Rifiuti: è allarme per il blocco del riciclo

Emergenza rifiuti: un rischio reale per tutta l’Italia. A lanciare l’allarme il Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi che si occupa del ritiro dei materiali della raccolta differenziata. Il Conai paventa il «rischio che si possa arrivare a una sospensione del ritiro dei rifiuti urbani».

Insomma, l’emergenza sanitaria e il conseguente rallentamento di alcune attività industriali, il blocco totale di molte altre, stanno inceppando la filiera della raccolta differenziata. Ciò determina la saturazione degli stoccaggi sia di impianti di riciclo (al collasso una trentina di piattaforme di separazione delle plastiche) sia dei termovalorizzatori (60 in Italia, concentrati per lo più al Nord). La situazione, a quanto sembra, è più fragile al Sud, poiché quest’area del Paese è dotata di un minor numero di impianti.

Il Conai ha chiesto un immediato confronto sul tema con Governo e Regioni e lo ha fatto con una lettera inviata nei giorni scorsi al presidente del Consiglio dei ministri, al capo della Protezione Civile, ai ministri dell’Ambiente, dello Sviluppo Economico, dell’Economia e delle Finanze e al presidente dell’Anci. «La compromissione delle attività presidiate da Conai può mettere a repentaglio la raccolta differenziata con conseguenze gravissime sull’intero sistema di gestione dei rifiuti urbani, già congestionato – afferma il presidente Giorgio Quagliuolo– stiamo galoppando verso una grave emergenza che questa volta interessa l’intero territorio nazionale».

Ieri il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha chiarito: «Siamo in prima linea anche per affrontare i problemi che il Covid19 sta determinando nel campo dei rifiuti, anche in riferimento a quelli ospedalieri. Abbiamo prodotto una serie di indicazioni, considerando le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità. Le Agenzie regionali hanno approvato all’unanimità le linee tecniche redatte».

Ma cosa ostacola il processo di raccolta differenziata e riciclo? Per la plastica, le maggiori criticità si registrano nella gestione degli scarti non riciclabili, ossia il plasmix. Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, infatti, si sta azzerando la possibilità di utilizzo finale del plasmix (60%) nei cementifici, che lo usano come collante, a causa della chiusura di questi ultimi. Quanto alla plastica riciclata – pari al 45,5% del materiale immesso al consumo nazionale – viene di solito esportata, con quote significative. Ma tali esportazioni sono sospese. Poi c’è la plastica che viene riciclata dall’industria italiana, in prima fila quella del giocattolo e dell’arredo urbano, ma queste aziende oggi sono chiuse perché non considerate strategiche.

I rifiuti di imballaggi in acciaio, vengono di solito raccolti in piattaforme (rottamài) e riciclati nelle acciaierie: ne sono chiuse – dice il Conai – quattro su cinque. Lavora solo una acciaieria in Sicilia che riesce così a garantire uno sbocco per il materiale che arriva da Puglia, Calabria e Sicilia stessa. Il punto critico per l’acciaio sono i rottamài, ultimo passaggio prima dell’acciaieria: questi non hanno autonomia e presto dovranno interrompere i ritiri. Processo inceppato anche per gli imballaggi in alluminio: delle 3 fonderie di cui si avvale Cial (il consorzio aderente a Conai per l’alluminio), una è chiusa. Un’altra, quella di Bergamo, lavora a ritmo ridotto.

Le cartiere hanno problemi di tipo logistico, in particolare nella fascia adriatica, per la mancanza dei ritornisti, trasportatori senza carico al ritorno che quindi non sono disponibili o lo sono a costi elevati. Per quanto riguarda il legno, «tutti i pannellifici hanno chiuso», segnala il Conai – in pochi giorni anche le piattaforme del legno si satureranno. Solo per il vetro non ci sono problemi: le vetrerie lavorano e richiedono molto materiale.

Alle difficoltà registrate nelle aziende che ritirano e riutilizzano il materiale recuperato, poi, si aggiungono quelle di carattere sanitario per chi lavora negli impianti di gestione dei rifiuti, il cui impegno è essenziale alla collettività.

Il Conai propone interventi immediati. «Almeno quattro modifiche alle norme in vigore – elenca Quagliuolo –. Innanzitutto aumentare la capacità annua e istantanea di stoccaggio di tutti gli impianti già autorizzati alle operazioni di gestione dei rifiuti, fino a raddoppiarla. Inoltre, aumentare anche la capacità termica consentita dalla legge di tutti i termocombustori esistenti, fino a saturazione. Semplificare in terzo luogo le procedure burocratiche necessarie per l’accesso alle discariche. E infine autorizzare spazi e capacità aggiuntive per il trattamento e lo smaltimento delle frazioni non riciclabili, che in questa fase non trovano sbocco nella termovalorizzazione». Provvedimenti che sono stati adottati in passato in precedenti fasi emergenziali.

È bene ricordare che in Italia il sistema di recupero e riciclo degli imballaggi ha raggiunto livelli da primato: se l’Europa chiede infatti che venga riciclato il 65% degli imballaggi entro il 2025, l’Italia ha già raggiunto nel 2019 il 71,2%, una quota superiore a 9 milioni e mezzo di tonnellate. La difficile gestione del sistema in tempi di epidemia si complica ulteriormente in seguito all’aumento degli imballaggi prodotti e utilizzati. Si calcola che nell’ultimo mese la domanda di imballaggi sia cresciuta più del 30% nel Paese, in seguito evidentemente al forte incremento dei consumi alimentari.

Fonte: il Sole 24 Ore

Coronavirus: Conai,a rischio raccolta rifiuti da imballaggio

L’emergenza coronavirus potrebbe mettere a rischio la raccolta dei rifiuti da imballaggio. E’ l’allarme del Consorzio nazionale imballaggi (Conai), che parla di “problemi indifferibili per l’intera filiera della gestione della raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio”. Per questo il Consorzio, alla luce del suo ruolo nel supporto dei Comuni italiani e cittadini nelle operazioni di raccolta, riciclo e recupero di questi rifiuti, ha già inviato una lettera al premier, al Capo della Protezione Civile, ai ministri competenti e al Presidente dell’Anci. Obiettivo: un immediato confronto con Governo e Regioni per scongiurare il pericolo della saturazione delle filiere.

