Cerveteri, guerra ai mozziconi

Il Comune laziale di Cerveteri, oltre ad un’azione di contrasto agli abbandoni generalizzati di rifiuti, ha messo in campo un’azione specifica contro l’abbandono dei mozziconi di sigaretta. Cultura, arte, azione contro l’inquinamento. Ne parliamo con l’Assessore Elena Gubetti.

Assessore Buongiorno. Qual era la situazione che ha portato all’intervento?

Buongiorno. Partirei facendo un excursus sul servizio di raccolta rifiuti del nostro territorio. Nel 2016 abbiamo introdotto il porta a porta e progressivamente lo abbiamo esteso a tutto il territorio. Dobbiamo tenere presente che Cerveteri ha un territorio vasto, circa 125 km quadrati, pari all’estensione di Napoli, con soli 40.000 abitanti. Un territorio complesso che parte dalla montagna e arriva al mare, con 10 frazioni alcune delle quali con importanti flussi turistici, circa 10.000 abitanti che vivono in situazioni rurali e di case sparse. Insomma, una situazione variegata, frastagliata e certamente con difficoltà particolari. Quando abbiamo iniziato eravamo al 16% di RD, oggi superiamo il 70%. È evidente che alcuni comportamenti dei cittadini si sono modificati sulla base del servizio che abbiamo proposto. Ovviamente esiste un problema di abbandoni. Esisteva però anche prima della rimozione dei cassonetti stradali, seppur di tipologia differente: per lo più rifiuti speciali, scarti di lavorazioni artigianali e di risulta edile. Ricordo che trovammo una discarica abusiva di rifiuti da carrozzeria all’interno della Necropoli Etrusca della Banditaccia. Ora il fenomeno è diverso: vediamo un abbandono anche dei rifiuti domestici. Cittadini che non si vogliono adeguare alla raccolta porta a porta, cittadini che non hanno un’iscrizione Tari, sono varie le tipologie. Alcune zone in particolare sono oggetto di abbandoni, spesso sono zone di confine con altri comuni.

Come avete fatto fronte al fenomeno?

Siamo partiti con campagne di sensibilizzazione e giornate di pulizia insieme ai volontari delle molte associazioni del territorio. Per fortuna siamo un territorio ricco di associazionismo e i volontari sono naturalmente vocati alla cura del territorio. Un territorio molto frastagliato che prevede dei comitati di zona che si occupano del coordinamento delle attività. Un territorio molto sensibile al tema ambientale anche per ragioni storiche: fra il nostro Comune e quello di Bracciano abbiamo una grossa discarica, oggi chiusa, che ha portato a manifestazioni e ha stimolato l’attenzione dei cittadini.

Oltre alle campagne informative abbiamo messo in atto un’attività di controllo e repressiva.
In primo luogo con l’utilizzo di fototrappole: nel mese di ottobre 2020, con sole 6 fototrappole attive, abbiamo rilevato 35 violazioni ed elevato 5.000€ di verbali.  È un’attività che certamente dà dei risultati: spostiamo continuamente le fototrappole nei posti a maggior rischio di abbandono e le zone monitorate restano poi pulite. In seconda battuta facciamo un lavoro di prevenzione, sorveglianza e monitoraggio con la collaborazione delle Guardie Ecologiche. Generalmente fanno attività di ispezione, aprendo i sacchi abbandonati e cercando materiale che possa identificare il proprietario, ed eventualmente elevano il verbale. Sono controlli che facciamo quotidianamente e che portano fra le 400 e le 500 sanzioni ogni anno. Sanzioni che molto spesso colpiscono nel segno: non sono pochi i cittadini che dopo una sanzione vengono in Municipio a dirci che sono gente per bene e che fanno la differenziata e che quello che ha portato alla sanzione è stato un episodio isolato.

Risulta che abbiate fatto anche campagne specifiche, è così?

Sì, certo: abbiamo fatto due campagne sull’utilizzo consapevole della plastica. Entrambe puntavano alla minimizzazione della plastica che arriva al mare.
La prima, finanziata dalla Città Metropolitana, mirava a quantificare la plastica che arriva sulle nostre spiagge non per abbandoni in loco o in mare, ma per abbandoni o errato conferimento nell’entroterra. L’obiettivo era quello di responsabilizzare i cittadini, di far comprendere che ogni nostro gesto ha una ripercussione che siamo responsabili dei nostri rifiuti!
La seconda campagna, finanziata dalla Regione Lazio, era legata agli abbandoni sulla spiaggia. Abbiamo sensibilizzato all’utilizzo di borracce riutilizzabili, abbiamo fatto una campagna di comunicazione sugli abbandoni. Ma la cosa più d’impatto è stata la realizzazione di una grande struttura a forma di pesce da parte di un fabbro di Amatrice, che abbiamo riempito della plastica abbandonata ritrovata sulla spiaggia. Abbiamo riempito la pancia del pesce di plastica, come avviene realmente, purtroppo, nei nostri mari. La struttura è stata utilizzata nelle scuole, addirittura negli stadi del rugby per il torneo internazionale “6 Nazioni”.

Oltre all’attività generale contro l’abbandono, la particolarità di Cerveteri è un’attività specifica contro l’abbandono dei mozziconi. Ce la spiega?

Grazie al finanziamento di Città Metropolitana abbiamo implementato una campagna volta a sensibilizzare i fumatori del fatto che un gesto “banale” come il gettare i mozziconi a terra, ha conseguenze enormi in tema di inquinamento ambientale. Quindi una campagna di sensibilizzazione e il posizionamento di posaceneri in punti strategici e nelle zone più frequentate: fermate degli autobus, spiagge… Inoltre la scorsa estate è stata fatta una distribuzione sulle spiagge di portacenere portatili. Distribuzione continuata dopo l’estate nelle tabaccherie.
La campagna ha avuto un grande riscontro. Stiamo quantificando i mozziconi intercettati e stiamo facendo un lavoro insieme all’Università della Sapienza di Roma per quantificare quanti metri quadrati di spiaggia abbiamo salvato con la nostra azione. I tecnici dell’Università stanno setacciando la sabbia delle nostre spiagge per capire quanti mozziconi si trovano in una determinata area. Una volta avuto questo dato, sapremo stimare quanti metri quadrati di spiaggia abbiamo “salvato” dai mozziconi.

Che consigli darebbe ad un collega amministratore che si approccia al tema della lotta agli abbandoni?

Dare consigli è molto difficile. La mia esperienza dice che è necessario studiare molto per capire il fenomeno. In termini di inquinamento, di normativa, di leggi. Ci sono una serie di temi che vanno approfonditi, a partire dalla tutela della privacy. Ed è necessario adeguare l’azione al contesto in cui si agisce, al proprio Comune. Le amministrazioni hanno oggi l’obbligo di tutelare l’ambiente, lo devono fare nella consapevolezza delle proprie azioni.

La differenza la fa la fiducia che il cittadino riversa sulla propria amministrazione. Ci deve essere collaborazione e corresponsabilità: le amministrazioni hanno degli obblighi, ma deve essere chiaro che anche il cittadino ne ha.

Milano: pugno di ferro contro gli abbandoni

Il problema dell’abbandono dei rifiuti è un problema che attanaglia anche le grandi città. Milano ha messo in campo a partire dal 2019 una strategia per contrastare il fenomeno, che su un territorio vasto e frequentato come quello del capoluogo lombardo assume dimensioni significative. Ne parliamo con Roberta Osculati, Consigliere Comunale e Presidente della Commissione Periferie.

Qual era la situazione di partenza?

In Milano ci si trovava di fronte ad un corposo fenomeno di abbandono rifiuti che investiva tutta la città, con un evidente intensificazione nelle aree isolate e periferiche. Abbandono che andava dalla sportina dei rifiuti domestici lasciata dove non si poteva a veri e proprie discariche abusive in cui si accatastavano rifiuti (tipicamente dai grandi volumi) di ogni genere. Una situazione che richiedeva una maggiore attenzione ed un’azione finalizzata alla risoluzione di una situazione annosa.

