Corepla: il riciclo batte il lockdown

“Cosa si può fare per ridurre l’impatto dei rifiuti di imballaggi in plastica sull’ambiente? Se raccolti in maniera differenziata, gli imballaggi in plastica vengono riciclati o recuperati e si trasformano in nuovi oggetti, facendo crescere l’economia circolare come valore condiviso”. È solo uno dei numerosi quesiti semplici, diretti e chiarificatori delle dinamiche del grande universo del recupero e del riciclo degli imballaggi in plastica. È quello che potremmo definire da “botta e risposta” lo stile inconsueto dell’ultimo Rapporto di Sostenibilità di Corepla, il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica, principale soggetto nazionale che opera per restituire futuro alla plastica recuperata dalle oltre 2 milioni di tonnellate di imballaggi immessi annualmente al consumo, in media, in Italia. Le domande, più o meno scomode, che scandiscono la suddivisione in capitoli del documento sono state selezionate tra quelle che affollano, quotidianamente, i profili social del Corepla. Un’immagine e un profilo giovane perché è proprio alle nuove generazioni che il nuovo Report vuole parlare. Ovviamente non manca la rendicontazione “contabile” dell’attività svolta dal Consorzio nel 2019.

I numeri del 2019

Come già indicato, nel 2019 sono state immesse al consumo 2.083.880 tonnellate di imballaggi in plastica di pertinenza di Corepla e ne sono state recuperate 1.917.614 tonnellate, pari al 92%. Il 43% degli imballaggi in plastica è stato avviato a riciclo mentre il 49% è stato avviato a recupero energetico. Nello stesso anno, in Italia, sono state conferite nella raccolta differenziata urbana 1.378.384 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica (il 13% in più rispetto all’anno precedente). La quantità di rifiuti di imballaggi in plastica avviati a riciclo da Corepla sono stati pari a 617.292 tonnellate di cui: 590.682 tonnellate provenienti dalla raccolta differenziata urbana, 26.610 tonnellate provenienti da commercio e industria.

Anche il dato relativo alle quantità raccolte in rapporto al numero di abitanti serviti risulta in crescita e nel 2019 ha raggiunto i 22,8 chilogrammi per abitante (nel 2018 era 20,1 kg/ab). Per il secondo anno consecutivo, inoltre, la crescita delle regioni a raccolta pro capite inferiore alla media nazionale è stata più che doppia rispetto alla crescita delle regioni a pro capite superiore o uguale alla media nazionale nell’anno precedente. I dati di raccolta delle singole regioni si stanno sempre più avvicinando al dato medio nazionale, superando gli enormi divari che sino a due anni fa caratterizzavano la situazione italiana. Parlando di kg/abitante, in testa per il 2019 risulta la Sardegna (31,8), seguita dalla Valle d’Aosta (31,6) e dal Veneto (28,5). Le quantità conferite alla raccolta differenziata nel 2019 sono risultate essere composte per il 91% da imballaggi in plastica e per il restante 9% dalle frazioni estranee o neutre contenute nella raccolta mono materiale. Nel 2019 le convenzioni attive sono state 951, per un totale di 7.345 Comuni coinvolti (pari al 92% dei Comuni italiani). Questo significa che nel 2019 gli abitanti serviti da raccolta differenziata grazie al convenzionamento con COREPLA sono stati 58.377.389, pari al 96% della popolazione. Il contributo erogato da COREPLA ai Comuni (o soggetti da questi delegati) per sostenere i maggiori costi della raccolta differenziata è stato nel 2019 di oltre 400 milioni di euro. Nel 2019 Corepla ha inoltre avviato a recupero energetico 445.812 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica, valorizzando anche gli imballaggi più complessi che allo stato attuale non trovano collocazione nel mercato del riciclo.

I vantaggi di un’azione senza precedenti

L’attività svolta da COREPLA per garantire una corretta gestione dei rifiuti di imballaggi in plastica non solo contribuisce ad impedire la dispersione della plastica nell’ambiente, ma genera altri importanti benefici ambientali. Grazie al riciclo degli imballaggi in plastica, nel 2019 sono state risparmiate 433.000 t di materia prima vergine, 8.973 GWh di energia primaria, 877.000 t di emissioni di CO2 equivalenti. Rispetto al recupero energetico, 218 sono stati i GWh di energia termica prodotta e 108 i GWh di energia elettrica generata.

L’idea alla base di questa nuova edizione del nostro Rapporto di Sostenibilità è molto semplice – sostiene Giorgio Quagliuolo, Presidente di Corepla – e, a nostro avviso, efficace: attingere direttamente dai dubbi e dagli interrogativi del pubblico, gli stimoli e gli spunti per creare uno strumento di comunicazione e rendicontazione del nostro impegno per la sostenibilità a 360°. Abbiamo espressamente dedicato questo nostro documento ai più giovani, volendo destinare a loro un messaggio chiaro e circostanziato: è attraverso l’impegno quotidiano di oggi che si determina il destino dell’Ambiente di domani e la sua salvaguardia è un indispensabile gesto di altruismo che le attuali generazioni destinano a quelle future. Un dato che salta agli occhi soprattutto in un frangente critico come quello che stiamo vivendo e che presto, speriamo, sapremo superare grazie al fondamentale contributo della ricerca e dell’innovazione, due elementi che distinguono anche il nostro Consorzio. Abbiamo voluto, nello stesso modo, chiarire alcuni punti focali della nostra attività e, soprattutto, ribadire l’importanza di considerare la plastica un risorsa dalle molteplici sfaccettature. All’interno di questa cornice si inserisce il dettaglio dei dati che delineano un’attività in costante crescita, grazie anche alla collaborazione fattiva di tutti i soggetti che operano in convenzione con Il Consorzio e, soprattutto, ad una sempre più elevata sensibilità e cultura ambientale che si sta consolidando nella comunità civile, a tutti i livelli”.   

