Comuni Virtuosi a Howard Schultz: Starbucks non utilizzi tazze usa e getta in Italia

Starbucks dica no a tazze e bicchieri monouso nel locale che aprirà a Milano a settembre, rendendolo un esempio di sostenibilità a livello europeo e mondiale e incidendo così positivamente sulla spesa dei Comuni per gestire i rifiuti”. A chiederlo è l’Associazione Comuni Virtuosi in vista della prima apertura italiana da parte della famosa catena di caffetterie. L’appello è sottoscritto e supportato da partner nazionali e internazionali: Greenpeace, Wwf, Zero Waste Italy, Zero Waste Europe e Reloop, piattaforma paneuropea multi-stakeholder a sostegno dell’economia circolare.

Nella lettera inviata a Howard Schultz, direttore esecutivo dimissionario di Starbucks, le associazioni chiedono al manager di lasciare in eredità al suo successore Myron Ullman “una rivoluzione verde di Starbucks” che muova i primi passi proprio da Milano, la città che, come raccontato dallo stesso Schultz, ha ispirato la creazione della catena di caffetterie. Dire addio a tazze e bicchieri usa e getta, sottolineano le associazioni, rappresenterebbe “una decisione che è nel solco di provvedimenti che associazioni non governative, governi locali e nazionali, la Commissione Europea e tanti semplici cittadini auspicano per ridurre l’utilizzo di articoli monouso impattanti e combattere il flagello della plastica nell’ambiente”.

Ogni anno a livello globale vengono distribuiti 600 miliardi di tazze in carta o plastica e l’UNEP stima che per sostenere la richiesta di risorse dalla popolazione mondiale nel 2030 avremo bisogno del 40% in più di legno e di fibre di cellulosa.

L’idea di rivolgersi a Starbucks si basa sulla consapevolezza della forza di un grande gruppo multinazionale nel dettare le tendenze del mercato: “Un’azienda che conta 28 mila negozi presenti in 77 paesi ed è frequentata ogni giorno da milioni di persone ha un enorme potenziale per fare la differenza e dare un’importante contributo per fermare la crescente marea di rifiuti da consumo usa e getta”.

Accanto all’impegno degli amministratori locali a cui dà voce l’associazione Comuni Virtuosi, infatti, perché i modelli circolari diventino realtà c’è bisogno di ridurre i rifiuti alla fonte: “Fino a quando la produzione di rifiuti non verrà minimizzata alla fonte, attraverso la progettazione dai governi locali e nazionali di prodotti e servizi circolari, gli sforzi e le risorse economiche investiti dai governi locali e nazionali continueranno ad essere utilizzati per alleviare il sintomo di un problema, senza affrontarne le cause. I costi di gestione dei rifiuti assorbono una parte significativa del budget dei nostri comuni (finanziata dai contribuenti) che potremmo destinare invece ad altri progetti sociali e ambientali fortemente necessari alle nostre comunità”, prosegue la lettera.

Le associazioni esprimono apprezzamento per gli sforzi di Starbucks sul piano della sostenibilità, attraverso la promozione della sua tazza riutilizzabile da passeggio, il disincentivo all’utilizzo della tazza monouso con un addebito di 5 penny applicato in alcune caffetterie di Londra, e per le importanti risorse finanziarie stanziate nel progetto NextGen Cup Challenge per sviluppare tazze usa e getta che possono essere riciclate o compostate. Il punto, però, è che “il perseguimento di una politica aziendale principalmente volta al riciclo – invece che al riutilizzo- non elimina il consumo di materie prime, non evita impatti ambientali come la produzione di scarti ed emissioni e neppure i costi di gestione dei rifiuti che ricadono sui governi locali”.

Nella lettera viene richiamato anche il caso della catena britannica Boston Tea Party , che a partire da giugno 2018 ha eliminato tazze e bicchieri usa e getta nei suoi negozi, confermando la fattibilità di un passaggio a contenitori riutilizzabili.

La missiva si conclude con il riferimento al sindaco di Milano Giuseppe Sala, perché “voglia farsi portatore del nostro appello con la sua giunta, nell’interesse dei suoi concittadini e del decoro urbano della città”.

L’appello completo: in italiano e in inglese.

Fonte: comunivirtuosi.org

SAVE THE DATE – 23/06/18: Santeramo verso Rifiuti Zero e progetto “Vuoto a Rendere”

Sabato 23 giugno a Santeramo in Colle si terrà il convegno “Santeramo verso la strategia Rifiuti Zero e progetto ‘Vuoto a Rendere'”.
Parteciperanno Rossano Ercolini, presidente Zero Waste Italy, Attilio Tornavacca, Direttore Generale ESPER, Fabrizio Baldassarre, Sindaco di Santeramo in Colle e Maria Anna Labarile, Assessore all’Ambiente.

