Riunione comitato scientifico ESPER a Vazon di Oulx

Il 22/10 del corrente anno, tra i paesaggi della Val di Susa e nella splendida frazione Vazon di Oulx, si è tenuta la riunione del Comitato Scientifico di ESPER, ospitata nella splendida casa del Prof. Luca Mercalli.

È stata un’occasione d’oro per permettere al nostro direttore generale e ai direttori tecnici di rivedere alcuni colleghi, ma soprattutto amici, che non si vedevano ormai da più di due anni a causa della recente pandemia che ci ha colpiti. In questa riunione si è fatto il punto su moltissimi argomenti e ci si è aggiornati su molte situazioni riguardanti il mondo nel quale operiamo, vorremmo poterle riportare tutte ma non basterebbero 10 pubblicazioni, quindi riportiamo di seguito gli obiettivi che la ESPER si impegnata a portare avanti durante il prossimo anno coerentemente con gli indirizzi ricevuti dal Comitato Scientifico.

Nel 2022, ESPER è infatti diventata una Società Benefit, poiché ha voluto attribuire sempre più importanza a tutte le attività autofinanziate che già da molti anni porta avanti, come la distribuzione di documenti, libri, pubblicazioni ed un documentario, a titolo completamente gratuito sempre senza scopo di lucro. Con questa modifica della statuto ESPER si è impegnata a destinare ogni anno almeno il 10% degli utili a questo tipo di attività.

Quest’anno il Comitato Scientifico ha deciso di destinare le risorse principalmente su due aspetti, entrambi relativi alla volontà di sostenere una campagna sull’importanza del “vuoto a rendere“, finanziando in primis la traduzione in italiano di una serie di studi fatti da Zero Waste Europe, permettendone così l’uso facilitato e la maggiore diffusione anche in Italia. La seconda iniziativa che è stata individuata come necessaria ed utile, sarà uno studio a cura di ESPER con la supervisione del Comitato Scientifico per quantificare i vantaggi ottenibili dagli enti locali grazie alla diffusione del vuoto a rendere. Tale studio verrà sviluppato coinvolgendo rappresentanti delle amministrazioni pubbliche che già collaborano con ESPER.

Differenziata a Trento: il ‘Grande Fardello’ e il contrasto al ‘disobbediente incivile’

Quando Trento, nel 2006, con il supporto tecnico di ESPER, cominciò a riorganizzare il servizio rifiuti per passare al ‘porta a porta’, i responsabili si chiesero, prima di tutto, come avrebbe reagito i concittadini a un cambio tanto radicale di abitudini. Conoscendone la spiccata attitudine a difendere la sfera del privato, prevedevano che l’ostacolo più difficile, anche più del dover fare i conti con le forti oscillazioni del turismo stagionale e con l’impianto medioevale del centro storico, sarebbe stata la cosiddetta ‘sindrome del Grande Fardello’: il timore, cioè, di vedersi imporre una sorta di faticosa rivoluzione domestica, della cui utilità, oltretutto, non erano affatto convinti. La previsione si rivelò corretta e le contromisure efficaci. «La campagna d’informazione pubblica, mirata, appunto, a dimostrare che un piccolo impegno personale a mettere le mani e soprattutto ‘la testa’, nella pattumiera, poteva generare grandi vantaggi per tutti, riuscì ad abbassare in poche settimane il tasso di diffidenza e insofferenza alla novità. Il piano entrò nella vita di tutti i giorni senza particolari resistenze. E lo dico da semplice cittadino, perché allora non avevo cariche politiche né amministrative», ricorda il sindaco, Franco Ianeselli.

In ogni caso, anche nei due anni di mandato da Sindaco dell’ex segretario generale della Cgil tridentina, Trento ha continuato a scalare la classifica dei comuni ecovirtuosi.

— Trento differenzia oggi l’83.4 per cento dei rifiuti prodotti dai suoi 118 357 mila abitanti, una quota, superiore di 20 punti alla media italiana e di 10 punti della media regionale. Era un obiettivo previsto?

«Posso dire che siamo andati oltre le aspettative. All’inizio gli scettici, quelli abituati a considerare senza valore tutto quel che scartiamo, o a ritenere un insopportabile perdita di tempo lo slalom tra vari tipi di scarto, erano molti. In questi casi, l’informazione diventa strategica, perché è anche formazione».   

— Come è stata accolta la tariffazione puntuale, nel 2013, e qual è il bilancio di questa tassa che fa pagare in base alla quantità di rifiuti, premiando chi ne produce di meno, quindi, si suppone, le famiglie più numerose e meno agiate, ma penalizzando chi ‘consuma e spreca’ di più?

«È stata accolta bene e per quel che deve essere: una misura di equità, che va comunque calibrata, non brandita come una spada. Noi aiutiamo, ad esempio, chi è costretto a usare grandi quantità di pannolini, pannolini e altri presìdi: per i bambini, 40 euro l’anno fino ai tre anni; per gli anziani, la parte del servizio relativa ai rifiuti sanitari è gratis; per i malati di lungo decorso, sono previste altre formule di sconto».

— Quanto è diffuso il fenomeno della dispersione dei rifiuti e come fate a tenerlo sotto controllo?

«È innegabile che ‘sacchetto selvaggio’ ci sia anche da noi, ma non è un fenomeno molto diffuso o che ci assilla particolarmente. Lo contrastiamo con fototrappole fisse e droni, o proviamo a risalire ai responsabili cercandone la ‘firma’ all’interno del rifiuto. Spesso li cogliamo sul fatto grazie alle segnalazioni». 

— Avete elaborato un identikit del ‘disobbediente incivile’?

