DL Aiuti ter: importanti novità sui commissariamenti

Da venerdì 16 settembre, con l’approvazione del DL Aiuti ter da parte del Consiglio dei Ministri, il Governo avrà la possibilità di sostituirsi ai Comuni che non realizzano impianti di trattamento dei rifiuti in virtù dell’articolo 23 del Decreto Legge che recita: Nei procedimenti autorizzativi non di competenza statale relativi a opere, impianti e infrastrutture necessari ai fabbisogni impiantistici individuati dal Programma nazionale per la gestione dei rifiuti e dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, ove l’autorità competente non provveda sulla domanda di autorizzazione entro i termini previsti dalla legislazione vigente, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della transizione ecologica, assegna all’autorità medesima un termine non superiore a quindici giorni per provvedere”,

il DL prosegue affermando che: “In caso di perdurante inerzia, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro della transizione ecologica, sentita l’autorità competente, il Consiglio dei ministri nomina un commissario ad acta, al quale attribuisce, in via sostitutiva, il potere di adottare gli atti o i provvedimenti necessari”.

Si evince quindi che il Consiglio dei ministri può esautorare gli enti locali in modo da poter agire direttamente relativamente alle autorizzazioni per la costruzione di nuovi inceneritori, centri di trattamento dei rifiuti urbani, centrali eoliche e fotovoltaiche, andando oltre quelli che sono i veti paesaggistici espressi dalle locali Soprintendenze del Ministero della Cultura.

Tale scelta ripropone quindi il modello operativo dei commissari ad acta, molto utilizzato in passato da vari governi per affrontare una moltitudine di situazioni di emergenza in alcune regioni del centro e sud Italia. Lecito quindi attendersi posizioni contrapposte in merito alla reale efficacia di tale strategia. Alcune relazioni ed alcuni studi hanno infatti documentato l’esito assai poco soddisfacenti di diversi precedenti commissariamenti nel settore della gestione dei rifiuti. I commissariamenti delle Regioni Sicilia e la Campania possono costituire un esempio da esaminare attentamente. Si deve infatti considerare che spesso i commissari hanno operato in un clima ostile o di scarsa collaborazione.

Nel DL Aiuti vi sono inoltre importanti novità riguardo il fronte dell’economia circolare. Viene infatti stabilita la necessità di costituire a breve l’Organismo di vigilanza dei consorzi e dei sistemi autonomi per la gestione dei rifiuti, degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggi, composto da due rappresentanti del Ministero dello sviluppo economico, due del Ministero della transizione ecologica, uno dei due con funzioni di Presidente, un rappresentante dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, un rappresentante dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, un rappresentante dell’Associazione nazionale dei comuni italiani. Il funzionamento di questo Organismo verrà stabilito con un regolamento ministeriale che dovrà essere emanato dal MiTE.

L’UE boccia (di nuovo) l’Italia su rifiuti e smog

Presentata la valutazione dell’attuazione ambientale (EIR), il documento che valuta come l’Italia applica le norme UE: la Commissione ci boccia su rifiuti e smog, mentre ritiene incoraggianti i passi avanti del nostro Paese per l’economia circolare

Norme ambientali europee, dove stiamo sbagliando?
Nel documento di valutazione dell’attuazione delle norme ambientali europee il nostro Paese non presenta buone performance: la Commissione UE boccia l’Italia su rifiuti e smog.

I nostri punti deboli restano la gestione dei rifiuti, la qualità dell’aria e la definizione delle aree protette, mentre Bruxelles ci incoraggia a proseguire nel percorso intrapreso su economia circolare e piani per i bacini idrografici, anche alla luce dei miglioramenti che potrebbero arrivare dall’attuazione del Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza.

Sono già 18 le procedure di infrazione che la Commissione ha aperto verso l’Italia negli anni, e la metà di queste potrebbero concretamente diventare sanzioni pecuniarie perché sono già in una fase avanzata dell’iter che può portare alla Corte di Giustizia Europea. Non sarebbe la prima volta. Ad oggi sono stati comminati milioni di euro di multe per l’emergenza rifiuti in Campania, per la presenza di discariche illegali sul territorio nazionale e per le attività di scarico di acque reflue in aree sensibili: a partire dal 2015, siamo già stati multati per più di 620 milioni di euro.