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Ispra, cresce la produzione di rifiuti speciali, ma nel riciclo siamo tra i primi in Europa

Il rapporto evidenzia che i rifiuti speciali sono quattro volte superiori a quelli urbani. Oltre 3 milioni di tonnellate vanno all’estero

Continua ad aumentare in Italia la produzione di rifiuti speciali (+2%,) ma anche il riciclo che tocca quota 65%. Lo evidenzia l’ultimo rapporto di Ispra, con dati risalenti al 2016.
Se i dati mostrano un buon lavoro sul fronte del riciclo, occorre investire di più su quello della “prevenzione” dei rifiuti speciali. Se ne producono ancora troppi e l’Italia è lontana dall’obiettivo fissato dal Programma Nazionale di Prevenzione del 2013, che prevede al 2020 una riduzione del 5% nella produzione dei “non pericolosi” e del 10% per i pericolosi, calcolati per unità di Pil al 2010.

I rifiuti speciali, generati da attività produttive, commerciali e di servizio, sono per quantità oltre quattro volte superiori a quelli urbani (135 milioni di tonnellate nel 2016 a fronte di oltre 30 milioni di tonnellate degli urbani). A crescere in modo particolare nel 2016 è stata la categoria dei “pericolosi”, che con oltre 9,6 milioni di tonnellate segna un +5,6% rispetto al 2015; più contenuto l’aumento dei “non pericolosi”, che arrivano a 125 milioni di tonnellate (+1,7%). Tra i rifiuti speciali, quelli del settore delle costruzioni e demolizioni costituiscono uno dei flussi più importanti in termini quantitativi: con oltre 54,8 milioni di tonnellate, rappresentano il 40,6% dei rifiuti speciali, seguiti da quelli prodotti dalle attività di trattamento dei rifiuti e di risanamento (27,2%) e dal settore manifatturiero (20,7%). La Lombardia è la regione che produce più rifiuti speciali: 29,4 milioni di tonnellate, pari al 21,8% del totale nel 2016.

La buona performance italiana sul fronte del riciclo si conferma nei dati di gestione dei rifiuti non pericolosi, dove la principale attività è il recupero di materia (89,4 milioni di tonnellate) nell’ambito del quale la forma prevalente è quello delle sostanze inorganiche (52,2 milioni di tonnellate). La performance può essere ulteriormente migliorata con un incremento quali-quantitativo del riciclaggio, anche attraverso la definizione di criteri end-of-waste, per esempio per i rifiuti da costruzione e demolizione, in linea con i principi dell’economia circolare. Il riciclaggio di qualità consente, infatti, di reimmettere materiali nei cicli produttivi, riducendo al contempo il ricorso allo smaltimento, in particolare a quello in discarica. Per quest’ultimo si registra un aumento del 7,9% (887 mila tonnellate) rispetto al 2015, a fronte di una progressiva diminuzione del numero totale delle discariche operative, che passano da 392 nel 2014 a 350 nel 2016.

Nel 2016 la quantità totale di rifiuti speciali esportata all’estero, pressoché stabile rispetto al 2015, è pari a 3,1 milioni di tonnellate, di cui 2,1 milioni di tonnellate sono non pericolosi e 1 milione di tonnellate sono pericolosi; in particolare, tali rifiuti provengono da impianti di trattamento dei rifiuti e sono inviati principalmente in Germania. I rifiuti speciali importati da altri Paesi, per la maggior parte metallici, aumentano dello 0,9% e provengono soprattutto da Germania, Austria e Ungheria.
Sono pari a 352mila tonnellate i rifiuti contenenti amianto prodotti in Italia nel 2016, costituiti per il 93,5% da materiali da costruzione contenenti amianto. La forma di smaltimento prevalente per quest’ultima tipologia di rifiuti pericolosi rimane la discarica (85,5% del totale gestito). Un quantitativo rilevante (circa 118 mila tonnellate) viene esportato in Germania.
Disponibili online tutti i dati sulla produzione e gestione (riciclo, recupero e smaltimento) dei rifiuti speciali in Italia, aggiornati al 2016, nelle singole regioni. Quest’anno sono state inserite anche le informazioni sugli impianti di trattamento, divisi per tipologia, e la produzione di rifiuti per attività economica.

Link al Rapporto Rifiuti Speciali: http://www.isprambiente.gov.it/it/events/rapporto-rifiuti-speciali-edizione-2018

Fonte: E-Gazette

Santeramo in Colle: “Abbiamo ampliato la sperimentazione ministeriale”

Santeramo in Colle: “Abbiamo ampliato la sperimentazione ministeriale”

Mentre la sperimentazione nazionale sul vuoto a rendere si avvia verso un ineluttabile fallimento, c’è chi sul vuoto a rendere punta forte. È il Comune di Santeramo in Colle, in provincia di Bari. In occasione del passaggio alla raccolta porta a porta previsto nel capitolato per il nuovo servizio di raccolta e gestione rifiuti, l’Amministrazione ha presentato alla Regione Puglia un progetto sul tema della riduzione dei rifiuti nell’ambito dell’Accordo di programma quadro “Ambiente” dell’AGER. Il progetto, sviluppato con il supporto tecnico di ESPER, mette in campo diverse azioni finalizzate alla riduzione dei rifiuti, mettendo al centro di tutto una promozione spinta del servizio di vuoto a rendere sia per quel che riguarda i commercianti, sia per quel che riguarda i cittadini, instaurando una competizione che vedrà premiati i più virtuosi. Ne parliamo con Maria Anna Labarile, assessore all’Ambiente e vicesindaco di Santeramo.

