Bioeconomia circolare: una tre giorni per fare il punto su plastiche rinnovabili, biodegradabili e compostabili

Dal 24 al 26 novembre la conferenza on line organizzata da Assobioplastiche, CNR, TICASS e Università degli Studi di Bologna nell’ambito del progetto europeo BIO-PLASTICS EUROPE, per parlare dello stato dell’arte della ricerca su materiali innovativi

Si parla tanto di bioeconomia circolare, di ecodesign, di fonti rinnovabili, di materiali innovativi ma a che punto siamo? L’Europa e l’Italia cosa stanno facendo? E con quali prospettive?

Sono solo alcuni dei quesiti cui si cercherà di dare risposta nel corso della conferenza organizzata da Assobioplastiche, CNR, TICASS e Università degli Studi di Bologna nell’ambito del progetto europeo BIO-PLASTICS EUROPE.

Finanziato dall’Unione Europea all’interno del programma Horizon 2020, il progetto affronta il tema delle soluzioni sostenibili per la produzione e l’uso di plastiche rinnovabili, biodegradabili e compostabili a tutela della qualità ambientale del mare e del suolo in Europa. 

22 tra centri di ricerca, università e imprese provenienti da 13 nazioni collaboreranno insieme fino al 30 settembre 2023 nella progettazione di prodotti innovativi e nell’analisi di modelli di business che facilitino strategie e soluzioni efficaci per l’utilizzo e il riciclo delle plastiche rinnovabili, biodegradabili e compostabili per i settori dell’imballaggio alimentare, dell’agricoltura, del foodservice e dei consumer goods, con una grande attenzione anche al tema della sicurezza dei materiali. Dal 24 al 26 novembre Assobioplastiche, CNR, TICASS e Università di Bologna faranno il punto in tre momenti successivi, dalle ore 09.20 alle ore 11.10:
– 24 novembre 2020: Bioeconomia circolare
– 25 novembre 2020: Applicazioni nel settore agrifood
– 26 novembre: Modelli di business per la sostenibilità.

La prima giornata sarà dedicata ad analizzare il quadro italiano della bioeconomia con, tra gli altri, l’intervento di Alfonso Pecoraro Scanio, presidente di Fondazione Univerde, di ISPRA, CIC-Consorzio Compostatori Italiani, AMIU e Cluster SPRING.

Il secondo giorno si focalizzerà su casi studio del settore agrifood: sfide nella produzione di packaging bio-based (con interventi dell’Istituto Italiano di Tecnologia, dell’Università di Milano e del CNA Genova) e produzione high-tech di film per uso agricolo (con interventi di Polyeur e Lirsa).

La conferenza si chiuderà il 26 novembre con il focus sui modelli di business per la sostenibilità. La giornata sarà coordinata dall’Università di Bologna e vedrà il coinvolgimento di aziende leader del settore, quali Novamont, Polycart, ILIP, UniCoop e Krill Design.

Il programma completo è consultabile all’indirizzo: http://www.assobioplastiche.org/eventi.html

La partecipazione è gratuita previa registrazione: http://www.assobioplastiche.org/partecipazioneevento.php 

Fonte: Eco dalle Città

La spesa del futuro si fa SBALLATA

Chissà che grazie alla partenza di un nuovo progetto Spesa Sballata non si riesca anche in Italia avere esperienze diffuse di acquisto senza imballaggi grazie all’uso di contenitori riutilizzabili. per dare attuazione all’art. 7 del Decreto Clima”, che prevede che ai clienti sia “consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.»

La possibilità di acquistare con contenitori riutilizzabili portati da casa, o messi a disposizione dal rivenditore a fronte di una cauzione, sia per prodotti alimentari che non alimentari, è diventata all’estero una pratica che negli ultimi due anni è letteralmente esplosa.

Non è ancora così in Italia, e non è un problema di tecnologia quanto di cultura e di legislazione. Basta guardare alle potenzialità offerte dai modelli di riuso dei contenitori che sono già una realtà consolidata e matura anche da noi grazie alle nuove tecnologie che permettono di affidare la gestione logistica e di sanificazione anche ad enti terzi. Ad esempio nel settore degli imballaggi/contenitori riutilizzabili ad uso industriale e commerciale.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Fatta eccezione per le possibilità di acquisto sfuse offerte da un decennio dai negozi zero waste o rete botteghe sfuse “indipendenti”, sparsi per la penisola, e da piccole catene come Negozio Leggero oppure la new entry VivoGreen a Terni, la normativa per la sicurezza alimentare nazionale (più restrittiva che in altri paesi EU) ha frenato molte iniziative in fase nascente.

Solamente un gruppo della DO in Italia : Moderna Distribuzione ha ad oggi avviato una sperimentazione di vendita assistita ai banchi interni che permette l’impiego di contenitori dei clienti e che coinvolge da circa un anno 8 punti vendita in totale:   6 punti di Sigma, uno di Ecu e uno di Economy. Un progetto fortemente voluto dall’AD Buna Lami di cui abbiamo raccontato qui.  

Finalmente si aggiunge in questo panorama “poco affollato” un progetto strutturato che potrebbe dare una spallata a tanti pregiudizi esistenti anche in Italia sulla maggiore sicurezza alimentare del contenitore monouso rispetto a quello riutilizzabile. (1)

Succede a Varese e provincia con la Spesa Sballata: un progetto che vede 33 Famiglie impegnate per la durata di un anno nell’acquisto di prodotti alimentari utilizzando propri contenitori che è stato presentato questa mattina alla stampa.

