“Il primo impatto sul settore – racconta a EconomiaCircolare.com Francesco Sicilia, direttore generale di Unirima – è stato, ad agosto, il collo dei prezzi delle quotazioni della carta da macero”. Leggiamo nel report che tra ottobre 2020 e aprile 2021 le quotazioni per il macero “sia della qualità 1.02.00 che quelle 1.04.02 (due tipologie di macero, n.d.r.) hanno subito un forte aumento. A partire da aprile 2021, i prezzi medi si sono poi stabilizzati intorno ad un valore medio di 108 €/ton per la qualità 1.02.00 e di 118,5 €/ton per la 1.04.02, scendendo raramente al di sotto dei 100 €/ton. Ad agosto 2022 si è avuto un brusco cambiamento di tendenza con le quotazioni che sono crollate toccando a settembre 40 €/ton per entrambe le qualità, con una riduzione del 69% rispetto al prezzo medio di luglio”.

Tra i fattori alla base di questo risultato “il fermo o forte rallentamento delle attività delle cartiere, connesso all’incremento dei prezzi dell’energia, che ha creato un contraccolpo sul nostro settore”, ricorda Sicilia. A parità di offerta, infatti, se la domanda si riduce il prezzo scende. Questo forte calo, prosegue il direttore generale di Unirima, “fortunatamente è stato in parte bilanciato dall’export: Nell’ultimo mese abbiamo incrementato le esportazioni proprio per far fronte a questo rallentamento a valle. Ed evitare contraccolpi sulla raccolta differenziata dei Comuni e delle attività economiche”. Nonostante il balzo dell’export, negli impianti c’è stato una sorta di effetto imbuto, coi piazzali zeppi di macero cui trovare una destinazione: “Per questo, ad inizio settembre abbiamo scritto alle Regioni, gli organi competenti in termini di autorizzazioni ambientali, chiedendo di aumentare gli stoccaggi a disposizione degli impianti. Non abbiamo ricevuto risposte. Ma, almeno finora, l’aumento dell’export e la nostra capacità impiantistica (600 impianti) che è ben superiore alla raccolta differenziata ed è molto diffusa e capillare, hanno permesso di reggere il colpo”.

Il crollo del prezzo del macero, aggiunge Sicilia, ha conseguenze anche sui prodotti finali: “Quando crolla prezzo carta da macero non è un vantaggio per l’economia”. Quando si abbassa il prezzo del macero, infatti, si riduce la remuneratività della materia prima seconda venduta per compensare i costi della raccolta, e quindi “ci potrebbe essere un aumento del contributo ambientale (CAC). Quando il prezzo del macero è basso, sale il CAC pagato dalle imprese che producono imballaggi. Un costo che ovviamente viene riversato a valle, sul consumatore”.

I numeri della filiera
“Il settore della carta da macero italiano è storicamente un punto di eccellenza dell’economia circolare”, si legge nel report Unirima. La produzione italiana della carta da macero è salita da 6,81 milioni del 2020 a poco meno di 7 milioni di tonnellate (6,998 milioni, per l’esattezza) del 2021(+3%). A fronte di una produzione di nuova carta pari a circa 9,62 milioni di tonnellate, il tasso di riciclo complessivo (non solo imballaggi) nel 2021 è pertanto pari al 72,8%. Quanto agli imballaggi, “l’obiettivo comunitario di riciclo al 2025 (75%) è già stato pienamente raggiunto nel 2009 e, a partire dal 2020, è stato superato anche il target al 2030 (85%). Il 2021 ha consolidato il trend, con un tasso di riciclo che si è attestato sull’85,08% e anche per il 2022 si stima il consolidamento del superamento dell’obiettivo dell’85% di riciclo degli imballaggi cellulosici”.

Il valore medio delle esportazioni dal 2007 al 2021 è pari a circa il 27% del totale della produzione di carta da macero. “L’Italia è da quasi vent’anni esportatrice netta di maceri, con un valore che è stato di 1,28 milioni di tonnellate nel 2021, a fronte di importazioni per 0,33 milioni di tonnellate”. Con il graduale sviluppo delle raccolte differenziate di carta e cartone, leggiamo ancora nel report “la capacità degli operatori del riciclo e del commercio ha garantito con le esportazioni uno sbocco al surplus di carta da macero rispetto al fabbisogno del Paese e, al contempo, di superare con largo anticipo gli obiettivi europei”.

