Ricarica o riconsegna, in casa o in negozio… Ecco i 4 modelli di sistemi di riuso

Startup, progetti pilota, joint-venture tra piccole realtà innovative e grandi marchi interessati a sperimentare nuovi sistemi. A livello mondiale negli ultimi anni i progetti di riuso del packaging si sono moltiplicati e continuano ad aumentare ed evolversi in direzioni a volte molto diverse. Per mettere ordine tra le diverse opzioni disponibili, la Fondazione Ellen MacArthur (EMAF) ha ideato una classificazione che divide i sistemi di riuso dei contenitori in quattro tipologie, in base a dove si svolge la ricarica o a dove avviene la riconsegna dell’imballaggio vuoto.

Alcuni esempi non certamente esaustivi rispetto alla varietà di iniziative che crescono di settimana in settimana si possono trovare nel rapporto Upstream Innovation: a guide to packaging solutions della Emaf, un database di casi studio consultabile anche online. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le caratteristiche delle quattro diverse tipologie di sistemi.

1. Refill at home: la ricarica a casa tua

Si parla di sistemi “refill at home” quando il riempimento avviene a casa, usando ricariche spesso in formula concentrata confezionate da quello che viene definito “parent packaging” (letteralmente un ‘imballaggio genitore’) che si può acquistare online o in negozi fisici. In questo modello, il contenitore è di proprietà dell’utente: è lui a occuparsi del lavaggio e della eventuale igienizzazione. Sono un esempio di questa modalità i diversi prodotti del settore della detergenza per la casa e la cura del corpo che sono stati sviluppati da diverse startup negli ultimi 3-4 anni e più recentemente da multinazionali, come nel caso della linea Cif Refill di Unilever che impiega capsule di prodotto concentrato da sciogliere poi in acqua, oppure ricariche come nel caso dei deodoranti solidi della linea di Humankind. Per l’igiene dei denti ci sono gli esempi della statunitense Bite Toothpaste Bits e della britannica PÄRLA che hanno sviluppato delle pastiglie da usare al posto del dentifricio che possono essere acquistate online come sottoscrizione. In entrambi i casi si riceve un primo vasetto in vetro con la quantità di tavolette che coprono quattro mesi e successivamente le sole tavolette in confezione compostabile tramite servizio postale. Tra le diverse aziende che commercializzano detergenti concentrati con il servizio in abbonamento e con vendita online abbiamo tra le altre: EverdropSplosh e BluelandQuest’ultima, ad esempio, vende contenitori riutilizzabili e tablet da sciogliere in acqua per ottenere detersivi e sapone per le mani: ogni compressa pesa due grammi e permette di ottenere più di mezzo litro di detergente. Lo stesso modello è adottato anche da Replenish, che però ha optato per una formula di concentrato liquido con ricariche che pesano poco più di 100 grammi sufficienti  per realizzare sei flaconi di prodotto che vengono agganciate al flacone riutilizzabile con spruzzatore.
Alcuni dei grandi marchi che hanno sviluppato questi prodotti aderiscono anche ad altri modelli di riuso (li vedremo a seguire), che rendono gli stessi prodotti disponibili in negozi fisici (refill on the go) e/o distribuiti da piattaforme online come Loop. Questa piattaforma ha infatti come modello preponderante il “return from home”, ma ha integrato il business con i negozi fisici dei suoi partner del settore retail.

Questo dato fa capire quanto ampio sia il potenziale dei sistemi di riuso nello stimolare la collaborazione tra il mondo produttivo e distributivo tradizionale, nel liberare innovazione in nuovi modelli più circolari di erogazione dei prodotti, e nel contaminare positivamente tutti gli stakeholder per diventare parte del cambiamento verso una maggiore sostenibilità dei consumi.

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2. Refill on the go: la ricarica la fai “in trasferta”

Con il sistema “refill on the go” è sempre l’utente a occuparsi del riempimento dei suoi contenitori, ma la ricarica avviene fuori casa, per esempio attraverso erogatori installati nei punti vendita. Qui gli esempi ispirati dalla filosofia Zero Waste sono molti anche in Italia, trattasi di negozi di prodotti sfusi legati sia a catene come Negozio leggero, sia negozi indipendenti che fanno capo alla rete dello sfuso  o che sono mappati da Sfusitalia.it.  Ma è in Francia che si registra un grande fermento con associazioni multi-stakeholder come la storica Réseau Consigne e  Réseau Vrac che da un lustro promuove i modelli di vendita sfusa che sono entrati a pieno titolo nella legislazione francese in quanto tutti gli emendamenti proposti da Réseau Vrac sono stati adottati dall’Assemblea nazionale come parte del disegno di legge sul clima e la resilienza.

Nella grande distribuzione generalista, esperienze molto interessanti si trovano principalmente in Gran Bretagna. Il marchio della grande distribuzione Waitrose ha avviato nel 2019 la sperimentazione Unpacked affiancando ai prodotti confezionati alternative sfuse, sia nel caso di freschi e gastronomia da asporto, sia per vino, birra e detergenti, con prezzi inferiori del 15%. Il progetto è iniziato in un supermercato di Oxford e, secondo quanto riportato sul sito web di Waitrose, coinvolge altri tre punti vendita. I risultati sono stati definiti da subito “fenomenali” dall’insegna: le performance di vendita dei prodotti sfusi registrate nei primi mesi di avvio del progetto sono state maggiori del 68% rispetto agli stessi prodotti confezionati.  Dati più aggiornati vedono le vendite di prodotti ricaricabili cresciute in media del 9% in quattro dei suoi negozi Unpacked negli ultimi sei mesi, con le vendite relative a ortofrutta surgelata aumentate di oltre il 50%, le vendite di detergenti cresciuti del 24% mentre per legumi, pasta e cereali la crescita arriva a quasi l’8%.

Nel 2019 anche un’altra insegna britannica, Marks and Spencer, ha avviato il servizio Fill Your Own nel supermercato Hedge End e lo ha poi esteso ad altri due punti vendita. A un anno dall’avvio del progetto, l’azienda ha reso noto che oltre il 30% dei prodotti offerti in versione sfusa stavano vendendo più di quelli imballati. M&S ha appena annunciato l’intenzione di estendere l’iniziativa ad altri otto punti vendita sparsi nel Regno Unito visto il successo del pilota che consentirà ai clienti di acquistare sfuse più di 60 referenze di generi alimentari tra cui pastarisocerealinociprodotti da forno e frutta congelata. La mossa supporta l’obiettivo dell’insegna di evitare l’impiego di oltre 300.000 unità di imballaggi monouso nei prossimi 12 mesi.

A questi si aggiunge un terzo progetto in ambito GDO, quello di Asda, che ha avviato una sperimentazione a Leeds a ottobre 2020 con l’obiettivo di capire meglio le tendenze di acquisto di prodotti sfusi ed estendere poi la nuova offerta ad altri punti vendita. Allo scopo di coinvolgere il maggior numero possibile di clienti Asda sta collaborando con diversi marchi che commercializza per trovare più opzioni di acquisto da implementare allo stesso tempo sempre basate sul concetto di ricarica e riuso, interagendo con i suoi clienti in diverse parti del Regno Unito. Sono quattro le nuove aperture previste di negozi che offrono le stesse opportunità di acquisto sfuso del punto vendita di Leeds nei prossimi mesi. In particolare aprirà a York in ottobre con 18 postazioni che offriranno oltre 70 prodotti di marca e a marchio proprio acquistabili con contenitori ricaricabili sia nel settore alimentare che della detergenza. Da quest’anno Asda ha inserito in tutti i suoi punti vendita sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta.

Sempre il modello “refill on the go” comprende progetti di refill avviati anche da insegne di profumerie, come The Body Shop o L’OccitaneInteressanti sono i modelli di joint-venture tra multinazionali e marchi della grande distribuzione, che ospitano erogatori per la ricarica di prodotti sfusi. È il caso degli shampoo Unilever venduti alla spina nei supermercati Walmart in Messico, dei detersivi Henkel nei supermercati Rossmann in Repubblica Ceca oppure dei detergenti We love Nature (Henkel) nei supermercati Kaufland in Germania.

In Francia  l’azienda cosmetica CoZie (Cosmétique Objectif Zéro Impact Environnemental ) ha sviluppato un sistema specifico denominato la Dozeuse per erogare prodotti cosmetici sfusi come creme, detergenti e altri prodotti per il viso che consente di acquistare piccole quantità di prodotto.

I diversi prodotti all’interno della macchina erogatrice sono contenuti in sacche sottovuoto che garantiscono una conservazione ottimale impedendo che il prodotto entri in contatto con la macchina, nel rispetto dei più rigorosi standard igienici e di  tracciabilità per i prodotti cosmetici.