Le Famiglie potranno acquistare con contenitori riutilizzabili ai banchi di vendita assistita (panetteria, pescheria, gastronomia, macelleria) dei supermercati coinvolti e anche nei reparti ortofrutta. Una buona notizia dal momento che il provvedimento che nel 2018 imponeva la vendita esclusiva di sacchetti leggeri biodegradabili/compostabili ha indirettamente reso impossibile l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili. La GDO fatta eccezione per i negozi di NaturaSi. non ha ancora “sdoganato” l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili nei punti vendita, come avviene in altri paesi europei. Alle Famiglie coinvolte dalla sperimentazione è stato fornito un kit composto da contenitori riutilizzabile in plastica rigida, sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta e una sporta durevole. Il kit di sopravvivenza al monouso che abbiamo promosso oltre 10 anni fa con la nostra iniziativa Porta la Sporta, la prima a raccontare in quegli anni di attività al grande pubblico (2009-2014) sul problema della plastica nell’ambiente collegandolo al nostro modello di consumo.

Il valore aggiunto del progetto Spesa Sballata è che va oltre allo slogan Plastic Free a cui si sono ispirate molte iniziative nazionali imperniate sulla sostituzione dei materiali monouso e che si allinea così alle indicazioni contenute nella Strategia UE sulle Plastiche, e in particolare a vero spirito della Direttiva Europea sulle Plastiche Monouso ( considerando 2) che dovrà essere recepita a livello nazionale entro il 3 luglio del 2021.(1)

Il progetto è partito nel febbraio 2020 grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia ed è culminato con la partenza, 10 giorni fa, della sperimentazione che avrà luogo in 9 punti vendita delle due insegne della GDO. I dipendenti dei punti vendita accompagneranno l’attività fornendo supporto alle Famiglie partecipanti che potranno usufruire di buoni sconto.

La sperimentazione che durerà fino a fine aprile 2021 darà modo alle Famiglie di monitorare e misurare con attenzione il potenziale impatto positivo che l’acquisto di prodotti sfusi potrà avere sulla quantità di rifiuti da imballaggio usa e getta prodotta da ciascun nucleo.

I punti vendita Coop che aderiscono al progetto si trovano a: Busto Arsizio (viale Repubblica e viale Duca d’Aosta), Malnate, Varese, Laveno Mombello per un totale di 5 supermercati. Mentre per Carrefour aderiscono i punti vendita di Gallarate in viale Carlo Noè, di Varese in via Sanvito Silvestro e poi di Cocquio Trevisago e Tradate per un totale di 4 supermercati.

L’elemento interessante, e probabilmente chiave, che potrebbe permettere la partenza di altre esperienze simili, è stata la collaborazione con ATS Insubria per la redazione delle Linee guida Sanitarie per acquisti in contenitori riutilizzabili, che garantissero, anche in tempo di COVID 19, il rispetto delle norme igienico-sanitarie insieme alle buone prassi ambientali.(2)

Questo progetto permette finalmente di dare attuazione alla possibilità di fare la spesa con contenitori propri, puliti, idonei ad uso alimentare e con coperchio che in teoria sarebbe possibile in Italia dallo scorso dicembre, grazie all’approvazione della legge 12/12/2019 n. 141, il cosiddetto “Decreto Clima”. Il decreto all’art. 7 prevede che sia consentito ai clienti : « utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.» Il testo include poi anche una disposizione “di salvaguardia” per garantire che la pratica si svolga in sicurezza: «L’esercente può rifiutare l’uso di contenitori che ritenga igienicamente non idonei».

GLI ATTORI DEL PROGETTO

Il progetto che durerà sino a fine 2021 si è potuto realizzare grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia, che hanno attivato i punti vendita per la sperimentazione. Una scelta non casuale quella di queste due catene di supermercati, partendo dall’impegno che Coop ha sempre dimostrato sui temi ambientali e sociali (come la campagna “dall’olio all’olio” per citarne una) e da Carrefour che ha già portato avanti la medesima sperimentazione in altri paesi europei (FranciaSpagnaBelgio e Polonia), oltre che Taiwan.

Carrefour Belgium

Il progetto Spesa Sballata, finanziato da Fondazione Cariplo nel Bando Plastic Challenge 2019, vede come capofila Cooperativa Totem in partnership con Provincia di Varese – Osservatorio Provinciale Rifiuti e Green SchoolsScuola Agraria del Parco di Monza con ARS ambiente come partner tecnico e infine il Comune di Varese.

Provincia di Varese si è distinta per aver accompagnato i propri Comuni nel raggiungimento di ambiziosi risultati di buona gestione rifiuti ed iniziative di sostenibilità lungo tutto l’ultimo decennio, quali il progetto Green Schools, la partecipazione costante alla Settimana Europea di Riduzione dei Rifiuti e dal 2018 il progetto Famiglie Sballate;

Enzo Favoino, referente scientifico di progetto per la Scuola Agraria del Parco di Monza, e coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, è attivo da tempo a livello internazionale e locale per lo sviluppo ed il consolidamento delle pratiche di raccolta differenziata, compostaggio, e prevenzione rifiuti, contribuendo a definire le politiche e strategie UE di settore.

Il Comune di Varese che, a partire dal progetto Plastic free, sta attivando numerose iniziative su questi temi, tra cui, oltre a Spesa Sballata, anche il progetto europeo Life RethinkWaste.

Il logo di progetto, apposto sui contenitori in uso alle Famiglie, è stato realizzato lo scorso anno scolastico dalla classe terza 3G2 Indirizzo Grafico del Liceo Artistico Statale Candiani Bausch di Busto Arsizio, assistiti dalla prof.ssa Alessia Recupero, in attività di Alternanza Scuola Lavoro.

Per restare aggiornati sul progetto si può seguire la pagina Facebook appositamente creata.