Il 2020

L’anno appena concluso è stato contraddistinto da eventi senza precedenti, che hanno investito tutti i settori e di cui ha risentito anche la nostra attività. La pandemia da Coronavirus, il rallentamento dell’economia mondiale, la Direttiva sugli imballaggi monouso, il Green Deal, gli obiettivi di riciclo sempre più ambiziosi che ci pongono l’ordinamento Europeo e Nazionale, le incertezze legate alla Plastic Tax, la nascita di sistemi alternativi di gestione degli imballaggi in plastica, sono solo alcuni dei temi complessi che il Consorzio si è trovato ad affrontare nel corso del 2020.

In questo panorama di incertezza, la nostra attività, annoverata anche dal Governo fra i “servizi essenziali”, non si è mai fermata, nonostante le forti criticità dovute alla chiusura delle attività commerciali e produttive, al brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani, alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali ma anche al blocco del settore delle costruzioni, che ha fortemente ridotto l’utilizzo della frazione di imballaggi non riciclabili meccanicamente come combustibile nei cementifici.

La pandemia da coronavirus ha sconvolto abitudini e modi di vivere ed ha introdotto importanti modifiche anche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, portando all’incremento degli acquisiti online e dell’asporto del cibo, tanto da determinare, nonostante tutto, un aumento degli imballaggi raccolti nel 2020 rispetto all’anno precedente, anche se con una crescita ad una sola cifra.

In questa situazione critica, la plastica si è rivelata utile nel garantire la salute e la sicurezza nella vita di ogni giorno, ad iniziare dalla protezione degli alimenti che quotidianamente arrivano sulle nostre tavole. L’ampio uso di imballaggi in plastica, indispensabili in svariati frangenti, ha in parte modificato la percezione del materiale da parte dell’opinione pubblica, tenendo comunque alta l’attenzione sul senso civico del singolo e sulla necessità di effettuare una corretta raccolta differenziata per evitare la dispersione dei rifiuti nell’ambiente. Ulteriore segnale positivo registrato nel 2020 è l’incremento della percentuale di rifiuti avviati da Corepla a riciclo rispetto all’anno precedente.

In generale, nel 2020 si evidenzia un incremento dell’8% dei quantitativi di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla nel bimestre marzo-aprile 2020, in rapporto allo stesso periodo del 2019; un aumento, quest’ultimo, in controtendenza rispetto alla riduzione dei consumi (-4%) e della produzione dei rifiuti urbani (-10/14%) del medesimo periodo. La quarantena ha indotto importanti modifiche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, incrementato gli acquisiti online e del  cibo da asporto. Nel secondo bimestre 2020 sono cresciuti anche i quantitativi sia dei rifiuti di imballaggio avviati a riciclo sia di quelli valorizzati tramite recupero energetico.

Nello stesso periodo, una forte criticità si è manifestata sia a causa della chiusura delle attività commerciali e produttive, sia per il brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani: in 7 settimane di lockdown è stata bloccata l’esportazione di oltre 16.000 tonnellate di rifiuti urbani.

In più, il blocco quasi totale del settore delle costruzioni ha fortemente ridotto l’utilizzo della porzione di imballaggi non riciclabili meccanicamente (Plasmix) come combustibile nei cementifici. Tale settore rappresenta il 75% circa dell’utilizzo del Plasmix.

Queste cause, unite alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali nel secondo bimestre 2020, hanno provocato da una parte l’aumento della quota di rifiuti di imballaggio destinata a riciclo in impianti esteri (+27%, ovvero 3mila tonnellate) e dall’altra, la crescita della percentuale conferita a termovalorizzazione (circa 42mila tonnellate in più rispetto all’anno precedente). La chiusura di alcune settori operativi utilizzatori di materie prime seconde, le forti difficoltà nella movimentazione delle merci e la ridotta capacita disponibile negli impianti di termovalorizzazione hanno spinto, come ultima ratio, anche alla crescita del conferimento in discarica. In sostanza, “il sistema ha dato prova di grande resilienza – ha dichiarato Quagliuolo -, riuscendo ad  individuare soluzioni senza ulteriori ripercussioni sulla collettività per garantire lo svolgimento del servizio essenziale anche in un momento di enorme criticitàLa tenuta del sistema è stata garantita grazie a interventi straordinari in assenza dei quali la filiera avrebbe rischiato la chiusura e che hanno evidenziato le carenze strutturali impiantistiche e del mercato nazionale delle materie prime seconde, rispetto alle quali occorrerà lavorare di concerto con le istituzioni per evitare crisi future”.

Fonte: Eco dalle Città

Rincara la tassa sui sacchetti in Scozia

Il Parlamento scozzese ha deciso di raddoppiare, portandola da 5 a 10 pence, la tassa sulla vendita di sacchetti monouso in plastica per la spesa, introdotta nel paese nell’ottobre 2014. L’adeguamento enterà in vigore il 1° aprile 2021. Sono allo studio esenzioni nel caso di sacchetti per la consegna di alcuni prodotti, legate all’emergenza Covid-19.

