La Regione Piemonte presenta le linee guida per la tariffazione puntuale

“Se vogliamo migliorare il sistema complessivo dei rifiuti piemontesi dobbiamo puntare sulla raccolta differenziata e sulla tariffa puntuale.”

Sono state queste le parole dell’Assessore all’Ambiente della Regione Piemonte Alberto Valmaggia all’EcoForum per l’economia Circolare del Piemonte organizzato da Legambiente.
Le parole dell’Assessore arrivano a seguito della presentazione dei dati sulla gestione rifiuti in Regione: Appena il 35,5% dei Comuni piemontesi raggiunge il 65% di raccolta differenziata previsto per legge e sono soltanto 36 su 1201 i Rifiuti Free, Comuni che oltre ad aver raggiunto il 65% di RD, producono meno di 75 kg pro capite l’anno di secco residuo, ovvero di rifiuti indifferenziati avviati a smaltimento.

Regione Piemonte ha scelto Ecoforum per presentare le nuove linee guida per la tariffazione puntuale, redatte in collaborazione il Consorzio Chierese Servizi, Consorzio Covar14, Pegaso 03 ed ESPER.

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Rifiuti Zero: il nuovo libro di Rossano Ercolini

Tutti noi abbiamo un’idea sbagliata dei rifiuti in Italia. Se pensiamo alle immagini dei cassonetti incendiati, degli scioperi dei netturbini che lasciano le strade sommerse di sacchi, se pensiamo alla tragedia della Terra dei fuochi e delle discariche fuori legge sparse in tutto il Paese dovremmo disperarci. Ma in realtà noi italiani siamo migliori di quello che crediamo… e ci raccontiamo. Lo dimostra la realtà di Rifiuti Zero, movimento civico e filosofia di vita che nasce da una realtà internazionale ma di cui Rossano Ercolini è il principale artefice in Italia. Grazie a uno sforzo «dal basso»di molte associazioni, il nostro Paese ha raggiunto un livello di raccolta differenziata superiore a quella di Inghilterra, Francia, e persino Danimarca e Olanda. Quindi si può vivere senza mandare tonnellate di rifiuti in inceneritori o in discarica, azzerando l’inquinamento che da essi deriva e non immettendo microplastiche nei mari? La risposta è sì, e questo libro ci indica un modello in dieci passi: dalla corretta raccolta differenziata porta a porta, al compostaggio che trasforma in fertilizzante il nostro umido, dal riciclo dei materiali al dare una seconda vita a molti nostri oggetti ed elettrodomestici, da una bolletta che premi con incentivi i cittadini virtuosi a una accorta politica degli imballaggi che li riduca all’origine o li renda compostabili.

Questa rivoluzione silenziosa è già in atto. Va verso un nuovo mondo pulito, e dipende da una nuova collaborazione responsabile e lungimirante fra cittadini, istituzioni e produttori. Perché mai come nel caso dei rifiuti, si può dire che il futuro del mondo è nelle nostre mani.

Rossano Ercolini, toscano, maestro elementare, è ideatore e responsabile del progetto «Passi concreti verso Rifiuti Zero». Si occupa attivamente di gestione dei rifiuti da 34 anni, in particolare il suo impegno è andato alla divulgazione dei rischi ambientali derivanti dagli inceneritori e a promuovere lo stile di vita a spreco zero. Per queste sue battaglie ha ricevuto nel 2013 il prestigioso Goldman Environmental Prize, il Nobel alternativo per l’ambiente, è stato ospite del presidente Obama e ha conquistato fama mondiale. Attualmente è presidente del Centro di Ricerca Rifiuti Zero e dell’associazione Zero Waste Europe. Presiede anche l’associazione Diritto al Futuro, ed è tra i principali fondatori della Rete Nazionale Rifiuti Zero. Oltre a numerosi articoli sull’argomento, ha pubblicato nel 2014 per Garzanti Non bruciamo il futuro.

Da imballaggi riciclabili a imballaggi riciclati il passo è lungo

Continuano ad aggiungersi nuove aziende e associazioni di categoria al fronte industriale che, dallo scorso anno, sta rendendo note le misure che verranno intraprese per ridurre l’impatto e le quantità di plastica utilizzata negli imballaggi. Le prime aziende che hanno annunciato impegni in tal senso su base volontaria, sono state noti brand che partecipano al programma The New Plastics Economy della Fondazione Ellen McArthur. Alcuni di loro, come Unilever hanno anche collaborato alla stesura del Piano di azione “NPE: Catalysing Action” del 2017 che ha ispirato molte delle misure annunciate.

L’impegno di massima che accomuna le aziende che si sono espresse ad oggi, consiste nel rendere tutti gli imballaggi utilizzati riciclabili, riusabili o compostabili al 2025. Altri impegni annunciati , prevalentemente correlati all’obiettivo riciclo, prevedono di utilizzare plastica riciclata negli imballaggi in percentuali che vanno da un minimo del 25%, passando per il 50% di Coca Cola per arrivare al 100% (come  Evian e Werner & Mertz ) e di contribuire alla creazione di un mercato di sbocco per il granulo da riciclo.

Le aziende stanno lavorando al perseguimento degli impegni annunciati a livello europeo e internazionale senza avere ancora ben chiaro come arrivarci. L’impresa si preannuncia  tutt’altro che facile alla luce dei contesti  profondamente diversi dei vari mercati in cui le aziende operano che riguarda anche i sistemi di gestione rifiuti.

Nei programmi di multinazionali come Coca Cola (World Without Waste), P&G (Ambition 2030), Unilever e Nestlè si accenna alla volontà di contribuire ad un miglioramento dei sistemi di raccolta rifiuti e soprattutto in quei paesi maggiormente responsabili della dispersione in mare dei rifiuti marini. Mancano però, anche in quelle sedi, indicazioni circa dove e come andare a farlo e soprattutto con quale ordine di investimenti.

