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Spreco alimentare: un dramma ambientale italiano

Nel nostro paese ciascun cittadino ogni giorno spreca alimenti per una media di 960 Kilo Calorie, circa un terzo del fabbisogno quotidiano di un adulto. Un valore altissimo e preoccupante, che supera quello già elevato a livello mondiale

Lo spreco di cibo continua ad essere un problema drammatico su scala globale ma anche e soprattutto in Italia, dove ciascun cittadino ogni giorno spreca alimenti per una media di 960 Kilo Calorie, che sono circa un terzo del fabbisogno quotidiano di un adulto. Un valore altissimo e preoccupante, che supera quello già elevato a livello mondiale, secondo cui ciascun abitante della terra butta via in media 660 Kcal ogni giorno: lo spreco alimentare è un dramma in primo luogo ambientale, e lo conferma il fatto che nel 2016 ha prodotto emissioni di gas serra per oltre il 7% di quelle globali.

Sono dati contenuti nel primo rapporto tecnico realizzato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sull’argomento, secondo cui lo spreco nel nostro paese, se misurato in termini energetici è “stimabile intorno al 60% della produzione iniziale”. Questo significa, come spiega uno dei curatori, Lorenzo Ciccarese, che il dato lievita se si prende in considerazione anche la fase di produzione degli alimenti e non solo, come fatto quasi sempre finora, il momento in cui cibi scaduti o non consumati vengono gettati via da mercati e ristoranti. Secondo l’esperto, spesso “non vengono prodotti alimenti che rispondano realmente ai bisogni dei cittadini”, che a loro volta hanno perso “contatto con la stagionalità”, ad esempio per frutta e verdura, e trovano normale avere nei supermercati le arance d’estate o i pomodori d’inverno, senza considerare “l’aggravio in termini di emissioni creato dal trasporto di questi prodotti per migliaia di chilometri”.

C’è poi un problema legato alla “standardizzazione dei prodotti”, che devono avere sempre le dimensioni imposte dal mercato industriale, altrimenti vengono inevitabilmente scartati già in fase di produzione e abbandonati nei campi. È il caso di cavolfiori, angurie, carciofi e uva che dopo la prima raccolta producono altri esemplari più piccoli, che gli stessi agricoltori non raccolgono quasi mai: il fuori taglia è poi un problema grosso per quanto riguarda il pesce, che spesso viene ributtato in mare, quindi sprecato, quando non corrisponde alle dimensioni (presunte) volute dal consumatore.

Infatti il report ISPRA parla di un aumento degli sprechi tra produzione e fornitura del 48% tra 2007 e 2011, mentre l’inefficienza degli allevamenti animali causa il 55% dello spreco globale, che in Italia arriva fino al 62%. Abbiamo un poi un problema di “sovralimentazione in fortissimo aumento”, del 144% in appena 4 anni, anche questo uno spreco, oltretutto fonte “di malattie e disordini fisiologici, visto che mangiamo troppo e abbiamo indici di obesità tra i più alti al mondo”.

Per Ciccarese molto dipende dalla meccanizzazione dell’agricoltura, che ha richiesto un miglioramento genetico “tutto basato sulla contemporaneità della maturazione e fioritura”, e ha come conseguenza l’esclusione dal mercato degli ecotipi locali e quindi la riduzione della diversità genetica, che “rende la popolazione più vulnerabile”.

A rischio è addirittura la capacità di rigenerazione dei nostri territori, a causa di quello che i tecnici chiamano “deficit di biocapacità”: attualmente in Italia abbiamo una biocapacità ancora all’80% ma in ribasso, visto che in 30 anni si sono persi milioni di ettari di superficie agricola, passando da 15 a 12 milioni.

Le risposte negli ultimi anni stanno arrivando con l’impegno delle istituzioni preposte alle politiche ambientali, come conferma la Sottosegretaria all’Ambiente, Barbara Degani, che ricorda come il Ministero dell’Ambiente sia “da tempo impegnato su questo fronte”, in particolare favorendo e sostenendo coloro che lavorano concretamente per la riduzione dello spreco, come accade “col progetto Reduce, finanziato dal 2010 dal MATTM con l’impegno di partner come l’Università di Bologna”.

