HDPE e PP, come riciclarne di più

Plastics Recyclers Europe ha pubblicato uno studio su produzione, utilizzo, raccolta e riciclo di polipropilene e polietilene alta densità in Europa

La federazione europea dei riciclatori di materie palstiche PRE (Plastics Recyclers Europe) ha pubblicato un esauriente studio sulla produzione, raccolta e riciclo di polipropilene (PP) e polietilene alta densità (HDPE) in Europa (scaricabile QUI), con l’obiettivo si sensibilizzare policy maker e opinione pubblica sulle grandi opportunità offerte dal recupero e riutilizzo delle poliolefine.

Opportunità che possono essere colte solo incrementando l’utilizzo di riciclati nella produzione di nuovi articoli e componenti. HDPE e PP rappresentano infatti quasi un terzo dei consumi dei trasformatori europei, destinate prevalentemente ad applicazioni di imballaggio rigido: circa 6,6 milioni di tonnellate sui 16,7 milioni immessi sul mercato UE.
La capacità odierna di riciclo di questi due polimeri ammonta a circa 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti post-consumo, a cui va aggiunto mezzo milione di tonnellate di rifiuti pre-consumo, pari complessivamente al 18% dei rifiuti da imballaggio rigido a base poliolefinica.

Un incremento di queste capacità – sottolinea l’associazione europea – è possibile solo se, di pari passo, viene potenziata la raccolta di rifiuti a fini di riciclo, quantitativa ma anche qualitativa, implementando avanzate tecnologie di raccoltaselezione e trattamento, anche per tipologia di imballaggio. Al contempo, bisogna rendere i manufatti più riciclabili a fine vita ed è altrettanto importante incentivare l’impiego dei materiali riciclati nei manufatti.

“Il contenuto di poliolefine rigide riciclate deve essere ampliato – afferma Herbert Snell, presidente del gruppo di lavoro HDPE in PRE -. Va sostenuto e potenziato, in particolare, l’uso circolare dei materiali, dove l’HDPE recuperato da bottiglie e flaconi è riutilizzato nelle bottiglie e l’HDPE e il PP delle cassette torna nelle cassette”.

Infine, sottolinea l’associazione dei riciclatori, è necessario colmare le lacune legislative esistenti, ad esempio spingendo ulteriormente gli acquisti verdi della pubblica amministrazione.

Fonte: Polimerica

Riciclo di dispositivi medicali in PVC

Avviato in Belgio il progetto pilota VinylPlus Med per la creazione di una filiera che parte dagli ospedali per arrivare ai riciclatori.

Il programma volontario per la sostenibilità del PVC, VinylPlus, ha avviato in Belgio un progetto pilota collaborativo per favorire la raccolta e il riciclo di dispositivi medicali monouso in PVC provenienti dagli ospedali.che coinvolge anche gestori di rifiuti, riciclatori e l’industria del PVC.VinylPlus Med – questo il nome dell’iniziativa – si ispira a RecoMed, programma di riciclo di maschere protettive e tubicini in PVC nel Regno Unito, co-finanziato da VinylPlus. Il nuovo programma si concentrerà su rifiuti in PVC ripuliti e conformi al regolamento Reach.

L’idea parte dalla constatazione che il PVC è la plastica più utilizzata nei dispositivi medicali monouso salvavita, tra cui maschere per ossigeno e per anestesia, tubicini, sacche per flebo e per dialisi. E che molti di questi dispositivi, utilizzati solo una volta e per un breve periodo di tempo su pazienti non infettivi, possono essere riciclati. 

In collaborazione con Europe Hospitals -gruppo ospedaliero di  Bruxelles -, verranno raccolti e riciclati i rifiuti in PVC provenienti da tre reparti di dialisi. Al progetto collaboreranno anche Renewi, come responsabile della gestione dei rifiuti, e Raff Plastics, come riciclatore. Tutti i partner belgi di VinylPlus Med si trovano entro un raggio di 120 km, per ridurre al minimo le distanze di trasporto e contenere così al minimo la carbon footprint.

“In Europe Hospitals finora il nostro focus è stato il consumo di energia con l’obiettivo di ridurre costantemente i costi e l’impronta ambientale – nota Evelyn Vass, Direttore Operativo di Europe Hospitals -. Ora vogliamo concentrarci di più sulla gestione efficiente dei rifiuti in plastica. I dispositivi medicali monouso in plastica che utilizziamo tutti i giorni dovrebbero essere riciclati. Il nostro personale è motivato a migliorare la sostenibilità delle strutture sanitarie. Crediamo tutti che sia nostra responsabilità risparmiare denaro, nonché preservare le risorse e l’ambiente”.

Fonte: Polimerica

Monouso in bioplastica a Cortina 2021

Durante i Campionati del mondo di sci alpino Cortina 2021, in programma da oggi fino al 21 febbraio a Cortina d’Ampezzo, per il consumo di pasti di atleti, media, staff e volontari verranno impiegate stoviglie monouso in Mater-Bi, la bioplastica biodegradabile e compostabile di Novamont. All’iniziativa, a fianco del produttore novarese di biopolimeri, parteciperanno i partner EcozemaILIP e IMB.

Una volta usate, le stoviglie in bioplastica verranno smaltite nei punti di raccolta differenziata del rifiuto organico, presidiati da volontari, per poi essere conferite nell’impianto di compostaggio Maserot di Santa Giustina (BL).

L’adozione dei monouso in bioplastica rientra tra le linee guida fissate dal comitato organizzatore insieme con acquisti  secondo criteri green, alimenti e bevande provenienti dal territorio ampezzano o sostenibili, raccolta differenziata, compensazione delle emissioni dirette di CO2 attraverso progetti di agricoltura e forestazione, adozione degli standard internazionali ISO 20121:2012 e ISO 14064-1:2019, certificazione di sostenibilità da parte di organismi indipendenti esterni, rendicontazione agli stakeholder con indicatori numerici.

A Cortina 2021 sarà anche adottato il Contatore ambientale di Conai, strumento di misurazione dei benefici generati dal sistema integrato di gestione dei rifiuti urbani, del minore impatto rispetto al conferimento indifferenziato in discarica e della sua trasformazione in un nuovo oggetto, già sperimentato a Expo Milano 2015. Il modello si basa sul Life Cycle Assessment (LCA) per valutare gli impatti ambientali attraverso l’identificazione dei consumi energetici e dei materiali, dei mezzi e delle apparecchiature usate, e conseguentemente delle emissioni rilasciate in atmosfera.

Fonte: Polimerica

Inizia l’era delle batterie riciclate: il primo impianto della Volkswagen

Il sito è stato progettato per riciclare inizialmente fino a 3.600 sistemi di batterie l’anno, nella fase pilota, pari a 1.500 tonnellate. Oltre ad alluminio, rame e plastica, si riesce a ottenere anche la ‘black powder’, che contiene materie prime importanti per le batterie come litio, nichel, manganese, cobalto e grafite

Inizia l’era delle batterie riciclate per Volkswagen. Il Gruppo ha infatti attivato il primo impianto per riciclare le batterie delle auto elettriche. Si tratta – come spiega la stessa azienda – di un altro coerente passo avanti verso la responsabilità sostenibile per l’intera catena del valore delle batterie per veicoli elettrici.