Quali azioni avete dunque messo in campo?

A partire dal mese di maggio 2019, grazie al lavoro sinergico tra Settore Ambiente della Città di Milano, Polizia locale e Amsa sono state raccolte segnalazioni per individuare aree particolarmente soggette a scarichi e abbandono di rifiuti e dal mese di maggio è partita una fase sperimentale che ha portato all’installazione di 19 fototrappole (TLC), ovvero telecamere che “fotografano” chi commette il reato, ma allo stesso tempo “trappole” perché la loro presenza non è segnalata, a differenza di quanto avviene per tutte le altre telecamere posizionate su luoghi pubblici. Le telecamere presenti sul territorio e segnalata sono state comunque utilizzate, sfruttando immagini e filmati per ricostruire l’iter di abbandono di rifiuti e per raccogliere materiale laddove utili a fini di indagine.
Il lavoro è coordinato dagli agenti della Centrale operativa di via Drago che osservano quotidianamente le immagini delle telecamere: se possibile, non appena verificano la flagranza di illecito, inviano una pattuglia sul posto, in caso contrario trasmettono ai Comandi centrali della Polizia locale le immagini che contengono elementi e informazioni utili a individuare gli autori degli abbandoni, al fine di operare accertamenti e avanzare contestazioni. Viene poi programmato un pattugliamento dinamico dei luoghi ove il fenomeno si verifica con maggiore intensità e frequenza e gli scarichi abusivi accertati vengono inseriti nella mappa del rischio.

Che tipologia di abbandoni avete accertato?

Dalla visione delle immagini delle prime fototrappole, si è potuto accertare che i rifiuti abbandonati sono di diverso tipo: rifiuti urbani domestici; materiali edili di risulta, legni e bancali; mobili, suppellettili, materassi e indumenti; parti di veicoli, elettrodomestici e materiale elettrico; cartoni, sacchi neri e rifiuti ingombranti in generale.
I rifiuti domestici risultano attribuibili a persone che risiedono nelle immediate vicinanze del luogo di scarico; tra questi soggetti è stato sanzionato il gestore di un pubblico esercizio che depositava i rifiuti della propria attività in un luogo poco distante dalla propria sede di lavoro. Invece lo scarico di materiale edile di risulta, mobili e suppellettili avviene per lo più in vie periferiche con scarsa presenza di persone e particolarmente isolate ed è attribuibile a soggetti che collaborano con attività di vendita di mobili e suppellettili (una volta consegnati i mobili nuovi scaricano quelli vecchi su area pubblica) o a soggetti che svolgono un’attività di pulizia di locali o sgombro cantine. Tra costoro sono stati sanzionati soggetti non residenti nel Comune di Milano, ma abitanti nei comuni limitrofi.

Quali sono i risultati raggiunti?

Il dato di valutazione non può essere altro che quello delle sanzioni elevate e dell’efficacia degli strumenti di controllo.
Nel primo anno di azione (maggio 2019 – maggio 2020) sono stati effettuati 231 accertamenti dalla centrale di via Drago. Grazie all’azione del nucleo di Polizia Locale. In particolare nell’ultimo semestre (Novembre 2019 – Maggio 2020) sono stati effettuati 51 accertamenti relativi all’abbandono attraverso l’utilizzo di automezzi e riguardanti ingombranti, elettrodomestici e materiali edili di risulta . Da questi sono scaturite 3 denunce ex art. 256 d. lgs. n.152/2006 Testo Unico Ambiente (attività di gestione rifiuti non autorizzata), 3 sequestri di veicolo disposti dall’Autorità Giudiziaria, 23 sanzioni amministrative per violazione dell’art. 20 regolamento Gestione Rifiuti Urbani. Sono ancora sotto indagine 25 casi. Sono stati invece 26 gli accertamenti legati all’abbandono da parte di pedoni. Nonostante la maggior difficoltà nell’identificazione dei soggetti, solo 5 sono rimasti sconosciuti e non sono stati sanzionati.

Abbiamo parlato fino ad ora di repressione di una manifestazione acuta di inciviltà. Il Comune di Milano ha azionato altre leve per ottenere il risultato sperato?

Non di sola repressione dei fenomeni dei comportamenti illegittimi è fatto il progetto del Comune di Milano: la parte culturale è importante. Oltre alla comunicazione istituzionale, abbiamo attivato un percorso formativo nelle scuole milanesi che ad oggi ha coinvolto 12.000 studenti. Lavoriamo sugli adulti di domani per garantirci un futuro migliore con meno

ARO Bari 2 contro littering e abbandoni

L’annoso problema dell’abbandono dei rifiuti da tempo affligge il territorio dell’ARO Bari 2, che ha deciso di mettere un punto ad una situazione che ha raggiunto contorni preoccupanti. Ne parliamo con Gianfranco Spizzico, Assessore di Modugno

Assessore Buongiorno. Nell’ARO Bari 2 è in corso un’attività per contrastare l’abbandono dei rifiuti. Qual era la situazione di partenza?

L’abbandono dei rifiuti è un problema che storicamente affligge molte delle città dell’ARO, indipendentemente dal sistema di raccolta. Ciò è dimostrato dal fatto che in passato, anche con la raccolta attraverso cassonetti stradali, le periferie erano piene di rifiuti di ogni genere, principalmente ingombranti e materiali edili da demolizione. Oggi, con il sistema di raccolta porta a porta il problema continua ad esistere, ed i materiali abbandonati sono per lo più materiale edile, materiali elettrici, comunque frutto di interventi di ristrutturazione. Siamo dunque di fronte ad una situazione che vede i principali responsabili in chi esegue tali interventi: piccole imprese e artigiani che pur di non pagare per il corretto conferimento dei rifiuti prodotti dai loro lavori, li scaricano dove capita. Ciò, ovviamente, non significa che anche i cittadini non abbiano un ruolo: esistono anche i casi delle persone prive di un ruolo TARI. Locatari, affitti al nero e situazioni borderline che non sono dotati di contenitori e devono trovare il modo di sbarazzarsi dei propri scarti. In passato l’evidenza di questa tipologia era minore perché spesso venivano usati abusivamente i cassonetti stradali. Oggi troviamo tutti questi rifiuti nelle periferie, in uscita dai Comuni.

Quali sono le iniziative messe in campo dall’ARO per contrastare questo fenomeno?

Per contrastare il fenomeno abbiamo attivato un sistema di telerilevamento. Sono state distribuite sul territorio numerose fototrappole. Foto e filmati vengono analizzati dalla Polizia Locale e dalla Polizia Ambientale. In varie situazioni abbiamo denunciato i trasgressori colti in fragranza e sono state comminate sanzioni, a volte anche decisamente significative.

Inoltre a breve, attraverso un bando che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi, verranno reclutate le Sentinelle Ambientali. Avranno il compito di monitorare il territorio, ci aspettiamo un grande contributo. Infine utilizziamo i droni per monitorare gli angoli più impervi del nostro territorio, un efficace strumento di supporto per la gestione e la vigilanza sul territorio.

State mettendo in campo azioni molto importanti per il contenimento dei fenomeni degli abbandoni. Quali sono le maggiori difficoltà che state incontrando?

Sicuramente il problema maggiore è il numero di agenti che è possibile impiegare su questa attività. La Polizia Locale è sottodimensionata. Con un controllo maggiore, ovviamente sarebbe possibile contenere meglio il fenomeno. Bisogna investire e investire ancora molto. Anche in formazione. Questo è senza dubbio uno dei compiti delle Sentinelle Ambientali, che dovranno partecipare a continue campagne di informazione e formazione che possano concorrere a mutare lo stile di vita dei cittadini modugnesi e di tutto l’ARO.

Consigli per i colleghi?