Fonte: EconomiaCircolare.com

Riunione comitato scientifico ESPER a Vazon di Oulx

Il 22/10 del corrente anno, tra i paesaggi della Val di Susa e nella splendida frazione Vazon di Oulx, si è tenuta la riunione del Comitato Scientifico di ESPER, ospitata nella splendida casa del Prof. Luca Mercalli.

È stata un’occasione d’oro per permettere al nostro direttore generale e ai direttori tecnici di rivedere alcuni colleghi, ma soprattutto amici, che non si vedevano ormai da più di due anni a causa della recente pandemia che ci ha colpiti. In questa riunione si è fatto il punto su moltissimi argomenti e ci si è aggiornati su molte situazioni riguardanti il mondo nel quale operiamo, vorremmo poterle riportare tutte ma non basterebbero 10 pubblicazioni, quindi riportiamo di seguito gli obiettivi che la ESPER si impegnata a portare avanti durante il prossimo anno coerentemente con gli indirizzi ricevuti dal Comitato Scientifico.

Nel 2022, ESPER è infatti diventata una Società Benefit, poiché ha voluto attribuire sempre più importanza a tutte le attività autofinanziate che già da molti anni porta avanti, come la distribuzione di documenti, libri, pubblicazioni ed un documentario, a titolo completamente gratuito sempre senza scopo di lucro. Con questa modifica della statuto ESPER si è impegnata a destinare ogni anno almeno il 10% degli utili a questo tipo di attività.

Quest’anno il Comitato Scientifico ha deciso di destinare le risorse principalmente su due aspetti, entrambi relativi alla volontà di sostenere una campagna sull’importanza del “vuoto a rendere“, finanziando in primis la traduzione in italiano di una serie di studi fatti da Zero Waste Europe, permettendone così l’uso facilitato e la maggiore diffusione anche in Italia. La seconda iniziativa che è stata individuata come necessaria ed utile, sarà uno studio a cura di ESPER con la supervisione del Comitato Scientifico per quantificare i vantaggi ottenibili dagli enti locali grazie alla diffusione del vuoto a rendere. Tale studio verrà sviluppato coinvolgendo rappresentanti delle amministrazioni pubbliche che già collaborano con ESPER.

Differenziata a Trento: il ‘Grande Fardello’ e il contrasto al ‘disobbediente incivile’

Quando Trento, nel 2006, con il supporto tecnico di ESPER, cominciò a riorganizzare il servizio rifiuti per passare al ‘porta a porta’, i responsabili si chiesero, prima di tutto, come avrebbe reagito i concittadini a un cambio tanto radicale di abitudini. Conoscendone la spiccata attitudine a difendere la sfera del privato, prevedevano che l’ostacolo più difficile, anche più del dover fare i conti con le forti oscillazioni del turismo stagionale e con l’impianto medioevale del centro storico, sarebbe stata la cosiddetta ‘sindrome del Grande Fardello’: il timore, cioè, di vedersi imporre una sorta di faticosa rivoluzione domestica, della cui utilità, oltretutto, non erano affatto convinti. La previsione si rivelò corretta e le contromisure efficaci. «La campagna d’informazione pubblica, mirata, appunto, a dimostrare che un piccolo impegno personale a mettere le mani e soprattutto ‘la testa’, nella pattumiera, poteva generare grandi vantaggi per tutti, riuscì ad abbassare in poche settimane il tasso di diffidenza e insofferenza alla novità. Il piano entrò nella vita di tutti i giorni senza particolari resistenze. E lo dico da semplice cittadino, perché allora non avevo cariche politiche né amministrative», ricorda il sindaco, Franco Ianeselli.

In ogni caso, anche nei due anni di mandato da Sindaco dell’ex segretario generale della Cgil tridentina, Trento ha continuato a scalare la classifica dei comuni ecovirtuosi.