Note

(1) Direttiva SUP – Considerando (2): “La presente direttiva promuove approcci circolari che privilegiano prodotti e sistemi riutilizzabili sostenibili e non tossici, piuttosto che prodotti monouso, con l’obiettivo primario di ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Tale tipo di prevenzione dei rifiuti è in cima alla gerarchia dei rifiuti di cui alla direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio […]”

(2) In proposito, è opportuno sottolineare che l’attuale congiuntura sanitaria non incide negativamente, contrariamente a quanto spesso si ritiene e comunica, sulle opportunità di impiego di oggetti ed imballaggi riusabili. In effetti, le evidenze scientifiche ci segnalano che, lungi dall’essere “barriera di protezione”, è proprio il monouso che, aumentando il turnover di materiali che dall’esterno entrano nella nostra vita quotidiana, è maggiormente incline a moltiplicare i percorsi di contagio. In realtà, sia il monouso che il riusabile vanno soggetti agli stessi principi, condizioni e pratiche di igiene: ma il riusabile, essendo in genere “personale” (e massimamente nel caso dei contenitori per acquisti!), diminuisce, anziché aumentare, l’evenienza di contagi dall’esterno. Enzo Favoino

Fonte: Comuni Virtuosi

Bioplastica. Approvato lo Statuto, Consorzio Biorepack pronto a partire

Con l’approvazione dello statuto da parte del Ministro dell’Ambiente e del Ministro dello Sviluppo Economico e la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, il consorzio Biorepack diventa ufficialmente il settimo consorzio di filiera CONAI.  

Costituito a Roma il 26 novembre 2018 da sei tra i principali produttori e trasformatori di bioplastiche – Ceplast, Ecozema-Fabbrica Pinze Schio, Ibi plast, Industria Plastica Toscana, Novamont e Polycart – Biorepack si occuperà della gestione a fine vita degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile che possono essere riciclati con la raccolta della frazione organica dei rifiuti e trasformati, con specifico trattamento industriale, in compost o biogas.

“Siamo estremamente soddisfatti – commenta Marco Versari, presidente di Biorepack – perché con l’approvazione dello Statuto viene riconosciuta la specificità di un materiale con un fine vita del tutto peculiare rispetto a quello degli altri presidiati dagli attuali sei consorzi di filiera del CONAI. Essere il primo consorzio europeo per il riciclo organico degli imballaggi in bioplastica significa fare un passo avanti senza confronti nel campo del riconoscimento del valore del riciclo biologico e consentire al nostro Paese di rafforzare la sua leadership nel settore della bioeconomia circolare. Siamo pronti sin da subito a collaborare con il CONAI, gli altri consorzi e l’ANCI per coordinare e ottimizzare la gestione del riciclo, affinché i cittadini possano conferire correttamente nella raccolta dell’umido domestico gli imballaggi in bioplastica e l’Italia incrementare i risultati di riciclo”.

Recovery: si utilizzi per nuovi impianti!

Per centrare gli obiettivi gli obiettivi europei della Circular economy (65% di riciclo e 10% in discarica al 2035 per i rifiuti urbani), il nostro Paese ha un’opportunità unica: gli aiuti Ue per l’emergenza Covid. Questi possono sostenere gli investimenti necessari (10 miliardi di euro) per colmare il gap impiantistico nazionale, soprattutto nel Centro-Sud del nostro Paese, attraverso la realizzazione di 70 impianti di trattamento rifiuti.

Sono queste le principali evidenze emerse dal Rapporto “Per una Strategia Nazionale dei rifiuti”, presentato da FISE Assoambiente (Associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica), nel corso della giornata di apertura di Ecomondo Digital Edition, la fiera annuale della green economy di Rimini, quest’anno in versione virtuale.

La Ue prevede la riduzione al 10% massimo dello smaltimento in discarica dei rifiuti urbani (oggi siamo al 22%) e il raggiungimento di un target di riciclo minimo del 65% (oggi siamo al 45%). Secondo il rapporto, servono fino a 70 nuove strutture fra cui 39 nuovi digestori anaerobici per il trattamento della frazione organica, per una spesa complessiva di 10 miliardi di euro.

“I fondi collegati a Next Generation costituiscono un’occasione unica per implementare una Strategia Nazionale dei Rifiuti -, evidenzia il Presidente FISE Assoambiente Chicco Testa – a patto, però, di spenderli efficacemente, privilegiando strumenti economici e incentivi/disincentivi, rispetto alla tradizionale spesa a pioggia”.

“Nella gestione dei rifiuti in Italia è centrale la questione della carenza degli impianti di trattamento, rispetto ai quali bisogna muoversi ora per riuscire a centrare i target Ue al 2035. In quest’ottica, il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta un’occasione storica per mettere in campo non solo risorse, ma soprattutto riforme che consentano lo sviluppo dell’intero settore – dichiara Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia –  occorre agire subito perché l’equilibrio attuale della gestione dei rifiuti nelle regioni meridionali è apparente, dal momento che si basa sullo smaltimento in discarica e sull’esportazione. Il raggiungimento degli obiettivi di economia circolare produce ricadute positive in termini ambientali, economici e sociali: la realizzazione degli impianti porterebbe a un risparmio annuo di 544.000 tonnellate di CO2 equivalente, alla creazione di posti di lavoro, a servizi più efficienti e a tariffe più basse per i cittadini”. 

Il Parlamento UE chiede per i consumatori il “diritto alla riparazione”

La Commissione per il mercato interno di Strasburgo ha proposto una serie di misure per rafforzare la protezione dei consumatori e migliorare sicurezza e sostenibilità dei prodotti

Un diritto alla riparazione dei prodotti, ma anche chiare date di scadenza e standard di sicurezza più alti. Queste le nuove richieste provenienti dal Parlamento Europeo e indirizzate a Bruxelles.