«A parte i tanti incivili nati e cresciuti qua, dal punto di vista percentuale è un fenomeno legato, più che all’inciviltà, a diversità culturali che vanno ricondotte con una paziente e un’opportuna informazione alle necessità della convivenza. Chi arriva qui da lontano porta con sé tradizioni, abitudini e automatismi cristallizzati in ambienti e climi molto differenti, che si manifestano anche nel quotidiano e sono dure da scalfire. In questo caso l’esperienza insegna che gli ambasciatori più efficaci sono i bambini in età scolare, che possono orientare gli adulti verso nuovi comportamenti senza suscitare il sospetto di tradire le proprie radici».   

— L’esperienza dice anche che dai livelli cui siete arrivati, guadagnare altri punti nella differenziata sarà sempre più difficile e costoso. Quali obiettivi vi siete dati e come farete a raggiungerli?

«Andremo avanti come sempre, limando giorno per giorno le imperfezioni del servizio, consapevoli che una quota di rifiuti indifferenziati resterà sempre, come dimostra anche il fatto che al vertice della classifica, appunto, tutte le amministrazioni si stanno allineando verso gli stessi valori e le differenze tendono ai decimali».

— Che orientamento ha il Comune di Trento sugli inceneritori, o termovalorizzatori che dir si vogliano?

«Non facciamo barricate. Affinando il percorso di separazione, la qualità dei rifiuti riciclabili aumenterà, e con quella aumenteranno le possibilità e i volumi da ritrasformare in materie prime. Ma dal momento che una parte, pur minima, di indifferenziato è inevitabile, e che, prima o poi, le discariche si riempiono — la nostra, infatti, è colma — confidiamo nell’evoluzione tecnologica, che oggi vede già all’opera nel mondo impianti termici capaci di scomporre gli scarti negli elementi chimici fondamentali, recuperando energia, ma senza produrre inquinamento e gas serra».

A cura di Igor Staglianò

I record di Fiumicino: «se ce l’abbiamo fatta noi…»

Dal 38 per cento del 2016 all’attuale 80, il Comune di Fiumicino ha scalato a passo di carica la montagna della raccolta porta a porta, dopo aver liquidato la municipalizzata ed esternalizzato il servizio perché la «differenziata stradale non funzionava, non portava miglioramenti e non permetteva di controllare la qualità dei rifiuti». Più che da quelli, però, la montagna era rappresentata dalla stessa fisionomia della città alle porte di Roma, fatta di aree densamente abitate e di zone rurali: estendere il porta a porta a tutti gli 85 mila concittadini, superando le diversità urbanistiche e logistiche, per il trentenne Enzo Di Genesio Pagliuca, vicesindaco Pd e consigliere dal 2011, è stata la vera palestra politica. Tante le difficoltà, racconta, ma tutte superate sul campo, sperimentando e collaborando, caso per caso, o meglio, casa per casa.

«Nelle zone a maggior densità —sottolinea il vicesindaco Pagliuca—, come il nuovo quartiere San Leonardo, tra palazzi di dieci piani con centinaia di appartamenti, dove era difficile fare accettare i bidoni condominiali, i condòmini si sono messi d’accordo, distribuendosi i compiti per radunare e poi esporre all’esterno i rifiuti che in un primo tempo andavano accumulandosi negli androni. Il meccanismo oggi funziona come un orologio. Nella zona rurale i problemi della raccolta erano anche più imprevedibili, legati alla frequenza, all’effetto della temperatura sui rifiuti, all’opera degli animali, ma anche lì abbiamo preso le misure». Per un comune turistico, oltretutto, i problemi si moltiplicano nrel periodo estivo. «Fiumicino ha 800 strutture di somministrazione, tra ristoranti e stabilimenti balneari, cui si aggiungono i rifiuti di due milioni di turisti all’anno: un carico che stiamo imparando a fronteggiare, calibrando le forze in base alle previsioni».

— Ma i costi di un porta a porta così spinto?

«Milioni di euro in più, ma vendiamo i materiali separati ai consorzi che li riciclano. Così, negli ultimi nove anni, da quando il centro-sinistra guida il Comune, siamo riusciti a non alzare di un centesimo la Tari, senza contare che Fiumicino è vistosamente più pulita e, aggiungo, che la differenziata domestica è fondamentale per educarci alla gestione consapevole dei rifiuti. In ogni caso, non dimentichiamo che 13 anni fa, quando chiuse la discarica di Malagrotta, l’indifferenziato, che era quasi il totale dei rifiuti conferiti, ci costava 70 euro a tonnellata, e ora ne costa quasi 200. Se non lo avessimo ridotto dell’80 per cento, la spesa sarebbe insostenibile».

— L’aeroporto Leonardo da Vinci come viene gestito?

«Per fortuna gestisce in modo indipendente i rifiuti dei suoi 44 milioni annuali di arrivi».

—Vi siete avvalsi di consulenti esterni?

«Sì, in particolare di E.S.P.E.R, che ci ha seguito a lungo ed anche attualmente, prima come supporto tecnico per lo sviluppo del progetto, poi come direzione per l’esecuzione del contratto. Professionisti del settore molto qualificati che operano solo per soggetti pubblici e che hanno curato anche la redazione del Piano regionale per la gestione dei rifiuti».

— Dove sono stati più utili?

«Nella corretta gestione della plastica in particolare, anzi, delle plastiche. Sono i materiali che ormai incidono di più sui costi, perché sono i più voluminosi».

— E la tariffazione puntuale, cioè ‘pago-per-i-rifiuti-che-produco’?

