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Ichnusa presenta il nuovo progetto Green per la Sardegna “Vuoto a buon rendere”

“Vuoto a buon rendere” è il nome del progetto con cui Ichnusa, storico marchio di birra sardo, rilancia il formato del vuoto a rendere sull’isola. Grazie a una nuova veste grafica, a una campagna di comunicazione su stampa e digital, e nuovi investimenti a potenziamento della capacità di confezionamento dello storico birrificio di Assemini, il marchio lancia un messaggio chiaro: il vuoto a rendere è il formato su cui investire.

In passato era consuetudine. Quella del vuoto a rendere è infatti una pratica antica, una vecchia usanza che consisteva nel lasciare un deposito di poche lire al negoziante e di riottenere la “cauzione” alla riconsegna delle bottiglie di vetro, una volta utilizzate. Che contenessero latte, birra, acqua o vino poco importava; la procedura era la stessa per qualsiasi prodotto.

A partire dagli anni ‘60 però, questa pratica virtuosa è andata a perdersi in Italia, dove le bottiglie riutilizzabili sono andate via via sostituite dal cosiddetto “vuoto a perdere”, ovvero usa-e-getta. In Sardegna, il vuoto a rendere tutt’oggi resiste e può quasi essere definita una tradizione locale: sull’isola rappresenta infatti una pratica consolidata e virtuosa, sopravvissuta nel tempo a mode e cambiamenti culturali, ma che è oggi messa a rischio da nuove abitudini di consumo.

Certo, anche in Sardegna il vuoto a rendere negli anni ha mutato forma. È diventata esclusiva del canale Ho.Re.Ca., ossia di bar e ristoranti, e la “cauzione” sul contenitore è divenuta onere del distributore di bevande, e non del consumatore finale. Nell’isola, ad esempio, ancora oggi gran parte delle acque minerali locali destinate alla ristorazione vengono commercializzate proprio col vuoto a rendere.

Una pratica che anche Ichnusa, la Birra di Sardegna, da sempre adopera. In questo modo, le bottiglie vengono riutilizzate anche per vent’anni; sono bottiglie che portano un peso speciale, quello del tempo che scorre. Le si riconosce dai segni che, orgogliosi come rughe su un volto, ne incorniciano il vetro e ne scandiscono il passare degli anni. Sono bottiglie che hanno una storia. Da oggi, con Ichnusa, queste bottiglie ci parlano e mandano un messaggio importante: quello del rispetto verso l’ambiente.

“RIUSO, RISPETTO, IMPEGNO”: IL MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Il vuoto a rendere, da oggi, si chiama a vuoto a buon rendere. Ichnusa lo scrive su tappo ed etichetta: è un messaggio chiaro ed esplicito, che stringe in un abbraccio l’impronta della Sardegna. Il tappo, che da rosso diventa verde, ha l’obiettivo di focalizzare l’attenzione del consumatore sul formato più sostenibile attualmente sul mercato.

In etichetta la dichiarazione del marchio, che sottolinea la volontà di investire sul formato: “vuoto a buon rendere, il nostro impegno per la Sardegna”.

Come attesta la CF 27/18 di Certiquality, col vuoto a buon rendere di Ichnusa si riducono di oltre 1/3 le emissioni di gas a effetto serra, e si ottiene una sostanziale riduzione di consumo energetico. I benefici ambientali connessi al “riuso” delle bottiglie in vetro sono pertanto molteplici, e cominciano da quelli legati alla produzione e al trasporto di vetro: il vuoto a rendere riduce il numero di bottiglie di vetro da portare in Sardegna, smaltire, differenziare e riportare sulla penisola. Senza dimenticare i benefici più tangibili ed evidenti per la comunità: ogni bottiglia restituita, è una bottiglia che non viene lasciata per strada, in spiaggia, in un parco.  Perché in fondo, come cita il claim stesso dell’etichetta, “ogni bottiglia restituita è il primo gesto di rispetto per la nostra isola”.

Riuso, impegno e rispetto. Sono queste le tre parole chiave riportate anche nel collarino. Tre parole che simboleggiano il circolo virtuoso che il vuoto a buon rendere rappresenta.

“Attraverso la nuova etichetta vogliamo trasmettere con chiarezza e semplicità il nostro messaggio – conclude Alfredo Pratolongo, Direttore Comunicazione e Affari Istituzionali di HEINEKEN Italia – e parlare in modo diretto ai consumatori, chiedendo loro di sostenere attivamente la pratica del vuoto a rendere come gesto d’amore per la Sardegna. Solo con la collaborazione di tutti è possibile innescare un circolo virtuoso che salvaguardi il territorio”.