L’ultime norme europee sull’ecodesign ha dato una vigorosa smossa alla sostenibilità del mercato, introducendo nuove etichette energetiche e criteri riparabilità. Peccato che i regolamenti in questione riguardassero solo 10 classi dieci di apparecchi elettrici ed elettronici. Per tutti gli altri beni e prodotti, si dovranno attendere i frutti del Piano d’azione per l’economia circolare UE. Parliamo del pacchetto di misure annunciato dalla Commissione Europea lo scorso 11 marzo. Il piano contiene una serie di interventi, anche legislativi, da attuare nei prossimi anni e inerenti l’intero ciclo di vita del prodotto; con l’obiettivo di migliorarne durabilità, riusabilità, riparabilità e sicurezza.

Sul tema sono tornati ieri gli eurodeputati della Commissione per il mercato interno. Il gruppo parlamentare ha votato una nuova risoluzione che chiede all’esecutivo UE precisi elementi da inserire nelle sue future politiche circolari. A cominciare dall’introduzione di un “diritto alla riparazione”: le aziende devono granire ai consumatori l’acquisto di prodotti riparabili. Questo significa accessibili e dotati di pezzi di ricambio facilmente reperibili. “Per contrastare l’obsolescenza pianificata – si legge nella nota stampa del Parlamento UE – è necessario prendere in considerazione la limitazione delle pratiche che intenzionalmente riducono la durata di un prodotto”.

Chiedono inoltre a Bruxelles di considerare l’etichettatura di beni e servizi in base alla loro durata. Ad oggi questo elemento, se si esclude il comparto alimentare, è previsto unicamente per gli apparecchi elettrici ed elettroni e solo a partire dal prossimo anno. Ma per i deputati, estendere l’obbligo di etichettatura permetterebbe di sostenere i mercati di seconda mano, promuovendo pratiche di produzione più sostenibili. E per ridurre i rifiuti elettronici, i deputati insistono ancora su un sistema di ricarica comune per telefoni cellulari, tablet, lettori di e-book e altri dispositivi portatili.

Un occhio finisce anche sul mondo della pubblicità. Gli eurodeputati spingono su pratiche di marketing e pubblicità responsabili. Per ottenere ciò, l’UE dovrebbe adottare chiare linee guida per produttori che dichiarano di essere rispettosi dell’ambiente, assieme all’introduzione di uno specifico marchio certificato di “qualità ecologica” per i beni.

In una seconda risoluzione, gli europarlamentari hanno affrontato la questione dei prodotti non sicuri, in particolare quelli venduti sui mercati online. In questo contesto deputati chiedono le piattaforme e i mercati digitali adottino misure proattive per contrastare le pratiche fuorvianti; e che le norme comunitarie sulla sicurezza siano applicate in modo rigoroso. 

Fonte: Rinnovabili.it

Plastica monouso, direttiva SUP. Costa plaude a legge di delegazione: ‘Bene emendamento su plastiche biodegradabili’

L’annuncio del ministro dell’Ambiente: “Nel ddl appena approvato al Senato misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella sull’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti”

“Nel ddl delegazione europea appena approvato al Senato, e che ora passa all’esame della Camera, ci sono misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella che prevede l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti”. Così in una nota il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa

“Parliamo di quel tipo di alimenti per cui non sia possibile utilizzare altri materiali” aggiunge Costa. “Grazie al lavoro svolto dal Movimento 5 Stelle al Senato potremo adesso recepire in modo corretto e senza incertezze la direttiva europea. È una misura ambientale importante, che dà un ulteriore contributo alla lotta contro l’utilizzo delle plastiche monouso e fornisce al contempo maggiori certezze alle numerosissime imprese del settore”.

L’approvazione della legge di delegazione è arrivata con 134 sì, 54 no e 31 astenuti. Il provvedimento dà attuazione a oltre 30 direttive e adegua l’ordinamento a 18 regolamenti in numerose materie. Diverse le novità introdotte durante l’esame a Palazzo Madama. Tra le materie trattate, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, l’energia elettrica, le pratiche commerciali sleali nella filiera agricola e alimentare, il codice europeo delle comunicazioni elettroniche in vista dello sviluppo delle nuove reti 5G, la tutela del diritto d’autore nel mercato digitale, l’agenzia per la cybersicurezza, le nuove misure sulle banche.

Anche gli USA siglano un Plastic Pact, ma funzionano?

Cresce il numeri di paesi e regioni che adottano un Plastic Pact per ridurre l’impatto della plastica sull’ambiente. Quali sono le caratteristiche e i risultati ottenuti ad oggi da questi accordi di natura volontaria ?

Anche gli Stati Uniti hanno aderito alla rete internazionale di paesi dove è stato sottoscritto un Plastic Pact PP per ridurre l’inquinamento da plastica che vede tra gli altri la partecipazione di Regno Unito, Francia, Cile, Paesi Bassi, Portogallo, Sud Africa e più recentemente la Polonia.

Anche l’Italia aderendo all’European Plastic Pact si è formalmente impegnata in questo tipo di accordo , anche se non sono arrivate dallo scorso marzo notizie in merito.
L’iniziativa dei Plastic Pact nazionali così come il Global Commitment sono parte dell’impegno della EMAF Ellen MacArthur Foundation per promuovere un’economia circolare della plastica che ha preso il via nel 2016 con la pubblicazione del report The New Plastics Economy e del programma triennale di iniziative correlate. L’annuncio è stato dato il 20 agosto scorso in occasione dell’evento virtuale di GreenBiz Circularity 2020.