«È un passaggio importante per raggiungere i nostri prossimi obiettivi, che sono l’ulteriore riduzione sia della quota di rifiuti indifferenziati, sia della Tari, attraverso un sistema di sconti, legati, ad esempio, all’uso delle compostiere, all’età, al reddito, al numero di componenti la famiglia. La tariffa a volume è prevista nel nuovo piano rifiuti regionale, insieme a una forte campagna di informazione. Partirà dopo l’estate per le utenze commerciali, che ne avranno anche un vantaggio economico, perché prima, quando superavano una certa quantità, erano costrette a stipulare contratti a parte, mentre così non ci saranno limiti. Poi sarà allargata alle utenze domestiche».

— Inceneritori?

«Non ci servono, puntiamo a diminuire lo scarto migliorando la selezione, specie quella più problematica dei vari polimeri plastici, ma anche quella degli scarti umidi che oggi costa da smaltire ben 130 euro a tonnellata. Per questo, abbiamo deciso di girare al gestore i proventi della vendita dei materiali riciclati».

— Come combattete ‘Sacchetto Selvaggio’?

«La rimozione è compresa nel nuovo contratto con la ditta. Questo, insieme alle fototrappole, servirà a tenere pulite le strade e a disincentivare eventuali interessi di parte che contribuiscono ad aumentare il fenomeno».

— Giusto a un tiro di sacchetto da qui, c’è Roma, della quale Fiumicino faceva parte fino al 1992. Un paragone è inevitabile…

«Con tutte le differenze e le difficoltà della Capitale, il nostro Comune, per la sua estensione, la varietà ambientale — comprende anche riserve naturalistiche e archeologiche — e la complessità urbanistica e sociale, rappresenta un modello plausibile dei problemi di una grande città. Va anche detto che l’integrazione è essenziale: il nostro nuovo impianto per gli umidi, a Maccarese, potrà accogliere sessantamila tonnellate, di cui diecimila di Fiumicino e il resto a disposizione dei comuni vicini. Insomma, mi sembra di poter dire che se ce l’abbiamo fatta noi…».

A cura di Igor Staglianò

Nuove linee guida per i centri del riuso nel Lazio

Approvata dalla Giunta Regione Lazio la delibera riguardante le “Linee guida ai Comuni per la realizzazione e gestione dei centri del riuso”, proposta dall’assessore Massimiliano Valeriani e dall’assessora Roberta Lombardi, redatta grazie al supporto tecnico di Esper e che contiene al suo interno molte iniziative di finanziamento, potenziamento e monitoraggio di tali strutture, promuovendo anche una grande sinergia tra i vari centri sparsi sul territorio. Viene inoltre fornito un inquadramento regolamentare non solo ad ambito regionale ma anche nazionale ed europeo.

Dalle parole di Massimo Valeriani si evince quanto questa disposizione sia importante per gli obiettivi contenuti nel Piano regionale dei rifiuti poiché il centro del riuso è uno dei punti nevralgici per il recupero, il riciclo e il riutilizzo dei materiali permettendo a questi rifiuti di non essere direttamente smaltiti, riducendo molto l’impatto ambientale.

L’assessora Roberta Lombardi mostra come, con un buon 22%, l’Italia è al primo posto nell’UE in termini di utilizzo della circolazione dei materiali e che punta a raggiungere il 30% entro il 2030, con una riduzione dei rifiuti in linea con gli scopi del PNRR.

Il Direttore generale di ESPER, Attilio Tornavacca, evidenzia che “l’illustrazione e l’analisi delle realtà citate in queste linee guida rappresenta una formidabile raccolta di esperienze da cui trarre spunto. Le esperienze censite più interessati sono quelle che, al netto di contributi pubblici acquisiti per le spese di investimento iniziali per l’avvio del Centro del Riuso, riescono poi ad autosostenere economicamente la propria gestione quotidiana senza dover ricorrere a sovvenzioni pubbliche”.

Si rimanda al seguente link per consultare le linee guida complete: https://www.legislazionetecnica.it/system/files/fonti/allegati/22-6/8866300/La_21062022_458.pdf

Modugno, ai vertici della differenziata e della tariffazione puntuale

L’assessore Gianfranco Spizzico con delega alla Tutela dell’Ambiente e della Salute pubblica di Modugno, parlando dei risultati ottenuti nel servizio di Igiene urbana evidenzia che la raccolta differenziata dei rifiuti urbani in città ha superato il 76% nel 2020 secondo i dati di ISPRA. Il risultato ottenuto nel Comune di 40 mila abitanti alle porte di Bari è frutto di un intreccio virtuoso tra tecnologia e motivazione sociale.

Gli operatori addetti al “porta a porta” dispongono di un lettore transponder portatile: «acquisendo i tag dei contenitori, il lettore rileva e quantifica la produzione dei rifiuti di ogni singola utenza, e registra anche la qualità del rifiuto conferito», specifica l’assessore Gianfranco Spizzico con delega alla Tutela dell’Ambiente e della Salute pubblica di Modugno, parlando dei risultati ottenuti nel servizio di Igiene urbana. In caso di difformità qualitativa, l’operatore applica sul contenitore un adesivo rimovibile per segnalare all’utente l’anomalia rilevata per sensibilizzarlo: «se un rifiuto non è conforme viene applicata una striscia rossa che dà la possibilità alla polizia locale di svolgere attività di polizia giudiziaria», sottolinea l’assessore che precisa «Quella che ho impostato subito, al mio arrivo all’assessorato, è la lotta agli sporcaccioni».

