Dal 2023 in Germania gli imballaggi riutilizzabili per cibo e bevande saranno lo standard

Dal 2023 i ristoranti, bistrot e caffetterie che offrono bevande e cibo da asporto dovranno attrezzarsi per poter vendere ai clienti i loro prodotti anche in contenitori riutilizzabili e farsi carico del loro recupero. L’obbligo, introdotto recentemente da un emendamento alla legge sugli imballaggi approvato dal Bundestag (il Parlamento federale tedesco), vale anche per le consegne a domicilio.

Questa misura è frutto di una proposta del ministro federale dell’ambiente Svenja Schulze (Spd) che ha dichiarato: “Anche quando la pandemia finirà, il cibo da asporto continuerà ad essere un’abitudine per molti. La maggior parte dei piatti e delle bevande viene servita in imballaggi usa e getta. Se l’usa e getta è ancora la norma il mio obiettivo è rendere il riutilizzabile il nuovo standard. I consumatori dovranno essere messi in grado di acquistare facilmente cibo e bevande da asporto in contenitori riutilizzabili. Stanno già emergendo molte soluzioni praticabili anche in collaborazione con i servizi di consegna. Solo così sarà possibile porre un freno al proliferare degli imballaggi nel settore ‘to-go’ “.

Sì alla cauzione ma il costo dei prodotti non deve cambiare

Questo emendamento che consente a tutti i consumatori di ricevere cibi e bevande da asporto in imballaggi riutilizzabili non deve però comportare un aggravio sul costo, che deve rimanere identico a quello del prodotto venduto in un imballaggio monouso.

I contenitori riutilizzabili, dunque, potranno anche essere consegnati ai clienti a fronte di un   deposito cauzionale che ne faciliti la restituzione al rivenditore. La norma dovrebbe spingere i rivenditori a trovare delle soluzioni riutilizzabili nei formati che meglio si adattano al prodotto da asporto che contengono, siano essi bicchieri, tazze o altre tipologie, con o senza coperchio.

Sono esentati dall’obbligo solo i piccoli punti vendita quali snack bar, negozi aperti fino a tarda notte e chioschi in cui lavorano un massimo di cinque dipendenti e con una superficie di vendita non superiore agli 80 metri quadrati. Tuttavia, tutti gli esercizi dovranno  consentire ai propri clienti di impiegare contenitori riutilizzabili portati da casa.

Con la nuova legge sugli imballaggi (VerpackG), entrata in vigore il 1° gennaio 2019, la Germania vuole aumentare le percentuali di riciclaggio dei materiali che compongono il packaging dei prodotti. I produttori vengono chiamati ad assumersi maggiori responsabilità per quanto concerne il riuso, il riciclo e lo smaltimento dei propri imballaggi.

Berlino amplia il sistema di deposito attuale

Dal 1 ° luglio 2022 la Germania estenderà l’obbligo di partecipazione al sistema di deposito su cauzione in vigore: saranno comprese   anche le categorie di bevande che finora ne erano escluse. Finora, ad esempio, bevande come i succhi di frutta erano escluse dal sistema mentre altre bevande gassate come gli spritz, che contengono percentuali di succhi, erano invece incluse. L’emendamento alla legge attuale pone pertanto fine alle precedenti esenzioni per alcune bevande , sia quando commercializzate in lattine ,che in bottiglie monouso. Per latte e prodotti lattiero-caseari si applicherà invece un periodo di transizione fino al 2024.

“L’espansione del deposito cauzionale a tutte le categorie di bevande facilita la vita ai   consumatori  – ha chiarito la ministra Svenja Schulze – , che in futuro si misureranno con un deposito di 25 centesimi da pagare su tutte le bottiglie e lattine per bevande non ricaricabili, indipendentemente dal contenuto. In questo modo ci garantiamo un minore inquinamento ambientale. Perché le bottiglie o le lattine soggette a un deposito finiscono in natura molto meno spesso di quelle senza deposito”.

Un sistema di deposito, come ha spiegato  la ministra, permette infatti un riciclaggio di alta qualità: le bottiglie di plastica si possono così trasformare più facilmente in nuove bottiglie ad uso alimentare in un processo denominato “bottle to bottle”, che comporta cicli di utilizzo efficaci e senza dispersioni (closed loop).

Al fine di aumentare ulteriormente il riciclaggio delle bottiglie di plastica, le bottiglie per bevande in PET non ricaricabili – come prevede la direttiva SUP,  Single Use Plastics – dovranno essere costituite per almeno il 25% da plastica riciclata a partire dal 2025. Dal 2030 questa quota salirà al 30% e i produttori potranno decidere autonomamente come soddisfare questo requisito. Se quindi immettere nel mercato tutte bottiglie con tale quota minima di contenuto riciclato, oppure decidere di raggiungere gli obiettivi come quota media di contenuto riciclato  contenuto nella loro produzione annuale di bottiglie immesse al mercato. In questo secondo caso, potranno concorrere  alla media sia bottiglie che non hanno percentuali di contenuto riciclato sia bottiglie che ne contengono percentuali sino al 100%.

Nuove regole anche per gli imballaggi importati dall’estero

La norma approvata dal Parlamento federale tedesco contiene anche numerose disposizioni intese a migliorare l’attuazione della legge sugli imballaggi, in particolare per quanto riguarda gli imballaggi importati. In futuro, chi importa beni confezionati in Germania (anche gli operatori del commercio online) dovrà verificare che i produttori dei beni confezionati siano iscritti  al registro degli imballaggi “LUCID”, e che partecipino al Sistema Duale.

Il sistema che si occupa della gestione degli imballaggi in Germania viene chiamato duale perché complementare al sistema di raccolta dei rifiuti ordinari: gli operatori sono società private in concorrenza tra loro che garantiscono un servizio di raccolta differenziata dei rifiuti da imballaggio.

Dopo il via libera del Bundestag (il Parlamento) la nuova normativa deve essere ancora approvata dal Bundesrat (il Consiglio federale). La maggior delle misure entrerà in vigore il prossimo 3 luglio 2021.

Spunti per l’Italia da Germania e Francia

Anche nel nostro Paese, e in particolare a causa della pandemia, si è verificato un aumento nel consumo da imballaggi dovuto al settore da asporto, oltre che al  commercio online.

La legge tedesca sugli imballaggi (VerpackG) offre numerosi spunti che il legislatore italiano dovrebbe prendere in considerazione. In particolare, gli obiettivi di riuso obbligatori per legge che i produttori di bevande devono perseguire ogni anno si sono dimostrati estremamente efficaci. Questa misura ha portato la Germania ad essere il primo Paese in Europa come quota di vuoto a rendere, tra bottiglie ricaricabili in vetro e PET, sull’immesso al consumo di bevande: il 54% al 2019.

Come emerge dal recente studio What we waste i Paesi con sistemi di deposito cauzionali e con una quota di mercato di vuoto a rendere con bottiglie ricaricabili superiore al 25% sono quelli che hanno ottenuto i risultati migliori in termini di minore dispersione degli imballaggi.

Tornando al tema del riuso dei contenitori da asporto, questa proposta può avere un impatto dirompente non solamente per i benefici di ordine ambientale ed economico, ma anche a livello culturale. I cittadini vengono messi in condizione di dare un contributo alla soluzione dei problemi, evitando di alimentarli, potendo abbracciare nella vita di tutti i giorni abitudini di consumo più consone alla crisi climatica e di risorse che stiamo vivendo.

Se aggiungiamo all’implementazione di una legge ispirata a questa tedesca anche la proposta contenuta nel progetto di legge francese “clima e resilienza”i modelli di business basati sul riuso dei contenitori potrebbero subire un deciso cambio di passo e   uscire dal recinto delle sperimentazioni volontarie. Stando alla proposta di legge voluta dal presidente Macron e dalla ministra della Transizione ecologica Barbara Pompilientro il 2030 un quinto dei prodotti in vendita nei supermercati francesi potrebbe essere venduto sfuso in contenitori riutilizzabili.

Oltre le sperimentazioni

Alla politica spetta dare forma e dignità a una delle strategie chiave dei modelli di  economia circolare che è attualmente bloccata da impedimenti di ordine igienico-sanitario (vedasi il caso dei sacchetti ortofrutta riutilizzabili) o relegato a singole sperimentazioni come nel caso dei contenitori da asporto.

Quanto previsto all’art. 7 della legge n. 141/2019 ( intitolato “Misure per l’incentivazione di prodotti sfusi o alla spina”), che ha formalizzato per la prima volta la possibilità per i consumatori di usare i propri contenitori riutilizzabili per l’acquisto di prodotti alimentari, ha aperto la strada a qualche sperimentazione, ma non è sufficiente.

Servono altre specifiche misure di carattere economico e fiscale che possano favorire la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business ispirati al riuso e in particolare al modello “PaaS – Product as a Service” che potrebbero riguardare un’ampia gamma di imballaggi sia primari, quelli che gestiamo noi come cittadini una volta svuotati, che industriali e commerciali. I sistemi riutilizzabili sono il futuro perché convengono sia sotto l’aspetto economico che ambientale.

Fonte: Silvia Ricci per Economia Circolare

Ue, nuova tassonomia verde: escluso l’incenerimento e rafforzati limiti del riciclo chimico

Incenerimento escluso e riciclo chimico soggetto a vincoli molto più restrittivi. Sono queste le principali novità sul trattamento dei rifiuti contenute nell’atto delegato relativo agli aspetti climatici della nuova tassonomia verde Ue, la classificazione delle attività economiche che possono essere definite “sostenibili“ all’interno dell’Unione Europea. Viene quindi confermato quanto anticipato alcune settimane fa dal portale endswasteandbioenergy.