Per amplificare il messaggio, il progetto sarà sostenuto da una campagna di comunicazione dedicata, con un piano stampa sui media locali e digital.

L’obiettivo della campagna è raccontare, attraverso il progetto Ichnusa per la Sardegna, la bottiglia vuoto a rendere.  Una bottiglia strumento e messaggio d’amore per la propria terra. Perché è con la Sardegna che da sempre Ichnusa si identifica ed è alla Sardegna che da sempre si dedica.

Un gesto semplice, come il riuso di una bottiglia, diventa un segno tangibile di rispetto per l’isola e dell’impegno che Ichnusa riserva alla salvaguardia della sua terra.

IL SOSTEGNO DELL’ISOLA: 9 SARDI SU 10 APPREZZANO L’INIZIATIVA DI ICHNUSA

I sardi promuovono l’impegno di Ichnusa. Secondo una ricerca DOXA, realizzata su un panel di 400 persone rappresentativo della popolazione dell’isola, il 65% dei sardi sa che il vuoto a rendere è una pratica virtuosa tipica della regione. Il 98% giudica in maniera positiva l’iniziativa che Ichnusa sta per prendere nel rilanciare questa pratica; e il 93,5% pensa di supportare fattivamente la campagna cercando e chiedendo, al bar o al ristorante, proprio l’Ichnusa tappo verde, perché ritiene giusto preservare l’ambiente e le bellezze della Sardegna.

ICHNUSA PER LA SARDEGNA: L’ACCORDO CON IL PARCO NAZIONALE DELL’ASINARA

Se il vuoto a rendere è per Ichnusa il primo gesto di rispetto per la Sardegna, l’azienda ha deciso di fare qualcosa di più per salvaguardare le bellezze dell’isola, dando vita al progetto “Ichnusa per la Sardegna”. Il viaggio della Birra di Sardegna comincia dall’Asinara, un piccolo angolo incontaminato di paradiso terrestre. Parco Nazionale apprezzato in tutta Europa, è una piccola isola a nord della Sardegna dall’anima fiera e ruvida, come Ichnusa. Nei prossimi mesi, di concerto con i tecnici dell’Ente Parco Nazionale dell’Asinara, verrà strutturato un piano di interventi con l’obiettivo di promuovere e preservare il delicato ecosistema dell’isola.

LA BIRRA CHE UNISCE: IL VUOTO A RENDERE COME MODALITA’ DI CONSUMO

Ichnusa è una birra che le mode non hanno contaminato negli anni e che rivendica orgogliosamente le proprie origini. La scelta di investire su un formato come quello del vuoto a rendere punta, non solo a preservare e rilanciare il formato più sostenibile, ma anche a celebrare uno dei valori intrinsechi della birra: la condivisione.

Il vuoto a rendere è infatti legato a una particolare modalità di consumo, tipica della Sardegna. Il suo formato più rappresentativo è la bottiglia da 66cl, sinonimo di condivisione e convivialità.

Le serate tra amici e quelle in famiglia. Occasioni speciali e quotidianità. La bottiglia da 66cl, creata e pensata appositamente per la condivisione, accompagna i momenti di unione di un popolo che, come quello sardo, con la birra ha un rapporto speciale.

“In Sardegna condividere una Ichnusa da 66cl è un rito che racconta tutto il piacere dello stare insieme –  continua Pratolongo – Attraverso il rilancio del vuoto a rendere, che ha nel 66cl il suo formato più rappresentativo, vogliamo celebrare anche questa precisa modalità di consumo, che incoraggia la condivisione: la birra come bevanda aggregante e momento partecipazione sociale. È da sempre un’abitudine diffusa sull’isola quella di offrire, a turno, un giro di birra stappando una Ichnusa da 0,66 cl e condividendola con gli amici. È questa modalità di consumo che vogliamo sostenere, per preservare i valori che la birra rappresenta in Sardegna, dove, da sempre, è un fortissimo legame tra le persone”.

GLI INVESTIMENTI: UNA NUOVA LINEA DI CONFEZIONAMENTO E NUOVE ASSUNZIONI

A dimostrazione dell’impegno che Ichnusa prende nel rilancio del vuoto a rendere, l’azienda investe sul birrificio di Assemini dove, da oltre 50 anni, viene interamente prodotta la Birra di Sardegna. Sono già iniziati i lavori e, con l’inizio del 2019, verrà inaugurata una linea di confezionamento dedicata al formato del vuoto a rendere.