— Trento differenzia oggi l’83.4 per cento dei rifiuti prodotti dai suoi 118 357 mila abitanti, una quota, superiore di 20 punti alla media italiana e di 10 punti della media regionale. Era un obiettivo previsto?

«Posso dire che siamo andati oltre le aspettative. All’inizio gli scettici, quelli abituati a considerare senza valore tutto quel che scartiamo, o a ritenere un insopportabile perdita di tempo lo slalom tra vari tipi di scarto, erano molti. In questi casi, l’informazione diventa strategica, perché è anche formazione».   

— Come è stata accolta la tariffazione puntuale, nel 2013, e qual è il bilancio di questa tassa che fa pagare in base alla quantità di rifiuti, premiando chi ne produce di meno, quindi, si suppone, le famiglie più numerose e meno agiate, ma penalizzando chi ‘consuma e spreca’ di più?

«È stata accolta bene e per quel che deve essere: una misura di equità, che va comunque calibrata, non brandita come una spada. Noi aiutiamo, ad esempio, chi è costretto a usare grandi quantità di pannolini, pannolini e altri presìdi: per i bambini, 40 euro l’anno fino ai tre anni; per gli anziani, la parte del servizio relativa ai rifiuti sanitari è gratis; per i malati di lungo decorso, sono previste altre formule di sconto».

— Quanto è diffuso il fenomeno della dispersione dei rifiuti e come fate a tenerlo sotto controllo?

«È innegabile che ‘sacchetto selvaggio’ ci sia anche da noi, ma non è un fenomeno molto diffuso o che ci assilla particolarmente. Lo contrastiamo con fototrappole fisse e droni, o proviamo a risalire ai responsabili cercandone la ‘firma’ all’interno del rifiuto. Spesso li cogliamo sul fatto grazie alle segnalazioni». 

— Avete elaborato un identikit del ‘disobbediente incivile’?

«A parte i tanti incivili nati e cresciuti qua, dal punto di vista percentuale è un fenomeno legato, più che all’inciviltà, a diversità culturali che vanno ricondotte con una paziente e un’opportuna informazione alle necessità della convivenza. Chi arriva qui da lontano porta con sé tradizioni, abitudini e automatismi cristallizzati in ambienti e climi molto differenti, che si manifestano anche nel quotidiano e sono dure da scalfire. In questo caso l’esperienza insegna che gli ambasciatori più efficaci sono i bambini in età scolare, che possono orientare gli adulti verso nuovi comportamenti senza suscitare il sospetto di tradire le proprie radici».   

— L’esperienza dice anche che dai livelli cui siete arrivati, guadagnare altri punti nella differenziata sarà sempre più difficile e costoso. Quali obiettivi vi siete dati e come farete a raggiungerli?

«Andremo avanti come sempre, limando giorno per giorno le imperfezioni del servizio, consapevoli che una quota di rifiuti indifferenziati resterà sempre, come dimostra anche il fatto che al vertice della classifica, appunto, tutte le amministrazioni si stanno allineando verso gli stessi valori e le differenze tendono ai decimali».

— Che orientamento ha il Comune di Trento sugli inceneritori, o termovalorizzatori che dir si vogliano?

«Non facciamo barricate. Affinando il percorso di separazione, la qualità dei rifiuti riciclabili aumenterà, e con quella aumenteranno le possibilità e i volumi da ritrasformare in materie prime. Ma dal momento che una parte, pur minima, di indifferenziato è inevitabile, e che, prima o poi, le discariche si riempiono — la nostra, infatti, è colma — confidiamo nell’evoluzione tecnologica, che oggi vede già all’opera nel mondo impianti termici capaci di scomporre gli scarti negli elementi chimici fondamentali, recuperando energia, ma senza produrre inquinamento e gas serra».

A cura di Igor Staglianò

Crisi del vetro, c’è sete di bottiglie e si rispolvera il vuoto a rendere

La crisi è palpabile: tra caro energia e guerra, il vetro scarseggia. Gli imprenditori dell’Associazione tedesca dei produttori di birra avevano avvisato per tempo. E per rispondere ai maggiori ordini che nel frattempo potrebbero dare forza alle imprese, in Italia c’è chi si ingegna. Ritorna il vecchio vuoto a rendere e si cambiano le bottiglie, portando sugli scaffali del supermercato quelle dai formati più diversi che si riescono a trovare nei magazzini. Dei quattro milioni di tonnellate di bottiglie di vetro che ogni anno vengono prodotte per acqua, vini, spumanti, liquori o per le passate di pomodoro, ne sono mancate all’appello 200mila. Tante sono quelle che, ogni anno, arrivavano da Russia e Ucraina e che, per colpa del conflitto in corso, hanno avuto uno stop.