L’atto delegato, adottato dalla Commissione Ue il 21 aprile scorso all’interno di un pacchetto di misure “intese a favorire i flussi di capitale verso attività sostenibili in tutta l’Unione Europea, mira a promuovere gli investimenti sostenibili chiarendo meglio quali attività economiche contribuiscono di più al conseguimento degli obiettivi ambientali dell’Unione. Sarà ufficialmente adottato alla fine di maggio.

Nel testo si legge che Bruxelles considera il riciclo chimico come l’ultima risorsa per trattare i rifiuti di plastica, che potrebbe essere ammessa solo nei casi in cui non fosse possibile utilizzare le tecniche meccaniche attualmente diffuse. Inoltre, il recupero di polimeri tramite riciclo chimico deve dimostrare, sulla base di procedure LCA codificate, di avere un minore impatto, in termini di generazione di gas-serra, rispetto alla produzione di polimeri vergini. Questo restringerà di molto il campo delle tecnologie di riciclo chimico ammissibili a finanza sostenibile, in quanto molte di loro si basano su processi che richiedono un elevato input energetico e recuperano solo parti minori del totale del C per la produzione di polimeri, mentre gran parte finisce in realtà in combustibili.  

Per quanto riguarda l’incenerimento invece non c’è proprio margine di trattativa. Gli impianti che bruciano rifiuti per produrre energia, i “nostri” termovalorizzatori insomma, sono esclusi totalmente dalla tassonomia della finanza sostenibile in quanto i relativi investimenti sono considerati “poco green”.

Soddisfazione è stata espressa da Zero Waste Europe che approva la decisione della Commissione guidata da Ursula von der Leyen: “Riteniamo che la tassonomia debba essere lungimirante quando si tratta di gestione dei rifiuti – ha affermato Janek Vahk, che guida il programma ZWE per il clima, l’energia e l’inquinamento atmosferico – È quindi positivo che l’incenerimento dei rifiuti sia escluso dalla tassonomia del clima e che i criteri per il riciclaggio chimico siano ulteriormente rafforzati”.

Fonte: Eco dalle Città

ARO Bari 2: i Comuni contro il progetto di un nuovo inceneritore

L’ARO BA 2 è l’organizzazione del servizio di spazzamento, raccolta e trasporti dei rifiuti da parte delle aggregazioni dei comuni di Modugno (capofila), Sannicandro di Bari, Bitetto, Binetto, Bitritto, Giovinazzo e Palo del Colle.
Nei comuni coinvolti nell’AroBa2 è previsto un servizio di raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta con l’applicazione della “tariffazione puntuale”, sviluppato con il supporto tecnico di ESPER prima per la redazione di un nuovo Piano Industriale dei servizi di raccolta e igiene urbana finalizzato all’implementazione della raccolta domiciliare e della tariffa puntuale e poi in qualità di DEC . I risultati non si sono fatti attendere: nel 2018 l’ARO Bari 2 superava la percentuale del 75% di RD.

Oggi, torna d’attualità lo spauracchio di un nuovo impianto di incenerimento alla periferia di Bari. Uno smacco per chi nell’ultimo decennio si è speso ed ha lottato per la crescita della raccolta differenziata e il conseguente abbattimento della frazione indifferenziata destinata a smaltimento.
I Sindaci dei Comuni dell’ARO hanno firmato una lettera congiunta di ferma presa di posizione contro l’ipotesi del nuovo inceneritore.

Lunedì, 26 aprile 2021


I Sindaci Aro Bari 2 “Ribadiamo il nostro no all’impianto Newo”

Accogliamo con grande soddisfazione le dichiarazioni del Sindaco di Bari, Antonio Decaro, in merito alla vicenda “Impianto Newo Spa” con le quali esprime la ferma contrarietà all’insediamento nel proprio territorio comunale di un inceneritore. Sin dall’inizio, abbiamo espresso con determinazione il nostro NO a quel progetto, dando voce alle migliaia di cittadini delle nostre Comunità.

 
L’Aro Bari 2 è stato il primo Ambito a partire con la raccolta differenziata ed è tutt’ora uno dei più virtuosi dell’intera Puglia, con percentuali complessive superiori al 75% di raccolta differenziata. Abbiamo proposto ricorso al TAR, come Comune di Modugno e come Comuni tutti dell’Aro Bari 2 contro i provvedimenti autorizzativi regionali e contro la realizzazione di un impianto dal significativo impatto ambientale, che non rispetta nè i principi dell’economia circolare, nè le direttive europee.

Siamo pronti a combattere fino alla fine, accanto al Comune di Bari, in tutte le sedi, affinchè i nostri territori non siano ulteriormente minacciati dall’attivazione di impianti non desiderati che, come in questo caso, rischiano di generare effetti gravosi per la salute dei nostri concittadini.

Pertanto chiediamo con forza al Governo regionale di esprimersi sulla questione e di mantenere la decisione concordata con i Sindaci durante l’incontro di qualche anno fa, nel novembre 2018, quando si convenne che l’impianto Newo sarebbe stato stralciato dal nuovo Piano Regionale dei Rifiuti e che le comunità sarebbero state ascoltate.

I sindaci Aro Bari 2

Sindaco di Modugno Nicola Bonasia,

Sindaco di Binetto Vito Bozzi,
Sindaca di Bitetto Fiorenza Pascazio,
Sindaco di Bitritto Giuseppe Giulitto,
Sindaco di Giovinazzo Tommaso de Palma,
Sindaco di Palo del Colle Tommaso Amendolara,
Sindaco di Sannicandro di Bari Giuseppe Giannone

Cattolica: più RD, meno TARIP

Cattolica è uno dei principali centri turistici della costiera Romagnola. Nota anche come la “Regina dell’Adriatico” ospita ogni anno un numero impressionante di turisti: nel 2018 oltre 1.800.000 secondo Confartigianato locale. Numeri impressionanti se si paragonano ai 16.800 residenti.

Ma Cattolica non è solo turismo e turisti: da qualche tempo è anche eccellenza nella raccolta e nella gestione dei rifiuti. In due anni la percentuale di raccolta differenziata è schizzata oltre all’80% e i cittadini hanno visto calare i costi in bolletta. Il merito va ai cittadini, certo, ma anche all’amministrazione che ha intrapreso, con il supporto tecnico di ESPER, un percorso che non ha lesinato difficoltà.

Ne parliamo con il Sindaco di Cattolica, Mariano Gennari, e con l’Assessore competente Lucio Filippini.

La vostra amministrazione si è insediata nel 2016. Qual era la situazione di partenza? Quale modalità di raccolta e quali le prestazioni ambientali?

Gennari: “Il nostro Comune, come tutti quelli della riviera di Rimini è tagliato in due dalla ferrovia. Quando siamo partiti, c’era già la raccolta porta a porta, tranne che per l’umido, nella zona mare dove ci sono per lo più attività ricettive e commerciali. Nella zona a monte della ferrovia, che è molto ampia e che corrisponde con quella residenziale, c’erano i cassonetti stradali e non c’era la raccolta dell’umido. Nel 2016 eravamo al 56% di raccolta differenziata”.

Che scelte avete fatto? Quale modello di raccolta e quali risultati avete raggiunto?

Gennari: “Nel corso di un appuntamento della Scuola di Altra Amministrazione dell’Associazione Comuni Virtuosi abbiamo incontrato Ezio Orzes, allora assessore del Comune di Ponte nelle Alpi. L’esperienza di Ponte ci ha colpito. Noi avevamo nel programma politico di arrivare all’estensione del porta a porta su tutto il territorio e all’applicazione della tariffa puntuale. Ci siamo confrontati con Orzes e con ESPER di cui era collaboratore e abbiamo preso coraggio, con l’accordo che ESPER ci avrebbe preso per mano ed accompagnato in questo percorso, in particolare nei rapporti con Hera il gestore del servizio di raccolta. Abbiamo fatto un disegno di ciò che volevamo e abbiamo dato il via ad un ciclo di incontri per delineare il percorso che ci avrebbe portato là dove volevamo arrivare, ovvero alla raccolta porta a porta su tutto il territorio e all’applicazione della tariffazione puntuale”.

Quando è partito il nuovo servizio e quali risultati avete raggiunto?

Gennari: “Siamo partiti in forma sperimentale nel 2017. Dal 2018 abbiamo cominciato ad attuare su tutto il territorio il porta a porta. Ovviamente c’è stato il momento di start up, con la fornitura a cittadini e commercianti dei materiali per una corretta raccolta, abbiamo verificato le situazioni dei condomìni, che rappresentano le realtà più complesse perché raccolgono piccole comunità. Abbiamo dato i bidoncini personalizzati fino alle 4 unità abitative, quelli condominiali oltre. Ma avrei piacere di lasciare la presentazione dei risultati raggiunti all’Assessore Filippini”

Filippini: “Nella fase iniziale abbiamo organizzato e partecipato a molti incontri con la cittadinanza. Quando si parte con una nuova modalità di raccolta c’è sempre un po’ di impreparazione e, di conseguenza, un po’ di scetticismo. Ci siamo prodigati negli incontri con la cittadinanza, con tutti i comitati di quartiere, con tutti i portatori di interessi. La cittadinanza ha risposto in maniera molto positiva sia nella fase della distribuzione dei contenitori,  che nell’adeguarsi alle modalità di raccolta porta a porta senza cassonetti, rispettando, ad esempio, degli orari ben precisi. Siamo estremamente soddisfatti e siamo estremamente soddisfatti, nonostante qualche difficoltà e qualche ritardo dovuto per lo più ad attività amministrative. Abbiamo raggiunto e superato l’80% di raccolta differenziata in poco più di 2 anni. Un risultato che ci premia e ci fa felici. L’unione della raccolta porta a porta e della tariffazione puntuale ci ha permesso di raggiungere questi risultati di eccellenza.

Un servizio di raccolta domiciliare e l’implementazione della tariffa puntuale. Attività che in fase di startup hanno un costo significativo. Che impatto hanno avuto sulla bolletta dei cittadini?