L’iniziativa degli USA che vede più di 60 firmatari tra cui aziende, agenzie governative, ONG, università, organizzazioni professionali e società di investimento sarà coordinata da The Recycling Partnership TRP, con il sostegno del World Wildlife Fund (WWF).

Sulla falsariga degli impegni presi dai partecipanti ai PP già operativi i firmatari si adopereranno entro il 2025 per :

  • Definire un elenco di imballaggi in plastica considerati come problematici o non necessari entro il 2021, e adottare misure idonee ad una loro eliminazione entro il 2025;
  • Assicurare che tutti gli imballaggi in plastica siano riutilizzabili, riciclabili o compostabili ;
  • Intraprendere azioni ambiziose per riciclare o compostare efficacemente il 50% degli imballaggi in plastica;
  • Raggiungere una percentuale media del 30% di contenuto riciclato o di contenuto bio-based prodotto responsabilmente.

I progressi compiuti dagli aderenti al Patto rispetto a questi obiettivi verranno resi noti su base annuale. Sarà il WWF a monitorarli attraverso un’applicazione denominata ReSource: Plastic Footprint Tracker, che attraverso una metodologia standard misurerà il consumo di plastica dei firmatari.

Gli aderenti al Plastic Pact rappresentano un po’ tutta la filiera della plastica degli USA e includono importanti stakeholder del settori dei rifiuti e del riciclo come Solid Waste Association of North America (SWANA), Institute of Scrap Recycling Industries (ISRI), National Waste Recycling Association (NWRA), Eureka Recycling, Balcones Resources, EcoCycle , APR Association of Plastic Recyclers . Tra le aziende figurano multinazionali come  Colgate-Palmolive Company, Danone North America,  Coca-Cola Company, Clorox Co., and Mars Inc.Target, Walmart, Aldi , Nestlé, Unilever USA, organizzazioni come Consumer Brands Association, Terracycle, Closed Loop Partners, cittadine come Austin e Phoenix e altri soggetti.

I coordinatori dell’iniziativa potranno contare su un comitato composto da dieci membri tra gli aderenti al patto che sarà a disposizione per fornire consulenza e pareri sulle azioni da intraprendere a cominciare dalla predisposizione di una tabella di marcia che stabilirà le fasi per raggiungere gli obiettivi delineati dal patto.
Abbiamo coinvolto i membri dell’intera catena del valore della plastica“, ha affermato Sarah Dearman di TRP durante la conferenza di presentazione. Aggiungendo che il processo è iniziato lo scorso novembre quando i partecipanti hanno convenuto su tempistiche e obiettivi su cui lavorare per eliminare entro il 2025 gli imballaggi “problematici o non necessari“.
Il patto siglato negli UK è stato citato da TRP come un possibile esempio a cui ispirarsi, anche se i punti di partenza sono differenti. Il tasso di riciclo nel Regno Unito è più del doppio di quello USA, ragion per cui l’obiettivo di riciclo è del 50% negli USA contro il 70% degli UK .
Il patto americano riprende l’obiettivo del 30% di contenuto riciclato negli imballaggi del patto inglese, anche se quest’ultimo ha introdotto dei target diversificati a seconda del tipo di imballaggio e considera il 30% come un’obiettivo medio.
Per le bottiglie in PET il patto inglese richiede un 50% di contenuto riciclato, che diventa dal 40% al 50 % per i flaconi in polietilene e del 10% per i film in polietilene e polipropilene .

Allo scopo di aumentare la domanda di plastica riciclata e crearle, man mano che il patto progredisce, un mercato di sbocco, Kersten-Johnston ha annunciato che il patto USA potrebbe qui coinvolgere anche il settore degli imballaggi utilizzati dal settore industria e commercio
Se consideriamo , come riporta Plastic News che i dati governativi riferiti al 2017 dicono che solo il 14,7 degli imballaggi in plastica immessi al consumo è stato riciclato, e che le bottiglie in PET, la tipologia di imballaggi più riciclata, ha un tasso di riciclo intorno al 30%, è evidente che l’obiettivo del 50% al 2025 è piuttosto sfidante.
Per fare un raffronto con il tasso di riciclo degli UK che viene dato al 46% nel 2017 va detto che negli ultimi anni sono stati espressi dubbi da fonti considerate autorevoli sulla veridicità di tale dato. Da un lato perché il tasso di riciclo si calcola sul dato degli imballaggi immessi al consumo, che potrebbe essere in difetto come ha evidenziato uno studio del 2018 di Eunomia , e dall’altro perché si calcolano come riciclati quei due terzi degli imballaggi raccolti in modalità differenziata che sino ad un paio di anni fa venivano esportati. Peraltro anche verso paesi asiatici privi di infrastrutture di riciclo come la Malesia.

Infine c’è un’altra differenza non da poco tra i due patti determinata dal grado di accettazione che godono nei due paesi le politiche basate sulla responsabilità estesa del produttore o EPR (Extended Producer Responsability). Mentre il patto inglese supporta l’applicazione di regimi di ERP in qualche forma, non è ancora chiaro a quali misure e strategie ricorreranno negli USA dove questi regimi non sono stati mai stati istituiti ad oggi per l’opposizione dei produttori dei beni di largo consumo e del mondo della chimica e plastica. Questi ultimi soggetti sono sempre stati più propensi a finanziare le infrastrutture di riciclo se “obbligati” piuttosto che assumersi la responsabilità dei costi di raccolta e riciclo dei propri prodotti a fine vita. Infine, mentre è stato comunicato che il patto inglese copre i due terzi degli imballaggi in plastica immessi nel mercato del Regno Unito, non è ancora noto quale sarà la quota di imballaggi in plastica immessi negli USA di cui sono responsabili gli aderenti al patto.

