In Europa i produttori di sigarette pagano per la raccolta dei mozziconi abbandonati: quando in Italia?

I mozziconi di sigaretta si trovano ormai ovunque, in strada, sui marciapiedi e persino in spiaggia o in mare. Per cercare di contrastare l’inquinamento derivante dalla pratica, purtroppo largamente diffusa, di gettare in terra sigarette “usate” o simili (tabacco riscaldato), molti governi si sono mobilitati cercando in primis di sanzionare questi comportamenti illeciti ed irrispettosi con specifiche multe, successivamente si è passato alla responsabilizzazione delle aziende produttrici di sigarette e dei  rifiuti abbandonati derivanti da tale consumo, con l’approvazione di alcune norme in Paesi come la Spagna e la Francia. Le aziende produttrici di tabacco sono state quindi obbligate a fare una cosa molto simile in entrambi i paesi, contribuire con ingenti somme alla tutela  dell’ambiente da questo rifiuto così insidioso, che impiega normalmente una decina di anni per decomporsi, rilasciando in questo arco di tempo circa 7.000 sostanze chimiche, molte di queste cancerogene per l’uomo.

In questi Paesi si sta anche cercando di disincentivare l’uso del tabacco attraverso campagne volte a sensibilizzare l’utente, pubblicità anti-fumo e, in Spagna, con divieti in tutte le spiagge. A Barcellona è infatti bandito il fumo in tutte le spiagge cittadine.

In Italia la percentuale di fumatori è circa il 25% della popolazione, che consuma in media 12 sigarette al giorno. Secondo stime non ufficiali vengono fumate circa 68 miliardi di sigarette all’anno, non si sa quanti di questi mozziconi prodotti finiscono nell’ambiente ma nel corso dell’indagine “Park Litter 2022” di Legambiente è emerso che il 42,2% dei rifiuti totali abbandonati, raccolti in un campione rappresentato da 56 parchi pubblici di 28 città italiane, è rappresentato proprio da mozziconi.

Negli ultimi giorni ha fatto molto discutere la scelta del Governo di non aumentare le tasse (più specificatamente le accise) sui pacchetti di sigarette già pronti all’uso ma solo sul tabacco trinciato in pacchetti da 30g. Si deve inoltre considerare che la percentuale dell’accise specifica è la più bassa dell’unione europea (si veda https://www.tabaccoendgame.it/news/il-confronto-tra-prezzi-e-tasse-sulle-sigarette-nei-paesi-ue-mostra/) e che la Fondazione Veronesi già nel 2021 ha presentato una petizione al Parlamento per chiedere l’aumento delle accise su sigarette, tabacco sciolto e tabacco riscaldato. ed ha recentemente pubblicato un articolo riguardante l’importanza delle accise su tutti i tipi di prodotto derivante dal tabacco, del quale consigliamo la lettura al seguente link.

In difesa del vuoto a rendere

La Coalizione della Campagna A Buon Rendere prende posizione a favore della proposta contenuta nel nuovo regolamento su Imballaggi e rifiuti da imballaggio.

Per rispondere alle critiche sollevate da più parti sulla decisione della Commissione europea di puntare sul riuso piuttosto che potenziare il riciclo di materie plastiche nella proposta di nuovo Regolamento su Imballaggi e rifiuti da imballaggio, la Coalizione della Campagna A Buon Rendere, che promuove l’introduzione in Italia di un sistema di deposito cauzionale, ha diffuso una nota che vuole sfatare miti ritenuti falsi e sottolineare i risultati ottenuti nei paesi dove sono stati già adottati sistemi DRS.

La previsione di un sistema cauzionale è contenuta nell’articolo 44 della proposta di Regolamento (leggi articolo), che ne fissa l’introduzione obbligatoria entro il 2029 per bottiglie in plastica e contenitori in metallo per liquidi alimentari fino a 3 litri, con esclusione di contenitori per latte e derivati, vino ed alcolici. Possono essere esentati dall’obbligo i paesi che dimostrino di poter conseguire il 90% di raccolta per questi contenitori in modo non episodico nei due anni che precedono l’avvio del DRS.

