In cammino verso lo zero

Capannori, primo Comune Italiano a far propria la strategia “Rifiuti Zero”, dopo aver raggiunto, anche grazie al supporto tecnico di ESPER, risultati di eccellenza nella raccolta differenziata, si sta consolidando come realtà virtuosa nel campo della prevenzione e del riuso. Tre centri del Riuso in collaborazione con il Comune di Lucca (due dei quali sul territorio di Capannori), campagne ed attività volte alla riduzione della produzione dei rifiuti.
Ne parliamo con Alessio Ciacci, presidente di Ascit, l’azienda pubblica che svolge il servizio di raccolta sul territorio, ed ex assessore all’ambiente dal 2007 al 2013.

Capannori ed Ascit sono l’avanguardia nazionale del percorso verso rifiuti Zero. Primo Comune a firmare la delibera “verso rifiuti zero” e poi tutta una serie di attività fra cui i centri del riuso. A che punto è la parabola del territorio verso rifiuti zero?

Nel 2007, fu firmata la delibera a cui fai riferimento, quella di adesione alla strategia “Rifiuti Zero”. Di conseguenza vennero coerentemente una serie di azioni volte all’ottenimento del risultato. Dall’implementazione della raccolta porta a porta, a quella della tariffazione puntuale, con il supporto tecnico di ESPER. Da qui tutte una serie di attività volte alla minimizzazione della produzione dei rifiuti, della loro differenziazione e, come conseguenza, della riduzione delle emissioni climalteranti.

Nel 2011 aprimmo il primo centro del riuso e quella apertura nello spazio adiacente all’isola ecologica di Lammari, frazione del Comune di Capannori, è stato un importantissimo passo per la riduzione dei rifiuti e per disegnare un’economia solidale e circolare che abbiamo voluto sostenere. È importante sottolineare come siamo riusciti a valorizzare la prima esperienza e a consolidare il sistema tanto che fra Lucca e Capannori, grazie ad una collaborazione che si è attivata fra i due Comuni e le rispettive aziende, oggi abbiamo tre differenti centri del Riuso. L’associazione di Volontariato che gestiva il centro di Lammari, nel frattempo è diventata cooperativa sociale, ha attivato borse lavoro e complessivamente oggi impiega oltre 15 dipendenti.

Siamo di fronte ad un’esperienza che negli anni è cresciuta, si è consolidata e va sempre più affermandosi, sia per la quantità di materiali intercettati, trattati e rimessi in circolo, vuoi per vendita, vuoi per donazioni ai bisognosi attraverso la rete degli operatori sociali comunali e della Caritas, sia per capacità di impiego.

Molto spesso si dice che i centri del riuso hanno un’incidenza limitata e sono più strumenti educativi che strumenti di reale prevenzione. È così a Capannori?

NO, assolutamente non è così. È sufficiente visionare la mole dei materiali che i centri intercettano e rimettono in circolo. Abbiamo tre centri ed ognuno di essi si è specializzato in un’attività specifica.
Quello originario di Lammari lavora principalmente sui tessili e sugli abiti dismessi. E non parliamo di vestiario che arriva dai cassonetti posizionati lungo le strade, ma di capi d’abbigliamento che i cittadini conferiscono direttamente al Centro.
Gli altri accolgono tutte le tipologie di materiali. Quello di Lucca è più votato ad oggetti più voluminosi (Mobili, elettrodomestici, biciclette), il centro di Coselli, frazione di Capannori, è più votato all’oggettistica ed ai manufatti dalle dimensioni più ridotte.
La cooperativa Daccapo che gestisce questi spazi ha anche ampliato gli spazi dati in concessione, affittando nuovi spazi al fine di aggiungere ancora più valore ai materiali raccolti attraverso installazioni artistiche, e ad un lavoro di falegnameria di altissimo livello.
È davvero notevole la mole del lavoro svolto, e di conseguenza quella dei materiali raccolti che vengono sottratti ai rifiuti da inviare a smaltimento. Quindi, ridurre ad un semplice strumento educativo l’azione di questi centri non è realistico. Sono molto di più e sono un tassello fondamentale nell’azione di prevenzione.

La storia della Lucchesia ed in particolare di Capannori ci racconta di un gran coraggio nell’affrontare sfide all’epoca sconosciute: primo Comune a sottoscrivere la strategia verso rifiuti zero, porta a porta, primo Comune in Italia ad utilizzare sacchi a perdere dotati di tag UHF per la tariffazione puntuale…
Con una storia così ricca, i prossimi obiettivi devono essere all’altezza! Quali saranno i prossimi passi di Ascit?

Oggi Ascit ha due Comuni con tariffazione puntuale: Capannori e Montecarlo. Stiamo lavorando per estendere questa tipologia di tariffazione anche ad altri Comuni. Senza dubbio il primo obiettivo è questo, già dal prossimo anno.
La tariffazione non è però l’unico focus: stiamo lavorando a nuove iniziative per ridurre la produzione dei rifiuti. Per citarne alcune: nel Comune di Capannori stiamo per avviare una campagna chiamata “Gatti sostenibili” per incentivare l’utilizzo di lettiere biodegradabili che permettano di non conferire nell’indifferenziato quel prodotto; con le attività di somministrazione, bar e ristoranti, avviamo avviato una campagna volta a ridurre l’utilizzo dei prodotti monouso. Sono attività importanti, che, se anche possono sembrare residuali, in una realtà avanzata come Capannori (da 5 anni stabilmente sopra l’85% di raccolta differenziata ndr.) sono in grado di incidere sensibilmente sulla produzione di rifiuto residuo.

Non scordiamo quanto il Comune ha sottoscritto nel 2007. Lavoriamo sul territorio per ridurre la produzione di rifiuti in generale e, a maggior ragione, del rifiuto secco indifferenziato, per fare in modo di avvicinare il più possibile quell’obiettivo “zero” che ci eravamo posti, per avvicinarci a quelle eccellenze internazionali che oggi esistono.

(SC)

Economia circolare e sociale: i centri del riuso di Capannori

Capannori è il primo Comune italiano ad aver sottoscritto nel 2007 una delibera per fare propria la strategia “Verso Rifiuti Zero”. Nei 15 anni successivi il Comune si è distinto per scelte coraggiose che hanno portato a risultati di eccellenza: raccolta porta a porta, tariffazione puntuale (implementata con il supporto tecnico di ESPER), compostaggio di comunità e una lunga serie di attività e progetti finalizzati al contenimento della produzione di rifiuti. In questo quadro si colloca la nascita del primo Centro del Riuso nel 2011. Oggi, in collaborazione con il Comune di Lucca, i centri del Riuso sono 3, gestiti dalla cooperativa sociale Nanina. Ne parliamo con Daniele Guidotti, animatore del centro del riuso di Capannori che nel nome ha tutta la sua missione: Daccapo.

Daniele buongiorno!
Partiamo dalle basi. Chi gestisce i centri del riuso di Capannori e Lucca?

I centri sono gestiti da un’associazione OdV, quelle che prima della riforma del terzo settore si chiamavano Onlus, che si chiama Ascolta la mia voce. L’associazione ha gestito tutti e tre i centri di Lucca e Capannori fino a tre anni fa, quando costituimmo una cooperativa, chiamata Nanina, perché non era più possibile mandare avanti tutto con un’associazione: i numeri erano cresciuti ed erano diventati abbastanza importanti. Quindi abbiamo imboccato la strada della cooperativa sociale di tipo B, con inserimento di soggetti svantaggiati.