Quattro anni fa, nel 2018, il Comune ha avviato la tariffazione puntuale con il supporto di ESPER, applicando il principio comunitario “chi inquina paga”. In concreto, viene contabilizzato il secco indifferenziato di ogni utenza e la tariffa viene calibrata con precisione sulla base del rifiuto effettivamente prodotto: «di conseguenza, il cittadino meno rifiuti secchi produce meno TARI paga». Con vantaggi complessivi molto concreti per il bilancio comunale oltre che per i singoli cittadini, spiega l’assessore Spizzico: «nel 2021, la cessione degli imballaggi raccolta con la differenziata ha portato nelle casse di Modugno circa 600 mila euro, il 10% di quanto il Comune spende per il servizio di igiene urbana». Il vantaggio per il cittadino emerge “per contrasto” con quanto avviene nella vicina Bari (41% di RD nel 2020 secondo ISPRA) che ha ancora un sistema misto stradale/domiciliare e non ha adottato la TARI puntuale. «A Bari una famiglia di quattro persone con un appartamento di 100 metri quadri paga 480 euro di Tari all’anno, a Modugno 310 euro: il 35% in meno, che si traducono anche in servizi aggiuntivi per il cittadino nel bilancio finale», esemplifica Spizzico.

L’assessore punta molto sulla partecipazione della cittadinanza però “col polso fermo” dell’Amministrazione. Con “Cicca challenge 2022”, il Comune ha messo in palio una borraccia ecologica per ogni bottiglia piena di cicche raccolte in città. Anche qui ha confidato nell’ausilio e nella deterrenza tecnologica della rete di videosorveglianza cittadina, implementata dalle fototrappole installate su 100 postazioni facendo crollare verticalmente gli abbandoni dei rifiuti per strada.

L’Isola Ecologica Itinerante effettua, a sua volta, tre fermate per ogni zona della città alla settimana; nel 2020, le utenze che l’hanno utilizzata sono state 2200 e il servizio resterà attivo anche dopo il raddoppio del Centro Comune di Raccolta grazie a un finanziamento regionale.

A cura di Igor Staglianò

Esper è orgogliosa di annunciare che da quest’anno diventa Società Benefit

Abbiamo voluto dare ancora più importanza alle attività autofinanziate per la diffusione di buone pratiche riguardanti l’ambiente e la corretta gestione dei rifiuti, diventando a tutti gli effetti Società Benefit. Con questo titolo ci impegniamo a destinare ogni anno almeno il 10% degli utili alla diffusione gratuita di materiali disponibili per Comuni, scuole, professionisti del settore o chiunque voglia avvicinarsi a questo mondo. Tutto ciò è possibile anche grazie ad una scelta che è stata presa fin dalla creazione dell’azienda: non destinare fondi in pubblicità. Tutto ciò per un motivo molto preciso, crediamo che nel nostro settore, la migliore pubblicità che può essere fatta, è il passaparola tra i soggetti per i quali abbiamo lavorato e quelli interessati al nostro lavoro. Negli anni ci ha permesso, non solo di essere conosciuti in tutta Italia ed all’estero per i lavori svolti con grande passione e dedizione, ma anche di concentrare parte degli utili alla continua diffusione di conoscenze e notizie legate all’ambiente e alla sostenibilità attraverso articoli, pubblicazioni, libri, blog e documentari (ad esempio, grazie alla preziosa collaborazione dell’Associazione Comuni Virtuosi, il docu-film “Sogni Comuni”), sempre senza alcuno scopo di lucro.

Caso Sardegna: dal 5% al 74,52% di raccolta differenziata

Dopo aver raggiunto il vertice della classifica nazionale per riduzione dei rifiuti e raccolta della differenziata, la Regione Sardegna adotta un meccanismo tariffario per incentivare la diffusione della tariffazione puntuale.

A cura di Igor Staglianò

Nel 2004 la Sardegna era la penultima Regione in Italia con il 5% di raccolta differenziata, nel 2020 secondo ISPRA ha raggiunto il 74,52%. Un bel salto in avanti! Ne parliamo con l’assessore regionale alla Difesa dell’ambiente Gianni Lampis, nella Giunta Solinas da tre anni.

La Sardegna ha anche una produzione pro-capite di 445 kg per abitante all’anno, nonostante gli elevati flussi turistici. Lunica Regione a far meglio di voi oggi è  il Veneto con il 76,1% di differenziata. Quali sono gli strumenti adottati per raggiungere questi risultati?

«La principale azione adottata è stata lattuazione, sin dal 2004, di un meccanismo di premialità/penalità, attraverso il quale vengono premiati i Comuni che raggiungono percentuali di raccolta differenziata annualmente stabiliti dalla Giunta regionale e vengono penalizzati se non li raggiungono. Il premio consiste in uno sconto sul costo di conferimento del secco residuo indifferenziato; analogamente la penalità consiste in una maggiorazione di tale costo. Lultima pianificazione ha fissato obiettivi molto ambiziosi: 80% nella raccolta differenziata e 70% di riciclo al 2022. Allo stato attuale abbiano conseguito il 74% di raccolta differenziata e il 60% di riciclo. Occorre sottolineare che la Regione ha investito molto nellimpiantistica (termovalorizzatori, discariche, impianti di compostaggio, digestori anaerobici, piattaforme per la valorizzazione degli imballaggi) e in ecocentri. È importante sottolineare anche gli accordi di programma sottoscritti con CONAI e CIC, i Consorzi di filiera degli imballaggi e dellumido, che hanno supportato la Sardegna nelle azioni attuative di settore».

Con la Deliberazione n. 9/44 del 24 marzo scorso la Regione Sardegna ha introdotto anche un meccanismo tariffario per incentivare la tariffazione puntuale. Come è stata accolta dagli enti locali questa innovazione?