“In nessun altro paese europeo – nota Enzo Favoino – coordinatore scientifico della Campagna A Buon Rendere – si sono avute reazioni così accese, tanto che nella conferenza stampa di presentazione, il vice Presidente della Commissione Europea con delega al Green Deal, Frans Timmermans, ha ritenuto di rivolgersi direttamente all’Italia, e nella nostra lingua, per specificare quanto le critiche sollevate dagli ambienti governativi ed industriali italiani fossero infondate. Ma la più solida smentita delle argomentazioni nazionali viene dalle reazioni ufficiali venute da altri Paesi UE”

La Coalizione pone l’accento sui giudizi positivi all’introduzione di sistemi DRS provenienti da associazioni di settore europee come Unesda (soft drinks), NMWE (acque minerali) e AJIN (succhi di frutta), che hanno espresso invece riserve sui target di riuso; una posizione simile è stata presa anche da IK, Industrievereinigung Kunststoffverpackungen, l’associazione che riunisce i produttori tedeschi di imballaggi in materiale plastico. Altre organizzazioni di settore come FEAD (a cui aderisce Assoambiente) ed EuRic, che rappresenta i riciclatori europei, hanno espresso apprezzamento per l’impostazione complessiva della proposta di Regolamento e per gran parte delle sue previsioni. I difensori del vuoto a rendere citano anche Plastics Europe, quando afferma: “la messa a punto di linee guida per lo sviluppo dell’ecodesign funzionali al riciclo e di una regolamentazione basata sulla scienza, completamente neutrale rispetto ai materiali e alla tecnologia, è il modo migliore per consentire al mercato di creare i nuovi modelli di business richiesti e le tecnologie di riciclo, raccolta e selezione.”

Entrando nello specifico dell’articolo 44, che prevede l’introduzione obbligatoria del DRS entro il 2029 per bottiglie in plastica e contenitori in metallo per liquidi alimentari nei paesi che non hanno ancora istituito tale sistema, la Coalizione non condivide totalmente l’obiezione principale sollevata in ambito nazionale, ossia che il Regolamento sia “incentrato sul solo riuso” e che pertanto venga richiesto al nostro paese di “compiere un salto nel buio nel sostituire dall’oggi al domani un sistema consolidato da 25 anni con un altro sistema che non sappiamo quali benefici apporterà” come dichiarato in varie occasioni da rappresentanti del sistema industriale e dei consorzi.

Pur non condividendo la notazione negativa assegnata al concetto di “riuso” – precisa la Coalizione – che andrebbe inserito e sviluppato gradualmente nelle strategie di circolarità, la maggiore evidenza a smentita di questa obiezione è che la introduzione obbligatoria del DRS (al 2029, quindi tra 6 anni, non “dall’oggi al domani”) è prevista per contenitori in plastica e metalli, materiali con ogni evidenza vocati al riciclo, non al riuso. Questa considerazione, congiuntamente ad altre previsioni strettamente collegate al riciclo, quali la definizione di obiettivi minimi di contenuto di riciclato, e l’obbligo di “design per il riciclo”, dimostrerebbe che il Regolamento è soprattutto una roadmap per consolidare le filiere del riciclo, supportandone l’ulteriore crescita con strumenti operativi e sistemici.

“Il DRS, come dimostra l’evidenza maturata da tutti quei Paesi che avendolo introdotto hanno già conseguito il 90% di raccolta dei contenitori per bevande, è soprattutto un poderoso strumento di consolidamento del riciclo. Consente infatti di massimizzare le intercettazioni di materiali, di migliorarne la qualità, di riservare i volumi di materiali riciclati per le applicazioni più “nobili” (da bottiglia a bottiglia, da lattina a lattina). Presupposti essenziali per garantire la massima circolarità del settore”. si legge nel documento.