Il blocco delle attività produttive non strategiche, denuncia il Conai, sta determinando la cancellazione di molti ordini d’acquisto di materia prima seconda, ossia la materia ottenuta da riciclo. Un problema che potrebbe, in tempi brevi, costringere i riciclatori a bloccare – almeno in parte – i ritiri dei rifiuti selezionati utilizzati per produrre materia riciclata: stanno aumentando gli stoccaggi in tutte le piattaforme di conferimento e selezione dei rifiuti, i cui limiti autorizzati determineranno a breve la sospensione delle attività di raccolta. “La compromissione delle attività presidiate da Conai può mettere a repentaglio la raccolta differenziata, inficiando i positivi risultati ottenuti negli anni e determinando conseguenze gravissime sul sistema di gestione dei rifiuti urbani, già congestionato”, afferma Giorgio Quagliuolo, presidente Conai. «Auspichiamo l’urgente adozione di interventi specifici e utili a preservare il comparto ma soprattutto l’ambiente”. (ANSA).

Economia circolare, Italia ancora prima ma perde punti. Il rapporto 2020

Ogni abitante della Terra utilizza più di 11.000 chili di materiali all’anno. Un terzo si trasforma in breve tempo in rifiuto e finisce per lo più in discarica; solo un altro terzo è ancora in uso dopo appena 12 mesi. Il consumo di materiali cresce a un ritmo doppio di quello della popolazione mondiale. Per uscire da quella che viene chiamata economia estrattivista – e che è responsabile di buona parte della crisi climatica e ambientale, a cominciare dall’invasione dell’usa e getta – la soluzione è ormai nota e si chiama economia circolare: materiali e anche oggetti che possono essere riciclati e riutilizzati più e più volte. Qui, il nostro Paese ha tradizionalmente una posizione di forza. 

Siamo infatti primi, tra le cinque principali economie europee, nella classifica per indice di circolarità, il valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzione, consumo, gestione rifiuti, mercato delle materie prime seconde, investimenti e occupazione. Sul podio, ancora ben distanziate, anche Germania e Francia, con 11 e 12 punti in meno. Ma stiamo perdendo posizioni: a minacciare un primato che è anche un asset per la nostra economia è la crescita veloce di Francia e Polonia, che migliorano la loro performance con, rispettivamente, più 7 e più 2 punti di tasso di circolarità nell’ultimo anno, mentre l’Italia segna il passo.

È quanto emerge dal “Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia” 2020, realizzato dal CEN-Circular Economy Network, la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da 14 aziende e associazioni di impresa, e da ENEA. Il Rapporto è stato presentato oggi in streaming dal presidente CEN Edo Ronchi e dal direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali ENEA Roberto Morabito.

“Nell’economia circolare, l’Italia è partita con il piede giusto e ancora oggi si conferma tra i Paesi con maggiore valore economico generato per unità di consumo di materia”, commenta Edo Ronchi, presidente del Circular Economy Network. “Sotto il profilo del lavoro, siamo secondi solo alla Germania, con 517.000 occupati contro 659.000. Percentualmente le persone che nel nostro Paese vengono impiegate nei settori ‘circolari’ sono il 2,06% del totale, valore superiore alla media UE 28 che è dell’1,7%. Ma oggi registriamo segnali di un rallentamento, precedente anche alla crisi del coronavirus, mentre altri Paesi si sono messi a correre: in Italia gli occupati nell’economia circolare tra il 2008 e il 2017 sono diminuiti dell’1%. È un paradosso che, proprio ora che l’Europa ha varato il pacchetto di misure per lo sviluppo dell’economia circolare, il nostro Paese non riesca a far crescere questi numeri”.

L’Italia di fatto utilizza al meglio le scarse risorse destinate all’avanzamento tecnologico e ha un buon indice di efficienza (per ogni chilo di risorsa consumata si generano 3,5 euro di Pil, contro una media europea di 2,24). Ma è penalizzata dalla scarsità degli investimenti – che si traduce in carenza di ecoinnovazione (siamo all’ultimo posto per brevetti) – e dalle criticità sul fronte normativo: mancano ancora la Strategia nazionale e il Piano di azione per l’economia circolare, due strumenti che potrebbero servire al Paese anche per avviare un percorso di uscita dai danni economici e sociali prodotti dall’epidemia del coronavirus ancora in corso.

“Il Rapporto che presentiamo oggi conferma come l’Italia sia ai primi posti tra le grandi economie europee in molto settori dell’economia circolare”, evidenzia Roberto Morabito Direttore del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali di ENEA. “Tuttavia, l’andamento temporale degli indicatori mostra purtroppo un peggioramento per il nostro Paese. Stiamo pericolosamente rallentando e se continuiamo così corriamo il rischio di essere presto superati dagli altri Paesi, che invece nel frattempo stanno accelerando. Serve un intervento sistemico con la realizzazione di infrastrutture e impianti, con maggiori investimenti nell’innovazione e, soprattutto, con strumenti di governance efficaci, quali l’Agenzia Nazionale per l’Economia Circolare”.

UN SEGNALE INCORAGGIANTE VIENE DALLA BIOECONOMIA

La bioeconomia cresce di valore e peso complessivo: secondo il Rapporto CEN, infatti, in Europa ha fatturato 2.300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati nell’anno 2015. In Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia registra un fatturato di oltre 312 miliardi di euro e circa 1,9 milioni di persone impiegate (177 volte i dipendenti dell’Ilva). I comparti che contribuiscono maggiormente al valore economico (63%) e occupazionale (73%) della bioeconomia sono l’industria alimentare, delle bevande e del tabacco e quello della produzione primaria (agricoltura, silvicoltura e pesca). Si tratta di settori di peso rilevante e di attività che hanno un ruolo fondamentale nel rapporto con il capitale naturale: indirizzarli in direzione della sostenibilità è essenziale.

Anche perché l’intervento umano – ricorda il Rapporto – negli ultimi cinquant’anni ha trasformato significativamente il 75% della superficie delle terre emerse. Il 33% dei suoli mondiali è degradato; in tutta Europa in media ogni anno un’area di 348 chilometri quadrati (maggiore della superficie di Malta) viene impermeabilizzata e cementificata. La bioeconomia è quindi un tassello fondamentale nella salvaguardia delle risorse naturali. Ma – avverte il Rapporto CEN – solo a condizione che sia rigenerativa, cioè basata su risorse biologiche rinnovabili e utilizzate difendendo la resilienza degli ecosistemi e non compromettendo il capitale naturale con prelievi e modalità di impiego che ne intacchino gli stock.

Da questo punto di vista è essenziale la tutela del suolo, elemento base della bioeconomia. Il suolo contiene oltre 2 mila miliardi di tonnellate di carbonio organico: è il secondo sink di assorbimento dei gas serra dopo gli oceani. Ma il continuo degrado del terreno e della vegetazione rappresenta oggi a livello globale un’importante sorgente netta di emissioni di gas serra. Secondo l’Ipcc in media nel decennio 2007-2016 la attività connesse ad agricoltura, silvicoltura e altri usi del suolo sono state responsabili ogni anno dell’emissione netta di circa 12 miliardi di tonnellate di CO2, circa un quarto dei gas serra globali. Se a queste si aggiungono quelle generate dal settore dall’industria alimentare e dal trasporto degli alimenti, le emissioni stimate per il settore food salgono al 37% del totale. La difesa del suolo, delle foreste, delle risorse marine è un punto essenziale nello sviluppo di una bioeconomia rigenerativa e dunque sostenibile, spiega il Circular Economy Network.