Tra le azioni svelate alle quali le aziende stanno lavorando ce ne sono alcune che mi lasciano un pò perplessa perché rivelano la mancanza di una visione olistica e quindi di una progettazione sistemica.
Un esempio che chiarisce cosa intendo è quello di Unilever che, per risolvere le criticità collegate al fine vita dei sachet:  confezioni monodose di detergenti  in multimateriale  (facilmente dispersi nell’ambiente), ha deciso di investire in una nuova tecnologia di riciclo denominata  CreaSolv Process technology. Tale tecnologia verrà testata in un impianto pilota in Indonesia, uno dei cinque paesi che, con 1.300 tonnellate di rifiuti scaricati in mare ogni anno, contribuisce ad alimentare il marine litter.

Questa scelta, oltra ad essere un esempio su come le aziende tendano in genere a scavalcare azioni pioritarie della gerarchia dei rifiuti EU come prevenzione e riuso, solleva una serie di inevitabili domande che elenco. Ammesso che Unilever possa aprire degli impianti di riciclo basati su questa tecnologia nei paesi dove commercializza i sachet, come pensa la multinazionale di intercettare questi piccoli rifiuti senza un incentivo economico per chi li conferisce, e in mancanza di infrastrutture logistiche capillarmente diffuse sul territorio per gestire i flussi raccolti? Chi dovrebbe sviluppare, progettare e gestire l’avvio a riciclo di questo flusso di rifiuti e sostenerne i costi? Come fare in modo che siano disponibili le quantità necessarie per alimentare regolarmente gli impianti di riciclo e raggiungere economie di scala?

E infine, anche ammesso che si possano venire a creare questi presupposti, quale sarebbe l’impatto ambientale ed economico complessivo di questa scelta comparato con opzioni alternative di fornitura per piccole dosi di prodotto che potrebbero essere messe in campo?

Se fossi un decisore politico in uno dei paesi che non hanno infrastrutture di raccolta rifiuti chiederei alle aziende di presentare progetti di responsabilità estesa del produttore da loro finanziati capaci di intercettare il 90% dei sachet ( o altri imballaggi problematici) immessi al commercio , oppure di creare delle refill station dove le persone acquistano la quantità di prodotto che possono permettersi di pagare. In alternativa promuoverei la vendita di prodotti per la detergenza in barrette solide e saponi.

Queste misure di prevenzione dei rifiuti sarebbero anche indicate per aree isolate collinari o montane oppure per  isole che non dispongono di impianti di trattamento rifiuti di prossimità con conseguente aggravio dei costi di avvio a riciclo da sostenere.

Un’altra misura annunciata dalle aziende che mi lascia perplessa è quella di sostituire la plastica con altri materiali sempre usa e getta, dalla carta alle bioplastiche, senza una visione sistemica sugli impatti ambientali ed economici e sulle conseguenze che nuovi materiali avrebbero  sui sistemi di avvio a riciclo già esistenti.

Anche nei casi in cui le aziende si basano su studi LCA per “giustificare” determinate scelte  va detto che, come molti esperti di LCA concordano, le valutazioni LCA e EPD (Dichiarazione Ambientale di Prodotto)  commissionate e diffuse dalle aziende sono “incomplete” perché spesso non considerano gli impatti ed effetti collaterali della fase di fine vita che variano a seconda del contesto geografico. Cosi come non considerano altre esternalità correlate a tutto il ciclo di vita di un bene che sono difficili da misurare e quantificare come il marine litter, la deforestazione, il cambiamento di uso indiretto del suolo (Iulc), ecc..

Anche in Italia per quanto riguarda oltre il 50% di imballaggi di plastica che vengono raccolti per essere termovalorizzati non sarà sufficiente che le aziende mantengano le promesse di riciclabilità tecnica del packaging perché il nodo da risolvere è quello della  sostenibilità economica della filiera di riciclo. Ecco perché il piano Catalysing Action identifica tre strategie, ognuna rivolta a specifici flussi di imballaggi che non vengono riciclati che sono: riprogettazione, riuso, riciclo. Le azioni ad oggi rese note dalle aziende sono sbilanciate a favore del riciclo come ho commentato in un post dal titolo “Imballaggi: il riciclo per la plastica (ed altri materiali) da solo non basta”.

Quale delle tre strategie applicare per fare arrivare un bene al suo pubblico è una scelta che l’industria deve prendere sulla base delle caratteristiche dei sistemi post consumo dei mercati dove immette imballaggi. Questo implica per l’industria ammettere ed accettare che in un pianeta dai limiti fisici l’applicazione del modus operandi “one solution fits all “ tipica del modello economico globalizzato non “funge più” ma porta a ripetere gli stessi errori.

Per creare un mercato circolare per le plastiche, oltre all’adozione dei principi dell’ecodesign tra cui una standarizzazione dei formati e del design degli imballaggi, c’è una condizione essenziale da soddisfare che consiste nel convergere verso pochissimi polimeri  per rendere più semplice la differenziazione da parte degli utenti, la selezione e il riciclo. Solamente così raggiungeremo flussi di ottima qualità e nelle quantità necessarie perché il riciclo sia economicamente sostenibile.
Se, ad esempio,  decidessimo di convergere sul PET  per realizzare vassoietti e contenitori vari il cui consumo aumenta con di tendenze come un maggiore consumo di alimenti già pronti per l’uso eviteremo che vengano raccolti e selezionati per essere bruciati e alimenteremo il mercato del r-Pet.