Secondo i dati diffusi da Eurostat – afferma la Coalizione – , il tasso di circolarità dei materiali nel 2021 è stato in Italia del 18,4% due punti in meno rispetto al 2020, il che ci ha fatto retrocedere al quarto posto in Europa dopo Paesi Bassi (34%), Belgio (21%) e Francia (20%). “Non considerare l’opzione di un DRS in Italia per testare altre strategie di incremento del riciclo che in altri Paesi non si sono rivelate efficaci sarebbe un errore strategico di grande rilevanza che lascerebbe l’Italia in coda alle classifiche UE per effettivo avvio a riciclo di qualità, costringendo con ogni probabilità a repentini cambi di direzione nel medio termine”.

Con queste argomentazioni, la Coalizione si rivolge al Ministro dell’Ambiente e ad Agenzie quali Ispra e Arera, chiedendo di iniziare “un processo di ascolto di tutti i portatori di interesse e della la società civile; quest’ultima, da un sondaggio effettuato dalla Coalizione, è largamente favorevole alla introduzione di un sistema cauzionale, sostenuta dall’83% degli intervistati in un sondaggio condotto secondo gli standard professionali”. “Anche la GDO nazionale – conclude la nota – che giocherebbe un ruolo importante nella raccolta dei contenitori di bevande ha dimostrato un’apertura verso il DRS con due eminenti insegne come Esselunga e Lidl, che nella recente indagine di Greenpeace, si sono dichiarate favorevoli al sistema“.

Fonte: Polimerica

Cambio di passo necessario sulle plastiche non da imballaggio secondo Eea

Dalla Commissione europea quest’anno si è vista una lotta sempre più mirata verso gli imballaggi in plastica, il che si dimostra un grande passo avanti, è però necessario portare all’attenzione un’altra enorme fetta di plastica della quale non si parla abbastanza, quella non per imballaggi.

È stato da poco messo in risalto dall’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) che la maggior parte del consumo di plastica in Europa non dispone di dati e obiettivi politici diretti. Tutto ciò si ripercuote anche sull’uso che facciamo di questa plastica e sugli oggetti di uso comune che la contengono sotto forma di Pvc, Ps, Pp ed altre tipologie. Queste plastiche, dette comunemente “plastiche dure”, sono contenute nei giocattoli, nelle auto, in una moltitudine di prodotti elettronici, nell’edilizia ed in tantissimi altri ambiti.

Secondo le recenti stime dell’Eea, il 40% dei rifiuti di plastica annuali è costituito da plastica non da imballaggio, con un trend in aumento e ricadute molto gravi per l’ambiente.

L’Eea propone, per iniziare almeno a capire quanto sono grandi questi flussi e come poterli controllare, di cominciare a raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sui livelli generali del consumo e della produzione di rifiuti in plastica, al momento risultanti non sufficienti. La richiesta è “sviluppare una metodologia più standardizzata per il monitoraggio dei flussi di plastica non da imballaggio nell’Unione europea”, in modo da avere un controllo efficace della quantità totale dei rifiuti di plastica e per poter presentare maggiori informazioni sul piano politico e decisionale.

In Italia è stato sviluppato il Progetto PLASMARE (PLAStiche per nuovi MAteriali mediante un Riciclo Ecosostenibile), grazie alla collaborazione di ESPER Società Benefit Srl con il CNR-ISMN, il CNR-IIA ed il cofinanziamento del Ministero dell’Ambiente. Tale progetto si occupa di dimostrare la fattibilità di una filiera per riciclare le plastiche dure non da imballaggio, sviluppare tecnologie innovative ed ecosostenibili per la separazione delle plastiche dure, incentivare il riutilizzo delle materie prime seconde ottenute in nuovi cicli produttivi, promuovendo l’ecodesign dei prodotti ed applicare le metodologie su scala industriale per un riciclo ottimale del rifiuto e la realizzazione di nuovi prodotti.

Fonte: liberta.it

Nuove candidature per le città “rifiuti zero”: Monaco di Baviera e Barcellona

In questi ultimi giorni è giunta ufficialmente la candidatura di Monaco di Baviera e Barcelona a “Zero Waste Cities”, standard europeo molto rigido che caratterizza quelle realtà che hanno firmato un vero e proprio impegno a diminuire in maniera drastica la produzione di rifiuti. Candidature molto importanti perché servirebbero a dimostrare che anche dei centri enormi, entrambi con circa 1,6 milioni di abitanti, possono diventare dei baluardi di prevenzione, riciclaggio ed anche riuso.