Il progetto ha un blog molto dettagliato dove si spiega anche ai cittadini cosa fare per evitare il più possibile di consumare inutilmente risorse alimentari, e si propone in particolare di migliorare la conoscenza sugli sprechi, specie quelli legati alla ristorazione e al consumo domestico, integrare con misure di prevenzione i Piani Regionali sui rifiuti e i bandi di gara per la ristorazione collettiva, e “sensibilizzare ed educare i consumatori” su queste tematiche, promuovendo comportamenti antispreco e le condivisione delle buone pratiche già diffuse in Italia e fuori.

Fonte: La Stampa

ISPRA: in Italia lo spreco di cibo è pari a 960 Kcalorie al giorno pro capite

Presentato il Rapporto “Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali”, un primo studio sulle cause e le connessioni più rilevanti tra spreco alimentare e altre tematiche connesse, quali il consumo di suolo, di acqua, di energia e di altre risorse, il degrado dell’integrità biologica, i cambiamenti climatici, l’alterazione dei cicli dell’azoto e del fosforo, la sicurezza e la sovranità alimentare, la bioeconomia circolare.

Come avevamo preannunciato in occasione dell’articolo dedicato allo spreco di cibo del 6 novembre, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha presentato oggi 16 novembre 2017 il Rapporto “Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali“, un primo studio sulle cause e le connessioni più rilevanti tra spreco alimentare e altre tematiche connesse, quali il consumo di suolo, di acqua, di energia e di altre risorse, il degrado dell’integrità biologica, i cambiamenti climatici, l’alterazione dei cicli dell’azoto e del fosforo, la sicurezza e la sovranità alimentare, la bioeconomia circolare.

Nel mondo, secondo la FAO, nel 2007 un terzo della massa dei prodotti alimentari (un quarto se espressi energia) è sprecato (1.6 miliardi di tonnellate, circa 660 kcal/pro-capite/giorno, per un valore di circa 700 miliardi di euro), dalla produzione al consumo. Lo spreco alimentare genera effetti socio-economici e ambientali molto significativi. Allo spreco alimentare sono associate emissioni di gas-serra per circa 3,3 miliardi di tonnellate(Gt) di CO2, pari a oltre il 7% delle emissioni totali (nel 2016 pari a 51.9 miliardi di tonnellate di CO2). Se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe al terzo posto dopo Cina e USA nella classifica degli Stati emettitori.

In Italia, come nel resto del mondo, lo spreco alimentare è stato per lungo tempo ampiamente sottostimato, poco indagato e documentato. Negli ultimi anni sta guadagnando l’attenzione in diversi ambiti, anche per via della crisi economica e il cambiamento globale incluso quello climatico, considerato come uno dei principali problemi ambientali e socio-economici che l’umanità si trova ad affrontare.

Tra le priorità ONU per lo sviluppo sostenibile c’è il dimezzamento (in energia alimentare pro capite) entro il 2030 degli sprechi globali in vendita al dettaglio e consumo e (genericamente) la riduzione di perdite in produzione e fornitura. In Italia, tra i pochi Paesi UE, è stata approvata una delle prime leggi per contrastare il fenomeno (Legge 166/2016).
Lo studio dell’ISPRA ritiene che lo spreco alimentare in Italia, se misurato in termini energetici, sia stimabile intorno al 60% della produzione iniziale.

La riduzione dello spreco alimentare a scala globale contribuirebbe in maniera decisiva a tagliare le emissioni di gas serra e raggiungere gli obiettivi di breve e lungo termine dell’Accordo di Parigi, limitando alcuni degli impatti dei cambiamenti climatici, tra cui gli eventi estremi come alluvioni e prolungati periodi di siccità e l’innalzamento del livello del mare.

Il Rapporto fornisce dati e informazioni sull’impronta ecologica dello spreco. Esso incide sul deficit di biocapacità (ossia la capacità potenziale di erogazione di servizi naturali) per più del 58% globalmente, del 30% nell’area del Mediterraneo e del 18% in Italia, dove da solo impiega più del 50% della biocapacità del Paese. I suoi effetti ambientali sono associati soprattutto alle fasi iniziali della catena di produzione agroalimentare.

