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Che futuro per il settore del riciclo? Situazione, criticità, prospettive

Sono sempre maggiori gli allarmi sulla crisi del mercato della carta da macero, che si associano a quelli sul riciclo della plastica dopo la famosa stretta cinese. Gli operatori chiedono un tavolo tecnico di confronto tra Istituzioni e piattaforme “al fine di scongiurare il rischio di blocco delle raccolte differenziate”. Ne abbiamo parlato con Enzo Favoino, Coordinatore Scientifico di Zero Waste Europe

Negli ultimi mesi sono sempre maggiori gli allarmi lanciati dagli addetti ai lavori,in Italia e in Europa, sulla crisi del mercato della carta da macero, che si associano a quelli sul riciclo della plastica dovuti alla famosa stretta cinese del 1° gennaio 2018. Nel nostro paese alcuni operatori del settore chiedono “al Ministro dell’Ambiente l’istituzione urgente di un Tavolo tecnico di confronto tra Istituzioni e piattaforme del riciclo, al fine di scongiurare il concreto e diffuso rischio di blocco delle raccolte differenziate”. Una situazione che ha spinto alcuni attori in campo a mettere in discussione il sistema del riciclo e il paradigma dell’economia circolare, proponendo in alcuni casi un ritorno allo smaltimento dei rifiuti.  

Ne abbiamo parlato con Enzo Favoino, della Scuola Agraria del Parco di Monza, e Coordinatore Scientifico di Zero Waste Europe. In questo primo intervento, vengono anticipate alcune valutazioni sulla dimensione globale del problema. Successivamente, verranno esaminate le tendenze in atto a livello UE, gli effetti indotti dalle politiche di settore, e come raccordarsi armonicamente con le stesse.

Favoino che momento sta vivendo il settore del riciclo alla luce dei divieti all’export di carta e plastica?

“Come qualunque settore anche quello del riciclo vive in un’economia pienamente globalizzata e quindi può risentire di trend globali e di alcune specificità congiunturali. Le mosse cinesi, e non solo, sia sulla carta che sulla plastica sono una novità importante e di cui tenere conto, ma come è stato giustamente rilevato anche da altri, stiamo parlando di materia di bassa qualità, cioè quella che supera un certo grado di contaminazione. Questa cosa ha messo sotto stress le filiere del riciclo per quei quantitativi di bassa qualità che venivano esportati verso l’estero, che a quanto ci risulta anche dai report internazionali ufficiali però non sono la prevalenza”.

Di che numeri si parla?

“Un recente rapporto europeo specificava ad esempio che le esportazioni di plastica dall’Italia erano dell’ordine delle 100 mila tonnellate all’anno, ridotte poi a 60 mila negli ultimi anni, verosimilmente anche per effetto dei divieti cinesi ed asiatici. Dunque gran parte del tonnellaggio esportato residuo dovrebbe essere rappresentato da polimeri di valore inviati a processi effettivi di riciclo e valorizzazione. Questo su un totale di plastica immessa al consumo di 6 milioni di tonnellate, di cui circa 2,5 milioni sono di plastica da imballaggio, quella oggetto dei meccanismi EPR e dunque dei circuiti di raccolta differenziata, e circa 1 milione sono le tonnellate avviate a riciclo”.

“Il ricorso all’export non è dunque trascurabile e lavoriamo quotidianamente anche con gruppi di lavoro internazionali, perché venga eliminato il fenomeno del ‘recupero truffa’, ma sulla base di questi dati non si può inferire che sia fondamentale, e che bloccato il flusso dell’export di plastiche di basso valore il sistema nel suo complesso sia al collasso. Certe filiere del riciclo sono certo sotto stress, uno stress congiunturale in attesa dell’adattamento ai nuovi scenari causati dalle mosse cinesi ed asiatiche, ma questa non è una quota prevalente né è una condizione eterna. Richiede adattamenti che, nello spirito della agenda UE, non sono quelli del ‘ci vogliono più inceneritori per smaltire gli scarti’. Ci sono soluzioni congiunturali, come opzioni di valorizzazione del plasmix, sostenute dai meccanismi di stimolo al mercato, e soprattutto strutturali, di lungo termine. Queste ultime sono le dinamiche di maggiore interesse, in prospettiva”.