Gennari: “Abbiamo avuto un calo delle tariffe sulle utenze domestiche, su tutte le utenze domestiche cittadine. La cosa estremamente positiva è che anche nel caso delle utenze non domestiche, per le quali si è verificato un leggero aumento delle tariffe, il costo totale è stato abbattuto: passando da tassa a tariffa siamo passati da imposta a fattura, quindi con la possibilità di detrarre l’IVA al 10%. Con questa detrazione anche laddove il totale era cresciuto leggermente rispetto al passato, siamo riusciti ad ottenere un ribasso reale delle tariffe. Siamo molto contenti di quanto fatto. Dobbiamo inoltre tenere conto che nella nostra area vasta siamo in proroga di bando dal 2011. Un bando che, quando venne fatto, non poteva immaginare un servizio di raccolta porta a porta e l’applicazione della tariffa puntuale, ma era ‘su misura’ per una raccolta stradale con tassa Rifiuti. Finalmente abbiamo ottenuto da ATESIR di predisporre un nuovo bando, come anche l’Europa ci intima di fare. Il prossimo bando ovviamente dovrà prevedere nuove premialità per queste buone pratiche e, nel momento in cui avremo un nuovo gestore, certamente avremo nuovi vantaggi anche dal punto di vista economico”.

Filippini: “L’aspettativa del privato è spesso quella di registrare consistenti diminuzioni della bolletta con l‘introduzione della tariffazione puntuale. Una circostanza davvero complessa da implementare: la tariffazione puntuale ha una parte di costi fissi e la parte variabile, che è quella su cui le azioni virtuose possono realmente influire, è relativamente bassa. Anche l’utente molto virtuoso difficilmente può vedere riduzioni significative in bolletta. La Tariffa Puntuale è un modo di far pagare equamente un servizio, sulla base dell’uso che se ne fa. Ciò detto, siamo riusciti ad abbassare le utenze domestiche in media del 5,22%”.

Cattolica ha degli imponenti flussi turistici, che portano il numero di presenze sul territorio (e dunque la quantità di rifiuti prodotti) a crescere in maniera estremamente significativa. Come è stato affrontato il tema?

Filippini: “La realtà di un Comune turistico come il nostro implica lo sforzo enorme da parte del gestore di cambiare completamente il servizio fra l’inverno e l’estate. Ciò che facciamo per sopperire a questa esigenza è rapportarci con il gestore per capire le strategie migliori di ottimizzazione del servizio. In estate intensifichiamo l’azione con un occhio di attenzione particolare a quelle che sono le attività economiche e ricettive, tenendo in conto le esigenze dei commercianti stessi.

Quest’anno per regolamentare maggiormente e migliorare la situazione cercheremo di regolamentare i flussi di accesso agendo sugli orari del servizio di raccolta rifiuti, su quelli di consegna delle merci, etc, così da evitare intasamenti. Agiremo dunque sulla leva del rigore, ma non possiamo dimenticare che è necessario avere anche una qualche flessibilità. Ci capita spesso di ricevere da parte di operatori commerciali segnalazioni di difficoltà nel rispetto degli orari di esposizione. Quando queste difficoltà sono reali, cerchiamo di concertare con il gestore la migliore soluzione per arrivare ad una decisione condivisa.

Sul territorio, inoltre, ci sono due aree ecologiche per le utenze domestiche, per chi volesse lasciare dei rifiuti differenziati. Esiste anche un’area dove ogni utenza può consegnare materiale. Proprio quest’anno abbiamo dato avvio ad un cambio della localizzazione della struttura che in questo momento è in un’area poco favorevole dal punto di vista sia ambientale che logistico. La sposteremo in altra area facendo un accordo con il Comune di San Giovanni e con Hera che si occuperà della progettazione e della gestione dell’opera. Sarà un’area molto più grande della precedente, comprenderà la raccolta degli sfalci e c’è la volontà da parte della amministrazione di aprire un centro del riuso, che sarà dato in gestione a chi vincerà il bando. Questa è una cosa che ci rende orgogliosi”.

Solitamente ad ogni cambiamento si oppone una resistenza. Quali resistenze avete trovato in questo percorso?

Filippini: “L’aspetto più critico a cui abbiamo dovuto far fronte è quello dell’aggiornamento delle liste TARI: si presuppone che tutti gli utenti siano regolarmente iscritti nelle anagrafiche pubbliche. Chi non è iscritto non può usufruire del servizio e spesso si avvale in maniera indebita dei cestini gettacarte, che hanno una funzione assolutamente differente. Stiamo intervenendo contro gli abbandoni con fototrappole che stanno dando ottimi risultati: nei punti dove sono state collocate abbiamo già elevato numerose. Al di là delle sanzioni è molto diminuito l’abbandono. Ovviamente non è possibile avere una telecamera per cestino, quindi si sta cercando, oltre ad aumentare la comunicazione e la formazione dei cittadini, di incrociare i dati delle banche dati per identificare le utenze domestiche e non domestiche che non sono in regola con la TARI”.

Qual è stata la percezione della cittadinanza di questi cambiamenti, quali le reazioni al nuovo servizio?

Gennari: “Devo dire che siamo stupiti dalla reazione della cittadinanza. Decisamente positiva! Ma non è solo la cittadinanza: anche la minoranza in Comune ci ha più volto riconosciuto il merito di quanto abbiamo fatto. Ne siamo davvero orgogliosi!” (S.C.)

GreenPeace: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia

Le scelte a cui sarà chiamato il nostro governo nelle prossime settimane impatteranno profondamente sulla capacità del Paese di accelerare la transizione verso un modello economico circolare che favorisca la riduzione del consumo di risorse naturali e della pressione esercitata dalle attività umane sugli ecosistemi. Cambiare il paradigma della crescita economica è fondamentale per ricondurre lo sviluppo sui binari della sostenibilità ed evitare i peggiori scenari delineati dalla comunità scientifica internazionale. Nel rapporto in oggetto, ci siamo concentrati sulla filiera della plastica, con particolare riguardo agli impatti ambientali legati alla diffusione e dispersione nell’ambiente degli articoli monouso: prodotti su cui l’Italia dovrà a breve intervenire col recepimento della Direttiva 2019/904/UE “sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente” (cd. Direttiva SUP 2 ) entro il prossimo 3 luglio. Non nascondiamo la nostra preoccupazione per un recepimento “al ribasso”, disallineato rispetto ai contenuti della Direttiva e più in generale rispetto al quadro di riferimento europeo sulla transizione in ottica circolare dei modelli prevalenti di produzione e consumo.

La plastica è un materiale straordinario per la sua duttilità, economicità, leggerezza e resistenza il cui abuso, soprattutto in applicazioni monouso, porta con sé uno spreco di risorse non rinnovabili che inquinano, in modo pressoché irreversibile, i nostri mari, il Pianeta e le nostre vite oltre a contribuire in maniera decisiva alla crisi climatica. La sostituzione “tout court” della plastica “fossile” con altri materiali (ivi inclusi i materiali biobased certificati come biodegradabili e compostabili) appare una scelta sbagliata, guidata da esigenze di marketing e inadeguata rispetto alla complessità delle sfide ambientali che abbiamo di fronte. La sostenibilità non è una prerogativa dei materiali, ma del modo in cui vengono utilizzati nel ciclo economico. Insieme al recepimento della Direttiva SUP, anche il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offre al governo italiano l’occasione concreta per affrontare le sfide ambientali connesse alla diffusione del monouso in plastica, ma più in generale, del monouso.

La direttiva comunitaria sulle plastiche monouso e le azioni intraprese dagli altri paesi europei

Greenpeace nelle scorse settimane ha affidato a un consulente indipendente (Ingegnere Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti ed economia circolare) la redazione del rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” volto ad esaminare le prospettive per il recepimento della direttiva comunitaria tenendo presente il quadro normativo europeo, le iniziative intraprese da altri Stati e, infine, analizzare le misure adottate fino ad oggi nel nostro Paese.

L’uso crescente di materie plastiche in applicazioni monouso, il basso tasso di riciclo, la dispersione nell’ambiente e il contributo al cambiamento climatico hanno spinto l’Europa ad intervenire con una serie di misure collocate nel quadro più ampio del Piano d’azione sull’economia circolare e, nello specifico, nell’ambito della Strategia sulla plastica (Plastic Strategy) adottata nel 2018. I vari interventi normativi hanno l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo riutilizzabili o riciclabili “in modo efficace sotto il profilo dei costi” entro il 2030, ponendo particolare attenzione alla prevenzione e alla diffusione di soluzioni basate sul riutilizzo, al fine di ridurre il consumo di risorse naturali, la quantità di rifiuti prodotti e la dispersione degli stessi nell’ambiente. Tali direttrici sono peraltro presenti sia nel Green Deal europeo che nel nuovo Piano d’azione per l’economia circolare presentato a marzo del 2020.