A Monaco di Baviera, terza città più popolosa della Germania, sono state stilate circa 100 misure per prevenire l’uso di nuove risorse e ridurre il quantitativo di rifiuti che, per i rifiuti domestici pro capite all’anno, sarà ridotto del 15% entro il 2035 e per i rifiuti residui la quantità sarà ridotta del 35%. Il sindaco di Monaco ha dichiarato di essere entusiasta del percorso che la sua città sta facendo ormai dal 2019 e che con la firma della candidatura si punta ad avere un ruolo pionieristico in Europa.

Barcellona sta coinvolgendo la comunità locale oltre che molte parti interessate dall’argomento per velocizzare e facilitare la “zero waste strategy”, con l’obiettivo di raggiungere un tasso di raccolta differenziata almeno del 67% entro il 2027 ed un massimo di rifiuti pro capite prodotti pari a 427 kg. Barcellona lavora ormai da anni sul tema della prevenzione dei rifiuti grazie alla guida dell’organizzazione Rezero e con una serie manovre quali lo Zero Waste Plan 2021-2027, il Zero Plastic Commitment e il Carbon Calculator. La sindaca inoltre ha dichiarato che le grandi città dovrebbero sentirsi in debito con il territorio del quale fanno parte per l’eccessiva produzione di rifiuti e Barcellona punta a diventare una città neutrale, più responsabile ed anche ispiratrice.

Riguardo a quest’ultima candidatura il direttore esecutivo di Zero Waste Europe, Joan Marc Simon, si è dimostrato molto orgoglioso della sua città natale per l’impegno preso verso la certificazione zero waste e ricorda di quando, nel 2010, il concetto di rifiuti zero a Barcellona non si pensava realizzabile.

Studio inglese solleva dubbi sulla plastica biodegradabile

L’University College di Londra ha recentemente pubblicato uno studio nel quale i cittadini britannici hanno avuto un ruolo chiave. Da questa ricerca sarebbero emerse una serie di falle nel sistema che dovrebbe permettere alle persone di poter fare il compost in casa utilizzando anche la plastica certificata come compostabile. Secondo lo studio il 60% di questi materiali finirebbe per non decomporsi e inquinerebbe persin di più la terra nella quale viene utilizzato. Si deve però specificare che lo studio è stato fatto solo sul compost domestico e non su quello industriale ed inoltre, sono stati inclusi anche materiali non conformi alla certificazione EN13432 ma generalmente “biodegradabili”.

Lo studio evidenzia inoltre che molte delle etichette che vengono usate su queste plastiche biodegradabili e compostabili potrebbero confondere gli acquirenti di questi prodotti, inducendoli all’errore nel conferimento di questi rifiuti e creando una sorta di greenwashing, con finalità di ottenere maggiori acquisti da parte delle persone più sensibili ai temi ambientali.

Negli ultimi anni è cresciuto moltissimo l’impiego di prodotti in plastiche compostabili, quali sacchetti, imballaggi e stoviglie monouso. L’incompatibilità, con alcuni processi di riciclo, di alcune tipologie di plastiche biodegradabili rimane però un problema enorme che spesso lo porta a finire il proprio ciclo di vita nel rifiuto indifferenziato e a interrompere il riciclo che con altri tipi di plastiche invece avverrebbe.

Con l’ultima affermazione non vogliamo sostenere l’uso della plastica ma invitare al pensiero critico sugli oggetti monouso che, a fronte di un singolo utilizzo, finiscono per essere subito gettati.

L’uso del deposito cauzionale potrebbe essere un’ottima alternativa per alcune destinazioni d’uso ma ne parleremo prossimamente.

