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Impianti “a freddo” per la gestione rifiuti? Ecco come funziona un Tmb, spiegato dall’Ispra

A fronte di una dotazione impiantistica nazionale per la gestione rifiuti che soffre gravi lacune e una profonda disomogeneità territoriale nella collocazione degli impianti, carsicamente tra le soluzioni proposte spunta quella degli impianti “a freddo”: un termine nato in evidente contrapposizione ai termovalorizzatori, dove i rifiuti bruciano per produrre energia, ma che non individua in un modo univoco una singola categoria d’impianti (men che meno alternativi ai termovalorizzatori).

I generici richiami agli impianti “a freddo” contribuiscono così ad alimentare il già abbondante tasso di confusione quando si parla di economia circolare ma, per provare a restringere il campo d’analisi, è ragionevole affermare che quando si parla di impianti “a freddo” ci si riferisce generalmente a degli impianti di trattamento meccanico-biologico (Tmb) o altre piattaforme di selezione rifiuti più o meno evolute.

Per provare a fare chiarezza, è dunque utile richiamare lo stato dell’arte di questi impianti intermedi per la gestione rifiuti fornita dall’Ispra nel suo ultimo rapporto sulla gestione dei rifiuti urbani in Italia.

Nel 2018, ultimo anno con dati aggiornati disponibili, nel nostro Paese sono stati avviati al trattamento meccanico biologico aerobico (Tmb), in 131 impianti dislocati sul territorio nazionale, un quantitativo di rifiuti pari a 10,6 milioni di tonnellate: per l’86% si tratta di rifiuti urbani indifferenziati (oltre 9,1 milioni di tonnellate), cui seguono per il 9,7% (circa 1 milione di tonnellate) da rifiuti derivanti dal trattamento dei rifiuti urbani, per il 2,4% (quasi 250 mila tonnellate) da frazioni merceologiche di rifiuti urbani (carta, plastica, metalli, legno, vetro e frazioni organiche da raccolta differenziata) e, infine per l’1,9% (198 mila tonnellate) da rifiuti speciali provenienti da comparti industriali (settore conciario, agro industria, lavorazione del legno) e dal trattamento di altri rifiuti, appartenenti al sub-capitolo dell’elenco europeo 1912.

Complessivamente, al nord sono trattati nei Tmb 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti, al centro 3,1 milioni di tonnellate, al sud 5,1 milioni di tonnellate. Questo per quanto riguarda i rifiuti in ingresso: che cosa succede poi? In uscita dal Tmb ci sono nuovi rifiuti/materiali prodotti dal trattamento meccanico biologico, che devono essere avviati ad altri impianti per essere gestiti. Quali? Lo spiega sempre l’Ispra.

I rifiuti/materiali prodotti dagli impianti di trattamento meccanico biologico, nell’anno 2018, sono pari complessivamente ad oltre 9,4 milioni di tonnellate.

L’analisi condotta da Ispra mostra che il 53,4% del totale dei rifiuti prodotti, corrispondente a poco più di 5 milioni di tonnellate, viene smaltito in discarica. Si tratta, principalmente, di frazione secca (quasi 3,3 milioni di tonnellate) e frazione organica non compostata (circa 1,2 milioni di tonnellate). Ad impianti di incenerimento con recupero di energia sono avviati circa 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti (25,2% del totale prodotto), costituiti, principalmente, da frazione secca (circa 1,2 milioni di tonnellate) e da CSS (circa 923 mila tonnellate). Al coincenerimento presso impianti produttivi (cementifici, produzione energia elettrica e lavorazione legno) sono avviati 398 mila tonnellate di rifiuti, ovvero il 4,2% del totale prodotto, costituiti da CSS (298 mila tonnellate) e da frazione secca (quasi 85 mila tonnellate). L’8,2%, pari a oltre 775 mila tonnellate, è, invece, destinato a ulteriore trattamento, ovvero a processi di biostabilizzazione, produzione e raffinazione di CSS e trattamento preliminare che interessano prevalentemente la frazione secca (423 mila tonnellate), la frazione umida (214 mila tonnellate) e la frazione organica non compostata (circa 72 mila tonnellate). Infine, la quantità di materia riciclata è pari a circa 100 mila tonnellate (1,1% del totale prodotto).

Fonte: GreenReport