Le abitudini sbagliate manifestano una forte resistenza al cambiamento. È indispensabile avvalersi del nucleo di Polizia Ambientale e della Polizia Locale per vigilare, controllare ed eventualmente sanzionare i comportamenti sbagliati. Ovviamente a fronte di un servizio che funziona e che dimostra efficienza. Insomma, per parlare per metafore, carota e bastone. (S.C.)

Burolo: droni contro gli abbandoni

Burolo è un Comune di 1500 persone nella provincia di Torino, quasi al confine con quella di Biella. Come spesso accade, le campagne e i dintorni del centro abitato sono stati oggetto di abbandoni indiscriminati di rifiuti. L’amministrazione non è stata a guardare, mettendo in campo tutte le proprie energie per contrastare il fenomeno. Fototrappole, telecamere, addirittura droni.
Ne parliamo con il Sindaco, Franco Cominetto

Qual è la situazione da cui si è partiti e che ha portato alla decisione di mettere in campo azioni contro l’abbandono dei rifiuti?

Sono alcuni anni che assistiamo a fenomeni di abbandono, anche di oggetti particolarmente inquinanti. Parlo di batterie delle auto, di pneumatici fuori uso e di oggetti che, lasciati nell’ambiente, sono causa e fonte di inquinamento ambientale particolarmente significativo.
Purtroppo vengono scelti per gli abbandoni luoghi isolati, spesso quindi in aperta campagna. Vengono scaricati rifiuti nei fossi di scolo, nei piccoli corsi d’acqua. Ultimamente riscontriamo anche molti abbandoni presso le campane per la raccolta del vetro e della plastica, luogo interpretato genericamente come luogo di “raccolta rifiuti”. E noi ci troviamo materassi, reti, biciclette…
Spero sempre che non siano i nostri cittadini a compiere tali azioni. Confido nella loro intelligenza e buon senso: Il ritiro degli ingombranti a domicilio è gratuito.
E infatti, spesso si tratta evidentemente di abbandoni legate a piccole aziende edili o di sgombero che, per non pagare lo smaltimento, abbandonano i rifiuti in giro. L’anno passato abbiamo avuto un importante abbandono di infissi e serramenti: circa due camion di materiale scaricato su un pascolo che, frantumandosi, ha messo a serio pericolo il bestiame presente.

Quali azioni avete messo in campo per arginare i fenomeni di abbandono?

Abbiamo partecipato e vinto un bando per la dotazione di impianti di videosorveglianza. Il paese, nei punti sensibili è coperto dunque da telecamere di sicurezza. Allo stesso modo i varchi d’ingresso al territorio comunale sono coperti da telecamere che rilevano la targa delle auto in transito.
Ovviamente in aperta campagna questi impianti non sono utilizzabili, e abbiamo scelto di utilizzare le fototrappole. Gli stessi strumenti che vengono utilizzati per il censimento notturno degli ungulati e degli animali selvatici, noi li utilizziamo per monitorare i punti strategici dove spesso si verificano abbandoni. Devo ammettere che sono strumenti che funzionano perfettamente.
Infine in collaborazione con l’Esercito Italiano stiamo utilizzando i droni. Li utilizziamo per monitorare il territorio (certo non solo per la questione legata ai rifiuti) ed individuare eventuali punti di smaltimento abusivo non segnalato. Ci sono zone interne, in collina, dove non riusciamo a garantire un controllo e un monitoraggio costante, sarebbe necessario andarci appositamente. Il drone è molto utile anche per questo.

Quali sono le difficoltà maggiori che avete dovuto affrontare?

Dal punto di vista politico non abbiamo riscontrato difficoltà: quello di andare a posizionare delle telecamere o comunque degli strumenti di controllo è un atto amministrativo, che abbiamo portato avanti senza particolari problemi. Purtroppo la vera difficoltà è quella di sradicare comportamenti poco civili. E non si tratto solo di abbandoni “grandi”. Spesso troviamo a bordo strada dei sacchetti di indifferenziato che sarebbero comunque raccolti settimanalmente.

Che risultati avete ottenuto?

Senza dubbio abbiamo riscontrato una diminuzione degli abbandoni. Inizialmente i nostri addetti facevano due giri straordinari alla settimana, oggi ne fanno uno ogni 15 giorni. Senza dati ufficiali a supporto non voglio essere troppo ottimista, ma abbiamo riscontrato un calo almeno del 40%. Abbiamo chiuso zone che erano solite essere oggetto di abbandoni, lasciando l’accesso ai soli padroni dei terreni, abbiamo, come detto aumentato la sorveglianza, e i risultati si sono visti.

Il problema dell’abbandono non affligge solo Burolo. Che consiglio crede di poter dare ad un collega amministratore che si approccia per la prima volta al contrasto agli abbandoni?

Sicuramente ho toccato con mano l’efficienza del controllo tramite telecamere o anche solo fototrappole. Una volta che si “pizzica” un trasgressore, l’effetto è quello di disincentivare fortemente tali comportamenti. Ovviamente il controllo e il sanzionamento devono avere in parallelo un servizio efficiente, comprensivo di raccolta ingombranti. (S.C.)

Santa Margherita di Belice: differenziata, cultura e sanzioni contro gli abbandoni

Nel 2014 Santa Margherita veleggiava attorno al 30% di raccolta differenziata ed aveva un serio problema di abbandoni di rifiuti. Oggi la percentuale di differenziata è superiore al 70% e il fenomeno abbandoni è moto contenuto. Ne parliamo con l’allora assessore, il prof. Tanino Bonifacio (oggi vicesindaco di Gibellina – TP), rimansto alle cronache per la fermezza delle sue azioni, tanto da essere soprannominato “sceriffo”.

Santa Margherita in Belice durante il suo mandato si è trovata a mettere in campo numerose ed efficaci azioni contro l’abbandono dei rifiuti. Quali erano le condizioni di partenza?

Nel 2014 Santa Margherita era fra il 30% e il 33% di raccolta differenziata. Nel 2017, dopo tre anni, siamo arrivati al 74%. Questo è il primo grande dato che segna il cambiamento di quegli anni. Ovviamente il lavoro è stato quello di munire i cittadini dei mastelli e degli strumenti necessari, ma soprattutto fare formazione: spiegare ai cittadini cosa è la raccolta porta a porta, come va fatta e quali benefici porta. Il nuovo sistema di raccolta, oltre ai risultati detti, ci ha portato ad avere una maggiore possibilità di controllo e monitoraggio sulla qualità del conferimento e ad avere un maggior dialogo con la cittadinanza. In un primo periodo ci siamo limitati a segnalare all’utenza gli eventuali errori attraverso adesivi che applicavamo sui sacchetti contenenti materiali non conformi, dopo di che siamo passati direttamente al sanzionamento dei comportamenti scorretti, in particolare dei cittadini che non volevano adeguarsi alle nuove modalità di raccolta. In poco tempo siamo riusciti a cancellare un passaggio di raccolta dell’indifferenziato: inizialmente erano due a settimana, ridotti poi a uno solo. Questo senza scompensi eccessivi nell’utenza, che abituandosi a differenziare bene, non aveva necessità di una cadenza bisettimanale. Un percorso semplice:
Comunicazione, Formazione e controllo, e quindi sanzionamento.