“Per quanto riguarda la connessione tra bioeconomia ed economia circolare, ad oggi non esiste un quadro definito e condiviso”, sottolinea Morabito. “Se per il monitoraggio dell’economia circolare bisogna ancora lavorare sull’individuazione di nuovi indicatori di prestazione e sullo sviluppo di strumenti armonizzati di raccolta ed elaborazione dati con cui popolarli, per la bioeconomia circolare dobbiamo cominciare dall’inizio, a partire dalla individuazione dei settori da prendere in considerazione. Tutto ciò va fatto subito, per misurare le prestazioni della bioeconomia in termini di circolarità e assicurarne una diretta connessione con l’economia circolare”, conclude Morabito.

“La transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia rigenerativa è sempre più urgente e indispensabile anche per la mitigazione della crisi climatica. Oggi esistono importanti strumenti normativi a livello europeo ma vanno incoraggiati. Penso al piano investimenti presentato alla Commissione europea il 14 gennaio scorso: un primo passo che però non è ancora sufficiente”, afferma Edo Ronchi, presidente del CEN. “Per rendere operativo il Green Deal occorre almeno il triplo delle risorse stanziate: bisogna arrivare a 3.000 miliardi di euro. Per raggiungere questo obiettivo serve un pacchetto di interventi molto impegnativi: una riforma dei regolamenti alla base del Patto di Stabilità per favorire gli investimenti pubblici; una nuova strategia per la finanza sostenibile in modo da incoraggiare la mobilitazione di capitali privati; una revisione delle regole sugli aiuti di Stato. Indispensabili, infine, la revisione della fiscalità e la riforma degli stessi meccanismi istituzionali dell’Unione Europea”, conclude.

Il rapporto è scaricabile dal sito del Circolar Economy Network.

Nuove energie, economia circolare e innovazione: 420 milioni di investimenti e 280 assunzioni nel piano ENEA 2020-2022

Investimenti per oltre 420 milioni di euro in nuove infrastrutture, 280 nuove assunzioni e rafforzamento delle attività di ricerca, di sostegno dell’innovazione e di trasferimento di tecnologie avanzate. Sono gli elementi strategici del Piano triennale di attività dell’ENEA, deliberato dal Consiglio di Amministrazione per il periodo 2020-2022 e trasmesso al Ministero dello Sviluppo Economico per l’approvazione. Fra i settori prioritari di attività, l’efficientamento energetico, la decarbonizzazione dell’economia, la sicurezza del territorio, i beni culturali, la mobilità sostenibile, i rifiuti,  la smart city, le misure di adattamento e di contrasto ai cambiamenti climatici,  l’economia circolare e l’organizzazione logistica delle spedizioni scientifiche in Antartide.

In grande evidenza anche la realizzazione del polo scientifico-tecnologico nel Centro Ricerche di Frascati per la realizzazione della macchina DTT (Divertor Tokamak Test), uno dei progetti europei più ambiziosi nel campo della fusione nucleare, con 600 milioni di euro di investimenti, ricadute stimate in 2 miliardi di euro e creazione di 1500 nuovi posti di lavoro diretti e indiretti, in aggiunta alle 280 assunzioni sopraccitate.

Il Piano Triennale di Attività è il principale documento programmatico di carattere strategico dell’ENEA per illustrare gli obiettivi del triennio, della prima annualità, le risorse finanziarie necessarie e il fabbisogno di personale; viene predisposto con tempi e modalità che lo rendono complementare e coerente con il bilancio di previsione dell’Agenzia e con il Piano delle Performance.

Il Piano si compone di un documento principale e di due allegati. I primi due capitoli del documento principale contengono un quadro di insieme dell’Agenzia e una breve analisi del contesto nazionale e internazionale nei settori di competenza. Gli stessi obiettivi sono presentati sulla base delle Classi ANVUR, in conformità all’atto di indirizzo del Ministro dello Sviluppo economico del 14 settembre 2017. Nel capitolo terzo sono presentati le strategie e gli Obiettivi Generali dell’Agenzia declinati in Obiettivi triennali, che definiscono le priorità programmatiche per il triennio 2020-2022 e i principali Obiettivi Organizzativi dell’Agenzia. Il capitolo 4 illustra le modalità di attuazione dei programmi con riferimento alle risorse umane, finanziarie e strumentali necessarie mentre l’ultimo analizza i possibili fattori di rischio del Piano e delle flessibilità che consentono la loro gestione. Completa il Piano una appendice in cui è illustrato il quadro delle partecipazioni

Per il Piano Triennale 2020-2022 completo: https://www.enea.it/it/amministrazione-trasparente/disposizioni-generali/atti-generali/documenti-di-programmazione-strategico-gestionale-1/piano-triennale-di-attivita

Fonte: Eco dalle Città

Economia circolare, l’Ue raddoppierà l’impiego di materiali riciclati in un decennio

L’estrazione e la trasformazione delle materie prime è responsabile della metà delle emissioni di gas a effetto serra a livello globale, oltre che del 90% della perdita di biodiversità e dello stress idrico: per questo la Commissione europea ha adottato ieri un nuovo piano d’azione per l’economia circolare, ponendolo tra i principali pilastri chiamati a sostenere l’obiettivo della neutralità climatica previsto dal Green deal entro il 2050.

Il nuovo piano introduce una serie di misure legislative e non che dovranno concretizzarsi da qui ai prossimi anni, individuando al contempo i settori prioritari in cui l’intervento è indispensabile per rendere più circolare l’economia europea. «Se vogliamo raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, preservare il nostro ambiente naturale e rafforzare la competitività della nostra economia, la nostra economia deve diventare pienamente circolare – spiega Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue responsabile per il Green deal – Il nostro modello economico di oggi è ancora, per lo più, lineare: solo il 12% delle materie secondarie e delle risorse vengono reintrodotti nell’economia».