Con il primo acquisto viene aggiunto al prezzo del prodotto 1,5 euro che corrisponde al prezzo del flaconcino in vetro. Lo stesso importo viene detratto dall’acquisto successivo quando si riporta il contenitore vuoto nei negozi che vendono cosmetici CoZie. I contenitori vengono recuperati e lavati centralmente da CoZie che provvede a ridistribuirli ai punti vendita. Fino ad ora CoZie ha utilizzato le sue macchine solamente per i propri prodotti ma sta integrando la sua offerta con marchi esterni per altri prodotti come shampoo e gel doccia.

Indubbiamente CoZie ha il merito di avere aperto la strada alla vendita sfusa nel settore della cosmetica ed è probabile che altri marchi e prodotti del settore introducano prossimamente una tecnologia simile all’interno dei punti vendita.

Tra le joint venture che hanno coinvolto start up e grandi marchi di prodotti di consumo non si può non citare in termini di innovazione i casi studio delle start up Algramo e Miwa che continuano a perfezionare e implementare il proprio modello di business.

Algramo

Algramo è stata fondata nel 2013 in Cile da José Manuel Moller, con l’obiettivo di abbattere la cosiddetta “tassa sulla povertà” generata dall’alta incidenza del costo degli imballaggi sul prezzo dei prodotti. In alcuni anni erogatori di prodotti di vario tipo, dal riso ai detersivi, sono stati installati in oltre 2000 piccoli supermercati di quartiere. Nel 2018 ha preso il via la partnership con Unilever: accanto agli erogatori alla spina presenti nei negozi fisici, è nato anche un servizio di ricarica a domicilio che avviene prenotando tramite app il passaggio di stazioni di refill itineranti montate su un furgoncino e tre ruote. Ricarica e pagamento avvengono entrambi tramite l’app Algramo che si interfaccia con l’etichetta Rfid di cui il flacone è provvisto. Nel tempo la gamma dei prodotti e le partnership si sono ampliate e oggi tra le collaborazioni ci sono anche quelle con i marchi Colgate e Nestlè.

Miwa

Anche Miwa basa il suo funzionamento sull’internet delle cose: è un sistema di dispenser modulari da cui è possibili rifornirsi attraverso appositi contenitori riutilizzabili provvisti di un’etichetta Rfid che comunica con l’erogatore e la cassa del negozio: non c’è pertanto bisogno di pesare il contenuto o scansionare ulteriormente l’etichetta. L’app consente di pagare, ma fornisce anche informazioni sui prodotti acquistati. Creato nel 2014 nella Repubblica ceca, il sistema oggi è operativo a Praga e in diverse località della Svizzera. A maggio 2020 ha infatti preso il via la partnership con Nestlé, per la commercializzazione di cibo per animali e caffè solubile nei suoi punti vendita elvetici attraverso i dispenser del sistema Miwa. Partito come progetto pilota da tre negozi Nestlè, oggi è attivo in 15 punti vendita. Nestlé sta ora valutando la fattibilità di sfruttare la tecnologia degli erogatori per altre categorie di prodotti, oltre a testare la fattibilità operativa delle soluzioni nei supermercati più grandi lungo la sua catena di approvvigionamento. Miwa fornisce ai produttori (offerta B2B) i suoi contenitori intelligenti riutilizzabili che vengono riempiti per erogare merci sfuse come riso o detersivo per bucato e i moduli o scaffali intelligenti dotati di valvole di rilevamento a controllo elettronico con interfaccia utente. Ai clienti B2C viene offerto un imballaggio riutilizzabile e app corrispondente che collega tutti i moduli del sistema consentendo un riutilizzo in autonomia. Secondo la start up sulla base di una valutazione del ciclo di vita (LCA), la loro soluzione è progettata per ridurre l’impronta ambientale fino al 71% rispetto ai modelli di consumo lineare, utilizzando solo il 10% di materiali di imballaggio rispetto all’impiego monouso e con un 62% in meno di impronta di carbonio.

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Tazze e bicchieri da passeggio 

Abbiamo poi tutto il settore dei contenitori riutilizzabili dai bicchieri, alle tazze ai contenitori di varie forme e dimensioni che all’estero stanno vivendo un proprio boom negli ultimi 3 anni a partire dai sistemi di tazze riutilizzabili da passeggio (on the go). Ecco qualche iniziativa per rendere l’idea tra quelle attive in Europa che rendono possibile a singoli, aziende e istituzione varie l’utilizzo di tazze riutilizzabili anche in occasioni di eventi. Alcune sono partite con il sistema refill on the go in cui la proprietà del contenitore appartiene al cliente ma integrando anche altre formule a seconda dei clienti se singoli, aziende e istituzioni o organizzatori di eventi.

La catena indipendente di caffetterie Boston Tea Party è stata l’unica nel suo genere a interrompere definitivamente nel 2018 l’utilizzo di monouso e a servire le sue bevande calde e fredde in contenitori riutilizzabili nelle sue 23 caffetterie. I clienti portando la loro tazza ricevono 25 pence di sconto sul prezzo della bevanda e quando la dimenticano possono prenderne una a fronte di una cauzione che recuperano riportandola.

Segue menzione di alcune tra le iniziative in corso che possono includere sia il modello “refill on the go” in cui l’utente rimane proprietario del contenitore che il “return on the go” anche nella modalità del PaaS (Product as a service) dove una società terza gestisce le tazze per conto del rivenditore di bevande che paga una fee per ogni utilizzo della tazza. Nel Regno Unito:  CupClub; in Germania:  Freiburg Cup, ReCupCupforCup FairCup. Seguono altri esempi come : BillieCup (Belgio), Muuse (Singapore), Vessel (California).

Sempre in UK la piattaforma Loop che viene descritta nella sezione dedicata al modello “return from home” ha lanciato un progetto pilota in collaborazione con McDonald per testare l’impiego di tazze riutilizzabili in 6 punti vendita selezionati del Regno Unito allo scopo di ridurre i 2,5 miliardi di tazze di caffè monouso che finiscono in discarica ogni anno. I sei esercizi sono stati selezionati per la loro vicinanza al centro di lavaggio che serve la piattaforma Loop ma l’idea è quella di estenderlo a tutti i 1.300 ristoranti del gruppo del Regno Unito, e si spera anche ai 36.000 a livello globale. Per ovviare al fatto che i clienti dimenticano la propria tazza o non vogliono portarla in borsa dopo l’uso presso i caffè partecipanti della catena si otterrà uno sconto di 20 centesimi su ogni caffè, tè o cioccolata calda chiedendo una tazza riutilizzabile.

I clienti pagano un deposito di £ 1 che ricevono indietro, in contanti o come credito su un’app quando restituiscono la tazza. Quest’ultima può essere restituita immediatamente dopo la consumazione oppure in un momento successivo. I punti di consegna che verranno presto implementati includono anche postazioni ospitate nei supermercati della catena Tesco il partner della GDO di Loop nel Regno Unito.

In Italia

Nel settore dei contenitori intelligenti l’apripista per l’Italia è stato Pcup un bicchiere termico in silicone praticamente indistruttibile che è stato adottato in diversi eventi sparsi nella penisola. Il bicchiere realizzato in Italia contiene un chip sul fondo che consente di associare il bicchiere all’account dell’applicazione appoggiandolo sul telefono. Una volta che il bicchiere viene interfacciato con l’account è possibile ordinare le bevande da consumare per sé e altri utilizzando il credito caricato sull’app senza code alla cassa e ad accedere ad altre funzioni personalizzabili. I dati raccolti attraverso il bicchiere permettono di quantificare l’usa e getta risparmiato all’ambiente ma anche di acquisire informazioni interessanti per pianificare e progettare servizi mirati alle diverse tipologie di utilizzo tra eventi e applicazioni a locali della movida, ad esempio, ottimizzando i costi e prevenendo sprechi di ogni tipo.

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Contenitori da asporto

Nel settore dei contenitori per cibo da asporto –  non ancora affollato come il settore delle tazze –  ci sono operatori della ristorazione pionieri come Just Salad che iniziò già nel 2006 a  mettere a disposizione dei clienti un’alternativa riutilizzabile per l’asporto nei suoi ristoranti a New York. Recentemente ha sviluppato un programma di ordinazione online che prevede un servizio di consegna con ciotole riutilizzabili sia nella formula “return from home” che “return on the go”, che viene spiegata nella seconda parte dell’articolo.

Nella formula “Return on the go” il cliente è tenuto a riportare la ciotola entro due settimane dall’ordine per non incorrere nell’addebito di una piccola fee per ogni giorno in più che passa dal 14° giorno.

Tra le new entries che meritano una speciale menzione abbiamo ShareWare una piattaforma appena lanciata a Vancouver che offre a singoli e aziende la possibilità di aderire tramite un’app per potere usufruire di un servizio di noleggio di contenitori riutilizzabili – sia per cibo che bevande da asporto –  che vengono poi recuperati, igienizzati e rimessi in circolazione. L’aspetto interessante del modello di ShareWare sta nel servizio di wash-as-a-service che mettono a disposizione di altre aziende con sede a Vancouver che sono alla ricerca di un partner di lavaggio su scala commerciale per i loro contenitori.