«Non abbiamo elementi di riscontro specifici, ma finora non sono pervenute lamentele. Questa riforma era attesa e diversi Comuni stanno adeguando i sistemi di raccolta per continuare a ricevere le premialità regionali. Infatti, la deliberazione ha previsto un adeguamento del meccanismo premialità/penalità che incentiva il mantenimento delle premialità regionali in caso di attivazione della tariffazione puntuale. In sua assenza, le premialità regionali vengono dimezzate».

Quale supporto offre la Regione ai Comuni per introdurre la tariffazione puntuale? 

«Abbiamo predisposto linee guida che descrivono i principali sistemi di tariffazione e forniscono criteri per la scelta della configurazione più adatta al Comune (numero di frazioni di rifiuto da contabilizzare, tipologia di formula per il calcolo della tariffa, attrezzature per la raccolta e la contabilizzazione del rifiuto)».

Quali esigenze hanno evidenziato gli Enti locali rispetto al nuovo obiettivo di riduzione della produzione pro-capite sino a 415 kg per abitante all’anno e come hanno accolto tale obiettivo?

«Lobiettivo della riduzione della produzione pro-capite non sembra particolarmente sentito dai nostri Comuni. Non abbiamo ricevuto osservazioni in tal senso. I Comuni si concentrano in genere sul posizionamento degli impianti e sui contributi per i servizi di raccolta, in modo da poter essere continuamente efficientata sul piano organizzativo».

Come pensate di promuovere la diffusione del Centri del riuso?

«I centri per il riuso servono a prevenire la produzione dei rifiuti. Si tratta di spazi per lesposizione temporanea e di scambio fra privati, di beni usati e funzionanti, idonei al riutilizzo diretto. Intendiamo finanziare i Centri per il riuso attraverso le risorse comunitarie del PO FESR 2021-2027. Allo scopo intendiamo predisporre le linee guida, come previsto dal Piano regionale, che consentano di regolamentarne realizzazione e gestione».

Rifiuti, Valle d’Aosta punta a riduzione, recupero e riciclo

Approvato nuovo Piano di gestione per quinquennio 2022-2026 redatto dalla Regione con il supporto tecnico di ESPER come capofila insieme ad Ambiente Italia, Scuola Agraria del Parco di Monza e Zimatec.

Con 18 voti a favore e 16 astensioni il Consiglio regionale della Valle d’Aosta ha approvato il Piano regionale di gestione dei rifiuti 2022-2026, risultato del ‘coordinamento’ tra il disegno di legge della Giunta regionale e la proposta di legge del gruppo Progetto Civico Progressista in materia di gestione dei rifiuti speciali.

Ad illustrare il provvedimento sono stati Albert Chatrian (Av-VdaUnie), presidente della terza Commissione “Assetto del territorio”, e Chiara Minelli (Pcp).

 “Gli obiettivi – ha detto Chatrian – sono conformi a quelli stabiliti dal pacchetto europeo di misure sull’economia circolare, che supera il concetto di differenziazione del rifiuto e spinge sulle politiche di riduzione della produzione dei rifiuti e del miglioramento della capacità di recupero: si sposta quindi l’attenzione sul riutilizzare, rinnovare e riciclare i materiali esistenti. Quello che normalmente si considerava come rifiuto può essere trasformato in una risorsa e i rifiuti residui possono così diventare prossimi allo zero”.
    Nell’ambito della gestione dei rifiuti urbani l’obiettivo è raggiungere, entro il 2026, un tasso netto di riciclo per i rifiuti urbani del 65% e un tasso di raccolta differenziata almeno pari all’80%. Inoltre si punta a ridurre l’attuale tendenza di aumento della produzione pro-capite dei rifiuti e il conferimento in discarica, al fine di raggiungere l’obiettivo del 10% di rifiuti conferiti in discarica al 2035. A tal proposito sono previste l’estensione della raccolta ‘porta a porta’ e l’attivazione della tariffazione puntuale.
    Sotto il profilo impiantistico, il Piano vuole integrare l’attuale sistema per chiudere all’interno della regione il ciclo di recupero dell’umido, del verde e dei fanghi di depurazione, trasformandoli in prodotti quali compost di qualità da riutilizzare nel settore agricolo e nei recuperi ambientali.
    “Fatta salva la previsione di una riorganizzazione delle discariche comunali di rifiuti inerti – ha detto Chatrian – non è prevista la realizzazione di nuove discariche. Inoltre i quantitativi di rifiuti speciali prodotti in Valle d’Aosta sono così modesti da non giustificare, per la maggior parte delle tipologie prodotte, la realizzazione di un’impiantistica dedicata”.