In realtà, il tasso di circolarità nell’Ue a 27, secondo i dati riportati oggi da Eurostat (aggiornati al 2017) è leggermente più basso: 11,2%. Questo significa che solo che l’11,2% delle risorse materiali utilizzate nell’Ue proviene da prodotti riciclati e materiali di recupero, e anche l’Italia non fa molto meglio piazzandosi in quarta posizione a livello Ue (dopo Paesi Bassi, Francia e Belgio, senza contare il Regno Unito) con una percentuale pari al 17,7%: il nostro è il maggior incremento registrato a livello europeo a partire dal 2010 (+6%), ma i progressi stanno rallentando sensibilmente visto che rispetto al 2016 la performance è migliorata di appena lo 0,2%.

In questo contesto, l’obiettivo previsto dal nuovo piano d’azione europeo sull’economia circolare appare sfidante ma non troppo: l’Ue infatti è chiamata a raddoppiare la percentuale di utilizzo di materiali da recupero nel corso del prossimo decennio, ma questo significherà comunque arrivare al 2030 con un tasso di circolarità fermo al 22,4%, e un’economia europea per oltre tre quarti ancora non circolare. Se la neutralità climatica dovrà essere raggiunta entro il 2050, è evidente che gli sforzi dovranno essere maggiori.

Rimane apprezzabile l’approccio ad ampio spettro proposto dalla Commissione, che si concentrerà su molteplici settori d’intervento, a partire dall’ecodesign: la Commissione proporrà infatti un atto legislativo sulla strategia per i prodotti sostenibili volta a garantire che i prodotti immessi sul mercato dell’Ue siano progettati per durare più a lungo, siano più facili da riutilizzare, riparare e riciclare, e contengano il più possibile materiali riciclati anziché materie prime primarie. Le misure limiteranno inoltre i prodotti monouso, si occuperanno dell’obsolescenza programmata e vieteranno la distruzione di beni durevoli invenduti. I consumatori avranno inoltre accesso a informazioni attendibili su questioni come la riparabilità e la durabilità dei prodotti, così che possano compiere scelte più sostenibili e beneficeranno (entro il 2021) di un vero e proprio “diritto alla riparazione”.

La Commissione esaminerà inoltre la possibilità di introdurre un modello armonizzato a livello Ue per la raccolta differenziata dei rifiuti, mentre l’accento sarà posto sia sulla necessità di ridurre a monte la produzione di rifiuti sia di riciclarli per immetterli in un mercato delle materie prime seconde davvero efficiente: ad esempio, nuove misure aumenteranno il ricorso agli appalti pubblici verdi (che continuano a latitare nel nostro Paese, nonostante le misure di legge previste in materia), con l’introduzione di obiettivi o criteri minimi obbligatori in materia.

Il piano europeo concentra la propria attenzione in particolare sui settori che utilizzano più risorse e che hanno un elevato potenziale di circolarità, con la Commissione che è chiamata ad avviare interventi nei comparti elettronica e Ict, batterie e veicoli, imballaggi, plastica, tessile, costruzione ed edilizia, alimenti. Qualche esempio? In settori come quello degli imballaggi, dei materiali da costruzione e dei veicoli saranno proposte disposizioni vincolanti relative al contenuto di plastica riciclata nei prodotti, e tutti gli imballaggi immessi sul mercato dell’Ue saranno riutilizzabili o riciclabili in modo economicamente sostenibile entro il 2030.

«Molti prodotti – osserva Timmermans – si rompono troppo facilmente, non possono essere riutilizzati, riparati o riciclati, o sono monouso. Esiste un enorme potenziale da sfruttare sia per le imprese che per i consumatori e con il piano odierno abbiamo avviato una serie di interventi volti a trasformare il modo in cui i prodotti sono fabbricati e consentire ai consumatori di effettuare scelte sostenibili a proprio vantaggio e a beneficio dell’ambiente».

E anche dell’economia: secondo le stime della Commissione, l’attuazione in Europa di misure ambiziose in materia di economia circolare può far crescere il Pil dell’Ue di un ulteriore 0,5% entro il 2030 e creare circa 700mila nuovi posti di lavoro.

Fonte: Greenreport.it

Patto europeo sulla plastica: anche l’Italia vi aderisce

Il Patto europeo sulla plastica prevede che entro il 2025 tutti gli imballaggi in plastica e i prodotti in plastica monouso siano progettati per essere riutilizzabili e riciclabili, che la plastica vergine in prodotti e imballaggi si riduca di almeno il 20%, che aumenti la capacità di raccolta, selezione e riciclaggio del 25%, che si giunga almeno al 30% di materie plastiche riciclate per azienda.

Ridurre i rifiuti di plastica, utilizzare meno materie plastiche per i prodotti, riciclare e riutilizzare di più.

È questo l’obiettivo per cui 15 Paesi (tra cui l’Italia) e 66 Aziende e Organizzazioni hanno sottoscritto il 6 marzo 2020 a Bruxelles il Patto europeo sulla plastica (European Plastic Pact), una coalizione pubblico-privata che vuole realizzare un’economia europea delle materie plastiche veramente circolare, evitando i rifiuti di plastica e riunendo tutti gli attori della catena del valore.

Il Patto europeo sulla plastica, lanciato nel 2019 dai Paesi Bassi e dalla Francia con l’obiettivo di riunire Governi e Imprese a porsi come precursori nella ricerca di misure all’avanguardia per la gestione della plastica, ricalca il Global Committment della New Plastics Economy della Ellen MacArthur Foundation in collaborazione con l’UNEP, che opera dal 2018 e alla cui rete l’European Plastics Pact si unisce.

“È tempo di cambiare il gioco – ha dichiarato Stientje van Veldhoven, Ministro dell’Ambiente olandese – Se vogliamo affrontare i cambiamenti climatici, dobbiamo guardare oltre all’energia ai materiali. Dobbiamo iniziare a trattare la plastica come materia prima preziosa e tenerla fuori dai nostri oceani. Non è un compito facile. Abbiamo bisogno che l’industria chimica sviluppi plastica facilmente riciclabile. Abbiamo bisogno di più capacità di riciclaggio e abbiamo bisogno di progettare nuovi prodotti. Sono orgogliosa che oggi, con tutti questi leader, stiamo mettendo insieme i nostri sforzi per farlo funzionare“.

Gli aderenti al Patto europeo si impegnano a concentrarsi su 4 settori chiave.
– Riutilizzabilità e riciclabilità: progettare tutti gli imballaggi in plastica e i prodotti in plastica monouso immessi sul mercato per essere riutilizzabili ove possibile e comunque riciclabili entro il 2025.

– Uso responsabile della plastica: passare ad un uso più responsabile degli imballaggi in plastica e dei prodotti in plastica monouso, con l’obiettivo di ridurre i prodotti e gli imballaggi in plastica vergine di almeno il 20% (in peso) entro il 2025.

– Raccolta, selezione e riciclaggio: aumentare di almeno il 25% la capacità di raccolta, selezione e riciclaggio delle plastiche entro il 2025 e raggiungere un livello corrispondente alla domanda del mercato per la plastica riciclata.