L’UE boccia l’Italia su rifiuti
Già negli anni passati la Commissione aveva invitato il nostro paese ad adeguarsi alle norme comunitarie in particolare su una serie di aspetti:

in materia di gestione dei rifiuti urbani, perché si limitasse progressivamente il conferimento in discarica a favore di uno sviluppo della raccolta differenziata, soprattutto al Sud;
nel trattamento delle acque reflue, richiedendo maggiori investimenti in strutture adibite a gestirlo in maniera efficace;
nella riduzione di particolato (PM10 e PM2,5) e di biossido di azoto, intervenendo sulla riduzione del traffico;
nel completamento dell’individuazione dei siti marini di conservazione speciale, nell’ambito del programma Natura 2000, con la designazione di obiettivi specifici di conservazione per ogni sito;
in generale, nel migliorare l’efficienza con cui vengono impiegate le risorse destinate alla protezione ambientale.
Negli ultimi anni il nostro Paese ha compiuti diversi sforzi e, per molti ambiti, ha migliorato le proprie performance ma, anche a questo esame, l’UE boccia nuovamente l’Italia proprio su rifiuti e smog. Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti urbani, ci dice la Commissione, abbiamo ancora troppe carenze: gli esempi citati sono sotto gli occhi di tutti, dal numero ancora troppo elevato delle discariche alla situazione di emergenza in Campania.

Potrebbero aiutarci, in questo senso, i fondi del PNRR, che potranno supportare una nuova strategia nazionale per l’economia circolare e un programma nazionale di gestione dei rifiuti.

Male anche la qualità la protezione delle aree naturali e la qualità dell’aria
La Commissione ha inoltre segnalato che il nostro Paese è ancora indietro nella designazione delle aree marine protette per la rete Natura 2000. In generale, da Bruxelles ci giunge un monito a migliorare la conservazione degli habitat e delle specie protette dall’Unione, pianificando investimenti strategici ad hoc. Investimenti che la Commissione teme non siano all’orizzonte, sottolineando come “Nel PNRR non sono previsti fondi sufficienti a sostegno della biodiversità per finanziare queste esigenze; di conseguenza l’importo mancante deve essere compensato attingendo ad altri fondi UE e fonti nazionali”.

Ancora troppo limitati sono ritenuti i progressi effettuati per quanto riguarda la qualità dell’aria e la riduzione delle emissioni. Il documento sottolinea anzi come nel 2020 siano proseguiti gli sforamenti dei valori limite di PM10 e NO2. La Commissione sollecita molto su questo punto, facendo presente che il 20% delle risorse del nostro PNRR sia destinato a energia e trasporti sostenibili e come a Bruxelles ci si aspetti che queste misure incidano sul miglioramento della qualità dell’aria. Il documento inoltre sollecita il nostro Paese a valutare ulteriori strumenti, come spostare la tassazione dal lavoro agli imponibili ambientali, ed eliminare i sussidi ambientalmente dannosi.

Male anche la gestione delle acque reflue urbane, per le quali servono maggiori investimenti per risanare molti punti critici, soprattutto al nord Italia, e per intervenire per un miglioramento delle acque potabili nel Lazio. In generale risulta scadente o molto scadente lo stato di diversi descrittori marini e molto allarmante il livello di consumo, soprattutto al Sud, di acqua in agricoltura.

Fonte: Rinnovabili.it

Acidificazione dell’acqua e degrado della plastica: fenomeni collegati

Si è sempre pensato che il fenomeno di progressiva acidificazione degli oceani fosse causato solo dall’aumento della CO2 nell’atmosfera ma, secondo uno studio dell’Institut de Ciències del Mar di Barcellona, tale fenomeno non è l’unica causa di questa problematica. Secondo tale studio il calo del pH negli oceani sarebbe infatti determinato in parte dalle plastiche presenti nelle acque di tutto il mondo. I ricercatori sono riusciti a dimostrare che nelle zone altamente inquinate da plastica, il degrado del materiale porterà ad un crollo del pH di 0,5 unità. Questo fenomeno avviene per effetto dei raggi ultravioletti del sole che invecchiano e degradano qualsiasi tipo di materiale plastico in varie microplastiche. Il tempo di esposizione al sole gioca un altro ruolo fondamentale poiché, più i polimeri vengono sottoposti all’irraggiamento, più il livello di degradazione cresce, portando ad un rilascio maggiore di composti chimici in acqua. Composti che non appartengono solo al polimero di base ma che possono essere anche additivi per migliorarne le qualità, il colore o varie altre caratteristiche. Lo studio risulta quindi utile anche per capire l’importanza della pulizia degli oceani dalle plastiche che, rimanendo tanto tempo esposte agli agenti degradanti, rilasciano in maniera esponenziale sempre più sostanze inquinanti nelle acque.