Dopo quasi mezzo secolo dalla cosiddetta “Rivoluzione Verde“, che ha pure avuto il merito di incrementare la produttività agricola, è sempre più evidente che i sistemi alimentari – soprattutto quando hanno assunto forme d’insostenibilità e intensificazione – sono stati una delle cause scatenanti dell’alterazione dei processi climatici, dei cicli dell’azoto e del fosforo, della perdita dell’integrità biologica, della riduzione della disponibilità di acqua, del consumo di suolo fertile.

Il Rapporto ISPRA contiene, inoltre, dati sugli effetti ambientali. La tendenza globale dal 2007 al 2011 indicherebbe un notevole aumento di sprechi tra produzione e fornitura (+48%), una sovralimentazione in fortissimo aumento (+144%) e uno spreco in consumo e vendita al dettaglio che diminuisce del 23%. Del 44% di spreco globale, il 24% è causato da inefficienza di allevamenti animali, pari al 55% degli sprechi totali, in Europa arriva a toccare il 73% degli sprechi e in Italia il 62%; l’inefficienza di conversione di input edibili in derivati animali è nel mondo circa il 64%, in Europa e Italia circa il 77%.

Nel mondo la sovralimentazione media rappresenta il 10% del consumo e arriva al 14% in Europa, al 16% in Italia. Mediamente agli aumenti del fabbisogno alimentare si risponde con eccessi crescenti di forniture, consumi e ancor più raccolti, generando aumenti esponenziali di spreco. Al contrario con la riduzione di produzione e forniture calano anche gli sprechi.

Nel fabbisogno alimentare, l’Italia continua a perdere terreno: il tasso di auto-approvvigionamento (rapporto percentuale tra la produzione interna e il fabbisogno alimentare nazionale) è sceso all’80%, soprattutto in conseguenza dell’esodo rurale e dell’abbandono agricolo. L’Italia è, infatti, al 1° posto in Europa per abbandono rurale agricolo: la Superficie agricola utilizzata (SAU) è diminuita negli ultimi trent’anni del 22%.

Gli studi, le analisi sullo spreco alimentare sono relativamente recenti e la documentazione e i dati sono ancora parziali e limitati e fanno emergere notevoli diversità di approcci concettuali e metodologici, che portano inevitabilmente a stime diverse. È necessario quindi uno sforzo di approfondimento, di documentazione e di armonizzazione (a partire dalla stessa definizione di spreco alimentare). Il rapporto dell’ISPRA lo definisce come la parte di produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali e le capacità ecologiche ed include nello spreco elementi edibili basilari ma poco considerati, come sprechi per “non rese” produttive e perdite prima dei raccolti, sovralimentazione nel consumo, perdita nutrizionale, perdite nette di prodotti usati in allevamenti, usi industriali ed energetici, sprechi di acqua potabile.

I dati del Rapporto ISPRA indicano approssimativamente che per evitare di abusare delle capacità biologiche sia necessario ridurre gli sprechi su tutta la filiera produttiva per almeno un terzo degli attuali nel mondo, di un quarto in ItaliaNei sistemi alimentari locali, ecologici, solidali e provenienti da piccole aziendelo spreco è mediamente 8 volte inferiore a quello delle imprese agricole di grandi dimensioni. È quindi necessario incentivarne la diffusione come principale misura di prevenzione dello spreco.

Fonte: Regioni&Ambiente

Ridurre, riciclare, recuperare: il progetto REFED sullo spreco di cibo negli Usa

Adesso che qualche “pezzo da Novanta” – multinazionali, Nazioni Unite, ecc –  vedono la questione della lotta allo spreco di cibo come un imperativo umanitario, finanziario e ambientale, resta da pensare a come agire.

Dopo tutto, lo spreco di cibo investe tutta la catena alimentare, dai raccolti lasciati nei campi a marcire, al cibo rovinato durante il trasporto, alle selezioni per motivi estetici prima di essere collocato sugli scaffali dei supermercati, fino agli scarti effettuati sulle tavole dei ristoranti e delle famiglie.

Negli USA questo comporta un turnover di denaro sprecato che ammonta a 165 miliardi di dollari: a tanto equivale il cibo prodotto e gettato via in questo paese ogni anno, secondo una ricerca intitolata “Rethink Food Waste through Economics and Data” (Ripensare allo spreco di cibo da un’ottica economica e con dati alla mano) condotta da Deloitte consulting, Mission Point Capital Partner, aziende di investimento e Closed Loop Fund.