“Questo importante investimento sulla nuova linea rappresenta per il Birrificio di Assemini non solo un’ulteriore tappa nel percorso di crescita intrapreso, ma anche un’opportunità – spiega Matteo Borocci, Direttore del Birrificio di Assemini – Il reparto del confezionamento rappresenta, nel nostro birrificio, il reparto con il più alto numero di operatori. L’investimento con la nuova linea per rilanciare il vuoto a rendere favorirà nuove assunzioni, registrando un incremento tra il 10 e 15% dell’intera forza lavoro del birrificio.”

La nuova bottiglia continuerà a essere prodotta nei tre formati storici: lo 0,20, lo 0,33 e lo 0,66 cl.

A renderla ancora più distintiva, il tappo verde con su scritto “Vuoto a buon rendere. Ichnusa per la Sardegna”.

“Il mercato oggi sta cambiando: se riusciamo a rilanciare il vuoto a rendere contribuiremo anche a salvaguardare questa meravigliosa isola che è la nostra casa.  Credo sia questo il messaggio più importante da lanciare”, conclude Borocci.

Fonte: SassariNotizie

SAVE THE DATE – 23/06/18: Santeramo verso Rifiuti Zero e progetto “Vuoto a Rendere”

Sabato 23 giugno a Santeramo in Colle si terrà il convegno “Santeramo verso la strategia Rifiuti Zero e progetto ‘Vuoto a Rendere'”.
Parteciperanno Rossano Ercolini, presidente Zero Waste Italy, Attilio Tornavacca, Direttore Generale ESPER, Fabrizio Baldassarre, Sindaco di Santeramo in Colle e Maria Anna Labarile, Assessore all’Ambiente.

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Santeramo in Colle: “Abbiamo ampliato la sperimentazione ministeriale”

Santeramo in Colle: “Abbiamo ampliato la sperimentazione ministeriale”

Mentre la sperimentazione nazionale sul vuoto a rendere si avvia verso un ineluttabile fallimento, c’è chi sul vuoto a rendere punta forte. È il Comune di Santeramo in Colle, in provincia di Bari. In occasione del passaggio alla raccolta porta a porta previsto nel capitolato per il nuovo servizio di raccolta e gestione rifiuti, l’Amministrazione ha presentato alla Regione Puglia un progetto sul tema della riduzione dei rifiuti nell’ambito dell’Accordo di programma quadro “Ambiente” dell’AGER. Il progetto, sviluppato con il supporto tecnico di ESPER, mette in campo diverse azioni finalizzate alla riduzione dei rifiuti, mettendo al centro di tutto una promozione spinta del servizio di vuoto a rendere sia per quel che riguarda i commercianti, sia per quel che riguarda i cittadini, instaurando una competizione che vedrà premiati i più virtuosi. Ne parliamo con Maria Anna Labarile, assessore all’Ambiente e vicesindaco di Santeramo.

Abbiamo preso spunto dal Collegato Ambientale del 2015, che poi ha dato vita alla Sperimentazione Ministeriale attualmente in corso. Una norma che si inserisce perfettamente nel sistema di priorità di gestione dei rifiuti stabilito dalla direttiva Europea 98/2008/Ce nell’ottica della prevenzione della produzione dei rifiuti.  Sulla scorta di queste considerazioni abbiamo deciso di presentare alla Regione Puglia un progetto che puntasse a questi obiettivi”.

Perché incentrare il progetto proprio sul VAR?
Perché è un’azione sicuramente vincente, dal punto di vista economico e dal punto di vista ambientale. E poi perché è un po’ tornare a pratiche già note, in atto fino a qualche anno fa. Le attività erano abituate al vuoto a rendere. Essendo una prassi fresca nella memoria dei cittadini e degli esercenti, è sicuramente più facile da attuare e spiegare”.

Rispetto alla norma nazionale, Santeramo ha scelto di coinvolgere anche i cittadini nel proprio progetto. A cosa è dovuta questa scelta?

Insieme ai tecnici di ESPER che ci hanno supportato nello sviluppo e redazione del progetto si è pensato di allargare l’iniziativa perché una cittadinanza attenta e informata è il motore di qualsiasi iniziativa. Soprattutto in questo caso, in cui può essere di supporto anche alla parte relativa alle utenze commerciali. Senza il coinvolgimento della cittadinanza il progetto sarebbe zoppo.”

Il progetto di Santeramo nasce in parallelo con la sperimentazione ministeriale sul vuoto a rendere. Qual è la vostra valutazione dell’azione ministeriale?