Da mascherine e guanti nasce un nuovo asfalto plastico

Il nome Supra a tanti appassionati di auto fa subito balzare in testa il nome di un mito dell’automobilismo ma, da oggi, S.U.P.R.A. diventa anche il nome di ciò su cui questa auto sfreccia. Dall’idea e dal progetto di 3 atenei, E-Campus, Tuscia di Viterbo e Università di Bologna, nasce un nuovo asfalto denominato “Single Use Ppe Reinforced Asphalt”, che identifica un materiale rinforzato dall’uso di mascherine e guanti in lattice o plastica, oggetti che oggigiorno si buttano nei rifiuti indifferenziati e che finiscono il loro ciclo con lo smaltimento in discarica o negli inceneritori. Questi oggetti vivono una nuova vita grazie ad un processo di recupero dei materiali, molto utili per rendere il tradizionale asfalto più duraturo e di una qualità maggiore, tutto ciò significa un risparmio per le varie amministrazioni ed anche un utilizzo minore di materie prime.

I record di Fiumicino: «se ce l’abbiamo fatta noi…»

Dal 38 per cento del 2016 all’attuale 80, il Comune di Fiumicino ha scalato a passo di carica la montagna della raccolta porta a porta, dopo aver liquidato la municipalizzata ed esternalizzato il servizio perché la «differenziata stradale non funzionava, non portava miglioramenti e non permetteva di controllare la qualità dei rifiuti». Più che da quelli, però, la montagna era rappresentata dalla stessa fisionomia della città alle porte di Roma, fatta di aree densamente abitate e di zone rurali: estendere il porta a porta a tutti gli 85 mila concittadini, superando le diversità urbanistiche e logistiche, per il trentenne Enzo Di Genesio Pagliuca, vicesindaco Pd e consigliere dal 2011, è stata la vera palestra politica. Tante le difficoltà, racconta, ma tutte superate sul campo, sperimentando e collaborando, caso per caso, o meglio, casa per casa.

«Nelle zone a maggior densità —sottolinea il vicesindaco Pagliuca—, come il nuovo quartiere San Leonardo, tra palazzi di dieci piani con centinaia di appartamenti, dove era difficile fare accettare i bidoni condominiali, i condòmini si sono messi d’accordo, distribuendosi i compiti per radunare e poi esporre all’esterno i rifiuti che in un primo tempo andavano accumulandosi negli androni. Il meccanismo oggi funziona come un orologio. Nella zona rurale i problemi della raccolta erano anche più imprevedibili, legati alla frequenza, all’effetto della temperatura sui rifiuti, all’opera degli animali, ma anche lì abbiamo preso le misure». Per un comune turistico, oltretutto, i problemi si moltiplicano nrel periodo estivo. «Fiumicino ha 800 strutture di somministrazione, tra ristoranti e stabilimenti balneari, cui si aggiungono i rifiuti di due milioni di turisti all’anno: un carico che stiamo imparando a fronteggiare, calibrando le forze in base alle previsioni».

— Ma i costi di un porta a porta così spinto?

«Milioni di euro in più, ma vendiamo i materiali separati ai consorzi che li riciclano. Così, negli ultimi nove anni, da quando il centro-sinistra guida il Comune, siamo riusciti a non alzare di un centesimo la Tari, senza contare che Fiumicino è vistosamente più pulita e, aggiungo, che la differenziata domestica è fondamentale per educarci alla gestione consapevole dei rifiuti. In ogni caso, non dimentichiamo che 13 anni fa, quando chiuse la discarica di Malagrotta, l’indifferenziato, che era quasi il totale dei rifiuti conferiti, ci costava 70 euro a tonnellata, e ora ne costa quasi 200. Se non lo avessimo ridotto dell’80 per cento, la spesa sarebbe insostenibile».

— L’aeroporto Leonardo da Vinci come viene gestito?

«Per fortuna gestisce in modo indipendente i rifiuti dei suoi 44 milioni annuali di arrivi».

—Vi siete avvalsi di consulenti esterni?

«Sì, in particolare di E.S.P.E.R, che ci ha seguito a lungo ed anche attualmente, prima come supporto tecnico per lo sviluppo del progetto, poi come direzione per l’esecuzione del contratto. Professionisti del settore molto qualificati che operano solo per soggetti pubblici e che hanno curato anche la redazione del Piano regionale per la gestione dei rifiuti».

— Dove sono stati più utili?

«Nella corretta gestione della plastica in particolare, anzi, delle plastiche. Sono i materiali che ormai incidono di più sui costi, perché sono i più voluminosi».

— E la tariffazione puntuale, cioè ‘pago-per-i-rifiuti-che-produco’?

«È un passaggio importante per raggiungere i nostri prossimi obiettivi, che sono l’ulteriore riduzione sia della quota di rifiuti indifferenziati, sia della Tari, attraverso un sistema di sconti, legati, ad esempio, all’uso delle compostiere, all’età, al reddito, al numero di componenti la famiglia. La tariffa a volume è prevista nel nuovo piano rifiuti regionale, insieme a una forte campagna di informazione. Partirà dopo l’estate per le utenze commerciali, che ne avranno anche un vantaggio economico, perché prima, quando superavano una certa quantità, erano costrette a stipulare contratti a parte, mentre così non ci saranno limiti. Poi sarà allargata alle utenze domestiche».