LE PRODUZIONI
Sempre più imprese si stanno convertendo al vuoto a rendere, a quel sistema che permette al consumatore di restituire le bottiglie vuote direttamente all’azienda che le ha prodotte. Birra Peroni ha fatto un passo avanti lanciando nel suo stabilimento di Bari una linea in grado di produrre 50mila bottiglie all’ora dal formato universale tra tutti i produttori. Una volta tornate nello stabilimento dopo il consumo saranno trattate, sanificate e potranno essere riutilizzate fino a 18 volte. Ma Peroni non è la sola ad aver fatto questa scelta che strizza l’occhio all’ambiente e che già vede nazioni come la Germania aver una tradizione più consolidata. Ichnusa aveva già proposto per la sua birra le bottiglie con il vuoto a rendere e ha fatto una precisa scelta di comunicazione sostenibile contraddistinguendole con un tappo verde. Altrettanto accade sul fronte delle acque minerali. Lo fa Levico Acque (i cui contenitori sono riutilizzabili fino a 30 volte) Acqua Frisia della Valchiavenna e, tra le ultime, a questo sta puntando la siciliana Montalbano acque, con un progetto per l’imbottigliamento dell’acqua Fontalba.

NUOVE MISURE
A Cossano Belbo (Cuneo) Gianfranco Toso, titolare dell’azienda che porta il nome della sua famiglia che da più di un secolo fa liquori, spumanti, Dolcetto e Barbera, denuncia i problemi creati dalla particolare congiuntura. «Purtroppo le vetrerie non sono molte. Per qualche bottiglia degli spumanti abbiamo cambiato formato: siamo passati da quelle da 600 grammi a quelle da 700». spiega. A Mestrino, nel padovano, ci sono le distillerie Umberto Bonollo: fa grappe e alcolici a proprio marchio ma anche con i loghi della grande distribuzione organizzata e dei discount. Anche qui, stessa situazione: in qualche caso le scorte di bottiglie sono state utilissime, ma poi alla fine è stato necessario reperirne delle altre fuori dai classici formati. «Abbiamo fatto questa scelta per alcuni prodotti non direttamente a nostro marchio, usando bottiglie abbastanza simili – racconta Elio Bonollo – Fortunatamente fino a questo momento è accaduto in un numero ridotto di casi, specie per le grappe, e ci ha aiutato a evitare l’indisponibilità del prodotto nella grande distribuzione organizzata».

IL MERCATO
Non c’è stato solo il conflitto tra Russia e Ucraina a mettere i bastoni tra le ruote nel sistema produttivo del mondo delle bevande. Nel frattempo, infatti, sono aumentate anche le richieste dei prodotti italiani in vetro: quindi, se da una parte ci sono state meno bottiglie, dall’altra i consumatori hanno chiesto più prodotti. «Negli ultimi dieci anni abbiamo registrato un aumento del 13% delle richieste di prosecco e c’è una forte crescita della domanda delle bibite non alcoliche in vetro», dice Marco Ravasi, presidente di Assovetro, l’associazione degli industriali della categoria. Il 2021 è stato un anno positivo per l’industria italiana delle bottiglie: la produzione è stata di circa 6 milioni di tonnellate, con un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente. Anche i primi tre mesi del 2022 confermano la tendenza di crescita del settore con un aumento della produzione del 3,2% rispetto al primo trimestre 2021. Stando al rapporto annuale di Coreve (il Consorzio per il riciclo del vetro) nel 2021 sono state più di 2,4 milioni le tonnellate dei rifiuti di vetro riciclate in Italia (+1,8% rispetto al 2020), con un tasso di riciclo attestato al 76,6%, leggermente superiore rispetto all’obiettivo del 75% fissato dall’Unione europea entro il 2030. Ma sono ancora 400.000 le tonnellate che finiscono in discarica. Proprio per questo Coreve e Anci hanno deciso di avviare un progetto comune per migliorare la raccolta. «Siamo i secondi produttori di vetro in Europa dopo la Germania, primi nel mercato del Food and beverage – sottolinea Ravasi – Al momento proprio questo settore sta trainando. Una bottiglia su cinque viene importata oltre che da Russia e Ucraina anche da Turchia e Portogallo. Il resto è tutto un prodotto nazionale». Sono 39 i forni che nella penisola producono vetro da bottiglie. «Nel prossimo anno e mezzo ne saranno aperti cinque in più – conclude il presidente di Assovetro – due in Friuli Venezia Giulia, due in Lombardia e uno in Toscana».