Rethink Food Waste through Economics and Data — REFED — è una ricerca che ha individuato tre aree nelle quali gli investimenti nella logistica e nelle infrastrutture  potrebbero dare un grosso aiuto nel tagliare gli sprechi. “Gli obiettivi di REFED sono di creare un percorso preciso per la lotta allo spreco di cibo negli Stati Uniti attraverso la riduzione, il riciclo e il recupero del cibo che altrimenti andrebbe sprecato” ha dichiarato Sarah Vared, coordinatrice del progetto.

Sodexo, che si descrive come una compagnia che punta a “migliorare la qualità della vita” fornendo una serie di servizi legati alla ristorazione e alla gestione del cibo a 32mila clienti in tutto il mondo, si è impegnata nella riduzione dello spreco di cibo. In anni recenti ha condiviso questa politica lavorando con l’EPA (Environmental Protection Agency – Agenzia per la protezione ambientale) e la “Recovery Challenge” per il recupero degli alimenti. Adesso Sodexo vede emergere il bisogno collettivo di risolvere i problemi globali legati allo spreco alimentare. “Ci sono diversi motivi per dire che è arrivato il momento di focalizzarsi su questa questione”, ha dichiarato Christy Cook, direttore della divisione di Sodexo legata alla sostenibilità. “A livello mondiale, dicono le Nazioni Unite, vengono sprecati 750 miliardi di cibo e 940 miliardi di attività economica, mentre milioni di persone sulla Terra continuano ad avere fame”.

Il progetto Rethink ha già fornito una serie di dati utili, reperibili sul suo sito web. Il valore in dollari del cibo gettato ogni anno negli USA ammonta a 165 miliardi di dollari. Il cibo sprecato è responsabile del 25 per cento di tutta l’acqua utilizzata negli Stati Uniti. Se anche soltanto il 15 per cento dell’attuale spreco alimentare fosse recuperato e dato a chi ha fame, si potrebbero nutrire 25 milioni di persone.

La roadmap, l’itinerario che il gruppo REFED intente seguire parte da tre pietre miliari: ridurre, riciclare e recuperare. La prima implica ridurre la produzione elaborando una logistica più accurata, una pianificazione dettagliata e consegne espresse. La seconda riguarda l’area del riciclaggio degli sprechi e coinvolge tutti i nuclei familiari e tutte le attività di ristorazione. La terza coinvolge la fase successiva alla preparazione del cibo, quando gli alimenti cucinati non sono consumati ma possono comunque essere recuperati e salvati.

Sodexo lotta contro lo spreco di cibo con progetti ad hoc destinati alle mense dei campus universitarie coinvolgendo gli studenti di 134 college dotati di servizi di ristorazione. Gli studenti recuperano il cibo in eccesso delle caffetterie e preparano pasti alle persone bisognose delle comunità vicine, sviluppando un sistema logistico accurato. Altrove, aziende come Global Green di New York e Lean Path di Portland lavorano con ristoranti per mettere a punto un sistema di consegne del cibo prima che diventi rifiuto. Lee Path fornisce un software per individuare con rapidità e precisione i posti dove c’è spreco alimentare.

Global Green, un’azienda che nel tempo si è aggiudicata premi per il recupero di cibo e i suoi programmi di distribuzione di alimenti, ha calcolato che nell’ultimo anno recuperando gli avanzi di cibo dei ristoranti prima che venissero inviati in discarica sono state risparmiate un milione di tonnellate di gas dannosi per l’effetto serra.

REFED punta a individuare con esattezza il genere di investimento necessario negli USA per ridurre lo spreco di cibo. “Stiamo cercando le risorse necessarie” ha dichiarato Vared. “Abbiamo anche bisogno di investimenti governativi e di organizzazioni filantropiche”. Questo è uno di quei problemi che deve essere affrontato dal pubblico e dal privato, in maniera congiunta.

Per maggiori informazioni sul progetto REFED fare click qui.

Fonte: Eco dalle Città; Traduzione: Laura Tajoli

Regione Puglia, approvata legge contro gli sprechi alimentari. Mennea: ‘Un aiuto ai nuovi poveri’

“Finalmente diamo regole certe per la raccolta dei generi alimentari non più idonei alla commercializzazione o alla ristorazione e anche dei farmaci, ma ugualmente buoni e utili per una distribuzione alle famiglie o ai singoli. Creiamo una rete virtuosa che potrà dare un aiuto ai nuovi poveri, persone che a causa della disoccupazione o anche di una separazione familiare hanno difficoltà ad avere il necessario per vivere. In questo senso le politiche sociali del nostro Governo regionale trovano la loro più piena attuazione”.