Abbiamo preso spunto dal Collegato Ambientale del 2015, che poi ha dato vita alla Sperimentazione Ministeriale attualmente in corso. Una norma che si inserisce perfettamente nel sistema di priorità di gestione dei rifiuti stabilito dalla direttiva Europea 98/2008/Ce nell’ottica della prevenzione della produzione dei rifiuti.  Sulla scorta di queste considerazioni abbiamo deciso di presentare alla Regione Puglia un progetto che puntasse a questi obiettivi”.

Perché incentrare il progetto proprio sul VAR?
Perché è un’azione sicuramente vincente, dal punto di vista economico e dal punto di vista ambientale. E poi perché è un po’ tornare a pratiche già note, in atto fino a qualche anno fa. Le attività erano abituate al vuoto a rendere. Essendo una prassi fresca nella memoria dei cittadini e degli esercenti, è sicuramente più facile da attuare e spiegare”.

Rispetto alla norma nazionale, Santeramo ha scelto di coinvolgere anche i cittadini nel proprio progetto. A cosa è dovuta questa scelta?

Insieme ai tecnici di ESPER che ci hanno supportato nello sviluppo e redazione del progetto si è pensato di allargare l’iniziativa perché una cittadinanza attenta e informata è il motore di qualsiasi iniziativa. Soprattutto in questo caso, in cui può essere di supporto anche alla parte relativa alle utenze commerciali. Senza il coinvolgimento della cittadinanza il progetto sarebbe zoppo.”

Il progetto di Santeramo nasce in parallelo con la sperimentazione ministeriale sul vuoto a rendere. Qual è la vostra valutazione dell’azione ministeriale?

Il successo di una iniziativa dipende anche da quanto la stessa viene incentivata e comunicata correttamente. Purtroppo la mia esperienza in Santeramo dice che molte attività sono dubbiose rispetto al ritorno al VAR perché lo ritengono poco vantaggioso economicamente rispetto al monouso. È lì che bisogna intervenire: cercare di rendere appetibile il cambiamento. E lo si può fare solo attraverso una idonea comunicazione ed anche attraverso incentivi economici. Possibilmente non lasciando gravare l’intero fardello sulle spalle dei Comuni. Il decreto prevede la possibilità che il Comune possa fare uno sconto sulla Tari a chi aderisce alla sperimentazione. Ma i Comuni non hanno le risorse per farlo. Abbiamo comunque adottato l’impianto della sperimentazione ministeriale sia sui materiali raccolti che sui soggetti coinvolti (utenze commerciali e distributori). Ma abbiamo voluto ampliare al coinvolgimento di altre parti, in primis i cittadini ed inserire delle premialità per i più virtuosi. Inoltre abbiamo inserito altre iniziative volte alla riduzione dei rifiuti come le Eco-feste, i ristoranti “No Waste” e alcune azioni di prevenzione sulle mense scolastiche.”

 

Per raggiungere gli obiettivi di raccolta e riciclo annunciati dall’industria delle bevande il deposito su cauzione è una strada obbligata

Anche le multinazionali guardano con interesse al vuoto a rendere

Intervista a Silvia Ricci, Responsabile Campagne Associazione Comuni Virtuosi

L’Associazione Comuni Virtuosi (ACV) da qualche anno si è espressa a favore dei sistemi di deposito su cauzione così come adottati all’estero…

L’ACV si è espressa a favore del Deposito su cauzione per i contenitori di bevande perché le oltre 40 esperienze di sistemi di cauzionamento diffuse nel mondo (a livello nazionale o locale) hanno dimostrato che non esiste un altro sistema in cui tutti gli attori abbiano dei vantaggi, in grado di ottenere gli stessi risultati e che si ripaghi da solo. Il deposito su cauzione è uno degli schemi possibili, probabilmente il più efficace per garantire il ritorno degli imballaggi a fine vita in nuovi cicli economici. Inoltre contribuisce al contenimento dei costi della raccolta differenziata (per i Comuni è un costo rimborsato parzialmente dal sistema Conai: meno rifiuti da imballaggio da gestire, meno spese per la comunità); diminuisce la quantità di contenitori di bevande abbandonate nell’ambiente; diminuisce la quantità di contenitori inviati  ad incenerimento o in discarica e con essa i costi sanitari conseguenti all’inquinamento dell’aria, dei suoli e delle acque causato dai due sistemi di smaltimento.

In Italia e non solo gli oppositori dei sistemi affermano che i sistemi sono costosi e che tali costi si riflettono sulle comunità. E’ vero?