– Uso di materie plastiche riciclate: aumentare l’uso di materie plastiche riciclate nei nuovi prodotti e imballaggi, in modo tale che entro il 2025 le imprese utilizzino nella loro gamma di prodotti e imballaggi almeno il 30% di materie plastiche riciclate (in peso).

La partecipazione al patto è volontaria, ma l’adesione comporta un impegno giuridico, con una apposita Segreteria che terrà traccia dei progressi segnalati ogni anno da tutti i firmatari.

“Abbiamo aderito con convinzione al Patto europeo sulla plastica – ha affermato il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – La proposta di aderire ha subito suscitato il nostro interesse. Siamo convinti che una tematica così complessa come quella legata alla plastica, e il contrasto all’inquinamento prodotto, necessiti di strumenti condivisi tra i Paesi europei e tra i molteplici attori coinvolti nella gestione. Il Patto è uno strumento prezioso per affrontare meglio il ciclo della plastica, dalla progettazione dei prodotti alla produzione al corretto riciclo”.

“Del resto, siamo già pienamente attivi a livello nazionale – ha proseguito il Ministro – Stiamo lavorando, con i Ministeri competenti, a un Piano nazionale sulla plastica sostenibile. La campagna ‘plastic free’ del Ministero dell’Ambiente ha avuto numerosissime adesioni, inclusa quella del Quirinale. La legge ‘Salvamare’, già approvata alla Camera, è fondamentale per liberare il mare dai rifiuti e dalla plastica. Nel dl ‘Clima’, sono previsti fondi ad hoc per le macchinette mangia-plastica. Sono tutti tasselli per contrastare la plastica monouso e gli imballaggi in plastica. La riduzione dei rifiuti e il riciclo di quelli esistenti è la base per il nostro futuro”.

L’economia circolare potrebbe creare 500mila posti di lavoro in Italia nei prossimi dieci anni

Oltre «500mila posti di lavoro» in soli 10 anni, ovvero entro il 2030: sono queste le potenzialità occupazionali legate all’economia circolare evidenziate nel III rapporto elaborato da Federmanager insieme all’Aiee (l’Associazione italiana economisti dell’energia) e presentato ieri a Roma, con titolo Transizione verde e sviluppo. Può l’economia circolare contribuire al rilancio del sistema Italia?.

Naturalmente, non si tratta però di un risultato acquisito quanto di un auspicio legato alla necessità di adeguate politiche industriali e formative dedicate al comparto: la carenza di competenze specialistiche e la mancanza di know how, insieme all’eccesso di burocrazia, la difficoltà di accesso al credito e l’esistenza di una legislazione ancora stratificata e poco omogenea rappresentano infatti – secondo quanto emerso nel report – i principali ostacoli alla transizione verde del nostro Paese.

Il rapporto cita inoltre le recenti rilevazioni dell’Eurobarometro (2017), secondo cui il 60% delle Pmi italiane ha deciso di puntare sulla riduzione dei rifiuti attraverso processi di economia circolare. «Le imprese italiane stanno esprimendo una crescente consapevolezza delle opportunità e dei rischi legati alla questione ambientale – sottolinea  Stefano Cuzzilla, presidente Federmanager – ma non è pensabile che l’imprenditore possa, da solo, far fronte alle nuove necessità». In quest’ottica sono circa 100 i professionisti che Federmanager certificherà entro la fine del 2020 come manager per la sostenibilità, attraverso il percorso di certificazione delle competenze manageriali “BeManager”: si tratta di figure manageriali che, in esito a un percorso di assessment e di aggiornamento rispetto agli eventuali gap formativi, sono valutate idonee a riconvertire i processi di produzione industriale e a realizzare in concreto gli obiettivi di economia circolare.

In quest’ottica, un volano di sviluppo decisivo dovrà essere colto in campo europeo. La Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen ha infatti proposto un piano di investimenti da 1.000 miliardi di in 10 anni per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, un Green deal all’interno del quale anche l’economia circolare dovrà rivestire un ruolo primario; di fronte a questo piano, lo studio Federmanager-Aiee calcola che rimuovendo i già citati fattori che bloccano lo sviluppo dell’economia circolare italiana e investendo in competenze manageriali adeguate si potrebbe aumentare la produttività del 6,5% in termini di valore aggiunto e aumentare l’occupazione nel settore green portandola all’11,4%.

«L’Italia vanta grandi player nel settore energetico – ricorda Cuzzilla – Tuttavia più del 95% della nostra economia è costituito da micro e piccole imprese. L’obiettivo che ci dobbiamo porre, dunque, è quello di managerializzare le nostre Pmi, immettendo competenze che generino positivi sulla produttività italiana». E con importanti risultati per l’intero sistema-Paese.

Secondo la Ellen Mc Arthur Foundation, presa a riferimento dallo studio, la transizione verso un’economia circolare in tutti i settori consentirà all’Ue un risparmio netto annuo fino a 640 miliardi di dollari sul costo di approvvigionamento dei materiali per il sistema manifatturiero dei beni durevoli (circa il 20% del costo attualmente sostenuto), del quale non potrà che trarre giovamento anche un Paese storicamente povero di materie prime seconde come l’Italia.

Fonte: Greenreport.it

Eppur si muove: anche in Italia via libera ai contenitori portati da casa nei supermercati ?

A dieci anni di distanza dal lancio della campagna Porta la Sporta, la prima iniziativa a lungo termine in Italia che ha messo in relazione il problema della plastica nei mari con i nostri stili di vita, promuovendo un percorso di abbandono dell’usa e getta, qualcosa si muove. Sei punti vendita della catena Sigma in provincia di Modena e a Bologna permettono ai loro clienti di acquistare prodotti freschi al banco con contenitori riutilizzabili portati da casa. Anche se paragonabile ad una piccola goccia nel mare, questa esperienza ha il merito di aprire una discussione importante sulle procedure che garantiscono la sicurezza alimentare nel nostro paese. La circolare del ministero della salute dello scorso anno che impedisce l’uso di sacchetti riutilizzabili persino nel settore ortofrutta, è un esempio di come le norme per l’igiene vengano interpretate in modo restrittivo in alcuni settori, e a macchia di leopardo. Al punto che si arriva a confondere il livello di igiene necessario in una camera operatoria con quello di un banco di un supermercato. 