Capisco che questa decisione possa fare imbufalire l’industria dei polimeri che verrebbero esclusi, che dovrebbero trovare sbocchi alternativi alla produzione usa e getta, ma cosa possiamo fare per ridurre il consumo di risorse e allontanare gli effetti del riscaldamento climatico se non fare di più con meno?
Purtroppo ogni misura ambientale incontra alzate di scudi sia da parte di coloro che rifiutano il cambiamento che di chi difende interessi di bottega, con l’esito che “si continua a ballare sul Titanic” pensando che il naufragio arriverà dopo di noi.

Come commentatori ben più autorevoli di me rimarcano la colpa del’inazione sul clima è condivisa tra le aziende che si limitano a fare azioni di facciata (come sostituire il materiale delle cannucce), i cittadini che non sono pronti a cambiare stili di vita e la politica, spesso appiattita sul corto-termismo, che non sa governare i processi e mediare tra i diversi interessi.

Prima parte. Segue una seconda parte dedicata agli impegni resi noti dall’industria delle bevande in relazione ad uno studio uscito in Inghilterra.

* Comunivirtuosi.org  “Imballaggi: il riciclo per la plastica (ed altri materiali) da solo non basta”.

di: Silvia Ricci

L’economia circolare dà lavoro a 575mila persone, ma nessuno la conosce (o la guida) davvero

L’economia circolare viene spesso confusa con la sola gestione e avvio a recupero dei rifiuti, che rappresenta in realtà solo una parte – benché importante – di un modello di sviluppo molto ampio, che parte dall’apice dei sistemi di produzione e consumo. Una ricerca di Ambiente Italia presentata oggi a Roma come risultato del lavoro del gruppo “Riciclo e recupero” del Kyoto club prova a dare conto di una prospettiva più ampia per quanto riguarda l’economia circolar nel nostro Paese.

Spaziando dalle azioni di prevenzione e riuso dei prodotti alle attività manifatturiere basate sui materiali di riciclo, dalle attività del ciclo idrico a quelle di servizio di noleggio e leasing, l’economia circolare italiana appare come un settore che dà lavoro a più di 575 mila persone e che vale oggi 88 miliardi di euro di fatturato e 22 di valore aggiunto, ossia l’1,5% del valore aggiunto nazionale; numeri che sostanzialmente equivalgono a quelli di tutto il settore energetico nazionale o di un settore industriale storico come quello dell’industria tessile, non molto distante dal valore aggiunto dell’agricoltura.

Lo studio, commissionato da Conai con i consorzi nazionali per il riciclo degli imballaggi (Cial, Comieco, Corepla, Ricrea) e dal Gruppo Cap, il gestore del servizio idrico della città metropolitana di Milano, sottolinea comunque che ad oggi nell’economia circolare italiana poco meno del 50% del valore aggiunto e circa il 35% degli occupati è riconducibile più specificamente alla filiera del riciclo, mentre la parte residua è essenzialmente riconducibile alla filiera della manutenzione e riparazione, con quote minori per ciclo idrico e servizi.

L’analisi di Ambiente Italia conferma come il nostro Paese possa già oggi vantare numerosi punti di forza – ma nessuna regia nazionale, purtroppo – nell’economia circolare. Secondo i dati raccolti l’economia italiana risulta in Europa l’economia più performante in materia di produttività d’uso delle risorse materiali: per ogni kg di risorsa consumata, l’Italia genera – a parità di potere d’acquisto (PPS) – 4 € di Pil, contro una media europea di 2,24 e valori tra 2,3 e 3,6 in tutte le altri grandi economie europee. Anche il tasso di “circolarità dell’economia”, fornito dalla misura del tasso di utilizzo di materia seconda rispetto alla materia prima, ci pone ai vertici europei, pur con un risultato che mostra tutti i suoi limiti: con il 18,5% di materia seconda sui consumi totali di materia l’Italia ha una prestazione largamente superiore alla media europea, il che la dice lunga sul quanto la nostra economia e quella dell’intera Unione siano lontane da un modello davvero circolare. Si tratta di una realtà che non solo pratichiamo, ma anche conosciamo ancora troppo poco.

Il rapporto di Ambiente Italia riconosce ad esempio che il vero motore dell’economia circolare e soprattutto della filiera del riciclo è l’industria manifatturiera, ma andando a indagare l’effettivo impiego di materie seconde nei propri cicli produttivi non ha potuto che basarsi su stime: «La nostra stima – con inevitabile semplificazione, talora giustificatamente, in altri casi forzando l’effettiva realtà del mercato – ha attribuito le grandezze economiche proporzionalmente alla quantità di materia seconda impiegata rispetto al prodotto del settore […] Purtroppo, l’aleatorietà di alcuni dati ci ha permesso di considerare solo l’impiego produttivo di circa 33 milioni di tonnellate di materia rispetto alle 46 milioni di tonnellate lavorate al netto delle esportazioni. Non sono state considerate neanche gli impieghi (minori, ma non irrilevanti) cosiddetti “open loop”, cioè in distinte filiere produttive rispetto a quelle originarie».

Il vero problema è che le buone performance registrate dall’economia circolare nazionale difettano di una regia nazionale che possa mettere pienamente a frutto le potenzialità del Paese: secondo Ambiente Italia «l’economia italiana risulta in Europa l’economia più performante in materia di produttività d’uso delle risorse materiali e di circolarità di materia. Non è un risultato ovvio, né verosimilmente percepito. Eppure, è un risultato che si conferma nel tempo e che, per certi versi, si accelera. Anche se sembra più il risultato di una fortunata combinazione di spinte e necessità dell’economia e di comportamenti personali, piuttosto che l’esito consapevole di politiche e culture pubbliche e private».