Assolutamente no. Chi conosce come funziona il cauzionamento ha ben chiaro che il sistema non costa nulla all’utente finale che riceve indietro l’importo della cauzione pagato acquistando la bevanda. Le notizie che arrivano da sistemi di cauzionamento maturi come quello tedesco e quello norvegese confermano che il sistema si ripaga da sé, grazie anche alle quantità di materiale pulito e di valore che tornano ad alimentare l’industria dell’imballaggio. La grande distribuzione che gestisce la raccolta dei vuoti e rimborsi, non solo non ci perde, ma ottiene al netto delle spese, un piccolo guadagno per ogni vuoto gestito (derivante dai proventi della vendita degli imballaggi ai riciclatori e da un compenso per il servizio svolto). Una fonte aggiuntiva di entrate che si investe per fare funzionare il sistema arriva dal contributo pagato dai produttori per la modesta percentuale dei contenitori che non vengono restituiti. Pertanto le comunità, al contrario, ci guadagnano perché, essendo la raccolta differenziata dei contenitori di bevande gestita e finanziata dai produttori e non a carico delle municipalità, le bollette dei rifiuti diventano più leggere per i cittadini.

Esiste un pregiudizio rispetto al sistema da parte di amministratori nazionali e locali. Il principale timore è che la perdita della parte di imballaggi di maggior valore possa ridurre le entrate derivanti dalla RD ai Comuni senza abbassare determinati costi fissi, poiché regolati da contratti a scadenza decennale tra comuni e gestori dei servizi di raccolta differenziata. Per rispondere a questi timori la Piattaforma multi-stakeholder Reloop[1] per la promozione dell’economia circolare ha realizzato  uno studio comparativo (in progress) che ha analizzato oltre 25 diversi sistemi di cauzionamento evidenziando l’entità dei risparmi che si è verificata per gli enti locali in tutti i casi trattati[2].

Quali sono gli ultimi esiti relativi all’ adozione del sistema in Europa?

L’ultimo paese è stato la piccola Lituania dove il sistema è partito nel 2016 su iniziativa della stessa industria che ha trovato economicamente più conveniente organizzare e finanziare un proprio sistema che pagare ai Comuni i costi di raccolta differenziata dei contenitori di bevande.  La consegna dei vuoti (plastica, vetro, lattine) avviene in Lituania attraverso postazioni automatizzate posizionate per lo più nei supermercati. L’importo della cauzione di 10 cent viene restituito agli utenti sotto forma di buono scontabile sulla spesa.

I risultati comunicati dopo un anno a fine 2017 sono stati salutati come superiori alle aspettative. Infatti la percentuale di intercettazione è passata del 34% delle bottiglie in PET ad una media del 91.9% (83% per il vetro e il 93% per le  lattine)[3]

I grandi brand dell’industria del beverage hanno annunciato obiettivi sfidanti come contribuire a raccogliere entro il 2025 una quantità di contenitori pari all’immesso e di aumentare la percentuale di materia post consumo come faranno?

Le ultime direttive europee e la strategia sulla plastica, nonché fenomeni come il marine litter e avvenimenti come la chiusura delle frontiere cinesi agli scarti delle economie più sviluppate, hanno spinto le aziende a mostrare il loro ” lato verde”, o presunto tale.  La Coca Cola dichiara di voler collaborare con altri stakeholder per il raggiungimento “dell’intercettazione totale” mentre annuncia un raddoppio dal 25% circa al 50% del contenuto di materia riciclata. Altre marche come Evian di Nestlè ambiscono al 100%. Per raggiungere entrambi gli obiettivi le multinazionali sanno benissimo che non hanno altra scelta rispetto all’appoggiare i sistemi di cauzionamento. Purtroppo, domina ancora una certa schizofrenia in aziende come la Coca Cola che in alcuni paesi come il Regno Unito decidono di appoggiare l’annunciato deposito su cauzione e poi fanno di tutto per rimandarlo in altri come in Olanda. Tuttavia il cammino del cauzionamento è inarrestabile. Soprattutto in Europa dove i produttori dovranno coprire almeno l’80% dei costi di avvio a riciclo dei propri imballaggi entro il 2025. L’industria pare si stia attivando a valutare la fattibilità di un cauzionamento in paesi come Cecoslovacchia, Malta, Francia, ecc.