L’obiettivo è il recupero – attraverso un modello industriale – di materie prime preziose come litio, nichel, manganese e cobalto in un ciclo chiuso insieme ad alluminio, rame e plastiche, arrivando a un tasso di riciclo superiore al 90% nel lungo termine. La peculiarità dell’impianto di Salzgitter è che ricicla solamente batterie che non possono più essere destinate ad altri scopi. Prima di procedere con il riciclo, un’analisi stabilisce se l’accumulatore è ancora sufficientemente potente per avere una seconda vita in un sistema mobile di stoccaggio di energia, come per esempio la stazione flessibile di ricarica rapida o il robot mobile per la ricarica.

“Volkswagen Group components ha compiuto un ulteriore passo avanti verso la propria responsabilità end-to-end sostenibile per la batteria come componente chiave dell’e-mobility – afferma Thomas Schmall, membro del consiglio di amministrazione del Gruppo Volkswagen, responsabile per la divisione tecnica e presidente del cda di Volkswagen Group components – stiamo implementando il ciclo sostenibile per i materiali riciclabili e abbiamo un ruolo pionieristico nell’industria su un tema futuro con un grande potenziale in termini di protezione del clima e approvvigionamento delle materie prime”.

Secondo le previsioni però non ci si aspetta grandi volumi di batterie riciclate prima della fine del decennio in corso. Il sito è stato progettato per trattare inizialmente fino a 3.600 sistemi di batterie l’anno, nella fase pilota, pari a 1.500 tonnellate. L’impianto potrà però, negli successivi, essere scalato per gestire quantità maggiori, ottimizzando il processo. La tecnologia impiegata, che tra l’altro consente di risparmiare CO2, non richiede la fusione in altoforno, un procedimento a elevata intensità energetica.

I sistemi batteria usati vengono consegnati, scaricati completamente, e poi smantellati. I componenti sono ridotti in granuli nel trituratore, e poi asciugati. Oltre ad alluminio, rame e plastica, si riesce a ottenere anche la pregiata ‘polvere nera’, la ‘black powder’, che contiene materie prime importanti per le batterie come litio, nichel, manganese, cobalto e grafite. La separazione e la lavorazione delle singole sostanze tramite processi idro-metallurgici, con l’utilizzo di acqua e agenti chimici, viene effettuata successivamente da partner specializzati. Il risparmio di CO2 calcolato è di 1,3 tonnellate per una batteria da 62 kWh (Kilowattora) prodotta utilizzando catodi ottenuti con materiali riciclati, e usando energia elettrica da fonti rinnovabili.

Di conseguenza componenti essenziali di vecchie celle della batteria possono essere usati per produrre nuovo materiale catodico – spiega Mark Moller, responsabile della divisione Sviluppo tecnico ed e-mobility – le ricerche dicono che le materie prime riciclate per le batterie sono efficienti tanto quanto le nuove. In futuro vogliamo supportare la nostra produzione di celle per batteria con il materiale che recuperiamo. Dato che la domanda di accumulatori e delle relative materie prime incrementerà in modo drastico, possiamo fare buon uso di ogni grammo di materiale riciclato”. 

Fonte: rinnovabili.it

Riciclo, incentivi (indispensabili) in tre possibili mosse

La carenza di impianti e infrastrutture per la gestione dei rifiuti è un grave ostacolo alla realizzazione di un’economia che sia davvero “circolare” e che risponda agli obiettivi posti dall’Unione europea. La loro realizzazione non è tuttavia né semplice né immediata e, dunque, è importante trovare soluzioni intermedie a supporto. Una di queste è la presenza di incentivi e strumenti economici in grado rendere la gestione del waste coerente con quella che viene definita gerarchia dei rifiuti, ovvero la “classifica” delle migliori pratiche – dalla più alla meno sostenibile – e che vede in ultima posizione lo smaltimento in discarica.

Evitando il solito meccanismo fatto da imposizione di standard, divieti e sanzioni in caso di mancato rispetto, gli incentivi sono in grado di guidare meglio gli operatori verso i comportamenti che accrescono il benessere sociale, disincentivando quelli che causano impatti negativi per l’ambiente.

Una logica in linea con l’impostazione indicata dal Recovery Fund che chiede agli Stati europei di affiancare al sostegno economico offerto dal bilancio dell’Unione le opportune riforme.

Per esempio, la tassa sui rifiuti urbani TARI, gli schemi di responsabilità estesa del produttore (o EPR), la tassazione ambientale e gli incentivi al recupero energetico sono alcuni fra gli strumenti economici oggi attivi. A questi se ne può aggiungere uno dedicato al sostegno al riciclaggio che – nella già citata gerarchia – è modalità di gestione preferibile sia al recupero energetico sia allo smaltimento. Ad oggi, non esiste uno strumento analogo visto che alla voce “riciclaggio” non corrisponde alcun tipo di incentivo (l’immagine sottostante illustra perfettamente la situazione).

Un vuoto da colmare considerando almeno tre fattori. Primo, la stessa Direttiva 2018/851 (Allegato IV), indica la via degli strumenti economici per sostenere la piena attuazione della gerarchia dei rifiuti. Secondo, le performance italiane nel riciclaggio sia per i rifiuti urbani (47%) sia per gli speciali (68%) sono un buon punto di partenza. E terzo, l’urgenza di superare l’attuale deficit impiantistico nel riciclo e di ridurre la dipendenza dall’export, spingono in questa direzione.

Una risposta può essere trovata nell’“incoraggiare l’applicazione più ampia di strumenti economici ben progettati”: nuovi strumenti di mercato che mutuino le esperienze di successo dei mercati energetici, come nel caso dei CIC o dei Certificati Bianchi (anche detti Titoli di Efficienza Energetica-TEE). Ma facciamo un passo alla volta.

In precedenza, si è detto come sarebbe preferibile evitare il cosiddetto meccanismo di command and control (fatto di standard stabiliti, divieti e sanzioni), per orientarsi invece su politiche basate su incentivi e strumenti di mercato, come tasse, sussidi. Esse fanno leva su logiche di convenienza orientate ad assicurare che un certo obiettivo ambientale sia conseguito con il minore costo, ovvero distribuendo gli sforzi in misura maggiore sugli operatori, i settori economici e le iniziative in grado di assicurare l’obiettivo al costo più basso.

Tra gli strumenti vi sono anche i permessi negoziabili, secondo i quali il regolatore pubblico è chiamato a definire l’obiettivo ambientale, i soggetti obbligati e ad organizzare un mercato regolamentato nel quale i permessi possono essere scambiati. Come accade per i permessi di emissione di CO2 all’interno dell’European Union Emissions Trading System, il primo e grande mercato al mondo di questo genere.  In questo spazio, ogni permesso negoziabile autorizza il possessore ad emettere una tonnellata di anidride carbonica equivalente e di scambiarla. I vantaggi? La trasferibilità dei permessi negoziabili fa sì che le imprese in grado di diminuire le emissioni a costi contenuti possano valorizzare questa loro peculiarità conseguendo titoli che attestano il contenimento delle emissioni e che possono essere ceduti sul mercato dedicato a imprese per le quali tale sforzo avrebbe costi superiori al valore di mercato del permesso negoziabile.