Giovedì scorso abbiamo presentato il nostro primo bilancio sociale, quello 2020. Sai, noi abbiamo fondato la cooperativa nel 2019 e subito dopo è scoppiato il covid. Non è stato un buon momento per partire con questa avventura. Anche a causa del Covid, siamo costantemente a rincorrere i problemi e la quotidianità, e non ci rendiamo conto di quello che abbiamo fatto e che continuiamo a fare, non ci rendiamo conto dell’effetto positivo che abbiamo sul territorio. La presentazione del bilancio sociale è stata un momento importante, che attraverso la presentazione dei nostri numeri ci ha restituito, mi ha restituito il valore della nostra attività. Nel 2020 abbiamo assunto 9 persone, il laboratorio di falegnameria ha recuperato circa 100 mobili, la ciclofficina 200 biciclette di cui 50 donate a persone in condizione di fragilità economica, il laboratorio di sartoria circa 700 kg di tessili.

Come funzionano i centri del riuso?

Il nostro meccanismo è così: siamo situati vicino alle stazioni ecologiche. Intercettiamo i materiali prima che vi entrino perché la normativa è molto chiara: una volta che passano la sbarra del centro comunale di raccolta diventano rifiuti, e noi non possiamo più utilizzarli. Questa è la ragione per cui abbiamo anche deciso di fare i ritiri con i furgoni a casa dei cittadini. Facciamo una prima selezione per capire se possiamo utilizzare il materiale, se lo possiamo eventualmente aggiustare o trasformare. Una volta entrato il materiale iniziano le lavorazioni. Per i vestiti c’è l’ulteriore selezione e divisione (estate-inverno, uomo-donna-bambino), poi la sanificazione. Trattiamo mediamente 7 tonnellate di vestiti al mese. Le stesse attività vengono eseguite anche per gli altri materiali. Non abbiamo limitazioni nell’accettare materiali.

Tutto quello che entra ha due strade di uscita. La vendita (in questo momento abbiamo aperto anche un temporary store nel centro di Lucca per 2 mesi) e la distribuzione gratuita. In collaborazione ai servizi sociali e ai centri di ascolto di Caritas riceviamo la segnalazione di famiglie in condizione di fragilità economica e le aiutiamo per quello che è nelle nostre corde: mobilio, vestiti…

Fate anche manutenzione su quello che entra. C’è dunque una professionalità che formate voi?

Sì, assolutamente sì. Abbiamo sartoria, ciclofficina e falegnameria. In tutti e tre i posti facciamo anche formazione: lì si impara un mestiere. Abbiamo professionisti che condividono il proprio sapere con i ragazzi. In falegnameria, ad esempio ci sono 5 occupati. I ragazzi sono con noi da anni, quindi sono formati e sono diventati formatori loro stessi. Abbiamo un livello elevato di professionalità: non solo riparazioni, ma anche realizzazione di progetti ex novo, sempre nell’ottica di recuperare il legno. Per esempio stiamo allestendo per il Museo del Giocattolo Antico al palazzo Ducale a Lucca.  

Proviamo a dare un po’ di numeri?

Il 2020 è stato un anno evidentemente molto particolare. Abbiamo dovuto sospendere il ritiro e la distribuzione di mobili e vestiti per oltre 4 mesi. Per cui le quantità raccolte sono diminuite, mentre quelle presenti a magazzino sono aumentate. Ma i numeri restano comunque impressionanti.
Al 31 dicembre 2020 avevamo raccolto 28 mila chili di abiti. Il 22% è andato a famiglie bisognose (circa 115), il 16% venduto, il 28% è stato smaltito, il resto è a magazzino.
I mobili hanno superato i 35 mila chili. Anche in questo caso il 24 % dei mobili sono stati distribuiti a circa 85 famiglie gratuitamente, Il 30% è stato ceduto dietro corresponsione di una piccola offerta, il 42 % è attualmente nel magazzino di Pontetetto. Solo una piccolissima parte (meno del 5%) è stata mandata in discarica.

Hai accennato prima ad un temporary store. Di cosa si tratta?

È un’operazione che abbiamo fatto più volte in passato. Solitamente in periferia, che per noi aveva la funzione di farci conoscere per poter intercettare più oggetti, ma anche per contribuire di più. Questa volta invece abbiamo fatto un salto un po’ più lungo: abbiamo aperto in un punto davvero strategico e di passaggio, nel centro storico di Lucca, all’interno delle mura. Era tanto che sognavamo di poterlo fare, finalmente abbiamo trovato le condizioni giuste.

Insomma la Lucchesia, con Lucca e Capannori in testa, è sempre all’avanguardia…

Non credo che siamo persone o territori “speciali”. Siamo come tutti gli altri e siamo solo partiti prima. E forse le istituzioni ci hanno creduto un po’ di più. Hanno avuto tanto coraggio nell’esplorare strade non battute, e penso al Comune di Capannori che nel 2007 ha fatto propria la strategia “Verso rifiuti Zero”. Lì c’è stato proprio un coraggio da leoni.

Scarica il bilancio sociale 2020 di Nanina

PNRR, ecco i fac-simile dei progetti per rifiuti ed economia circolare

Pubblicati sul portale web del MiTE i fac-simile delle proposte di progetto nelle sette linee d’intervento del PNRR dedicate a gestione dei rifiuti e progetti ‘faro’ di economia circolare. Dal prossimo 14 dicembre le proposte potranno essere inoltrate sulla piattaforma telematica accessibile dal sito istituzionale del dicastero

Dopo la pubblicazione dei criteri di selezione e degli avvisi pubblici realizzati con il supporto di Invitalia, Il Ministero della Transizione Ecologica ha pubblicato i fac-simile delle proposte di progetto da presentare per accedere agli investimenti su gestione dei rifiuti ed economia circolare del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. I format sono disponibili per il download sul portale web del MiTE nelle sezioni dedicate alle sette linee d’intervento nell’ambito di due investimenti che cubano complessivamente 2,1 miliardi di euro. I fac-simile e i manuali allegati dovranno guidare i soggetti proponenti nella compilazione delle domande. Solo a partire dal prossimo 14 dicembre le proposte progettuali potranno essere inoltrate sulla piattaforma telematica ad hoc che sarà accessibile dal sito istituzionale del dicastero fino al 12 febbraio 2022.

Sette le linee d’intervento per le quali sarà possibile presentare domanda, nell’ambito dei due maxi investimenti appostati dal PNRR. Il primo, dal valore di 1,5 miliardi di euro, destinato alla “realizzazione di nuovi impianti di gestione dei rifiuti e l’ammodernamento di impianti esistenti”, prevede tre linee d’intervento dedicate rispettivamente al miglioramento della raccolta differenziata, alla realizzazione e revamping di impianti per il trattamento dei rifiuti differenziati e alla costruzione o ammodernamento di siti per il recupero di frazioni critiche di rifiuto come fanghi da depurazione, tessili o prodotti assorbenti per la persona. Il secondo investimento destina 600 milioni alla realizzazione di “iniziative ‘flagship’” di economia circolare, con quattro diverse linee d’intervento da 150 milioni ognuna per realizzare progetti innovativi di riciclo nelle filiere di carta e cartone, plastiche, RAEE, tessili.

Il 60% delle risorse complessivamente disponibili, pari a un miliardo 260 milioni di euro, sarà destinato alle Regioni del Centro-Sud. Per la linea da 1,5 miliardi i soggetti abilitati alla presentazione delle proposte sono gli enti d’ambito e, in loro assenza, i comuni, anche avvalendosi dei gestori del servizio pubblico, mentre la linea dei cosiddetti ‘progetti faro’ di economia circolare è dedicata alle imprese del riciclo. Una distinzione che non è piaciuta agli operatori privati del waste management. In entrambi i casi non sono ammessi progetti riguardanti la costruzione o il revamping di discariche, impianti di Trattamento Meccanico biologico o inceneritori. Le proposte presentate nell’ambito delle due linee d’investimento principali, si legge negli avvisi, “saranno oggetto di selezione e valutazione da parte di apposita Commissione che sarà nominata con successivo decreto ministeriale e sarà composta da n. 3 membri nominati dal MITE, di cui uno con funzioni di presidente di Commissione, n. 6 membri in rappresentanza di ISPRA ed ENEA, n. 4 membri indicati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, in rappresentanza delle diverse aree geografiche: Nord, Centro, Sud e Isole e n. 2 membri in rappresentanza dell’Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente (ARERA)”.