Il successo di una iniziativa dipende anche da quanto la stessa viene incentivata e comunicata correttamente. Purtroppo la mia esperienza in Santeramo dice che molte attività sono dubbiose rispetto al ritorno al VAR perché lo ritengono poco vantaggioso economicamente rispetto al monouso. È lì che bisogna intervenire: cercare di rendere appetibile il cambiamento. E lo si può fare solo attraverso una idonea comunicazione ed anche attraverso incentivi economici. Possibilmente non lasciando gravare l’intero fardello sulle spalle dei Comuni. Il decreto prevede la possibilità che il Comune possa fare uno sconto sulla Tari a chi aderisce alla sperimentazione. Ma i Comuni non hanno le risorse per farlo. Abbiamo comunque adottato l’impianto della sperimentazione ministeriale sia sui materiali raccolti che sui soggetti coinvolti (utenze commerciali e distributori). Ma abbiamo voluto ampliare al coinvolgimento di altre parti, in primis i cittadini ed inserire delle premialità per i più virtuosi. Inoltre abbiamo inserito altre iniziative volte alla riduzione dei rifiuti come le Eco-feste, i ristoranti “No Waste” e alcune azioni di prevenzione sulle mense scolastiche.”

 

Per raggiungere gli obiettivi di raccolta e riciclo annunciati dall’industria delle bevande il deposito su cauzione è una strada obbligata

Anche le multinazionali guardano con interesse al vuoto a rendere

Intervista a Silvia Ricci, Responsabile Campagne Associazione Comuni Virtuosi

L’Associazione Comuni Virtuosi (ACV) da qualche anno si è espressa a favore dei sistemi di deposito su cauzione così come adottati all’estero…

L’ACV si è espressa a favore del Deposito su cauzione per i contenitori di bevande perché le oltre 40 esperienze di sistemi di cauzionamento diffuse nel mondo (a livello nazionale o locale) hanno dimostrato che non esiste un altro sistema in cui tutti gli attori abbiano dei vantaggi, in grado di ottenere gli stessi risultati e che si ripaghi da solo. Il deposito su cauzione è uno degli schemi possibili, probabilmente il più efficace per garantire il ritorno degli imballaggi a fine vita in nuovi cicli economici. Inoltre contribuisce al contenimento dei costi della raccolta differenziata (per i Comuni è un costo rimborsato parzialmente dal sistema Conai: meno rifiuti da imballaggio da gestire, meno spese per la comunità); diminuisce la quantità di contenitori di bevande abbandonate nell’ambiente; diminuisce la quantità di contenitori inviati  ad incenerimento o in discarica e con essa i costi sanitari conseguenti all’inquinamento dell’aria, dei suoli e delle acque causato dai due sistemi di smaltimento.

In Italia e non solo gli oppositori dei sistemi affermano che i sistemi sono costosi e che tali costi si riflettono sulle comunità. E’ vero?

Assolutamente no. Chi conosce come funziona il cauzionamento ha ben chiaro che il sistema non costa nulla all’utente finale che riceve indietro l’importo della cauzione pagato acquistando la bevanda. Le notizie che arrivano da sistemi di cauzionamento maturi come quello tedesco e quello norvegese confermano che il sistema si ripaga da sé, grazie anche alle quantità di materiale pulito e di valore che tornano ad alimentare l’industria dell’imballaggio. La grande distribuzione che gestisce la raccolta dei vuoti e rimborsi, non solo non ci perde, ma ottiene al netto delle spese, un piccolo guadagno per ogni vuoto gestito (derivante dai proventi della vendita degli imballaggi ai riciclatori e da un compenso per il servizio svolto). Una fonte aggiuntiva di entrate che si investe per fare funzionare il sistema arriva dal contributo pagato dai produttori per la modesta percentuale dei contenitori che non vengono restituiti. Pertanto le comunità, al contrario, ci guadagnano perché, essendo la raccolta differenziata dei contenitori di bevande gestita e finanziata dai produttori e non a carico delle municipalità, le bollette dei rifiuti diventano più leggere per i cittadini.

Esiste un pregiudizio rispetto al sistema da parte di amministratori nazionali e locali. Il principale timore è che la perdita della parte di imballaggi di maggior valore possa ridurre le entrate derivanti dalla RD ai Comuni senza abbassare determinati costi fissi, poiché regolati da contratti a scadenza decennale tra comuni e gestori dei servizi di raccolta differenziata. Per rispondere a questi timori la Piattaforma multi-stakeholder Reloop[1] per la promozione dell’economia circolare ha realizzato  uno studio comparativo (in progress) che ha analizzato oltre 25 diversi sistemi di cauzionamento evidenziando l’entità dei risparmi che si è verificata per gli enti locali in tutti i casi trattati[2].

Quali sono gli ultimi esiti relativi all’ adozione del sistema in Europa?