Il precedente Governo nazionale aveva iniziato a metterci una toppa predisponendo il documento Verso un modello di economia circolare per l’Italia, con l’obiettivo di fornire un inquadramento generale dell’economia circolare nonché di definire il posizionamento strategico del nostro Paese sul tema. Compito che ha però lasciato al Governo successivo, ovvero quello in carica, se e quando vorrà impegnarsi su questa strada. Al momento siamo lontani, e le esigenze dell’economia circolare rimangono inascoltate.

«Riteniamo che occasioni come la presentazione di questo studio possono rappresentare un ulteriore momento di confronto per evidenziare – commenta Andrea Bianchi, direttore area Politiche industriali di Confindustria – come sia opportuno porre in essere il giusto contesto normativo, tecnologico-impiantistico ed economico per “chiudere il cerchio”, affinché i nuovi obiettivi definiti a livello europeo e che l’Italia si dovrà traguardare siano uno stimolo a migliorare ulteriormente tali performance, confermando l’auspicio contenuto nel rapporto presentato oggi, ovvero che lo sviluppo dell’economia circolare comporta necessariamente una grande trasformazione industriale».

L. A.

Fonte: Greenreport

Castel Gandolfo: l’80% è a un soffio

Poco più di due anni fa il Comune di Castel Gandolfo scelse di puntare forte sulla raccolta differenziata, abbandonando i cassonetti stradali e passando ad una raccolta porta a porta spinta. Il 14 marzo 2016 veniva assegnato il nuovo servizio di raccolta Porta a Porta progettato internamente al Comune alla ditta appaltatrice Tekneko. Contestualmente la Direzione Esecuzione del Contratto, quindi il compito di controllare che il contratto venisse eseguito correttamente, veniva affidata ad ESPER.
Il servizio, completamente domiciliarizzato prevede 3 passaggi settimanali per l’umido, due per il secco residuo e uno per le frazioni riciclabili (carta, vetro e lattine, plastica). Alle raccolte standard l’amministrazione ha voluto affiancare una raccolta trisettimanale dei tessili sanitari (pannolini e pannoloni) per utenze registrate ed aventi diritto al servizio.
Al fine di agevolare il conferimento di alcune tipologie di rifiuti da parte dell’utenza e rendere più efficienti e flessibili i servizi attivati sul territorio, il Comune di Castel Gandolfo è dotato di un Centro di Raccolta dove i cittadini possono conferire tutte le frazioni valorizzabili più alcune tipologie specifiche di rifiuti (RAEE, Pile, sfalci e potature, oli vegetali esausti).
I risultati non si sono fati attendere: ad oggi il Comune veleggia costantemente sopra quota 70% e i dati di ottobre 2018 segnano quota 79%. Un risultato che porta Castel Gandolfo fra i Ricicloni d’Italia, nell’eccellenza assoluta della Regione Lazio.

Ma la percentuale di raccolta differenziata non è il solo successo ottenuto: la quantità di rifiuti prodotti procapite ha registrato una diminuzione record. Dopo un trend di crescita costante dal 2010 (in controtendenza con i dati nazionali), ed una produzione ampiamente sopra la media nazionale (762kg/abitante anno contro i 513 di media regionale e i 496 nazionale), è scesa sotto tutte le medie di riferimento, raggiungendo i 480 kg/abitante anno nel 2018


2015
2018 *
% Raccolta differenziata 2,74%* 79,04%
Rifiuti indifferenziati a smaltimento (%) 97,26%* 21,96%
Rifiuti indifferenziati a smaltimento (kg/anno) 6.863.250 1.104.570
Rifiuti indifferenziati a smaltimento (kg/anno) per Abitante anno 741,96* 122,5
Produzione rifiuti (differenziata + indifferenziata) kg/abitante.anno 762,84* 480

*dati normalizzati ad agosto 2018

“Nel nostro territorio siamo il Comune con le migliori performances di raccolta più alte, e ne siamo estremamente soddisfatti – ci dice il sindaco Milvia Monachesi –  È una cosa che ci qualifica molto. Un risultato del quale dobbiamo ringraziare innanzitutto i nostri cittadini, veri protagonisti di questo successo, ma anche l’amministrazione tutta, a partre dall’Assessore De Angelis, l’azienda Tekneko che gestisce il servizio e la ESPER. È un risultato che si è raggiunto solo il contributo di tutti. Il risultato raggiunto però non è una ragione sufficiente per fermarsi. Possiamo senza dubbio crescere ancora. E ci sono dei punti su sui faremo meglio, in particolare sulla lotta all’abbandono di rifiuti”.

“Sono molto soddisfatto per i risultati che stiamo ottenendo – ribadisce l’assessore De Angelis – Rappresentano il frutto di un serio lavoro dell’Amministrazione Comunale e di una visione avanzata della raccolta differenziata. Il lavoro sinergico con l’azienda gestore e il DEC ci porta ad investire e cercare sempre nuovi obiettivi per migliorare la qualità della vita dei nostri cittadini, che meritano tanto rispetto e considerazione perché con il loro operato meticoloso garantiscono risultati eccellenti di raccolta differenziata. Vogliamo migliorare ancora i servizi aggiuntivi come lo spazzamento e sfalcio stradale per far sì che il decoro della nostra città rimanga una priorità ed un fiore all’occhiello”.
Anche Diego Simonetti, responsabile per Tekneko del cantiere di Castel Gandolfo esprime piena soddisfazione per i risultati raggiunti: “Un risultato che premia un lavoro di squadra tra amministrazione azienda e cittadini. Sono onorato di rappresentare questa splendida azienda in un Comune così virtuoso.  Un grazie di cuore ai miei ragazzi che mi seguono diligentemente”.