ReCIRCLE è nata nel 2016 in Svizzera come prima impresa sociale specializzata nella fornitura di contenitori riutilizzabili per piatti e bevande da asporto a ristoranti, campus universitari, aziende ed altri soggetti. Al momento è operativa e consolidata in Svizzera e Germania ma con l’ambizione di esportare il modello in altri paesi con alcune iniziative in fase di definizione o in partenza in EstoniaDanimarcaGermaniaPaesi Bassi e Italia.

Il sistema basato sul modello Product as a service vede gli utilizzatori del servizio pagare una commissione sull’utilizzo dei contenitori scegliendo la tipologia di contratto più congeniale alla loro attività. Anche ReCIRCLE sta passando per una parte dei suoi contenitori a una gestione digitale del deposito tramite la reCIRCLE APP che permette altre funzioni come accedere alla lista di locali che aderiscono al sistema o aderire a programmi di fidelizzazione.

Per quanto riguarda l’Italia l’iniziativa in collaborazione con ReCIRCLE prevede la creazione di circuiti di riutilizzo dei contenitori in alcune attività di ristorazione (NoPla Take Away) e nei bar (NoPla Drink). Il progetto parte a Milano dove coinvolgerà una quarantina di ristoratori e una ventina di bar.

Per citare qualche caso studio europeo – partendo dalla Germania e Olanda dove c’è particolare fermento – non c’è che l’imbarazzo della scelta. In Germania opera  Rebowl, in Olanda abbiamo  Ozarka ora in partnership con Deliverzero, PackBackSwap-box in fase di lancio ad Amsterdam e Deliveroo operativo anche in Belgio.

Come nel caso delle tazze da passeggio queste iniziative che coinvolgono i contenitori da asporto possono operare sia nella formula “refill on the go” che “return from home” .

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3. Return from home: il vuoto si ritira a domicilio

Nel caso in cui la ricarica dei contenitori non venga effettuata direttamente dagli utenti, ma siano le aziende a riempirli (soprattutto se serve l’igienizzazione), le alternative sono due, e qui arriviamo al terzo e al quarto modello applicabile ai sistemi di riuso e ricarica degli imballaggi: “return from home” e “return on the go”. In entrambi i casi i contenitori non sono di proprietà degli utenti e vengono caricati di una cauzione che viene riaccreditata ad avvenuta restituzione dei contenitori. Nei sistemi che seguono il modello “return from home”, il contenitore vuoto viene ritirato a domicilio da un’impresa incaricata, per esempio in occasione della consegna di nuovi prodotti, e in molti casi attraverso servizi in abbonamento che consentono una fidelizzazione del cliente e un’ottimizzazione delle operazioni di ritiro e sanificazione degli imballaggi.

Il progetto Loop  basa il suo funzionamento su entrambi i modelli dal momento che i clienti della piattaforma possono non muoversi da casa (return from home) oppure rendere i contenitori vuoti presso i punti vendita che fanno parte della rete attraverso apposite reverse vending machine posizionate allo scopo (return on the go). Nonostante sia passato poco più di un anno dal suo lancio nei primi Paesi il sistema, che coinvolge grandi marchi leader dei prodotti di largo consumo, ha già fatto scuola nel suo genere.  Si tratta di una piattaforma che permette di acquistare sul proprio shop online più di 500 prodotti dei marchi più noti a livello globale: quando il prodotto è finito, l’imballaggio viene ritirato a casa dell’utente, può essere portato in un punto UPS oppure presso negozi fisici.  I contenitori vengono successivamente igienizzati, ricaricato e messi nuovamente in commercio.

Una parte importante del progetto ha riguardato la completa riprogettazione degli imballaggi avvenuta in collaborazione con i diversi marchi.  Se l’imballaggio primario dei prodotti è stato ripensato per poter essere sottoposto a numerosi cicli di riuso anche l’imballaggio secondario che contiene i prodotti acquistati ha cambiato pelle: a casa dei destinatari non arriva più una scatola in cartone da smaltire ma una box riutilizzabile, da usare per la restituzione dei contenitori vuoti. L’utente paga una quota di deposito per i contenitori che viene riaccreditata quando vengono restituiti: il credito può essere gestito facilmente tramite app e utilizzato per nuovi acquisti.

Creato dalla società di riciclo Terracycle, Loop ha avviato i primi progetti pilota di commercializzazione di prodotti in imballaggi riutilizzabili nel periodo dello scoppio della pandemia, tra marzo e aprile 2020, a Parigi e New York. Ad oggi sono attive partnership con più di 30 marchi, sia di prodotti di largo consumo come PantenePurina, Tide, sia di insegne della grande distribuzione tra cui Tesco in UK, Kroger e Walgreens in USA , Aeon in Giappone e Carrefour in alcune aree della Francia. Il lancio in Canada, Germania e Australia è previsto a metà del 2021, mentre già da ottobre 2020 è stato avviato, a partire dalla Francia, lo sviluppo del progetto con postazioni Loop nei negozi fisici. Anche in Giappone sono 19 i punti vendita dell’insegna Aeon ad ospitare una postazione Loop.

Un esempio che arriva dal Regno Unito è il servizio Club Zero sviluppato dal rivenditore online Abel & Cole che permette ai suoi clienti di acquistare alimenti secchi come cerealilegumicioccolatoriso e pasta in semplici contenitori riutilizzabili low cost senza addebito di deposito. I contenitori sono stati disegnati con in mente la funzionalità nel trasporto evitando così che i clienti siano tentati di trattenerli. I contenitori vuoti vengono riconsegnati all’interno di una box riutilizzabile quando ricevono una nuova consegna.

Anche il progetto olandese Pieter Pot, ricalca il modello “return from home”. Si tratta di un circuito che commercializza prodotti alimentari secchi in barattoli e bottiglie di vetro, permettendo agli utenti di riconsegnare quelli vuoti alla consegna dell’ordine successivo: il consumatore paga un deposito che viene riaccreditato una volta che restituisce i vuoti. Al momento il sistema, attivo in alcune zone dei Paesi Bassi, ha 3.000 utenti sta riscuotendo parecchio interesse al punto che conta una lista di attesa di altri 30.000.

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4. Return on the go: usa il contenuto e riporta il contenitore

Nel modello “return on the go”, come accennato, i consumatori acquistano un prodotto in un contenitore riutilizzabile che non rimane in loro proprietà ma va restituito presso punti vendita (possono essere più di uno e parte di una rete) o altri luoghi di raccolta anche tramite reverse vending machine (RVM) o distributori automatici inversi.

Qualora assoggettati ad una cauzione, la medesima viene riaccreditata una volta che i contenitori vengono restituiti. I contenitori usati vengono raccolti igienizzati e redistribuiti nei punti vendita al dettaglio o dove avviene la somministrazione dei prodotti che veicolano.

Sono comunque diverse le iniziative “ibride” anche tra quelle accennate in precedenza che non possono essere inserite in una sola categoria in quando permettono più modalità nella resa e gestione dei contenitori che può essere decisa dall’operatore. È sicuramente il caso delle tazze da passeggio che per comodità sono state raccolte nella sezione “refill on the go”.

Esempi nel servizio ristorazione sono Dabbadrop nel Regno Unito e Belgio, Reusabol a Barcellona, Relevo e Vytal che sono attivi in diverse città della in Germania. Quest’ultimo non offre solamente tazze e contenitori nei formati classici per piatti pronti e prodotti di gastronomia ma anche contenitori adatti per l’asporto di pizze e sushi.

Al sistema esistente prima della pandemia si è affiancato un nuovo servizio che prevede anche la consegna e ritiro dei contenitori: Vytal, Reusable Packaging-as-a-ServiceDalla scorsa estate è in essere una collaborazione con Rewe (seconda catena della GDO tedesca per fatturato) per rendere disponibile il riutilizzo dei contenitori nelle postazioni salad bar a libero servizio dell’insegna. Vytal ha posizionato allo scopo delle reverse vending machine (RVM) nei sei punti vendita che partecipano al pilota per ritirare i contenitori puliti e rendere quelli usati da igienizzare con una procedura digitale gestita tramite un’App e la scannerizzazione del QR code che include il pagamento alla cassa.  Un’ultima collaborazione raggiunta con Gorillas, un servizio consegna spesa a casa in bici, permette l’impiego dei contenitori riutilizzabili per alcune referenze vendute sfuse dal rivenditore nel negozio fisico.

Un altro esempio per questo modello ancora nella ristorazione è il sistema statunitense OZZI, pensato per garantire un ciclo chiuso per i contenitori per i pasti fuori casa, con macchine per il deposito dei contenitori vuoti e un sistema per il riaccredito della cauzione pagata dal consumatore. Il sistema è pensato sia per ristoranti con pasti da asporto, sia per luoghi pubblici come college, università, mense aziendali, ospedali.