Per quel che riguarda l’abbandono, nel 2014 la città era invasa da cumuli di sacchetti di spazzatura, soprattutto nelle sue aree più periferiche e nelle campagne. Chi al mattino andava a lavorare, abbandonava, quando non lanciava dal finestrino, il proprio sacchetto di immondizia in alcune specifiche zone del paese.  Una cosa incivile ed indegna: pur essendoci un servizio di raccolta, qualcuno preferiva agire questi comportamenti vergognosi. Abbiamo dunque messo in campo un piano d’azione di tre mesi. Abbiamo iniziato a comunicare che avremmo controllato il conferimento non a regola e l’abbandono, dopodiché abbiamo fatto una pulizia generale delle zone compromesse dall’abbandono. Abbiamo speso circa 5000€ per riportare il nostro Comune in una situazione ottimale. Abbiamo ripulito e messo cartelli di divieto abbandono, indicando il sanzionamento a norma di legge. In una prima fase questa cosa ha funzionato. Il principio è quello della finestra rotta: in uno spazio pulito è più difficile abbandonare un sacchetto. Ciò non toglie che qualcuno lo abbia fatto. A quel punto abbiamo fatto una forte azione di repressione. Molto spesso si riusciva a rintracciare l’autore dell’abbandono, comminando delle multe sostanziose. Abbiamo implementato un’azione congiunta: abbiamo pulito il paese, abbiamo formato ed informato i cittadini e chiaramente abbiamo perseguito gli atti impropri, sanzionandone gli autori. Le segnalazioni degli abbandoni hanno iniziato ad arrivare dai cittadini stessi, che si sono abituati non solo a non sporcare, ma anche ad indignarsi di chi sporcava. I cittadini devono essere formati. Ovviamente alla base di tutto c’è un servizio funzionante, senza il quale non è pensabile mettere in atto meccanismi virtuosi.

Quali sono state le maggiori difficoltà in questo processo?

Le resistenze le abbiamo avute soprattutto dalle attività commerciali, in particolare la ristorazione ed i bar. Per un’attività commerciale il passaggio a porta a porta è un cambio sostanziale. Per un ristorante o una pizzeria, ad esempio, significa riorganizzare le intere cucine e il servizio del personale di sala. Anche con loro abbiamo fatto l’azione di controllo attraverso l’utilizzo dei sacchetti semi-trasparenti.
Sul versante dei cittadini, invece, ci capitava spesso di trovare rifiuti ingombranti abbandonati, visto che non c’era un servizio di raccolta domiciliare. Servizio che abbiamo prontamente inserito in capitolato, togliendo qualsiasi alibi a chi si macchia di comportamenti incivili abbandonando i propri rifiuti ingombranti.

Dal punto prettamente politico avete registrato resistenze?

No, questo no. Abbiamo agito nel momento in cui in tutta Italia c’era una buona comunicazione sul tema della raccolta differenziata. Abbiamo agito in un clima generale favorevole. Ci siamo tuttavia scontrati con un altro problema, più strutturale che politico: nel 2014 e 2015 in Sicilia abbiamo avuto grossi problemi relativi alle saturazione delle discariche. Ci è capitato di dover sospendere per qualche giorno il servizio di raccolta.

I risultati raggiunti sono evidenti: oltre il 70% di raccolta differenziata e fenomeno degli abbandoni quasi azzerato. Da amministratore, che consigli si sente di dare ai suoi colleghi che si approcciano solo ora al problema dell’abbandono?

Il principio, che non vale solo per il rifiuto, è quello di instaurare un dialogo con i cittadini. L’ente pubblico deve essere anche strumento di formazione per i cittadini. Ma deve essere chiaro che se da un lato l’amministratore deve essere garbato e gentile, dall’altro deve essere rigoroso.
L’Ente si deve sforzare per fare i controlli, dando seguito con sanzioni, se è il caso.
Dopo la pulizia per 4 giorni nessuno ha osato lasciare in giro sacchetti. Quando si è verificato il primo caso, siamo risaliti all’autore del gesto, l’abbiamo sanzionato. Alla sanzione è seguita una forte campagna di comunicazione che facesse passare l’idea che a Santa Margherita si applicava la tolleranza zero.
Una campagna di comunicazione altrettanto forte l’abbiamo messa in campo per l’avvio del porta a porta. Credo che se il cittadino capisce bene cosa significa differenziare, non possa che aderire al progetto. A Santa Margherita è successo: non sono rari i casi di cittadini che non espongono i rifiuti indifferenziati tutte le volte che potrebbero. Differenziando bene non ne hanno bisogno. Il passo successivo deve essere la tariffazione puntuale, che premi i cittadini virtuosi.
Il percorso dunque è: informazione, formazione, implementazione di servizi efficienti, controllo e conseguente sanzionamento o premialità. (S.C.)

Grandi novità nella gestione dei rifiuti urbani

di Laura Andreazzoli, Ambiente Italia – Enzo Favoino, Scuola Agraria del Parco di Monza – Attilio Tornavacca,  Ente di Studio per la Pianificazione Ecosostenibile dei Rifiuti ESPER

Con un lieve ritardo rispetto alla tempistica prevista nel Pacchetto Economia Circolare, anche l’Italia ha finalmente recepito le Direttive Europee 2018/851 e 2018/852, parte del pacchetto europeo sulla economia circolare, nel proprio ordinamento, con l’emanazione del D.Lgs 116/2020, diventato vigente lo scorso 26 settembre.

Il nuovo regime di responsabilità estesa del produttore
Una delle novità più interessanti riguarda la riscrittura dell’articolo 178-bis relativo alla disciplina della responsabilità estesa del produttore: con successivi decreti attuativi dovranno essere disciplinati i regimi di responsabilità estesa del produttore che dovranno contenere misure finalizzate a ridurre l’impatto ambientale e la produzione dei rifiuti per tipologia di prodotto, attuando i principi dell’economia circolare: incoraggiando, ad esempio, la produzione e la commercializzazione, fin dall’inizio della filiera, di prodotti e componenti degli stessi, progettati per consentire un uso multiplo, “il riuso”.
Durevoli, facilmente riparabili, aggiornabili, non soggetti a obsolescenza programmata e scomponibili, in modo che a fine vita possano essere facilmente riciclati per tornare a essere nuova materia da reimmettere nel sistema. Il nuovo articolo 178-ter definisce nel dettaglio i contenuti minimi che i regimi dovranno avere, sia per quanto riguarda gli obiettivi, che dovranno essere in linea con il decreto medesimo, sia per quanto riguarda gli strumenti finanziari necessari per perseguirli: i produttori, per adempiere ai propri obblighi derivanti dalla responsabilità estesa, dovranno versare un contributo finanziario che, a differenza di quanto accaduto sinora, sia adeguatamente calibrato in modo da coprire al 100% sia i costi della raccolta differenziata e del trasporto dei rifiuti derivanti dai prodotti, sia i costi della selezione e del trattamento al netto dei ricavi derivanti dalla vendita dei rifiuti e/o delle materie prime seconde derivanti, nonché i costi di adeguate campagne di comunicazione necessarie per perseguire gli obiettivi di riciclo previsti.
Tale quota può essere ridotta all’80 percento a condizione che la restante parte sia sostenuta da produttori originali di rifiuti o distributori. Il rispetto delle prescrizioni contenute nei decreti sarà in capo al MATTM, che innanzi tutto dovrà istituire un registro nazionale dei produttori e definire la tipologia e la modalità di trasmissione dei dati necessari per monitorare il perseguimento degli obiettivi: ciascun produttore, in forma singola o associata, dovrà fornire i dati relativi all’immesso sul mercato nazionale dei propri prodotti e le azioni messe in atto per raggiungere gli obiettivi di recupero e riciclo previsti, comprese quelli relativi alla prevenzione. Pertanto, a differenza di quanto accade oggi, i soggetti responsabili della gestione dei rifiuti (Comuni e Autorità di ambito) dovranno ricevere dai produttori (in forma singola o associata, ovvero dai Consorzi di filiera) un contributo che copra completamente i costi derivanti dall’attuazione delle raccolte differenziate.
In merito alla mancata copertura (in Italia, come in vari altri Paesi Membri della UE) per intero, dei costi di raccolta e trattamento degli imballaggi immessi al consumo, condizione che non era prevista nella precedente Direttiva.
La memoria depositata alla VIII commissione della Camera dei deputati da parte di ARERA in occasione dell’audizione del 24 luglio1 aveva infatti evidenziato che “i livelli di copertura dei costi sostenuti dai Comuni per la raccolta differenziata risultano essere molto bassi (con riferimento agli imballaggi il dato emerso sarebbe pari a circa il 20%)” confermando i risultati dell’indagine IC49 dell’Antitrust illustrati dal segretario generale dell’Antitrust, l’Avv. Filippo Arena, durante la trasmissione Report dello 16 giugno 20192. Tali dati coincidono pienamente con quanto documentato nel giugno 2013 dall’Associazione Comuni Virtuosi3 con il supporto tecnico di ESPER nello specifico dossier che, entrando nel merito dei conti del settore, indicava le modifiche necessarie per garantire ai Comuni le risorse economiche di cui necessitano per garantire i servizi di raccolta di imballaggi e rifiuti e per raggiungere gli obiettivi del 50% di avvio a riciclo al 2020.
La questione su cui porre attualmente l’attenzione è che questa positiva novità legislativa non si traduca, in concreto, in meccanismi di totale rimborso dei costi di raccolta differenziata che prevedano però come precondizione per il rimborso l’obbligo, per Comuni e Autorità di Ambito, di raggiungere valori di qualità dei materiali raccolti in modo differenziato, teoricamente possibili, ma tecnicamente non effettivamente perseguibili nemmeno dagli enti locali e dai gestori più virtuosi ed efficienti.