Fonte:

#moNOuso, un manifesto per un futuro condiviso e circolare

ANCI Emilia Romagna ha da pochi giorni dato il via ad un’iniziativa volta a favorire la limitazione dell’uso di prodotti “usa e getta” e ad una scelta consapevole relative alle proprie abitudini di consumo.
Ne parliamo con Paolo Azzurro, responsabile dell’area “Economia Circolare” dell’Ente.

Buongiorno Paolo! Partiamo dalle basi: cos’è #moNOuso?

Buongiorno!
#moNOuso è un’iniziativa di Anci Emilia Romagna nell’ambito del progetto MEDfreeSUP, co-finanziato da EIT Climate-KIC e coordinato dal Dipartimento di Ingegneria civile, chimica, ambientale e dei materiali – DICAM – Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

Si tratta di un manifesto che si articola sostanzialmente in 5 principi, che chiediamo di condividere. Un manifesto realizzato da ANCI Emilia-Romagna, al fine di stimolare all’interno delle pubbliche amministrazioni il perseguimento di azioni in linea con il paradigma dell’economia circolare e in particolare di stimolare e favorire un cambio comportamentale del settore pubblico. Non solo di pubblico però ci occupiamo: si punta anche ad un cambio dei modelli produttivi delle imprese, spostandoli dall’utilizzo di prodotti monouso all’utilizzo di prodotti durevoli e riutilizzabili.

Una sfida per nulla facile! Quali le maggiori difficoltà che vi aspettate?

Certo, siamo ambiziosi, ma crediamo sia necessario esserlo. I princìpi enunciati nel manifesto sono tanto semplici quanto ostici.
La maggiore difficoltà che incontriamo come ANCI nel momento in cui ci confrontiamo con i Comuni e con le imprese per definire soluzioni ed azioni da adottare per migliorare la circolarità della filiera delle plastiche è l’individuazione del punto B della transizione. Cioè dove dobbiamo arrivare. È importante avere una visione comune per individuare le azioni che ci possano portare all’obiettivo comune. Ma se non abbiamo individuato il punto B, l’obiettivo comune, difficilmente riusciremo a trovare delle azioni e delle policy condivise. È il problema principale della transizione ecologica: sappiamo più o meno bene da dove partiamo ma non sappiamo dove dobbiamo arrivare. Ovviamente parliamo della transizione ecologica perimetrato all’interno del tema del monouso.

I cinque principi servono per costruire una visione collettiva di qual è l’obiettivo di questa transizione ecologica all’interno del tema del monouso.

Abbiamo citato più volte i cinque principi del manifesto. Ce li racconta?

I primi due principi si concentrano su cosa è necessario, ma non è sufficiente. Troppo spesso si crede di trovare la panacea nella raccolta differenziata, nel riciclo, nell’ecodesign, nei miglioramenti tecnologici. Queste sono senza dubbio azioni necessarie ma non sufficienti per ricondurre lo sviluppo sui binari della sostenibilità. Sono azioni senza alcun dubbio meritorie, ma non sufficienti, soprattutto alla luce della criticità del momento storico in cui viviamo, ovvero del rischio di superamento dei limiti ecosistemici di cui tanto ci ha parlato la comunità scientifica a Glasgow. Limiti al centro dell’ultimo rapporto IPCC che dice che serve una drastica inversione di rotta e una diminuzione sostanziosa delle emissioni. Limiti oltre i quali si apre uno scenario dalle conseguenze devastanti ed irreversibili.
Dunque è necessario sostenere la prevenzione (terzo principio), il riuso (quarto principio) ed è imprescindibile testimoniare il cambiamento (quinto principio), metterci la faccia e diventare “testimonial” delle nuove buone pratiche.
Il Manifesto vuole dare una dimensione dell’impegno che ci vuole da parte di tutti i soggetti (Amministrazioni, Politica Nazionale, imprese, associazioni, cittadini…) per ottenere il cambiamento di un modello che oggi è ancora fortemente basato su un paradigma lineare. Spostare dunque il modello verso soluzioni che utilizzino meno risorse e che producano meno rifiuti. Per questo proponiamo di mettere al centro delle strategie dei comuni e delle imprese i modelli della prevenzione e del riutilizzo che oggi si stanno sviluppando in tutta Europa ed in tutto il mondo, proprio per le criticità ambientali di cui parlavamo, ma che in Italia sembrano fare ancora troppa fatica. Nel manifesto noi chiediamo una condivisione di alcuni principi ed un impegno alla traduzione degli stessi in termini di azioni concrete all’interno dei territori.

Chi può sottoscrivere il manifesto?

Il manifesto può essere sottoscritto dai Comuni e dalle Unioni di Comuni. Sono i soggetti a cui il manifesto si rivolge in prima istanza, essendo un’iniziativa promossa da ANCI Emilia Romagna. Per questo soggetti abbiamo predisposto un format di delibera consigliare come strumento da portare in consiglio comunale per proporre la sottoscrizione del manifesto.

Abbiamo inoltre valutato che fosse opportuno aprire la sottoscrizione ad altri soggetti istituzionali, enti di ricerca, associazioni e quant’altro, che condividano i 5 principi del manifesto.  

Qual è il passo successivo? Dopo la sottoscrizione del manifesto?

Costruire le condizioni per supportare i Comuni e le Imprese nell’implementare i modelli virtuosi. Una volta condivisa la visione, implementiamo le azioni per raggiungere l’obiettivo comune. Saranno iniziative di networking, di formazione, di condivisione, di ascolto, di co-progettazione… Sarà il superamento di una transizione per una messa in atto di politiche ed azioni per quanto riguarda i Comuni, attività trasformative per quanto riguarda le imprese, che calino nella quotidianità e nel perimetro di attività del soggetto che sottoscrive il manifesto.
Immagino che, se questo manifesto troverà una buona risposta, questo sarà da stimolo verso la messa in piedi di iniziative che mettano a sistema comune l’obiettivo e trovino insieme le soluzioni per declinarlo nella pratica.
(S.C.)

Le Associazioni ambientaliste: serve un cauzionamento degli imballaggi

“Al fine di accelerare la transizione verso un’economia circolare e facilitare il raggiungimento degli obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo, l’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi insieme a: A Sud Onlus, Altroconsumo, Greenpeace, Kyoto Club, LAV, Legambiente, Lipu-Bird Life Italia, Oxfam, Marevivo, Pro Natura, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, WWF e Zero Waste Italy, chiede l’introduzione di un efficiente sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi per bevande monouso in Italia.”

Inizia così il comunicato stampa a firma congiunta delle principali Associazioni Ambientaliste Italiane.

Come sta avvenendo in molti Paesi europei, dal luglio scorso anche in Italia viene discussa l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi monouso per bevande (in plastica, alluminio e vetro). Il dibattito nasce dall’esigenza di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei imposti dal pacchetto economia circolare ed in particolare dalla direttiva sulla plastica monouso – SUP, con lo scopo di ridurre la dispersione delle plastiche nell’ambiente e gli effetti dannosi correlati che colpiscono la biodiversità.
La direttiva SUP impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029 (con un obiettivo di raccolta intermedio del 77% entro il 2025) e un minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 (30% dal 2030 in tutte le bottiglie in plastica per bevande). Questi obiettivi sono raggiungibili unicamente attraverso l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale, unico modello di raccolta selettiva al mondo capace di raggiungere tassi di intercettazione e riciclo così elevati con benefici ambientali ed economici.