[1] https://reloopplatform.eu/

[2] Imballaggi : il riciclo per la plastica (e altri materiali) da solo non basta https://comunivirtuosi.org/imballaggi-riciclo-solo-non-basta-plastica-altri-materiali/

[3]  https://www.openaccessgovernment.org/recycling-lithuania-deposit-system-exceeds-all-expectations/45003/

Vuoto a rendere: una sperimentazione sbagliata non può fermare il processo

Stefano Ciafani, Presidente Nazionale di Legambiente: “Scarsa applicazione da parte del Ministero e boicottaggio da parte dei produttori di bevande. La sperimentazione fallirà, ma il vuoto a rendere va ripreso e ristabilito: è un tassello imprescindibile di un piano più generale per la riduzione dei rifiuti

Di Attilio Tornavacca, direttore generale ESPER e Sergio Capelli, tecnico ESPER

Oltre i confini Italiani è prassi ormai da anni: in Germania, Danimarca, Estonia, Finlandia, Croazia, Norvegia, Svezia, Svizzera, Ungheria e Repubblica Ceca, non solo il vuoto a rendere è obbligatorio, ma tutti gli esercizi che vendono una determinata bevanda sono costretti ad accettarne i vuoti, anche se la specifica bottiglia non è stata acquistata nel loro negozio. Si tratta di quel Nord Europa virtuoso che altro non ha fatto che implementare ed eventualmente migliorare e sistematizzare pratiche che in Italia conoscevamo molto bene fino alla metà degli anni ’80, quando la filosofia del “Usa e getta” ha preso il sopravvento.

La declinazione più comune del vuoto a rendere è quella tedesca, gestita direttamente dai produttori (in Germania il costo della raccolta differenziata degli imballaggi è completamente e direttamente in carico ai produttori), in cui sono i consumatori a pagare una cauzione che viene loro resa solo in caso di restituzione della bottiglia. Gli imballi così raccolti se riutilizzabili vengono indirizzati alla catena del riuso, se riciclabili a quella del riciclo, con un incremento della raccolta differenziata e un decremento sensibile della produzione di rifiuti. A breve anche la Gran Bretagna, uno dei maggiori consumatori di plastica monouso metterà in campo un sistema di vuoto a rendere, ma di 13 miliardi di bottiglie di plastica all’anno e più di 3 miliardi non vengono riciclati[1]. Il governo scozzese ha già annunciato l’avvio di un sistema di vuoto a rendere e anche in Galles il governo autonomo ha dichiarato di voler contribuire a realizzare un sistema esteso a tutto il Regno Unito. In totale sono una quarantina i Paesi nel mondo, compresi 21 Stati Usa, che hanno implementato una qualche forma di vuoto a rendere per le bottiglie di plastica e vetro.

In Italia il vuoto a rendere è tornato nell’agenda politica grazie all’impegno dell’Onorevole Stefano Vignaroli che ha portato all’approvazione di una specifica norma integrata nel Collegato Ambientale del 2015 (12/2015 art. 219). A distanza di quasi due anni il Ministero dell’Ambiente pubblica il decreto attuativo (DL 3 luglio 2017, n. 142[2]) in cui identifica una sperimentazione che lascia perplessi ambientalisti e addetti ai lavori. Due le principali ragioni di perplessità: la prima è che la sperimentazione è su base squisitamente volontaria (il Ministero dell’Ambiente non ha previsto alcuna premialità economica che possa incentivare lo sviluppo del sistema); la seconda è che la sperimentazione coinvolge solo produttori, distributori ed esercenti (vendita al dettaglio), escludendo completamente i consumatori, ovvero i cittadini. Pecche sottolineate da Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente: “È fondamentale coinvolgere tutti gli attori della filiera, nessuno si deve sentire escluso, ed è necessario instaurare una premialità economica che riguardi anche il cittadino, il consumatore finale, oggi è completamente tagliato fuori dalla sperimentazione. Così come è stata pensata, la sperimentazione non può funzionare”. Ma le modalità scelte per la sperimentazione non sono gli unici ostacoli al buon funzionamento della stessa: “Se il collegato ambientale, ovvero la legge da cui la sperimentazione prende il via è positivo – continua Ciafani – il decreto ministeriale che ne dà attuazione è stato un gran pasticcio, a partire da una campagna comunicativa pressoché inesistente. L’informazione agli operatori per promuovere questa sperimentazione è stato un fallimento totale. Il ministero dell’Ambiente non ci ha minimamente lavorato. Tanto è vero che i risultati della sperimentazione saranno assolutamente negativi”. Risultati che saranno monitorati da una commissione, che certificherà un risultato negativo: a quattro mesi dalla data d’inizio (febbraio 2018) solo 20 aziende risultano registrate al registro degli aderenti alla sperimentazione[3]. “Questa sperimentazione va presa per quello che è – ribadisce Ciafani – la sperimentazione è stata negativa per come l’ha gestita il Ministero dell’Ambiente. Anzi per come non l’ha gestita. Credo che sia necessario tornare a lavorare sul tema, che l’inizio della nuova legislatura sia l’occasione giusta per cambiare il decreto ministeriale dove è necessario”.