L’ultimo paese è stato la piccola Lituania dove il sistema è partito nel 2016 su iniziativa della stessa industria che ha trovato economicamente più conveniente organizzare e finanziare un proprio sistema che pagare ai Comuni i costi di raccolta differenziata dei contenitori di bevande.  La consegna dei vuoti (plastica, vetro, lattine) avviene in Lituania attraverso postazioni automatizzate posizionate per lo più nei supermercati. L’importo della cauzione di 10 cent viene restituito agli utenti sotto forma di buono scontabile sulla spesa.

I risultati comunicati dopo un anno a fine 2017 sono stati salutati come superiori alle aspettative. Infatti la percentuale di intercettazione è passata del 34% delle bottiglie in PET ad una media del 91.9% (83% per il vetro e il 93% per le  lattine)[3]

I grandi brand dell’industria del beverage hanno annunciato obiettivi sfidanti come contribuire a raccogliere entro il 2025 una quantità di contenitori pari all’immesso e di aumentare la percentuale di materia post consumo come faranno?

Le ultime direttive europee e la strategia sulla plastica, nonché fenomeni come il marine litter e avvenimenti come la chiusura delle frontiere cinesi agli scarti delle economie più sviluppate, hanno spinto le aziende a mostrare il loro ” lato verde”, o presunto tale.  La Coca Cola dichiara di voler collaborare con altri stakeholder per il raggiungimento “dell’intercettazione totale” mentre annuncia un raddoppio dal 25% circa al 50% del contenuto di materia riciclata. Altre marche come Evian di Nestlè ambiscono al 100%. Per raggiungere entrambi gli obiettivi le multinazionali sanno benissimo che non hanno altra scelta rispetto all’appoggiare i sistemi di cauzionamento. Purtroppo, domina ancora una certa schizofrenia in aziende come la Coca Cola che in alcuni paesi come il Regno Unito decidono di appoggiare l’annunciato deposito su cauzione e poi fanno di tutto per rimandarlo in altri come in Olanda. Tuttavia il cammino del cauzionamento è inarrestabile. Soprattutto in Europa dove i produttori dovranno coprire almeno l’80% dei costi di avvio a riciclo dei propri imballaggi entro il 2025. L’industria pare si stia attivando a valutare la fattibilità di un cauzionamento in paesi come Cecoslovacchia, Malta, Francia, ecc.

[1] https://reloopplatform.eu/

[2] Imballaggi : il riciclo per la plastica (e altri materiali) da solo non basta https://comunivirtuosi.org/imballaggi-riciclo-solo-non-basta-plastica-altri-materiali/

[3]  https://www.openaccessgovernment.org/recycling-lithuania-deposit-system-exceeds-all-expectations/45003/

Vuoto a rendere: una sperimentazione sbagliata non può fermare il processo

Stefano Ciafani, Presidente Nazionale di Legambiente: “Scarsa applicazione da parte del Ministero e boicottaggio da parte dei produttori di bevande. La sperimentazione fallirà, ma il vuoto a rendere va ripreso e ristabilito: è un tassello imprescindibile di un piano più generale per la riduzione dei rifiuti

Di Attilio Tornavacca, direttore generale ESPER e Sergio Capelli, tecnico ESPER

Oltre i confini Italiani è prassi ormai da anni: in Germania, Danimarca, Estonia, Finlandia, Croazia, Norvegia, Svezia, Svizzera, Ungheria e Repubblica Ceca, non solo il vuoto a rendere è obbligatorio, ma tutti gli esercizi che vendono una determinata bevanda sono costretti ad accettarne i vuoti, anche se la specifica bottiglia non è stata acquistata nel loro negozio. Si tratta di quel Nord Europa virtuoso che altro non ha fatto che implementare ed eventualmente migliorare e sistematizzare pratiche che in Italia conoscevamo molto bene fino alla metà degli anni ’80, quando la filosofia del “Usa e getta” ha preso il sopravvento.

La declinazione più comune del vuoto a rendere è quella tedesca, gestita direttamente dai produttori (in Germania il costo della raccolta differenziata degli imballaggi è completamente e direttamente in carico ai produttori), in cui sono i consumatori a pagare una cauzione che viene loro resa solo in caso di restituzione della bottiglia. Gli imballi così raccolti se riutilizzabili vengono indirizzati alla catena del riuso, se riciclabili a quella del riciclo, con un incremento della raccolta differenziata e un decremento sensibile della produzione di rifiuti. A breve anche la Gran Bretagna, uno dei maggiori consumatori di plastica monouso metterà in campo un sistema di vuoto a rendere, ma di 13 miliardi di bottiglie di plastica all’anno e più di 3 miliardi non vengono riciclati[1]. Il governo scozzese ha già annunciato l’avvio di un sistema di vuoto a rendere e anche in Galles il governo autonomo ha dichiarato di voler contribuire a realizzare un sistema esteso a tutto il Regno Unito. In totale sono una quarantina i Paesi nel mondo, compresi 21 Stati Usa, che hanno implementato una qualche forma di vuoto a rendere per le bottiglie di plastica e vetro.