Mentre ci sono già esperienze in questo senso attuate all’estero da insegne del Retail come Morrisons e Waitrose nel Regno Unito, Carrefour ( in Spagna , Francia  e in altri paesi) mirate a ridurre il consumo di plastica monouso, questa è la prima iniziativa nazionale in assoluto nel suo genere che merita davvero di avere successo ed estendersi, perché ci permette finalmente di poter acquistare solo il prodotto, e non l’imballaggio!. Speriamo che la precisazione sulla tipologia di contenitori permessi che devono essere riutilizzabili (1) contenuta all’interno dell’articolo 7 del decreto clima (DL 14.10.19, n. 111), che introduce alcune  “misure per l’incentivazione di prodotti sfusi o alla spina” possa dare il via all’uso di contenitori riutilizzabili portati da casa o presi in prestito nel punto vendita come avviene in alcune esperienze all’estero. (2) Intanto il decreto clima è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 13 dicembre 2019. (1)

Questa modalità di acquisto offre una risposta, tanto semplice quanto inattuata, alla necessità di ridurre i rifiuti che nel nostro paese stanno tornando a crescere, come rilevato dall’ultimo  Rapporto sui rifiuti urbani 2019 riferito al 2018.
L’iniziativa che coinvolge 8 punti vendita in totale:   6 punti di Sigma, uno di Ecu e uno di Economy, merita di essere valorizzata e diffusa, sia nei contenuti che per essere stata attuata in un paese in cui portare avanti iniziative di buonsenso a beneficio dell’ambiente, richiede una forte dose di determinazione e motivazione. Questo perché tutto il nostro sistema, costruito sull’utilizzo prevalente del monouso, rema contro qualsiasi iniziativa basata sul riuso. Quando non sono le stesse legislazioni o le circolari dei ministeri a complicare le cose ( vedi il caso della circolare del ministero della salute riferita all’utilizzo dei sacchetti ortofrutta) si mettono in mezzo altri fattori come: l’eccessiva solerzia dei responsabili della sicurezza alimentare aziendali che frena eventuali cambiamenti delle procedure in atto, il timore degli stessi esercenti nel prendersi la responsabilità di eventuali “effetti collaterali negativi”, la mancanza di obblighi di legge per le aziende ad investire in politiche di riduzione dei rifiuti e del proprio impatto ambientale. Anche a livello locali come nazionale mancano infine misure incentivanti (e viceversa) che premino le aziende che non solo riducono i rifiuti nelle loro sedi, ma che permettono anche ai propri clienti di farlo a casa.
Aiutaci a rispettare l’ambiente: porta il tuo contenitore da casa per acquistare i prodotti freschi!

Ecco perché questa iniziativa resa accessibile nei supermercati  che normalmente le persone frequentano, rappresenta un tassello importante dell’offerta complessiva  a disposizione delle persone più attente all’ambiente che possono adottarla con facilità e cominciare a fare la differenza, oltre che la differenziata.

Questa iniziativa si “porta avanti con il lavoro” anche rispetto all’articolo 4 della direttiva delle plastiche monouso o SUP (single use plastics) per quanto concerne “un’ambiziosa riduzione nel consumo” di tazze e contenitore per l’asporto di alimenti pronti al consumo al 2026.

La stessa osservazione, purtroppo, non abbiamo potuto farla rispetto a quasi tutte le ordinanze o iniziative Plastic Free che asserivano di anticipare la Direttiva Sup (Single Use Plastics) quando vietavano la commercializzazione e l’utilizzo di stoviglie e posate monouso in plastica a favore di opzioni sostitutive in bioplastiche compostabili, egualmente bandite dalla direttiva.

Le iniziative da parte di soggetti industriali e istituzionali sia quando si tratta di progettare prodotti e/o imballaggi che modelli di commercializzazione tendono a focalizzare l’obiettivo riciclo/compostaggio. Questo nonostante la gerarchia europea di gestione dei rifiuti  metta al primo posto azioni che permettono una prevenzione e riduzione dei rifiuti seguite da azioni che permettono il riuso e l’allungamento del ciclo di vita dei beni.  Meno rifiuti significa infatti meno consumo di risorse, inquinamento, e meno emissioni climalteranti.

A maggiore ragione, visto il fallimento della COP 25 tenutasi a Madrid, è importante agire subito a tutti il livelli senza aspettare che siano i governi nazionali a fare il primo passo.

COME E’ NATA L’INIZIATIVA  

Abbiamo contattato Bruna Lami AD di Moderna Distribuzione srl, proprietaria dei punti vendita che afferiscono ad insegne come Sigma, Economy ed Ecu, che ha voluto fortemente questa iniziativa. Ecco le sue risposte alle nostre domande.

-Come le è venuta l’idea di partire con un’iniziativa che il mondo della Grande Distribuzione nazionale considera rischiosa sotto il profilo della sicurezza alimentare, al contrario di quanto avviene negli altri paesi. Ad esempio in Francia, dove una circolare ha dato l’Ok a questa pratica, sempre nel rispetto dell’igiene.   

L’idea è nata in risposta a numerose richieste fatte dai nostri clienti agli addetti dei nostri punti vendita di poter utilizzare i propri contenitori per acquistare i prodotti freschi venduti dai nostri banchi di gastronomia, macelleria e pescheria. All’inizio avevo qualche perplessità rispetto al venire incontro a queste richieste. In occasione di un viaggio a Londra ho però visitato le diverse insegne che permettono l’acquisto con contenitori portati da casa e mi sono convinta che potevamo farlo anche noi.  I nostri clienti possono utilizzare propri contenitori trasparenti in vetro o in plastica, come quelli che abbiamo messo ben in vista al banco, accanto al cartello con cui invitiamo i nostri clienti a fare la loro parte se vogliono.

-Come avete risolto la questione del rispetto delle norme igieniche che spesso viene utilizzata dagli esercizi per giustificare la loro impossibilità nell’accettare i contenitori dei clienti? 

Una volta tornata da Londra ho chiesto ai nostri consulenti di riferimento per la normativa HACCP come si potesse fare per venire incontro alla richiesta dei nostri clienti prevenendo tutti i possibili fattori di rischio dal punto di vista igienico-sanitario per evitare conseguenze indesiderate. Dopo un primo momento di perplessità da parte dei nostri consulenti abbiamo inserito nel nostro manuale HACCP la procedura che ci hanno indicato di seguire quando i clienti vogliono utilizzare i loro contenitori. Il contenitore deve essere in materiale trasparente, avere una forma e un coperchio tali da essere  facilmente igienizzati, e deve essere consegnato perfettamente pulito ed asciutto. L’addetto al banco si riserva il diritto di controllare, ed eventualmente rifiutare, l’impiego di contenitori non ritenuti idonei sotto il profilo igienico- sanitario. Questa modalità d’acquisto è possibile solamente ai banchi con servizio assistito (gastronomia, panetteria, macelleria, pescheria) e in ogni contenitore può essere inserito un solo tipo di prodotto. Ovviamente il peso del contenitore viene sottratto nel momento dell’inserimento della tara in fase di pesatura.