Acidificazione dell’acqua e degrado della plastica: fenomeni collegati

Si è sempre pensato che il fenomeno di progressiva acidificazione degli oceani fosse causato solo dall’aumento della CO2 nell’atmosfera ma, secondo uno studio dell’Institut de Ciències del Mar di Barcellona, tale fenomeno non è l’unica causa di questa problematica. Secondo tale studio il calo del pH negli oceani sarebbe infatti determinato in parte dalle plastiche presenti nelle acque di tutto il mondo. I ricercatori sono riusciti a dimostrare che nelle zone altamente inquinate da plastica, il degrado del materiale porterà ad un crollo del pH di 0,5 unità. Questo fenomeno avviene per effetto dei raggi ultravioletti del sole che invecchiano e degradano qualsiasi tipo di materiale plastico in varie microplastiche. Il tempo di esposizione al sole gioca un altro ruolo fondamentale poiché, più i polimeri vengono sottoposti all’irraggiamento, più il livello di degradazione cresce, portando ad un rilascio maggiore di composti chimici in acqua. Composti che non appartengono solo al polimero di base ma che possono essere anche additivi per migliorarne le qualità, il colore o varie altre caratteristiche. Lo studio risulta quindi utile anche per capire l’importanza della pulizia degli oceani dalle plastiche che, rimanendo tanto tempo esposte agli agenti degradanti, rilasciano in maniera esponenziale sempre più sostanze inquinanti nelle acque.

Nuovi CAM per la raccolta dei rifiuti

Il 5 agosto è stata pubblicata la Gazzetta Ufficiale n° 182, nella quale si è ritenuto opportuno revisionare ed aggiornare il decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare del 13 febbraio 2014 con cui erano stati pubblicati per la prima volta i Criteri Ambientali Minimi (abbreviato usualmente in CAM). Questo aggiornamento mira principalmente a massimizzare qualità e quantità della raccolta differenziata, stando però attenti anche a prevenire la produzione di rifiuti anche grazie alla diffusione di beni riciclati o contenenti materiale riciclato.

Nelle 63 pagine che compongono il documento si leggono molte novità che dovranno essere introdotte per l’affidamento dei servizi di igiene urbana quali, ad esempio, l’uso di sacchetti coerenti al rifiuto che contengono (plastica con plastica e carta e con carta ecc.). Emerge inoltre una particolare attenzione per la percentuale minima di materiale riciclato da utilizzare nella produzione di contenitori per la raccolta dei rifiuti e l’introduzione di criteri premianti.

Sono previsti nuovi standard qualitativi anche per il materiale raccolto che saranno più elevati per la raccolta monomateriale, più contenuti per il multimateriale mentre per la raccolta differenziata della carta viene imposta esclusivamente la raccolta monomateriale.

Particolare attenzione è stata usata anche nel caso della raccolta delle pile, dei RAEE, dei farmaci ed oli esausti, che dovranno essere raccolti non solo grazie a contenitori pubblici ma anche con eventi temporanei oppure occasionali.

Per i centri di raccolta sarà importante disporre di un sistema di monitoraggio al fine di poter acquisire dati sull’effettivo recupero di materia rispetto alla sola percentuale di raccolta differenziata. Tali dati dovranno essere poi inseriti in un rapporto annuale che verrà reso disponibile alla stazione appaltante solo dopo due mesi dalla presentazione del MUD.

Nuovo bando per la riduzione rifiuti in Emilia-Romagna

È stato pubblicato il nuovo bando riguardante l’assegnazione di risorse ai comuni, le unioni di comuni, la Città Metropolitana di Bologna e le province della Regione. Sviluppato con la collaborazione di ANCI Emilia-Romagna e con la Commissione Tecnica Consultiva, prevede al suo interno 2 milioni di euro in finanziamenti, ovvero il 400% rispetto al 2021 e si potrà presentare domanda fino al 31 ottobre 2022.

L’accesso al bando è suddiviso in base a degli obiettivi divisi in 3 livelli di priorità:

  • I – riduzione dei consumi di prodotti monouso;
  • II – riduzione degli sprechi in ambito alimentare;
  • III – case dell’acqua ed altri progetti.