Lo ha detto Ruggiero Mennea, consigliere regionale Pd e componente della quarta commissione, venerdì 5 maggio dopo l’approvazione all’unanimità in aula della legge su “Recupero e riutilizzo di eccedenze alimentari” della quale è primo firmatario (a sottoscriverla anche i colleghi Mazzarano, Blasi, Caracciolo. Lacarra, Pentassuglia, Campo, Abaterusso, Romano, Colonna, Pellegrino). La norma è in linea con quella nazionale, nota come ‘legge Gadda’, entrata in vigore lo scorso settembre.

La ‘legge Mennea’ propone, in sette articoli, forme di intervento per valorizzare l’attività di solidarietà e beneficenza svolta dai soggetti coinvolti, attraverso la raccolta e la redistribuzione dei generi alimentari non idonei alla commercializzazione ma commestibili per l’uomo o adatti all’alimentazione animale; dei pasti non serviti dagli esercizi di ristorazione autorizzati; delle eccedenze della giornata e anche dei prodotti agricoli non raccolti, che altrimenti verrebbero destinati alla distruzione; dei prodotti farmaceutici. Le eccedenze alimentari o agroalimentari e quelle di farmaci possono, così, essere destinate gratuitamente alle fasce fragili della società, ormai sempre più ampie, attraverso l’attività di raccolta di onlus, cooperative, organizzazioni ed associazioni caritative e di beneficienza. Non secondario sarà il ruolo del mondo agricolo accanto a quello della grande distribuzione.

Numerosi i soggetti attuatori (comuni, enti privati e pubblici, imprese produttrici, imprese di distribuzione, imprenditori agricoli e farmacie) impegnati tutti in una grande impresa di solidarietà coordinata da un tavolo regionale. L’attivazione degli interventi è sostenuta da una dotazione finanziaria di 600.000 euro. L’obiettivo è di recuperare la quota regionale dei circa 5,6 milioni di tonnellate su base nazionale di eccedenze alimentari tra settore primario, trasformazione, distribuzione, ristorazione e consumo che altrimenti verrebbero smaltite come rifiuti. Infatti un articolo aggiuntivo, su proposta del M5S, introduce la previsione per i Comuni di riduzioni tariffarie della tassa sui rifiuti per le attività di produzione e distribuzione di beni alimentari che compendino interventi per la riduzione degli sprechi alimentari.

Inoltre rientrano tra le risorse la distribuzione sul territorio, anche gli alimentari confiscati idonei al consumo umano o alimentare, come da emendamento proposto dal consigliere Cosimo Borraccino (Si). Prevista la promozione di iniziative di sensibilizzazione della popolazione e anche di un tavolo regionale (composto da Anci, associazioni del terzo settore, Città metropolitana e Province) per coordinare le iniziative previste dalla legge e quelli del pronto intervento sociale. Negli appalti per la ristorazione collettiva gestiti dalla Regione o da enti controllati verranno, inoltre, previsti criteri preferenziali in favore delle imprese che garantiscono il minor volume di sprechi alimentari e il loro recupero per l’alimentazione umana o animale.  “Questa legge – ha concluso – vuole rappresentare un gesto semplice che ha una forte valenza sociale, culturale, ambientale e umana. Ci auguriamo di trovare, per questo, la collaborazione di tutti”.

Fonte: Eco dalle Città

Coldiretti: ‘In Puglia sprecate 310mila tonnellate di cibo l’anno’