-Sono passati ancora pochi giorni per fare un bilancio ma quali sono state le prime reazioni dei vostri clienti e prevedete di estendere questa possibilità anche in altri punti vendita da voi controllati?   

Le prime reazioni sono state altamente positive ma faremo più avanti un bilancio di cui vi renderemo partecipi. I punti vendita coinvolti sono al momento 8 di cui 6 affiliati a Sigma.  Nel dettaglio : il Sigma di Camposanto – via Falcone 9,  di Cavezzo -via Volturno 73, il Sigma a Bologna in via Corticella 186/12, i due punti di Carpi (via Ugo Da Carpi 62 e via Cuneo 47) il Sigma di Pavullo in via Giardini 346, il punto vendita Economy di Castelnuovo Rangone – via Della Pace 59 e l’ Ecu di Pavullo in via XXII Aprile 59.

DA PORTA LA SPORTA A PORTA IL TUO CONTENITORE

Con la campagna Porta la Sporta conclusasi come eventi nel 2014, abbiamo promosso un percorso di riduzione dei rifiuti da parte dei singoli ( ma anche dei comuni), che prevedeva un impegno incrementabile: il primo passo consisteva nell’eliminare o ridurre al minimo il consumo di sacchetti (con e senza manico) per ogni tipo di acquisto per arrivare a ridurre altro monouso acquistando, ovunque possibile , alimenti e bevande sfusi o alla spina con propri contenitori.  Purtroppo, aderire a questo percorso riesce solamente alle persone fortemente motivate che vogliono allineare le intenzioni ai fatti, al punto da trovare il tempo per frequentare i mercati e altre occasioni ove questa modalità di acquisto è possibile. I  negozi zero waste, che sono nati una decina di anni fa, non sono ancora così capillarmente diffusi sul territorio, e  non sempre hanno un’offerta di prodotti tale da soddisfare sul lungo termine le richieste e le aspettative dei potenziali clienti potendoli così fidelizzare.
Torneremo prossimamente sull’argomento, ma dal nostro monitoraggio abbiamo constatato che questi modelli e occasioni di approvvigionamento zero waste, per essere scalabili e conquistare quote importanti di mercato, devono essere facilmente adottabili dalle persone. Non devono cioè richiedere loro importanti cambiamenti di abitudini anche rispetto agli spostamenti che le famiglie normalmente compiono per fare la spesa. Come accennato prima, anche la natura dell’offerta ha un suo peso nel determinare le scelte dei fornitori dove effettuare gli acquisti: deve essere sufficientemente ampia per coprire le merceologie e marche di prodotti che le famiglie acquistano abitualmente, con un buon compromesso tra qualità e convenienza nei prezzi.

 

Silvia Ricci

NB. Post in progress… Ultimo aggiornamento 17 dicembre.

(1) Art.7 1-bis. Ai clienti e’ consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare. L’esercente puo’ rifiutare l’uso di contenitori che ritenga igienicamente non idonei.

(2) Vedi iniziative attive in Svizzera e Germania da parte di ReCircle    di cui abbiamo raccontato nell’articolo “Solo il riuso ci salverà da un mare di rifiuti”

Fonte: Comuni Virtuosi

Plastics tax più snella da luglio 2020

Il vertice di maggioranza dello scorso 5 dicembre ha portato ad una leggera riformulazione della plastics tax, sotto la pressione di Italia Viva, che aveva minacciato una crisi di Governo qualora il provvedimento non fosse stato stralciato dalla Manovra economica all’esame del Senato insieme all’altrettanto contestata sugar tax.

L’accordo raggiunto faticosamente in serata tra i partiti di maggioranza, che dovrà essere formalizzato lunedì 9 al Senato,  prevede – secondo indiscrezioni – una tassa di 50 centesimi per chilo di imballaggio ( e non 40 centesimi come si ipotizzava) e il rinvio dell’entrata in vigore da aprile a luglio 2020 (a ottobre 2020 per la sugar tax), con primo versamento in ottobre.  “Ci siamo resi conto che la tassa sulla plastica poteva avere impatto problematico, sono arrivate segnalazioni dalle imprese del settore – ha spiegato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte -. Pur considerandola una tassa di scopo, abbiamo ritenuto di doverne ridurre l’impatto dell’85%, mentre lo spostamento a luglio offrirà alle imprese l’agio per adottare strategie imprenditoriali conseguenti”.

La nuova rimodulazione dell’imposta non piace però all’associazione dei trasformatori di materie plastiche Unionplast (Federazione Gomma Plastica), che la giudica “una soluzione di facciata”. “Lunedì cercheremo, con i sindacati, di replicare al Governo con proposte di sostenibilità concreta tentando di mantenere l’occupazione e il primato industriale italiano nella trasformazione della plastica”, spiega Angelo Bonsignori, Direttore Generale di Federazione Gomma Plastica.

Il correttivo giunge a 24 ore dalla presentazione del maxi emendamento del Governo che aveva già dimezzato l’importo della tassa, da 1 euro a 50 centesimi per chilogrammo di plastica utilizzata nei MACSI (imballaggi monouso in plastica), escludendo dal conto bioplastiche (secondo la norma UNI EN 13432), materiali riciclati (anche per quota parte nel manufatto finale), dispositivi medicali e manufatti in plastica con singolo impiego adibiti a contenere e proteggere preparati medicinali (leggi articolo).

Federazione Gomma Plastica chiede al Governo di revocare il provvedimento e sostituirlo con un meccanismo di premialità che incentivi la transizione del settore verso l’economia circolare.

“La nostra proposta è quella di un credito d’imposta a premialità crescente per le imprese che propongono soluzioni innovative di eco-design, facilitando l’avvio a riciclo e ospitando al proprio interno quote crescenti di materia prima frutto di riciclo – spiega Angelo Bonsignori, Direttore Generale di Federazione Gomma Plastica -. Grazie a questa proposta, il nostro settore potrebbe consolidare la propria posizione di eccellenza in Europa e nel mondo, contribuendo a quel Green New Deal, il piano green per le imprese, su cui il Governo dice di voler investire consistenti energie e risorse”.

Secondo la Federazione, già oggi il 15% della plastica utilizzata proviene da economia circolare. Con un adeguato supporto da parte del Governo, l’industria potrebbe raddoppiare questa quota entro il 2030.

Andando avanti con la tassa sugli imballaggi in plastica (MACSI), invece, si metterebbe a rischio la sopravvivenza di 3mila imprese sull’intero territorio nazionale, con 50.000 addetti e 12 miliardi di fatturato.