Con i suoi quasi ottomila chilometri di coste l’Italia è, dopo l’Egitto e prima della Turchia, il maggior responsabile di sversamento di rifiuti plastici nel Mediterraneo3. Un sistema di deposito cauzionale
sugli imballaggi per bevande permetterebbe al paese di ridurre sensibilmente l’inquinamento ambientale, di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo prima citati, e di favorire il perseguimento di obiettivi di riuso per una reale transizione verso un’economia più circolare.
Secondo un recente studio di Reloop Platform, in Italia oltre 7 miliardi di contenitori per bevande sfuggono al riciclo ogni anno, uno spreco che potrebbe essere ridotto del 75-80% attraverso l’introduzione di un sistema di deposito efficiente4. Inoltre, l’attuale sistema di raccolta differenziata del PET permette un’intercettazione solo del 58%, ben lontano dall’obiettivo del 90% imposto dalla direttiva SUP.
Nel decreto Semplificazioni del luglio 2021 è stato inserito uno specifico emendamento che apre all’introduzione di un sistema di deposito anche in Italia. Il Ministero della transizione ecologica in
collaborazione con il Ministero dello sviluppo economico si trovano adesso a dover redigere i decreti attuativi per l’introduzione di tal sistema.

Le associazioni ambientaliste firmatarre auspicano dunque che i ministeri competenti nel definire le caratteristiche di un sistema di deposito nazionale vogliano ispirarsi alle esperienze europee di maggiore successo che vedono sistemi cauzionali di portata nazionale, obbligatori per i produttori di bevande e che coprono tutte le tipologie di bevande nelle diverse dimensioni commercializzate in bottiglie di plastica, vetro e lattine. Trattasi di sistemi cauzionali regolati e gestiti da un ente no profit formato e finanziato dai produttori di bevande che opera in modo da raggiungere gli ambiziosi obiettivi di raccolta e riciclo stabiliti dal Governo organizzando un modello di raccolta conveniente e facilmente accessibile dai consumatori in cui l’importo della cauzione è un elemento chiave per raggiungere e mantenere tali obiettivi.

Leggi l’appello integrale

Cos’è un sistema cauzionale? Scheda tecnica

Europa: la marcia inarrestabile dei sistemi cauzionali per bevande

Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe : È ora di riconoscere il ruolo dei sistemi di deposito cauzionale (DRS) nel raggiungimento di un’economia circolare per gli imballaggi per bevande monouso nell’Unione europea

E’ stato diffuso oggi il comunicato congiunto (segue in formato integrale) in cui Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe chiedono all’Unione europea di facilitare la transizione dell’industria delle bevande verso la circolarità, sviluppando un quadro giuridico per la creazione di efficienti sistemi di deposito cauzionale (deposit refund systems – DRS) per gli imballaggi delle bevande.

Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe Zero Waste Europe (ZWE) sollecitano l’Unione europea a riconoscere il ruolo dei sistemi di deposito cauzionale e a sostenere l’istituzione di requisiti minimi per tali sistemi nella revisione della direttiva UE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio. Le organizzazioni ribadiscono inoltre il loro pieno impegno a collaborare con i responsabili politici e gli stakeholder locali nell’implementazione di un sistema di raccolta efficiente a livello industriale in tutta l’Unione europea.

Accelerare la transizione verso un’economia circolare, come stabilito dal piano d’azione dell’UE per l’economia circolare, è un obiettivo collettivo, e i sistemi di deposito cauzionale fanno parte della soluzione al fine di rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili e riciclabili entro il 2030. Inoltre, la direttiva UE sulla plastica monouso impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029 e un minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 (30% dal 2030 in tutte le bottiglie per bevande).

Date le attuali prestazioni di raccolta in tutta l’Unione, è improbabile che molti Stati membri raggiungano gli obiettivi prefissatiQuesto è il motivo per cui sosteniamo i sistemi di deposito cauzionale (DRS) ben progettati come una delle opzioni più efficienti per raggiungere gli obiettivi di raccolta e di contenuto riciclato fissati nella direttiva UE sulla plastica monouso, ma anche come un’opportunità per creare un sistema di riciclaggio a circuito chiuso che garantisca che il materiale venga restituito e riciclato in nuovi contenitori per bevande”, dice Nicholas Hodac, direttore generale dell’UNESDA.

“I sistemi DRS non solo hanno raggiunto alti tassi di raccolta per gli imballaggi delle bevande nei paesi in cui sono stati introdotti, ma hanno anche il vantaggio di fornire materiale riciclato di alta qualità adatto al contatto con gli alimenti in un unico flusso pulito. Possono inoltre contribuire agli obiettivi climatici dell’UE, riducendo per esempio l’impiego di materiali vergini grazie al circuito chiuso che permette che tutti i materiali raccolti vengano riciclati senza dispersioni. Tuttavia, nonostante i loro eccellenti risultati, la legislazione dell’UE sugli imballaggi e i rifiuti d’imballaggio non affronta in alcun modo i sistemi di deposito cauzionale, né garantisce il riciclaggio a circuito chiuso per i materiali che possono entrare a contatto con gli alimenti, continua Patricia Fosselard, segretario generale di NMWE.

LaCommissione europea può giocare un ruolo cruciale nel colmare questa lacuna, sviluppando dei requisiti minimi per aiutare gli Stati membri dell’Unione fornendo un indicazione per l’istituzione di nuovi ed efficienti sistemi di deposito cauzionale. “Tali requisiti minimi dovrebbero basarsi su quelli per i regimi di responsabilità estesa del produttore stabiliti nella direttiva quadro sui rifiuti. L’istituzione di questa guida a livello dell’UE potrebbe aiutare a garantire che l’infrastruttura dei sistemi DRS in tutti gli Stati membri , ospiti ove possibile, anche gli imballaggi riutilizzabili, in linea con gli obiettivi dell’UE in materia di prevenzione e riutilizzo dei rifiuti di imballaggio. Con una rapida adozione di questi requisiti minimi, siamo sicuri che possiamo muoverci più velocemente verso il raggiungimento degli obiettivi dell’economia circolare e del clima“, dice Joan Marc Simon, direttore di Zero Waste Europe.

NMWE, UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe ritengono che qualsiasi nuovo sistema di deposito cauzionale dovrebbe essere sviluppato ed istituito sulla base di alcuni principi base per quanto riguarda la sua portata geografica, i materiali in cui sono realizzati i contenitori di bevande inclusi nel sistema, la sua governance, la convenienza, l’incentivazione del consumatore e l’accesso dei produttori ai materiali riciclati.

Allegato – Principi chiave per la creazione di nuovi ed efficienti sistemi di deposito cauzionale per gli imballaggi di bevande

Tipologie di materiale:

  • Un sistema di deposito cauzionale dovrebbe includere tutte le tipologie e dimensioni degli imballaggi per bevande (fino a tre litri).
  • I nuovi sistemi DRS dovrebbero includere sia gli imballaggi per bevande monouso che quelli ricaricabili, se possibile fin dall’inizio.

Tassi di raccolta:

  • I sistemi DRS dovrebbero essere progettati per raggiungere almeno il 90% di tasso di raccolta per ogni materiale d’imballaggio (con cui sono realizzati i contenitori di bevande : plastica vetro o metallo/lattina ndr.) incluso nel sistema.

Governance:

  • I DRS dovrebbero essere istituiti e gestiti dall’industria attraverso una struttura senza scopo di lucro, con ad esempio un’organizzazione centrale di gestione del sistema, ed essere soggetti a un sistema trasparente di reporting e verifica.
  • I rivenditori giocano un ruolo critico nel processo di riscatto degli imballaggi e quindi dovrebbero essere parte della governance dell’organizzazione centrale di gestione del sistema per garantire un’implementazione e una gestione ottimizzata del DRS.
  • La legislazione nazionale dovrebbe essere sviluppata in modo da delineare chiaramente elementi chiave come gli obblighi a carico dei produttori, gli obblighi di ritiro a carico dei rivenditori di bevande, i poteri attribuiti all’organizzazione centrale di gestione del sistema, e dovrebbero contenere misure governative per minimizzare le frodi.