Ma i problemi non sono solo legati alla cattiva organizzazione dell’iniziativa: il vuoto a rendere si deve scontrare con interessi economici enormi, che portano ad incontrare ostacoli non da poco. Dall’approvazione del Collegato Ambientale al decreto attuativo sono passati due anni, tempi larghissimi. “C’è stato un forte ostracismo da parte dei produttori di bevande – conclude il Presidente di Legambiente –  È stata un’operazione dalla gestazione lunga e sofferta. Il ministero dell’Ambiente non ha mostrato coraggio e si è deciso di seguire una strada che non è quella corretta. Il vuoto a rendere va ripreso e ristabilito: è un tassello imprescindibile di un piano più generale per la riduzione dei rifiuti. Non è l’unica leva: serve la tariffazione puntuale, serve un’applicazione reale del principio “chi inquina paga” che permetta una tassazione maggiore sugli imballaggi meno riciclabili, serve un lavoro per contrastare, e perché no bandire, l’utilizzo di alcuni prodotti usa e getta. Si possono implementare una serie di azioni volte a contenere la produzione di rifiuti. È un mosaico con molte tessere. Una di queste tessere, imprescindibile, è il vuoto a rendere”.

Alcuni dati

Ma un’attuazione corretta del vuoto a rendere cosa comporterebbe?

Innanzitutto un risparmio economico considerevole: il prezzo di una bottiglia riutilizzata per 20 volte sarebbe pari a 0.007€ a fronte dei 0.069€ del monouso. Unendo i costi del refill, si arriva ad un risparmio di quasi 15 volte

 

 

Prezzo medio di una bottiglia in PET in Europa (riutilizzabile VS Monouso)[4]
     riutilizzabile riempito 2 volte  riutilizzabile riempito 20 volte
  costo del contenitore costo del contenitore a riempimento costo del contenitore a riempimento
Bottiglia usa e getta 0,069 0,069 0,069
Bottiglia riutilizzabile 0,133 0,067 0,007
Risparmio ottenuto scegliento il riutilizzabile -0,064 0,003 0,062

 

Impatto delle tasse sul prezzo di una bottiglia in PET da 500ml in Europa (€)4
  Prezzo del contenitore a rempimento Tasse sul riempimento Prezzo totale a riempimento
Bottiglia monouso 0,069 0,11 0,179
Bottiglia riutilizzabile riempita 20 volte 0,007 0,006 0,012
Risparmio ottenuto scegliendo il riutilizzabile   0,167
Quanto il riutilizzabile è più conveniente del monouso    

1470%

 

 

La Germania è senza dubbio una nazione che ha fatto del vuoto a rendere un suo tratto distintivo. Quasi il 90% (88% nel 2009) delle bottiglie di birra rientrano nel circuito del cauzionamento, con una percentuale su tutte le bottiglie immesse al consumo superiore al 50%. Se quest’ultima percentuale arrivasse al 100% il risparmio in termini ambientali si stima elevatissimo: si eviterebbero oltre 1.250.000 tonnellate di gas climalteranti.[5]

Non solo: in caso di cancellazione del vuoto a rendere la Germania perderebbe circa 57.000 posti di lavoro. Posti di lavoro che crescerebbero di 27.000 unità a fronte di un sistema di vuoto a rendere che raggiunga il 100%.

 

 

[1] Fonte: Green Report “In Gran Bretagna presto vuoto a rendere e deposito per bottiglie di plastica e lattine”

[2] http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-09-25&atto.codiceRedazionale=17G00154&elenco30giorni=true

[3] Fonte: la Repubblica “Vuoto a rendere, quel tesoro che l’Italia butta via”

[4] Fonte: Gianni Silvestrini, Kyoto Club – http://www.qualenergia.it/sites/default/files/articolo-doc/Silvestrini_Convegno_KC_5-marzo-2012.pdf

[5] Fonte: Ifeu/GDB (2008)

GDPR, aggiornamento informativa privacy

Buongiorno!
ESPER  è pronta per l’entrata in vigore del GDPR, il nuovo Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione Europea, che dal 25 maggio 2018 diventa esecutivo.

Ciò richiede una maggiore trasparenza nella gestione dei dati personali, principio per noi fondamentale. Ci siamo quindi adeguati, aggiornando la nostra politica sulla privacy nel rispetto di questa normativa e fornendoti maggiori informazioni su come utilizziamo e tuteliamo i tuoi dati personali.

Potrai leggerla qui : http://esper.it/disclaimer/

Tra norme e sentenze confuse l’Italia frena sul recupero dei rifiuti

Tempi duri si annunciano per il riciclo dei rifiuti. Mentre l’Europa approva nuove direttive che spingono l’economia circolare, in Italia due recenti interventi stanno mettendo a dura prova gli impianti di recupero.

Una controversa sentenza del Consiglio di Stato, la n. 1229 del 28 febbraio 2018, ha stabilito che solo lo Stato può regolamentare i casi in cui i rifiuti cessano di essere tali e diventano “prodotti” da rivendere sul mercato, cosiddetto “end of waste” (fine del rifiuto). I giudici amministrativi, interpretando in maniera restrittiva l’art. 6 della direttiva 98/2008/Ce e l’art 184-ter del D.lvo 152/06, hanno stabilito che “il destinatario del potere di determinare la cessazione della qualifica di rifiuto è, per la Direttiva, lo Stato, la stessa Direttiva Ue non riconosce il potere di valutazione caso per caso ad enti e/o organizzazioni interne allo Stato”, interrompendo così una prassi che vedeva nelle autorizzazioni regionali/provinciali la regolamentazione di questo “caso per caso” che favoriva l’economia circolare.