Fonte: Il Messaggero

DL Aiuti ter: importanti novità sui commissariamenti

Da venerdì 16 settembre, con l’approvazione del DL Aiuti ter da parte del Consiglio dei Ministri, il Governo avrà la possibilità di sostituirsi ai Comuni che non realizzano impianti di trattamento dei rifiuti in virtù dell’articolo 23 del Decreto Legge che recita: Nei procedimenti autorizzativi non di competenza statale relativi a opere, impianti e infrastrutture necessari ai fabbisogni impiantistici individuati dal Programma nazionale per la gestione dei rifiuti e dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, ove l’autorità competente non provveda sulla domanda di autorizzazione entro i termini previsti dalla legislazione vigente, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della transizione ecologica, assegna all’autorità medesima un termine non superiore a quindici giorni per provvedere”,

il DL prosegue affermando che: “In caso di perdurante inerzia, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro della transizione ecologica, sentita l’autorità competente, il Consiglio dei ministri nomina un commissario ad acta, al quale attribuisce, in via sostitutiva, il potere di adottare gli atti o i provvedimenti necessari”.

Si evince quindi che il Consiglio dei ministri può esautorare gli enti locali in modo da poter agire direttamente relativamente alle autorizzazioni per la costruzione di nuovi inceneritori, centri di trattamento dei rifiuti urbani, centrali eoliche e fotovoltaiche, andando oltre quelli che sono i veti paesaggistici espressi dalle locali Soprintendenze del Ministero della Cultura.

Tale scelta ripropone quindi il modello operativo dei commissari ad acta, molto utilizzato in passato da vari governi per affrontare una moltitudine di situazioni di emergenza in alcune regioni del centro e sud Italia. Lecito quindi attendersi posizioni contrapposte in merito alla reale efficacia di tale strategia. Alcune relazioni ed alcuni studi hanno infatti documentato l’esito assai poco soddisfacenti di diversi precedenti commissariamenti nel settore della gestione dei rifiuti. I commissariamenti delle Regioni Sicilia e la Campania possono costituire un esempio da esaminare attentamente. Si deve infatti considerare che spesso i commissari hanno operato in un clima ostile o di scarsa collaborazione.

Nel DL Aiuti vi sono inoltre importanti novità riguardo il fronte dell’economia circolare. Viene infatti stabilita la necessità di costituire a breve l’Organismo di vigilanza dei consorzi e dei sistemi autonomi per la gestione dei rifiuti, degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggi, composto da due rappresentanti del Ministero dello sviluppo economico, due del Ministero della transizione ecologica, uno dei due con funzioni di Presidente, un rappresentante dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, un rappresentante dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, un rappresentante dell’Associazione nazionale dei comuni italiani. Il funzionamento di questo Organismo verrà stabilito con un regolamento ministeriale che dovrà essere emanato dal MiTE.

L’UE boccia (di nuovo) l’Italia su rifiuti e smog

Presentata la valutazione dell’attuazione ambientale (EIR), il documento che valuta come l’Italia applica le norme UE: la Commissione ci boccia su rifiuti e smog, mentre ritiene incoraggianti i passi avanti del nostro Paese per l’economia circolare

Norme ambientali europee, dove stiamo sbagliando?
Nel documento di valutazione dell’attuazione delle norme ambientali europee il nostro Paese non presenta buone performance: la Commissione UE boccia l’Italia su rifiuti e smog.