Altri esempi di riutilizzo dei contenitori che ricalcano il vecchio vuoto a rendere delle bottiglie del latte arrivano dalla Germania dove tradizionalmente esiste un sistema di vuoto a rendere di vasetti in vetro utilizzati per gli yogurt da alcune importanti aziende lattiero-casearie in Germania. Recentemente alcune aziende come BananeiraUnverpackt für Alle e Fairfood hanno aderito al sistema (e all’infrastruttura esistente di recupero e riutilizzo di questi contenitori) impiegandoli per loro prodotti che non richiedono refrigerazione, venduti principalmente nei negozi biologici. I consumatori possono restituire i contenitori vuoti grazie a una rete di distributori automatici inversi (reverse vending machine) presenti nei supermercati, in modo che possano essere riconsegnati ai produttori che li utilizzano e che sono responsabili dell’igienizzazione prima della ricarica.

Fonte: Silvia Ricci e Veronica Ulivieri per Economiacircolare.com

CORIPET: riconoscimento definitivo dal MITE

Il Ministero della Transizione Ecologica, con il Decreto n. 44 del 28 luglio 2021, riconosce in via definitiva Coripet come sistema volontario e autonomo per la gestione diretta degli imballaggi in PET per liquidi alimentari, in linea con l’applicazione delle direttive europee sull’EPR.

Il riconoscimento definitivo, giunge grazie ai risultati positivi di ogni verifica sulle attività del Consorzio, di cui è stata riconosciuta “l’effettiva operatività e la rilevanza, quale nuovo attore della filiera del PET (…)”. La proposta presentata in fase iniziale sotto forma di progetto ha infatti trovato rispondenza effettiva nelle azioni concrete di Coripet che oggi vanta una stabile rete di rapporti con ANCI, i Comuni italiani e gli altri operatori del settore e anche – come elemento innovativo ed integrativo rispetto alla raccolta tradizionale – una rete sempre più estesa di ecocompattatori per l’intercettazione e l’avvio al riciclo di bottiglie in pet alimentare destinate a tornare nuovamente bottiglie.

Un traguardo “storico” – si tratta del primo e al momento unico sistema autonomo EPR con competenza sugli imballaggi primari e che vanta rapporti stabili con ANCI e i Comuni italiani – arrivato a conclusione di un iter iniziato il 12 aprile del 2016 con l’istanza di riconoscimento come sistema autonomo e la presentazione del progetto di attività di Coripet da parte dei sei soci fondatori (oggi cresciuti sino a raggiungere i 50 consorziati).

Il risultato raggiunto non è un punto di arrivo, bensì una nuova spinta per ampliare ulteriormente il nostro circuito di raccolta e avvio a riciclo e in particolare il modello selettivo di riciclo bottle to bottle: la prima filiera italiana chiusa per il riciclo del PET si conferma un valido sistema di economia circolare che sa rispondere agli obiettivi della Direttiva packaging 94/62/CE e della Direttiva SUP 2019/904 e contribuisce in modo fattivo alla messa in atto dell’Agenda Onu 2030” conclude Corrado Dentis, Presidente Coripet.

HubWater: acqua corrente contro il monouso

Hubwater è una startup torinese che fa della transizione green e della lotta alle bottigliette monouso il suo core business. Valorizzando l’acqua corrente, quella erogata quotidianamente dai nostri rubinetti, e creando reti di distributori pronti ad offrire un refill gratuito della borraccia degli utenti, punta alla minimizzazione della plastica utilizzata e troppo spesso dispersa in ambiente. Risultato? Nel primo anno di attività si stima una riduzione della plastica immessa sul mercato pari a 200 tonnellate.

Ne parliamo con Filippo Quercetti, CEO e founder di HUB

Buongiorno Filippo. Cos’è Hub e quando nasce?

Hub è un approccio differente al consumo di acqua.
L’Italia è al secondo posto mondiale nel consumo di consumo di acqua in bottiglia dopo il Messico. Eppure l’acqua corrente italiana ha una qualità mediamente molto elevata. Hub cerca di fare in modo che l’acqua corrente torni ad essere un bene godibile e gratuito, e che chi eroga gratuitamente questo bene (ad Hub aderiscono bar e ristoranti) possa avere una visibilità maggiore e maggiori flussi di persone all’interno dei propri esercizi. Il servizio offerto diventa dunque un mezzo promozionale, attira clienti nuovi, facendo in modo che, a fronte della perdita di quel poco di fatturato che deriva dalla vendita di acqua in bottiglia, si riesca a generare maggior un maggior flusso e maggior volume di affari nel locale spostando le vendite su beni a più alta marginalità.

Durante i miei sei mesi all’Università di Berkley, in California, ho notato come l’utilizzo di borracce fosse estremamente diffusi e trasversale a classi sociali e generazioni. Ho visto una grande opportunità per generare qualcosa di utile anche in Italia ed Europa.
Abbiamo pensato di creare un network di locali che potesse distribuire gratuitamente ai nostri utenti acqua depurata, refrigerata ed eventualmente gassata, così da coprire il più ampio ventaglio di opzioni possibili per poter essere sostenibili nel proprio consumo d’acqua.
Hub è innanzitutto una sfida culturale: l’acqua corrente ha una qualità molto alta, ma per decenni siamo stati bombardati da pubblicità e azioni di marketing che ci hanno fatto passare il messaggio che la qualità dell’acqua imbottigliata è molto migliore di quella dell’acqua corrente. Messaggio assolutamente non realistico. Siamo cresciuti col dogma che l’acqua imbottigliata abbia una qualità maggiore. La nostra sfida è quella di spostare il consumo verso l’acqua corrente che ha una qualità nella peggiore delle ipotesi, pari a quella imbottigliata, ma ci risparmia il consumo di quei dieci grammi di plastica rappresentati dalla bottiglietta, oltre a consentirci un risparmio notevole.

Come si può aderire ad HubWater?

È molto semplice: per accedere al servizio, ovvero per poter avere diritto al refill nel locali convenzionati, è necessario avere la nostra borraccia, acquistabile nei nostri e-commerce o presso i nostri vari distributori. Il servizio è del tutto gratuito. L’utente, dopo aver acquistato la nostra borraccia, potrà consultare la nostra applicazione dove sono segnalati tutti gli esercizi aderenti alla rete di HubWater che tra l’altro sono caratterizzati da una decalcomania sulla vetrina. Sarà sufficiente presentare la nostra borraccia, il ristoratore la riconoscerà e procederà al refill gratuito.

Ad oggi lavoriamo solo su Torino ed abbiamo circa una novantina di locali convenzionati.

Quando è partito operativamente il progetto hub?

Abbiamo cominciato a sviluppare a maggio 2020 e siamo entrati sul mercato ad ottobre.

Hai detto che al momento Hub è solo su Torino. È in previsione uno sviluppo oltre i confini sabaudi?

Certamente pensiamo a potenziare la rete torinese, ma anche ad allargarci ad altri territori.
Il prossimo step, che salvo brutte sorprese dovrebbe compiersi agli inizi del 2022, sarà Milano.

Dopodiché ci sarà Roma. Una volta completato il trittico Torino, Milano e Roma, procederemo con l’estensione privilegiando tutti i poli universitari italiani.

Quanta plastica ha evitato Hub?

All’interno dell’App abbiamo un contatore che permette ad ogni singolo utente di tenere traccia della plastica evitata e dei soldi risparmiati. Purtroppo al momento i contatori non sono ancora “in rete”, non ne esiste uno generale. Stiamo ancora costruendo il database che ci permetterà di leggere questi dati. Possiamo però fare una stima: circa 200 tonnellate di plastica/anno su Torino. (S.C.)

Direttiva SUP: facciamo il punto

Il 3 luglio 2021 è scaduto il termine di recepimento della Direttiva 904/2019 (c.d. Direttiva “SUP” – Single Use Plastics) in tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea. Ciò nonostante, nel nostro Paese nulla è cambiato rispetto a prima: si rammenta, infatti, che in Italia non è stato ancora emanato il decreto legislativo di recepimento della suddetta direttiva. Attualmente è stata predisposta solo una bozza di decreto legislativo che, come tale, potrà essere oggetto di modifiche e che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe essere emanato il prossimo ottobre.

Considerati i malintesi e i fraintendimenti che si sono generati dal 3 luglio 2021 circa la vigenza o meno in Italia delle disposizioni contenute all’interno della Direttiva 904/2019, in questo articolo si cercherà di chiarire in che modo avviene il recepimento di una direttiva europea nel nostro Paese e a che punto siamo con l’accoglimento della normativa europea sulle plastiche monouso.

1. Il recepimento di una direttiva europea

La direttiva è un atto legislativo adottato dal Consiglio e dal Parlamento Europeo secondo la procedura legislativa ordinaria, oppure solo dal Consiglio secondo le procedure legislative speciali (nel qual caso il Parlamento deve dare l’approvazione o essere consultato).

Affinché una direttiva abbia effetti a livello nazionale, i Paesi membri dell’Unione devono recepirla adottando provvedimenti nazionali (o modificando quelli esistenti). Il recepimento deve avvenire entro il termine indicato al momento dell’adozione della direttiva (di norme entro due anni). Qualora un Paese membro non recepisca una direttiva, la Commissione può avviare procedure di infrazione e adire la Corte di Giustizia dell’UE.