Chiara Minelli ha osservato che “il testo recepisce nella sostanza molti elementi della proposta di legge di Pcp, nata dalla necessità di colmare un vuoto normativo su alcuni aspetti della gestione dei rifiuti e in particolare di quelli speciali”. “Il testo coordinato di Commissione – prosegue – evidenzia un lavoro prezioso fatto attraverso un confronto serrato durato tre mesi e rappresenta un indubbio passo avanti rispetto al disegno di legge presentato dalla Giunta che non diceva nulla su un tema cruciale come quello delle discariche di rifiuti speciali già autorizzate. L’articolo più significativo del nuovo testo è quello relativo alle disposizioni transitorie che indicano come le disposizioni di settore recanti norme imperative siano da applicare anche ai procedimenti e alle autorizzazioni in essere alla data di entrata in vigore della nuova legge: una formulazione che, per la Consigliera, è ancora da affinare e migliorare”. Pierluigi Marquis (Forza Italia) ha evidenziato che “il Piano rifiuti recepisce gli indirizzi delle direttive unitarie e sarà utile per accedere alle risorse del Pnrr”. Inoltre “alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini contenute nel documento, avrebbe dovuto essere affiancata una maggiore attenzione alla sostenibilità economica del Piano, riferendosi nello specifico ai costi finali che hanno inciso in maniera significativa sulle bollette”. Per Renzo Testolin (Uv) “il percorso effettuato in Commissione ha permesso di analizzare tutte le dinamiche che ci possono essere in un Piano di questo tipo, ma ora bisogna portare ad una nuova operatività la gestione dei rifiuti. C’è stata molta attenzione rispetto alle criticità emerse negli ultimi anni, in funzione anche di timori che la popolazione di determinati territori ha percepito e manifestato: timori che sono stati presi in carico in questa norma, attraverso il coinvolgimento degli enti locali al fine di dare uno sviluppo coordinato e che abbia il minor impatto possibile sul territorio”. Corrado Jordan (AV-VdAU) ha ricordato che “oltre a definire un quadro di principi, il Piano fornisce anche un’impostazione metodologica che sarà il riferimento futuro per le azioni di raccolta e smaltimento e recupero di rifiuti nel rispetto delle norme e dei vincoli in tema ambientale per raggiungere obiettivi virtuosi dal punto di vista del rispetto dell’ambiente, ma anche soprattutto migliorando il sistema gestionale di raccolta, selezione e smaltimento dei rifiuti”. Luca Distort (Lega VdA) ha invece osservato che “basare l’intero sistema di gestione dei rifiuti sulla differenziazione affidata alla buona volontà dei cittadini e alla capacità di differenziare correttamente è un primo punto debole perché la qualità del prodotto che emerge alla fine di questo ciclo è tendenzialmente bassa e la società Enval è obbligata alla ricompattazione del rifiuto o al trasporto fuori Valle negli impianti di pirogassificazione: tutto questo ricadrà sui costi di Tari a carico dei cittadini e si perde l’occasione per un uso economicamente sostenibile dei rifiuti”. Paolo Cretier (Fp-Pd) ha definito il Piano come “uno strumento agile e modificabile, efficiente e mirato”, evidenziando che il documento “è il frutto di un confronto con tutti gli attori interessati del mondo della politica e della società civile, ma il raggiungimento degli obiettivi dipende dall’impegno di tutta la popolazione nelle attività di differenziazione dei rifiuti”. Infine il Presidente della Regione, Erik Lavevaz, in qualità di Assessore ad interim all’ambiente, ha detto: “Il Piano è il frutto di un lavoro molto approfondito e dettagliato che si pone obiettivi realizzabili, calati sulla realtà locale con iniziative sostenibili e praticabili. Il testo è stato aggiornato con le nuove normative europee e nazionali: gli obiettivi sono molto sfidanti e trattano una materia complessa e articolata che va affrontata con impegno. Le novità principali riguardano il passaggio dalla quantità alla qualità del rifiuto; il potenziamento del riuso e la diminuzione dei rifiuti che resta l’obiettivo principale”.

Fonte: ANSA

Direttiva SUP: da oggi stop a (quasi tutta) la plastica monouso

Oggi 14 gennaio entra in vigore in Italia la direttiva SUP (Single Use Plastic), redatta nel 2019 dalla Commissione Europea.

Raccontata per lo più dalla stampa come la direttiva “che vieta dieci prodotti plastici”, in realtà è un provvedimento ben più complesso, che nelle intenzioni traccia una linea di non ritorno per la plastica monouso. Direttiva che ha da subito scatenato reazioni entusiastiche anche da chi sarebbe stato colpito da essa. È il caso, ad esempio, di PlasticsEurope, associazione Europea dei Produttori di materie plastiche, che all’approvazione della norma dichiarava “L’Associazione Europea delle materie plastiche condivide pienamente l’obiettivo di prevenire la dispersione dei rifiuti di qualsiasi tipo, compresi quelli di plastica, e accoglie con favore l’approvazione della direttiva SUP da parte del Parlamento europeo. In particolare, PlasticsEurope valuta positivamente il riconoscimento del fatto che la lotta contro i rifiuti è una responsabilità condivisa tra autorità competenti, produttori e consumatori. Solo con il coinvolgimento di tutte le parti interessate, i produttori di materie plastiche possono trovare soluzioni percorribili[1].

L’Italia però ha recepito la direttiva in maniera difforme dalla versione europea. Il testo, infatti, esclude dalla definizione di “plastica monouso” tutti i polimeri naturali non modificati chimicamente. Una specifica che non compare nelle norme approvate da Parlamento e consiglio UE. Insomma, si salvano le bioplastiche, di cui il nostro Paese è grande produttore. Nel contempo il provvedimento nazionale introduce un impegno di riduzione al 2026 per prodotti come tazze o bicchieri per bevande – inclusi tappi  e coperchi – e i contenitori per alimenti rimasti fuori dalla pretende gruppo.

Il recepimento “personalizzato” e l’esclusione dai divieti di materiali espressamente compresi nella direttiva Europea espongono il nostro Paese al rischio di un procedimento di infrazione e, a tendere, a quello di sanzioni. Le reazioni non si sono fatte attendere, e il mondo dell’ambientalismo ha preso posizioni decisamente differenziate sulla questione.