I nostri punti deboli restano la gestione dei rifiuti, la qualità dell’aria e la definizione delle aree protette, mentre Bruxelles ci incoraggia a proseguire nel percorso intrapreso su economia circolare e piani per i bacini idrografici, anche alla luce dei miglioramenti che potrebbero arrivare dall’attuazione del Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza.

Sono già 18 le procedure di infrazione che la Commissione ha aperto verso l’Italia negli anni, e la metà di queste potrebbero concretamente diventare sanzioni pecuniarie perché sono già in una fase avanzata dell’iter che può portare alla Corte di Giustizia Europea. Non sarebbe la prima volta. Ad oggi sono stati comminati milioni di euro di multe per l’emergenza rifiuti in Campania, per la presenza di discariche illegali sul territorio nazionale e per le attività di scarico di acque reflue in aree sensibili: a partire dal 2015, siamo già stati multati per più di 620 milioni di euro.

L’UE boccia l’Italia su rifiuti
Già negli anni passati la Commissione aveva invitato il nostro paese ad adeguarsi alle norme comunitarie in particolare su una serie di aspetti:

in materia di gestione dei rifiuti urbani, perché si limitasse progressivamente il conferimento in discarica a favore di uno sviluppo della raccolta differenziata, soprattutto al Sud;
nel trattamento delle acque reflue, richiedendo maggiori investimenti in strutture adibite a gestirlo in maniera efficace;
nella riduzione di particolato (PM10 e PM2,5) e di biossido di azoto, intervenendo sulla riduzione del traffico;
nel completamento dell’individuazione dei siti marini di conservazione speciale, nell’ambito del programma Natura 2000, con la designazione di obiettivi specifici di conservazione per ogni sito;
in generale, nel migliorare l’efficienza con cui vengono impiegate le risorse destinate alla protezione ambientale.
Negli ultimi anni il nostro Paese ha compiuti diversi sforzi e, per molti ambiti, ha migliorato le proprie performance ma, anche a questo esame, l’UE boccia nuovamente l’Italia proprio su rifiuti e smog. Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti urbani, ci dice la Commissione, abbiamo ancora troppe carenze: gli esempi citati sono sotto gli occhi di tutti, dal numero ancora troppo elevato delle discariche alla situazione di emergenza in Campania.

Potrebbero aiutarci, in questo senso, i fondi del PNRR, che potranno supportare una nuova strategia nazionale per l’economia circolare e un programma nazionale di gestione dei rifiuti.

Male anche la qualità la protezione delle aree naturali e la qualità dell’aria
La Commissione ha inoltre segnalato che il nostro Paese è ancora indietro nella designazione delle aree marine protette per la rete Natura 2000. In generale, da Bruxelles ci giunge un monito a migliorare la conservazione degli habitat e delle specie protette dall’Unione, pianificando investimenti strategici ad hoc. Investimenti che la Commissione teme non siano all’orizzonte, sottolineando come “Nel PNRR non sono previsti fondi sufficienti a sostegno della biodiversità per finanziare queste esigenze; di conseguenza l’importo mancante deve essere compensato attingendo ad altri fondi UE e fonti nazionali”.

Ancora troppo limitati sono ritenuti i progressi effettuati per quanto riguarda la qualità dell’aria e la riduzione delle emissioni. Il documento sottolinea anzi come nel 2020 siano proseguiti gli sforamenti dei valori limite di PM10 e NO2. La Commissione sollecita molto su questo punto, facendo presente che il 20% delle risorse del nostro PNRR sia destinato a energia e trasporti sostenibili e come a Bruxelles ci si aspetti che queste misure incidano sul miglioramento della qualità dell’aria. Il documento inoltre sollecita il nostro Paese a valutare ulteriori strumenti, come spostare la tassazione dal lavoro agli imponibili ambientali, ed eliminare i sussidi ambientalmente dannosi.

Male anche la gestione delle acque reflue urbane, per le quali servono maggiori investimenti per risanare molti punti critici, soprattutto al nord Italia, e per intervenire per un miglioramento delle acque potabili nel Lazio. In generale risulta scadente o molto scadente lo stato di diversi descrittori marini e molto allarmante il livello di consumo, soprattutto al Sud, di acqua in agricoltura.