La Direttiva SUP, approvata nel maggio 2019, si pone l’obiettivo di contrastare la dispersione di rifiuti da prodotti in plastica monouso nell’ambiente marino e prevede, in estrema sintesi: 1) la messa al bando di piatti, stoviglie, cannucce, bastoncini cotonati, aste per palloncini, mescolatori per bevande, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso 2) riduzione del consumo di tazze per bevande e alcuni contenitori in plastica monouso per alimenti 3) requisiti di progettazione per i contenitori in plastica o compositi per bevande (i tappi e i coperchi in plastica dovranno essere attaccati ai relativi contenitori e le bottiglie in PET dovranno contenere almeno il 30% di materiale riciclato entro il 2030) 4) istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcune tipologie di prodotti in plastica diversi dagli imballaggi (filtri per prodotti a base di tabacco, palloncini, salviette umidificate e attrezzi da pesca) ed estensione della responsabilità finanziaria dei produttori degli imballaggi oggetto della Direttiva (contenitori per alimenti, involucri flessibili, contenitori per bevande, tazze, sacchetti ultraleggeri) anche ai costi necessari per la rimozione dei relativi rifiuti dispersi nell’ambiente e per il successivo trasporto e trattamento 5) obiettivi di raccolta differenziata (90% entro il 2029) per le bottiglie in plastica per bevande con capacità fino a tre litri 6) misure di sensibilizzazione e requisiti di marcatura per alcune tipologie di prodotti (per un elenco dettagliato si rimanda al report completo). Va inoltre evidenziato che la Direttiva SUP include nel suo campo di applicazione i prodotti in plastica monouso biodegradabili e compostabili. La definizione di plastica riportata all’art. 3 comma 1 della Direttiva esclude infatti i soli “polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente”. Le principali plastiche biobased comunemente utilizzate per la realizzazione di articoli in plastica monouso biodegradabili e compostabili derivano da polimeri naturali modificati chimicamente realizzati a partire dalla trasformazione degli zuccheri presenti nel mais, barbabietola, canna da zucchero e altri materiali naturali e sono pertanto inclusi nel perimetro di applicazione della Direttiva.

Il recepimento della SUP in Italia

L’approccio adottato dalle norme vigenti in Italia per contrastare la plastica monouso risulta privo di una visione sistemica e fortemente sbilanciato a favore di una sostituzione tout court con alternative monouso in plastica compostabile. La maggior parte delle misure adottate a livello nazionale, infatti, ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso in plastica tradizionale con gli equivalenti in bioplastica compostabile, anche in quei contesti dove sarebbe stato possibile e necessario adottare misure volte a ridurre l’utilizzo del monouso (a prescindere dal materiale utilizzato) e promuovere sistemi e modelli di business basati su prodotti riutilizzabili. Riguardo il recepimento della Direttiva SUP, va inoltre rilevato che il testo approvato in seconda lettura alla Camera (il 31 marzo 2021) del Disegno di legge di delegazione europea 2019-2020 3 , dispone, contrariamente a quanto previsto dall’Europa, che l’immissione sul mercato dei prodotti in plastica monouso di cui alla parte B dell’allegato alla Direttiva, ovvero i prodotti soggetti a restrizioni all’immissione sul mercato, dovrà essere consentita “qualora per tali prodotti non siano disponibili alternative non monouso, e purché tali prodotti siano realizzati in plastica biodegradabile e compostabile”. Tuttavia, le restrizioni previste dall’Europa riguardano sia i prodotti in plastica fossile che in plastiche biodegradabili e compostabili e non demandano ai singoli Stati membri la discrezionalità di valutare l’esistenza (o meno) di alternative (valutazione peraltro già condotta a livello europeo e propedeutica alla redazione della proposta di Direttiva) Pertanto il recepimento nazionale, se approvato nella forma attuale, sarebbe in netto contrasto con la direttiva comunitaria.

Come si stanno muovendo altri paesi europei?

Molti Paesi europei stanno intervenendo per ridurre i rifiuti alla fonte, sostituendo il monouso in plastica con alternative riutilizzabili.

La Francia, ad esempio, punta ad eliminare tutti gli imballaggi in plastica monouso presenti sul mercato nazionale entro il 2040. Un obiettivo da conseguire in maniera progressiva con la fissazione (per decreto) di obiettivi vincolanti di riduzione, riutilizzo e riciclo. Parallelamente, sono stati introdotti target di riutilizzo complessivi per tutte le tipologie di imballaggi commercializzati nel paese pari al 5% entro il 2023 ed al 10% al 2027. Dal 1° gennaio 2020 è proibito mettere a disposizione tazze, bicchieri e piatti usa e getta in plastica per il consumo sul posto negli esercizi di somministrazione e, a partire dal 1° gennaio 2023, tale divieto sarà esteso a tutte le opzioni monouso (non solo a quelle in plastica), con l’obbligo di utilizzo di opzioni riutilizzabili. Misure specifiche vengono previste anche per le bottiglie in PET per liquidi alimentari. Dal 1° gennaio 2022 gli edifici pubblici saranno tenuti ad avere almeno una fonte di acqua potabile collegata alla rete accessibile al pubblico e anche le attività di ristorazione e i locali di somministrazione di bevande daranno ai consumatori la possibilità di richiedere acqua potabile gratuita. Tali misure sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo di riduzione del numero di bottiglie in plastica monouso per bevande immesse sul mercato francese del 50% entro il 2030. L’Irlanda punta a rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili o riciclabili entro il 2030, con interventi mirati anche sull’overpackaging, sulla progettazione e riduzione della loro complessità, oltre all’introduzione di un sistema di deposito su cauzione (DRS) per i contenitori per le bevande. La strategia irlandese estende il divieto di vendita ad alcuni oggetti non vietati dalla SUP: salviette umidificate, articoli da bagno in plastica monouso per hotel, articoli in plastica monouso utilizzati per il confezionamento di zucchero e condimenti (es. olio, salse). La Germania invece sta lavorando su misure volte ad introdurre l’obbligo (da gennaio 2023) di mettere a disposizione dei clienti contenitori riutilizzabili per il consumo di alimenti e bevande sia sul posto che da asporto in caffetterie e ristoranti. L’Olanda vuole ridurre ulteriormente il consumo di prodotti monouso in plastica previsto dalla SUP introducendo divieti di fornire gratuitamente prodotti usa e getta al cliente e obbligando a mettere a disposizione alternative riutilizzabili. L’Austria vuole introdurre il vuoto a rendere per le bottiglie, con percentuali vincolanti per l’uso di contenitori riutilizzabili, introducendo anche il deposito su cauzione e la plastic tax.

Raccomandazioni per l’Italia

Il recepimento della SUP e il PNRR sono delle concrete possibilità per ridisegnare un futuro sostenibile per il nostro Paese. Il parlamento e il governo Draghi possono scegliere di replicare quanto di buono già messo in atto da altri Paesi e adottare misure che favoriscano la diffusione dei modelli basati su prevenzione riuso, riducendo al minimo il monouso e i rifiuti che ne derivano. Le nostre raccomandazioni, dettagliate nel capitolo 8 del rapporto, mirano ad aumentare il “livello di ambizione” del nostro Paese in fase di recepimento della Direttiva SUP e, più in generale, intendono fornire un contributo ai fini della definizione delle politiche nazionali volte a ridurre la produzione di rifiuti e il consumo di risorse naturali legato alla diffusione dei prodotti monouso. Le misure proposte spaziano dall’introduzione di target vincolanti di riduzione e riuso per gli imballaggi e gli articoli monouso, alla definizione di incentivi economici volti a promuovere la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili e della vendita di prodotti sfusi, fino all’introduzione di misure di carattere regolamentare che garantiscano il progressivo abbandono dell’usa e getta nella somministrazione di alimenti e bevande sia per il consumo sul posto che da asporto.

Certo è che se l’impostazione data finora dal parlamento italiano al recepimento della SUP dovesse essere confermata, sembra difficile che tale recepimento sia accettabile dagli organi comunitari competenti. Greenpeace è pronta a fare la sua parte negli interessi del mare, del Pianeta e della collettività.

Leggi rapporto completo

Comuni, caos Tari sulla riforma rifiuti

La nota del ministero delle Transizione Ecologica del 12 marzo 2021, intervenuta per chiarire alcune problematiche anche connesse all’applicazione della Tari derivanti dalle disposizioni di riforma dei rifiuti contenute nel Dlgs 116/2020, ha in verità creato ulteriori incertezze.

L’applicabilità dell’esclusione della quota variabile nella Tari
In primo luogo, la nota, emanata in condivisione con gli uffici del ministero dell’Economia e delle finanze, ha confermato come non sia perfettamente adeguata la collocazione all’interno dell’articolo 238 del Dlgs 152/2006 della disposizione che prevede l’esclusione dalla corresponsione della quota del prelievo rapportata alla quantità di rifiuti prodotti in favore delle utenze non domestiche che scelgono di servirsi di un soggetto privato per l’avvio al recupero dei rifiuti urbani prodotti. Ciò in quanto la disposizione citata è riferita alla Tia2, la tariffa integrata ambientale, abrogata sin dal 2012 (per la verità dal 2013, ai sensi dell’articolo 5, comma 4-bis, del Dl 102/2013). E ha annunciato sul punto un necessario intervento di coordinamento normativo. Tuttavia ciò non impedisce, a detta del ministero, che la citata disposizione operi anche con riferimento alla Tari e alla tariffa, in quanto si tratta di una normativa di adeguamento alle direttive unionali, che deve operare a prescindere dalle incoerenze normative interne.

Coordinamento delle agevolazioni Tari
La medesima nota affronta poi la questione del coordinamento tra la norma dell’articolo 238, comma 10 e quella dell’articolo 1, comma 649, della legge 147/2013, la quale prevede il riconoscimento di un abbattimento della quota variabile della Tari in favore delle utenze non domestiche che avviano in modo autonomo al riciclo i propri rifiuti assimilati. Il ministero non ha chiarito in realtà del tutto la portata delle due disposizioni, limitandosi ad affermare che, nell’operazione di coordinamento tra le due norme, quella del comma 649 opera con riferimento ai rifiuti urbani, e non più a quelli assimilati in quanto tipologia non più esistente, e che l’abbattimento della quota variabile va riconosciuta in proporzione ai rifiuti urbani recuperati e non solo a quelli riciclati (rammentando che il riciclo e un “di cui” del recupero). Non si comprende però se le due disposizioni agevolative operino separatamente, con presupposti diversi, oppure se siano da ricondurre entrambe nell’ambito del comma 649. Sul punto appare più coerente con l’impianto normativo la risposta che il dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha fornito in occasione dell’evento «Telefisco 2021». In particolare era stato evidenziato che le due norme hanno un diverso ambito applicativo, pur riguardando entrambe solo la quota variabile del prelievo, e che richiedono un’apposita regolamentazione comunale ciascuna con le proprie specificità. Quindi, se l’utenza decide di uscire del tutto dal servizio pubblico, per almeno 5 anni, avviando i propri rifiuti urbani al recupero, beneficerà dell’eliminazione dell’intera quota variabile. Al contrario, se l’utenza rimane all’interno del servizio pubblico, può comunque destinare al riciclo singole frazioni di rifiuto direttamente o tramite soggetti autorizzati (come peraltro consente l’articolo 198, comma 2-bis, del Dlgs 152/2006), beneficiando dell’abbattimento proporzionale della quota variabile del prelievo.