Salvatore Genova, Direttore Tecnico di ESPER e responsabile della DEC sottolinea “la piena disponibilità riscontrata in amministrazione e azienda gestore” e come ESPER “abbia cercato di rendersi disponibile oltre a quello che era il nostro mandato, mettendosi a disposizione dell’Amministrazione con la propria esperienza pluriennale nell’affiancamento di Pubbliche Amministrazioni che cercassero una via sostenibile nella gestione dei rifiuti, individuando problematiche e proponendo eventuali migliorie”.

La prossima sfida? Tutti gli interessati concordano: la tariffazione puntuale. (SC)

Differenziata dell’umido in tutta Italia entro il 2020. Lo prevede un nuovo emendamento

Entro il 2020, i rifiuti organici dovranno essereraccolti in modo differenziato su tutto il territorio nazionale. Lo prevede un emendamento M5s, a firma unica Alberto Zolezzi, approvato in commissione Ambiente della Camera al ddl di delegazione europea. L’emendamento interviene sull’articolo 15 del ddl che recepisce la direttiva Ue 851 del 2018 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio.

La VIII commissione, nel corso di una seduta notturna, ha esaminato gli emendamenti di sua competenza depositati in XIV commissione, dove dovranno tornare per essere riapprovati. Sempre sull’articolo 15, un altro emendamento Zolezzi ha aggiunto un criterio di delega per “prevedere che i rifiuti aventi analoghe proprietà di biodegradabilità e compostabilità, rispettanti gli standard europei per imballaggi recuperabili mediante compostaggio e biodegradazione siano raccolti insieme ai rifiuti organici, assicurando la tracciabilità di tali flussi e dei rispettivi dati, al fine di conteggiare il relativo riciclo organico negli obiettivi nazionali di riciclaggio dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggi”. Un’altra proposta M5s approvata ha previsto che dovranno essere predisposti standard uniformi su tutto il territorio nazionale anche su “sistemi di misurazione puntuale e presuntiva dei rifiuti prodotti”.

Ancora un emendamento Zolezzi ha poi modificato il criterio di delega che prevedeva l’assegnazione alle regioni della funzione di individuazione delle zone idonee alla localizzazione di impianti di smaltimento e di recupero, tenendo conto della pianificazione territoriale di area vasta. Con la modifica apportata, le regioni dovranno invece individuare le zone “non idonee alla localizzazione di impianti di smaltimento e di recupero, tenendo conto della pianificazione nazionale e di criteri ambientali oggettivi, come ad esempio il dissesto idrogeologico, la saturazione del carico ambientale, l’assenza di adeguate infrastrutture d’accesso”.

Fonte: E-Gazette

SAVE THE DATE – 15 novembre 2018 – Scenari futuri della rimozione dell’Amianto in Italia

ROMA – Cinquantotto milioni di metri quadri. A tanto ammonta la quantità presente ancora in Italia.
Un numero impressionante, se si pensa alla pericolosità del materiale.
Ventisei anni sono passati dalla promulgazione della legge n. 257 del Marzo 1992, che decretava la cessazione dell’impiego dell’amianto. Eppure, nel 2018, c’è ancora molto da fare sul tema. Quali sono dunque gli scenari futuri della rimozione dell’amianto in Italia?

Se ne parlerà

Giovedì 15 Novembre

durante il convegno dal titolo omonimo organizzato dal Ministero e dall’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche presso Palazzo Giustiniani a Roma.
Il MATTM ed il CNR-IIA hanno stipulato una convenzione per “Lo studio di una filiera di inertizzazione dell’amianto”, i cui risultati verranno presentati durante il convegno. L’incontro sarà inoltre l’occasione buona per fare il punto sulla situazione attuale dell’amianto nel nostro paese, ed avere un quadro chiaro dello stato dell’arte, indispensabile per affrontare il tema della bonifica e della rimozione dell’amianto da edifici e manufatti. Il convegno tratterà l’argomento “amianto” partendo dai risultati dello studio realizzato dai ricercatori del CNR-IIA sotto diversi punti di vista: dalla gestione attuale dei rifiuti contenenti amianto (ISPRA), agli aspetti sanitari (ISS), ai siti contaminati in Italia (Legambiente) e gli aspetti giuridici della questione (Guariniello).
Una volta inquadrato il problema da diverse angolazioni si proverà a trovare delle soluzioni che possano superare la discarica quale mero sito di stoccaggio dei materiali contenenti amianto in attesa di una decisione sullo smaltimento. Un primo intervento sarà dedicato alle nuove tecnologie per il riconoscimento tramite satellite ed intelligenza artificiale (CNR-IIA); seguirà una panoramica sulle tecnologie di inertizzazione dell’amianto (UNICAL). Un ultimo intervento raccoglierà le possibilità di riutilizzo del materiale inertizzato, nell’ottica di una visione di economia circolare (UniMoRe).
Nell’ultima parte del convegno una tavola rotonda di esponenti politici, per affrontare l’argomento anche dall’ottica di chi è chiamato a decidere e legiferare in materia, partendo dalla legge 257 del 1992 con uno sguardo al futuro.

Per partecipare al convegno inviare una mail all’indirizzo convegno@&lieraamianto.it

Ulteriori informazioni sono disponibili al sito www.&lieraamianto.it

Biglietti del bus in cambio di plastica. Istanbul imbocca la via del riciclo

La notizia non è una novità assoluta, ma comunque desta curiosità.