Con riferimento al nostro Paese, il Governo assicura il periodico adeguamento dell’ordinamento nazionale all’ordinamento europeo con la Legge Europea e la Legge di delegazione europea[1] secondo quanto previsto dall’art. 30 della Legge 234/2012[2]. In particolare, la Legge di delegazione europea contiene le deleghe legislative volte all’attuazione di atti legislativi europei, alla modifica o abrogazione di dispositivi vigenti (limitatamente a quanto necessario per garantire la conformità dell’ordinamento) o alle sentenze di condanna della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Con la Legge di delegazione europea vengono, inoltre, conferite al Governo le deleghe per la predisposizione dei decreti legislativi di attuazione delle direttive europee o altri atti dell’Unione Europea.

Questi decreti sono adottati su proposta del Ministro per gli Affari Europei e del Ministro con competenza prevalente secondo le procedure e le scadenze di delega indicate dagli articoli 31 e 32 della Legge n. 234/2012 e sono predisposti con il coinvolgimento dei Ministeri interessati attraverso un’attività coordinata dall’Ufficio legislativo del Ministro per gli Affari Europei.

Il decreto legislativo viene sottoposto all’approvazione preliminare da parte del Consiglio dei Ministri e, dopo l’acquisizione degli altri pareri previsti dalla legge, trasmesso alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica per l’espressione del parere dei competenti organi parlamentari. Acquisito tale ultimo parere, il provvedimento viene nuovamente sottoposto al Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva.

Dopo l’emanazione da parte del Presidente della Repubblica, il decreto viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore dopo 15 giorni dalla suddetta pubblicazione.

2. La Direttiva 904/2019 (c.d. Direttiva SUP)

Il 5 giugno 2019 è stata formalmente adottata da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio la Direttiva 904/2019 (pubblica in Gazzetta Ufficiale dell’UE L 155/1 del 12 giugno 2019), tesa a ridurre l’incidenza di determinati prodotti di plastica monouso sull’ambiente, in particolare sull’ambiente acquatico, e sulla salute umana. La Direttiva SUP – entrata in vigore il 2 luglio 2019[3] – riguarda, nello specifico, i prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa e gli attrezzi da pesca contenenti plastica, prodotti che, insieme, rappresentano circa il 77% dei rifiuti marini.

La Direttiva SUP, in particolare, prescrive agli Stati membri dell’Unione di promuovere la transizione verso un modello di economia circolare e di adottare un diversificato ventaglio di misure al fine di ridurre l’incidenza sull’ambiente e sulla salute umana di determinati prodotti in plastica e, in particolare, dei prodotti in plastica monouso, i quali, essendo destinati ad avere un’unica applicazione di brevissima durata, rappresentano l’origine di un copioso e costante flusso di rifiuti e che – a causa delle loro modalità di impiego – sono caratterizzati da un alto tasso di rischio di dispersione e di abbandono nell’ambiente e, soprattutto, nell’ambiente acquatico.

Peraltro, al fine di garantire condizioni uniformi di esecuzione negli Stati membri, l’art. 12, paragrafo 2, della Direttiva stabilisce che: «Entro il 3 luglio 2020 la Commissione, in consultazione con gli Stati membri, pubblica orientamenti recanti esempi di cosa sia considerato un prodotto di plastica monouso ai fini della presente direttiva, se del caso».

In applicazione di tale disposizione, il 31 maggio 2021 la Commissione Europea ha diffuso le Linee Guida di orientamento per l’applicazione della Direttiva 2019/904/UE (pubblicate in data 7 giugno 2021 sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea)[4].

In particolare, con tali orientamenti, la Commissione Europea ha voluto fornire una “guida” sulle definizioni chiave contenute nella direttiva stessa e sugli esempi di prodotti da considerare come rientranti (o meno) nel suo campo di applicazione, al fine di garantire che le nuove norme siano applicate correttamente e uniformemente in tutti gli Stati membri[5].

3. La Legge di delegazione europea 2019-2020

Sulla G.U. n. 97 del 23 aprile 2021 è stata pubblicata la Legge 22 aprile 2021, n. 53, ovvero la Legge di delegazione europea 2019-2020, recante delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e per l’attuazione di altri atti dell’Unione Europea. Tale norma, entrata in vigore l’8 maggio 2021, si compone di 29 articoli e di un allegato e contiene importanti novità in campo ambientale e, in particolare, in tema di circular economy.

Uno degli articoli più rilevanti in campo ambientale della Legge di delegazione europea 2019-2020 è sicuramente l’articolo 22contenente i principi e i criteri direttivi a cui dovrà necessariamente attenersi il nostro Governo al momento del recepimento della Direttiva (UE) 2019/904.

Al momento del recepimento di tale Direttiva (che doveva avvenire entro il termine del 3 luglio 2021il nostro Governo dovrà attenersi – oltre che ai principi e ai criteri direttivi generali di cui all’art. 32 della Legge 234/20121 – ai criteri fissati dalla Legge di delegazione europea 2019-2020, ovvero:

a) Conformemente a quanto previsto dall’articolo 1 della Direttiva SUP, dovranno essere previste misure finalizzate a promuovere la transizione verso un’economia circolare (attraverso modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili) e a garantire una riduzione duratura del consumo dei prodotti monouso elencati nella Parte A dell’Allegato alla Direttiva 904/2019 (Prodotti di plastica monouso di cui all’articolo 4 sulla riduzione del consumo).

Di conseguenza, il Governo dovrà prevedere una serie di interventi mirati a ridurre il consumo di:

1) tazze per bevande, inclusi i relativi tappi e coperchi;

2) contenitori per alimenti, ossia recipienti quali scatole con o senza coperchio, usati per alimenti:

  1. destinati al consumo immediato, sul posto o da asporto;
  2. generalmente consumati direttamente dal recipiente; e
  3. pronti per il consumo senza ulteriore preparazione, per esempio cottura, bollitura o riscaldamento, compresi i contenitori per alimenti tipo fast food o per altri pasti pronti per il consumo immediato, a eccezione di contenitori per bevande, piatti, pacchetti e involucri contenenti alimenti.

Inoltre, in aggiunta a quanto disposto dalla Direttiva 904/2019, tra le tipologie di prodotti monouso cui si applicano gli obiettivi di riduzione del consumo di cui all’art. 4 della Direttiva SUP – ai sensi dell’art. 22, comma 1, lettera e) della Legge di delegazione europea 2019-2020 – dovranno essere inclusi anche i bicchieri di plastica.

A questo proposito, potrebbero evidenziarsi criticità dal punto di vista della conformità della normativa nazionale al diritto comunitario, in quanto la Direttiva 904/2019 include, tra le tipologie di manufatti in plastica monouso cui si applicano gli obiettivi di riduzione, solo le “tazze per bevande”.

Le Linee Guida sull’applicazione della Direttiva SUP, inoltre, non esplicitano mai tali prodotti tra quelli ricompresi nel campo di applicazione della Direttive UE: in particolare, il paragrafo 4.4. (Contenitori per bevande, bottiglie per bevande e tazze per bevande, compresi i relativi tappi e coperchi) – che fornisce una “panoramica” sui criteri previsti per tali prodotti – non menziona mai i “bicchieri”, ma parla genericamente di “contenitori per bevande”.

b) Conformemente a quanto previsto dagli 4 e 11 della Direttiva 904/2019, il Governo dovrà, con riferimento ai materiali destinati ad entrare in contatto con gli alimenti, incoraggiare l’utilizzo di prodotti sostenibili e riutilizzabili, alternativi a quelli monouso, anche mettendo a disposizione dei consumatori finali, presso i punti vendita, prodotti riutilizzabili opportunamente definiti nelle loro caratteristiche tecniche in modo da garantirne molteplici utilizzi, ma comunque nel rispetto della normativa vigente in materia di igiene e sicurezza degli alimenti.

c) Qualora non sia possibile l’uso di alternative riutilizzabili ai prodotti in plastica monouso di cui alla Parte B dell’Allegato alla Direttiva SUP (Prodotti di plastica monouso di cui all’articolo 5 sulle restrizioni all’immissione sul mercato), destinati ad entrare in contatto con gli alimenti, l’ 22, comma 1, lettera c) della Legge di delegazione europea 2019-2020 prescrive al Governo di consentire l’immissione nel mercato di prodotti monouso qualora questi siano realizzati in plastica biodegradabile o compostabile certificata conforme alla UNI EN 13432 e con percentuali crescenti di materia prima rinnovabile.