I nuovi obiettivi di preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e recupero dei rifiuti urbani
La norma (art. 181), inoltre, va a incrementare gli obiettivi di preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e recupero dei rifiuti urbani (nella nuova accezione spiegata in seguito), imponendo il perseguimento di riutilizzo e riciclo di almeno il 55 per cento in peso dei rifiuti entro il 2025, 60 per cento entro il 2030 e 65 per cento entro il 2035, e definendo, nel nuovo articolo 205bis, le modalità di calcolo del tasso di riciclo. Viene così specificato, ad esempio, che la quantità di rifiuto urbano organico in ingresso all’impianto aerobico o anaerobico può essere considerata come quantità riciclata (al netto comunque degli scarti di processo, la nuova condizione introdotta dalla nuova Direttiva Quadro e dalle Decisioni conseguenti da parte della Commissione Europea), soltanto se l’output dell’impianto è costituito da compost o digestato utilizzabili a fini agronomici, oppure che i metalli recuperati post incenerimento, possano essere inclusi nel calcolo dell’indicatore se conformi alla qualità prevista dalla specifica norma. Andranno inoltre sottratti dal calcolo gli scarti delle altre attività di selezione, quali, tipicamente, le piattaforme di selezione della plastica che generano quantità non trascurabili di scarto a fine linea. In questo modo si sposta l’attenzione dal tasso di raccolta differenziata (RD/RUTot), così come lo abbiamo conosciuto finora, al tasso di riciclo, ovvero non più sulla quantità di rifiuto raccolta in maniera differenziata, indipendentemente dalla qualità stesso, bensì sulla qualità del rifiuto raccolto. Questa modifica è essenziale in un’ottica di sviluppo dell’economia circolare: una raccolta differenziata di qualità consente infatti di limitare gli scarti e aumentare di conseguenza i tassi di recupero e di riciclo.

Nuove norme relative ai Centri di raccolta e ai Centri del riuso
Ulteriori elementi di novità del D.lgs 116/2020 sono le modifiche al decreto del Ministro dell’ambiente 8 aprile 2008 e s.m.i. dal titolo “Disciplina dei centri di raccolta dei rifiuti urbani raccolti in modo differenziato” che determinano delle ricadute significative sia in materia tariffaria sia, più in generale, sulla progettazione e l’implementazione di sistemi di misurazione e tariffazione puntuale dei rifiuti prodotti dalle utenze domestiche e non domestiche, consentendo, ad esempio, di poter conferire e stoccare i rifiuti indifferenziati e le terre di spazzamento presso i CCR. L’art. 181, comma 6 introduce una ulteriore importante novità relativa ai Centri del riuso e di preparazione per il riutilizzo, semplificandone la realizzazione, consentendo in particolare ai Comuni o alle Autorità d’Ambito, di individuare, anche all’interno dei Centri di Raccolta, aree per il deposito preliminare di rifiuti destinati alla preparazione per il riutilizzo e alla raccolta di beni riutilizzabili (quindi non necessariamente all’esterno dei CCR).

Novità relative ai rifiuti speciali assimilati agli urbani
In nuovo decreto va anche a modificare e chiarire (come illustrato più in dettaglio in un altro articolo di questo stesso numero) la questione riguardante i rifiuti speciali assimilati agli urbani, stabilendo che sono rifiuti urbani sia tutti i rifiuti domestici, sia quelli provenienti da altre fonti ma simili per composizione e natura ai rifiuti domestici, quindi, ad esempio, gli imballaggi in plastica, ma anche i toner (l’elenco completo dei rifiuti è nell’allegato L-quater) prodotti da un negozio di abbigliamento diventano a tutti gli effetti rifiuti di tipo urbano e concorrono alla stima del tasso di riciclo. L’elenco delle attività produttrici di rifiuti urbani è definito nell’allegato L-quinques e si sovrappone quasi totalmente a quello del DPR 158/99, eccetto la ex categoria 20 “attività industriali con capannoni di produzione” adesso escluse dalla produzione di rifiuti urbani. Tutti i Comuni dovranno pertanto stralciare dai propri Regolamenti Comunali gli articoli relativi ai criteri di assimilazione, in quanto tali criteri sono resi oggettivi e univoci a livello nazionale. Considerando che l’art. 198, comma 2-bis, stabilisce che le utenze non domestiche possono conferire al di fuori del servizio pubblico i propri rifiuti urbani si può ben comprendere che questa modifica della normativa potrebbe tradursi in un aggravio dei costi a carico delle utenze domestiche. Risulta infatti facile immaginare che i costi del servizio di igiene urbana, in caso di diminuzione delle utenze non domestiche afferenti al servizio pubblico, diminuiranno in modo limitato, tuttavia andranno ripartiti su una platea di soggetti meno ampia. Ovviamente il fenomeno tendenzialmente sarà più marcato nei territori a forte assimilazione, come ad esempio la Toscana e l’Emilia-Romagna. Va comunque rilevato che, a oggi, la riforma della disciplina sull’assimilazione introdotta dal D.lgs 116/2020 non appare ancora completa poiché occorrerà infatti intervenire anche sulle riduzioni previste dal comma 649 della legge 147/2013, il quale prevede che il Comune, nel proprio regolamento, deve disciplinare la riduzione della quota variabile della Tari proporzionalmente alla quantità di rifiuti speciali assimilati che il produttore dimostri di aver avviato al “riciclo”. Per altro si evidenzia che, mentre il comma 649 della legge 147/2013 parla di “avvio al riciclo”, il Testo Unico Ambientale come modificato dal D.lgs 116/2020 parla di “’avvio al recupero” (cfr. nuovo comma 2.bis dell’art. 198).
Si segnala, inoltre, che nella nuova definizione di rifiuto urbano rientrano anche (ed in piena coerenza con il dettato delle Direttive UE) quelli derivanti dalla manutenzione del verde pubblico, in conflitto, quindi, con la delibera ARERA 443/2019/R/rif secondo la quale sono da considerarsi, invece, esterni al perimetro di affidamento del servizio di igiene urbana.