Così come è avvenuto nei paesi dove questo tipo di accordo è stato lanciato le Ong attive sul fronte dei rifiuti hanno espresso qualche dubbio sull’efficacia e sul potenziale degli accordi volontari in genere.

John Hocevar, direttore della campagna Oceans per Greenpeace USA, pur apprezzando l’approccio multi-stakeholder del patto e il coinvolgimento del mondo della distribuzione organizzata a dei grandi marchi ha espresso alcune preoccupazioni “Non vorrei che questa iniziativa rafforzasse l’idea che la maggior parte degli imballaggi in plastica debba e possa essere riciclata, perché in realtà la maggior parte di questi imballaggi ha poco o nessun valore o un mercato di sbocco“, ha detto Hocevar . “L’obiettivo a cui dovremmo tendere è l’abbandono del monouso e investimenti in sistemi di riutilizzo, di riempimento e dematerializzazione del packaging“.

Anche i commenti raccolti da Plastics News da parte dei referenti di due organizzazioni californiane come As You Sow e CRI Container Recycling Institute hanno espresso un certo scetticismo in particolare riguardo alla natura volontaria dell’iniziativa.

Conrad MacKerron, vicepresidente senior di As You Sow gli impegni sottoscritti con il PP – seppur apprezzabili- rischiano di dipendere esclusivamente dalla volontà degli aderenti : “la nostra attività ventennale di monitoraggio degli impegni presi dalle aziende in tema di RSI (responsabilità sociale di impresa) ci induce a considerare come altamente improbabile che ci si possa avvicinare ad un tasso di riciclaggio del 50% su base volontaria . Abbiamo visto più volte quanto sia facile per le aziende ritirarsi da impegni volontari quando mancano i vincoli legislativi “
Susan Collins, presidente del CRI Container Recycling Institute è altrettanto scettica sul raggiungimento del 50% di riciclo, a meno che non si proceda ad un raddoppio dei sistemi di deposito ( ed oltre) per i contenitori di bevande attualmente operativi negli USA. Questo significa che cento milioni di nuovi americani dovrebbero avere accesso ad un sistema di deposito e che i sistemi già in vigore in 10 stati (che servono ora 90 milioni di cittadini) dovrebbero essere migliorati per aumentarne le prestazioni.
Va detto che il tasso nazionale di riciclo delle bottiglie in PET si raggiunge negli USA solamente grazie al contributo degli stati che hanno adottato questi sistemi con percentuali di riciclo che vanno dal 66% al 96% .
Una svolta per incrementare la percentuale di contenuto riciclato per la California è arrivata dall’ Assembly Bill 793, una legge votata all’unanimità dalle due camere lo scorso 24 settembre che impone un contenuto obbligatorio di plastica riciclata per le bottiglie di plastica coperte dal vigente sistema di deposito. Ovvero almeno il 15% entro il 2022, il 25% entro il 2025 e il 50% entro il 2030. La legislazione prevede anche una penalità di 20 cent di dollaro per ogni libbra ( circa 454 grammi) di plastica vergine utilizzata.

Lezioni da trarre per il nostro paese e oltre

Le iniziative di portata globale come il Global Commitment o i Plastic Pact hanno sicuramente alcuni meriti tra i quali stimolare la collaborazione tra tutti i portatori di interesse, competitors inclusi, che è una condizione imprescindibile quando si tratta di affrontare problematiche ambientali di ordine globale.

Altri meriti sono legati alla modalità di lavoro interdisciplinare che prevede azioni importanti quanto poco praticate dalle aziende come la partecipazione ad un programma condiviso che prevede un certo livello di collaborazione, di rendicontazione e una tabella di marcia da rispettare. Nonché la misurazione del consumo di plastica fatto all’interno delle aziende che si spera possa portare alla misurazione del consumo anche per le altre materie prime impiegate. Tutti aspetti che possono stimolare una maggiore proattività, incidere positivamente sulla capacità di innovazione e problem solving velocizzando al contempo i tempi di perseguimento degli obbiettivi .

Venendo ai punti di debolezza, in parte ripresi nei commenti prima riportati, questi accordi su base volontaria – in mancanza di quadri legislativi coerenti e cogenti – rischiano di disattendere gli obiettivi e di produrre risultati che non sono all’altezza delle emergenze ambientali a cui dovrebbero offrire delle risposte. Inoltre, il fatto che questi accordi siano mirati ad un solo materiale sta aprendo la strada ad alcune “scappatoie” da parte industriale, come la sostituzione dei materiali. E infine non è ancora emersa alcuna evidenza scientifica a provare che il raggiungimento degli obiettivi di iniziative mirate alla sola plastica apportino dei miglioramenti significativi nella riduzione delle emissioni climalteranti e nel tasso di consumo di risorse.

I report di monitoraggio degli impegni intrapresi dagli aderenti del Global Commitment GB usciti ad oggi ha confermano che i progressi sono lenti e prevalentemente orientati alla sostituzione della plastica o al miglioramento della riciclabilità. Nonostante un terzo dei firmatari abbia in corso dei progetti pilota basati sul riuso dei contenitori, meno del 3% in peso degli imballaggi che immettono al commercio è riutilizzabile. Sono 43 le aziende che stanno testando modelli di riuso in più mercati e per diversi prodotti tra aziende produttrici di imballaggi, di prodotti confezionati o del settore della distribuzione, ma poche impegnate su larga scala. Infatti solamente il 13% tra le grandi aziende firmatarie sta sperimentando modelli di riuso per una parte significativa del loro portfolio di prodotti. Per capire quale è il peso del GC in termini di plastica immessa sul mercato come imballaggi va detto che non è stato firmato da tutte le grandi multinazionali dei prodotti di largo consumo, come nel caso di P&G, e che copre quindi appena il 20% delle quantità di packaging utilizzate a livello globale.