Ma questo non è l’unico sistema. Per esempio, in quelli definiti baseline-and-credit, ogni impresa è autorizzata ad emettere un certo ammontare di emissioni, relative ad un livello base. Se l’azienda è in grado di rimanere al di sotto di tale quota, ottiene dei crediti che può conservare per l’anno successivo o cedere sul mercato alle imprese che di converso si trovano al di sopra del proprio livello base. I crediti ottenuti maturano tipicamente in esito a interventi di riduzione delle emissioni e i Certificati Bianchi appartengono a questo schema. In forza a tali strumenti economici e di mercato si incentiva il cambiamento dei comportamenti, senza divieti; si innesca un aggiustamento graduale ma progressivo verso gli obiettivi ambientali, si promuove l’innovazione e si minimizzano i costi della “transizione”.

Il caso del biometano in Italia può aiutare a capire meglio. Con la Legge n.81/2006 è stato recepito l’obbligo per i fornitori di benzina e gasolio (i “Soggetti obbligati”) di distribuire anche una quota di biocarburanti. L’intento dichiarato è quello di contribuire allo sviluppo di tale filiera di produzione, accrescerne l’impiego e limitare l’immissione in atmosfera di anidride carbonica del settore dei trasporti. Nel 2020 la quota d’obbligo è stata del 9%. Al fine di monitorare l’assolvimento dell’obbligo, il GSE rilascia dei Certificati di Immissione al Consumo (CIC) ai soggetti obbligati che distribuiscono biocarburanti sostenibili.

E il meccanismo dei CIC è uno strumento economico appartenente alla categoria dei permessi negoziabili in quanto distingue l’assolvimento dell’obbligo di immissione in consumo del materiale dalla miscelazione del biocarburante: all’obbligo di produzione e distribuzione di biocarburante si sostituisce l’obbligo di detenere una quantità corrispondente di certificati. Ciò può essere assolto direttamente oppure in modo indiretto acquistando una corrispondente quantità di CIC sul mercato regolamentato.

Dai rifiuti organici si ricava il biometano avanzato: è su questa tipologia di biometano che si concentra l’apporto della componente rifiuti alla produzione di biocarburanti per il settore dei trasporti. Come funziona? Con il D.M. 2 marzo 2018 si stabilisce la possibilità per i produttori di chiedere al GSE, a titolo di incentivo, una remunerazione pari a 375 euro per ciascun CIC di propria spettanza, afferente ai biocarburanti avanzati (compreso il biometano) prodotti e destinati ai trasporti. Tale incentivazione ha una durata massima di 10 anni. Una volta chiusa questa finestra, si avrà diritto unicamente al riconoscimento del valore di mercato del CIC, così come avviene per il caso del biometano non avanzato.

A ciò si aggiunge, in alternativa alla collocazione autonoma sul mercato nella fase di vendita, l’opzione del ritiro da parte del GSE del biometano avanzato prodotto[1]. Per quanto riguarda i biocarburanti avanzati diversi dal biometano,risultano anch’essi producibili dalla componente rifiuti con un meccanismo di incentivazione speculare a quello del biometano avanzato, eccezione fatta per la fase di vendita dove non si contempla l’opzione di un ritiro dedicato da parte del GSE.

In questo senso il meccanismo di incentivazione alla produzione di biometano avanzato potrebbe essere esteso alle filiere del riciclo dei rifiuti di imballaggio[2], sottoposte al pari dei biocarburanti ad obblighi specifici di derivazione comunitaria, introducendo dei “Certificati del Riciclo” (CdR), titoli che attestano il riciclo di una tonnellata di rifiuto di imballaggio di una certa qualità e materiale. Questi ultimi, liberamente negoziabili in un mercato regolamentato, avrebbero prezzi che si muoverebbero in contro tendenza rispetto a quelli delle Materie Prime, offrendo all’industria del riciclo italiana quella stabilità di prospettive di ricavo necessaria all’avvio degli impianti.

Lo schema di riferimento dei Certificati del Riciclo presenta chiare analogie rispetto al caso dei CIC: vi sono obblighi specifici di riciclaggio, di derivazione comunitaria, quindi recepiti nell’ordinamento nazionale, declinati per flusso di imballaggio (carta, plastica, vetro, eccetera) e scadenzati nel tempo (2025, 2030, 2035). I presupposti ci sono tutti:

  • Obiettivi di riciclaggio per singolo flusso di materiale da imballaggio.
  • Obblighi in base all’immesso al consumo (Registro nazionale dei produttori).
  • Possibilità di assolvere agli obblighi in forma individuale o associata.
  • Compresenza di mercato e diversi schemi di compliance.

Lo strumento dei CdR potrebbe essere disciplinato da un attore istituzionale, quale ad esempio il GSE, dando la possibilità di optare per la modalità di assolvimento ritenuta più efficiente: in modo diretto da parte del soggetto obbligato, attraverso la possibilità di consorziarsi in uno schema di compliance o con l’acquisto sul mercato regolamentato dei CdR, per comprovare l’assolvimento dell’obbligo di riciclo.

Il soggetto percettore del CdR coinciderebbe dunque con il soggetto che realizza la condizione di trasformazione da rifiuto a MPS, ovvero il soggetto che determina l’End of Waste ai sensi dell’Art.184-ter del D.Lgs. 152/2006 in ciascuna filiera.

In analogia con il caso dei CIC sul biometano, il ricavato dalla vendita dei CdR permetterebbe ai riciclatori di sostenere l’equilibrio economico, anche quando i prezzi delle MPS sono non remunerativi.

Per quanto concerne, invece, i flussi di rifiuto non coperti da obblighi specifici di responsabilità estesa del produttore, come ad esempio i giocattoli o le plastiche non da imballaggio, sarebbe opportuno valutare un’estensione del meccanismo dei Certificati Bianchi.

Se è vero, infatti, che questi titoli negoziabili comprovano l’efficienza energetica, sarebbe auspicabile estenderne l’ambito di applicazione a dimostrare l’efficienza energetica ed ambientale che origina dall’impiego di MPS, in sostituzione delle materie prime vergini, come del resto documentato in numerosi studi di Life Cycle Assessment (LCA).

Ulteriori elementi di novità potrebbero arrivare anche dall’“European Union Emissions Trading Scheme” (EU ETS).

Riconoscendo che le emissioni di gas climalteranti delle MPS sono inferiori questo potrebbe renderle più appetibili per i settori industriali: il loro utilizzo va infatti a ridurre i costi diretti (quote) e indiretti (trasferimento del costo della CO2 nei prezzi dell’energia pagati dagli operatori industriali) per conformarsi agli obblighi di legge.

Una eventualità da tenere in considerazione alla luce del fatto che il sistema EU ETS sta per entrare (dal 1° gennaio 2021) nella fase 4, dove i requisiti ambientali e i meccanismi regolatori del sistema diventeranno decisamente più stringenti, alla luce dei nuovi e più ambiziosi obiettivi climatico-ambientali da traguardare.

In sintesi: per chiudere il cerchio degli strumenti economici necessari al corretto funzionamento della gerarchia dei rifiuti, occorrono chiari incentivi al riciclo. Ad oggi, infatti, il riciclaggio rimane l’unico “livello” della gerarchia dei rifiuti privo di adeguato sostegno, nonostante i target di riciclo e l’avvicinarsi delle scadenze temporali entro cui tali obiettivi dovranno essere conseguiti.


[1] Il prezzo è pari a quello medio mensile ponderato sulle quantità, registrato sul mercato a pronti del gas naturale (MPGAS) gestito dal GME, ridotto del 5%.

[2] Ci si sofferma qui sull’applicazione alle filiere dei rifiuti di imballaggio, considerate le peculiarità che le contraddistinguono con una normazione e una gestione più avanzata di quella delle altre frazioni presenti nei rifiuti urbani, a cui si potranno estendere gli strumenti economici proposti in questa sede.