(Le esamineremo nel dettaglio nella seconda parte dell’intervista, anticipiamo solo che l’istituzione di una ‘cabina di regia’, come chiesto da molti operatori, potrebbe essere un valido strumento per governare la transizione, ndr)

Il problema tuttavia non riguarda solo l’Europa. Come si stanno muovendo fuori dall’UE per far fronte alla situazione?

“Consideriamo ad esempio le contromosse di una delle realtà più avanzate ed ambiziose nelle politiche e pratiche di differenziazione e riciclo, la città di San Francisco. San Francisco è ad oggi sopra l’80% di raccolta differenziata, e non pensa minimamente a riassestarsi su scenari meno ambiziosi, piuttosto il contrario. Non solo la strategia e la pratica Zero Waste va avanti, ma la città vuole incrementarlo aumentando i tassi di riciclo, le strategie di riduzione e quant’altro, come da programma. Un recente programma di facilitatori per ogni stabile intende ad esempio andare ad intercettare ulteriori materiali valorizzabili che attualmente finiscono nel rifiuto residuo. Il tutto, peraltro, in un contesto operativo e regolamentare ben meno favorevole di quello europeo”.

“A San Francisco non hanno aspettato il divieto cinese per sincerarsi delle effettive filiere di recupero, ed avevano mandato loro ispettori a controllare la destinazione effettiva dei flussi verso l’Asia. Per cui avevano già individuato le pratiche di scam recovery, il ‘recupero truffa’, e avevano rescisso i contratti con gli intermediari meno affidabili. Per affrontare il problema del miglioramento dei flussi di riciclo, avevano già migliorato le proprie capacità di selezione e oggi riescono ad arrivare alla migliore definizione possibile dei vari tipi di polimero e dei vari tipi di carta e cartone avviabili al mercato, minimizzando i materiali di bassa qualità. Va inoltre sottolineato che il sistema nord americano, si basa generalmente su una raccolta rifiuti a tre bidoni: organico, residuo e imballaggi, dunque con questi ultimi raccolti in modalità ‘commingled’ non tipizzata, e non a cinque come da noi. Questo sistema genera tipicamente materiali di peggiore qualità dei nostri, tanto che diverse città stanno pensando di passare alle raccolte tipizzate, alcune lo hanno già fatto”.

“Condivido perfettamente le ottime valutazioni di chi ha già sottolineato che la qualità delle raccolte deve essere una delle determinanti del sistema, assieme alla quantità. Essendo tra coloro che per primi hanno ad esempio promosso le raccolte tipizzate e domiciliari, mettendo in risalto le prestazioni incrementali, per quantità e qualità delle raccolte, rispetto a raccolte multimateriali e/o stradali, questo è sempre stato un argomento per noi prioritario”.

Tornando alla situazione Europea, quali sono le strategie di settore e le tendenze in atto?

“La situazione europea va valutata alla luce delle indicazioni di prospettiva generate dal Pacchetto Economia Circolare, dalla Strategia UE sulle Plastiche, e dalla Direttiva sulle Plastiche Monouso. Questo pacchetto di previsioni marca un cambiamento epocale, su vari versanti: quello della progettazione e produzione di beni ed imballaggi, quello della raccolta, quello dell’assorbimento dei maceri. Certamente gli effetti non sono immediati, e questo determina i problemi congiunturali, ma vale la pena di allargare lo sguardo ai processi in atto, perché gli operatori sappiano individuare i processi di cambiamento e accelerarne o anticiparne gli effetti”.

“Anzitutto va ricordato sempre che mentre sinora il riciclo è stata la determinante principale delle strategie europee, e a cascata nazionali, la UE intende lavorare sempre più sulla riduzione ed il riuso. Il discorso di insediamento del Vice Presidente della Commissione Europea Timmermans è stato molto esplicito in questo senso: conferma, come abbiamo sempre detto, che il riciclo è il ‘piano B per la sostenibilità’ e come tale è eccezionale per conseguire gli obiettivi di minimizzazione degli smaltimenti e di riduzione del prelievo di risorse primarie, ma il piano A deve passare necessariamente per la riduzione, che sta diventando uno degli elementi trainanti del green deal della Commissione. Già la Direttiva SUP ne include i primi, importanti segni. Altri verranno nell’aggiornamento del Pacchetto Economia Circolare, con la probabile adozione di obiettivi vincolanti di riduzione”.