Progettazione del sistema:

  • Il sistema DRS dovrebbe essere impostato con l’efficienza dei costi come uno dei principi chiave.
  • Le entrate, come i depositi non riscattati, dovrebbero rimanere nel sistema per coprire sia i costi di introduzione del sistema che quelli operativi.
  • I costi e i ricavi dovrebbero essere ripartiti su materiali specifici, evitando così la sovvenzione incrociata dei materiali.
  • Le campagne di educazione e sensibilizzazione dei consumatori dovrebbero essere a carico del sistema, e quindi incluse nei costi.
  • L’organizzazione centrale di gestione del sistema di ogni paese definisce i valori variabili del deposito (o cauzione) tenendo conto del contesto locale e incentivando la cultura del “bring back”.
  • Tutti i partecipanti al sistema dovrebbero collaborare per una sua ottimale ed efficiente implementazione in termini di costi ed essere equamente compensati per i costi netti sostenuti per gestire la logistica del sistema.

Punti di riscatto degli imballaggi:

  • Il sistema di riscatto o restituzione dei contenitori di bevande , sia quando situato presso negozi che presso punti di raccolta non domiciliari , dovrebbe essere conveniente per i consumatori, efficace ed efficiente ed includere l’esplorazione di opzioni di tecnologia digitale, qualora indicate.
  • I dettaglianti dovrebbero essere obbligati a ritirare tutti i materiali da imballaggio coperti da un deposito cauzionale immessi al mercato, fatte salve eventuali limitazioni di spazio per i piccoli operatori.
  • Quando si usano distributori automatici inversi (RVM) o altre tecnologie, i requisiti tecnici minimi dovrebbero essere definiti e perseguiti dall’organizzazione centrale di gestione del sistema.

Accesso a materiali riciclati:

  • I produttori di bevande, in quanto industria obbligata, dovrebbero avere un accesso equo e legittimo ai materiali riciclati che sono raccolti dal sistema DRS, anche attraverso un “accesso prioritario” o un “diritto di prima scelta” per il contenuto riciclato di qualità alimentare.

Informazioni su Natural Mineral Waters Europe (NMWE)

Natural Mineral Waters Europe rappresenta quasi 550 produttori di acque minerali naturali e di sorgente in Europa, la maggior parte dei quali sono piccole e medie imprese. NMWE si dedica alla promozione delle qualità uniche delle acque minerali naturali e di sorgente, nonché all’uso sostenibile delle risorse idriche e all’economia circolare. www.naturalmineralwaterseurope.org

Informazioni su UNESDA Soft Drinks Europe

Fondata nel 1958, UNESDA Soft Drinks Europe è un’associazione con sede a Bruxelles che rappresenta l’industria europea delle bevande analcoliche. Tra i suoi membri ci sono sia aziende che associazioni nazionali di tutta Europa che producono bevande, tra cui still drink, spremute, carbonati, polveri, tè freddi, caffè freddi, sciroppi, energy drink e sport drink. www.unesda.eu

Informazioni su Zero Waste Europe

Zero Waste Europe (ZWE) è la rete europea di comunità, organizzazioni, leader locali, esperti e agenti del cambiamento che lavorano per l’eliminazione dei rifiuti nella nostra società. Sostiene sistemi sostenibili e la riprogettazione del nostro rapporto con le risorse, per accelerare una transizione giusta verso zero rifiuti a beneficio delle persone e del pianeta. Creata nel 2014, la rete ZWE comprende ora 32 membri provenienti da 28 paesi europei www.zerowasteeurope.eu

Fonte: Comuni Virtuosi

Livorno: Evviva il riuso

ESPER continua il proprio viaggio lungo la penisola Italiana alla scoperta dei centri del riuso più interessanti. Uno degli ultimi nati è quello di Livorno. Il 9 maggio 2021 è stato inaugurato “Evviva”, un luogo di scambio, di creatività e divulgazione di una coscienza ambientale, dove gli oggetti assumono nuovo valore e nuova vita in virtù del principio dell’economia circolare. La struttura ha un’area coperta di quasi 700 metri quadri e potrà essere utilizzata per attività di educazione ambientale coinvolgendo cittadini volontari e il mondo della scuola attraverso la promozione di laboratori formativi e didattici o avvenimenti teatrali.

Ne parliamo con Raphael Rossi, amministratore unico di AAMPS, l’azienda pubblica che si occupa della gestione rifiuti a Livorno.

Raphael buongiorno. Partiamo dal contesto: qual è la situazione odierna di Livorno? Quali modalità di raccolta e quali performances?

Livorno è una città costiera lunga e stretta, ha circa 155.000 abitanti ed uno dei porti più importanti in Italia. Il servizio di igiene pubblica è gestito da AAMPS, un’azienda completamente pubblica, attualmente di proprietà del Comune di Livorno ma in fase di cessione alla holding, anch’essa completamente pubblica, di Reti Ambiente. La raccolta viene effettuata principalmente in modalità porta a porta, con una copertura di circa 130.000 abitanti. La restante parte di città è coperta con cassonetti a riconoscimento utente attraverso tessera. Un sistema che manifesta alcune evidenti difficoltà, fra le quali i noti problemi di abbandoni attorno alle postazioni. La percentuale di raccolta differenziata raggiunta è del 68% con una qualità molto buona per le zone servite dal porta a porta ed una qualità molto meno buona per le zone dove si utilizzano i cassonetti a riconoscimento.

Livorno, in accordo con la gerarchia di gestione dei rifiuti individuata dalla UE, ha molto investito su riduzione e riuso. Il simbolo di questa azione è sicuramente EVVIVA, il Centro del Riuso aperto pochi mesi fa. Come funziona?

Il centro si inserisce in un piano aziendale di prevenzione e riduzione dei rifiuti, di cui rappresenta un tassello, che fa parte del nuovo piano industriale di AAMPS. A Livorno abbiamo due isole ecologiche, di fronte alla principale abbiamo progettato e realizzato il centro del riuso. I cittadini prima di entrare nell’isola ecologica passano dal Centro, a cui possono cedere gratuitamente i propri oggetti funzionalmente ancora validi, ma di cui intendono disfarsi. La cessione è totalmente volontaria ed avviene nell’unico punto in cui può avvenire, ovvero fuori dall’area dedicata all’isola ecologica, quando l’oggetto non è ancora formalmente un “rifiuto”. Gli oggetti così raccolti vengono testati, puliti, igienizzati ed eventualmente rifunzionalizzati e poi messi in vendita all’interno della struttura. Ci siamo posti il tema se vendere, seppur a fronte di un corrispettivo molto modesto rispetto al valore reale degli oggetti, o cedere con qualche altra modalità. La necessità di dare gambe economiche al progetto ci ha fatto optare per la prima opzione, di comune accordo con i gestori.

Chi gestisce Evviva?

Abbiamo fatto un bando vinto da un Consorzio composto da molti soggetti del sociale livornese. Capofila è una Cooperativa, che si chiama Brikke Brakke, e che gestisce il Centro ma ne fanno parte anche altri partners, fra i quali Arci Livorno, Associazione Ippogrifo, Fondazione Caritas, Cooperativa “Cuore”, Cooperativa “Pegasonetwork”, Cooperativa “Ulisse” e Associazione “Il Mandolino”. Il compito dei partners è quello di costituire una rete “esterna” ai locali di Evviva. Ad esempio sono previsti punti di scambio libri all’interno dei circoli Arci, mentre la Caritas può interagire per quel che riguarda gli abiti dismessi. Una rete sociale frutto del progetto presentato al nostro bando.

Cosa differenzia Evviva dagli altri Centri del Riuso presenti in Italia?

“Evviva” non è solo una realtà di raccolta e recupero: vuole essere un luogo d’incontro fra cittadini ed istituzioni ed ha una forte vocazione didattica e artistica. Vocazione concretizzatasi, ad esempio, nella mostra “Dudadé- arte e riciclo” un omaggio alla corrente dadaista e al classico intercalare toscano, con la partecipazione di dieci artisti che hanno ripensato e restaurato dieci armadi con scrittoio degli anni ‘60.