Prima dell’introduzione dell’imposta, si consumavano nel paese 800 milioni di sacchetti l’anno, calati dell’80% nel primo anno di applicazione. Nel 2019, dalla tassa sui sacchetti sono stati raccolti dallo Scottish Retail Consortium circa 2,5 milioni di sterline destinati a iniziative benefiche.
In una consultazione pubblica lanciata dal Governo due anni fa, l’80% dei rispondenti si era dichiarata favorevole ad un inasprimento dell’imposta sugli shopper.

Il Parlamento scozzese ha anche introdotto il divieto alla vendita di bastoncini per la pulizia delle orecchie con stelo in plastica e sono allo studio ulteriori restrizioni per altri articoli monouso.

Fonte: Polimerica

Economia circolare, Costa: nei prossimi 5 anni 1,6 milioni di lavoratori necessari al settore riparazione

Secondo alcune stime “sono oltre 230mila le posizioni di lavoro che ora occorrerebbero per i cosiddetti riparatori”, in un più vasto “cambio di paradigma, dall’economia lineare all’economia circolare, che nel prossimo quinquennio si stima necessiti di oltre 1,6 milioni di nuovi lavoratori green nel settore”, cioè “circa il 60% oltre la richiesta lavoro esistente”. Così il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, intervenuto al webinar organizzato dal Movimento 5 Stelle dal titolo ‘2021 anno del diritto alla riparazione’. Insomma, “non è più banale parlare di economia circolare – dice Costa – va magnificato il tema che è emerso”.

“Sul tema della riparazione, all’esame del Senato c’è una proposta di legge per il contrasto all’obsolescenza programmata dei beni di consumo, mentre alla Camera ce n’è un’altra basata sul concetto di bene nella gestione del rifiuto. Sono proposte di legge che segnano questa sensibilità – aggiunge il ministro – oggi che ci sono le condizioni culturali, politiche e governative, si può fare ed è necessario fare questo salto di qualità”. 

“Il diritto alla riparazione si fonde ad altri diritti nell’ambito dell’economia circolare che cambiano il paradigma produttivo”, spiega Costa, “una visione nella quale nel resto della legislatura vogliamo costruire questo sistema”.

l ministro ha ricordato che nel 2018, poco dopo il suo insediamento al ministero dell’Ambiente, è stata assegnata al suo dicastero la competenza sull’economia circolare, insieme al ministero dello Sviluppo economico. Inoltre, nel 2020 è stata creata la Direzione generale per l’economia circolare. “Questo va di pari passo – ha osservato – con il quadro Ue”, al quale ha fatto riferimento la direttrice generale del ministero Laura D’Aprile. 

Costa ha ricordato che “nell’ambito del regolamento Ue sulla tassonomia, abbiamo costruito gli indici della green finance, tra cui l’indice della circolarità della materia: coloro che vi investono hanno un indice di rischio più basso. Siamo i primi in Europa ad applicare tutto questo in via sperimentale”.

Bottiglie in Pet 100% riciclato, via libera definitivo con la Legge di Bilancio 2021

La Legge di Bilancio 2021 approvata il 31 dicembre scorso, ha definitivamente dato il via libera all’utilizzo dell’rPet (il Pet 100% riciclato) nella produzione di bottiglie e vaschette per alimenti, con l’obbligo che il materiale provenga da altre bottiglie utilizzate per scopi alimentari.

E’ stato dunque superato il divieto assoluto di utilizzare la plastica riciclata, imposto nel 1973, e l’obbligo di utilizzare almeno il 50% di plastica vergine, introdotto nel 2010. Limiti sanciti dal legislatore italiano che non trovavano nessun riscontro a livello comunitario e che per di più non si applicavano alle bottiglie e alle vaschette fabbricate o commercializzate negli altri Stati membri dell’Unione Europea.

Del resto il punto di forza del polietilentereftalato (Pet), polimero sintetico che deriva da petrolio e gas naturale, è che può essere riciclato e reimpiegato più volte nella produzione della plastica o in altri processi industriali, favorendo uno dei tasselli dell’economia circolare in cui i rifiuti si trasformano in risorse. Ma mentre in Francia già dal 2019 è possibile acquistare nei supermercati acqua minerale in bottiglie realizzate in Pet 100% riciclato, ottenuto da altre bottiglie, in Italia il via libera è arrivato solo ora. 

Un obiettivo raggiunto anche grazie all’impegno delle associazioni ambientaliste che hanno tenuto alta l’attenzione su questo tema. Importante anche l’iniziativa imprenditoriale che ha messo a punto la tecnologia “Xtreme renew”, in grado di produrre bottiglie per l’acqua utilizzando l’ r-Pet, riducendo del 18% le emissioni rispetto al sistema tradizionale di produzione. 

Alle sollecitazioni dal basso la politica nazionale ha risposto nel 2020 dapprima approvando un emendamento al cosiddetto decreto “Agosto”, firmato dal senatore Ferrazzi e sottoscritto da tutte le forze politiche, che in via sperimentale, per tutto il 2021, consentiva la produzione di bottiglie in rPet 100%. Ora invece la legge di bilancio ha tolto ogni limite all’utilizzo del Pet riciclato, superando uno dei tanti ostacoli normativi che frenano lo sviluppo dell’economia circolare nel nostro paese.

Tra le altre misure adottate con la legge di bilancio 2021, che incidono sulla produzione della plastica e la sua gestione a fine vita, si segnala il rinvio dell’applicazione della plastic tax ai manufatti monouso, che slitta dal primo gennaio al 30 giugno 2021. Sempre nell’ottica di ridurre il consumo delle bottiglie di plastica utilizzate per l’acqua destinata all’uso potabile, è stato invece previsto, dal primo gennaio 2021 al 31 dicembre 2022, un credito d’imposta che copre il 50% delle spese sostenute (fino a mille euro per le persone fisiche e 5 mila per le attività commerciali) per l’acquisto e l’installazione di sistemi per migliorare la qualità delle acque erogate dagli acquedotti e destinate al consumo umano.