La comunicazione di uscita dal servizio pubblico
Il ministero ha affrontato poi la questione della comunicazione della scelta di servirsi del gestore pubblico o di soggetti privati per l’avvio al recupero dei rifiuti urbani prodotti, che le utenze non domestiche sono tenute a presentare, a mente dell’articolo 30, comma 5, del Dl 41/2021, entro il 31 maggio di ogni anno. Va premesso che la norma appena citata non disciplina la decorrenza dell’opzione di scelta, facendo ritenere che la stessa operi dal momento della sua presentazione. Il ministero sul punto sembrerebbe operare una distinzione. Per il 2021, poiché il termine per approvare le tariffe della Tari e della tariffa corrispettiva è stato differito al 30 giugno 2021, vale a dire dopo la scadenza del 31 maggio, i Comuni potrebbero tenere conto degli effetti delle scelte operate dalle utenze in sede di determinazione delle tariffe. Per gli anni successivi, poiché il 31 maggio cade dopo la scadenza per approvare le tariffe (31 dicembre dell’anno precedente), i Comuni non potrebbero valutare gli effetti delle predette scelte sulla tari. Quindi per il ministero, seppure con formula dubitativa, la comunicazione dovrebbe essere presentata l’anno precedente a quello di decorrenza. Dubbio che il ministero sembra invece non aver avuto più avanti nel testo della nota, allorquando afferma perentoriamente che la comunicazione ha valenza dall’anno successivo. Soluzione di assoluto buon senso, anche se non esattamente riscontabile nella norma di legge. È altresì del tutto evidente che la decorrenza immediata della scelta nel 31 maggio avviene comunque con una tempistica non del tutto compatibile con il tempo occorrente per la corretta definizione delle tariffe Tari, da effettuarsi entro giugno.
Il ministero ha sciolto invece il dubbio ingenerato dalla formulazione del comma 10 dell’articolo 238 del Dlgs 152/2006 circa la validità del vincolo almeno quinquennale sia nel caso di scelta per il servizio pubblico o sia nell’opzione per quello privato, propendendo per la soluzione positiva. Fermo restando che il vincolo quinquennale nel caso di uscita dal servizio pubblico può essere derogato, con un rientro anticipato, qualora il gestore lo consenta. La nota non chiarisce però a questo punto quali sono gli effetti della mancata scelta degli utenti non domestici entro il prossimo 31 maggio. Si può considerare il silenzio come un’opzione tacita per il servizio pubblico con vincolo quinquennale, ovvero quest’ultimo vale solo nel caso di scelta esplicita? Nella prima ipotesi si depotenzierebbe, negli anni successivi al 2021, la problematica dell’impatto della scelta degli operatori sulla determinazione delle tariffe della tari, poiché il termine del 31 maggio riguarderebbero di fatto solo le nuove utenze (ovvero, per almeno 5 anni, il rientro del pubblico). Ma il problema resterebbe nel 2021, specie a fronte di un massiccio numero di uscite.

Il trattamento delle utenze industriali, artigianali e agricole
L’analisi condotta dal ministero sul trattamento delle utenze industriali, artigianali e agricole non è invece del tutto condivisibile.
Il ministero ha ritenuto che, stante l’esclusione delle attività industriali dall’elenco di cui all’allegato L-quinquies, contenente le attività che possono produrre rifiuti urbani, le superfici dove avviene la lavorazione industriale sono escluse dalla Tari, così come i magazzini di materie prime, merci e prodotti finiti, sia per la quota fissa che per quella variabile. Tuttavia, la previsione dell’articolo 184, comma 3, letera c), del Dlgs 152/2006, il quale ha definito speciali i rifiuti delle lavorazioni industriali se diversi dai rifiuti urbani, fa si che per le medesime utenze restino tassabili i locali quali uffici, mense, locali connessi, in cui si producono rifiuti urbani.
Nella nota è stato dimenticato, a parere di chi scrive, che l’esclusione dei locali di lavorazione industriale dalla Tari nasce anche dall’articolo 183, comma 1, lettera b-sexies), del Dlgs 152/2006, che espressamente ha eliminato dai rifiuti urbani quelli della produzione. Inoltre, appare eccessiva e non corrispondente alla norma l’esclusione dalla Tari anche di tutti i magazzini. Va infatti rammentato che il comma 649 dell’articolo 1 della legge 147/2013 ha stabilito che solo i rifiuti dei magazzini di materie prime e merci funzionalmente ed esclusivamente collegati ai reparti produttivi di rifiuti speciali sono anch’essi speciali (locali quindi esclusi dalla Tari) e non quelli di tutti i magazzini in genere. Il ministero ha esteso invece l’esclusione a tutti i magazzini, a prescindere dal collegamento con il reparto produttivo, a differenza di quanto specificato in una risposta del dipartimento delle Finanze in occasione dell’evento «telefisco 2021».
Per le attività artigianali il ministero ha ritenuto di poter estendere alle stesse le considerazioni svolte per i rifiuti delle attività industriali. Tuttavia ciò non appare corretto. In primo luogo, le attività artigianali sono incluse all’interno dell’allegato L-quinques delle attività che possono produrre rifiuti urbani, a differenza delle attività industriali con capannone di produzione che ne sono invece escluse. Volendo quindi evidenziare che i rifiuti delle attività artigianali, se rientranti nei codici di cui all’allegato L-quater, sono comunque urbani, a prescindere dai locali utilizzati dall’impresa artigiana dove gli stessi sono prodotti. Per quest’ultima, quindi, sembra più corretto assoggettare alla Tari tutte le superfici in cui si producono rifiuti simili per natura e composizione a quelli dell’allegato L-quater e non operare esclusioni tuot cour dei locali di lavorazione.
Per le attività agricole, agroindustriali, della pesca e connesse (ai sensi dell’articolo 2135 del codice civile), il ministero ha riconosciuto che i relativi rifiuti devono considerarsi speciali. Ciò in base alle previsione dell’articolo 184, comma 3, lettera a), del Dlgs 152/2006 e della lettera b-sexies) del comma 1 dell’articolo 183 della stessa norma, che ha escluso i rifiuti dell’agricoltura e della pesca da quelli urbani. Inoltre, sia l’allegato L-quater e sia l’allegato L-quinquies hanno precisato che sono esclusi i rifiuti delle attività agricole e connesse.
Tuttavia, dopo aver evidenzianto quanto sopra, che avrebbe comportato conseguentemente l’esclusione dalla Tari di tutti i locali utilizzati e la necessità per l’utenza di provvedere in modo autonomo alla gestione dei rifiuti speciali prodotti, il ministero ha ritenuto che le attività agricole che producono rifiuti simili per natura e tipologia di rifiuti prodotti a quelli delle attività elencate nell’allegato L-quinquies possano concordare a titolo volontario modalità di adesione al servizio pubblico di raccolta per le tipologie di rifiuti rientranti nell’allegato L-quater. Soluzione supportata, a detta del ministero, dalla specifica contenuta nell’allegato L-quinques in base alla quale le attività non elencate, ma a esse simili per loro natura e per tipologia dei rifiuti prodotti, si considerano comprese nel punto a cui sono analoghe. Non appare chiaro se il ministero volesse intendere che l’attività agricola produce comunque rifiuti speciali e che possa in ogni caso accordarsi con il gestore pubblico per conferire i rifiuti prodotti aventi le caratteristiche di quelli urbani, con convenzioni di stampo privatistico (quindi fuori Tari), ovvero se abbia ritenuto che alcuni rifiuti delle attività agricole siano urbani e quindi conferibili al servizio pubblico, con assoggettamento alla Tari. Anche se quest’ultima conclusione non appare in linea con le previsioni di legge che qualificano come speciali i rifiuti agricoli.

Il divieto di assimilazione quantitativa
La nota ha ribadito il divieto per i Comuni di introdurre limiti quantitativi ai rifiuti urbani conferibili, stante l’espressa abrogazione del potere di assimilazione operante dal 1° gennaio 2021. Tuttavia il fa opportunamente osservare che l’ente di governo d’ambito territoriale ottimale o il Comune devono disciplinare, ognuno per le proprie competenze, le modalità organizzative delle operazioni di raccolta, cernita e avvio al trattamento, a cui i produttori devono adeguarsi.
Senz’altro condivisibile invece la precisazione, peraltro già implicita nella legge, relativa all’obbligo per gli utenti non domestici che hanno visto modificarsi gli elementi incidenti sulla determinazione del tributo per effetto delle modifiche introdotte dal Dlgs 116/2020.
A fronte di quanto evidenziato nella nota commentata urge un intervento normativo che faccia definitiva chiarezza sulla portata delle nuove norme del Dlgs 116/2020 sulla Tari.

Fonte: Stefano Baldoni, Vice-presidente Anutel per NT+ Edilizia &Enti Locali

I rifiuti da costruzione e demolizione tra legislazione e prassi

L’articolo si pone l’obiettivo di fornire un insieme di indicazioni operative per una migliore comprensione delle novità legislative introdotte dal D.Lgs 116/2020 e, in conseguenza, per una corretta gestione delle problematiche legate alla produzione e alla gestione dei rifiuti nel settore delle costruzioni e delle demolizioni sia nel luogo di produzione, sia negli impianti in cui questi vengono trasformati in nuovi prodotti.