Alla scoperta dei Drs: cosa prevede il deposito cauzionale del decreto Semplificazioni

Gli imballaggi costituiscono una frazione minima dei rifiuti che generiamo ogni anno in Italia (il 7% nel 2020), ma rappresentano i protagonisti assoluti – assieme all’organico – della raccolta differenziata, conquistandosi il centro dell’attenzione pubblica e politica, che si interroga su come gestirli al meglio nella fase di post-consumo. Duole notare che a oltre vent’anni dall’introduzione delle raccolte differenziate nel nostro Paese, uno dei principali problemi sotto il profilo dell’igiene urbana sia ancora costituito dall’abbandono nell’ambiente di rifiuti da imballaggio – in primis in plastica – da parte di pochi, incivili cittadini.

Come provare a migliorare? In molti altri Paesi i sistemi di deposito cauzionale (Deposit return system, Drs) sono già presenti e funzionanti o in fase d’introduzione: in Europa i Drs sono invece già attivi in dieci Stati – e un’altra dozzina sta programmando d’introdurli entro il 2024 –, incentrando il meccanismo sul recupero di una frazione degli imballaggi come i contenitori di bevande (bottiglie e lattine). Le configurazioni possibili dei Drs sono varie, legate anche agli specifici sistemi di raccolta e gestione rifiuti adottati nei diversi Paesi interessati, e ora anche l’Italia si appresta a ritentarne l’introduzione. Resta da individuare un modello che possa ben adattarsi al contesto locale guardando ai sistemi di maggiore successo europei. Ne parliamo con Silvia Ricci, responsabile Rifiuti ed economia circolare dell’Associazione Comuni Virtuosi, a sua volta membro della piattaforma europea Reloop.

Nel decreto Semplificazioni, convertito in legge un mese fa, è stato inserito uno specifico emendamento proposto da Salvatore Penna (M5S) che aprirebbe la strada anche in Italia ad un sistema Drs per i contenitori di bevande monouso. Molti media hanno titolato che si tratterà di un sistema di vuoto a rendere con ricarica dei contenitori, come già avviene per una quota residuale del mercato dell’acqua minerale in vetro e della birra, è così?

«L’emendamento in oggetto non si prefigge di introdurre un sistema di vuoto a rendere, anche se la confusione è comprensibilmente nata da alcuni passaggi del testo che richiamano al “riutilizzo”, che però deve essere inteso come reimpiego dei materiali raccolti e non come ricarica degli stessi imballaggi. Il fine del sistema di deposito cauzionale proposto è quello di massimizzare il processo di raccolta selettiva ed il riciclo dei contenitori di bevande monouso in vetro, plastica e in metallo (lattine). Un indizio in tal senso si trova nel passaggio dell’emendamento che indica come oggetto del cauzionamento gli “imballaggi in vetro, plastica e metallo”. Di fatto un sistema di ricarica per i contenitori di bevande funziona in genere con le sole bottiglie in vetro, con l’eccezione della Germania dove si ricaricano anche le bottiglie in PET, le quali però devono essere più spesse degli imballaggi classici in PET in modo da garantire più riutilizzi. Non vi sono invece esperienze legate al riutilizzo / ricarica di lattine in alluminio.

A questo punto i due ministeri che citi dovranno collaborare alla scrittura dei decreti attuativi che definiranno insieme alla portata nazionale e all’obbligatorietà per i produttori di bevande di partecipare al sistema altri aspetti chiave della regolamentazione del sistema tra cui: i) quali sono i contenitori e le tipologie di bevande soggette al sistema, ii) il modello di conferimento degli imballaggi, che avviene principalmente presso la distribuzione / i rivenditori (return -to- retail), iii) l’importo del deposito, il quale viene pagato come piccolo sovrapprezzo dal consumatore quando si acquista la bevanda e restituito nella sua totalità al momento della riconsegna del contenitore presso i supermercati e rivenditori. E infine iv) quali sono gli obiettivi di raccolta che questa tipologia di raccolta selettiva nota come Drs (Deposit Return System) dovrà conseguire, v) le caratteristiche che dovrà avere l’operatore del sistema (solitamente un soggetto costituito da produttori di bevande e distributori) e gli adempimenti ai quali il sistema dovrà assolvere sotto il controllo ed il monitoraggio del Governo, o di un’agenzia governativa designata».

Quindi le preoccupazioni sollevate dalla grande distribuzione organizzata (Gdo) in occasione di recenti articoli non sono totalmente giustificate?

«Per quello che ho avuto modo di leggere, anche se le reazioni sono per lo più riferite ad un sistema di vuoto a rendere volto al riutilizzo, il quale presenta sfide differenti rispetto ad un sistema Drs, si può evincere che le preoccupazioni della nostra GDO siano simili a quelle già riscontrate in altri paesi europei quando si parla di DRS. Preoccupazioni che, nei paesi in cui il sistema è già stato introdotto, sono sfumate non appena la GDO ha realizzato che i temuti costi aggiuntivi di un Drs (infrastruttura di raccolta, spazio commerciale dedicato) venivano ampiamente compensati dai vantaggi economici, diretti ed indiretti, ed ambientali derivanti dal sistema di deposito. In un sistema “return-to-retail” spetta alla grande distribuzione attrezzare aree idonee dove istallare ed operare i sistemi automatizzati di raccolta (in inglese reverse vending machine RVM).

Alla Grande Distribuzione viene infatti corrisposta dall’operatore del sistema di deposito una commissione di gestione per ogni contenitore riscattato. Tale commissione indennizza la distribuzione per quanto riguarda i costi complessivi della raccolta: da quelli relativi agli investimenti nell’infrastruttura per la raccolta, al personale impegnato nel riscatto manuale o automatico (pulizia e svuotamento delle RVM), ad altri costi inerenti agli spazi commerciali adibiti alla consegna degli imballaggi come riscaldamento, connessione internet e elettricità.

Diversi studi internazionali hanno dimostrato che la distribuzione organizzata e i negozi dove i consumatori riportano gli imballaggi hanno tutti beneficiato di un aumento del traffico e delle vendite. Un’indagine sul comportamento dei consumatori fatta in Svezia, Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi ha evidenziato che i consumatori tendono a fare i propri acquisti dove c’è un’efficiente struttura di restituzione e che potendo utilizzare per i propri acquisti l’importo della cauzione riscattata spendono in media di più (dal 15% dei finlandesi al 52% degli olandesi) in quegli esercizi.

La commissione di gestione ha infatti un ruolo fondamentale per il corretto funzionamento di un sistema di deposito che viene solitamente negoziata in seno all’operatore del sistema di cui la Grande Distribuzione deve essere parte attiva ».

Fonte: Green Report

Con l’e-commerce troppi imballaggi usa e getta. Ma ora arrivano le startup del riutilizzo

Il Covid-19 è stato il definitivo trampolino di lancio per le vendite online. Secondo le stime di un rapporto dell’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development) pubblicato il 3 maggio, il balzo dell’e-commerce tra le restrizioni di movimento causate dalla pandemia, ha aumentato la quota delle vendite online globali dal 16% al 19% nel 2020. Il Regno Unito ha visto il picco più marcato nelle transazioni online con un aumento del 7,5 %; così anche per Cina (4,2%) e Stati Uniti (3%). Le vendite online B2C per le 13 principali aziende del mondo hanno toccato il record di 2,9 trilioni di dollari nel 2020. Cifre da capogiro che hanno messo in crisi i punti vendita fisici e arricchito quelli digitali, esacerbando i problemi nel gestire i rifiuti da imballaggio usa e getta.

Confezionare i beni che consumiamo per il trasporto via corriere, infatti, comporta un utilizzo di materiali decisamente maggiore rispetto agli acquisti fatti direttamente in negozio che include anche i materiali di protezione. Gli effetti sull’ambiente causati dalla continua crescita degli imballaggi usa e getta, che siano di carta, cartone, plastica o polistirolo, si è acuito e le previsioni non sembrano delle più rosee. Secondo le stime del Global E-commerce Plastic Packaging Market, nel 2020 il mercato globale degli imballaggi in plastica per l’e-commerce è stato valutato 10,26 miliardi di dollari e si prevede che raggiungerà i 21,78 miliardi di dollari entro il 2026.