In Italia il vuoto a rendere è tornato nell’agenda politica grazie all’impegno dell’Onorevole Stefano Vignaroli che ha portato all’approvazione di una specifica norma integrata nel Collegato Ambientale del 2015 (12/2015 art. 219). A distanza di quasi due anni il Ministero dell’Ambiente pubblica il decreto attuativo (DL 3 luglio 2017, n. 142[2]) in cui identifica una sperimentazione che lascia perplessi ambientalisti e addetti ai lavori. Due le principali ragioni di perplessità: la prima è che la sperimentazione è su base squisitamente volontaria (il Ministero dell’Ambiente non ha previsto alcuna premialità economica che possa incentivare lo sviluppo del sistema); la seconda è che la sperimentazione coinvolge solo produttori, distributori ed esercenti (vendita al dettaglio), escludendo completamente i consumatori, ovvero i cittadini. Pecche sottolineate da Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente: “È fondamentale coinvolgere tutti gli attori della filiera, nessuno si deve sentire escluso, ed è necessario instaurare una premialità economica che riguardi anche il cittadino, il consumatore finale, oggi è completamente tagliato fuori dalla sperimentazione. Così come è stata pensata, la sperimentazione non può funzionare”. Ma le modalità scelte per la sperimentazione non sono gli unici ostacoli al buon funzionamento della stessa: “Se il collegato ambientale, ovvero la legge da cui la sperimentazione prende il via è positivo – continua Ciafani – il decreto ministeriale che ne dà attuazione è stato un gran pasticcio, a partire da una campagna comunicativa pressoché inesistente. L’informazione agli operatori per promuovere questa sperimentazione è stato un fallimento totale. Il ministero dell’Ambiente non ci ha minimamente lavorato. Tanto è vero che i risultati della sperimentazione saranno assolutamente negativi”. Risultati che saranno monitorati da una commissione, che certificherà un risultato negativo: a quattro mesi dalla data d’inizio (febbraio 2018) solo 20 aziende risultano registrate al registro degli aderenti alla sperimentazione[3]. “Questa sperimentazione va presa per quello che è – ribadisce Ciafani – la sperimentazione è stata negativa per come l’ha gestita il Ministero dell’Ambiente. Anzi per come non l’ha gestita. Credo che sia necessario tornare a lavorare sul tema, che l’inizio della nuova legislatura sia l’occasione giusta per cambiare il decreto ministeriale dove è necessario”.

Ma i problemi non sono solo legati alla cattiva organizzazione dell’iniziativa: il vuoto a rendere si deve scontrare con interessi economici enormi, che portano ad incontrare ostacoli non da poco. Dall’approvazione del Collegato Ambientale al decreto attuativo sono passati due anni, tempi larghissimi. “C’è stato un forte ostracismo da parte dei produttori di bevande – conclude il Presidente di Legambiente –  È stata un’operazione dalla gestazione lunga e sofferta. Il ministero dell’Ambiente non ha mostrato coraggio e si è deciso di seguire una strada che non è quella corretta. Il vuoto a rendere va ripreso e ristabilito: è un tassello imprescindibile di un piano più generale per la riduzione dei rifiuti. Non è l’unica leva: serve la tariffazione puntuale, serve un’applicazione reale del principio “chi inquina paga” che permetta una tassazione maggiore sugli imballaggi meno riciclabili, serve un lavoro per contrastare, e perché no bandire, l’utilizzo di alcuni prodotti usa e getta. Si possono implementare una serie di azioni volte a contenere la produzione di rifiuti. È un mosaico con molte tessere. Una di queste tessere, imprescindibile, è il vuoto a rendere”.

Alcuni dati

Ma un’attuazione corretta del vuoto a rendere cosa comporterebbe?