A Istanbul  sono stati installati i distributori automatici Smart Mobile Waste Transfer Machines  che prendono come pagamento le bottiglie di plastica usate, emettendo in cambio crediti utilizzabili per il trasporto pubblico. L’iniziativa dell’amministrazione di Istanbul è stata per ora avviata solo in una stazione della si potranno avere biglietti in cambio di bottiglie di plastica e lattine. Il progetto permette ai pendolari di Istanbul che usano spesso i mezzi di ricaricare le loro tessere di abbonamento ai mezzi pubblici depositando nella apposita macchina bottiglie in plastica o lattine.

I vantaggi per gli utenti saranno ovviamente economici: una bottiglietta di plastica da 330 ml accrediterà sulla propria card due centesimi turchi, una bottiglia da mezzo litro ne accrediterà tre, mentre una da 1,5 litri 9 centesimi. Un biglietto costa 2,6 lire turche, quindi ci vorranno 28 bottiglie da un litro e mezzo per averne uno gratuitamente. Le lattine di alluminio invece valgono di più della plastica: 9 centesimi turchi in cambio di una lattina da mezzo litro.

La Turchia è il terzo paese d’Europa per produzione di rifiuti, ma sta all’ultimo posto in fatto di riciclo. Istanbul ospita circa 15 milioni di persone e produce in media 17.000 tonnellate di rifiuti domestici ogni giorno, di cui 6.000 tonnellate vengono trasformati nei centri di raccolta e riciclaggio della IBB. Proprio per ovviare a questo problema, l’Istanbul Metropolitan Municipality (IBB) ha deciso di imboccare la strada dell’incentivazione economica per chi raccoglie separatamente plastica e lattine.

La soluzione non è nuova, dicevamo in apertura: già nel 2012 Pechino aveva imboccato la stessa strada. Fra il 2012 e il 2014 sono infatti state installate 2200 macchinari per la raccolta che hanno raccolto oltre 18 milioni di bottiglie*, dando in cambio, sulla base della qualità e della quantità delle bottiglie conferite piccoli pagamenti o bonus per l’acquisto di biglietti della metropolitana e credito telefonico. Numeri enormi, ma che confrontati con i 21 milioni di abitanti di Pechino, danno adito a qualche dubbio sul successo dell’iniziativa.

Resta comunque il valore educativo dell’iniziativa, in una nazione che ad oggi è la meno riciclona d’Europa. (SC)

* https://www.eco-business.com/news/two-innovators-helping-to-improve-recycling-in-china/

Ecosistema Urbano 2018

Ecco l’Italia che fa, che fa bene e spende bene: Mantova, Parma, Bolzano, Trento e Cosenza guidano la classifica del rapporto di Legambiente sulle performance ambientali delle città. Traballa il cliché del centro urbano ricco, medio-piccolo e settentrionale come luogo predestinato alla qualità ambientale: il vero divario è tra città formica, laboriose, e città cicala, che assecondano la crisi ambientale urbana.  Smog, trasporti e gestione idrica: andamento troppo lento nelle performance ambientali delle città italiane. Tra le metropoli male Torino. Malissimo Roma, Napoli, Palermo e Catania.

L’Italia del buon ecosistema urbano è principalmente l’Italia che fa, che fa bene e spende bene le sue risorse, che si evolve e pianifica le trasformazioni future, che non s’accontenta dello scenario contemporaneo, che in uno o più ambiti produce ottime performance o raggiunge l’eccellenza. È l’Italia dei capoluoghi in testa alla graduatoria di Ecosistema Urbano di quest’anno: Mantova, Parma, Bolzano, Trento e Cosenza. Ed è anche l’Italia dell’AreaC e della mobilità condivisa di Milano, della gestione dei rifiuti di Oristano, Parma, Trento, Mantova, Treviso e Pordenone, della tramvia di Firenze (e magari in prospettiva quella dell’ambiziosa rete su binari di Palermo), che contiene lo spreco di acqua come Macerata e Monza, che investe sul solare come Padova, che teleriscalda 6mila studenti delle superiori come ha fatto Udine esattamente un anno fa. O ancora è quella parte di Paese che amplia gli spazi a disposizione dei pedoni come ha fatto Firenze, che allarga come Bergamo la Ztl fino a farla diventare la più estesa d’Italia o diventa bike friendly come Ferrara, Reggio Emilia, Bolzano con la sua ciclopolitana e Pesaro con la bicipolitana.

Attenzione a non leggere queste esperienze come casi isolati, best practice solitarie. Se è vero che persiste, ben salda, l’altra faccia della medaglia (i capoluoghi a tutt’oggi in allarme ora per smog e congestione, ora per i rifiuti o l’acqua) è altrettanto evidente una dinamicità, un cambiamento, uno sforzo di uscire dal passato che ha contaminato diverse città, che è ben strutturato e ha bisogno di essere sostenuto e agevolato.

È in sintesi la fotografia scattata da Ecosistema Urbano, l’annuale rapporto diLegambiente, giunto alla sua venticinquesima edizione, presentato oggi a Milano e realizzato con il contributo scientifico di Ambiente Italia, la collaborazione editoriale de Il Sole 24 ore e con un contributo di Ispra sui corpi idrici.

Quella urbana è grande questione nazionale. E non si può lasciare solo alla capacità e alla buona volontà di questo o quel sindaco la scelta se affrontare o meno – e con efficacia – criticità, inefficienze, emergenze. Dalle amministrazioni locali si deve certamente pretendere molto più coraggio, molta più discontinuità e capacità di innovazione, ma nello stesso tempo è il Paese che deve fare un investimento politico ed economico e mettere tra le priorità di governo un piano per traghettare le città, tutte insieme e non una alla volta, al di là delle secche.