Anche nel settore dell’e-commerce si stanno facendo strada alcune soluzioni riutilizzabili, prevalentemente in materiali plastici in varie dimensioni poiché leggeri e facilmente igienizzabili. Si tratta di opzioni adatte a varie tipologie di prodotto che, comparate a quelle monouso, hanno un minore impatto sull’ambiente ma anche sul budget delle aziende perché sul medio e lungo termine vengono a costare di meno.

Sistema centralizzato e decentralizzato

Il riutilizzo degli imballaggi anche nell’e-commerce rappresenta un processo a ciclo chiuso, circolare, dove l’imballaggio non viene sprecato in un singolo viaggio, ma conserva le sue funzioni senza perdere di valore all’interno di cicli di vita che possono anche durare anni.

Da un recente studio  The Rise of Reusable Packaging: Understanding the Impact and Mapping a Path to Scale di Fashion for Good, in collaborazione con l’università di Utrecht e la Sustainable Packaging Coalitionmirato al mondo della moda, emerge che l’impiego di imballaggi riutilizzabili nelle spedizioni al posto del monouso possono portare a importanti riduzioni nelle emissioni di CO2 e nel consumo dei materiale in peso. Lo studio fa anche luce sul numero e la natura della variabili che possono influenzare drasticamente l’impatto ambientale tra le quali le distanze di trasporto, i tassi di restituzione e i tipi di imballaggio utilizzati.

Alcune delle opzioni più comuni di packaging usate nel commercio online (buste in plastica e in cartone) sono state valutate attraverso un’analisi LCA per misurare le emissioni di CO2 equivalenti associate a ciascuna opzione ipotizzando una spedizione di uno stesso bene. In generale i risultati hanno evidenziato che le comuni buste in LDPE (polietilene a bassa intensità) d uso singolo devono oltre tre quarti delle emissioni di carbonio alla fase di lavorazione delle materie prime – indicazione che rafforza la scelta di realizzarle con un alto contenuto di materiale riciclato.

Nel caso degli imballaggi riutilizzabili, una proporzione molto maggiore (tra il 40% e il 60%) delle  emissioni derivano invece dalla fase di trasporto, considerato che le emissioni riferite alla fase di fabbricazione del bene vengono ripartite ( e quindi ammortizzate) su molteplici usi. Da un confronto degli impatti ambientali di un ciclo d’uso tra un imballaggio in cartone (monouso), una busta in LDPE (polietilene a bassa densità) monouso e una riutilizzabile (sempre in LDPE) emerge che :

  • le buste riutilizzabili gestite con un sistema centralizzato (ovvero rese a un unico centro per le operazioni di controllo e igienizzazione prima di essere rimesse in distribuzione presso i rivenditori che ne fanno uso) causano il 39% in meno di emissioni di carbonio per ciclo di utilizzo rispetto a buste  monouso dello stesso materiale con il 30% di contenuto riciclato;
  • le buste riutilizzabili in un sistema decentralizzato (ovvero quando rese al centro di distribuzione dei prodotti da cui partite) causano il 72% di emissioni di carbonio per ciclo in meno rispetto a una busta monouso in LDPE realizzata con il  30% di contenuto riciclato;
  • l’imballaggio riutilizzabile ha l’82% in meno di emissioni di carbonio per ciclo rispetto a una busta in LDPE vergine.
  • in tutti i casi si genera l’87% in meno di rifiuti di plastica (in peso) quando si utilizzano buste riutilizzabili piuttosto che monouso (indipendentemente dal contenuto di materiale riciclato con cui possono essere state realizzate)

“L’imballaggio riutilizzabile è una leva chiave per ridurre l’impatto della plastica anche nel settore della moda. Ci auguriamo che i risultati di questo studio servano a convincere il settore che la circolarità è realizzabile oggi e a utilizzarli come toolkit per tracciare il proprio percorso e scalare soluzioni più sostenibili delle attuali”, afferma Katrin Ley, amministratore delegato di Fashion for Good.

Vista dal lato del cliente la differenza tra gestire un imballaggio monouso o riutilizzabile si presenta nel momento in cui ha esaurito la sua funzione e invece di essere “buttato”  viene chiesto al destinatario di restituire l’imballaggio, tramite posta o altra modalità di consegna. Nel modello centralizzato l’imballaggio viene reso a un nodo logistico aggiuntivo, come anticipato, dove viene pulito e ricondizionato quando necessario, che non coincide con il centro di distribuzione del bene che ha trasportato. Successivamente viene inviato ai centri di distribuzione che fanno capo ai rivenditori online, e il ciclo ricomincia.

Nel modello decentralizzato invece l’imballaggio torna direttamente al centro di distribuzione del rivenditore da cui è partito con operazioni di pulizia e manutenzione effettuate nello stesso hub, senza un passaggio intermedio presso un nodo logistico aggiuntivo.

Il modello decentralizzato si è rivelato in alcuni casi più sostenibile rispetto al sistema centralizzato, perché si elimina un passaggio e si riducono i viaggi che gli imballaggi devono percorrere con minori emissioni di CO2 prodotte. Tuttavia l’adozione di entrambi i modelli determina un impatto ambientale sensibilmente inferiore al modello tradizionale basato sul packaging monouso, sia in plastica che in carta.

Tra i casi studio che vedremo, RePack utilizza un modello centralizzato con un hub logistico per l’Europa situato a Tallinn in Estonia – così come Hipli in Francia– mentre gli altri casi citati hanno adottato un modello decentralizzato. Tuttavia, quando si ripensano i modelli di business è inevitabile imbattersi in cambiamenti necessari che non possono riguardare solamente una sola azienda. Infatti spesso richiedono un cambiamento a livello di sistema e il consenso e la collaborazione di tutte le parti interessate lungo la catena del valore di un particolare prodotto. Il passaggio ad imballaggi riutilizzabili rappresenta un’area in cui la collaborazione tra marchi, rivenditori e produttori di imballaggi riutilizzabili innovativi può sviluppare soluzioni e processi che soddisfano tutta la catena di approvvigionamento migliorandone la sostenibilità. Un esempio che ben chiarisce le potenzialità dell’approccio di sistema è la collaborazione nata recentemente tra RePack e la finlandese Axla Logistics. Quest’ultima che gestisce la completa logistica dell’e-commerce per i prodotti delle aziende clienti proporrà le buste di RePack agli acquirenti online, con benefici per entrambi i partner dell’accordo.

RePack e l’accordo con le poste francesi

Utilizzare la confezione più volte sembra la soluzione più sostenibile e ci sono Paesi, come la Francia, in cui si iniziano a vedere movimenti e iniziative concrete verso vari modelli di riutilizzo. La più grande compagnia postale in Francia, La Poste, ha firmato recentemente un accordo di collaborazione per un progetto di 9 mesi con la startup finlandese RePack che offre ai commercianti aderenti le proprie buste riutilizzabili. Una volta che il consumatore riceve il prodotto, le buste riutilizzabili, provviste di un’etichetta prepagata, vengono ripiegate e inviate all’azienda tramite posta ordinaria. RePack, che collabora con quasi 150 marchi e ha in circolazione 250mila pacchi in tutta Europa, pulisce e controlla la qualità dell’imballaggio prima di rimandarlo ai negozi e ai magazzini di distribuzione. RePack ha vinto recentemente il premio German Design Award 2021 nella categoria ‘Excellent Communication Design Packaging’ per la comunicazione presente sulle sue buste.

Nel 2020 si è registrata in Francia una crescita del settore dell’e-commerce del 32%, il doppio rispetto all’anno precedente e che ha generato circa 1,3 miliardi di pacchi consegnati. Un fenomeno in crescita che  ha probabilmente indotto La Poste a ripensare il proprio modello, considerato che gli imballaggi sono responsabili di una quota che compresa dal 10% al 30% delle emissioni di CO2 del commercio online.