— Inceneritori?

«Non ci servono, puntiamo a diminuire lo scarto migliorando la selezione, specie quella più problematica dei vari polimeri plastici, ma anche quella degli scarti umidi che oggi costa da smaltire ben 130 euro a tonnellata. Per questo, abbiamo deciso di girare al gestore i proventi della vendita dei materiali riciclati».

— Come combattete ‘Sacchetto Selvaggio’?

«La rimozione è compresa nel nuovo contratto con la ditta. Questo, insieme alle fototrappole, servirà a tenere pulite le strade e a disincentivare eventuali interessi di parte che contribuiscono ad aumentare il fenomeno».

— Giusto a un tiro di sacchetto da qui, c’è Roma, della quale Fiumicino faceva parte fino al 1992. Un paragone è inevitabile…

«Con tutte le differenze e le difficoltà della Capitale, il nostro Comune, per la sua estensione, la varietà ambientale — comprende anche riserve naturalistiche e archeologiche — e la complessità urbanistica e sociale, rappresenta un modello plausibile dei problemi di una grande città. Va anche detto che l’integrazione è essenziale: il nostro nuovo impianto per gli umidi, a Maccarese, potrà accogliere sessantamila tonnellate, di cui diecimila di Fiumicino e il resto a disposizione dei comuni vicini. Insomma, mi sembra di poter dire che se ce l’abbiamo fatta noi…».

A cura di Igor Staglianò

Nuovi CAM per la raccolta dei rifiuti

Il 5 agosto è stata pubblicata la Gazzetta Ufficiale n° 182, nella quale si è ritenuto opportuno revisionare ed aggiornare il decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare del 13 febbraio 2014 con cui erano stati pubblicati per la prima volta i Criteri Ambientali Minimi (abbreviato usualmente in CAM). Questo aggiornamento mira principalmente a massimizzare qualità e quantità della raccolta differenziata, stando però attenti anche a prevenire la produzione di rifiuti anche grazie alla diffusione di beni riciclati o contenenti materiale riciclato.

Nelle 63 pagine che compongono il documento si leggono molte novità che dovranno essere introdotte per l’affidamento dei servizi di igiene urbana quali, ad esempio, l’uso di sacchetti coerenti al rifiuto che contengono (plastica con plastica e carta e con carta ecc.). Emerge inoltre una particolare attenzione per la percentuale minima di materiale riciclato da utilizzare nella produzione di contenitori per la raccolta dei rifiuti e l’introduzione di criteri premianti.

Sono previsti nuovi standard qualitativi anche per il materiale raccolto che saranno più elevati per la raccolta monomateriale, più contenuti per il multimateriale mentre per la raccolta differenziata della carta viene imposta esclusivamente la raccolta monomateriale.

Particolare attenzione è stata usata anche nel caso della raccolta delle pile, dei RAEE, dei farmaci ed oli esausti, che dovranno essere raccolti non solo grazie a contenitori pubblici ma anche con eventi temporanei oppure occasionali.

Per i centri di raccolta sarà importante disporre di un sistema di monitoraggio al fine di poter acquisire dati sull’effettivo recupero di materia rispetto alla sola percentuale di raccolta differenziata. Tali dati dovranno essere poi inseriti in un rapporto annuale che verrà reso disponibile alla stazione appaltante solo dopo due mesi dalla presentazione del MUD.

Irlanda: al via ad ottobre un Sistema Cauzionale per bottiglie e lattine

Tutto pronto in Irlanda per la partenza con il primo ottobre del Sistema di Deposito Cauzionale mirato alla riduzione delle quantità di bottiglie di plastica e lattine che vengono attualmente smaltite invece che riciclate.

Con l’introduzione di un Sistema Cauzionale anche in Irlanda dal primo ottobre saliranno a 15 i paesi europei che si sono dotati di un DRS. In Irlanda il sistema sarà gestito da “Deposit Return Scheme Ireland “(DRSI), una società senza scopo di lucro istituita a fine luglio con decreto del ministro dell’ambiente Eamon Ryan, costituita da produttori di bevande affiliati all’Irish Beverage Council (IBEC).

Nel corso del 2023 l’operatore del sistema irlandese DRSI svilupperà ulteriormente la sua infrastruttura informatica e finanziaria che si occuperà della raccolta dei contenitori vuoti e della restituzione del deposito cauzionale ai consumatori, attraverso una rete incrementabile di reverse vending machine (RVMs) presenti presso i rivenditori di bevande. Il DRS irlandese interessa le bottiglie in plastica (sino a 3 lt) e le lattine in alluminio, ma non le bottiglie in vetro, a differenza di quanto avviene nella maggior parte dei paesi europei che hanno adottato tale sistema.