«Serve un governo delle città a livello nazionale – sottolinea Stefano Ciafani, presidente di Legambiente -Non bisogna rispolverare il ministero delle Aree urbane di 30 anni fa, quanto piuttosto una politica governativa trasversale sulla riconversione ecologica delle città che guidi in modo sinergico le azioni dei vari dicasteri a vario titolo coinvolti, dall’Ambiente alle Infrastrutture, dalla Salute ai Trasporti, fino ad arrivare allo Sviluppo economico. Su alcuni fronti le politiche ambientali nelle nostre città migliorano anche in modo inaspettato, come nel caso dei rifiuti e dell’economia circolare, su altri, ancora troppi, c’è molto da lavorare. Spesso è stata l’Europa a costringerci a darci da fare e a spingerci verso buone politiche ambientali. Se Milano ha inaugurato il suo primo depuratore 15 anni fa è grazie alla condanna europea. Se Roma 5 anni fa ha chiuso finalmente la discarica di Malagrotta, lo dobbiamo alle multe comunitarie. Il nostro auspicio però è che nel futuro non ci sia più bisogno di condanne alla Corte di giustizia europea ma che si possa contare su una strategia nazionale all’avanguardia, come fatto ad esempio sulle leggi italiane per la lotta all’inquinamento da plastica, più volte copiate nella UE. Speriamo che questo possa avvenire non solo per le politiche urbane ma per tutte quelle ambientali del nostro Paese”.

«Ci sono evidenti comportamenti dinamici di una parte dei centri urbani – aggiunge Alberto Fiorillo, responsabile aree urbane di Legambiente e curatore insieme a Mirko Laurenti e Lorenzo Bono del report – e una stasi altrettanto chiara in altri che ci porta a distinguere due specie distinte, due categorie opposte, diverse da quelle solite nord-sud, grandi-piccoli, ricchi-poveri. Da una parte città formica, laboriose, che non s’accontentano, dall’altra città cicala, che cantano future trasformazioni e in realtà assecondano la crisi ambientale urbana anziché cercare di correggerla. Insomma il cliché, valido in passato, del centro urbano medio-piccolo del nord come luogo predestinato alla qualità ambientale non è più universalmente valido Lo dimostrano i balzi avanti della metropoli Milano e della meridionale Cosenza. Non più liquidabili come singole eccezioni, dal momento che Ecosistema Urbano registra prestazioni positive anche a Oristano, Macerata, Pesaro».

E sono proprio queste città cicala a fare da zavorra a una rapida e positiva evoluzione della qualità ambientale urbana. Infatti la sfida per migliorare lo stato di salute delle città italiane procede troppo a rilento e per di più è ancora affidata alla lungimiranza e alla buona volontà del sindaco di turno. Più in generale di fronte alle difficili sfide della lotta ai cambiamenti climatici, della riduzione di tutti gli impatti ambientali, della tutela della salute e della maggiore vivibilità delle città italiane, ancora non ci siamo.

Quest’anno in coda alla classifica di Ecosistema Urbano si piazzano Catania, Agrigento e Massa. Mentre uno sguardo alle grandi città mostra situazioni altalenanti. Nella prima edizione del report, nel ’94 Milano occupava la penultima posizione, peggio faceva solo Napoli, all’ultimo posto. Lo scorso anno Milano era 31esima, oggi è 23esima. Napoli è rimasta negli anni stabilmente nella parte bassa della graduatoria, Roma è ripiombata in basso a partire dal 2010 dopo un’ascesa che l’aveva portata nel gruppo delle prime trenta,Torino addirittura quarta nel ‘98 e nona l’anno successivo e poi, da oltre dieci anni, sempre abbondantemente sotto la sufficienza.

Novità di quest’anno è l’analisi della capacità dei Comuni di smaltire i propri rifiuti nel proprio territorio che sarà oggetto di un approfondimento completo il prossimo anno. Per ora pubblichiamo un’anticipazione dello spazzatour – il viaggio dei rifiuti verso luoghi lontani da quello dove sono stati prodotti. Ebbene la Capitale fa fare ai propri rifiuti un vero e proprio giro turistico in Italia e all’estero: ad esempio i resti di un’insalata consumata vicino al Colosseo possono arrivare a centinaia di km di distanza e complessivamente decine di migliaia di Tir e convogli ferroviari nel 2017 disperdono scarti romani verso la Lombardia, l’Emilia Romagna, la Puglia, il Veneto o addirittura oltre confine. Elaborando i dati Ama stimiamo che su 100 sacchetti di spazzatura gettati dai romani ben 44 vengano portati a spasso verso altre province e regioni. Anche Milano è protagonista di un eccessivo e negativo ricorso all’export, percentualmente analogo a quello capitolino. Unica differenza ma rilevante: il raggio dello spazzatour meneghino è decisamente più contenuto.

Una selezione di singole buone pratiche legate a Ecosistema Urbano saranno premiate da Legambiente a Rimini nel corso di Ecomondo (8 novembre): un’occasione per segnalare esperienze che hanno il pregio di introdurre significativi cambiamenti in ambiti specifici e che potrebbero essere riprodotte in altre realtà locali. Un’ultima notazione riguarda l’ampliamento dei temi affrontati. Con questa edizione del report abbiamo raccolto dati statistici sull’accessibilità dei capoluoghi in collaborazione con la Fondazione Serono.  Una prima analisi, la prima anche per l’Italia, sarà pronta nei primi mesi del 2019 e speriamo diventi la base per stimolare la costruzione di città universalmente fruibili. Nella convinzione che una città attenta alle esigenze delle persone con esigenze speciali è una città migliore. Per tutti.

CLASSIFICA FINALE ECOSISTEMA URBANO 2018

Pos.

Città

Pos.

Città

Pos.