Innanzitutto un risparmio economico considerevole: il prezzo di una bottiglia riutilizzata per 20 volte sarebbe pari a 0.007€ a fronte dei 0.069€ del monouso. Unendo i costi del refill, si arriva ad un risparmio di quasi 15 volte

 

 

Prezzo medio di una bottiglia in PET in Europa (riutilizzabile VS Monouso)[4]
     riutilizzabile riempito 2 volte  riutilizzabile riempito 20 volte
  costo del contenitore costo del contenitore a riempimento costo del contenitore a riempimento
Bottiglia usa e getta 0,069 0,069 0,069
Bottiglia riutilizzabile 0,133 0,067 0,007
Risparmio ottenuto scegliento il riutilizzabile -0,064 0,003 0,062

 

Impatto delle tasse sul prezzo di una bottiglia in PET da 500ml in Europa (€)4
  Prezzo del contenitore a rempimento Tasse sul riempimento Prezzo totale a riempimento
Bottiglia monouso 0,069 0,11 0,179
Bottiglia riutilizzabile riempita 20 volte 0,007 0,006 0,012
Risparmio ottenuto scegliendo il riutilizzabile   0,167
Quanto il riutilizzabile è più conveniente del monouso    

1470%

 

 

La Germania è senza dubbio una nazione che ha fatto del vuoto a rendere un suo tratto distintivo. Quasi il 90% (88% nel 2009) delle bottiglie di birra rientrano nel circuito del cauzionamento, con una percentuale su tutte le bottiglie immesse al consumo superiore al 50%. Se quest’ultima percentuale arrivasse al 100% il risparmio in termini ambientali si stima elevatissimo: si eviterebbero oltre 1.250.000 tonnellate di gas climalteranti.[5]

Non solo: in caso di cancellazione del vuoto a rendere la Germania perderebbe circa 57.000 posti di lavoro. Posti di lavoro che crescerebbero di 27.000 unità a fronte di un sistema di vuoto a rendere che raggiunga il 100%.

 

 

[1] Fonte: Green Report “In Gran Bretagna presto vuoto a rendere e deposito per bottiglie di plastica e lattine”

[2] http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-09-25&atto.codiceRedazionale=17G00154&elenco30giorni=true

[3] Fonte: la Repubblica “Vuoto a rendere, quel tesoro che l’Italia butta via”

[4] Fonte: Gianni Silvestrini, Kyoto Club – http://www.qualenergia.it/sites/default/files/articolo-doc/Silvestrini_Convegno_KC_5-marzo-2012.pdf

[5] Fonte: Ifeu/GDB (2008)

Perché l’Italia rischia di perdere il vuoto a rendere

In Germania funziona da anni. Ora lo vara Londra. Ma da noi non decolla il compenso in denaro a chi restituisce lattine e bottiglie in alluminio, plastica e vetro. Perché la norma del 2017 scontenta tutti

La speranza di un ritorno al passato per ora è vuota. Come i depositi di bottiglie di ristoranti ed esercenti. Perché se negli anni Ottanta l’Italia faceva scuola con il vuoto a rendere, per ora il BelPaese che prova a riusare e rigenerare è rimasto al palo rispetto al resto d’Europa.
Anche in Inghilterra il governo ha appena deciso di investire nel vuoto a rendere, con l’obiettivo di spingere i britannici che consumano 13miliardi di bottiglie di plastica a imparare a restituire i contenitori di qualsiasi materiale in cambio della restituzione di una cauzione. In Germania, dove da più di 10 anni il sistema funziona, il riciclo è intorno al 97%, cifra simile a quella dei paesi Scandinavi. Obbligo per gli esercenti e macchinette che pagano a suon di bottiglie inserite.
E noi? Nella lotta ai rifiuti, con la plastica che devasta mari e campagne, l’Italia dal 10 ottobre scorso, grazie a un decreto, ha rilanciato l’idea di compensare con qualche centesimo di euro(da 5 a 30 cent) chi riporta i contenitori di vetro e plastica usati. Un progetto però privo di struttura, con troppi oneri per bar o ristoranti costretti ad attrezzarsi con depositi e magazzini, e che infatti non funziona.
Un anno di sperimentazione su base “volontaria”, gli esercizi che lo applicano garantiti da una “etichetta green” (ma che nessuno sa com’è fatta), perfino un registro di “esercenti, distributori e produttori di bevande” dove iscriversi sul sito del ministero. Cinque mesi dopo il via l’iniziativa zoppica vistosamente: nel registro sono iscritte appena 20 aziende e, secondo la Fipe, federazione dei pubblici esercizi Confcommercio, tranne poche eccezioni il piano ha costi di gestione troppo elevati.
«La norma era ottima, ma è stata boicottata dal mondo delle imprese e il ministero dell’Ambiente non ha fatto nulla per fermare il boicottaggio» dice invece Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, secondo cui per le industrie di bevande e packaging il riuso non genera ricavi. «Il ministero non l’ha mai promossa davvero: nessuna campagna informativa e la famosa etichetta green nemmeno sappiamo come è fatta». Insomma ci si sarebbe mossi “all’italiana”, con il risultato di una scarsa adesione. «L’inversione di tendenza», continua Ciafani, «sarà possibile solo se il nuovo governo farà un decreto serio puntando sull’economia circolare: i consumatori che riportano indietro il vuoto vanno premiati economicamente».
Per Corepla, consorzio nazionale raccolta, riciclo e recupero degli imballaggi in plastica, il tentativo italiano porta benefici solo alla grande distribuzione. «Per organizzare un vuoto a rendere che funzioni non basta un progetto improvvisato» dice il presidente Antonello Ciotti. «Alla Germania questo è costato un investimento di 2 miliardi di euro, da noi è su base “volontaria”… Il sistema varato in Italia va studiato meglio perché così com’è penalizza i piccoli esercenti e i cittadini».
Con pochi benefici (economici) e troppi costi di gestione la normativa è un boomerang per chi deve promuoverla. «Nella ristorazione, su acque minerali e birra, qualcosa si è mosso, ma nei bar, che rappresentano il 90% della vendita di bevande, quasi nessuno si è organizzato con i depositi perché ci si perde e basta: pensi cosa vuol dire attrezzarsi per un magazzino, i costi per il personale, per l’igiene» dice Aldo Mario Cursano, vice presidente Fipe. «Fino all’invasione della plastica ci basavamo sulla rigenerazione, dal bicchiere alle tovaglie. Poi sono arrivati i fast-food, i take away e il monouso: allora l’impatto ambientale è diventato accessorio. Così oggi chi fa il riuso spende, chi usa e getta invece ci risparmia. Un fast food in 10-15 mq paga 300 euro di nettezza urbana, io che ho un ristorante con deposito per vuoto a rendere ne pago 13.200 euro. O diamo incentivi per sgravare chi recupera i rifiuti, o hai voglia a cambiare a suon di 0,5 centesimi restituiti».