Fonte: Laboratorio REF

Come funziona RecyClass?

Nove anni orsono, l’ associazione europea dei riciclatori di plastica PRE(Plastics Recyclers Europe) ha iniziato a lavorare a RecyClass, un sistema di valutazione della riciclabilità degli imballaggi in plastica che, sulla falsariga delle classi energetiche per gli elettrodomestici, attribuisce ad un imballaggio una classe che va dalla A alla F a seconda del grado di riciclabilità.  Uno strumento di straordinaria efficacia che non lascia spazio al greenwashing e rende più circolare l’utilizzo delle plastiche.Il responsabile di RecyClass, Paolo Glerean (nella foto), ha seguito il progetto fin dagli esordi e crede molto nella possibilità che questo strumento contribuisca ad armonizzare le linee guida finalizzate al riciclo, anche in considerazione del fatto che il “problema plastica” – ma sarebbe meglio dire “problema monouso” – è emerso nella sua dimensione attuale soltanto da pochi anni. 

Può descriverci in cosa consiste a grandi linee RecyClass: da chi è stato ideato, lanciato e con quale scopo?

L’idea di RecyClass è nata nel 2010 da un dialogo-confronto tra me e Roberto Alibardi, fondatore di Aliplast. Ci chiedevamo, allora, come poter classificare gli imballaggi in plastica in base a quanto riciclabili fossero. Da quel dialogo è scaturito un embrione di progetto che ho presentato ad un incontro di Plastics Recyclers Europe, associazione nella quale Aliplast era appena entrata a far parte. Con mia sorpresa, il neo-presidente Ton Emans ha subito colto l’importanza dell’idea e mi ha affiancato seduta stante alcuni riciclatori molto esperti, mettendomi a capo di una task-force per realizzare questo progetto.
Nel 2014 è stato lanciato da Plastics Recyclers Europe il tool online www.recyclass.eu che consente – gratuitamente – di valutare la classe di riciclabilità di un imballaggio in plastica, dalla A (classe migliore) alla F (classe peggiore).
L’utente riceve anche l’informazione di quali parti/componenti dell’imballaggio ne hanno causato un’eventuale declassamento, dando modo all’utente di capire su quali parti concentrarsi per migliorare.Lo scopo iniziale era – ed in parte lo è ancora – supportare con uno strumento semplice le aziende medio-piccole, che rappresentano la spina dorsale dell’economia europea, nel processo di miglioramento della riciclabilità dei loro imballaggi. Solitamente queste aziende non hanno delle risorse interne specializzate in imballaggi e sono lasciate a loro stesse in queste scelte. Con una discreta sorpresa, fin da subito dopo il lancio abbiamo capito che il maggiore interesse verso lo strumento veniva manifestato da grossi brand i quali, usandolo, capivano quanto le loro nozioni sul riciclo delle materie plastiche non fossero propriamente connesse alla realtà.Dopo qualche anno in cui il dialogo tra il team di RecyClass ed i grossi brand/converters si era fatto particolarmente intenso, abbiamo deciso di professionalizzare questo servizio, creando una piattaforma (RecyClass Platform), assumendo delle risorse altamente specializzate e preparate ed impiegandole a tempo pieno su due aspetti-obiettivi fondamentali: uniformare le linee-guida sugli imballaggi in plastica in Europa e dare a queste una solida base scientifica, eliminando quindi via via i pareri soggettivi sul tema per sostituirli con dai basati su test scientifici che replicano in scala laboratorio quanto avviene in un processo di riciclo e di ri-trasformazione del riciclato in un nuovo prodotto. Questa evoluzione ha visto e vede compartecipare molti importanti brands, provenienti da diverse aree del mercato, ma anche produttori di tecnologia e di materie prime, oltre a grandi trasformatori. Lo strumento online conta più di tremila utenti attivi. 

Quale è il valore aggiunto, il contributo che Recyclass può dare in un momento in cui la plastica è nell’occhio del ciclone per l’inquinamento ambientale pervasivo e i tassi di riciclo insufficienti?

Sono fermamente convinto che la battaglia sulla sostenibilità della plastica, degli imballaggi in particolare, si giochi sugli scaffali. Se gli imballaggi sono progettati in modo da rappresentare a fine vita una vera risorsa in termini di valore, allora ci sarà qualcuno che se ne prenderà cura, avviandoli ad una filiera del riciclo che verrà remunerata da quanto valore potrà generare. Viceversa, se questo non avviene e quindi l’imballaggio esausto rappresenta solo un costo, allora nonostante tutti i sistemi più o meno cogenti o incentivanti, il materiale plastico in esso contenuto sarà sempre considerato un peso per l’economia.In questo senso RecyClass consente di guidare i produttori di imballaggi verso imballaggi di maggiore valore a fine vita. Da un certo punto di vista, questo è anche il modo per fare della lobby costruttiva nel senso di promuovere anche standardizzazioni nella raccolta-selezione sul territorio europeo. Gli scaffali della Grande Distribuzione Europea sono molto simili tra loro nei diversi Paesi EU, ci troviamo spesso gli stessi prodotti. Perché i sistemi di raccolta e la selezione non debbono essere il più possibile uniformati?Il fatto che la plastica sia sotto attacco, soprattutto per l’inquinamento marino, non cambia il fatto che, spesso, rappresenti la soluzione con l’uso più efficiente delle risorse, basti pensare al rapporto tra peso del contenitore e peso del contenuto. Questo non deve essere un alibi per disfarsene in modo dannoso per l’ambiente. RecyClass da questo punto di vista mira a supportare in modo concreto le aziende che vogliano veramente trasformare i propri imballaggi plastici in imballaggi circolari. Questo significa elevare la qualità della materia plastica – rifiuto in modo da produrre materie prime seconde di qualità più alta a costi minori, rendendo sempre più la materia plastica riciclata succedanea della materia plastica vergine. 

Quali sono i vantaggi complessivi per industria che aderisce e quali sono gli effetti che possono esserci a livello di comunicazione marketing e anche rispetto ad un potenziale greenwashing che le aziende possono esercitare sul packaging?

Come dicevo prima, uno degli scopi della piattaforma RecyClass è quello di uniformare le linee-guida sul design-for-recycling in Europa e questo sottintende anche una uniformazione relativa alle definizioni. All’interno della piattaforma abbiamo creato anche una task-force che sta lavorando sulla creazione di linee-guida per i cd. “recyclability claims”, ovvero un insieme di istruzioni sui comportamenti corretti da utilizzare in sede di dichiarazioni relative alla riciclabilità degli imballaggi in plastica. Se consideriamo che nella piattaforma ci sono i principali brands mondiali di FMCG, è facile immaginare come questo documento possa diventare una specie di disciplinare condiviso.Al di là di questo, la valutazione relativa alla classe di riciclabilità può essere apposta all’imballaggio solo previo certificazione, ovvero la analisi condotta on-line dall’utente deve essere validata da un auditor autorizzato che ne verifichi la veridicità ed attinenza al caso specifico. Solo dopo questo passaggio al richiedente è concesso l’uso del logo con la classe ottenuta. 

In cosa si differenzia da progetti di etichettatura che hanno interessato gli imballaggi di plastica in diversi paesi allo scopo di informare sulle probabilità che un determinato imballaggio aveva di venire realmente riciclato?