“La stima più generosa che si possa fare sugli attuali tassi di raccolta è che raccogliamo circa il 60% delle bottiglie in PET. Probabilmente la percentuale è molto più bassa, circa il 30%. Un Sistema Cauzionale è il miglior meccanismo per raggiungere il tasso di raccolta del 90% di raccolta al 2029″, ha dichiarato Colin O’Byrne, project manager dell’organizzazione ambientalista Voice. L’ Ong ha lanciato tempo fa una specifica campagna, Return for Change proprio per spingere il governo ad introdurre un DRS come primo passo per affrontare il problema del littering e migliorare le scarse prestazioni di raccolta degli imballaggi.

In attesa dell’arrivo di un sistema nazionale alcune insegne della distribuzione organizzata e della ristorazione hanno già introdotto su base volontaria un deposito cauzionale su alcuni contenitori di bevande in vendita installando delle RVM nei loro punti vendita per permettere il recupero del deposito.

E’ questo il caso dell’insegna Lidl nei punti vendita di Glenageary (Dublino) e Claremorris; oppure Aldi nel negozio di Mitchelstown. Anche Boojum, catena di ristoranti messicani, collocato un distributore automatizzato nel suo ristorante di South Great George’s Street dove è possibile conferire bottiglie di plastica e lattine di alluminio.

Fonte: A Buon Rendere

Rifiuti tessili, dal consorzio Ecotessili un progetto pilota di raccolta

In attesa dei decreti attuativi i distributori e gli importatori di prodotti tessili si stanno attivando per avviare una filiera dedicata

La filiera per la raccolta, riutilizzo e riciclo dei rifiuti tessili si sta organizzando. In attesa di conoscere le modalità operative che saranno introdotte con i decreti attuativi, i produttori, i distributori e gli importatori di prodotti tessili si stanno attivando per avviare una filiera dedicata. Ecotessili, consorzio nato per la gestione del fine vita dei prodotti tessili, promosso da Federdistribuzione e da importanti insegne aderenti alla Federazione della distribuzione moderna e costituito nell’ambito del Sistema Ecolight – al quale fanno riferimento anche i consorzi Ecolight (per la gestione dei RAEE e delle pile), Ecopolietilene (per la gestione dei rifiuti da beni in polietilene), Ecoremat (per la gestione di materassi e imbottiti a fine vita) e la società operativa Ecolight Servizi – si pone in prima linea in questa nuova sfida, con l’obiettivo di mettere in campo modalità di raccolta di questi prodotti che garantiscano la tracciabilità e la circolarità ambientale, con la massima efficienza possibile.

In autunno darà vita a un progetto pilota di raccolta che vedrà il coinvolgimento di realtà già oggi impegnate nella gestione dei prodotti tessili dismessi, iniziativa che andrà a inserirsi nelle azioni per la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), in programma dal 19 al 27 novembre e dedicata proprio ai rifiuti tessili.

«In attesa del quadro operativo di riferimento, il consorzio si sta attivando per individuare delle modalità di raccolta dei tessili che possano essere efficienti ma soprattutto efficaci – annuncia il direttore generale di Ecotessili, Giancarlo Dezio -. Di fatto, il primo passo per una gestione corretta di queste tipologie di prodotti dismessi, per impostare una raccolta che sia capillare e di qualità. In collaborazione con alcuni importanti partner, stiamo lavorando su un progetto pilota che possa tracciare un percorso in questo nuovo sistema di raccolta, riutilizzo, riciclo».

I rifiuti tessili in circolazione sono molti: secondo l’ultimo rapporto pubblicato da McKinsey, “Scaling textile recycling in Europe – turning waste into value”, ogni cittadino europeo produce più di 15 kg di rifiuti tessili in un anno e questi hanno prevalentemente come destinazione finale la discarica o l’inceneritore.Il consorzio Ecotessili inoltre sta registrando in questo momento un importante incremento dei propri consorziati.

«È il segno tangibile dell’attenzione che c’è da parte delle aziende del settore al tema della corretta gestione dei rifiuti – osserva il dg -. È un’attenzione che non risponde solamente all’obbligo normativo che affida a produttori e distributori la responsabilità della gestione dei rifiuti derivanti dai loro prodotti, ma è indice di una crescente sensibilità nei confronti dei temi ambientali, in un contesto di reale transizione ecologica».

