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Emergenza coronavirus: mascherine riutlilizzabili invece che usa e getta

Le linee guida dell’ultimo Dpcm ammettono per le mascherine “di comunità” modelli lavabili e autoprodotti, in “materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e al tempo stesso a garantire comfort e respirabilità e che coprano dal mento a sopra il naso”

Per affrontare la Fase 2 dell’emergenza Coronavirus è fondamentale rispettare le norme di distanziamento sociale e utilizzare dispositivi di protezione individuale (DPI) come guanti e mascherine. L’utilizzo delle mascherine è imposto dal Dpcm per la Fase 2 firmato il 26 aprile 2020 dal premier Giuseppe Conte, il cui Art. 3 comma 2 recita:

“Ai fini del contenimento della diffusione del virus COVID-19, è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di usare protezioni delle vie respiratorie nei luoghi chiusi accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto e comunque in tutte le occasioni in  cui non sia possibile garantire continuativamente il mantenimento della distanza di sicurezza.”

Il rischio però è quello di creare un’emergenza nell’emergenza, a causa dell’enorme quantitativo di mascherine usa e getta, ormai ampiamente diffuse, che necessitano di essere smaltite quasi con la stessa velocità con cui vengono prodotte. Secondo il rapporto “Imprese aperte, lavoratori protetti”, del Politecnico di Torino, per la ripartenza serviranno circa un miliardo di mascherine al mese. Numeri impressionanti, soprattutto alla luce delle numerose segnalazioni, in Italia e in gran parte del mondo, di tantissimi casi di abbandono per terra, sui marciapiedi, fuori da supermercati e vicino alle fermate dei mezzi pubblici. Per arginare il problema una soluzione potrebbe essere quella di promuovere l’uso di mascherine riutilizzabili, come per altro contemplato dal Governo stesso. 

Le linee guida dell’ultimo Dpcm ammettono infatti per le “mascherine di comunità“, modelli lavabili e autoprodotti, in “materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e al tempo stesso a garantire comfort e respirabilità e che coprano dal mento a sopra il naso”.

Per rispondere a questa esigenza sono diverse le aziende che hanno riconvertito la propria produzione per creare dispositivi di protezione individuale in tessuto lavabile per essere riutilizzate. Ma non solo. Come riporta Marinella Correggia sul Manifesto ci sono anche alcuni laboratori non profit che si sono messi a cucire modelli lavabili in stoffa, come il circolo Island a Perugia che con la sua sartoria realizza e distribuisce gratis mascherine di cotone, oppure il laboratorio tessile Colariage di Roma che coinvolge artigiani in difficoltà, richiedenti asilo e migranti per produrre colorati double face con disegni africani, tessuto impermeabile nel mezzo, e ancora in Sardegna una signora ottantenne ne ha prodotte 1.300 per la protezione civile, di tessuto non tessuto (Tnt), lavabili.
Sull’efficacia di questi dispositivi ci sono diversi pareri, non del tutto concordi. Uno studio di alcuni ricercatori dell’Università di San Francisco, tradotto dalla Fondazione Gimbe, ha messo in evidenze le prove attualmente a disposizione sull’efficacia dei DPI. In particolare viene affermato che: “Se un soggetto COVID-19 positivo tossisce su qualcuno a una distanza di 20 cm, indossare una mascherina di cotone riduce di 36 volte la quantità di virus trasmessa, ed è addirittura più efficace della mascherina chirurgica: ovvero si trasmette solo 1 trentaseiesimo della quantità di virus, diminuendo la carica virale e riducendo verosimilmente la probabilità del contagio, oppure determinando sintomi più lievi”.

Sebbene queste mascherine, come quelle chirurgiche, proteggono gli altri dalla persona che le indossa, non sono in grado di filtrare l’aria esterna. Le uniche che hanno questo tipo di protezione sono le Ffp2 e le loro equivalenti Kn95, che hanno una proprietà di filtraggio pari al 92% e le Ffp3 che arrivano fino al 98%. Il problema di questo tipo di mascherine è la loro natura di essere monouso, anche se recentemente, diverse aziende, anche italiane, si stanno muovendo per produrre dispositivi che abbiamo tale efficacia protettiva e che siano allo stesso tempo lavabili e riutilizzabili. Così non solo fornirebbero un alto livello di protezione dal Covid-19, ma permetterebbero anche di ridurre notevolmente la produzione di rifiuti derivante dalla necessità di smaltimento.

Fonte: Eco dalle Città

In Francia monouso venduti come riutilizzabili

La pratica denunciata dall’associazione Zero Waste France riguarda stoviglie di plastica distribuite da catene della GDO

Nei giorni scorsi, l’associazione ambientalista Zero Waste France ha criticato la catena della grande distribuzione Carrefour per aver messo in commercio, a proprio marchio, stoviglie monouso in plastica – vietate nel paese a partire dal 1°gennaio scorso – etichettate come “riutilizzabili, lavabili fino 20 volte in lavastoviglie“. A seguito della segnalazione, Carrefour ha annunciato a stretto giro di social la decisione di togliere i prodotti dagli scaffali in tutti i suoi punti vendita.

Prima di denunciare l’accaduto, Zero Waste France ha provato a lavare i piatti e le posate in lavastoviglie, con risultati facilmente intuibili. Come afferma l’associazione: “Già dal primo lavaggio i piatti sono usciti leggermente deformati e ammaccati. Dopo meno di 10 utilizzi, la maggior parte era lacerata o aveva assorbito il colore o tracce di grasso degli alimenti contenuti”.

I venti cicli in lavastoviglie sono quanto una circolare del Ministero dell’Ambiente francese pone come discriminante tra stoviglie monouso e riutilizzabili più volte.

Se Carrefour proponeva questi prodotti a proprio marchio, altre catene – secondo Zero Waste France – stanno ancora vendendo stoviglie di plastica usa e getta, spesso presentate come riutilizzabili.

Fonte: Polimerica