Tale disposizione, tuttavia, si pone in contrasto con quanto esplicitato nelle Linee Guida dal legislatore europeo. Infatti, nelle suddette Linee Guida della Commissione viene chiarito che:

«Sulla base del regolamento REACH e dei relativi orientamenti dell’ECHA, i polimeri prodotti mediante un processo di fermentazione industriale non sono considerati polimeri naturali in quanto la polimerizzazione non ha avuto luogo in natura. Pertanto, i polimeri risultanti dalla biosintesi attraverso processi di coltivazione e fermentazione di origine antropica in contesti industriali, ad esempio i poliidrossialcanoati (PHA), non sono considerati polimeri naturali in quanto non sono il risultato di un processo di polimerizzazione che ha avuto luogo in natura. In generale, se un polimero è ottenuto mediante un processo industriale e lo stesso tipo di polimero esiste in natura, il polimero fabbricato non può essere considerato un polimero naturale

Da ciò si desume che le restrizioni e le altre prescrizioni contenute nella Direttiva 904/2019 debbano applicarsi non solo alle plastiche originate da fonti fossili, ma altresì alle plastiche realizzate a partire dalle biomasse. Detto in altri termini, contrariamente a quanto previsto dall’art. 22 della Legge 53/2021, le plastiche biodegradabili e compostabili non sono, a livello europeo, escluse dalla definizione di plastica di cui all’articolo 3, paragrafo 1, della Direttiva SUP [6].

A tal proposito, è necessario segnalare che, qualora il legislatore nazionale operasse, attraverso il decreto legislativo di recepimento, scelte diverse da quelle adottate a livello comunitario, la Commissione Europea potrebbe avviare nei confronti del nostro Paese una procedura di infrazione.

d) Conformemente a quanto disposto dall’ 10 della Direttiva SUP, il Governo italiano dovrà adottare misure volte ad informare e sensibilizzare i consumatori e ad incentivarli ad assumere comportamenti responsabili, al fine di ridurre la dispersione e l’abbandono dei rifiuti derivanti dai prodotti in plastica contemplati dalla Parte G dell’Allegato alla Direttiva (Prodotti di plastica monouso di cui all’articolo 10 sulle misure di sensibilizzazione).

Inoltre, dovranno essere previsti interventi volti a ridurre la dispersione dei rifiuti derivanti dal rilascio di palloncini (di cui al punto 8) della summenzionata Parte G dell’Allegato), ad esclusione di quelli per uso industriale o altri usi/applicazioni professionali che non sono distribuiti ai consumatori.

e) Conformemente con quanto previsto dall’ 14 della Direttiva 904/2019, dovranno altresì essere introdotte sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive in caso di violazione delle disposizioni nazionali attuative della Direttiva SUP.

f) Infine, il Governo sarà tenuto ad abrogare l’art. 226-quater del Dlgs. 152/2006 (Plastiche monouso) in quanto – con il recepimento della Direttiva 904/2019 – si avrà una normativa più specifica e puntuale sul tema.

Piacenza, 26 luglio 2021

Note:

[1] Il disegno di legge di delegazione europea, con l’indicazione dell’anno di riferimento, deve essere presentato dal Governo entro il 28 febbraio di ogni anno. È, inoltre, prevista la possibilità di un secondo disegno di legge di delegazione europea (“secondo semestre”) da adottare, se necessario, entro il 31 luglio di ogni anno, nonché la possibilità dell’adozione da parte del Governo, di appositi disegni di legge per l’attuazione di singoli atti normativi dell’Unione Europea, in casi di particolare importanza politica, economica e sociale.

[2] Legge 24 dicembre 2012, n. 234, Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione Europea, pubblicata in G.U. n. 3 del 4 gennaio 2013 ed entrata in vigore il 19 gennaio 2013.

[3] Art. 18 Direttiva 2019/904UE: “La presente direttiva entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea [12 giugno 2019]”.

[4] Commission guidelines in single-use plastic products in accordance with Directive (EU) 2019/904 of the European Parliament and of the Council of 5 June 2019 on the reduction of the impact of certain plastic products on the environment, C (2021) 3762 final.

[5] Tali esempi, peraltro, non devono considerarsi esaustivi, posto che servono soltanto a fornire un’illustrazione su come interpretare talune definizioni e i requisiti pertinenti alla Direttiva nel contesto degli specifici prodotti di plastica monouso. Come chiarito nelle stesse Linee Guida, infatti, «il contenuto [delle Linee Guida], compresi gli esempi, rispecchia il punto di vista della Commissione Europea e, in quanto tale, non è giuridicamente vincolante. L’interpretazione vincolante della legislazione dell’UE è di esclusiva competenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea».

[6] A tal proposito, si segnala che il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani interrogato dal Senato sul tema ha annunciato di aver avviato sul punto una serie di interlocuzioni con la Commissione Europea. Il Ministro ha affermato che: “[..] Con riferimento alle plastiche biodegradabili e compostabili, in un’ottica di transizione verso la gestione circolare della plastica, le stesse dovrebbero essere considerate come alternative sostenibili alle plastiche standard.”.

Fonte: Federica Martini per Tuttoambiente.it

Riciclo di rifiuti ingombranti, a Genova Amiu prepara un mercatino online

Un market place per il riciclo dei rifiuti ingombranti. Si tratta del progetto Efficacity che Amiu sta mettendo a punto, insieme a diversi partner, con un budget di due milioni di euro per metà finanziati da Regione Liguria con fondi europei. Con 6 partner (Algowatt, Camelot,  Gter, Circle, Colouree, Flairbit) Amiu sta mettendo a punto il software che permetterà ai cittadini di fotografare il rifiuto da dare via e immetterlo nel mercato virtuale: da lì, potrà prendere la via del riuso, e Amiu non interverrà, oppure del riciclo, con i canali di ritiro dell’azienda dei rifiuti.  

Il software è in via di elaborazione, il progetto dovrebbe partire all’inizio del 2022 per una durata, sperimentale, di 18 mesi. 

“La Regione ha investito un milione di euro in questa iniziativa in cui crediamo – ha detto l’assessore allo Sviluppo economico, Andrea Benveduti – I nostri nonni prima di dismettere un oggetto ci pensavano a lungo: lo portavano in campagna, lo passavano a un vicino. Oggi si butta via tutto appena si rompe e non si aggiusta più nulla”. PUBBLICITÀIl presidente di AMIU, Pietro Pongiglione, osserva: “Questo progetto è un esempio di prevenzione e collaborazione specie per gli ingombranti che sono più difficili da smaltire, ma anche più semplici da rielaborare dal punto di vista delle potenzialità. Poi c’è la collaborazione, tra pubblico e privato. Infine, l’aspetto ecologico che precorre i tempi della transizione ecologica”. 

Tiziana Merlino, direttrice operativa: “Un anno fa abbiamo fatto il primo brain storming sul progetto e siamo stati in qualche modo precursori della transizione ecologica, non è solo un riciclo ma, anche, un riuso”. 

Fonte: il Secolo XIX

Qual’è l’impatto sul clima dell’incenerimento rifiuti? lo studio di Zero Waste Scotland

In piena lotta ai cambiamenti climatici e in epoca di decarbonizzazione e di lotta alle emissione climalteranti, qual è l’impatto sul climate change dell’incenerimento dei rifiuti?

Zero Waste Scotland ha predisposto uno studio che quantifica gli impatti sui cambiamenti climatici della combustione dei rifiuti urbani residui negli impianti Energy from Waste (EfW) in Scozia nel 2018. Misura gli impatti sul cambiamento climatico in due modi: intensità di carbonio ed emissioni di gas serra.

Lo studio ha anche considerato l’intensità di carbonio come un approccio standard per confrontare gli impatti sul cambiamento climatico delle diverse tecnologie di generazione dell’energia. In questo studio, l’intensità di carbonio degli impianti EfW viene confrontata con la media della rete nazionale del Regno Unito.

Il rapporto mostra come la Scozia avrebbe potuto ridurre gli impatti di carbonio dei rifiuti residui nel 2018.

Lo studio ha considerato le emissioni di gas serra utilizzando un approccio di Life Cycle Assessment. Sono stati confrontati gli impatti di carbonio dell’invio di una tonnellata di rifiuti urbani residui all’EfW o alla discarica.

Download ‘Climate change impacts of burning municipal waste in Scotland’ report.

Trattativa Italia-EU sulla direttiva SUP: nuova nota EU

Riceviamo e pubblichiamo una nuova nota inviata dalla Commissione Europea alla redazione di Eco dalle Città, in merito alle interlocuzioni intercorse tra Bruxelles e il governo italiano per l’entrata in vigore della direttiva Sup. In particolare si parla di un’eventuale procedura d’infrazione da parte dell’Italia per il suo recepimento parzialmente in contraddizione con la norma e si chairisce ancora meglio questo passaggio: “[…] la Commissione prevede di sviluppare nel 2022 un quadro politico sull’uso della plastica biodegradabile o compostabile, basato su una valutazione delle applicazioni in cui tale uso può essere vantaggioso per l’ambiente, e dei criteri per tali applicazioni”.