Fatta eccezione per i pochissimi regolamenti comunitari, fino ad oggi sono state infatti queste autorizzazioni a prevedere che i rifiuti – attraverso un’operazione di recupero, cioè una trasformazione – possano diventare prodotti, se rispettano alcuni criteri, quali essere comunemente utilizzati per scopi specifici e avere un mercato, quindi una domanda.

Con la pronuncia del Consiglio di Stato tutto ciò non sarà più possibile allo scadere degli attuali titoli autorizzativi, sconfessando anche il ministero dell’Ambiente che nel 2016 aveva riconosciuto questa possibilità ai provvedimenti regionali, dopo essersi confrontato con la Commissione Ue.

Ciò rappresenta, oltre che un freno allo sviluppo dell’economia circolare, anche un danno economico per gli impianti. La categoria ha già lanciato il suo grido di allarme: Unicircular (l’Unione delle imprese dell’economia circolare) lamenta che “l’impossibilità per gli impianti di riciclo di trasformare i flussi di rifiuti non ancora regolamentati in ‘end of waste’ limiterà drasticamente gli sbocchi di mercato, provocando il blocco dei ritiri di migliaia di tonnellate di rifiuti da parte degli stessi impianti”.

Anche le Regioni hanno preso posizione. Il documento approvato nella Conferenza del 19 aprile riconosce che il principio dell’end of waste è stato alla base di molte autorizzazioni regionali e ha permesso di conseguire importanti risultati nel recupero rifiuti ma dopo questa sentenza “rilevanti e negative conseguenze si avrebbero sul ciclo dei rifiuti e sui costi degli operatori già autorizzati”. Da qui la richiesta al governo di modificare l’art. 184-ter aggiungendo un comma che preveda che “fino alla data di entrata in vigore del relativo decreto, i criteri specifici possono essere stabiliti dalle Regioni e dalle Province autonome  per il singolo caso”.

L’altro intervento che rischia di rallentare la corretta gestione del ciclo dei rifiuti viene dal ministero dell’Ambiente ed è una circolare, la n. 4064, recante linee guida per gli stoccaggi negli impianti di gestione rifiuti per la prevenzione dei rischi, al momento l’unica risposta per fronteggiare l’emergenza roghi che ha già colpito molti impianti in tutto il Paese. La circolare si traduce però in un elenco di adempimenti, alcuni già esistenti altri nuovi, che appesantiscono ulteriormente il settore, già ingessato nella palude della burocrazia e di una legislazione troppo rigida.

Essa prevede ad esempio l’estensione delle garanzie finanziarie anche agli impianti che operano in semplificata, cosa ad oggi non prevista in molte regioni, adeguata ventilazione degli ambienti e limite di altezza dei cumuli nonché limiti temporali allo stoccaggio. Il documento richiama in gran parte gli aspetti tecnico-operativi già esistenti della gestione dei rifiuti; accanto a questi, alcuni accorgimenti per prevenire il rischio incendi, come dispositivi antincendio adeguati, controlli, videosorveglianza h24, sistemi di rilevazione e allarmi, impianti idrici. Poco chiara poi la previsione che il direttore tecnico debba essere “sempre presente”, previsione che andrebbe meglio esplicitata, per’altro confondendo questa figura con il responsabile tecnico.

La circolare prevede infatti che il direttore tecnico debba avere i requisiti che la legge (Dm 120/2014) attribuisce alla figura del responsabile tecnico, ma quest’ultimo è previsto solo per le imprese tenute ad iscriversi all’Albo gestori ambientali, cosa che non vale per gli impianti. Anche questo passaggio dunque meriterebbe un chiarimento ma intanto ha già messo in allarme i gestori che, alle prese con il susseguirsi di incendi anche dolosi avrebbero avuto bisogno forse di qualcos’altro.

Fonte: Arcangelo Brancaccio  per Greenreport.it

Carta e bioplastica, nuova frontiera packaging cibo

Uno si sforza di comprare cibo buono e sano, magari pure biologico. Ma poi, questo cibo è quasi sempre confezionato in pellicole o retine di plastica, vassoi di polistirolo o polietilene, scatolette di metallo. Tutti imballaggi che spesso non vengono riciclati e finiscono per inquinare l’ambiente. Per questo, la nuova frontiera del settore alimentare è il packaging compostabile: imballaggi di carta e bioplastiche, altamente biodegradabili, che possano essere smaltiti come rifiuti organici insieme agli scarti alimentari.