Una loro gestione conforme costituisce infatti elemento chiave per consentire il rispetto della gerarchia comunitaria in tema di rifiuti, garantendo la riduzione della produzione dei rifiuti e, al tempo stesso, l’ottimizzazione del recupero di materiali.

Come sfondo all’analisi delle norme dettate dal D.Lgs 166/2020 verranno esaminati due recenti interventi di ordine interpretativo, il primo operato dal Ministero dell’Ambiente, il secondo dall’Agenzia delle entrate.

Aspetti definitori. La riforma introdotta dal d.lgs. 116/2020

Con l’entrata in vigore, sabato 26 settembre 2020, del decreto legislativo 116/2020 si è prodotta una svolta rilevante nel nostro paese sui temi dell’economia circolare e della gestione dei rifiuti. Il nuovo decreto modifica sensibilmente la parte quarta del Codice ambientale (il decreto legislativo n. 152/2006) e rappresenta una vera e propria rivoluzione per il settore della gestione dei rifiuti che diventano ora una risorsa da valorizzare mediante il coinvolgimento della responsabilità finanziaria del produttore del bene per la ripresa dei rifiuti originati dal consumo di quel bene.

Numerose, e tutte significative, le novità anche sul tema dei rifiuti da costruzione e demolizione. All’art. 183 del d.lgs. 152/2006, viene espressamente introdotta la definizione di “rifiuti da costruzione e demolizione” che, ovviamente, sono definiti come “i rifiuti prodotti dalle attività di costruzione e demolizione” (lett. b-quater).

Lo stesso articolo chiarisce che i rifiuti urbani non includono i rifiuti da costruzione e demolizione (lett. b-sexies). Infatti, il rinnovato articolo 184 del Codice dell’ambiente (comma 3, lett. b), fermo restando il concetto di sottoprodotto (art. 184-bis), colloca i rifiuti prodotti dalle attività di costruzione e demolizione, nonché i rifiuti che derivano dalle attività di scavo, tra i rifiuti speciali.

L’art. 185-bis, comma 1, lett. c), specifica che, in tema di raggruppamento dei rifiuti ai fini del trasporto degli stessi in un impianto di recupero o smaltimento, per i rifiuti da costruzione e demolizione, il deposito preliminare alla raccolta può essere effettuato presso le aree di pertinenza dei punti di vendita dei relativi prodotti.

Al nuovo articolo 198-bis viene introdotto il programma nazionale per la gestione dei rifiuti, che, tra gli altri, deve contenere il piano di gestione delle macerie e dei materiali derivanti dal crollo e dalla demolizione di edifici ed infrastrutture a seguito di un evento sismico.

Le modifiche apportate all’art. 205 del D.Lgs. 152/2006 (“misure per incrementare la raccolta differenziata”), promuovono, previa consultazione con le associazioni di categoria, la demolizione selettiva, onde consentire la rimozione e il trattamento sicuro delle sostanze pericolose e facilitare così il riutilizzo e il riciclaggio di alta qualità, di quanto residua dalle attività di costruzione e demolizione tramite la rimozione selettiva dei materiali, nonché garantire l’istituzione di sistemi di selezione dei rifiuti da costruzione e demolizione almeno per legno, frazioni minerali (cemento, mattoni, piastrelle e ceramica, pietre), metalli, vetro, plastica e gesso.

Nuova definizione ad essere introdotta è quella di “riempimento”, che consiste in qualsiasi operazione di recupero in cui rifiuti non pericolosi idonei ai sensi della normativa UNI sono utilizzati a fini di ripristino in aree escavate o per scopi ingegneristici nei rimodellamenti morfologici. Inoltre, i rifiuti usati per il riempimento devono sostituire i materiali che non sono rifiuti, essere idonei ai fini già menzionati ed essere limitati alla quantità strettamente necessaria a perseguire tali fini (art. 183, comma 1, lett. u-bis).

L’operazione di riempimento viene chiamata in causa a proposito di specifiche questioni. Ad esempio, nella nuova versione dell’art. 181 (“Preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e recupero dei rifiuti”), al comma 4, lett. b), si specifica che le autorità competenti dovranno adottare le misure necessarie affinché, entro il 2020, la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio e altri tipi di recupero di materiale, incluse operazioni di riempimento che utilizzano i rifiuti in sostituzione di altri materiali, di rifiuti da costruzione e demolizione non pericolosi, escluso il materiale allo stato naturale definito alla voce 17 05 04 dell’elenco dei rifiuti, sia aumentata almeno al 70 per cento in termini di peso.

Infine, il riempimento rientra nel recupero di materia ai sensi dell’art. 183, comma 1, lett. t).

La classificazione dei rifiuti da costruzione e demolizione. Il caso dei rifiuti prodotti dalle utenze domestiche

Il decreto legislativo del 3 settembre 2020, n. 116, nel definire il rifiuto urbano, ha di fatto trasposto nell’ordinamento giuridico nazionale quanto indicato all’articolo 1 della medesima direttiva con la finalità di “rafforzare gli obiettivi della direttiva 2008/98/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio relativi alla preparazione per il riutilizzo e al riciclaggio dei rifiuti, affinché riflettano più incisivamente l’ambizione dell’Unione di passare ad un’economia circolare”, precisando che la suddetta definizione è introdotta “al fine di definire l’ambito di applicazione degli obiettivi di preparazione per il riutilizzo e riciclaggio nonché le relative norme di calcolo”.

Tale nuova definizione deve essere pertanto applicata nell’ottica generale di raggiungimento degli obiettivi imposti dalla direttiva e non con il fine di stravolgere una gestione dei rifiuti già strutturata ed efficace, tanto da non voler incidere con la ripartizione delle competenze tra pubblico e privato nell’ambito della gestione medesima.

In particolare, per quanto concerne la definizione riportata all’articolo 183 comma 1, lettera b-sexies) “I rifiuti urbani non includono i rifiuti della produzione, dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca, delle fosse settiche, delle reti fognarie e degli impianti di trattamento delle acque reflue, ivi compresi i fanghi di depurazione, i veicoli fuori uso o i rifiuti da costruzione e demolizione;” si specifica, che tali rifiuti si riferiscono ad attività economiche finalizzate alla produzione di beni e servizi, quindi ad attività di impresa.

Il considerando di cui al punto 11 della direttiva esplicita che “Sebbene la definizione di «rifiuti da costruzione e demolizione» si riferisca ai rifiuti risultanti da attività di costruzione e demolizione in senso generale, essa comprende anche i rifiuti derivanti da attività secondarie di costruzione e demolizione fai da te effettuate nell’ambito del nucleo familiare. I rifiuti da costruzione e demolizione dovrebbero essere intesi come corrispondenti ai tipi di rifiuti di cui al capitolo 17 dell’elenco di rifiuti stabilito dalla decisione 2014/955/UE nella versione in vigore il 4 luglio 2018.”. In tal modo, il legislatore europeo, pur identificando detti rifiuti prodotti da utenze domestiche nell’apposito capitolo 17, per un più coerente avvio alle operazioni di preparazione per il riutilizzo, ne ammette la gestione nell’ambito del servizio pubblico, se prodotto nell’ambito del nucleo familiare.

Nel contesto della tematica dei rifiuti da costruzione e demolizione – ed in relazione agli aspetti della loro classificazione – assume rilievo particolare una nota di indirizzo interpretativo diffusa dal Ministero dell’Ambiente il 2 febbraio 2021 con riferimento specifico ai rifiuti prodotti da utenza domestiche.

Chiarisce infatti la nota che i rifiuti prodotti in ambito domestico e, in piccole quantità, nelle attività “fai da te”, possono essere gestiti alla stregua dei rifiuti urbani ai sensi dell’articolo 184, comma 1, del d.lgs. 152/2006, e, pertanto, potranno continuare ad essere conferiti presso i centri di raccolta comunali, in continuità con le disposizioni del Decreto Ministeriale 8 aprile 2008 e s.m.i, recante “Disciplina dei centri di raccolta dei rifiuti urbani raccolti in modo differenziato”.

Resta ferma la disciplina dei rifiuti speciali prodotti da attività di impresa di costruzione e demolizione nei casi di intervento in ambito domestico di imprese artigianali, iscritte nella categoria 2-bis dell’Albo Gestori Ambientali (produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti, nonché i produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti pericolosi in quantità non eccedenti trenta chilogrammi o trenta litri al giorno di cui all’articolo 212, comma 8, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152).

Riguardo le quantità da conferire al servizio pubblico, si richiama il regime semplificato per il trasporto di piccoli quantitativi di rifiuti derivanti da attività di manutenzione, consentendo in alternativa al formulario di trasporto, di utilizzare un documento di trasporto (DDT) che contenga tutte le informazioni necessarie alla tracciabilità del materiale, in caso di controllo nella fase di trasporto, di cui all’articolo 193 comma 7 del decreto legislativo 152/2006 come risultante dalle modifiche introdotte dal decreto legislativo n. 116/2020.  

La nota del Ministero, di cui si sono riportati gran parte dei contenuti, è certamente molto precisa nelle premesse e nella parte in cui espressamente chiarisce che i cittadini che producono rifiuti inerti derivanti dal “fai da te”, ancorché appartenenti alla famiglia dei codici Cer “17” possono continuare a conferire ai Centri di Raccolta Comunali, approvati ai sensi del D.M. 8 aprile 2008).

A tal riguardo deve essere precisato che il predetto decreto, per rifiuti contrassegnati con codici Cer 17 01 07 e 17 09 04, prevedeva e prevede ancora, che tali rifiuti debbano essere conferiti direttamente dal conduttore della civile abitazione a seguito di piccoli interventi di rimozione. Sembra chiaro, pertanto, che le imprese che svolgono lavori edili presso le abitazioni private non avrebbero mai potuto conferire i suddetti rifiuti presso i centri di raccolta Comunali né prima né oggi.