Ecco la nota della Commissione:

•      Per quanto riguarda il recepimento del diritto dell’UE, la Commissione monitora assieme agli Stati membri e, se uno Stato membro non rispetta la legislazione dell’UE, verranno seguite le normali procedure (che alla fine possono portare a violazioni, ma che iniziano con un dialogo con il paese). Non ci sono disposizioni speciali per la Direttiva SUP;

•      La Commissione ha annunciato un quadro politico per la plastica a base biologica, biodegradabile e compostabile, nel suo piano d’azione per l’economia circolare 2020 come azione di follow-up della strategia dell’UE sulla plastica. Ulteriori decisioni si baseranno su una valutazione dell’attuazione della direttiva in cui la progettazione per la compostabilità o la biodegradabilità in ambiente aperto può essere vantaggiosa per l’ambiente e dei criteri per tali applicazioni. Nel complesso, è importante sottolineare che in un’economia circolare il riutilizzo deve essere prioritario rispetto all’uso singolo, ed è anche su questo che la Commissione si concentrerà nella sua definizione delle politiche nei prossimi anni;

•      Il lavoro sull’applicazione e sui criteri per le plastiche compostabili e biodegradabili è iniziato già nel 2019 in collaborazione con tutte le parti interessate, tra cui European Bioplastics e Assobioplastiche. Per quanto riguarda le plastiche biodegradabili, un importante contributo è venuto dal Gruppo dei consulenti scientifici della Commissione che ha emesso un parere nel 2020 su “Biodegradabilità delle materie plastiche in ambiente aperto”. Di seguito le principali raccomandazioni formulate dagli esperti alla Commissione (e il link al parere New scientific opinion on the Biodegradability of Plastics in the Open Environment | European Commission (europa.eu):

o   Adottare una definizione di biodegradabilità come proprietà di sistema che tenga conto delle proprietà dei materiali e delle condizioni ambientali specifiche,

o   Limitare l’uso della plastica biodegradabile nell’ambiente aperto ad applicazioni specifiche per le quali la riduzione, il riutilizzo e il riciclaggio non sono fattibili:

§  Dare priorità alla riduzione, al riutilizzo e al riciclaggio della plastica prima di considerare la biodegradazione,

§  Limitare l’uso di plastica biodegradabile nell’ambiente aperto ad applicazioni specifiche in cui la raccolta dall’ambiente aperto non è fattibile,

§  Non considerare la plastica biodegradabile come una soluzione per la gestione inappropriata dei rifiuti o l’abbandono dei rifiuti,

o   Supportare lo sviluppo di test coerenti e standard di certificazione per la biodegradazione della plastica in ambiente aperto,

o   Promuovere la fornitura di informazioni accurate sulle proprietà, l’uso e lo smaltimento appropriati e le limitazioni della plastica biodegradabile;

•      Per quanto riguarda la plastica compostabile, il lavoro continua nel quadro della revisione della direttiva sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio, ancora una volta, in collaborazione con tutte le parti interessate;

•      Per quanto riguarda il quadro politico, la Commissione adotterà entro il secondo trimestre del 2022 una comunicazione che mirerà a fare chiarezza, tra l’altro, sulle definizioni (ad esempio, la plastica biodegradabile si biodegrada in uno specifico ambiente ricevente, la plastica compostabile si biodegrada solo in impianti di compostaggio (per lo più industriali), ecc.), su possibili applicazioni e sui criteri per tali applicazioni (come indicato sopra).

Fonte Eco dalle Città

Direttiva SUP e produzione. La Case History di Haval

A pochi giorni dal recepimento definitivo della Direttiva SUP, il dibattito italiano si polarizza, come spesso accade, fra ambiente e economia, come se non fosse possibile una soluzione che mantenga le performances economiche delle aziende garantendo la tutela ambientale.

A smentire questa impostazione novecentesca, incapace di comprendere come sia necessario modificare i paradigmi produttivi novecenteschi per garantirsi un futuro sul mercato (e per garantire un futuro vivibile), arriva dall’Olanda una interessante Case History. A raccontarla un progetto Interreg “Transform-CE” sulle buone pratiche relative ai modelli di business basati sull’economia circolare.

Haval è un’azienda a conduzione familiare che produce articoli monouso e imballaggi per alimenti (come posate di plastica, piatti, bicchieri da yogurt, ecc.). Attualmente, producono prodotti in grandi volumi al minor costo possibile. A causa della recente introduzione della direttiva sulla plastica monouso (SUP), che entrerà in vigore il 3 luglio 2021, quasi tutti i loro prodotti saranno vietati. Quindi, Haval sta attualmente subendo una transizione dai prodotti monouso alle alternative riutilizzabili (sotto il nome di Circulware). Invece di cercare facili soluzioni per aggirare le regole (usando altri materiali), Haval ha deciso di adottare un approccio completamente diverso, passando dai prodotti monouso a quelli multiuso. Recentemente hanno creato una linea di prodotti specifica chiamata ‘Circulware’, creata appositamente per eventi e festival, tra cui vassoi riutilizzabili per il cibo e vassoi per le patatine. Inoltre, Haval sta attivamente ricercando l’uso della filigrana, che potrebbe (in futuro) permettere di separare i prodotti alimentari da quelli non alimentari, e permettere di separare i prodotti più piccoli.

Questo comporta molti cambiamenti nel modello di business, dalla consegna diretta ai consumatori all’implementazione della logistica inversa e all’estensione della loro gamma di prodotti.

Leggi il rapporto completo: https://www.nweurope.eu/media/14010/case-study-report-haval-good-practice-of-circular-economy-business-models.pdf

Sestri Levante verso Zero Waste: il centro del riuso

Come noto la gerarchia europea dei rifiuti pone ai primi posti la riduzione e, subito a ruota il riuso. Passaggi troppo spesso sottovalutati e dimenticati dalle amministrazioni locali, che si concentrano esclusivamente sulla raccolta e sulla preparazione al riciclo. Ci sono però realtà che sul riuso investono molto, nel rispetto della filosofia “Verso rifiuti Zero”. Una di queste è senza dubbio Sestri Levante, che da qualche anno ha implementato un Mercato del Riuso molto frequentato. Un esempio di successo, una case history da approfondire. Lo facciamo con l’Ing. Annalisa Fresia, dirigente del settore Ambiente del Comune di Sestri Levante.

In una Regione che ancor oggi fatica a raggiungere gli obiettivi di legge per la raccolta differenziata ed in una Provincia che fatica forse più della Regione essendo al 54%, Sestri Levante è un’eccellenza assoluta per performance ambientali. Com’è organizzato il servizio di raccolta a Sestri?

Il 2015 è stato un anno di svolta, a partire da allora c’è stato un cambiamento importante: la giunta decise di passare dal servizio stradale al servizio integrato di porta a porta. Siamo stati da subito colpiti dalla risposta immediata dei cittadini: il servizio è stato avviato nel febbraio 2015, già nel marzo 2015 abbiamo ottenuto risultati ampiamente soddisfacenti, andando oltre al 70%. Una risposta immediata che è rimasta invariata negli anni, grazie alla volontà dei cittadini, al buon servizio offerto dal gestore ed alla costanza dell’amministrazione, che non ha mai fatto un passo indietro, nonostante con il porta a porta non si accontentino tutti. Ad accrescere il valore di quanto realizzato in questi anni è il fatto che siamo un Comune turistico, che vede un aumento molto significativo delle presenze sul territorio (e conseguentemente dei rifiuti prodotti e delle utenze da servire) durante il periodo estivo.
Il lavoro fatto è senza dubbio apprezzato: siamo il primo Comune oltre i 15.000 abitanti premiato da Legambiente come Comune Riciclone.

Da letteratura, il passo successivo per ottenere un ulteriore incremento della RD e una maggiore equità della tariffazione, sarebbe quello della tariffazione puntuale. Cosa sta facendo il Comune di Sestri in questa direzione?

C’è sicuramente la volontà dell’amministrazione di approfondire il tema, nell’ambito della strategia Rifiuti Zero a cui il Comune di Sestri ha aderito.
Nell’ambito del Progetto Clima, progetto europeo con partner libanesi e tunisini sull’economia circolare e in particolare sulla migliore gestione del rifiuto organico, il Comune di Sestri, oltre a portare le sue buone pratiche a servizio del progetto, sta facendo una misurazione puntuale dei flussi per poter fare una simulazione realistica della tariffazione puntuale. La simulazione, di cui è stata incaricata ESPER, è uno strumento che verrà fornito all’amministrazione perché possa fare le dovute valutazioni in merito.

Uno dei pilastri della strategia “Verso rifiuti zero” e della strategia europea di gestione rifiuti è il Riuso.
Sestri Levante si è dotata da tempo di un “Centro del Riuso” che sta dando risultato particolarmente incoraggianti…

Il centro del riuso è stata una proposta dell’appaltatore nell’ambito dell’offerta economicamente vantaggiosa, che ben si è sposata con la filosofia d’azione dell’amministrazione e con volontà di riqualificare l’area dell’ex mattatoio. I lavori sono stati conclusi, grazie anche ad un finanziamento della Regione Liguria, nel febbraio 2017, mese in cui si è inaugurata. L’area dell’ex-mattatoio vede al suo interno un Centro di Raccolta Comunale, e il Centro del Riuso.
Da subito c’è stata una buona risposta da parte dei cittadini, ma non solo. Chiunque, quindi non solo gli iscritti a ruolo TARI del Comune, può andare a ritirare gratuitamente gli oggetti, mentre solo gli iscritti possono conferire gli oggetti presso il centro. Vengono registrate le persone che conferiscono e quelle che ritirano. Abbiamo una banca dati che ci permette di analizzare i flussi in entrata ed in uscita.