Una valutazione piuttosto critica sugli accordi volontari è contenuta nel corposo rapporto uscito lo scorso settembre a cura della fondazione Changing Markets dal titolo Talking Trash: The Corporate Playbook of False Solutions,” . Dal rapporto e dai casi studio analizzati emergono le tre tattiche utilizzate dalla maggiori multinazionali e Big Plastic che si traducono in : ritardare (misure che potrebbero minare il consumo e fatturato) , distrarre (l’attenzione dai responsabili ) e fare deragliare (le legislazioni). Il rapporto frutto del lavoro congiunto di giornalisti investigativi, ricercatori ed esperti del settore da tutto il mondo, copre 15 paesi e regioni a cavallo di cinque continenti.

TALKING TRASH “Until companies up their game, call for mandatory collection and producer responsibility, and stop delaying and derailing legislation and distracting from their true accountability for the plastics crisis, they are doing no more than talking trash“.

Secondo il rapporto gli accordi volontari ricadono nella tattica del distrarre l’attenzione da possibili misure legislative attraverso l’adesione ad accordi volontari molto ben pubblicizzati. Altre tattiche che hanno lo stesso obiettivo sono le iniziative ex post che “funzionano come cerotti” e non intervengono sulle cause dei problemi. Tra gli esempi riportati nel rapporto abbiamo: le campagne di pulizia ambientale, la realizzazione di prodotti a partire dalla plastica dei rifiuti marini, le iniziative di promozione del riciclo che non prevedono obblighi stringenti di raccolta, la promozione di altre opzioni alternative sempre monouso come le bioplastiche biodegradabili o compostabili, la promozione di soluzioni tecnologiche “magiche” come il riciclaggio chimico. E infine il finanziamento di studi progettati per supportare il loro punto di vista e un’ampia e diffusa pubblicizzazione delle proprie credenziali ecologiche presso i consumatori attraverso media ben finanziati e campagne pubblicitarie. (1)

Alle iniziative volontarie della EMAF legate al progetto The New Plastics Economy prima citate il rapporto ha dedicato una sezione (1) che, oltre agli aspetti positivi prima ripresi, individua anche alcune limiti che riassumiamo di seguito :

  • nonostante l’iniziativa abbia portato oltre 35 brand a rivelare la loro impronta plastica in termini di tonnellate di polimeri impiegati ogni anno, non c’è l’obbligo di pubblicare i dati condivisi con la fondazione e di farli certificare da un’ente indipendente;
  • come altre iniziative su base volontaria che non prevedono conseguenze per chi non raggiunge gli obiettivi prefissati, può offrire agli aderenti l’occasione per defilarsi dalle proprie responsabilità ;
  • manca un’azione di pressione sugli aderenti per spingerli ad adottare strategie per ridurre il consumo di plastica monouso ( a favore anche dei sistemi di riuso, ad esempio ). inoltre la EMAF sembra non avere una strategia per agire sui singoli membri che mancano di ambizione o di trasparenza che si discosti in sostanza dal “tutta carota e niente bastone”. I partecipanti non vengono spinti a competere tra loro, ad esempio attraverso la pubblicazione di classifiche e posizionamenti delle performance individuali dai cui si evincano “i migliori della classe”. (Nel frattempo però i firmatari utilizzano ampiamente la loro partecipazione al programma per migliorare la oro reputazione e anche fare greenwashing);
  • la fondazione non sembra preoccuparsi delle modalità attraverso cui i grandi marchi riducono la dipendenza dalla plastica vergine e raggiungono i loro obiettivi. Ad esempio “non ci sono state domande” sul fatto che la strategia di Mars si basi pesantemente sul riciclo chimico ( invece che meccanico) e sembra che la EMAF consideri il riciclo chimico come una componente dell’economia circolare. (2)
  • nonostante il fatto che la mancanza di plastica post consumo di alta qualità rappresenti una grande sfida al raggiungimento dei target di contenuto riciclato negli imballaggi la fondazione non promuove i sistemi di deposito obbligatori per legge. Grande parte degli aderenti alle iniziative della EMAF concentrano di fatto i loro sforzi in partnership con compagnie che stanno sviluppando progetti di riciclo chimico e investendo in altre tecnologie problematiche ancora immature.

Quello che invece lo studio Evaluating Scenarios Toward Zero Plastic Pollution ha argomentato è che perseguire il Business as usual comporterà un aumento i rifiuti di plastica negli oceani pari a 450 milioni di tonnellate nei prossimi 20 anni.

Non per nulla anche il rapporto Breaking the Plastic Wave che accompagna lo studio conviene che l’approccio più efficace per affrontare questo fenomeno preoccupante è quello definito come lo scenario “System Change” in cui si interviene sull’attuale modello economico con varie misure che spaziano da interventi sul piano normativo, sui modelli di business e sui meccanismi di finanziamento che attualmente incentivano prevalentemente l’industria fossile e l’utilizzo di plastica vergine.

Note bibliografiche

(1) Talking Trash Full report: section 2.3. Alliances and group initiatives (2.3.3. e 2.3.4. ) pag. 30. Segnaliamo a pag.33 il box 2.2. che elenca le caratteristiche che un’iniziativa a livello volontario dovrebbe invece avere per essere efficace. Box 2.2: What does a good voluntary initiative look like?