Greenpeace, che nei mesi scorsi aveva pubblicato il rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” in cui venivano esaminate le azioni intraprese da altri Paesi nel quadro delineato dalle politiche comunitarie e dal quale erano scaturite una serie di proposte condivise con il Ministero della Transizione ecologica durante le fasi consultive in merito al recepimento della direttiva SUP, che tuttavia non hanno avuto seguito, sottolinea il rischio di infrazione. “La nuova legge europea rappresenta un’importante vittoria per l’ambiente e un primo passo importante per contrastare l’abuso di plastica usa e getta, ma l’Italia conferma ancora una volta di avere un approccio miope che favorisce solo una finta transizione ecologica. La direttiva offriva l’opportunità di andare oltre il monouso e la semplice sostituzione di un materiale con un altro, promuovendo soluzioni basate sul riutilizzo. Un obiettivo che è stato volutamente ignorato dal nostro Paese. Ci auguriamo che nelle prossime settimane l’Europa imponga al governo italiano le modifiche necessarie affinché prevalga la tutela dell’ambiente e della collettività anziché i meri interessi industriali. Purtroppo c’è il concreto rischio che venga avviato l’iter per una procedura d’infrazione”, afferma Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia (ecodallecitta.it).

Più morbida la posizione di Legambiente: nelle parole del Presidente Stefano CiafaniMa nella lotta alla plastica monouso non bisogna abbassare la guardia. In queste ultime settimane stanno comparendo prodotti in plastica molto simili a quelli monouso ma “riutilizzabili” per un numero limitato di volte, come indicato nelle confezioni. Un modo, a nostro avviso, per aggirare il bando e che porta ad un incremento dell’utilizzo di plastica piuttosto che ad una sua diminuzione” (rinnovabili.it) sottolinea i tentativi di trovare scappatoie da parte di alcuni operatori del mercato, ma che condivide l’atteggiamento del Governo sulle bioplastiche.
La Commissione ora è chiamata a esprimere un parere, e verosimilmente chiederà al nostro Paese di adeguarsi”, prevede Mauro Albrizio, responsabile dell’ufficio europeo di Legambiente dall’apertura nei primi anni Duemila. “Se da una parte è vero che la direttiva non è stata recepita in maniera rigorosa – prosegue Albrizio – lo è altrettanto che il testo lascia alcuni margini interpretativi, una zona grigia all’interno della quale è possibile negoziare. Bisogna aspettare la posizione ufficiale dell’Unione europea. La normativa europea non è troppo rigida, ma non tiene conto di alcune specificità nazionali. Dal mio punto di vista, l’Italia ha operato la scelta più efficace ed efficiente, sia dal punto di vista negoziale sia da quello ambientale. Per risolvere drasticamente il problema plastica è necessario incentivare l’ecodesign, ridurre gli imballaggi plastici e utilizzare plastiche biodegradabili: solo noi, a livello continentale, disponiamo di una raccolta dell’organico che le valorizza” (wired.it). 

“La deroga sulle bioplastiche compostabili inserita nel decreto di recepimento della direttiva SUP non deve tradursi nella sostituzione ‘1 a 1’ dei prodotti in plastica tradizionale”. Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche, non presta il fianco a chi etichetta la misura in vigore da domani come una mano tesa al ‘greenwashing’ dell’usa e getta. Anche se questo significa in parte remare contro gli interessi del settore che rappresenta. “Tutto il monouso, compreso quello in bioplastica, va ridotto significativamente”, spiega a Ricicla.tv, ricordando come in passato l’Italia abbia dato prova di saperlo fare prima e meglio degli altri, anche a costo di mettersi contro l’Ue. Come quando nel 2011 scegliemmo di mettere al bando i sacchetti monouso di plastica non biodegradabile o compostabile. “Quella scelta – ricorda Bianconi – portò alla riduzione di oltre il 60% dei volumi immessi sul mercato”. (riciclanews.it)
(SC)


[1] https://www.plasticseurope.org/it/newsroom/press-releases/27032019-e-stata-adottata-la-direttiva-sulla-plastica-monouso-sup

Panta Rei. A Vimercate il riuso è filosofia di vita

Panta Rei.
Una citazione filosofica eraclitéa, ma anche il nome del centro del riuso di Vimercate. Un centro nato “per camminare con le proprie gambe”, e dove tutto scorre ed è in divenire.
Ne parliamo con Maurizio Bertinelli, ex Assessore al Comune di Vimercate e promotore di Panta Rei.

Buongiorno Maurizio. Ci racconta la genesi di Panta Rei?

Il presupposto iniziale è l’adesione del Comune di Vimercate alla strategia Rifiuti Zero. All’interno della giunta Cinque Stelle del 2016 eravamo due attivisti di Zero Waste Italy e siamo riusciti ad indirizzare l’azione amministrativa verso il perseguimento dei dieci punti fissati da Rossano Ercolini. Ovviamente con l’obiettivo di rispettare la normativa nazionale e con un occhio alle esperienze europee, prevalentemente sul tema della riduzione dei rifiuti e poi sulla corretta differenziazione, sull’educazione alla cittadinanza, sulla gestione del rifiuto residuo.
In questo percorso abbiamo cercato di individuare quali fossero le azioni più efficaci per la riduzione dei rifiuti e alcune di queste le abbiamo adattate e replicate al nostro contesto: i parchi a rifiuti zero e le EcoFeste, ad esempio. Nel quadro generale ha preso corpo l’idea che si potesse creare un luogo in cui gli oggetti, pur scartati dalle persone, potessero avere una seconda vita. Questo pensiero si è incrociato con la seconda edizione del bando regionale dei centri del riutilizzo in Lombardia (2017).
Abbiamo cercato di individuare associazioni e soggetti che avessero esperienza nei centri del riuso con cui co-progettare e, con la collaborazione fondamentale degli uffici comunali, abbiamo predisposto la nostra proposta, che poi è stata approvata dalla Regione. Nei mesi successivi all’approvazione del progetto (fine 2017) il Centro del Riuso ha preso forma e vita.