È molto apprezzato anche la valenza sociale del mercato del riuso: la possibilità per persone con ridotta capacità di acquisto di recuperare gratuitamente oggetti che trovano nuovo utilizzo nell’ottica dell’economia circolare. Anche i nostri servizi sociali sono coinvolti nel servizio e apprezzano come persone con particolari necessità possano trovare mobilio o oggetti per bambini.

Quali sono i numeri del Mercato del Riuso?
Numeri particolarmente lusinghieri. I numeri dei 2018 parlano di quasi 11.400 utenti che hanno prelevato un oggetto, con un quantitativo di merci tolte alla discarica, di quasi 90.950 Kg . Per il 2019 oltre 14.000 utenti e un quantitativo di merci recuperate di quasi 139.000 kg. Per il 2020 nonostante le chiusure di aprile e maggio e le restrizioni Covid imposte per gli accessi, si sono comunque registrati oltre 4.500 accessi e si sono recuperate oltre 35.000 Kg di beni.
Sono numeri importanti, che fanno una certa impressione se si pensa che Sestri ha 18.500 abitanti…

Dunque un grande successo. Criticità?

Sicuramente quella degli spazi: il forte afflusso ci ha obbligati a dividere gli orari per l’accesso al centro di raccolta e quelli al centro del riuso. Da una parte il personale non aveva le forze di gestire contemporaneamente le due realtà, dall’altra gli spazi fisici non sarebbero stati sufficienti. Al momento gli oggetti più ingombranti non vengono esposti per motivi di spazio, ma vengono fotografati ed esposti in una bacheca. Stiamo progettando un ampliamento del Mercato del Riuso proprio perché c’è necessità di ulteriori spazi.

Quali altre attività si sono svolte e si svolgono al Mercato del Riuso?

Fin dal giorno dell’inaugurazione abbiamo cercato di fare in modo che il Mercato del Riuso diventasse anche un centro culturale e sociale. Nell’inaugurazione abbiamo coinvolto l’associazione VivimBici, che poi ha organizzato dei corsi di manutenzione della bicicletta. Con Il Labter Centro di educazione Ambientale, abbiamo organizzato dei laboratori di recupero degli ombrelli, trasformati in borse della spesa; con Arciragazzi abbiamo costruito oggetti e giochi per bambini dalla plastica delle bottiglie.  Le attività si susseguono, almeno una volta all’anno in occasione del compleanno del Centro del Riuso, ad eccezione degli ultimi due anni per le note restrizioni Covid.

Quali i prossimi passi?

Nell’ambito del Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare della Città Metropolitana di Genova presentato al Ministero, ci siamo candidati con un progetto che prevede il completamento della ristrutturazione del mattatoio e la realizzazione di un polo socio ambientale. Nella parte ad oggi non ristrutturata il progetto prevede di avviare, attraverso un percorso partecipativo, un orto didattico, un centro unico di distribuzione alimentare con un piccolo market, un laboratorio artigianale legato al riutilizzo di utensili, mobilio e specialmente vestiti. Il progetto è ambizioso, ed ha visto una partecipazione integrata dei servizi comunali: Lavori Pubblici, Ambiente, Servizi Sociali.

Sarebbe un rafforzamento significativo di una esperienza di successo, che ha saputo anche convincere i più scettici. Basta pensare che alcuni cittadini residenti nella zona adiacente all’area dell’ex mattatoio, si erano mossi con una raccolta di firme prima dell’avvio dei lavori del mercato del riuso e centro di raccolta, temendo che questi portassero disordine e sporcizia, mentre oggi sono fra i sostenitori dell’esperienza. Abbiamo accolto le loro perplessità preventive e siamo andati loro incontro con una progettazione partecipata. Sono stati proprio loro a chiederci successivamente un mercato a km0, oggi attivo tutti i martedì mattina, già integrato nel nuovo progetto del polo socio ambientale. Oggi il carattere storico e fortemente legato all’economia circolare del luogo è valorizzato dalla presenza di attività legate alla sostenibilità ambientale che qui si collocano: il Centro del Riuso, il mercatino Km 0, i distributori pubblici dell’acqua e del latte, la stazione del bike sharing. Speriamo di ampliare questa bellissima esperienza.

Direttiva SUP: trattative in Europa

Nei giorni scorsi si è acceso il dibattito sul recepimento da parte dell’Italia della Direttiva Europea “Single Use Plastic” (SUP).
Il testo originale della direttiva Europea introduce limiti, vincoli e restrizioni per numerosi articoli usa e getta in plastica, con l’obiettivo di ridurne l’utilizzo e la dispersione in ambiente. Dieci tipologie – per le quali, secondo Bruxelles, esistono già oggi valide alternative – non potranno più essere messe in commercio a partire dal 3 luglio: bastoncini cotonati per la pulizia delle orecchie, piatti e posate (forchette, coltelli, cucchiai, bacchette), cannucce, mescolatori per bevande e aste per palloncini, i contenitori con o senza coperchio (tazze, vaschette con relative chiusure) in polistirene espanso (EPS) per consumo immediato o asporto di alimenti senza ulteriori preparazioni, nonché contenitori per bevande e tazze sempre in EPS. La Direttiva SUP introduce la responsabilità estesa del produttore per altri manufatti monouso, con accollamento dei relativi costi di raccolta e smaltimento – come nel caso dei filtri di sigarette e delle reti da pesca – e vengono fissati target di raccolta e riciclo più restrittivi per le bottiglie: 77% di quanto immesso al consumo entro il 2025 e 90% al 2029; inoltre, a partire dal 2025, le bottiglie in plastica dovranno contenere un minimo del 25% di materiale riciclato, valore che salirà al 30% nel 2030. Inoltre la direttiva Europea sottolinea come nei divieti siano comprese le plastiche biodegradabili (art. 11 “La plastica fabbricata con polimeri naturali modificati o con sostanze di partenza a base organica, fossili o sintetiche non è presente in natura e dovrebbe pertanto rientrare nell’ambito di applicazione della presente direttiva. La definizione adattata di plastica dovrebbe pertanto coprire gli articoli in gomma a base polimerica e la plastica a base organica e biodegradabile, a prescindere dal fatto che siano derivati da biomassa o destinati a biodegradarsi nel tempo. “)

Proprio l’inserimento delle bio-plastiche fra i divieti ha aperto il dibattito Italiano: il nostro Paese è estremamente all’avanguardia nello studio e nella realizzazione dei bio-polimeri, che rappresentano un settore in forte espansione: nel 2020, in Italia l’industria delle plastiche biodegradabili e compostabili è rappresentata da 278 aziende, suddivise in produttori di chimica e intermedi di base (4), produttori e distributori di granuli (21), operatori di prima trasformazione (193), operatori di seconda trasformazione (60), con 2.775 addetti dedicati, oltre 110.000 tonnellate di manufatti compostabili prodotti e un fatturato complessivo di 815 milioni di euro. A tutela del settore la direttiva Europea è stata recepita esentando dai divieti i manufatti in bioplastica biodegradabile e compostabile certificata. Su questo punto si è aperta la discussione che vede spaccato anche il fronte ambientalista: Legambiente a favore dell’esclusioe e GreenPeace contrario.

In questo momento risultano, in vista del recepimento definitivo (entro il 3 luglio), fitti contatti fra Governo Italiano e Comunità Europea, che dopo i primi pareri assolutamente contrari all’esenzione delle bio-plastiche, hanno aperto a nuove valutazioni. L’annuncio arriva dal Ministro Cingolani su Radio 24: “l’accordo è che si continueranno a rivedere le linee guida in funzione delle nuove soluzioni tecnologiche, ed è stato riconosciuto il fatto che, se ho un bicchiere di carta che è il 90% carta e il 10% plastica, non me lo pesano come tutto plastica, ma riconoscono che c’è solo il 10%”.

Valutazioni confermate dalla UE, che in una nota scrive “Nel contesto del nuovo piano d’azione per l’economia circolare, la Commissione prevede di sviluppare nel 2022 un quadro politico sull’uso della plastica biodegradabile o compostabile, basato su una valutazione delle applicazioni in cui tale uso può essere vantaggioso per l’ambiente, e dei criteri per tali applicazioni. Nel complesso, è importante sottolineare che in un’economia circolare il riutilizzo deve essere prioritario rispetto all’uso singolo, ed è anche su questo che la Commissione si concentrerà nella sua definizione delle politiche nei prossimi anni.” (SC)