Novità relative all’impiantistica di trattamento e smaltimento dei rifiuti urbani
L’ultimo aspetto su cui si ritiene importante porre l’attenzione riguarda l’impiantistica di trattamento e smaltimento dei rifiuti urbani. Il D.lgs 116/2020 mira infatti a individuare una soluzione per quanto riguarda le pesanti carenze presenti soprattutto in certe aree del Paese, imponendo al MATTM la redazione, entro 18 mesi, del “Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti” che non solo definirà macro-obiettivi, linee strategiche e criteri a cui le Regioni dovranno obbligatoriamente attenersi nella redazione della propria pianificazione, ma anche la definizione di macro-aree, definite di concerto con le Regioni stesse, per la localizzazione degli impianti di recupero, con una attenzione particolare ai flussi di rifiuti funzionali e strategici per l’economia circolare, determinando, di fatto, una parziale esautorazione degli Enti Locali, e anche delle Regioni, che potranno intervenire solo in merito alla possibile localizzazione degli impianti e non sulla scelta della potenzialità e tipologia degli impianti, individuati dal governo nazionale. A questo proposito giova ricordare che l’art. 35 del cd. decreto sblocca Italia (decretolegge 12 settembre 2014, convertito con legge 11 novembre 2014 n. 164) dettando «misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani…», prescriveva anch’esso che venisse programmata e imposta dal governo nazionale (con contestuale adeguamento degli impianti esistenti) una rete di impianti con recupero energetico (cd. Inceneritori) per coprire tutto il fabbisogno nazionale stabilendo inoltre che «tali impianti di termotrattamento costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente» e che «i termini previsti per l’espletamento delle procedure di espropriazione per pubblica utilità, di valutazione di impatto ambientale e di autorizzazione integrata ambientale degli impianti di cui al comma 1, sono ridotti alla metà. Se tali procedimenti sono in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono ridotti della metà i termini residui» (comma 8) mentre il comma 9 prevedeva l’applicazione del potere sostitutivo in caso di mancato rispetto dei termini fissati per la verifica degli impianti e l’adeguamento delle autorizzazioni, nonché dei nuovi termini abbreviati delle procedure autorizzative. Tale precedente strategia di programmazione e imposizione di scelte impiantistiche a livello nazionale a cui le Regioni dovrebbero attenersi nella redazione della propria pianificazione è già stata pesantemente censurata lo scorso 8 maggio 2019 dalla Corte europea di Giustizia che ha ribadito che gli stati membri non possono eludere la necessaria Valutazione Ambientale Strategica (VAS) degli effetti dei Piani e Programmi nonché la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) dei progetti esecutivi degli impianti di trattamento da attuarsi prima della loro costruzione (o dell’ampliamento di quelli esistenti). La questione non è marginale, in quanto una VAS presuppone una adeguata analisi delle opzioni alternative, il che supererebbe di fatto l’errore concettuale fondamentale sotteso al cd. “Sblocca Italia”, ossia avere istituito impropriamente una equivalenza “trattamento del RUR = incenerimento”.
La Corte europea, nel suo pronunciamento, che svuota di fatto gli effetti dello “Sblocca Italia”, ha evidenziato che la VAS è obbligatoria ogni volta che un piano o un programma può avere effetti significativi sull’ambiente negli Stati membri “in quanto garantisce che gli effetti dell’attuazione dei piani e dei programmi in questione siano presi in considerazione durante la loro elaborazione e prima della loro adozione” ed è necessaria anche “allo scopo di contribuire ad una maggiore trasparenza dell’iter decisionale nonché allo scopo di garantire la completezza e l’affidabilità delle informazioni su cui poggia la valutazione”. E pertanto, in questi casi “occorre stabilire che le autorità responsabili per l’ambiente ed il pubblico siano consultate durante la valutazione dei piani e dei programmi e che vengano fissate scadenze adeguate per consentire un lasso di tempo sufficiente per le consultazioni, compresa la formulazione di pareri”. La sentenza della Corte di Giustizia europea interveniva anche sulla scelta del decreto cd. Sblocca Italia di realizzare una rete di inceneritori evidenziando che “si dovrebbe ricorrere all’incenerimento dei rifiuti solo in ultima istanza, quando non è più possibile avvalersi delle tecniche di recupero o di riciclaggio”. Fortunatamente l’attuale Ministro dell’Ambiente ha spesso ribadito che l’attuale contratto di governo prevede in sintesi che: “Una corretta e virtuosa applicazione dell’economia circolare, in linea con la gerarchia europea nella gestione dei rifiuti, comporta una forte riduzione del rifiuto prodotto, una crescente percentuale di prodotto riciclato e contestualmente una drastica riduzione della quota di rifiuti smaltiti in discarica ed incenerimento, fino ad arrivare al graduale superamento di questi impianti, adottando metodi tecnologicamente avanzati ed alternativi”.
Ma cosa potrebbe accadere se le nuove “misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani” venissero utilizzate in futuro da un nuovo governo con un diverso orientamento strategico?

[1] Fonte https://www.arera.it/it/news/190724imballaggi.htm
[2] Fonte https://www.raiplay.it/video/2019/06/Ci-siamo-imballati—16062019-bb628921-f923-410c-b490-ca68f25a0490.html
[3] Fonte https://comunivirtuosi.org/wp-content/uploads/2015/04/acv_dossier_anci_conai_30_giu_013-.pdf

Roma: proteste a Colli Aniene per il ritorno alla raccolta stradale

Era il 2006 quando Esper venne chiamata dalla giunta Veltroni a progettare la raccolta differenziata porta a porta nei quartieri di Colli Aniene, Massimina e Decima.
Si era in piena emergenza rifiuti, e il porta a porta era la sola via percorribile per minimizzare la quantità di rifiuti destinata a smaltimento. Al momento dell’avvio della consulenza nel 2006 la % di RD nei tre quartieri Colli Aniene, Decima e Massimina era pari in media al 12,3 % e la produzione procapite era di 555 kg/ab.anno

Dopo l’introduzione della RD porta a porta nel 2007 la % di RD nei tre quartieri Colli Aniene, Decima e Massimina era pari in media al 66,6 % (con un aumento del 54,3 % in meno di tre mesi) e la produzione procapite era scesa 432 kg/ab.anno. Nel 2011 l’Agenzia per il controllo dei servizi pubblici di Roma ha evidenziato che solo nei suddetti tre quartieri l’81 % di cittadini intervistati forniva un giudizio positivo del servizio di RD fornito da AMA.

Insomma, un servizio che funzionava bene e che otteneva risultati di tutto rispetto.

IL 30 settembre AMA, di propria iniziativa ha riposizionato sulle vie del quartiere batterie di contenitori stradali (o meglio di contenitori per il porta a porta condominiale), sostituendo de facto la raccolta porta a porta con un ritorno al passato di 13 anni.

Le reazioni non si sono fatte attendere: giunta e cittadini hanno alzato la voce.

“Si diffida Ama dal comunicare qualunque iniziativa non condivisa con la sottoscritta e con i cittadini utenti che hanno e devono avere come interlocutore la parte politica e non il gestore del servizio pubblico svolto per conto di Roma Capitale“. Inizia così la lettera firmata dalla neo assessora ai rifiuti del Comune di Roma Katia Ziantoni diretta ai vertici di Ama. E data la durezza di toni e contenuti del testo che segue, si può dire che i rapporti con la partecipata dei rifiuti non siano cominciati per il meglio. Nominata da una settimana da Virginia Raggi a capo del dossier rifiuti, il più scottante in Campidoglio, Ziantoni alza subito la voce, intimando ad AMA il rispetto del contratto di servizio e al volere del “socio unico”.

Tra le ragioni avanzate da Ama che hanno portato al cambio di rotta e al riposizionamento in alcune strade dei cassonetti, “la non conformità agli standard di sicurezza nella movimentazione manuale dei carichi da parte dei lavoratori Ama” e le “difficili e gravose operazioni di prelievo dei rifiuti” in alcuni condomini. Rischi per i lavoratori che sarebbero stati certificati anche dalla Asl. Motivazioni che l’assessore però si affretta a smontare. “La  contravvenzione della Asl non impone il ritorno allo stradale, ma obbliga l’azienda ad operare nel rispetto delle normative sulla sicurezza” scrive Ziantoni. “Tale considerazione risulta doverosa per evitare che passi, come sta già passando in questi mesi, il messaggio per cui il sistema stradale sia il miglior modello di raccolta solo perché economicamente più sostenibile”.