Spesso i sistemi di etichettatura sugli imballaggi non si riferiscono alla riciclabilità, ma al fatto che una determinata tipologia di imballaggio vada conferito all’interno di una determinata raccolta. Si ragiona in questo caso sulla categoria cui l’imballaggio appartiene (ad esempio tratto tutti i flaconi in polietilene ad alta densità HDPE allo stesso modo, perché i flaconi di HDPE in una determinata area sono raccolti e, sperabilmente, “widely recycled”. Un esempio è lo schema OPRL –On Pack Recycling Label in Inghilterra .Ciò che invece RecyClass fa è valutare il singolo imballaggio e non la sua appartenenza ad una categoria che, normalmente, viene raccolta e avviata a riciclo. Solo così si può aumentare la qualità dei rifiuti da riciclare, dare una definizione generalistica “widely recycled” ad una categoria non permette di avviare quella sana competizione tra produttori che consente il miglioramento continuo della riciclabilità. Sono “widely recycled”, allora perché devo migliorare? Da notare che un imballaggio – nell’esempio un flacone HDPE – che abbia un design pessimo che lo rende irriciclabile, spesso sarà etichettato come “widely recycled” perché appartiene ad una categoria che viene raccolta e, spesso riciclata. 

Può indicarci, in poche parole, come sia possibile una valutazione del grado di riciclabilità di un imballaggio accedendo alla piattaforma dello schema e di quali dati si debba preventivamente disporre?

E’ molto semplice: si accede al tool online (www.recyclass.eu) al quale ci si deve registrare con email e password. Lo strumento guida l’utente con delle domande a risposta multipla, dietro le quali si “nascondono” le linee-guida sul design-for-recycling che sono il cuore di RecyClass.Occorre avere di fronte a sé l’imballaggio da valutare, completo delle informazioni relative alla sua composizione. Solo nella parte finale verrà chiesto di effettuare dei test (10) di svuotamento dell’imballaggio per misurare quanto residuo di contenuto resta alla fine dell’operazione, fattore che compartecipa alla valutazione sulla riciclabilità. Questa viene definita auto-analisi, intendendo che ogni utente può farla da sé. Quando invece l’utente intende utilizzare il logo RecyClass sull’imballaggio valutato e con la classe ottenuta, deve fare verificare e certificare la propria auto-analisi da un auditor autorizzato RecyClass. Al termine della certificazione vengono rilasciati logo e certificato da poter apporre sull’imballaggio. Il processo di certificazione viene condotto sulla base di una metodologia che, come per tutti i documenti utilizzati nella Piattaforma, è di pubblico dominio e visionabile dal sito di RecyClass. 

Quali sono le variabili che entrano in gioco in fase di progettazione di un imballaggio? Quali possono rendere più laborioso e costoso il processo di riciclaggio e influire sul “punteggio” ovvero la classe che RecyClass assegna?

Ci sono imballaggi per i quali non esiste una filiera di raccolta-selezione-riciclo e questi finiscono direttamente in classe F, di solito dopo le prime domande poste dal tool. Per gli altri imballaggi, che rientrano invece nelle filiere, le domande vanno a valutare i singoli componenti o combinazioni, variando a seconda della tipologia dell’imballaggio valutato. Evidentemente le domande su una bottiglia in HDPE saranno diverse da quelle su un film flessibile, perché diverse sono le linee-guida sottostanti. L’uso dell’etichetta sbagliata (ad esempio in PVC su una bottiglia in PET) causa pesanti declassamenti, mentre un’etichetta non ottimale ma tollerata (come quelle di carta) causa la perdita di un solo livello nella scala di valutazione. Per ogni componente e sue combinazioni ci sono delle scelte preferite in quanto non impattano sui processi di selezione-riciclo (verde nelle linee-guida), delle scelte tollerate in quanto hanno un impatto limitato e gestibile (arancio nelle linee-guida) o non tollerate affatto in quanto mettono a rischio la riciclabilità dell’imballaggio (rosso). L’elenco di queste componenti è lungo e varia a seconda della categoria di imballaggio, può andare dal materiale di cui è fatto il corpo dell’imballaggio, fino ai collanti ed ai materiali usati per le etichette, ai materiali con cui sono fatti i tappi/chiusure o i film di sigillatura, la quantità e qualità di inchiostri usati per le stampe, gli eventuali materiali utilizzati per dare maggiore barriera alla luce o ai gas e così via. Le linee-guida sono documenti tecnici, di difficile lettura per chi non è del settore. Il tool online nasce per rappresentare un’interfaccia semplice a favore dell’utente non tecnico. 

Come hanno rilevato studi e sondaggi tra cui il Progetto SCELTA, la preoccupazione sull’inquinamento da plastica ha indotto buona parte dell’opinione pubblica a credere che la biodegradabilità di un materiale/manufatto equivalga ad un ridotto impatto ambientale. Come stanno affrontando i brand con cui siete in contatto questo “sentiment plastic free”?

Per quello che è il mio punto di osservazione, vedo che i brand – ingiustamente posti in fondo alla classifica dei soggetti di cui fidarsi, da quanto risulta dall’indagine effettuata all’interno del Progetto Scelta – se opportunamente “illuminati” cercano di basare le proprie scelte su dati e quindi sull’uso razionale delle risorse. Da questo punto di vista, spesso la plastica “tradizionale” rappresenta la migliore soluzione tra quantità di risorse impiegata e risultato ottenuto, mentre la plastica biodegradabile non offre spesso una soluzione migliorativa rispetto alla plastica tradizionale. In ogni caso va raccolta separatamente per essere avviata in impianti dedicati per cui nulla di diverso rispetto alla plastica tradizionale. Al di là di operazioni di immagine, il vero punto non è quindi se usare plastica o meno ma come utilizzarla per conservarne i vantaggi, eliminandone l’aspetto negativo dato dal littering, che si lega spesso alla non riciclabilità e al valore negativo del rifiuto irriciclabile. Da questo punto di vista, credo la Piattaforma RecyClass sia la testimonianza vivente dell’impegno dei brands e dell’industria del packaging nel voler trovare delle soluzioni vere al problema. E’ un impegno recente ma particolarmente sostenuto. E’un peccato che il consumatore medio non possa vedere cosa succede “dietro le scene” ma sarebbe sorpreso di vedere quante risorse siano oggi dedicate a questo tema. 

Come procede l’adesione dei marchi? Considerato che le linee guida per il riciclo esistono da tempo e che RecyClass è uno schema volontario quali misure legislative e fiscali sarebbero necessarie per rendere più circolare il fine vita degli imballaggi in plastica?

