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Il Marocco si ribella ai rifiuti: “Non siamo la discarica d’Italia”

«Non siamo la discarica dell’Italia». La frase chiara e sintetica è indirizzata al nostro Paese da un’imponente mobilitazione della società civile marocchina. La petizione sul sito change.org ha già raccolto oltre 10mila firme, che salgono di ora in ora, conquistando sostenitori al grido di «l’Africa non può diventare la pattumiera dell’Europa».

Ormai non si parla d’altro, in Marocco. I rifiuti italiani spediti nel Paese maghrebino per essere smantellati da due settimane sono diventanti un caso nazionale, con tanto di interrogazioni parlamentari per far tornare a casa nostra le 2500 tonnellate di ecoballe, per ora parcheggiate nel porto di El Jadida.

Il Marocco che avanza su più fronti come leader in Africa e partner per la sponda nord del Mediterraneo, è lo stesso Paese dove convive un’altra contraddizione.

La triste fotografia di un’incontenibile invasione di rifiuti e buste di plastica a sfregiare i suoi angoli più belli, compresa la sua invidiabile costa atlantica. Meraviglie e mostruosità, natura seppellita dal consumismo sfrenato. Un binomio che ha allarmato non pochi analisti. Una piaga che diverse associazioni per la tutela dell’ambiente stanno combattendo non solo con l’educazione civica, ma anche facendo pressione al legislatore.

Ne è d’esempio la campagna ZeroMika, «niente più buste di plastica». Dal 1° luglio in Marocco non si può più né produrre né vendere o utilizzare buste di plastica. Un’iniziativa quasi impossibile in un Paese dove il settore produttivo della plastica è tutt’altro che secondario. La tutela dell’ambiente è diventata quindi per il Paese il grande tema. Non a caso a novembre verrà accolta la conferenza della COP22 proprio nella città marocchina di Marrakech.

«Ma come si fa a organizzare la Cop22 e poi importare i rifiuti dall’Italia?» è la domanda che gira sui profili social dei marocchini in collera e indignati contro la ministra dell’ambiente Hakima El Haite, accusata di vendere il territorio senza badare alle conseguenze sulla salute dei cittadini.

Già, la salute dei cittadini. Perché le Ecoballe dall’Italia, secondo i quotidiani locali, arriverebbero dalla regione Campania e precisamente dal sito di Taverna del Re, che si trova tra Caserta e Napoli. Un enorme carico, si legge sui quotidiani marocchini, di materiale plastico, pneumatici e di rifiuti derivati da combustibili. Quanto basta per allarmare gli ambientalisti marocchini che vogliono vederci chiaro e hanno chiesto l’intervento del gabinetto reale, perché il Paese «non diventi il centro di raccolta della spazzatura internazionale».

Fino ad ora la ministra non ha dato risposte convincenti, oltre ad aver cambiato versione due volte, come racconta il quotidiano al Ahdath. Inoltre, è stata lasciata sola dal suo partito oltre che dal governo, in una vicenda che si sta trasformando in un vero e proprio scandalo nazionale.

Infatti, se prima aveva assicurato con un comunicato che era tutto nella norma, adesso ha dichiarato alla stampa che il carico è ancora sospeso perché deve passare due test per verificarne la pericolosità.

Molte ombre, dunque, mentre l’Italia in queste due settimane di certo non sta godendo di una buona nomea, non solo per il silenzio assordante sul caso. Solo ieri il Pd alla Camera – con i deputati Khalid Chaouki, Eleonora Cimbro, Chiara Braga e Floriana Casellato – ha chiesto al ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, di «procedere a un’approfondita verifica della vicenda al fine di chiarire quale tipologia di rifiuti sarebbero arrivata nel porto marocchino e se questi rifiuti siano in linea con i parametri internazionali relativi al loro smaltimento».

Troppo tardi anche perché il nostro Premier, Matteo Renzi, che ancora deve fare la sua visita ufficiale in Marocco, i cittadini marocchini lo stanno conoscendo in queste ore sui social dopo il suo tweet “Via le ecoballe dalla Terra dei Fuochi. Via la camorra da gestione rifiuti. Finalmente si fa sul serio #lavoltabuona”, tradotto in arabo e in francese. E non è un buon bigliettino da visita.

fonte: La Stampa

Rifiuti, revisione direttiva europea. Terminata consultazione pubblica a metà settembre

di Giuseppe Miccoli

Nell’ambito dell’economia europea esiste “un potenziale non sfruttato”: sono i rifiuti che finiscono in discarica o che vengono inceneriti. Perciò la Commissione Europea ha deciso di introdurre nuovi e stringenti obiettivi in tema di prevenzione, riciclaggio e incenerimento. Per il Comitato delle regioni dell’UE (CdR) “entro il 2025, riciclaggio al 70%”. Per l’ACRplus l’Associazione delle Città e Regioni: “Favorevole alla messa al bando dell’incenerimento”