Fonte: Il Sole 24 Ore

SDG: scarso impatto sulle politiche pubbliche

Un Rapporto (meta-analisi) scritto da un team internazionale di 61 ricercatori, coordinati dall’Università di Utrecht, che hanno attinto ad oltre 3.000 studi scientifici, e che costituisce la prima valutazione completa dell’impatto politico degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG), evidenzia come sia stato finora prevalentemente “discorsivo”, non si sia tradotto in un processo trasformativo e sia stato utilizzato da alcuni governi per legittimare le proprie precedenti politiche.

La sostenibilità non è mai stata in cima all’Agenda internazionale e anche i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) dell’Agenda ONU al 2030, dopo quasi 7 anni dall’adozione, hanno avuto un impatto limitato.

È la conclusione del libro in uscita in questi giorni “The Political Impact of the Sustainable Development Goals”, disponibile anche come open access su Cambridge Core, scritto da un team internazionale di 61 ricercatori, coordinati dall’Università di Utrecht, che hanno attinto ad oltre 3.000 studi scientifici e che costituisce la prima valutazione completa dell’impatto politico degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG), adottati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015.

Lo Studio (una meta-analisi), “ è una valutazione critica del cambiamento politico necessario per realizzare gli SDG delle Nazioni Unite – come scrive nella presentazione Johan Rockström, Direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK), noto per aver elaborato la teoria degli “spazi operativi sicuri” (Planetary Boundaries), superati i quali si sistema Pianeta entra in una zona di incertezza e di pericolo – Consiglio vivamente a tutti coloro che hanno gli incarichi politici di leggere questo libro. Sono già trascorsi due anni del Decennio decisivo per il futuro dell’umanità sulla Terra. Raggiungere la zona di atterraggio sicura e giusta definita dagli SDG richiede pensiero e azione trasformativi. Anche in politica“.

Il volume esce nell’anno di celebrazione dei 50 anni dalla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano del 1972, la prima conferenza a inserire l’ambiente nell’agenda internazionale e che ha portato all’istituzione del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP). Stockholm+50 si è posta l’obiettivo di sollecitare i Paesi a mobilitarsi per un futuro sostenibile, anche realizzando gli SDG entro il 2030.

Ma se gli obiettivi hanno un impatto limitato e stanno viceversa contribuendo a mantenere lo status quo distruttivo – ha affermato Franck Biermann, Professore di Governance di Sostenibilità Globale presso il Copernicus Institute of Sustainable Development dell’Università di Utrecht, che ha coordinato lo studio e ne è il principale autore – allora è il momento di cambiare radicalmente il nostro modo di agire”,

Il Rapporto è stato anticipato e sintetizzato dallo stesso Biermann e da altri colleghi nell’articolo Scientific evidence on the political impact of the Sustainable Development Goals”, pubblicato su Nature Sustainability.

Ne emerge che, sebbene gli obiettivi siano in grado di cambiare il modo con cui i governi e gli altri organismi comprendono e comunicano sulla sostenibilità, ci sono poche prove che ad 8 anni dal termine previsto per il loro conseguimento, gli SDG stiano contribuendo a ridurre le disuguaglianze, ad agire per contrastare l’emergenza climatica o per una migliore protezione della biodiversità e della natura.

Non vediamo prove evidenti di una riallocazione di fondi per lo sviluppo sostenibile, di una nuova o più decisa legislazione a favore degli SDG o che le politiche stiano diventando più rigorose – ha sottolineato Biermann – Molti cambiamenti erano già stati avviati ben prima dell’entrata in vigore dell’Agenda 2030”.

Prima dell’adozione degli SDG, le Nazioni Unite avevano messo in atto la più ampia consultazione della propria storia per valutare quel che avrebbero dovuto includere. Gli SDG coprono infatti un’ampia gamma di questioni sociali e ambientali, tra cui la fine di tutte le forme di povertà, la fornitura di energia pulita e a prezzi accessibili per tutti, la lotta ai cambiamenti climatici, il tutto assicurando che “nessuno venga lasciato indietro“. Sebbene non vincolanti, gli Stati membri delle Nazioni Unite dovrebbero utilizzare gli obiettivi per inquadrare le loro agende e politiche fino al 2030.

Ciò ha significato che gli obiettivi sono stati ampiamente accettati dai più diversi gruppi – ha aggiunto Biermann – Agenzie governative, città, multinazionali, piccole imprese, ONG e università di tutto il mondo utilizzano gli obiettivi per inquadrare i loro sforzi di sostenibilità. Allora cosa c’è che non va?

Più dettagliatamente la valutazione dell’impatto degli SDG dal loro lancio si è incentrata attorno alle 5 dimensioni dell’Agenda 2030: l’impatto politico degli SDG sulla governance globale; l’impatto sui sistemi politici nazionali; l’integrazione e la coerenza delle istituzioni e delle politiche; l’inclusività della governance (su piano locale e globale); la protezione dell’integrità ecologica. 