Come dicevo, l’adesione è molto alta e procede a ritmi importanti. E’ vero che alcune linee-guida esistono da parecchi anni, credo le prime siano degli anni ’90 da parte del EPR tedesco, ma la sensibilità vera sul tema è scoppiata un paio di anni fa. Da allora l’impegno di brands ed industria è diventato serrato e reale. Tutto ad un tratto si è scoperto che mancano degli standard condivisi (non abbiamo ancora una definizione condivisa di cosa significhi “riciclabile”,  relativamente a definizioni, metodologie di prova, dichiarazioni legate alla riciclabilità. Tutto questo, se deve essere fatto bene, richiede tempo e lavoro.Dal punto di vista normativo vedo che la Commissione EU si sta muovendo in modo coerente e credo la Plastic Strategy pubblicata a gennaio 2018 sia un testo importante e con un approccio concreto al tema. Al suo interno si prevede la definizione degli Essential Design Requirements legati agli imballaggi, cioè verrà definito per legge le cose che non vanno fatte in sede di progettazione di un imballaggio. Questo sicuramente aiuterà ad evitare gli sprechi più macroscopici di risorse e supporterà un percorso di maggiore standardizzazione. Sicuramente la previsione di quantità obbligatorie di materiale riciclato nei prodotti/imballaggi sarà un fattore determinante per trainare la circolarità delle plastiche.Dal punto di vista fiscale, degli sgravi (IVA agevolata, crediti di imposta per gli acquirenti, etc.) legati all’acquisto di materiale riciclato potranno aiutarne la diffusione sui diversi mercati. Da non dimenticare una leva quasi-fiscale ovvero il contributo ambientale per i beni inseriti in contesti di responsabilità estesa del produttore. La sua modularità legata alla riciclabilità del singolo imballaggio sicuramente sarà una leva per incentivare le imprese ad investire sulla riciclabilità, fatto che si tradurrà anche in una maggiore efficienza dei sistemi EPR stessi che potranno vedere migliorato il rapporto costi/ricavi da questa evoluzione. Anche uno sconto sul contributo legato alla quantità di materia plastica riciclata (lo stanno facendo in Francia) sicuramente si inserisce in questo tipo di strumenti a favore di una maggiore circolarità delle plastiche.

Fonte: Silvia Ricci per Polimerica

I materassi usati torneranno a nuova vita grazie a ReMat e Iren

Si stima che in Italia ogni anno vengano dismessi circa 5 milioni di materassi, un quantitativo pari alla superficie di 1.600 campi da calcio. Che fine fanno? Questo tipo di oggetti è composto in quota crescente da poliuretano, e ad oggi gli scarti di poliuretano – che vengano dalle lavorazioni industriali, dal settore dell’automotive e dell’arredamento – sono prevalentemente smaltiti in discarica o conferiti ai termovalorizzatori. Adesso la start-up ReMat si propone però di cambiare paradigma, e potrebbe riuscirci grazie al contratto d’investimento appena siglato con il gruppo Iren.

ReMat è stata fondata nel 2018 con sede operativa a Nichelino (TO), mentre Iren rappresenta una delle più importanti multi-utility a livello nazionale: l’accordo prevede un finanziamento tramite equity e convertible a sostegno della fase di acquisto e collaudo degli impianti per il recupero del poliuretano e del successivo avvio della produzione e commercializzazione del materiale riciclato.

«L’investimento in ReMat – commenta il presidente di Iren Renato Boero – è coerente con la strategia di multicircle economy introdotta da Iren, e focalizzata sull’uso consapevole ed efficiente delle risorse e sulla gestione integrata della filiera dei rifiuti. Con questa operazione Iren aggiunge un altro tassello al portafoglio di tecnologie di cui dispone per generare impatti importanti in termini di sostenibilità nei territori in cui opera e per contribuire contestualmente alla fase di rilancio del Paese».

Una “fase di rilancio” dove, com’è ovvio, anche la regia pubblica esercita un ruolo imprescindibile: già nelle prossime settimane ReMat potrà finalizzare il collaudo dell’impianto ed iniziare a trattare parte del poliuretano raccolto e gestito dal gruppo Iren, consentendone il recupero e la successiva commercializzazione, grazie all’ottenimento dell’autorizzazione sperimentale da parte della Città metropolitana di Torino.

Fonte: Green Report

Corepla: il riciclo batte il lockdown

“Cosa si può fare per ridurre l’impatto dei rifiuti di imballaggi in plastica sull’ambiente? Se raccolti in maniera differenziata, gli imballaggi in plastica vengono riciclati o recuperati e si trasformano in nuovi oggetti, facendo crescere l’economia circolare come valore condiviso”. È solo uno dei numerosi quesiti semplici, diretti e chiarificatori delle dinamiche del grande universo del recupero e del riciclo degli imballaggi in plastica. È quello che potremmo definire da “botta e risposta” lo stile inconsueto dell’ultimo Rapporto di Sostenibilità di Corepla, il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica, principale soggetto nazionale che opera per restituire futuro alla plastica recuperata dalle oltre 2 milioni di tonnellate di imballaggi immessi annualmente al consumo, in media, in Italia. Le domande, più o meno scomode, che scandiscono la suddivisione in capitoli del documento sono state selezionate tra quelle che affollano, quotidianamente, i profili social del Corepla. Un’immagine e un profilo giovane perché è proprio alle nuove generazioni che il nuovo Report vuole parlare. Ovviamente non manca la rendicontazione “contabile” dell’attività svolta dal Consorzio nel 2019.

I numeri del 2019

Come già indicato, nel 2019 sono state immesse al consumo 2.083.880 tonnellate di imballaggi in plastica di pertinenza di Corepla e ne sono state recuperate 1.917.614 tonnellate, pari al 92%. Il 43% degli imballaggi in plastica è stato avviato a riciclo mentre il 49% è stato avviato a recupero energetico. Nello stesso anno, in Italia, sono state conferite nella raccolta differenziata urbana 1.378.384 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica (il 13% in più rispetto all’anno precedente). La quantità di rifiuti di imballaggi in plastica avviati a riciclo da Corepla sono stati pari a 617.292 tonnellate di cui: 590.682 tonnellate provenienti dalla raccolta differenziata urbana, 26.610 tonnellate provenienti da commercio e industria.

Anche il dato relativo alle quantità raccolte in rapporto al numero di abitanti serviti risulta in crescita e nel 2019 ha raggiunto i 22,8 chilogrammi per abitante (nel 2018 era 20,1 kg/ab). Per il secondo anno consecutivo, inoltre, la crescita delle regioni a raccolta pro capite inferiore alla media nazionale è stata più che doppia rispetto alla crescita delle regioni a pro capite superiore o uguale alla media nazionale nell’anno precedente. I dati di raccolta delle singole regioni si stanno sempre più avvicinando al dato medio nazionale, superando gli enormi divari che sino a due anni fa caratterizzavano la situazione italiana. Parlando di kg/abitante, in testa per il 2019 risulta la Sardegna (31,8), seguita dalla Valle d’Aosta (31,6) e dal Veneto (28,5). Le quantità conferite alla raccolta differenziata nel 2019 sono risultate essere composte per il 91% da imballaggi in plastica e per il restante 9% dalle frazioni estranee o neutre contenute nella raccolta mono materiale. Nel 2019 le convenzioni attive sono state 951, per un totale di 7.345 Comuni coinvolti (pari al 92% dei Comuni italiani). Questo significa che nel 2019 gli abitanti serviti da raccolta differenziata grazie al convenzionamento con COREPLA sono stati 58.377.389, pari al 96% della popolazione. Il contributo erogato da COREPLA ai Comuni (o soggetti da questi delegati) per sostenere i maggiori costi della raccolta differenziata è stato nel 2019 di oltre 400 milioni di euro. Nel 2019 Corepla ha inoltre avviato a recupero energetico 445.812 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica, valorizzando anche gli imballaggi più complessi che allo stato attuale non trovano collocazione nel mercato del riciclo.