Fonte: Giacomo Talignani per la Repubblica

Rifiuti, torna il vuoto a rendere su cauzione (per birra o acqua minerale)

Al via una fase sperimentale di un anno su base volontaria: ecco come funziona

È stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale di ieri (con un’entrata in vigore del provvedimento a partire dal 10 ottobre) il regolamento del ministero dell’Ambiente sul vuoto a rendere: si tratta di una misura presentata nel “Collegato ambientale” approvato nel dicembre 2015, rivolta «alla prevenzione dei rifiuti di imballaggio monouso attraverso l’introduzione, su base volontaria per un anno, di un sistema di restituzione di bottiglie riutilizzabili» contenenti «birra o acqua minerale».

Ovvero, quei bar, ristorante, alberghi o altri punti di consumo che lo vorranno, potranno riutilizzare gli imballaggi – bottiglie in vetro, plastica o altri materiali – oltre dieci volte prima che questi diventino scarti. Il regolamento pone paletti restrittivi: si parla di contenitori per birre e acqua con un volume compreso tra gli 0,20 e gli 1,5 litri, per un meccanismo che si basa sul sistema del deposito cauzionale (tra gli 0,05 e i 0,3 euro a imballaggio). «Al  momento  dell’acquisto dell’imballaggio pieno – si legge nel testo in Gazzetta – l’utente versa una  cauzione  con  diritto  di ripetizione   della   stessa   al    momento    della    restituzione dell’imballaggio  usato».

Lo scopo? Per il ministro Gian Luca Galletti «un Paese proiettato nell’economia circolare come l’Itali non può che guardare con interesse a una pratica come il vuoto a rendere, già diffusa con successo in altri Paesi. Questo decreto dà una possibilità a consumatori e imprese di scoprire una buona pratica che aiuta l’ambiente, produce meno rifiuti e fa risparmiare soldi».

Una pratica che viene oggi in realtà re-introdotta, essendo il vuoto a rendere ben noto a quegli italiani che ne hanno fatto esperienza nei decenni passati, quando era pratica diffusa anche in Italia. Pratica da tempo abbandonata, e che dovrà confrontarsi con un contesto ben diverso: come andrà ad amalgamarsi il vuoto a rendere con il mutato contesto culturale, con il sistema dei Consorzi Conai per la gestione dei rifiuti da imballaggio, con le filiere del riciclo attive nel Paese?

La risposta non è scontata, ed è per questo che il decreto introduce anche un sistema di monitoraggio per «valutare la fattibilità tecnico-economica e ambientale del sistema del vuoto a rendere, al fine di stabilire se la pratica sia da confermare, ed eventualmente, estendere ad altri tipi di prodotto e ad altre tipologie di consumo al termine del periodo di sperimentazione». Il 10 ottobre 2018, quando sarà scaduto questa prima fase sperimentale di un anno su base volontaria, ne sapremo di più: nel mentre gli esercenti aderenti all’iniziativa potranno esporre un simbolo all’ingresso dei propri locali per avvertire i clienti della novità.

Fonte: GreenReport