Città

1

Mantova

78,14%

36

Nuoro

58,05%

71

Lecco

48,13%

2

Parma

76,83%

37

Vercelli

57,97%

72

Foggia

47,96%

3

Bolzano

74,27%

38

Ferrara

56,34%

73

Novara

47,26%

4

Trento

73,82%

39

Siena

55,95%

74

Reggio Calabria

46,30%

5

Cosenza

71,42%

40

Benevento

55,91%

75

Pescara

46,12%

6

Pordenone

71,06%

41

Forlì

55,58%

76

Avellino

45,81%

7

Belluno

68,94%

42

Catanzaro

55,38%

77

Campobasso

45,30%

8

Treviso

68,56%

43

Cuneo

55,29%

78

Torino

45,27%

9

Macerata

67,85%

44

Ravenna

55,14%

79

Grosseto

45,13%

10

Bologna

67,01%

45

Cagliari

54,85%

80

Bari

44,84%

11

Verbania

66,97%

46

Arezzo

54,65%

81

Caltanissetta

44,67%

12

La Spezia

65,37%

47

Terni

54,56%

82

Taranto

44,14%

13

Oristano

65,25%

48

L’Aquila

54,08%

83

Enna

44,11%

14

Venezia

65,21%

49

Vicenza

53,89%

84

Messina

43,60%

15

Biella

64,54%

50

Pavia

53,58%

85

Pistoia

43,08%

16

Rimini

64,27%

51

Padova

52,97%

86

Ragusa

42,47%

17

Pesaro

63,81%

52

Livorno

52,65%

87

Roma

42,38%

18

Bergamo

62,19%

53

Asti

51,94%

88

Rovigo

42,36%

19

Udine

62,03%

54

Salerno

51,47%

89

Napoli

42,13%

20

Teramo

61,94%

55

Varese

51,46%

90

Imperia

42,03%

21

Savona

61,64%

56

Isernia

51,42%

91

Matera

41,46%

22

Cremona

61,60%

57

Caserta

51,18%

92

Crotone

40,62%

23

Milano

60,95%

58

Piacenza

51,06%

93

Potenza

40,14%

24

Reggio Emilia

60,70%

59

Sassari

51,00%

94

Alessandria

39,95%

25

Sondrio

59,82%

60

Viterbo

50,99%

95

Latina

38,02%

26

Pisa

59,75%

61

Rieti

50,36%

96

Vibo Valentia

37,51%

27

Lucca

59,50%

62

Como

50,08%

97

Trapani

37,00%

28

Perugia

59,34%

63

Lecce

50,05%

98

Monza

36,77%

29

Trieste

59,26%

64

Chieti

49,88%

99

Siracusa

35,08%

30

Gorizia

58,83%

65

Modena

49,85%

100

Palermo

34,93%

31

Brescia

58,66%

66

Prato

49,47%

101

Frosinone

33,95%

32

Aosta

58,54%

67

Verona

48,74%

102

Massa

33,85%

33

Firenze

58,53%

68

Ascoli Piceno

48,45%

103

Agrigento

33,67%

34

Ancona

58,47%

69

Genova

48,42%

104

Catania

30,88%

35

Lodi

58,08%

70

Brindisi

48,39%

Fonte: Legambiente, Ecosistema Urbano (Comuni, dati 2017) – Elaborazione: Ambiente Italia

Scarica Ecosistema Urbano 2018

Toscana: cresce la differenziata; Capannori è l’eccellenza

La Regione Toscana ha appena pubblicato i dati certificati riguardo all’andamento della raccolta differenziata a livello regionale.

È salita di quasi 3 punti rispetto al 2016 la percentuale di raccolta differenziata e la produzione di rifiuti non differenziati è calata in modo sostanziale. Nel dettaglio, la percentuale della raccolta differenziata a scala regionale di attesta al 53,9%, con un incremento di 2,9 punti rispetto all’anno precedente. La produzione di rifiuti urbani è stata pari a 2,24 milioni di tonnellate in diminuzione del 2,9% rispetto all’anno precedente (- 67.000 tonnellate) con il dato pro capite che è passato da 617 a 600 kg/abitante (pur sempre un quantitativo molto elevato in confronto ai 497 kg/abitante anno medi a livello nazionale). Molto positiva la sostanziale diminuzione, pari a circa 98.000 t, della parte non differenziata dei rifiuti.

“I dati certificati – commenta l’assessore Federica Fratoni – ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta e le risorse messe a disposizione dalla Regione pari a 30 milioni di euro saranno utili a spingere in avanti le performance, così da raggiungere nei tempi stabiliti l’obiettivo che siamo posti di 70% di raccolta al 2020. Nei dati mi preme sottolineare – prosegue Fratoni – il calo dell’indifferenziato e quello della stessa produzione generale pro capite, a dimostrazione che la raccolta differenziata porta come effetto indotto la diminuzione di rifiuti”.*

Maglia nera della Toscana il Comune di Abetone Cutignano con duemila abitanti e 12 % di differenziata ma anche altri comuni ben più conosciuti, ad esempio Orbetello, sono fermi al 15% ed i peggiori capoluoghi rimangono Grosseto (34%) e Massa (32%).

A guidare invece la classifica dei virtuosi è tornato il Comune di Capannori che con un eccellente 88,1% mostra ancora una volta l’importanza di un lavoro continuo per mantenere alte la partecipazione e le performance ambientali. Questo risultato mostra anche la centralità del meccanismo della tariffazione puntuale (implementata con la collaborazione di ESPER) che, quando ben strutturata, spinge continuamente verso il miglioramento i comportamenti delle famiglie e delle imprese. Non è un caso che le altre amministrazioni che con Capannori condividono il podio ed i primi posti, abbiano attivato meccanismi di tariffazione puntuale per le utenze in funzione dei rifiuti non riciclabili prodotti.

 

*fonte: e-Gazette