E’ lo yogurt scaduto l’alimento in cima alla top ten del cibo più buttato dalle famiglie pugliesi. E’ quanto emerge dalla studio elaborato da Coldiretti Puglia, in collaborazione con Campagna Amica e Istituto Pugliese per il Consumo, presentato in Consiglio regionale con il consigliere regionale Ruggiero Mennea, proponente del disegno di legge regionale contro gli sprechi alimentari. “Per 3 settimane, dal 13 al 31 marzo, un campione di 150 famiglie selezionate in tutta la regione dalle Associazioni dei consumatori dell’IPC – spiega il Direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – ha segnato sul ‘taccuino anti spreco’ quanto, quando e quale cibo finisce nella spazzatura. E’ risultato che i giorni in cui le famiglie buttano più cibo sono il lunedì ed il giovedì. Oltre al cibo cotto e buttato perché non consumato e ai prodotti scaduti, è emerso che gli alimenti più sprecati sono pasta, pane, salumi, verdure, frutta, pesce. In sintesi in 21 giorni sono stati buttati oltre 25 chili di cibo. I risultati dello studio serviranno ad orientare meglio i consumi e gli acquisti delle famiglie pugliesi e a sostenere i contenuti della proposta di legge regionale contro gli sprechi alimentari, presentata dal consigliere Mennea”.
Lo studio è stato effettuato nell’ambito delle attività “Usi e Consumi di Puglia” del programma PugliaInFormAlimentazione, promosso dal  Servizio Consumatori della Regione Puglia, dall’Istituto Pugliese per il Consumo e dal MISE.
In Puglia il cibo buttato sfiora – sottolinea Coldiretti Puglia – le 310mila tonnellate all’anno. Gli sprechi alimentari si rivelano per il 54 per cento al consumo, per il 21 per cento nella ristorazione, per il 15 per cento nella distribuzione commerciale, per l’8 per cento nell’agricoltura e per il 2 per cento nella trasformazione. La situazione è grave, basti pensare che ogni pugliese butta nella spazzatura durante l’anno fino a 76 chili di prodotti agroalimentari.
“E’ necessario far crescere la consapevolezza di tutti rispetto al consumo corretto degli alimenti in termini di qualità e quantità, semplificare i percorsi per assicurare le donazioni e per la prima volta riconoscere all’agricoltura un ruolo da protagonista, attraverso le donazioni dirette agli indigenti. Il mondo agricolo potrebbe svolgere uno straordinario ruolo di sussidierà e utilità sociale – aggiunge il Direttore Corsetti – recuperando e donando alle persone bisognose  prodotti  agricoli  e agroalimentari, ritirati dalla vendita per assenza di domanda, per eventuali danni provocati da eventi meteorologici o invenduti a causa di errori nella programmazione della produzione aziendale. La nostra grande rete delle fattorie e dei mercati a chilometro zero di Campagna Amica è già impegnata da anni nel contenimento degli sprechi, perché la vendita diretta contribuisce a ridurre le distanze ed i tempi di trasporto e garantisce maggiore freschezza e tempi più lunghi di conservazione degli alimenti”. Per Coldiretti Puglia si riuscirebbe così anche a limitare gli impatti negativi sull’ambiente grazie alla riduzione della produzione di rifiuti, informando e sensibilizzando i consumatori sul consumo consapevole di cibo, con particolare attenzione alle giovani generazioni.
Dal ritorno in cucina degli avanzi ad una maggiore attenzione alla data di scadenza, ma anche la richiesta della ‘agribag’ negli agriturismi di Campagna Amica e della doggy bag al ristorante e la spesa a chilometro zero nei Mercati di Campagna Amica che, tagliando le intermediazioni, consente di acquistare prodotti più freschi che durano di più, sono i consigli di Coldiretti Puglia per tagliare il quantitativo di cibo buttato.
Una soluzione contro gli sprechi alimentari va trovata proprio in cucina, da qui il progetto ‘buttiamoli….in padella’. Gli agrichef di Campagna Amica Carlo Barnaba (Tenuta Chianchizza – Monopoli), Maria Serena Minunni (Masseria Serena – Conversano) e Giuseppe Fanizzi (Masseria Fanizzi – Conversano) hanno proposto ricette utili per riutilizzare il cibo da buttare nei ‘piatti del giorno’, una ottima soluzione per non gettare nella spazzatura gli avanzi e mantenere vive tradizioni culinarie che hanno generato ricette simbolo della cultura enogastronomica pugliese.
Sul fronte dei prodotti scaduti, il latte scaduto si rivela un alleato prezioso contro le macchie più ostinate sui tessuti. Basta lavare i capi con acqua e sapone e tamponare la zona sporca con una spugna imbevuta di latte, riscaldandolo leggermente se avete a che fare con una macchia di vino. Anche le scarpe di vernice torneranno a splendere se pulite con un panno di lana imbevuto di latte.
Lo yogurt scaduto è perfetto per lucidare l’ottone, spalmandolo sulla superficie, lasciandolo agire per circa 10 minuti e rimuovendolo con una spugnetta umida. Lo yogurt scaduto può divenire, anche con l’aggiunta di alcune gocce d’olio, una crema di bellezza, ideale per donare elasticità alla pelle.