I vantaggi di un’azione senza precedenti

L’attività svolta da COREPLA per garantire una corretta gestione dei rifiuti di imballaggi in plastica non solo contribuisce ad impedire la dispersione della plastica nell’ambiente, ma genera altri importanti benefici ambientali. Grazie al riciclo degli imballaggi in plastica, nel 2019 sono state risparmiate 433.000 t di materia prima vergine, 8.973 GWh di energia primaria, 877.000 t di emissioni di CO2 equivalenti. Rispetto al recupero energetico, 218 sono stati i GWh di energia termica prodotta e 108 i GWh di energia elettrica generata.

L’idea alla base di questa nuova edizione del nostro Rapporto di Sostenibilità è molto semplice – sostiene Giorgio Quagliuolo, Presidente di Corepla – e, a nostro avviso, efficace: attingere direttamente dai dubbi e dagli interrogativi del pubblico, gli stimoli e gli spunti per creare uno strumento di comunicazione e rendicontazione del nostro impegno per la sostenibilità a 360°. Abbiamo espressamente dedicato questo nostro documento ai più giovani, volendo destinare a loro un messaggio chiaro e circostanziato: è attraverso l’impegno quotidiano di oggi che si determina il destino dell’Ambiente di domani e la sua salvaguardia è un indispensabile gesto di altruismo che le attuali generazioni destinano a quelle future. Un dato che salta agli occhi soprattutto in un frangente critico come quello che stiamo vivendo e che presto, speriamo, sapremo superare grazie al fondamentale contributo della ricerca e dell’innovazione, due elementi che distinguono anche il nostro Consorzio. Abbiamo voluto, nello stesso modo, chiarire alcuni punti focali della nostra attività e, soprattutto, ribadire l’importanza di considerare la plastica un risorsa dalle molteplici sfaccettature. All’interno di questa cornice si inserisce il dettaglio dei dati che delineano un’attività in costante crescita, grazie anche alla collaborazione fattiva di tutti i soggetti che operano in convenzione con Il Consorzio e, soprattutto, ad una sempre più elevata sensibilità e cultura ambientale che si sta consolidando nella comunità civile, a tutti i livelli”.   

Il 2020

L’anno appena concluso è stato contraddistinto da eventi senza precedenti, che hanno investito tutti i settori e di cui ha risentito anche la nostra attività. La pandemia da Coronavirus, il rallentamento dell’economia mondiale, la Direttiva sugli imballaggi monouso, il Green Deal, gli obiettivi di riciclo sempre più ambiziosi che ci pongono l’ordinamento Europeo e Nazionale, le incertezze legate alla Plastic Tax, la nascita di sistemi alternativi di gestione degli imballaggi in plastica, sono solo alcuni dei temi complessi che il Consorzio si è trovato ad affrontare nel corso del 2020.

In questo panorama di incertezza, la nostra attività, annoverata anche dal Governo fra i “servizi essenziali”, non si è mai fermata, nonostante le forti criticità dovute alla chiusura delle attività commerciali e produttive, al brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani, alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali ma anche al blocco del settore delle costruzioni, che ha fortemente ridotto l’utilizzo della frazione di imballaggi non riciclabili meccanicamente come combustibile nei cementifici.

La pandemia da coronavirus ha sconvolto abitudini e modi di vivere ed ha introdotto importanti modifiche anche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, portando all’incremento degli acquisiti online e dell’asporto del cibo, tanto da determinare, nonostante tutto, un aumento degli imballaggi raccolti nel 2020 rispetto all’anno precedente, anche se con una crescita ad una sola cifra.

In questa situazione critica, la plastica si è rivelata utile nel garantire la salute e la sicurezza nella vita di ogni giorno, ad iniziare dalla protezione degli alimenti che quotidianamente arrivano sulle nostre tavole. L’ampio uso di imballaggi in plastica, indispensabili in svariati frangenti, ha in parte modificato la percezione del materiale da parte dell’opinione pubblica, tenendo comunque alta l’attenzione sul senso civico del singolo e sulla necessità di effettuare una corretta raccolta differenziata per evitare la dispersione dei rifiuti nell’ambiente. Ulteriore segnale positivo registrato nel 2020 è l’incremento della percentuale di rifiuti avviati da Corepla a riciclo rispetto all’anno precedente.

In generale, nel 2020 si evidenzia un incremento dell’8% dei quantitativi di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla nel bimestre marzo-aprile 2020, in rapporto allo stesso periodo del 2019; un aumento, quest’ultimo, in controtendenza rispetto alla riduzione dei consumi (-4%) e della produzione dei rifiuti urbani (-10/14%) del medesimo periodo. La quarantena ha indotto importanti modifiche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, incrementato gli acquisiti online e del  cibo da asporto. Nel secondo bimestre 2020 sono cresciuti anche i quantitativi sia dei rifiuti di imballaggio avviati a riciclo sia di quelli valorizzati tramite recupero energetico.

Nello stesso periodo, una forte criticità si è manifestata sia a causa della chiusura delle attività commerciali e produttive, sia per il brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani: in 7 settimane di lockdown è stata bloccata l’esportazione di oltre 16.000 tonnellate di rifiuti urbani.

In più, il blocco quasi totale del settore delle costruzioni ha fortemente ridotto l’utilizzo della porzione di imballaggi non riciclabili meccanicamente (Plasmix) come combustibile nei cementifici. Tale settore rappresenta il 75% circa dell’utilizzo del Plasmix.

Queste cause, unite alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali nel secondo bimestre 2020, hanno provocato da una parte l’aumento della quota di rifiuti di imballaggio destinata a riciclo in impianti esteri (+27%, ovvero 3mila tonnellate) e dall’altra, la crescita della percentuale conferita a termovalorizzazione (circa 42mila tonnellate in più rispetto all’anno precedente). La chiusura di alcune settori operativi utilizzatori di materie prime seconde, le forti difficoltà nella movimentazione delle merci e la ridotta capacita disponibile negli impianti di termovalorizzazione hanno spinto, come ultima ratio, anche alla crescita del conferimento in discarica. In sostanza, “il sistema ha dato prova di grande resilienza – ha dichiarato Quagliuolo -, riuscendo ad  individuare soluzioni senza ulteriori ripercussioni sulla collettività per garantire lo svolgimento del servizio essenziale anche in un momento di enorme criticitàLa tenuta del sistema è stata garantita grazie a interventi straordinari in assenza dei quali la filiera avrebbe rischiato la chiusura e che hanno evidenziato le carenze strutturali impiantistiche e del mercato nazionale delle materie prime seconde, rispetto alle quali occorrerà lavorare di concerto con le istituzioni per evitare crisi future”.

Fonte: Eco dalle Città

Covid: perso 1 miliardo di euro in raccolta rifiuti speciali

Un miliardo di euro in meno: è questo l’impatto economico del lockdown di primavera sull’industria dei rifiuti speciali. Il dato è stato calcolato dal WAS – Waste Strategy, il think tank sull’industria dei rifiuti e il riciclo di Althesys.

Gli economisti ipotizzano che si siano persi, nel complesso, due mesi lavorativi tra fermo e ripartenza, con un calo compreso tra i 4,2 e i 4,8 milioni di tonnellate di rifiuti speciali solo nelle tre regioni più colpite: Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Di segno opposto l’andamento dei rifiuti sanitari, nicchia di mercato assai più piccola e redditizia.