Rispetto al 2021 vi sono anche una serie di semplificazioni o novità come quella riguardante i costi ammissibili completamente, parzialmente o non ammissibili, la revisione di limiti massimi o minimi previsti per i contributi riconoscibili e la modifica dei criteri di assegnazione di priorità di attività diverse da quelle presenti nei 3 livelli precedenti.

Si rimanda al bando completo per ulteriori specificazioni: https://www.atersir.it/sites/atersir/files/193_DET_19.07.2022_Bando_LFB3.pdf

Nuove linee guida per i centri del riuso nel Lazio

Approvata dalla Giunta Regione Lazio la delibera riguardante le “Linee guida ai Comuni per la realizzazione e gestione dei centri del riuso”, proposta dall’assessore Massimiliano Valeriani e dall’assessora Roberta Lombardi, redatta grazie al supporto tecnico di Esper e che contiene al suo interno molte iniziative di finanziamento, potenziamento e monitoraggio di tali strutture, promuovendo anche una grande sinergia tra i vari centri sparsi sul territorio. Viene inoltre fornito un inquadramento regolamentare non solo ad ambito regionale ma anche nazionale ed europeo.

Dalle parole di Massimo Valeriani si evince quanto questa disposizione sia importante per gli obiettivi contenuti nel Piano regionale dei rifiuti poiché il centro del riuso è uno dei punti nevralgici per il recupero, il riciclo e il riutilizzo dei materiali permettendo a questi rifiuti di non essere direttamente smaltiti, riducendo molto l’impatto ambientale.

L’assessora Roberta Lombardi mostra come, con un buon 22%, l’Italia è al primo posto nell’UE in termini di utilizzo della circolazione dei materiali e che punta a raggiungere il 30% entro il 2030, con una riduzione dei rifiuti in linea con gli scopi del PNRR.

Il Direttore generale di ESPER, Attilio Tornavacca, evidenzia che “l’illustrazione e l’analisi delle realtà citate in queste linee guida rappresenta una formidabile raccolta di esperienze da cui trarre spunto. Le esperienze censite più interessati sono quelle che, al netto di contributi pubblici acquisiti per le spese di investimento iniziali per l’avvio del Centro del Riuso, riescono poi ad autosostenere economicamente la propria gestione quotidiana senza dover ricorrere a sovvenzioni pubbliche”.

Si rimanda al seguente link per consultare le linee guida complete: https://www.legislazionetecnica.it/system/files/fonti/allegati/22-6/8866300/La_21062022_458.pdf

Un seminario a Roma per fare chiarezza sul vuoto a rendere e sulle iniziative di greenwashing dell’uso di plastica a perdere

Negli ultimi anni, a seguito di una crescente cultura riguardante la sensibilità ambientale, assistiamo a sempre più aziende che vogliono dimostrare di essere green attraverso mirate campagne promozionali, senza però effettuare dei reali investimenti per diminuire effettivamente l’impatto ambientale dei propri prodotti o processi produttivi. Questo fenomeno viene chiamato greenwashing e non ha origini recenti ma si possono trovare esempi già dagli anni ’80. In questo articolo intendiamo analizzare criticamente quanto viene operato quotidianamente dalle lobby che tutelano gli interessi delle più grandi aziende che usano o producono materie plastiche destinate a oggetti usa e getta. È infatti un fenomeno in aumento la diffusione di fake news nelle quali vengono negati gli enormi problemi derivanti dal sempre maggiore consumo di plastica a perdere, poiché tali materiali vengono presentati come teoricamente riciclabile oppure biodegradabili. In più vi sono molti esempi di come le aziende cercano di condizionare i potenziali clienti con politiche green o l’uso di parole o colori che ci portano a pensare ad un qualcosa di sostenibile per intercettare quella crescente fetta di consumatori che cominciano ad essere sempre più attenti verso la sostenibilità dei prodotti che intendono acquistare.

La multinazionale Coca Cola, ad esempio, con la sua ultima linea, definita Life, ha usato il verde al posto del classico rosso sulle etichette e recentemente ha presentato, con il supporto di varie testate giornalistiche, i propri contenitori a perdere come prodotti ecosostenibili solo perché viene utilizzata una piccola quota di plastica da riciclo e il tappo rimane ora più facilmente legato alla bottiglia come evidenziato in un recente articolo della testata “Greenme”[1] che ha coerentemente rifiutato di collaborare con tale azienda.