Impatto sulla governance globale
L’impatto politico degli SDG sulla governance globale, secondo i ricercatori, è stato essenzialmente “discorsivo”, senza tradursi in azioni concrete. 
Mentre i princìpi di governance che sono alla base degli SDG, come l’universalità, la coerenza, l’integrazione e il “non lasciare indietro nessuno“, sono state enunciate diffusamente nei discorsi delle istituzioni multilaterali, le effettive riforme attuate da queste organizzazioni dal 2015 sono state modeste e senza prove evidenti che gli SDG abbiano avuto un impatto trasformativo sui mandati, sulle pratiche o sull’allocazione delle risorse di organizzazioni e istituzioni internazionali all’interno del sistema delle Nazioni Unite, evidenziando una discrepanza tra le aspirazioni formali delle Nazioni Unite di promuovere gli SDG come linee guida centrali nella governance globale e il loro limitato impatto trasformativo.

Impatto sulle politiche nazionali
Molti paesi hanno iniziato a integrare gli SDG nei loro sistemi amministrativi e alcuni governi hanno designato organismi o formato nuove unità per l’attuazione degli obiettivi. Tuttavia, le prestazioni dei governi nazionali variano e la maggior parte dei paesi è in ritardo nell’attuazione degli SDG. Il cambiamento istituzionale osservabile spesso si limita a replicare priorità, traiettorie e programmi di governo esistenti e i governi tendono ad attuare selettivamente quegli SDG che supportano le politiche a cui hanno già dato priorità.
Sono risultati scarsi i riscontri che i governi abbiano sostanzialmente riassegnato i fondi per implementare gli SDG, sia per l’attuazione nazionale che per la cooperazione internazionale
Gli SDG non sembrano aver modificato in alcun modo i bilanci pubblici e i meccanismi di allocazione finanziaria, ad eccezione di alcuni contesti di governance locale. Alcune prove suggeriscono che le autorità subnazionali, in particolare le cittàsono spesso più pioniere e progressiste dei loro governi centrali nella creazione di coalizioni per l’attuazione degli SDG. In diversi sistemi politici nazionali, gli attori della società civile hanno iniziato a ritenere i policy maker responsabili dei loro impegni per realizzare la visione di non lasciare indietro nessuno.
Si è manifestato anche maggiore interesse e partecipazione da parte degli attori aziendali, comprese banche e investitoriche si impegnano sempre più e investono in pratiche di sostenibilità, promuovendo la finanza verde, facilitando progetti infrastrutturali sostenibili su larga scala o espandendo i loro portafogli per includere prestiti ambientali e sociali. Tuttavia, i ricercatori hanno rilevato in alcuni studi che gli SDG potrebbero anche essere utilizzati per camuffare il business as usual (SDG washing).
Nel complesso, sembrano mancare cambiamenti fondamentali nelle strutture di incentivazione per orientare i finanziamenti pubblici e privati ​​verso percorsi più sostenibili.

Integrazione e coerenza delle istituzioni e delle politiche
L’Agenda 2030 e gli SDG dovrebbero fornire una guida e risolvere i conflitti normativi, la frammentazione istituzionale e la complessità delle politiche, ma la ricerca condotta ha evidenziato che le sinergie e i compromessi si manifestano in modo diverso tra i sistemi politici e i livelli di governo. I casi studio analizzati su Bangladesh, Belgio, Colombia, Germania, India, Paesi Bassi, Sri Lanka e Piccoli Stati Insulari in via di Sviluppo (SIDS) indicano che i governi non riescono ancora a rafforzare la coerenza delle politiche per attuare gli SDG, nonostante si siano manifestati in alcuni Paesi presi in esame anche progressi (modesti). Laddove ci sono prove dell’integrazione degli SDG nelle strategie nazionali e nei piani d’azione, ciò non ha portato comunque a politiche e programmi intersettoriali nuovi o adeguati che siano coerenti tra loro. Mancano soprattutto valutazioni comparative più ampie degli impatti delle interconnessioni SDG sulla politica nazionale.