Fonte. Eco dalle Città

Vietati i monouso in South Australia

Anche l’Australia si avvia a mettere al bando gli articoli monouso in plastica: ad aprire la strada è il South Australia, uno dei sei stati che compongono la nazione australiana, con una legge varata lo scorso settembre, ma che entrerà in vigore il prossimo 1° marzo.

In quella data scatterà il divieto a vendere o a distribuire anche gratuitamente cannucceposate e agitatori, ad esclusione di quelli riutilizzabili o prodotti con plastica compostabile. Un provvedimento che segue molto da vicino quello entrato in vigore in Europa con l’approvazione della Direttiva SUP.

Il divieto sarà esteso un anno più tardi – dal 1° marzo 2022 – anche a bicchieritazze e contenitori da asporto (clamshell) in polistirene espanso e a tutti gli articoli in plastica oxo-degradabile; questi ultimi non potranno più essere prodotti o venduti nel paese.

La legge fa parte di un più ampio programma per la riduzione dei rifiuti plastici battezzato Replace the Waste.

Fonte: Polimerica

Le Linee Guida CONAI sull’etichettatura ambientale degli imballaggi sono pubbliche

Sono finalmente pubbliche le nuove Linee Guida sull’etichettatura ambientale degli imballaggi, redatte da CONAI per provare a dare risposte all’obbligo di etichettatura in vigore dallo scorso 26 settembre, a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto legislativo 116. Una novità che lascia spazio a dubbi interpretativi e alla necessità di chiarirli in tempi rapidi.

Così, a seguito di una consultazione pubblica su una prima proposta di Linee Guida (1.800 presenze all’evento di lancio, cui hanno fatto seguito più di 1.000 altri contributi via email) terminata il 30 novembre, il Consorzio Nazionale Imballaggi ha redatto un nuovo documento che ha sia l’obiettivo di favorire una lettura condivisa dei nuovi obblighi sia la volontà di fornire uno strumento di orientamento e supporto alle imprese.

Disponibili sul sito ufficiale conai.org, le nuove Linee Guida sull’etichettatura sono frutto di un confronto serrato fra tutti gli attori principali del comparto, a cominciare dall’Istituto Italiano Imballaggio per arrivare a UNIConfindustriaFederdistribuzione e numerose Associazioni industriali, di categoria e territoriali. Un contributo fondamentale per un documento che vuole essere la risposta di un sistema al problema delle zone d’ombra e di poca chiarezza con cui l’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi spaventa le aziende del nostro paese, proponendo un’interpretazione della norma condivisa.

Saranno ora sottoposte alle Istituzioni, anche per portare alla loro attenzione punti sui quali si auspicano opportuni chiarimenti. Per potersi adeguare correttamente, inoltre, è già stata richiesta l’introduzione di  un adeguato periodo transitorio.

Le Linee Guida, intanto, offrono già un quadro che identifica non solo le informazioni minime da riportare sull’etichetta ambientale, ma anche quelle facoltative. E lo fa anche attraverso esempi concreti che illustrano le modalità attraverso cui apporre un’etichetta ambientale a diversi tipi di pack, differenziati per destinazione d’uso (B2B e B2C) e per composizione (monocomponente o composto da più componenti separabili manualmente).

Tant’è che l’evento di presentazione del 16 dicembre ha visto la partecipazione anche di grandi attori dell’industria e della grande distribuzione italiana come CONADMirato Group e Nestlè.

«Abbiamo capito da subito che l’attenzione delle imprese del nostro Paese stava rendendo il tema dell’etichettatura sempre più rilevante» ha affermato il presidente CONAI Luca Ruini durante il webinar che ha presentato il documento. «Stiamo parlando di un obbligo che ha in parte spaventato e che ha imposto la ricerca urgente di soluzioni concrete. Siamo orgogliosi di aver messo attorno a un tavolo tutti gli attori della filiera: fornire supporto e risposte concrete alle aziende, del resto, è uno dei grandi compiti istituzionali del Consorzio».

«È stato bello vedere gli attori del comparto lavorare insieme per sciogliere i dubbi interpretativi che lascia il decreto» ha aggiunto il presidente dell’Istituto Italiano Imballaggio Anna Paola Cavanna. «Questi dubbi hanno amplificato le difficoltà che le aziende italiane stanno vivendo in questi mesi. Non ho però dubbi sul fatto che, una volta a regime, l’etichettatura ambientale degli imballaggi porterà benefici sia alle imprese sia ai consumatori finali».

Per provare ad accelerare i tempi, quindi, è stato messo a punto da CONAI anche un nuovo tool online: e-tichetta, interamente dedicato all’etichettatura ambientale degli imballaggi, che da metà gennaio sarà a disposizione delle aziende per guidarle nell’adozione di un sistema di etichettatura omogeneo, conforme alle richieste di legge e chiaro per i consumatori finali.

Creando (anche) terreno fertile per far germinare buone pratiche diffuse a livello sempre più ampio. «Gli esempi di etichette ambientali virtuose devono essere valorizzati e avere visibilità» conclude infatti Luca Ruini. «Possono ispirare e guidare tutte le aziende del nostro sistema Paese, soprattutto quelle di dimensioni piccole e medie: cercheremo di identificarli e di promuoverli. È una vera e propria call to action: ci stiamo lavorando con entusiasmo sempre crescente. Non ho dubbi che porterà i frutti che tutti aspettiamo».