(2) A) The New Plastics Economy global commitment: 2019 progress report
B) Enabling a CE for chemicals with The Mass Balance approach. A White Paper

C) Chemical recycling ‘promising’ for circular economy, EU official says

Fonte: Comuni Virtuosi

Ecoforum Legambiente: l’economia circolare in Italia vale 88 miliardi e occupa 575mila lavoratori

L’economia circolare in Italia vale 88 miliardi di euro ed impiega circa 575mila lavoratori, in particolare tra i giovani. È quanto emerso dalla VII edizione dell’EcoForum organizzato da Legambiente, La Nuova Ecologia e Kyoto Club, dedicato quest’anno ai mercati dell’economia circolare e realizzato in collaborazione con Conai e Conou e con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Regione Lazio.

Con il 79% di rifiuti totali avviati a riciclo l’Italia presenta un’incidenza più che doppia rispetto alla media europea (solo il 38%) e ben superiore rispetto a tutti gli altri grandi Paesi europei: la Francia è al 55%, il Regno Unito al 49%, la Germania al 43% e la Spagna al 37%.

L’Italia, inoltre, è il primo Paese in Europa sull’obbligatorietà dei criteri ambientali minimi. La sostituzione di materia seconda nell’economia italiana comporta un risparmio annuale pari a 21 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e a 58 milioni di tonnellate di CO2. Siamo primi tra i grandi Paesi Ue anche per riduzione dei rifiuti: 43,2 tonnellate per milione di euro prodotto: la Spagna ne produce 54,7, la Gran Bretagna 63,7, la Germania 67,4, la Francia 77,4 (media Ue 89,1).

Inoltre per ogni chilogrammo di risorsa consumata il nostro Paese genera, a parità di potere d’acquisto, 3,5 euro di Pil, poco meno della Gran Bretagna (3,7, che ha però un’economia trainata dalla finanza), meglio della media Ue (2,2) e di Spagna (3,1), Francia (2,7) e Germania (2,3).

L’Italia può poi contare su un importante strumento, quello del Green Public Procurement (Gpp). Circa 170 miliardi di euro di spesa pubblica possono essere orientati verso la sostenibilità. Oggi il Green Deal europeo vede nel Gpp uno strumento indispensabile, e l’Italia è il primo Paese in Europa che ha introdotto dal 2016 l’obbligatorietà dei Criteri Ambientali Minimi in tutte le gare d’appalto.

Si deve mantenere questo primato e far crescere il numero di comuni, enti di gestione di aree protette, amministrazioni e società pubbliche in generale che devono adottarlo, ma serve un grande progetto per la formazione della pubblica amministrazione e un’attività costante e diffusa di controllo del rispetto dei Cam

Fonte: Eco dalle Città

Ikea: lancia Black friday sostenibile, ricompra mobili usati

 Ikea in occasione del Black Friday, inviterà i clienti a “rivendere” i propri mobili Ikea usati per dare loro una seconda vita. La campagna che prenderà il via in Italia dal 27 novembre al 6 dicembre in tutti i 21 store sul territorio nazionale, spiega il colosso dell’arredamento “è frutto del percorso intrapreso dall’azienda per diventare un business circolare entro il 2030, in favore dell’ambiente”.

” Essere circolari è un’ottima opportunità di business e, al tempo stesso, una responsabilità. La crisi climatica ci impone di ripensare radicalmente le nostre abitudini di consumo – afferma Pia Heidenmark Cook, Chief Sustainability Officer del Gruppo Ingka – . Un’economia circolare si può raggiungere solo attraverso gli investimenti e la collaborazione con i clienti, le altre imprese, le comunità locali e i governi, in modo da azzerare i rifiuti e innescare un ciclo di riparazione, riutilizzo, riadattamento e riciclaggio.” I clienti che desiderano “vendere” i propri mobili Ikea usati potranno consultare la pagina del sito dedicata, verificare le condizioni del servizio di riacquisto ed effettuare una pre-valutazione del prodotto prima di recarsi in negozio per la valutazione finale e la consegna. Chi consegna a Ikea i propri mobili usati riceverà un buono acquisto da spendere in negozio. In base alle condizioni dei mobili, il buono può ammontare fino al 50% del prezzo originale dell’articolo. (ANSA)

Tassa spazzatura in base alla CO2 in un comune delle Marche

Il Comune di Terre Roveresche – 5mila anime nella provincia di Pesaro Urbino – dal 2021 farà pagare la tassa sulla spazzatura TARIP non solo sulla base della raccolta differenziata, ma anche della quantità di CO2 prodotta da ogni singola utenza. Lo rende noto con un comunicato Junker, l’app per la differenziata che ha collaborato al progetto.

Dal 1 gennaio 2021, tutte le famiglie di Terre Roveresche pagheranno una tariffa sui rifiuti che tiene conto della CO2 equivalente prodotta ed è calcolata non solo in base a quanto hanno differenziato le varie frazioni, ma anche in base a quanto hanno ridotto la produzione di rifiuti in totale, in particolare quelli indifferenziati.

Grazie alla distribuzione di bidoncini dotati di tag RFID, sarà possibile contabilizzare ogni conferimento per ogni singola tipologia di rifiuto. A quel punto basterà moltiplicare queste quantità per opportuni fattori di emissione, per determinare la produzione di CO2 equivalente associata ad ogni utenza. Ossia il suo impatto ambientale.

“Grazie a questo metodo – spiegano gli ideatori del progetto, Andrea Valentini e Luca Belfiore – i cittadini avranno una maggiore e immediata consapevolezza di quale azione, nella propria gestione dei rifiuti, comporti minori impatti ambientali e quindi maggiori vantaggi economici, incentivando così un miglioramento continuo dei propri comportamenti, che è lo spirito stesso dell’economia circolare”. (ANSA)