Nell’ambito dell’economia europea esiste “un potenziale non sfruttato”: sono i rifiuti che finiscono in discarica o che vengono inceneriti. Da qui l’esigenza da parte della Commissione Europea di introdurre nuovi e stringenti obiettivi europei in tema di prevenzione, riciclaggio e incenerimento. E’ per questo motivo che durante il periodo 2013-2014, si procederà a una revisione legislativa della attuale politica dei rifiuti. Si effettuerà anche una valutazione ex-post delle direttive tuttora vigenti comprese le modalità per migliorarne la coerenza. L’iter ha avuto inizio a giugno quando la Commissione europea ha disposto (per un periodo di quindici settimane) una consultazione pubblica sulla revisione degli obiettivi di gestione dei rifiuti. I risultati, che saranno pubblicati prossimamente sul sitohttp://ec.europa.eu/environment/, contribuiranno all’elaborazione di una nuova proposta legislativa. Erano attesi suggerimenti da parte di cittadini, imprese, Ong ed enti pubblici al fine di porre obiettivi sempre più ambiziosi alle amministrazioni pubbliche.

Ma qual è la situazione legislativa? Le normative europee attualmente in vigore sui rifiuti urbani, sulle discariche e sugli imballaggi, (rispettivamente Dir. 2008/98/CE, Dir. 1999/31/CE e la Dir. 94/62/CE) avevano posto una serie di obiettivi importanti sul riutilizzo e di riciclaggio dei rifiuti e di riduzione dello smaltimento nelle discariche, stabilendo ad esempio, che entro il 2020 dovessero essere riciclati o riutilizzati almeno il 50% dei rifiuti urbani e domestici e almeno il 70% dei rifiuti da costruzioni e demolizioni. Molti di questi obiettivi in particolare nel sud Italia, non sono ancora stati raggiunti. Un ritardo in parte dovuto ai bassi costi di smaltimento delle discariche. Ma la situazione è a macchia di leopardo. Nelle zone in cui è in funzione un impianto di selezione e trattamento dei rifiuti indifferenziati, il costo della filiera dell’indifferenziato è allineato alla media italiana e determina la convenienza a introdurre sistemi di raccolta differenziata porta a porta.

Eppure, come la Commissione ha indicato nella “Road map per l’efficienza delle risorse” del novembre 2011 [COM(2011) 571 final, ndr], esiste tuttora “nell’ambito dell’economia europea un potenziale non sfruttato”. Sono i rifiuti che finiscono in discarica o inceneriti. Secondo Eurostat, infatti, ogni anno in Europa si buttano 3 miliardi di tonnellate di rifiuti (di cui 90 milioni di tonnellate sono rifiuti pericolosi). Ogni cittadino europeo produce annualmente circa 6 tonnellate di rifiuti (in Italia la media 2013 per i soli rifiuti urbani è pari a circa 504 chili per abitante). Sebbene ad aumentare la media siano i rifiuti dei paesi dell’Est Europa, grandi produttori di rifiuti inerti che poi finiscono nelle discariche e nelle statistiche cittadine, è pur vero che è nelle città d’Europa occidentale che si gioca la partita più difficile, in cui si concentrano le materie “pregiate” che in genere finiscono negli inceneritori (plastica, carta e cartone, legno e rifiuti organici) e che possono essere interamente recuperate e riciclate. Ne è convinto ad esempio l’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo.

“Brutta” aria per gli inceneritori. Durante la sessione plenaria del 3 e 4 luglio 2013, alla presenza del commissario europeo per l’Agricoltura Dacian Ciolo il Presidente del Comitato delle regioni dell’UE (CdR), Ramon Luis Valcárcel Siso e il membro del parlamento della comunità francese Michel Lebrun (BE/PPE), hanno presentato il parere sul tema “Il riesame degli obiettivi chiave dell’unione europea in materia di rifiuti” che invoca l’introduzione di un unico metodo per la contabilità dei rifiuti e propone di stabilire obiettivi più rigorosi in materia di gestione e di riciclaggio. Il comitato è favorevole a portare al 70% entro il 2025, l’obiettivo obbligatorio attuale in materia di riciclaggio dei rifiuti solidi urbani. In tema di incenerimento si propone “vietare l’incenerimento dei rifiuti riciclabili e organici entro il 2020, escludendo gli impianti che raggiungono alti livelli di efficienza attraverso la produzione di calore o la produzione combinata di calore ed elettricità, tenuto conto delle caratteristiche fisico-chimiche dei rifiuti”.

Posizioni ancora più restrittive, sullo stesso tema, le esprime l’ACRplus, l’Associazione delle Città e Regioni per il riciclaggio e la gestione sostenibile delle Risorse (ACR +) che non solo supporta “il parere adottato dal Comitato delle regioni dell’UE (CdR)”, ma “sottolinea il fatto che gli obiettivi sono essenziali nelle politiche dei rifiuti”. Per Acr+ l’Unione europea deve introdurre entro il 2020, l’obiettivo del 100% di raccolta differenziata porta a porta, obiettivi per il riciclaggio di materie plastiche del 70 % e per il vetro, metallo, carta , cartone e legno all’80 %. Ancora bisogna introdurre il divieto di discarica per tutti i rifiuti biodegradabili (umido e verde) e infine, “banning the incineration of recyclable waste (including biowaste) by 2020”: il divieto di incenerimento per tutti i rifiuti urbani.

tratto da Eco dalle Città