“Negli ultimi anni le aziende hanno lavorato per dare agli imballaggi di carta le stesse performance della plastica – spiega Eliana Farotto, responsabile ricerca del Comieco, il consorzio delle aziende italiane che riciclano questo materiale -. La soluzione è l’accoppiamento della carta con le bioplastiche. Così il packaging può essere smaltito col cartone o, se sporco, con i rifiuti organici”.
Il problema degli imballaggi inquinanti è diventato ancora più grave con la diffusione delle consegne di pasti a domicilio (i servizi di aziende come Foodora o Deliveroo). I bidoni della plastica delle famiglie italiane, già pieni di packaging dei supermarket, si sono saturati con una marea di piatti, vassoi, bottigliette e contenitori portati dai “rider”.

Il nostro paese ricicla solo il 50% della plastica (la media Ue è ancora peggiore, 35%). Il resto viene bruciato nei termovalorizzatori (al Nord) o va in discarica (al Sud). Ma una parte finisce direttamente nell’ambiente.
Per evitare questi problemi, l’industria ha trovato diverse soluzioni: vassoi in carta con film esterno in bioplastica (soprattutto per l’ortofrutta), vassoi in carta accoppiata a bioplastica con film esterno in bioplastica (per la carne), confezioni interamente in bioplastica (per l’insalata in busta).

Queste soluzioni si stanno diffondendo soprattutto nei negozi bio. Le gelaterie Grom offrono già coppette compostabili. Tetra Pak, il colosso svedese dei cartocci per bevande, ha annunciato che entro la fine dell’anno metterà in commercio cannucce biodegradabili. E poi ci sono i cartoni per l’ortofrutta che rilasciano oli vegetali che contrastano la marcescenza, evitando l’uso di conservanti.

“I costi di questi materiali naturalmente sono maggiori – spiega Farotto -. Il problema è il passaggio a una dimensione industriale, che permetterebbe economie di scala e quindi prezzi inferiori. Noi italiani siamo viziati da packaging monouso e acqua in bottiglia. Ma noi di Comieco crediamo che i consumatori siano sempre più attenti ai temi ambientali, e chiedano ormai azioni concrete in questa direzione. Più che imposizioni per legge, serve educazione per i cittadini”.

Fonte: ANSA

Il Tar rinvia alla Corte europea il decreto inceneritori

Dubbi sull’articolo 35 dello Sblocca Italia per la valutazione ambientale strategica e sul ruolo dato all’incenerimento rispetto a riuso e riciclo

Il decreto Sblocca Italia del 2014 e il conseguente decreto attuativo del 2017 che propone impianti di ricupero energetico nel Centro e nel Mezzogiorno è stato esaminato dal Tar Lazio, il quale si è rivolto con un’ordinanza alla Corte europea di giustizia per chiedere se la normativa viola le normative comunitarie sulla gerarchia nella gestione dei rifiuti e sulla Valutazione ambientale strategica.
I giudici romani hanno infatti depositato una dettagliata ordinanza in relazione al ricorso depositato da due associazioni antimpianti, Vas (Verdi Ambiente Società) e Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare, le quali chiedevano l’annullamento del decreto attuativo Dpcm del 10 agosto 2017 che attua l’articolo 35 della Legge 133/2014 (decreto Sblocca Italia).
Il decreto del 2014 e la sua conversione in legge, e poi il decreto attuativo del 2017, avevano osservato che in Nord Italia il ciclo dei rifiuti è ben gestito dalla raccolta differenziata al riciclo fino all’incenerimento con ricupero di energia per la frazione non ricuperabile diversamente, ma nel Centro Italia e nel Sud c’è una gravissima mancanza di impianti, come nel caso di Roma, della Sicilia e di altre parti del Paese.
Per questo motivo, individuata la carenza di impianti, i decreti ne proponevano la realizzazione.
Il ricorso delle due associazioni anti-impianti è stato esaminato dai giudici amministrativi, i quali hanno valutato come fondate due osservazioni iniziali e si sono domandati: i decreti sono coerenti con la normativa europea sulla gerarchia di gestione dei rifiuti e sulla procedura di valutazione ambientale strategica?
In sintesi, la direttiva comunitaria mette al primo posto la riduzione, al secondo il riuso, al terzo il riciclo e solo al quarto l’incenerimento; perché il governo fa diventare strategici solo gli inceneritori e non gli altri impianti utili per riuso e riciclo?
Il Tar scrive che l’articolo 35 della Legge 133/2014 gli inceneritori sono definiti “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, che attuano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati e che garantiscono la sicurezza nazionale nell’autosufficienza”, ma aggiungono che “una simile qualificazione non è stata parimenti riconosciuta dal legislatore interno agli impianti volti al trattamento dei rifiuti a fini di riciclo e riuso, pur essendo tali due modalità preminenti nella gerarchia dei rifiuti di cui alla richiamata direttiva”.
Secondo i parlamentari del Movimento 5 Stelle di Camera e Senato Salvatore Micillo, Alberto Zolezzi, Paola Nugnes e Vilma Moronese le regole dello Sblocca Italia sono “norme che contrastano con la gerarchia d’intervento comunitario in materia di rifiuti che vede riduzione, recupero di materia e riciclo come interventi prioritari rispetto all’incenerimento di rifiuti”

Fonte: E-Gazette