Per i rifiuti urbani è previsto un calo, conseguente alla contrazione dei consumi: ipotizzando una riduzione del Pil nazionale tra il 6% e 8% su base annua, la minor produzione di RU potrebbe arrivare fino a 2 milioni e mezzo di tonnellate. (ANSA)

Linee guida sugli indumenti usati. Occhio del Riciclone: ‘Un passo concreto verso la pulizia del settore’

Dopo un travagliato dibattito durato oltre due anni, lo scorso 8 gennaio Utiitalia ha finalmente presentato le sue Linee Guida per l’affidamento del servizio di gestione degli indumenti usati. Ossia la raccolta e il recupero dei vestiti usati che milioni di cittadini conferiscono ogni giorno in decine di migliaia di cassonetti stradali. Un’attività che fa parte a pieno titolo della raccolta differenziata dei rifiuti urbani ma che si intreccia storicamente con l’azione di Caritas e di altri enti solidali. Purtroppo le filiere che nascono da quest’attività sono da tempo infiltrate dalla criminalità organizzata e sono caratterizzate da gravi delitti ambientali. Gli enti solidali hanno spesso rappresentato la faccia pulita e il primo anello di una filiera i cui principali beneficiari sono camorristi che riciclano il denaro e alimentano la terra dei fuochi. Data la magnitudine del problema, nel 2018 la Commissione Bicamerale “Ecomafie” ha deciso nel 2018 di aprire un filone d’inchiesta specifico proprio sugli abiti usati. Ma le vicende giudiziarie dimostrano che i criminali chiudono e aprono le loro imprese in un batter d’occhio contando sulla solidità delle loro fonti di approvvigionamento locali, ossia sugli operatori che raccolgono il rifiuto tessile e che spesso appongono sui contenitori stradali loghi accattivanti e che alludono ad azioni solidali o caritatevoli. E’ importante quindi combattere il fenomeno alla radice, puntando sulla prevenzione ancor prima che sulla punizione, creando meccanismi che escludano le filiere sporche a partire dall’affidamento del servizio di raccolta. In questo senso, le Linee Guida di Utilitalia rappresentano un passo fondamentale e sono un’ottima notizia per tutti coloro che hanno a cuore la buona salute del settore. Ovviamente Utilitalia, in quanto associazione di categoria delle aziende di igiene urbana, non può imporre alle proprie affiliate come scrivere le gare. Ma le Linee Guida introducono il principio che chi affida il servizio deve farsi responsabile della destinazione degli indumenti e danno indicazioni concrete a tutte le stazioni appaltanti che vogliano favorire le filiere più etiche e trasparenti. Verificare che gli impianti di trattamento abbiano una regolare autorizzazione non è assolutamente sufficiente. Di fatti, lo scorso autunno il Procuratore Ettore Squillace Greco ha confermato alla Commissione Ecomafie che le infiltrazioni criminali riguardano soprattutto le filiere autorizzate. I cassonetti abusivi, per quanto dannosi e irregolari, non sono la parte più importante del problema. I criminali di maggiore caratura mirano ai flussi principali, non ai rivoletti irregolari dell’abusivismo. A essere coinvolto nelle inchieste è anche, o soprattutto, il mainstream: i grossi player, quelli che controllano il mercato e gestiscono gli indumenti di buona qualità provenienti dalle zone più ricche del Nord.

Le Linee Guida riguardano ovviamente le filiere autorizzate, e pertanto una loro applicazione generalizzata potrebbe veramente colpire al cuore gli interessi criminali e aprire una fase di riforma positiva delle filiere. Sempre e quando le resistenze del settore non siano troppo forti e vanifichino tutto quanto.

Come in una fotografia, il documento di Utilitalia enumera le modalità di gara attualmente vigenti: il primo tipo di affidamento è il più diffuso, riguarda solo la raccolta e non offre reali garanzie di trasparenza. Il secondo tipo prevede uno spacchettamento dei servizi di raccolta e recupero e presenta forti difficoltà di applicazione perché spezza il ciclo di qualità della filiera. La terza opzione estende l’oggetto del servizio non solo alla raccolta ma anche al recupero, e se gestita in un certo modo può offrire le maggiori garanzie di eticità e trasparenza. Ciò naturalmente comporta un maggiore sforzo di strutturazione da parte di chi si voglia candidare a gestire il servizio. Occorre infatti disporre di un proprio impianto di recupero, oppure impegnarsi in accordi formali di rete con titolari di impianti di recupero, oppure sommare le proprie forze ad altri operatori della raccolta per gestire gli impianti di recupero in maniera consorziata: tutte ottime soluzioni che consentiranno alle stazioni appaltanti di esigere i certificati antimafia ai titolari degli impianti e avere informazioni su quello che fanno.

Le Linee Guida fissano poi un altro importantissimo principio: gli operatori che ottengono vantaggi competitivi o di immagine dichiarando di essere solidali dovrebbero portare prove al rispetto. Tra il dire e il fare, infatti, c’è di mezzo il mare. Se il modo di fare solidarietà è impiegare soggetti svantaggiati, occorre dimostrare la validità dei progetti di reinserimento e indicare con precisione quali sono gli svantaggiati effettivamente coinvolti nel servizio oggetto della gara. Se la solidarietà invece viene fatta usando i margini della vendita dei vestiti per erogare cifre di denaro a progetti sociali, bisognerà dichiarare l’esatta entità di questo contributo solidale e saperne spiegare l’impatto sulle iniziative finanziate. Se i vestiti vengono donati ad enti solidali che poi se li rivendono, va da sé che il contributo dichiarato non possa riferirsi a un presunto prezzo di mercato all’ingrosso evitato ma debba essere strettamente aderente all’effettiva cifra di denaro destinata alla solidarietà al termine di tutti i cicli di vendita.

Ma i relatori del convegno dell’8 gennaio hanno fatto notare come, in questo periodo di crisi del mercato, per gli operatori sia molto complicato ottenere margini economici per la solidarietà: quindi c’è il rischio concreto che, nonostante possa essere dichiarata, non esista una vera attività solidale; oppure che abbia smesso di esistere lasciando la priorità alla sopravvivenza delle strutture. Infatti a causa del fast fashion e di altri fattori tendenziali aumentano i vestiti da raccogliere e di conseguenza aumentano anche i costi di raccolta. Ma allo stesso tempo la qualità dei vestiti diminuisce vertiginosamente, riducendo i ricavi ottenuti grazie a riutilizzo e mercato dell’usato e facendo levitare i costi legati a riciclaggio e smaltimento. Quindi i punti di equilibrio economici stanno saltando, i margini non ci sono quasi più e saranno sempre più difficili da ottenere.

Per superare tale crisi, che colpisce nella stessa misura sia gli operatori profit che quelli non profit, è fondamentale che i produttori e distributori di abiti nuovi inizino coprire parte dei costi della filiera in virtù delle norme sulla responsabilità estesa del produttore. Altrimenti la situazione rischia di precipitare. L’8 gennaio il Presidente della Commissione Ecomafie Stefano Vignaroli ha lanciato un segnale d’allarme molto chiaro: gli operatori meno etici potrebbero reagire alla crisi moltiplicando i delitti ambientali al fine di ottenere illeciti risparmi. Altri relatori del convegno hanno denunciato una grave tendenza già in atto: per dare sbocco ai vestiti di bassa qualità gli operatori della raccolta e del recupero si rivolgono sempre di più ad operatori indiani e pakistani che fanno riciclo di scarsa qualità, impiegano lavoro minorile e accendono roghi incontrollati con gli scarti di selezione.

Pietro Luppi – L’Occhio del Riciclone
fonte: Eco dalle Città