Su quali basi ha preso il via l’avventura di Panta Rei?

Esistevano alcuni presupposti su cui si basava il progetto.

Il primo era quello, ovviamente di dare una valenza espressamente ambientale, escludendo fin dall’inizio l’idea di una donazione dei materiali raccolti. L’obiettivo esplicito, era quello di sottrarre materiale al ciclo dei rifiuti, non di fare solidarietà, o quantomeno non come target primario. I cittadini cedono gratuitamente i propri oggetti che, dopo i trattamenti necessari vengono messi in vendita, naturalmente a prezzi anche simbolici, ed in questo si può rintracciare la chiave solidaristica. L’obiettivo principale, però, è e resta quello di prolungare la vita degli oggetti, evitando che possano diventare rifiuti, dando loro un valore.  

Il secondo quello della sostenibilità economica del Centro: Comune e Gestore del servizio di raccolta si impegnano a fornire il luogo e le attrezzature necessarie, ma tutta la gestione delle spese correnti (bollette, stipendi degli operatori, etc.) devono essere recuperate dalla vendita degli oggetti ed in carico al soggetto che gestisce il centro. Insomma, volevamo espressamente che il centro avesse gambe proprie. E questa impostazione ha fatto da stimolo alla nascita di attività parallele quali laboratori di riparazione, corsi di manutenzione di piccoli oggetti (dai mobili alle biciclette), laboratori creativi di upcycling…
Inoltre abbiamo voluto che la struttura fosse in grado di accogliere azioni di volontariato, anche temporaneo, delle realtà del territorio. Ci sono state, ad esempio numerose attività di volontariato aziendale.
Infine abbiamo trovato collaborazioni con associazioni che si occupano del reinserimento di persone con disabilità, che si occupano di fare determinate attività nell’ambito della gestione del centro. Ma sempre nell’ottica del lavoro-formazione: non solo fornisci il tuo contributo operativo, ma vieni formato in modo che tu stesso possa poi diventare formatore, abbia gli strumenti per passare ad altri l’esperienza compiuta ed i principi acquisiti.

Molti centri del riuso lavorano in collaborazione con Caritas e i Servizi Sociali, donando gli oggetti a soggetti in difficoltà. Panta Rei non fa questa attività? 

Eravamo consapevoli di questa interpretazione e di questa impostazione di alcuni centri del riuso.
Esistono realtà in cui esiste una lista di nomi che possono prelevare liberamente gli oggetti, che poi sono per lo più tessili e capi d’abbigliamento. In Lombardia c’è una tradizione solidaristica storica proprio in questo campo.
A Vimercate, però abbiamo fatto la scelta di non raccogliere abiti usati. Abbiamo visto come altrove arrivassero a rappresentare oltre il 50% degli oggetti raccolti, ma non l’abbiamo individuata significativa dal punto di vista del messaggio ambientale.

Ovviamente anche a Panta Rei il sociale ha un ruolo di rilievo e tiene in piedi tutto. Abbiamo voluto che il gestore del centro fosse obbligatoriamente un’associazione o un soggetto senza fini di lucro.

Ci ha detto di presupposti, di obiettivi che l’amministrazione di Vimercate si era posta nella progettazione di Panta Rei. Gli obiettivi sono stati centrati? Il centro oggi funziona come avevate progettato?

La pandemia ha certamente rallentato il raggiungimento degli obiettivi. È chiaro che nel momento in cui il centro resta chiuso per mesi causa COVID, ci sono delle difficoltà. Il centro sta comunque andando bene. Ma io non avevo dubbi: siamo nella Brianza ricca e gli oggetti che arrivano sono spesso di qualità e dunque abbastanza attrattivi. È mancata un po’ la parte di arruolamento di volontari ed associazioni, quella che considero la parte arricchente del progetto, che non può ridursi al mero scambio di oggetti.
Sono però molto contento del fatto che Panta Rei abbia raggiunto da qualche mese il pareggio di bilancio.

Maurizio, lei ha dato il via al centro Panta Rei di Vimercate, ma ha fatto anche un lavoro di censimento Nazionale. Qual è lo stato di salute del sistema “centri del Riuso” in Italia?

Con l’aiuto di Danilo Boni, che è un amico di Zero Waste Italy, circa un anno fa ci siamo chiesti se si potesse fare un censimento nazionale deli Centri del Riuso, soffermandoci sulle realtà supportate dalle amministrazioni pubbliche ed escludendo quelle private. Abbiamo predisposto un questionario con cui raccogliere tutte le informazioni dei Centri del Riuso italiane, ma anche abbiamo cercato di fissare le caratteristiche che noi vediamo come essenziali per la nascita di un centro del riuso. Il tentativo è quello di non fare semplicemente un censimento, ma di creare uno strumento per chi volesse partire con una nuova esperienza legata al riuso.

Abbiamo censito circa 120 centri, che ci hanno dato una indicazione di quel che fanno, di come lo fanno. Soprattutto abbiamo creato un “catalogo” di tutte le esperienze differenti. Credo che anche solo il cercare di organizzarle in un’unica visione sia un processo sbagliato: la ricchezza è anche quella di una profonda diversità fra le varie esperienze. Certo: alcune esperienze sono condivisibili, altre meno; alcune riescono a camminare su gambe proprie, altre stentano a trovare una sostenibilità economica; alcune hanno una vocazione più solidaristica che sociale, altre, come Vimercate, puntano invece decisamente sul discorso di riduzione rifiuti. Ma in ognuna di esse c’è, potenzialmente, un’indicazione utile per chi vorrà cimentarsi con il settore del riuso.
(SC)