Fonte: Rinnovabili.it

Acidificazione dell’acqua e degrado della plastica: fenomeni collegati

Si è sempre pensato che il fenomeno di progressiva acidificazione degli oceani fosse causato solo dall’aumento della CO2 nell’atmosfera ma, secondo uno studio dell’Institut de Ciències del Mar di Barcellona, tale fenomeno non è l’unica causa di questa problematica. Secondo tale studio il calo del pH negli oceani sarebbe infatti determinato in parte dalle plastiche presenti nelle acque di tutto il mondo. I ricercatori sono riusciti a dimostrare che nelle zone altamente inquinate da plastica, il degrado del materiale porterà ad un crollo del pH di 0,5 unità. Questo fenomeno avviene per effetto dei raggi ultravioletti del sole che invecchiano e degradano qualsiasi tipo di materiale plastico in varie microplastiche. Il tempo di esposizione al sole gioca un altro ruolo fondamentale poiché, più i polimeri vengono sottoposti all’irraggiamento, più il livello di degradazione cresce, portando ad un rilascio maggiore di composti chimici in acqua. Composti che non appartengono solo al polimero di base ma che possono essere anche additivi per migliorarne le qualità, il colore o varie altre caratteristiche. Lo studio risulta quindi utile anche per capire l’importanza della pulizia degli oceani dalle plastiche che, rimanendo tanto tempo esposte agli agenti degradanti, rilasciano in maniera esponenziale sempre più sostanze inquinanti nelle acque.

Da mascherine e guanti nasce un nuovo asfalto plastico

Il nome Supra a tanti appassionati di auto fa subito balzare in testa il nome di un mito dell’automobilismo ma, da oggi, S.U.P.R.A. diventa anche il nome di ciò su cui questa auto sfreccia. Dall’idea e dal progetto di 3 atenei, E-Campus, Tuscia di Viterbo e Università di Bologna, nasce un nuovo asfalto denominato “Single Use Ppe Reinforced Asphalt”, che identifica un materiale rinforzato dall’uso di mascherine e guanti in lattice o plastica, oggetti che oggigiorno si buttano nei rifiuti indifferenziati e che finiscono il loro ciclo con lo smaltimento in discarica o negli inceneritori. Questi oggetti vivono una nuova vita grazie ad un processo di recupero dei materiali, molto utili per rendere il tradizionale asfalto più duraturo e di una qualità maggiore, tutto ciò significa un risparmio per le varie amministrazioni ed anche un utilizzo minore di materie prime.

I record di Fiumicino: «se ce l’abbiamo fatta noi…»

Dal 38 per cento del 2016 all’attuale 80, il Comune di Fiumicino ha scalato a passo di carica la montagna della raccolta porta a porta, dopo aver liquidato la municipalizzata ed esternalizzato il servizio perché la «differenziata stradale non funzionava, non portava miglioramenti e non permetteva di controllare la qualità dei rifiuti». Più che da quelli, però, la montagna era rappresentata dalla stessa fisionomia della città alle porte di Roma, fatta di aree densamente abitate e di zone rurali: estendere il porta a porta a tutti gli 85 mila concittadini, superando le diversità urbanistiche e logistiche, per il trentenne Enzo Di Genesio Pagliuca, vicesindaco Pd e consigliere dal 2011, è stata la vera palestra politica. Tante le difficoltà, racconta, ma tutte superate sul campo, sperimentando e collaborando, caso per caso, o meglio, casa per casa.

«Nelle zone a maggior densità —sottolinea il vicesindaco Pagliuca—, come il nuovo quartiere San Leonardo, tra palazzi di dieci piani con centinaia di appartamenti, dove era difficile fare accettare i bidoni condominiali, i condòmini si sono messi d’accordo, distribuendosi i compiti per radunare e poi esporre all’esterno i rifiuti che in un primo tempo andavano accumulandosi negli androni. Il meccanismo oggi funziona come un orologio. Nella zona rurale i problemi della raccolta erano anche più imprevedibili, legati alla frequenza, all’effetto della temperatura sui rifiuti, all’opera degli animali, ma anche lì abbiamo preso le misure». Per un comune turistico, oltretutto, i problemi si moltiplicano nrel periodo estivo. «Fiumicino ha 800 strutture di somministrazione, tra ristoranti e stabilimenti balneari, cui si aggiungono i rifiuti di due milioni di turisti all’anno: un carico che stiamo imparando a fronteggiare, calibrando le forze in base alle previsioni».