Anche i cittadini di Colli Aniene si sono fatti sentire: dopo aver disertato un incontro con AMA per protesta verso “decisioni calate dall’alto senza nessun confronto con la cittadinanza” hanno affidato ai giornali il loro malcontento. “La cosa che fa più rabbia – ha dichiarato Gabriella Masella, presidente del comitato Colli Aniene Bene Comune – è come sia stata gestita tutta la faccenda, senza alcun confronto con i cittadini, e per via di una denuncia alla Asl di zona che avrebbero fatto alcuni operatori Ama per il mancato rispetto degli standard di sicurezza nel lavoro manuale. E questo dopo 13 anni”. Le domus aree costruite, i locali tecnici messi a punto con tanto di tastierino numerico, l’impegno dei cittadini alla differenziazione dei rifiuti: tutto da gettarsi alle spalle. Spese, tra l’altro, sostenute dagli stessi abitanti a suo tempo e per i quali ora sono anche disposti a fare una causa risarcitoria ad Ama.

SC

Milano, Trento e Bologna sono le città più circolari d’Italia

Secondo la classifica del  report “Misurare gli obiettivi di economia circolare nei centri urbani”, stilata dai ricercatori del Centro studi in Economia e regolazione dei servizi, dell’industria e del settore pubblico (Cesip) dell’Università di Milano-Bicocca, Milano è la città più “circolare” d’Italia con un punteggio di 7,7 su 10. Seconda Trento (7,5). Terza Bologna (7,2). Se le prime 10 città classificate si collocano geograficamente al Nord o Centro-Nord, le ultime posizioni sono esclusivamente coperte da centri urbani del Sud Italia,con Catania(3,8)e Palermo(3,9) fanalini di coda. Le uniche città del Nord Italia ad avere un punteggio al di sotto della sufficienza sono Genova (5,8 punti), Verona (5,7 punti) e Aosta (5,2 punti).

La seconda edizione della classifica dei centri urbani più e meno virtuosi sul piano dell’economia circolare (ovvero quell’economia basata sul riutilizzo delle risorse e sulla riduzione degli sprechi, all’insegna dell’eco-sostenibilità) è stata presentata stamattina durante il webinar “Misurare l’economia circolare urbana” e quest’anno presenta due novità di rilievo: le città coinvolte (Aosta, Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Roma, Torino, Trento, Venezia e Verona), selezionate tra le città più popolose d’Italia e i capoluoghi di regione che disponessero delle informazioni richieste dall’indagine, sono salite da 10 a 20 e, per la prima volta, è stato realizzato un confronto a livello europeo.

I ricercatori hanno individuato cinque cluster rappresentativi: input sostenibili, condivisione sociale, uso di beni come servizi, end of life, estensione della vita dei prodotti, comprendenti a loro volta 28 indicatori di circolarità, tra cui i dati sulla raccolta differenziata e sull’utilizzo dei trasporti pubblici o dei servizi di sharing mobility, il livello di concentrazione di PM10, la diffusione di eco-brevetti e di imprese ascrivibili alla categoria dei green jobs. Al Cesip spiegano che «Per ogni indicatore è stata stilata una graduatoria parziale delle città, con punteggi da 0 a 10. Infine, la media ponderata dei punteggi parziali ha determinato un indice di circolarità urbana, in base al quale è stata stilata la classifica finale.

Massimo Beccarello e Giacomo Di Foggia, rispettivamente direttore scientifico e ricercatore del Cesisp, evidenziano che «Milano si conferma al primo posto anche grazie a sistemi di trasporto pubblico ramificati e apprezzati, servizi avanzati di car sharing, rete idrica efficiente, elevato livello di raccolta differenziata e alto fatturato delle attività di vendita dell’usato».  A stupire i ricercatori non è stato tanto «il divario ormai noto tra Nord e Sud, ma la differenza riscontrata tra Nord e Centro Italia. Le prime città del Centro sono Roma e Perugia che si classificano solamente al 12esimo e 13esimo posto, con un risultato al di sotto della sufficienza, rispettivamente 5,5 e 5,3. I risultati della graduatoria per indice globale di circolarità non sono incoraggianti: solo 8 Comuni sui 20 esaminati riescono a raggiungere un valore di piena sufficienza. Con differenze territoriali che rappresentano un vero e proprio ostacolo per la crescita dell’economia circolare in Italia».

Se Milano si conferma in cima al podio, Firenze e Torino, seconda e terza nel 2019, scendono e ora sono rispettivamente al quinto e settimo posto, sia perché superate da Bologna che per l’ingresso in classifica di Trento, Bergamo, quarta, e Brescia, sesta.

utilizzando gli stessi criteri di analisi usati per il contesto italiano, il Cesisp ha messo a confronto la città leader della circolarità in Italia, Milano, con altre grandi metropoli europee: Amsterdam, Berlino, Bruxelles, Copenaghen, Londra, Madrid, Parigi e Praga. La città più circolare d’Europa è Copenaghen con un punteggio medio di 3,26 su 5. Al secondo posto Parigi (3,21), al terzo Berlino (3,18). Milano è quarta con un punteggio medio di 3,13, davanti a Londra e Madrid (sesta e settima).

Beccarello e Di Foggia concludono:«L’intento della classifica delle città circolari è di proporre l’indice di circolarità urbana sviluppato come strumento di utile valutazione per le politiche ambientali dei centri urbani e per l’impatto delle nuove normative e regolamenti. La Commissione Europea, presentando l’ambizioso progetto Green New Deal lo scorso gennaio, ha collocato l’economia circolare al centro delle nuove politiche europee necessarie per raggiungere gli obiettivi che l’Europa ha sottoscritto a Parigi nel 2015. La sostenibilità è un tema al centro anche del Recovery Fund. Ecco perché è importante partire da una mappatura delle politiche di prossimità del cittadino e da una misurazione dell’efficacia delle aree urbane che sono oggi il motore dello sviluppo economico e sociale».

Fonte: Greenreport.it

Regione Lazio: approvato dal Consiglio il nuovo piano rifiuti 2019/2025. Meno rifiuti, gestiti meglio

Riduzione della produzione dei rifiuti, sostegno alla raccolta differenziata, equilibrio impiantistico e sviluppo dell’economia circolare. Sono questi i principali obiettivi del nuovo Piano Rifiuti del Lazio 2019/2025 approvato dal Consiglio regionale

Riduzione della produzione dei rifiuti, sostegno alla raccolta differenziata, equilibrio impiantistico e sviluppo dell’economia circolare. Sono questi i principali obiettivi del nuovo Piano Rifiuti del Lazio 2019/2025 redatto con il supporto tecnico di ESPER, Ambiente Italia e Scuola Agraria del Parco di Monza ed approvato dal Consiglio regionale. Il Lazio si dota di un fondamentale strumento di pianificazione, con l’obiettivo  di mettere in sicurezza l’intero ciclo dei rifiuti nella nostra regione, garantendo maggiore efficacia e produttività, nel nome della legalità e della sostenibilità ambientale. Grazie a questo nuovo piano, infine, tutti i Comuni hanno i mezzi necessari per realizzare, in tempi determinati, le opere utili alla chiusura del ciclo dei rifiuti. Approvato oggi il nuovo Piano Rifiuti 2019/2025 da parte del Consiglio regionale del Lazio.

Tra i principali obiettivi, il Piano indica da una parte le azioni di contrasto alla produzione dei rifiuti e allo sviluppo della raccolta differenziata, mentre dall’altra parte prevede l’indicazione degli impianti necessari per il trattamento e lo smaltimento delle varie tipologie di rifiuti, da quelli urbani a quelli industriali, dai rifiuti speciali ai fanghi dei depuratori, all’interno delle localizzazioni fornite dalle province. Sono pertanto due i pilastri della nuova pianificazione regionale: l’autosufficienza del Lazio e un’equa ripartizione territoriale del peso impiantistico – per chiudere il ciclo dei rifiuti all’interno dei propri confini – e l’economia circolare con investimenti e interventi concreti per favorire la raccolta differenziata, il riciclo e il riuso delle materie, sostenendo la realizzazione di una filiera industriale ecosostenibile. 