A questo proposito va detto che la Francia, a differenza di altri Paesi, ha previsto con la sua legge anti-spreco (anti-gaspillage) per un’economia circolare del 2020 il perseguimento di obiettivi di riduzione e riutilizzo che nel caso degli imballaggi richiede ai produttori che il 5% degli imballaggi sia riutilizzabile entro il 2023 e che entro il 2027 si arrivi al 10% rispetto all’immesso al consumo.

In Olanda Robin, una piattaforma online con sede ad Amsterdam, offre il meglio di ciò che le boutique locali della città hanno da offrire e le consegne a domicilio avvengono in bicicletta. Per consegne fuori città Robin si avvarrà degli imballaggi riutilizzabili di RePack attraverso il servizio postale.

Le virtuose realtà d’Oltralpe

In Francia non c’è solo RePack che offre ai rivenditori online un sistema di riuso che non produce rifiuti e gestisce gli imballaggi in un ciclo continuo. La startup Hipli ha ideato delle buste riutilizzabili in tre formati in materiale sintetico impermeabile che stanno all’interno di una pochette con chiusura a cerniera che i clienti possono restituire facilmente per posta. La busta è progettata per essere utilizzata 100 volte che significa – secondo le stime di Hipli – circa 25 kg di rifiuti evitati. ll funzionamento è abbastanza semplice. Il rivenditore online che vuole aderire al sistema inserisce l’opzione riutilizzabile tra le modalità di spedizione. L’acquirente interessato che sceglie l’opzione è invitato a restituire l’imballaggio in modalità prepagata tramite servizio postale con la pochette che, una volta richiusa, presenta già l’indirizzo di spedizione prestampato. Il costo per il servizio di resa e manutenzione dell’imballaggio corrisponde a 2 euro ed è in genere sostenuto dal rivenditore online che può decidere se ribaltarlo sul cliente o meno.

“In pratica il 10% dei nostri partner non addebita il nostro servizio al cliente e gli altri parzialmente, in media il contributo è di 1 euro” spiega Anne-Sophie Raoult, co-fondatrice di Hipli. Attualmente Hipli conta un centinaio di piccole aziende clienti nel settore della moda, oggettistica e cosmetica con circa 100mila pochette in circolazione che hanno un tasso di restituzione dell’89%.

Un’altra startup francese ancora in fase di test è Opopop, che si propone di sostituire con le sue buste riutilizzabili in materiale sintetico 1 milione di pacchetti usa e getta entro tre anni e di ottenere un tasso di restituzione del 95%. Il servizio funziona con un sistema di deposito cauzionale digitale (con addebito di un importo di 5 euro qualora ‘imballaggio non sia reso entro 15 giorni) oppure nella modalità del pagamento “a consumo”, a un costo di 1,65 euro per ogni rotazione.

Chiudere la carrellata sulla Francia LivingPackets, con sedi a Nantes, Parigi e Berlino, che sta introducendo sul mercato europeo una tecnologia di imballaggio intelligente molto sofisticata. Si tratta di una scatola, “The Box”, progettata per compiere mille viaggi e che porta fino a 5 kg di peso, adatta per l’80% dei prodotti venduti online, come si può leggere sul sito. Questa Box incorpora un sistema per il fissaggio del carico e in più un display dove si possono inserire e aggiornare dati come l’indirizzo e altre informazioni rilevanti per la logistica. Dentro la scatola ci sono dei sensori e una telecamera integrata per monitorare il contenuto della spedizione e le condizioni ambientali a cui è esposto il carico: temperatura, umidità e possibili urti durante il trasporto. Il lancio del servizio – che l’azienda descrive come “packaging-as-a-service” – è partito all’inizio di quest’anno con accordi in via di definizione con le oltre mille potenziali aziende clienti in Francia e Germania, che hanno contattato LivingPackets manifestando interesse per il prodotto e il servizio offerto.

Anche negli Usa si sperimenta il riuso innovativo

Le startup statunitensi LimeLoop Returnity utilizzano entrambe un modello logistico decentrato e una tecnologia digitale sofisticata. Puntando a realizzare un modello di spedizione più digitale, LimeLoop usa dei sensori GPS inseriti nell’imballaggio, che tracciano le spedizioni e rivelano dati come l’apertura del pacco. Rivenditori e clienti finali possono interagire ulteriormente con l’imballaggio tramite un’app.

LimeLoop noleggia i propri contenitori “intelligenti” ai rivenditori online, tramite un servizio di abbonamento. I clienti che ricevono la merce acquistata utilizzano un’etichetta di spedizione prepagata per restituire l’imballaggio al magazzino del produttore più vicino tramite UPS.
Le confezioni prodotte da LimeLoop sono realizzate in vinile riciclato da vecchi cartelloni pubblicitari e sono riutilizzabili fino a 2000 volte.

Michael Newman, fondatore di Returnity, spiega bene la filosofia del progetto. “Affrontare il tema del packaging significa saper vedere un sistema – afferma – Non si tratta solamente di un prodotto, ma di  rocessi e partecipazione. Solamente da questa prospettiva mentale si potrà capire come funzionano gli imballaggi riutilizzabili all’interno dei sistemi”. Returnity fornisce soluzioni di imballaggio riutilizzabili alle aziende, che possono rimpiazzare una vasta gamma di imballaggi utilizzati nelle spedizioni personalizzandole: buste, scatole, borse, borsoni e porta-abiti progettati per risparmiare spazio e facilmente impilabili dopo l’uso. Robusti e realizzati in materiali riciclati, possono “resistere” a più di 40 spedizioni.

Returnity fornisce anche un sistema logistico integrato che include pulizia e manutenzione degli imballaggi riutilizzabili. Una piattaforma denominata “Returnity’s 3P Platform” supporta le aziende a fare la “scelta giusta” sotto l’aspetto operativo, economico e ambientale. La startup statunitense si avvale della partnership di Happy Returns, una rete di luoghi fisici che si occupa di spedire gli imballaggi resi dai clienti ai suoi hub regionali – in contenitori riutilizzabili anch’essi – dove vengono smistati e restituiti ai rivenditori. Le aziende che utilizzano il pacchetto completo di Happy Return, che include anche la gestione dei resi, risparmiano in media il 20% sulle spese di spedizione con un 10% nel primo anno, rispetto all’utilizzo di imballaggi monouso. I consumatori restituiscono l’imballaggio in soli 60 secondi e il rimborso è immediato. Negli Stati Uniti sono operativi oltre 700 punti di resa per i contenitori, con circa 15mila imballaggi in continua circolazione.

Dalla Norvegia all’Olanda, pacchi e pallet riutilizzabili 

Packoorang è un’azienda norvegese che fornisce un servizio di imballaggi riutilizzabili ai rivenditori online con due linee di prodotto: le “Packoorang Mailer Bags, buste in varie dimensioni e modelli che possono essere usate fino a 500 volte, e i pallet riutilizzabili Palloorang, adatti per settore del B2B. Packoorang  collabora inoltre con aziende partner che mettono a disposizione uno spazio fisico e possono fungere da centri di raccolta per gli imballaggi resi dagli utilizzatori del servizio. Lanciata nel 2019, l’azienda progetta le sue opzioni riutilizzabili in poliestere – con o senza imbottitura – a partire da bottiglie riciclate e altri scarti di fabbricazione del settore del tessile.

Il rivenditore che si affida al servizio di Packoorang sceglie le opzioni riutilizzabili più adatte ai propri prodotti che possono essere personalizzate. I clienti che scelgono l’imballaggio riutilizzabile lo rendono in modalità prepagata postale al centro logistico unificato o presso altri punti di raccolta. Dopo le usuali operazioni di controllo e pulizia gli imballaggi ripartono poi alla volta dei centri di distribuzione dei rivenditori online.

Fonte: Simone Fant e Silvia Ricci per Economiacircolare.com