Anche il Ministero, del resto, precisa che rimangono comunque speciali i rifiuti prodotti dalle imprese artigiane, anche nei casi di intervento in ambito domestico, e che pertanto le stesse imprese devono essere iscritte all’Albo Gestori Ambientali nella categoria 2-bis per il loro trasporto.

Quello che rimane poco chiaro è l’ultimo capoverso della nota, in cui per i conferimenti al servizio pubblico si richiama il regime semplificato per il trasporto di piccoli quantitativi di rifiuti derivanti da attività di manutenzione, consentendo, in alternativa al formulario di identificazione (FIR), l’utilizzo di un documento di trasporto (DDT).

Il punto è, allora, capire cosa intende il Ministero dell’Ambiente quando fa riferimento al conferimento al “servizio pubblico”. Ci parrebbe di capire che il riferimento sia il conferimento al Centro di raccolta anche se tale soluzione, come sopra accennato, non sarebbe giuridicamente possibile in quanto, a norma del D.M. 8 aprile 2008, solo il conduttore della civile abitazione vi può portare i rifiuti inerti da lui prodotti.

Per quanto riguarda invece i conferimenti di rifiuti da parte di enti o imprese presso un qualunque altro impianto di recupero o smaltimento, ciò dovrebbe essere consentito solo con formulario di trasporto (FIR).

Alla luce di quanto sopra esposto ci parrebbe di poter concludere che la notazione conclusiva del Ministero dell’Ambiente debba essere interpretata nel senso che i rifiuti prodotti dalle imprese artigiane presso le civili abitazioni rimangono classificati come rifiuti speciali e, in caso di piccoli quantitativi derivanti, appunto, da manutenzioni edili (tali da non giustificare l’allestimento di un deposito presso l’unità dove si è svolto il lavoro), si applica quanto disposto all’art 193, comma 19, del D.Lgs 152/06. In sostanza tali rifiuti “speciali” si considerano prodotti presso l’unità locale o il domicilio o la sede dell’impresa ed il trasporto dal luogo di effettiva produzione alla sede può avvenire con un documento di trasporto (DDT).

Profili fiscali. Il caso della cessione di materia prima seconda derivante dal recupero di rifiuti da costruzione e demolizione

Un aspetto di particolare interesse connesso con le tematiche in argomento riguarda il caso della cessione di materia prima seconda (MPS) derivante dal recupero di rifiuti da costruzione e demolizione e la possibilità che tale cessione possa scontare, ai fini Iva, l’applicazione dell’inversione contabile (“reverse charge”).

La questione è stata posta all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate da una società che intendeva usare MPS da recupero di rifiuti da costruzione e demolizione per il riempimento del vuoto di una cava nell’ambito di un piano di recupero della stessa.

Secondo quanto dichiarato dall’istante, la materia prima seconda ex DM 5 febbraio 1998 è un materiale realizzato recuperando rifiuti derivanti dalla demolizione e dalla manutenzione, anche parziale, di opere edili e infrastrutturali.

Per l’Agenzia delle Entrate il materiale in discussione sembra invece rientrare tra i rifiuti ceramici inerti (punto 7, allegato 1 del DM 5 febbraio 1998, in particolare 7.1 e 7.3) che, se sottoposti al processo di recupero, diventano MPS idonee ad essere impiegate per gli scopi decritti nell’allegato C della circolare del Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio n. 5205 del 2005 (tra cui il riempimento cava).

Il processo di recupero consiste sostanzialmente nella “messa in riserva” di rifiuti inerti, intendendosi per “messa in riserva” una tipologia di stoccaggio.
A conclusione della sua istruttoria, l’Agenzia delle Entrate (Cfr. risposta ad interpello 8 febbraio 2021, n. 86) ha chiarito che la cessione di materia prima seconda (MPS) derivante dal recupero di rifiuti da costruzione e demolizione per il riempimento di una cava ai fini Iva sconta l’applicazione dell’inversione contabile (“reverse charge”).

A motivazione di tali conclusioni l’Agenzia delle Entrate dà evidenza, in via preliminare, di quanto contenuto nell’articolo 184-ter del Codice dell’ambiente, rubricato “Cessazione della qualifica di rifiuto” (c.d. End of Waste) ai sensi del quale “Un rifiuto cessa di essere tale, quando è stato sottoposto a un’operazione di recupero, incluso il riciclaggio e la preparazione per il riutilizzo, e soddisfi i criteri specifici, da adottare nel rispetto delle seguenti condizioni:

  • a)    la sostanza o l’oggetto sono destinati a essere utilizzati per scopi specifici;
  • b)    esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto;
  • c)    la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti;
  • d)    l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana”.

Pertanto, prosegue l’Agenzia, una volta concluso il processo di recupero, che comprende anche attività minimali quali il controllo e la pulizia, il rifiuto cessa di essere tale per diventare prodotto o merce. A seguito dell’introduzione della nozione di End of Waste è stato abrogato l’articolo 181-bis del D.Lgs 152/06 che, nel disciplinare le MPS, specificava le condizioni al ricorrere della quali tali materie non erano più considerate rifiuti. Queste condizioni sono in parte riprodotte nel citato articolo 184-ter.

Si tratta, ad avviso dell’Agenzia delle Entrate, di condizioni generali che necessitano di essere declinate caso per caso per specifiche tipologie di rifiuto, attraverso uno o più decreti del ministro dell’ambiente.

Nelle more di detti decreti, continuano ad applicarsi le disposizioni previgenti, tra cui il decreto del Ministro dell’ambiente 5 febbraio 1998, che per la tipologia dei rifiuti non pericolosi disciplina le attività, i procedimenti e i metodi di recupero che consentono di ottenere prodotti, materie prime o di materie prime secondarie.

Ai fini dell’IVA, l’articolo 74, settimo comma, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (in seguito “articolo 74”) dispone che le cessioni dei beni indicati nei commi settimo e ottavo, (rottami, cascami e avanzi di metalli ferrosi, vetri, gomma, plastica ecc.) sono soggette al regime dell’inversione contabile (c.d. reverse charge).

Il cedente quindi emette fattura senza addebitare l’IVA in quanto quest’ultima è a carico del cessionario, che dovrà integrare la fattura ricevuta con la relativa imposta.

L’Agenzia delle Entrate ha quindi concluso che le MPS oggetto della fattispecie possono essere considerate ai soli fini fiscali al pari dei rottami, la cui cessione sarà fatturata in “reverse charge” ex articolo 74, comma 7 del DPR 633/1972, con applicazione dell’aliquota Iva del 22%.

Per il servizio di stesura e compattazione delle MPS effettuato dalla società istante, l’Agenzia ha ritenuto invece non applicabile il sistema dell’inversione contabile.

Il recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione. La prassi di riferimento UNI/PdR/75:2020

Pubblicata dall’UNI il 3 febbraio 2020, la prassi di riferimento definisce una metodologia operativa per la decostruzione selettiva che favorisca il recupero (riciclo e riuso) dei rifiuti prodotti in un’attività di cantiere.

La progettazione dell’intervento di decostruzione consiste in prima analisi nella identificazione delle modalità di smantellamento e di separazione dei materiali che andranno a costituire un database quale elenco organico dei materiali, in termini qualitativi e quantitativi, includendo anche le schede di sicurezza dei prodotti e dei materiali utilizzati, che saranno oggetto di riuso, riciclo o smaltimento.

Viene specificato nella prassi che l’attività di separazione del rifiuto può avvenire, tutta o in parte, in cantiere e/o fuori cantiere.

L’individuazione dei trasportatori e gli impianti di riciclo di riferimento – le risorse logistiche – devono essere individuate, secondo i principi di specializzazione e prossimità, con l’ottica di minimizzazione dei costi ambientali ed economici, minimizzando i costi di trasporto e di conferimento agli impianti di lavorazione e massimizzando il tasso di recupero dei rifiuti.

La progettazione determina e individua le qualità e le quantità di rifiuto oggetto di riuso, riciclo, altre forme di recupero o smaltimento attraverso una documentazione strutturata per la verifica della trasparenza delle attività, al fine di supportare un controllo ex-post da parte di tutti gli stakeholder, a livello comunale, regionale e nazionale.

La descrizione del processo prende in considerazione sia gli edifici esistenti da ristrutturare o da demolire (costruito), sia quelli di nuova realizzazione (nuova costruzione): per i primi la prassi prevede la compilazione del database dei materiali utilizzati, mentre per i secondi si prevede l’utilizzo del database dei materiali in fase di indagine destinabili al riuso e al riciclo.

La prassi in esame, di cui si consiglia attenta lettura, mira, in buona sostanza, a favorire ed incentivare la ricostruzione, il rinnovo e, se del caso, la ridestinazione dei prodotti e ad adottare misure intese a promuovere la demolizione selettiva onde consentire la rimozione e il trattamento sicuro delle sostanze pericolose e facilitare, al tempo stesso, il riutilizzo e il riciclaggio di alta qualità tramite la rimozione selettiva dei materiali.

La prassi mira inoltre a garantire l’istituzione di sistemi di cernita dei rifiuti da costruzione e demolizione almeno per legno, frazioni minerali (cemento, mattoni, piastrelle e ceramica, pietre), metalli, vetro, plastica e gesso.

Fonte: Masciocchi Pierpaolo – Direttore del Settore Ambiente, Utilities e Sicurezza sul lavoro di Confcommercio nazionale per InGenio Web

I rifiuti di Roma a Napoli?

Era Venerdì 9 aprile quando sui maggiori quotidiani nazionali ha iniziato a rimbalzare una notizia che aveva dell’ìincredibile: la Città di Roma chiedeva una disponibilità ad aziende Campane per il conferimento di rifiuti indifferenziati.