«Abbiamo previsto nella Linea Guida anche box di approfondimento sulle tematiche tecniche più rilevanti e sviluppato FAQ che sono già disponibili su conai.org» gli fa eco la Responsabile dell’Area Prevenzione CONAI Simona Fontana. «E non intendiamo fermarci qui. L’obiettivo è quello di fornire strumenti alle imprese per supportarle concretamente. Il tutto nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali che vedono CONAI come interlocutore e mediatore privilegiato tra Istituzioni e mondo imprenditoriale sulle tematiche della sostenibilità degli imballaggi».

Economia circolare: da ICESP piano di 9 priorità strategiche per la ripresa post COVID

Un piano di nove priorità per fare dell’economia circolare la leva strategica per la ripresa post pandemia. È questo l’obiettivo del documento Le priorità ICESP per la ripresa post COVID-19, presentato in occasione della 3a Conferenza annuale della Piattaforma italiana per l’economia circolare (ICESP) coordinata da ENEA, al quale hanno contribuito oltre 550 esperti, in rappresentanza di 200 organizzazioni. Rispetto allo scorso anno la Piattaforma ha visto un raddoppio dei partecipanti, tra i quali esponenti di istituzioni – i ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente – imprese, associazioni di categoria, della società civile e del mondo della ricerca – tra cui Confindustria, Unioncamere, grandi gruppi quali Eni, Enel e Novamont e i sindacati Cgil, Cisl e Uil.

I nove ambiti prioritari identificati dal Piano – che vede come primi destinatari i Ministeri dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e dello Sviluppo Economico – sono:  governance; formazione e cultura; infrastrutture; strumenti economici; strumenti normativi; strumenti di misurazione; eco-progettazione e consumo circolare; mercato dei sottoprodotti e riciclati; pianificazione integrata e gestione urbana-territoriale.

“L’Italia deve dotarsi di una strategia nazionale per l’economia circolare e di un piano di azione con chiari target e step di realizzazione e di un istituto di coordinamento dell’economia circolare, sfruttando competenze e strutture esistenti, con principale ruolo di supporto a PA centrale e locale, alle imprese e ai cittadini”, sottolinea Roberto Morabito, direttore del dipartimento ENEA di Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali e presidente ICESP. “Il piano di azione deve essere  basato su un approccio sistemico fondato su multidisciplinarietà e collaborazione tra tutti gli attori, dalle istituzioni alle imprese, dai centri di formazione e ricerca ai cittadini, in grado di intersecare trasversalmente diversi ambiti e settori della vita sociale ed economica nazionale e di aumentare la sostenibilità del Paese e la competitività delle nostre imprese”.

Tra i fattori strategici di una ripresa post COVID è emersa la necessità di orientare i sistemi di produzione e consumo verso nuovi modelli circolari che coinvolgano attivamente anche i consumatori, potenziando il diritto di accesso a informazioni e servizi trasparenti anche attraverso la digitalizzazione e l’IoT.

“Sarà fondamentale avviare un vero e proprio cambiamento culturale, intervenendo in modo trasversale a livello di educazione primaria, secondaria, accademica e aziendale allo scopo di creare nuove figure professionali, sia nel pubblico che nel privato”, aggiunge Morabito.

Un altro aspetto emerso durante la conferenza è la trasformazione di città e territori in modelli circolari con la cruciale partecipazione attiva di tutti gli stakeholder che possano favorire processi decisionali partecipativi, iniziative di citizen science e la costituzione di una cabina di regia nelle amministrazioni locali con azioni su obiettivi ambientali, sociali ed economici.

“La transizione dall’economia lineare all’economia circolare implica un cambio di paradigma che necessita di un cambiamento anche drastico dei sistemi e mezzi di produzione di beni e servizi, del nostro modo di consumare, delle politiche e degli approcci culturali relativi e del modo di consumare”, conclude Morabito.

Nata il 31 maggio 2018 come piattaforma italiana dell’iniziativa europea ECESP (European Circular Economy Stakeholder Platform), ICESP è stata promossa da ENEA e da altri importanti attori nazionali per promuovere “the Italian way for a circular economy”.

Fonte Eco dalle Città

Il mercato delle bioplastiche destinato a crescere del 36% nei prossimi 5 anni

I risultati dell’aggiornamento annuale dei dati di mercato delle bioplastiche europee (EUBP), presentati alla 15a conferenza EUBP, confermano la continua crescita dell’industria globale delle bioplastiche. “La nostra industria ha superato con successo le sfide poste dalla pandemia Covid-19 – dice François de Bie, Presidente di European Bioplastics – E anche le prospettive per le bioplastiche sono promettenti poiché si prevede che il mercato globale crescerà del 36% nei prossimi 5 anni ”. Insomma il nostro futuro e la nostra quotidianità saranno sempre più caratterizzati dalle bioplastiche che man mano andranno a sostituire le plastiche tradizionali a cominciare dal settore degli imballaggi.