Queste iniziative di greenwashing contribuiscono al sempre più preoccupante aumento del consumo di plastica usa e getta, poiché sono assai poche le testate giornalistiche che informano correttamente i propri lettori sulla percentuale realmente riciclata di materia plastiche che è quasi nulla nel terzo mondo, estremamente bassa negli Stati Uniti e comunque piuttosto limitata anche in Europa. I dati parlano chiaro, rispetto a 20 anni fa il consumo di plastica è almeno raddoppiato e nel 2019 la filiera della plastica ha prodotto 460 milioni di tonnellate di plastica, circa il doppio rispetto alle 234 milioni di tonnellate immesse nei mercati nel 2000. Solo il 9% dei rifiuti in plastica mai creati è stato finora riciclato secondo i criteri dell’economia circolare mentre il resto viene incenerito (circa il 19%) o smaltito in discariche legali (circa il 22%) mentre la restante quota continua ad accumularsi in giro per il mondo, nei mari o in discariche non controllate a cielo aperto (dati OCSE). Ciclicamente compaiono notizie relative ai miracolosi enzimi mangia plastica, descritti spesso come la soluzione presto disponibile per risolvere definitivamente il problema della plastica nei mari o in generale sul pianeta, senza però specificare che tali enzimi funzionano, per ora, solo a livello sperimentale in alcuni laboratori, solo con il Polietilentereftalato (le plastiche denominate PET usate per alcuni tipo di contenitori) e pochi altri polimeri rispetto alle migliaia di tipi oggi in commercio e comunque tali enzimi non fanno scomparire nel nulla tali plastiche poiché agiscono solo degradando i polimeri in monomeri da trattare industrialmente per essere utilizzati nella produzione di nuove plastiche partendo da questi ultimi. Rimane quindi il problema della reale industrializzazione di tali processi di degradazione e riciclo e della moltitudine di plastiche per le quali non sono attualmente nemmeno allo studio enzimi in grado di degradarla nei monomeri di base.

Il direttore di ESPER, Attilio Tornavacca, ha recentemente pubblicato un articolo di approfondimento su questa tematica in cui, pur augurandosi che le tecnologie di uso degli enzimi a livello sperimentale vengano al più presto realmente sviluppate a livello industriale, ha evidenziato che “sarebbe quindi necessario che alcune testate giornalistiche ponessero in futuro maggiore attenzione al rispetto dei propri codici deontologici controllando più rigorosamente i titoli dei propri articoli su questi temi che rasentano in alcuni casi, spesso inconsapevolmente ed in buona fede, il cosiddetto Greenwashing”.

In caso contrario sarà infatti sempre più difficile far comprendere ai consumatori che non è più procrastinabile un cambio di abitudini per tutelare le prossime generazioni dal quotidiano sempre maggiore aumento delle plastiche disperse nel nostro pianeta (ripristinando ad es. il vuoto a rendere e cercando di evitare di consumare prodotti usa e getta).

Segnaliamo quindi che, per approfondire e diffondere la pratica del vuoto a rendere, è stato organizzato nella mattinata del prossimo 7 giugno 2022 (dalle 10:15 presso la Sala Capranichetta, in Piazza di Montecitorio 125) il primo convegno nazionale dedicato ai Sistemi di Deposito Cauzionale. Interverranno Enzo Favoino della Scuola Agraria del Parco di Monza, Coordinatore Scientifico della campagna “A buon Rendere”, Duccio Bianchi, fondatore di Ambiente Italia e Clarissa Morawski, Fondatrice e Amministratrice Delegata di Reloop, Piattaforma europea multi-stakeholder che promuove politiche e modelli di business basati sull’uso consapevole e circolare delle risorse.


[1] https://www.greenme.it/telegram/coca-cola-non-basta-il-tappo-della-bottiglia-che-non-si-stacca-quando-riempi-il-mondo-di-plastica/