La top ten dei cibo buttato in Puglia
1.      Yogurt scaduto 2.      Latte scaduto 3.      Salumi 4.      Avanzi pasta 5.      Insalata 6.      Pane 7.      Arancia, limone 8.      Dado scaduto 9.      Pesce 10.  Patate*

Fonte: Coldiretti Puglia

 

Sprechi alimentari: nasce la legge Italiana. Incentivi a chi non spreca

Chi non butta via il cibo verrà premiato. È questo il principio alla base della lotta allo spreco alimentare che è diventata legge dello Stato. Dopo il primo sì della Camera a marzo scorso, in serata è arrivato il via libera definitivo del Senato con  181 sì, due no e 16 astenuti. “Con il voto di oggi, manteniamo una promessa. L’Italia si è dotata di una legge organica sul recupero delle eccedenze e sulla loro donazione per solidarietà sociale”, dice la deputata del Pd Maria Chiara Gadda, prima firmataria della legge.

“Questa norma – fa eco il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina – è una delle più belle e concrete eredità di Expo Milano 2015. È una traduzione in fatti dei principi della Carta di Milano. Un provvedimento che conferma l’Italia alla guida della lotta agli sprechi alimentari, che ancora oggi hanno proporzioni inaccettabili. Con questa legge ci avviciniamo sempre di più all’obiettivo di recuperare un milione di tonnellate di cibo e donarle a chi ne ha bisogno attraverso il lavoro insostituibile degli enti caritativi”.

I punti salienti della legge. Il provvedimento, che arriva a soli sei mesi di distanza rispetto a un’analoga legge francese, definisce per la prima volta nell’ordinamento italiano i termini di “eccedenza”e “spreco” alimentari, fa maggiore chiarezza tra il termine minimo di conservazione e la data di scadenza, e punta semplificare le procedure per la donazione, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e della tracciabilità. Rispetto alla norma approvata in Francia, che si basa sulla penalizzazione, quella italiana punta sugli incentivi e sulla semplificazione burocratica. Consente la raccolta dei prodotti agricoli che rimangono in campo e la loro cessione a titolo gratuito. Dice in modo chiaro che il pane potrà essere donato nell’arco delle 24 ore dalla produzione. E, per ridurre gli sprechi alimentari nel settore della ristorazione, permette ai clienti l’asporto dei propri avanzi con la ‘family bag’.

Non solo le onlus, inoltre, ma anche gli enti pubblici, potranno essere considerati “soggetti donatori”. Si possono poi donare anche i cibi e farmaci con etichette sbagliate, purché le irregolarità non riguardino la data di scadenza del prodotto o l’indicazione di sostanze che provocano allergie e intolleranze. Non sarà poi richiesta la forma scritta per le donazioni gratuite di cibo, farmaci e altri prodotti e saranno coinvolte nella prevenzione dello spreco anche le mense scolastiche, aziendali e ospedaliere. Infine più spazio alle cosiddette produzioni a ‘chilometro zero’, che dovranno essere promosse dal ministero delle Politiche agricole nel quadro di azioni mirate alla riduzione degli sprechi.

Le reazioni. “Abbiamo calcolato che se tutti i pubblici esercizi italiani mettessero a disposizione le loro eccedenze, con una media di 20 pasti al giorni, si potrebbero distribuire addirittura 7 milioni di pasti

quotidianamente. Noi – dice Gregorio Fogliani – che con il progetto no profit Pasto Buono abbiamo raggiunto i 500mila pasti recuperati all’anno, ci poniamo come obiettivo di recuperare e donarne almeno un milione”.

fonte: Repubblica.it

FAO e RIO 2016: il cibo in eccesso del Villaggio Olimpico diventerà pasto per i poveri

Ogni anno circa un terzo della produzione mondiale di cibo finisce sprecato o perso a livello globale, e con esso tutte le risorse necessarie per produrlo: acqua, terra, input agricoli, mangimi. L’impatto sulle risorse naturali dell’ambiente è enorme: un recente studio della FAO calcola che se gli sprechi alimentari fossero un paese, sarebbero il terzo più grande produttore di gas serra, mentre circa un terzo di tutte le terre oggi coltivate producono cibo che non verrà mai consumato.