Inclusività della governance
L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e gli SDG hanno lo scopo di affrontare le disuguaglianze all’interno e tra i paesi e garantire che nessuno rimanga indietro. Tuttavia, gli studi analizzati indicano che sussiste una discrepanza tra retorica e azione. All’interno dei paesi, l’impatto politico degli SDG nella riduzione delle disuguaglianze varia considerevolmente e sembra essere determinato soprattutto dalla politica interna. La letteratura indica che gli SDG non hanno stimolato nuove forme di governo normativo o istituzionale che promuovano l’inclusività. Gli SDG sono stati utilizzati, se non del tutto, come quadro normativo internazionale globale per legittimare le politiche e le istituzioni nazionali esistenti. A livello globale non ci sono prove che l’adozione degli SDG abbia migliorato la posizione dei paesi più vulnerabili del mondo nella governance e nell’economia globale. Non emergono, inoltre, elementi  che indichino che gli SDG abbiano orientato le strutture di governance globale verso una maggiore inclusività, specialmente per quanto riguarda i paesi meno sviluppati, Gli studi dubitano che gli SDG saranno in grado di trasformare i quadri giuridici verso una maggiore partecipazione politica di questi paesi alla governance globale. Inoltre, la continua mancanza di rispetto delle norme di vecchia data che cercano di sostenere i paesi meno sviluppati, come gli impegni speciali sugli aiuti del Nord globale, indica ulteriormente il limitato effetto guida degli SDG sulla capacità dei paesi più poveri di partecipare pienamente al processo e trarre vantaggio dall’economia globale.

Integrità ecologica a livello globale
S
ebbene gli SDG sembrino aver influenzato le discussioni internazionali sull’emergenza climatica e sulla perdita della biodiversità, i ricercatori sottolineano come in realtà ci siano scarse prove che qualsiasi cambiamento normativo e istituzionale in questa direzione si sia materializzato per effetto degli SDG.
Molti studi concordano sul fatto che gli SDG mancano di ambizione e coerenza per promuovere una spinta trasformativa e mirata verso l’integrità ecologica su scala planetaria. Vi sono indicazioni che questa mancanza di ambizione e coerenza derivi in ​​parte dalla progettazione neoliberista degli SDG che privilegia la crescita economica a discapito dell’integrità ecologica del pianeta. Di conseguenza, sia i Paesi del Sud del mondo che quelli del Nord danno in gran parte la priorità più agli SDG socioeconomici rispetto a quelli orientati all’ambiente, in linea con le loro politiche di sviluppo nazionali di lunga data.

Fonte: regionieambiente

Apre a Bari il primo impianto pubblico della Regione per i rifiuti organici

È stato inaugurato nella sede di Amiu Puglia, in viale Fuzio nella zona industriale. Il sindaco Decaro: “Aiuta l’ambiente e incide positivamente sulla Tari”

È il primo impianto totalmente pubblico della Regione Puglia per il trattamento di rifiuti organici. Produce energia attraverso il biogas e anche compost. È stato inaugurato nella sede di Amiu Puglia, in viale Fuzio nella zona industriale di Bari, “un tassello fondamentale della strategia di gestione dei rifiuti regionale”, spiegano dal Comune. L’impianto di Ager (agenzia regionale per la gestione dei rifiuti) – finanziato per 11 milioni di euro dalla Regione e da Amiu per quasi cinque milioni – è autosufficiente sotto il profilo energetico e utilizza una tecnologia innovativa per la produzione di biogas dagli scarti alimentari.

In totale, all’anno potrà trattare 40mila tonnellate di Forsu (i rifiuti organici) e 8.200 tonnellate di sfalci di potatura, al servizio non solo della città ma anche di diversi Comuni della provincia. Al sopralluogo hanno partecipato il sindaco Antonio Decaro, l’assessore comunale all’Ambiente Pietro Petruzzelli, il presidente di Ager Fiorenza Pascazio con il dg Gianfranco Grandaliano e il dg di Amiu Puglia Antonello Antonicelli. “La riduzione dello smaltimento in discarica consentirà di evitare significativi impatti ambientali sul sottosuolo, acque sotterranee e emissioni climalteranti responsabili dei cambiamenti climatici”, continuano dal Comune.

In particolare la sezione di compostaggio consentirà il recupero di materia dai rifiuti e si otterranno 10mila tonnellate di compost. Ma non solo: nell’impianto viene prodotta anche energia elettrica attraverso generatori alimentati con il biogas (pari al fabbisogno annuo di 2.500 famiglie) derivato dalla digestione anaerobica dei rifiuti organici. Ci sarà più energia di quanta se ne consumerà. E a questo si aggiunge un impianto fotovoltaico sui tetti dei capannoni.

“L’impianto coprirà interamente il fabbisogno della città di Bari e inizialmente di alcuni comuni limitrofi – ha spiegato il sindaco Decaro – In questo modo ci rendiamo autonomi nella gestione della frazione organica producendo una serie di vantaggi per la cittadinanza: grazie al drastico contenimento dei trasporti e all’abbattimento dei costi di conferimento, contiamo presto di ridurre la tariffa su cui calcoliamo annualmente la Tari. Inoltre con questo impianto avviamo un importante processo di trasformazione del rifiuto in energia coprendo l’intero fabbisogno dell’impianto stesso e cedendo alla rete il surplus prodotto”.

Titolo originale: Bari, ecco il primo impianto pubblico della Regione per i rifiuti organici: produce biogas e compost

Fonte: la Repubblica