 Il futuro delle bioplastiche

Per capire dove sta andando il mercato delle bioplastiche e quali prodotti l’industria sta realizzando torna utile lo studio di mercato “Bio-based Building Blocks and Polymers” condotto nel 2020 da nova-Institute dal quale si evince che la capacità di produzione globale di bioplastiche è destinata ad aumentare da circa 2,1 milioni di tonnellate nel 2020 a 2,8 milioni di tonnellate nel 2025. Numeri importanti dai quali emerge che i biopolimeri innovativi, come il PP bio (polipropilene) e in particolare i PHA (poliidrossialcanoati), continuano a guidare questa crescita. Da quando i PHA sono entrati nel mercato, la quota di questa importante famiglia di polimeri ha continuato a crescere. Le capacità di produzione dovrebbero aumentare di quasi sette volte nei prossimi 5 anni. Anche la produzione di acido polilattico (PLA) continuerà a crescere grazie ai nuovi investimenti nei siti di produzione di PLA in Cina, Stati Uniti e in Europa. Attualmente, le plastiche biodegradabili rappresentano quasi il 60% delle capacità di produzione globale di bioplastiche. PHA e PLA sono a base biologica, biodegradabili e presentano un’ampia gamma di proprietà fisiche e meccaniche.

Le capacità di produzione del PP bio dovrebbero triplicare entro il 2025. Ciò è dovuto all’ampia applicazione del PP in un’ampia gamma di settori perché è un materiale molto versatile e che presenta eccellenti proprietà di barriera ed è una delle materie plastiche più diffuse e si attende, nei prossimi anni, l’arrivo sul mercato di una versione bio-based.

 Le plastiche a base biologica non biodegradabili

Le plastiche a base biologica non biodegradabili, comprese le soluzioni drop-in PE a base biologica e PET a base biologica (polietilene tereftalato), nonché PA a base biologica (poliammidi), rappresentano attualmente il 40% (0,8 milioni di tonnellate ) delle capacità di produzione globale di bioplastiche. Per il PE bio si prevede che nei prossimi anni saranno disponibili nuove capacità in Europa e Sud America. Al contrario, il PET a base biologica contribuirà solo in piccola parte alle capacità complessive. Le intenzioni di aumentare le capacità di produzione non sono state realizzate quasi al ritmo previsto negli anni precedenti. Invece, l’attenzione si è spostata sullo sviluppo del PEF (polietilene furanoato), un nuovo polimero che dovrebbe entrare nel mercato nel 2023. Il PEF è paragonabile al PET ma è completamente bio-based e presenta inoltre proprietà barriera superiori, che lo rendono un materiale ideale per bottiglie per bevande.

L’imballaggio rimane il campo di applicazione più ampio per le bioplastiche con quasi il 47 percento (0,99 milioni di tonnellate) del mercato totale delle bioplastiche nel 2020. I dati confermano anche che i materiali bioplastici sono già utilizzati in molti altri settori e il portafoglio di applicazioni continua a diversificarsi . Segmenti, come i beni di consumo o prodotti dell’agricoltura e dell’orticoltura, continuano ad aumentare la loro quota relativa.

In vista dello sviluppo della capacità regionale, l’Asia rimane un importante centro di produzione con oltre il 46% delle bioplastiche prodotte mentre un quarto della capacità produttiva si trova in Europa. Si prevede che questa quota crescerà fino al 28% entro il 2025. “Di recente, sono stati annunciati investimenti significativi dal nostro settore, anche nel cuore dell’Unione europea. L’Europa è destinata a diventare un produttore chiave di bioplastiche. Il materiale giocherà un ruolo importante nel raggiungimento di un’economia circolare. La produzione “locale per locale” accelererà l’adozione delle bioplastiche nel mercato europeo “, afferma Hasso von Pogrell, amministratore delegato di European Bioplastics.

Il consumo di suolo

La terra utilizzata per coltivare la materia prima rinnovabile per la produzione di bioplastiche è stimata in 0,7 milioni di ettari nel 2020 e continua a rappresentare lo 0,015% della superficie agricola globale di 4,7 miliardi di ettari. Nonostante la crescita del mercato prevista nei prossimi cinque anni, la quota di utilizzo del suolo per le bioplastiche aumenterà solo leggermente fino allo 0,02%. “Non ci stanchiamo di sottolineare che non esiste concorrenza tra materie prime rinnovabili per alimenti e mangimi e l’uso di bioplastiche”, afferma von Pogrell, “il 94% di tutta la terra coltivabile viene utilizzata per pascoli, mangimi e alimenti”.

Fonte: Eco dalle Città

La plastica siamo noi, ovvero il nostro modello di consumo

La plastica siamo noi, che partecipiamo a vario titolo e con un diverso contributo e grado di responsabilità, a un modello ormai anacronistico basato sullo spreco di risorse a discapito delle generazioni future.

Un modello ben lontano dall’essere sostenibile quello attuale se applichiamo la definizione uscita dal rapporto Brundtland (1)e che ci vede tutti coinvolti. I cittadini in primis che hanno un rapporto schizofrenico con la plastica, perché se da un lato la “detestano” – e giustamente – per l’inquinamento ambientale, dall’altro non vogliono rinunciare alle comodità che la versatilità e la funzionalità del materiale permettono.

Poi vengono i decisori aziendali che, in assenza di un contesto legislativo (Responsabilità Politica ahimè, qui non ancora pervenuta) che guidi verso modelli di economia circolare (ovvero sistemi che prevedono di cicli di utilizzo sostenibili). Invece di ripensare prodotti e modelli di commercializzazione/erogazione i grandi marchi rispondono al sentiment antiplastica con “false soluzioni”pur di non perdere vendite e fatturato.