“La Sapna, società provinciale per la gestione dei rifiuti della Città metropolitana di Napoli, ha ricevuto una richiesta da parte della Regione Lazio e di Ama Roma per il conferimento di circa 100 tonnellate al giorno di rifiuto indifferenziato a causa della situazione d’emergenza dei rifiuti che vive la città di Roma dopo la chiusura di un impianto nel Frusinate. Lo apprende l’Ansa da fonti qualificate della Città metropolitana. La richiesta è datata 2 aprile. Al momento Sapna, d’intesa con la Città metropolitana, ha in corso una valutazione tecnica per verificare l’accoglibilità della richiesta” scriveva La Repubblica.

Quasi immediata la risposta di AMA: “Risulta attualmente già superata l’opzione Napoli per l’invio di 100 tonnellate di rifiuti indifferenziati al giorno. Ama, come comunicato all’ente Regione Lazio, ha infatti trovato ulteriore capienza presso un proprio fornitore fuori regione già contrattualizzato e attivo. Come richiesto dalla Regione all’interno dell’Ordinanza Z10 dello scorso primo aprile, per gravare meno sul ciclo dei rifiuti regionale e risolvere le problematiche causate dalla chiusura della seconda discarica in 18 mesi (dopo Colleferro ora anche Roccasecca), l’azienda ha perlustrato vari possibili sbocchi cercando tutte le soluzioni possibili”.

Varia dunque la destinazione finale, che per molti analisti aveva il sapore della beffa, non il succo del discorso: Roma e Ama sono in emergenza, non dispongono più di impianti in grado di accogliere i rifiuti indifferenziati e devono rivolgersi ad impianti fuori regione. Intanto la Capitale è ferma al 45% di raccolta differenziata (20 punti percentuali al di sotto degli obiettivi previsti al 31 dicembre 2012), ben lontano dal 70% promesso ai suoi esordi dalla giunta uscente.

A pesare secondo Legambiente il passo indietro sul porta a porta in alcune zone della città sostituito dai cassonetti, le micro e macro discariche, quella storica mancanza di impianti di smaltimento sul territorio “con un milione di tonnellate all’anno che finiscono, altrove, in discariche e termovalorizzatori”. Una rotta da invertire “abbattendo l’indifferenziato procapite e applicando la tariffazione puntuale secondo il principio ‘chi inquina paga’.” Una sfida nella quale si inserisce, sottolinea Legambiente, “il bisogno di impianti per l’economia circolare sui territori, a partire dai Biodigestori Anaerobici per l’organico”. SC.

Basta confezioni di plastica, un quinto degli scaffali dei supermercati francesi sarà per prodotti sfusi

In arrivo una rivoluzione verde nei supermercati francesi. Tutti i punti vendita dovranno dedicare un quinto dei loro scaffali a prodotti sfusi e alle “spine” per la ricarica. La misura mira a ridurre imballaggi e rifiuti di plastica e a incoraggiare i clienti a riempire i propri carrelli con prodotti mettendoli nei propri contenitori. La Francia sarebbe tra i primi Paesi a rendere la questione materia di legge.

Tuttavia, il nuovo provvedimento sta incontrando resistenza da parte dei rivenditori, i quali sono convinti che non farà altro che generare disordine. Inoltre, i produttori temono che in questo modo si arriverà alla fine delle campagne di marketing basate su marchi. Ma nonostante le opinioni controverse, alcuni commercianti, tra cui la catena di supermercati Franprix, hanno già installato postazioni per “prodotti alla spina”. In particolare, per alimenti come arachidi, riso, caffè e lenticchie.

Anche i produttori di prodotti di bellezza hanno criticato la legislazione, che al momento sta passando attraverso il Parlamento. “Non possiamo vendere creme per il viso come se fossero lenticchie”, ha dichiarato Patrick O’Quin, presidente della Federazione delle Società di Bellezza. Inoltre, in media, il nome e il logo delle marche di cosmetici coprono il 70 per cento della superficie dei loro contenitori, mentre nelle postazioni di ricarica coprono il 5 per cento. Questo preoccupa i dirigenti di marketing, che saranno costretti a rivedere le loro tattiche di promozione.

La Francia nel 2017, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, ha prodotto 3,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, 2,1 milioni di questi erano imballaggi. Mentre la Gran Bretagna, in quello stesso anno, ne produsse 2,2 milioni di tonnellate. Per questo, come spiega il Times, il Presidente Macron vuole far diventare la pratica dell’acquisto di prodotti sfusi un obbligo legale. La mossa arriva dopo l’istituzione di una Convenzione dei cittadini per il clima, composta da 150 persone. Il gruppo non solo ha chiesto misure per combattere il riscaldamento globale, ma anche che il 50 per cento dei prodotti dei supermercati sia venduto senza imballaggio entro il 2030. Attualmente solamente l’1 per cento della merce è venduta alla spina. Macron ha fissato la cifra al 20 per cento

Secondo il giornalista Olivier Dauvers “se i consumatori dovranno servirsi da soli la pasta sarà il caos.” Invece, Steve Hynd, policy manager di City to Sea, con sede nel Regno Unito, ha detto che molti negozi in Europa hanno già postazioni di ricarica autonoma e “non ci sono prove che dimostrino che questo tipo di vendita causi caos”. Hynd ha anche aggiunto che questo cambiamento “sta per accadere, è inevitabile. Più rivenditori resisteranno, più si troveranno dietro l’innovazione.”“

Fonte: Agrifoodtoday

Quanto si “differenzia” in Italia?

In un’ottica di transizione verso un’economia circolare, la raccolta differenziata svolge un ruolo importante. In Italia viene differenziato il 61 per cento dei rifiuti urbani e ne viene riciclato il 51,3 per cento (sopra la media UE). La differenziazione è però più elevata al Nord e Centro Italia. Su queste differenze regionali influiscono principalmente il grado di informazione fornita ai cittadini, sia sul modo di attuare la differenziata sia sulla destinazione dei rifiuti, e gli orari di raccolta; per aumentare il grado di differenziazione sono necessari più controlli e maggiore trasparenza da parte delle istituzioni.

* * *

La gestione dei rifiuti urbani in Italia

Un’importante componente di una economia più “circolare” (ossia di un sistema di produzione e consumo che implichi l’utilizzo, riutilizzo e riciclo dei materiali esistenti il più a lungo possibile) è la raccolta differenziata dei “rifiuti urbani”, che includono i rifiuti domestici e quelli derivanti dalla pulizia del suolo pubblico.[1] Secondo ISPRA, in Italia sono stati prodotti nel 2019 circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, di cui oltre 18 (il 61 per cento) sono finiti nella raccolta differenziata.[2]

Questi rifiuti, una volta differenziati, vengono trattati e riciclati. L’Italia ricicla un po’ più della media europea: nel 2019 eravamo al 51,3 per cento dei rifiuti urbani contro il 47,7 per cento della media. Il nostro paese era ottavo su 27.[3]

Le differenze regionali nella raccolta differenziata

Il grado di differenziazione è diverso tra le regioni (Tav. 1). Le regioni ai primi posti sono del Nord e Centro Italia, insieme alla Sardegna, mentre le ultime posizioni sono occupate prevalentemente da regioni del Sud; in particolare, Basilicata, Calabria e Sicilia differenziano meno della metà dei rifiuti urbani prodotti.

Quali sono le cause di un diverso grado di differenziazione tra le regioni? Un sondaggio Istat indica che quattro aspetti relativi al grado di soddisfazione nella raccolta dei rifiuti sembrano poter influire sul comportamento delle persone: nelle regioni che differenziano di più c’è maggiore soddisfazione sull’orario di ritiro, maggiore certezza che i rifiuti vengano poi riciclati e maggiore apprezzamento dell’informazione e assistenza ricevute (Tav.2 e figure 1,2,3)[4] Naturalmente non si può escludere che chi non vuole differenziare cerchi di trovare “scuse” per non farlo nell’inefficienza delle aziende che raccolgono rifiuti. Tuttavia, se così fosse si dovrebbe trovare una correlazione negativa anche tra grado di differenziazione e altri aspetti relativi alla qualità della raccolta (frequenza di raccolta, quantità di contenitori e sacchetti, cattivi odori causati dall’umido non raccolto, dubbi sull’utilità di differenziare); tale correlazione è invece positiva o nulla.

Il sondaggio Istat fornisce anche informazioni sulle misure che potrebbero spingere a differenziare di più. Le principali, in termine di preferenza, sono: maggiore garanzia che i rifiuti vengano riciclati, sanzioni per chi non rispetta le regole di raccolta e agevolazioni fiscali per chi invece le rispetta. Tali misure sono percepite come necessarie in tutte le regioni quindi gli stessi provvedimenti consentirebbero un miglioramento a livello nazionale. La prima misura richiede maggiore trasparenza verso i cittadini, in modo da fugare dubbi riguardo alla destinazione dei rifiuti differenziati; le altre due, invece, indicano l’utilità di penalità o ricompense volte ad incentivare la raccolta differenziata, e quindi l’esigenza di maggiori controlli. In assenza di questi ultimi, è più facile che un cittadino pensi (comunque non correttamente) che, se si è in pochi a rispettare la separazione dei rifiuti, il proprio sforzo diventi inutile.


[1] I rifiuti urbani si distinguono da quelli “speciali”, frutto di attività produttive (commerciali, industriali, agricole), attività di costruzione e sanitarie o costituiti da veicoli fuori uso. Da gennaio 2021, nella definizione di rifiuti urbani sono inclusi anche quelli prodotti da alcune utenze non domestiche che siano simili per natura e composizione ai rifiuti domestici.

[2] Si veda: https://www.catasto-rifiuti.isprambiente.it/index.php?pg=nazione&width=1920&height=1080.

[3] Si veda: https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/sdg_11_60/default/table?lang=en.

[4] Si veda: https://www.istat.it/it/archivio/234691, dati riferiti al 2018.

Fonte: Osservatorio CPI Università Cattolica Milano