Per quanto riguarda la saturazione del mercato cosa si può fare?

 “Le soluzioni sono diverse, ma prima vorrei ricordare un episodio significativo. Quando è stata presentata la strategia europea sulla plastica, i vice presidenti della Commissione UE, stimolati dai giornalisti che li incalzavano sulle difficoltà dovute alla stretta cinese, risposero in modo efficace: dissero in sintesi che non si può parlare di economia circolare e poi voler allargare il cerchio fino a farne un ovale che arriva fino alla Cina. Se il sistema deve essere circolare dev’essere reso circolare in Europa, anche per rispondere alla fame di materie prime di un continente strutturalmente povero delle stesse, il che fu la principale motivazione della strategia. Di conseguenza, secondo tale indicazione, l’Europa deve: completare la propria capacità infrastrutturale per il riciclo e deve soprattutto determinare le condizioni per un aumento della capacità di assorbimento da parte del mercato”.

In che modo?

“Be’ attualmente l’Unione sta lavorando su due aspetti importantissimi del pacchetto sull’economia circolare, che sono le tariffe modulate sugli imballaggi, che andranno a premiare quelli maggiormente riciclabili e riusabili e penalizzare quelli che lo sono meno. In Italia abbiamo già iniziato ad usarle, ma le tariffe non sono ancora sufficientemente incentivanti; il processo è comunque in atto”.

“L’altro aspetto sono gli essential requirments, cioè i requisiti essenziali per gli imballaggi, e tra questi ci saranno anche i MRC, i contenuti minimi di riciclato. Cosa che ha già iniziato a fare capolino nella Direttiva sulle Plastiche Monouso e che dovrebbe sanare alcuni elementi contraddittori, come l’attuale basso assorbimento di polimeri riciclati in vari settori, inclusi quelli a maggiore capacità potenziale di assorbimento, come il settore automobilistico e quello delle costruzioni. In Italia questo potrebbe permettere di superare alcune criticità per l’uso dei polimeri da riciclo negli imballaggi a contatto alimentare, innalzandone le percentuali obbligatorie”.

“Ma se posso, io userei di più e meglio il settore del Green Public Procurement, su cui abbiamo già norme ed obblighi che però sono stati sterilizzati da una inazione generale. Non a caso, la capacità di assorbimento da parte del settore degli acquisiti pubblici è usata come driver principale di mercato in Nord America, ove l’assenza di direttive non fornisce tutti gli altri strumenti di promozione del mercato che invece possiamo dispiegare in Europa”.

 Insomma, per concludere, il riciclo ha i suoi problemi ma sono già operative soluzioni adeguate.

“Diciamo che il sistema ha delle imperfezioni che la transizione, determinata da un lato dalla spinta europea alla differenziazione e al riciclo e dall’altro dalle mosse asiatiche, sta rendendo visibili e condizionanti nel breve periodo. Ma l’agenda europea sta lavorando per risolverle e portare il sistema ad equilibrarsi, così come stanno facendo anche il Canada e la stessa Cina che hanno annunciato agende analoghe a quella UE”.   

 “Certo, il processo è di medio termine, non immediato, ma il trend è chiaro e i segnali ci sono: riduzione dei materiali difficili da riciclare, aumento della capacità continentale di riciclo, aumento delle capacità di assorbimento del mercato, contenuti minimi di riciclato… bisogna saperli cogliere e anticiparli per accelerare la transizione. Intanto sono disponibili subito alcune soluzioni come il recupero del plasmix per esempio, in attesa che le Direttive UE ne riducano la consistenza. L’effetto combinato di queste tecnologie e il potenziamento del Green Public Procurement potrebbe già dare una risposta consistente al tema delle plastiche di basso valore, sino a quando le stesse sono presenti. Mentre di sicuro la roadmap di lungo termine va nel senso della riduzione od eliminazione totale dei materiali difficili da riciclare”.

Fonte: Bruno Casula per Eco dalle Città