“Più in generale – sostiene il Presidente di Unionplast, Luca Iazzolino -, chiediamo di fondare ogni provvedimento legislativo su dati oggettivi e certificati provenienti dall’analisi del ciclo di vita dei prodotti, sulla base di un concetto di sostenibilità globale, che prende in considerazione sia il rispetto dell’ambiente sia la sicurezza e la qualità della vita dei cittadini”.

 

L’Italia del riciclo è cresciuta del 42% in 10 anni, ma ora il tasso di circolarità è in calo

Nel corso degli ultimi dieci anni, nonostante la più acuta crisi economica dal dopoguerra, la produzioni di rifiuti in Italia è cresciuta del 6% passando da 155 a 164 milioni di tonnellate prodotte all’anno. Ma se la prospettiva di un “azzeramento” dei rifiuti perde ogni consistenza alla luce dei dati raccolti nel rapporto L’Italia del riciclo 2019 – realizzato da Fise Unicircular insieme alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, e presentato oggi a Roma –, il documento mostra anche qual è la strada da seguire: quella del recupero. Nell’ultimo decennio l’avvio a riciclo è infatti cresciuto 7 volte più velocemente della produzione di rifiuti (+42%), passando da 76 a 108 milioni di tonnellate l’anno.

In particolare, i tassi di riciclo delle singole filiere dei rifiuti d’imballaggio hanno raggiunto livelli di avanguardia: carta (81% e terzo posto in Europa), vetro (76% e terzo posto), plastica (45% e terzo posto), legno (63%, secondo posto), alluminio (80%), acciaio (79%). In diversi casi hanno già superato gli obiettivi europei previsti per il 2025 (talvolta pure quelli per il 2030), e sensibili progressi si registrano anche sul fronte dell’organico: la raccolta di questa frazione è passata da 3,3 milioni di tonnellate nel 2008 a oltre 6,6 nel 2017 – una crescita del 100% – e ora per raggiungere gli obiettivi europei sarà necessario strutturare il settore sull’intero territorio nazionale garantendo lo sviluppo di un’adeguata rete impiantistica.

Fermarsi a questi numeri fornirebbe però solo una visione parziale dell’economia circolare nazionale: nel 2018 è vero che l’80,6% dei rifiuti di imballaggio è stato avviato a recupero, ma questi rifiuti (13,2 milioni le tonnellate immesse al consumo lo stesso anno) rappresentano solo una piccola percentuale delle 164 milioni di tonnellate sopracitate. E lo stesso vale per l’organico.

È adottando un approccio più ampio che è possibile far emergere le criticità che rimangono da affrontare. Innanzitutto «occorre abituarsi a considerare – si legge nel report – non solo il tasso di riciclo di un certo prodotto che diventa rifiuto, ma anche del contributo dei materiali riciclati alla domanda complessiva di materiali», ovvero il tasso di circolarità: da questo punto di vista l’Ue (dati 2016) è ferma all’11,7% appena, e l’Italia non fa molto meglio con il 17,1%, in quinta posizione in Europa. Un dato tra l’altro in peggioramento: dato che «nel periodo 2010-2016 il tasso di utilizzo circolare di materia è cresciuto per la Francia dal 17,5% al 19,5% e per il Regno Unito dal 14,6% al 17,2%, mentre in Italia è diminuito da 18,5 nel 2014 al 17,1% nel 2016, occorre tener presente un trend di circolarità che potrebbe mostrare delle difficoltà. Poiché – documenta il rapporto – negli stessi anni i tassi di riciclo dei rifiuti sono, come si è visto, aumentati, la riduzione del tasso di circolarità si spiega col fatto che materie prime provenienti dal riciclo hanno sostituito, in parte non corrispondente e inferiore alle quantità riciclate, materie prime vergini impiegate nella realizzazione dei prodotti».

Occorre poi sgombrare il campo d’osservazione da un altro falso mito, ovvero che avviando i rifiuti a riciclo questi poi magicamente spariscano, perché non è così. Quello del riciclo è a tutti gli effetti un processo industriale, vincolato come tutti gli altri al secondo principio della termodinamica, al termine del quale si hanno dunque un nuovo prodotto (le materie prime seconde, pronte a rientrare sul mercato) ma anche altri scarti, che occorre saper gestire.

La resa media delle attività di riciclo – calcolabile come rapporto tra la quantità di materiali secondari in output e quella di rifiuti in input – oggi si attesta al 67%, come informa il rapporto. «Il valore di resa più alto supera il 90% e riguarda la carta: questo vuol dire che mediamente a livello nazionale, sottoponendo a operazioni di recupero 100 kg di rifiuti (tipici e, in quota parte, misti), si ottengono circa 92 kg di materiali secondari classificabili come “carta”. Per vetro, plastica e legno la resa media si aggira tra il 75% e l’80%, per la gomma raggiunge quasi il 65% mentre il valore minimo si registra per l’organico che sfiora il 30%, conseguentemente alle peculiarità chimico-fisiche della matrice».

Se l’Italia crede nello sviluppo dell’economia circolare deve dunque dimostrarlo concretamente non solo avviando a riciclo un sempre maggior numero di rifiuti, ma garantendo alle materie prime seconde lo spazio di mercato che meritano e al contempo prendendo in carico la gestione dei crescenti scarti provenienti dal riciclo oltre a quelli legati alle frazioni non riciclabili. Il contrario di quanto sta succedendo finora, come dimostrano tutti gli ultimi studi condotti in materia (si veda ad esempio quiquiqui e qui), che testimoniano una forte carenza di impianti in grado di gestire in sicurezza i rifiuti che produciamo.

«Il nuovo pacchetto di direttive europee per i rifiuti e l’economia circolare contiene ambiziosi target di riciclo – commenta Andrea Fluttero, presidente di Fise Unicircular – Perché si raggiungano va affrontato il tema dell’eco-progettazione, deve essere certa la cessazione della qualifica di rifiuto dopo adeguato trattamento (End of Waste), va assicurato maggiore sbocco ai materiali recuperati attraverso un ‘pacchetto di misure’ finalizzate a promuovere lo sviluppo dei mercati del riutilizzo e dei prodotti realizzati con materiali riciclati: maggiori costi per lo smaltimento in discarica dei rifiuti indifferenziati (salvaguardando la possibilità di smaltire gli scarti delle attività di riciclo), estensione dell’uso di materiali riciclati negli appalti pubblici, agevolazioni fiscali per l’uso di materiali e prodotti riciclati, sostegno alla ricerca e all’innovazione tecnologica per il riciclo, eliminazione graduale delle sovvenzioni in contrasto con la gerarchia dei rifiuti».

Fonte: Greenreport