Ed ecco che entra in gioco tutta la narrazione sui materiali ecosostenibili che lo sarebbero, prevalentemente, perché si biodegradano, e in misura minore perché si riciclano all’infinito, come l’alluminio e il vetro. Non per nulla si trovano da due a tre volte in più lattine nel littering rispetto alle bottigliette di plastica negli ultimi anni…Peccato che gli stessi produttori di lattine siano i più grandi oppositori dei sistemi di deposito con cauzione che ridurrebbero il littering e la dispersione della plastica nell’ambiente. O meglio speriamo di poterne parlare al passato visto la recentissima apertura ai sistemi espressa da portavoce del settore. D’altronde nessuno è più in grado di confutare, alla luce di tanti casi di successo esistenti che i sistemi di deposito non siano uno degli strumenti più potenti per creare un’economia circolare per i contenitori di bevande (di qualunque tipo) e riportare in auge il vuoto a rendere con refill. Che cosa sta facendo la politica per promuovere il riuso e il riciclo?

Non è ancora dato saperlo ma quello che è certo è che nel DDL n. 1721, “Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea – Legge di delegazione europea 2019” recentemente approvato al Senato, (e che ora passa all’esame della Camera) è stato approvato un emendamento per aggiungere i bicchieri in plastica alla lista di articoli che dovranno essere vietati dalla Direttiva SUP.  “Nel DDL ci sono misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella che prevede l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti” dichiara infatti il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Questo nonostante il fatto che la direttiva SUP preveda per i bicchieri solamente una riduzione nel consumo, e che la stessa vieti, insieme alle plastiche tradizionali, anche le bioplastiche (per quella decina di prodotti che bandisce).

Sondaggi internazionali degli ultimi due anni, e lo studio SCELTA (2) in Italia, hanno evidenziato che la biodegradabilità/compostabilità – e quindi i materiali che sulla carta la dichiarano – viene percepita come un vantaggio ambientale persino a discapito della durevolezza e della potenzialità di riuso che questa caratteristica permette. Siamo arrivati la punto in cui “scomparire” è preferibile a durare. Forse perché così scompare la prova di un consumo o di una scelta “insostenibile” ? A ricordarci con la loro presenza che stiamo sbagliando qualcosa, visto che la natura non li produce, sono proprio i rifiuti, che li vogliamo lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Figli di questo “approccio ex post” che salta a piè pari le azioni prioritarie della gerarchia europea come prevenzione e riuso (azioni reali e misurabili) rispetto a riciclo/compostaggio ( dati spesso poco affidabili e trasparenti nei metodi di rilevazione da qui l’azione europea che si propone di definire sistemi di calcolo omogenei nei paesi membri) sono le innovazioni che agiscono sui materiali e non sul sistema che dovrà accoglierli: dalla paper bottle agli imballaggi in bioplastiche e poliaccoppiati.

Invece di risolvere i problemi che abbiamo con le plastiche, e decidere (applicazione per applicazione) quale sia il materiale che “funzioni meglio” in uno specifico sistema/contesto, oppure decidere di dematerializzare il packaging ove possibile, finiamo per buttare il bambino (ovvero la plastica) con l’acqua sporca. Per poi magari andare a fare con altri materiali gli stessi errori fatti con la plastica.

Queste sono alcune immagini di ipermercati che rappresentano quello che è diventato il nostro modello di consumo. Quindi non sono le immagini a slogan plastic-free che girano sui social, prese chissà dove, su cui indignarsi.

Dalle banane sbucciate in vaschetta del Marocco, all’uovo fritto in vaschetta, ai 12 acini di uva confezionati in astuccio di plastica della tradizione spagnola di fine anno. Solo per citare l’oggetto delle più recenti condivisioni avvenute su facebook.

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Parliamo di noi invece e chiediamoci se il problema è solamente la plastica, o se invece il problema siamo noi, che vorremmo salvare capra e cavoli (ovvero non rinunciare alle comodità di avere un pasto pronto in pochi minuti) cullandoci in comodi alibi per i quali la colpa è sempre di qualcun altro. In questo caso dei produttori di alimentari o dei supermercati.

I supermercati come appreso da loro referenti registrano già da qualche anno – e quindi ben prima che arrivasse la pandemia– una progressiva diminuzione degli acquisti di prodotti freschi fatti al taglio nei banchi interni a favore di un acquisto degli stessi prodotti confezionati nei banchi frigo. Parliamo ormai di un 70% di acquisti fatti dai banchi frigo self service e di un 30% ai banchi assistiti. Solamente al sud questo tendenza non si è ancora registrata considerato che il 70% degli acquisti di alimenti freschi avviene ancora presso ai banchi interni. Una conferma su questo trend arriva da un’indagine del Panel Ismea Nielsen di cui riporta il Fatto Quotidiano che rivela che nei primi nove mesi del 2020 a fare da traino fino a giugno sono stati i prodotti a largo consumo confezionati (+7,8%), a fronte di una crescita della spesa dei prodotti sfusi del 4,8%. Il 70,6% della spesa delle famiglie è costituita da prodotti confezionati.

Come anticipato nella premessa i materiali “sostenibili” non possono o smettono di esistere in cicli di consumo insostenibili. Chi asserisce il contrario – dal fronte della politica a quello ecologista e ambientalista – o di ambiente ne capisce poco, oppure sta difendendo gruppi di interesse che vogliono conquistare la fetta di mercato della plastica.