— Ma i costi di un porta a porta così spinto?

«Milioni di euro in più, ma vendiamo i materiali separati ai consorzi che li riciclano. Così, negli ultimi nove anni, da quando il centro-sinistra guida il Comune, siamo riusciti a non alzare di un centesimo la Tari, senza contare che Fiumicino è vistosamente più pulita e, aggiungo, che la differenziata domestica è fondamentale per educarci alla gestione consapevole dei rifiuti. In ogni caso, non dimentichiamo che 13 anni fa, quando chiuse la discarica di Malagrotta, l’indifferenziato, che era quasi il totale dei rifiuti conferiti, ci costava 70 euro a tonnellata, e ora ne costa quasi 200. Se non lo avessimo ridotto dell’80 per cento, la spesa sarebbe insostenibile».

— L’aeroporto Leonardo da Vinci come viene gestito?

«Per fortuna gestisce in modo indipendente i rifiuti dei suoi 44 milioni annuali di arrivi».

—Vi siete avvalsi di consulenti esterni?

«Sì, in particolare di E.S.P.E.R, che ci ha seguito a lungo ed anche attualmente, prima come supporto tecnico per lo sviluppo del progetto, poi come direzione per l’esecuzione del contratto. Professionisti del settore molto qualificati che operano solo per soggetti pubblici e che hanno curato anche la redazione del Piano regionale per la gestione dei rifiuti».

— Dove sono stati più utili?

«Nella corretta gestione della plastica in particolare, anzi, delle plastiche. Sono i materiali che ormai incidono di più sui costi, perché sono i più voluminosi».

— E la tariffazione puntuale, cioè ‘pago-per-i-rifiuti-che-produco’?

«È un passaggio importante per raggiungere i nostri prossimi obiettivi, che sono l’ulteriore riduzione sia della quota di rifiuti indifferenziati, sia della Tari, attraverso un sistema di sconti, legati, ad esempio, all’uso delle compostiere, all’età, al reddito, al numero di componenti la famiglia. La tariffa a volume è prevista nel nuovo piano rifiuti regionale, insieme a una forte campagna di informazione. Partirà dopo l’estate per le utenze commerciali, che ne avranno anche un vantaggio economico, perché prima, quando superavano una certa quantità, erano costrette a stipulare contratti a parte, mentre così non ci saranno limiti. Poi sarà allargata alle utenze domestiche».

— Inceneritori?

«Non ci servono, puntiamo a diminuire lo scarto migliorando la selezione, specie quella più problematica dei vari polimeri plastici, ma anche quella degli scarti umidi che oggi costa da smaltire ben 130 euro a tonnellata. Per questo, abbiamo deciso di girare al gestore i proventi della vendita dei materiali riciclati».

— Come combattete ‘Sacchetto Selvaggio’?

«La rimozione è compresa nel nuovo contratto con la ditta. Questo, insieme alle fototrappole, servirà a tenere pulite le strade e a disincentivare eventuali interessi di parte che contribuiscono ad aumentare il fenomeno».

— Giusto a un tiro di sacchetto da qui, c’è Roma, della quale Fiumicino faceva parte fino al 1992. Un paragone è inevitabile…

«Con tutte le differenze e le difficoltà della Capitale, il nostro Comune, per la sua estensione, la varietà ambientale — comprende anche riserve naturalistiche e archeologiche — e la complessità urbanistica e sociale, rappresenta un modello plausibile dei problemi di una grande città. Va anche detto che l’integrazione è essenziale: il nostro nuovo impianto per gli umidi, a Maccarese, potrà accogliere sessantamila tonnellate, di cui diecimila di Fiumicino e il resto a disposizione dei comuni vicini. Insomma, mi sembra di poter dire che se ce l’abbiamo fatta noi…».

A cura di Igor Staglianò