Le linee guida del Piano regionale erano state approvate dalla Giunta il 31 gennaio dello scorso anno per poi dare avvio alla procedura di Valutazione ambientale strategica e a tutti i vari passaggi amministrativi nei tempi e nelle modalità previste dalla legge. Al termine di questa fase, si è giunti alla definitiva approvazione dello strumento di pianificazione da parte della Giunta regionale lo scorso 5 dicembre, con il conseguente invio del provvedimento alla competente Commissione consiliare. L’emergenza legata al Covid-19 ha inevitabilmente provocato dei ritardi nella valutazione e nel confronto politico sui contenuti del Piano, ma oggi si è arrivati all’approvazione finale da parte del Consiglio regionale, dotando il Lazio di uno strumento di programmazione in grado di delineare una corretta gestione del sistema dei rifiuti.

Economia circolare

La Regione ha già avviato politiche e investimenti – previsti nel Piano – per favorire la riduzione della produzione di rifiuti e lo sviluppo dell’economia circolare. Dagli accordi con la Grande Distribuzione Organizzata per la riduzione degli imballaggi al contrasto del consumo della plastica monouso nelle sedi istituzionali e delle aziende partecipate. Dall’introduzione della tariffa puntuale, secondo il principio “che meno si inquina e meno si paga”, ai contributi per la creazione di isole ecologiche e centri di compostaggio nei Comuni del Lazio, che negli ultimi anni hanno già ricevuto oltre 87 milioni di euro dalla Regione.

Dal progetto sperimentale per il recupero della plastica in mare, che ha già permesso di raccogliere e riciclare circa 70 tonnellate di plastica, alla promozione dei centri per il riuso. Dai corsi di formazione per Green Manager, con l’obiettivo di promuovere la corretta gestione del ciclo dei rifiuti in istituzioni, ospedali, scuole e grandi aziende pubbliche e private, alle campagne di sensibilizzazione ed educazione ambientale nelle scuole del Lazio. Fino alla realizzazione di un innovativo compound industriale a Colleferro, dove verranno trattati i rifiuti indifferenziati con processi di lavorazione a freddo, permettendo il recupero di materie prime, senza alcun impatto ambientale, che potranno essere rimesse sul mercato.

Equilibrio impiantistico

Il Piano Rifiuti persegue il riequilibrio territoriale degli impianti e all’autosufficienza del Lazio nella chiusura del ciclo dei rifiuti. La Regione ha confermato la suddivisione degli Ambiti territoriali ottimali prevista nel precedente Piano regionale 2012, individuando 5 Ato per la gestione dei rifiuti urbani, coincidenti con i territori delle 5 province, che dovranno essere autonome nel trattamento e nello smaltimento, secondo i principi di autosufficienza e prossimità. Sulla scorta della delibera sulla Qualità dell’Aria, inoltre, la Giunta regionale ha deciso la dismissione dell’impianto di termovalorizzatore di Colleferro, assegnando a LazioAmbiente la progettazione di un innovativo presidio industriale, in cui sarà possibile eseguire processi di lavorazione a freddo per estrarre risorse dai rifiuti in uscita dai Tmb. 

È fondamentale, infatti, attuare uno degli obiettivi previsti dal Piano, vale a dire la promozione di investimenti nelle nuove tecnologie per la trasformazione e l’innovazione dell’impiantistica esistente, sia in relazione al nuovo compound di Colleferro che all’ammodernamento dei Tmb. Un programma che la Regione vuole perseguire attraverso una strategia integrata e un rilevante stanziamento di risorse, che potranno consentire al Lazio di essere all’avanguardia nel sistema di gestione dei rifiuti.

Differenziata al 70% nel 2025

Il Piano rifiuti mira a raggiungere il 70% di raccolta differenziata nel Lazio entro il 2025. Attualmente la differenziata a livello regionale è al 47,3%, con un aumento di oltre 25 punti percentuali negli ultimi sette anni, mentre per la prima volta dal 2003 è diminuita la produzione di rifiuti nel Lazio, scendendo sotto i 3 milioni di tonnellate all’anno (riduzione di 53.000 tonnellate). 


Nel prossimo triennio verranno investite ulteriori risorse, pari ad oltre 50 milioni di euro, per sostenere i Comuni nell’applicazione della Tarip, nella creazione di isole ecologiche e di centri di compostaggio. Saranno promosse agevolazioni per imprese e Comuni che riducono la produzione di rifiuti, verrà favorita la realizzazione di centri per il riuso, oltre ad una serie di misure e di iniziative per tutte le tipologie di rifiuti.

Legalità e controllo

Dopo i diversi casi illeciti che si sono registrati nella gestione del ciclo dei rifiuti si è deciso di inserire tra gli obiettivi specifici del Piano anche il rafforzamento delle attività di controllo e di vigilanza in materia di tutela ambientale e misure per la legalità e la sicurezza. Uno strumento che sarà un aiuto importante nella gestione delle attività amministrativa, sia per i procedimenti autorizzatori da concedere e in rinnovo, che per la realizzazione di nuove strutture di trasformazione o trattamento sul territorio regionale. 

Un ulteriore piano di rafforzamento deve riguardare la tematica delle verifiche sugli impianti autorizzati, attraverso controlli in rete con altre autorità competenti, che possano ampliare la gamma degli accertamenti in ragione delle competenze di ciascun ente (Arpa Lazio, Asl, Carabinieri Forestali ecc.).

“Il nuovo Piano dei Rifiuti 2019/2025 rappresenta una preziosa opportunità per sostenere una corretta gestione del ciclo dei rifiuti: dobbiamo affrontare con serietà e lungimiranza questo tema per affermare un modello di sviluppo incentrato sulla sostenibilità, l’autosufficienza e sull’uso consapevole delle risorse. Un impegno etico, ma anche una grande occasione di crescita duratura. Ringrazio il Consiglio per l’importante contributo apportato al Piano: un lavoro emendativo che ha saputo arricchire diversi aspetti del nuovo strumento di pianificazione”.

Così, Massimiliano Valeriani, assessore al Ciclo dei Rifiuti.

Leggi anche:
L’aggiornamento del Piano di Gestione dei Rifiuti della Regione Lazio affidato ad ESPER, Ambiente Italia e Scuola Agraria del Parco di Monza
Adottato il nuovo PRGR della Regione Lazio. Le novità.

Trento, a giugno raccolta differenziata all’84% e la produzione rifiuti torna a livelli pre-covid

Il Comune di Trento si conferma tra le migliori realtà a livello europeo sul fronte della raccolta differenziata. Dai dati del primo semestre 2020 emerge non solo la perseveranza dei cittadini a una corretta e puntuale gestione dei rifiuti superando per due mesi di fila l’84%, ma è anche possibile leggere e anticipare le tendenze sulla produzione rifiuti a livello nazionale che vedono una ripresa della produzione rifiuti dal mese di maggio.

Dal confronto con i dati di raccolta differenziata registrati nel 2019, scrivono dal Servizio Urbanistica e Ambiente del Comune, si evidenzia che agiugno 2020 è stato registratol’84,22% di raccolta differenziata mentre la “quantità di rifiuti totale prodotta nei mesi di maggio e giugno 2020 è ritornata a valori in linea con quelli registrati prima del periodo di lockdown”.

In sostanza nei primi sei mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2019, si è comunque avuta una diminuzione del 6,7% dei rifiuti totali prodotti, e del 8,7% dei rifiuti smaltiti in discarica. Inoltre “la percentuale di raccolta differenziata nei mesi di maggio e giugno 2020 è molto alta: in entrambi i mesi la raccolta differenziata ha superato l’84%”.