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I supermercati, per avere in assortimento tutta la vasta gamma di cibi freschi (dall’antipasto alla frutta) che il mercato richiede (3) devono approvvigionarsi di migliaia di banchi frigo con un impatto sulle emissioni di gas climalteranti che non potrà che peggiorare una situazione che è già drammatica. Ho cercato dati sull’impatto della refrigerazione in termini di emissioni climalteranti e credo si possa ipotizzare che aggiunga a spanne un aggravio di emissioni del 4% , includendo il trasporto. Uno studio dell’ Università di Manchester che ha comparato le emissioni di Co2 causate dei sandwich venduti dalla GDO inglese con quelle dei panini fatti in casa ha rilevato che l’impronta complessiva di carbonio di un panino, a seconda degli ingredienti, tra produzione della materia prima e processi produttivi vale dal 37%-67% dell’impatto complessivo. Se il materiale impiegato per il confezionamento pesa per l’ 8.5 %, l’impatto dovuto al trasporto e alla refrigerazione nei negozi, è responsabile di ben un quarto dell’impronta di carbonio complessiva di un panino. Va tenuto conto dell’effetto che sulla richiesta di energia avrà anche il maggiore ricorso al condizionamento nelle abitazioni private man mano che le temperature aumenteranno.

Va detto che l’informazioni ambientale verso i cittadini è inesistente su questo fronte. Infatti l’impatto che questo modello di consumo ha sul consumo di risorse, produzione di inquinamento e rifiuti viene notevolmente sottostimato, quando non sottaciuto.

Non viene quasi mai evocato quando si parla, ad esempio, di dover ridurre le emissioni climalteranti del 55 % al 2030 (obiettivo europeo ) che il Politecnico di Milano dice comporti tagliare altri 94 milioni di tonnellate di CO2. (4)

Serve dunque – ha ribadito Chiesa –raddoppiare la potenza installata per l‘eolico e aumentare di quasi tre volte quella per il fotovoltaico“.

Ma siamo seri, crediamo davvero di potere ricoprire l’Italia e il mondo di pale eoliche, pannelli fotovoltaici ed altre tecnologie per poi sprecare tutto il risparmio energetico che potremmo conseguire da misure come l’efficientamento energetico degli edifici (e simili ) per poi andare ad alimentare modelli come questo? E per i 10 miliardi di abitanti che diventeremo ?

(1) Il rapporto Brundtland nel 1987 definisce come sostenibile un modello di sviluppo in grado di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. (WCED,1987)

(2) SCELTA Sviluppare la Circular Economy facendo Leva sulle Tendenze di Acquisto Gruppo di Lavoro della Scuola Superiore Sant’Anna.

(3) Monoporzioni, è boom di acquisti dal formaggio alla frutta

Boom del confezionato, verdura regina della Gdo

(4) Politecnico di Milano, l’Italia deve tagliare 94 milioni di tonnellate di CO2

Bioeconomia circolare: una tre giorni per fare il punto su plastiche rinnovabili, biodegradabili e compostabili

Dal 24 al 26 novembre la conferenza on line organizzata da Assobioplastiche, CNR, TICASS e Università degli Studi di Bologna nell’ambito del progetto europeo BIO-PLASTICS EUROPE, per parlare dello stato dell’arte della ricerca su materiali innovativi

Si parla tanto di bioeconomia circolare, di ecodesign, di fonti rinnovabili, di materiali innovativi ma a che punto siamo? L’Europa e l’Italia cosa stanno facendo? E con quali prospettive?

Sono solo alcuni dei quesiti cui si cercherà di dare risposta nel corso della conferenza organizzata da Assobioplastiche, CNR, TICASS e Università degli Studi di Bologna nell’ambito del progetto europeo BIO-PLASTICS EUROPE.

Finanziato dall’Unione Europea all’interno del programma Horizon 2020, il progetto affronta il tema delle soluzioni sostenibili per la produzione e l’uso di plastiche rinnovabili, biodegradabili e compostabili a tutela della qualità ambientale del mare e del suolo in Europa. 

22 tra centri di ricerca, università e imprese provenienti da 13 nazioni collaboreranno insieme fino al 30 settembre 2023 nella progettazione di prodotti innovativi e nell’analisi di modelli di business che facilitino strategie e soluzioni efficaci per l’utilizzo e il riciclo delle plastiche rinnovabili, biodegradabili e compostabili per i settori dell’imballaggio alimentare, dell’agricoltura, del foodservice e dei consumer goods, con una grande attenzione anche al tema della sicurezza dei materiali. Dal 24 al 26 novembre Assobioplastiche, CNR, TICASS e Università di Bologna faranno il punto in tre momenti successivi, dalle ore 09.20 alle ore 11.10:
– 24 novembre 2020: Bioeconomia circolare
– 25 novembre 2020: Applicazioni nel settore agrifood
– 26 novembre: Modelli di business per la sostenibilità.

La prima giornata sarà dedicata ad analizzare il quadro italiano della bioeconomia con, tra gli altri, l’intervento di Alfonso Pecoraro Scanio, presidente di Fondazione Univerde, di ISPRA, CIC-Consorzio Compostatori Italiani, AMIU e Cluster SPRING.

Il secondo giorno si focalizzerà su casi studio del settore agrifood: sfide nella produzione di packaging bio-based (con interventi dell’Istituto Italiano di Tecnologia, dell’Università di Milano e del CNA Genova) e produzione high-tech di film per uso agricolo (con interventi di Polyeur e Lirsa).

La conferenza si chiuderà il 26 novembre con il focus sui modelli di business per la sostenibilità. La giornata sarà coordinata dall’Università di Bologna e vedrà il coinvolgimento di aziende leader del settore, quali Novamont, Polycart, ILIP, UniCoop e Krill Design.

Il programma completo è consultabile all’indirizzo: http://www.assobioplastiche.org/eventi.html

La partecipazione è gratuita previa registrazione: http://www.assobioplastiche.org/partecipazioneevento.php 

Fonte: Eco dalle Città