La buona notizia è che a livello globale le iniziative per combattere questo fenomeno si stanno moltiplicando. Tra queste, il progetto “Reffetto-Rio” presentato lo scorso 8 luglio presso la sede della FAO di Roma alla presenza del direttore generale José Graziano da Silva e del ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, in occasione della prossima apertura dei Giochi Olimpici 2016 di Rio de Janeiro in Brasile.

Grazie a “Reffetto-Rio”, il cibo in surplus del villaggio olimpico sarà recuperato e trasformato in pasti nutrienti da distribuire gratuitamente ai più bisognosi. Allo stesso tempo, verranno organizzati corsi di cucina e sulla nutrizione a beneficio delle persone in difficoltà e dei giovani. Volontari e 45 chef da tutto il mondo sono stati invitati a partecipare.

L’iniziativa, a cui hanno preso parte anche Pierfrancesco Sacco, ambasciatore d’Italia presso le agenzie dell’ONU a Roma, e Giovanni Malagò presidente del CONI, nasce da un’idea di Massimo Bottura, chef stellato di fama internazionale e fondatore di “Food for Soul” in collaborazione con David Hertz, a sua volta chef e fondatore dell’organizzazione no-profit “Gastromotiva”, entrambi presenti all’evento di Roma.

“Reffetto-Rio” potrà contare sull’importante esperienza raccolta in un’iniziativa simile, il Refettorio Ambrosiano, lanciata da Bottura durante Expo Milano 2015 che ha permesso di raccogliere cibo in surplus dai padiglioni dell’Esposizione Internazionale per trasformarlo in pasti nutrienti per poveri e senza tetto. Esprimendo appieno lo spirito della Carta di Milano e dell’Agenda di Sviluppo 2030, il Refettorio Ambrosiano, ancora attivo, ha coinvolto centinaia di volontari e cuochi di tutto il mondo ed ha permesso di recuperare oltre 15 tonnellate di cibo che altrimenti sarebbero andate perse.

“Quella di Milano è stata una best practice, replicabile in altri Paesi, che ora ha come seconda tappa le Olimpiadi in Brasile – ha sottolineato il ministro Martina – Quanto fatto, e si continua a fare a Milano, non è solo un dovere morale, ma un esempio che può diventare quotidianità. Un mondo a spreco zero è un mondo a fame zero. Tutti dobbiamo fare la nostra parte”.

“Il ruolo che cuochi e organizzazioni gastronomiche possono giocare – ha concluso Graziano Da Silva – assieme allo sport nel promuovere una nutrizione sana e nel creare consapevolezza per sconfiggere la fame è fondamentale. Ma ricordiamoci che ognuno di noi può contribuire ogni giorno a questa sfida”.

Fonte: Regioni e Ambiente

Ridurre gli sprechi alimentari contribuisce a mitigare i cambiamenti climatici

Secondo uno Studio del PIK che per la prima volta fornisce le proiezioni complete dello spreco di cibo dei Paesi di tutto il mondo, calcola che le emissioni correlate potrebbero raggiungere al 2050 i 2,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, rispetto agli attuali 500 milioni.

È quanto prevede un nuovo studio condotto dal Potsdam Institute for Climate Research (PIK) che per la prima volta fornisce le proiezioni complete dello spreco di cibo dei Paesi di tutto il mondo, calcola che le emissioni correlate potrebbero arrivare al 2050 a 2,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti.Secondo lo Studio  “Food Surplus and Its Climate Burdens”, pubblicato on line il 7 aprile 2016 su Environmental Science&Technology, attualmente un terzo del cibo che produciamo non finisce nei nostri piatti e tale cifra è destinata ad aumentare in maniera notevole, qualora Paesi emergenti come Cina e India dovessero adottare stili di vita alimentare degli occidentali. Pertanto, ridurre i rifiuti alimentari offrirebbe la possibilità di garantire la sicurezza alimentare e al contempo contribuirebbe a mitigare la pericolosità dei cambiamenti climatici.“Ridurre i rifiuti alimentari può contribuire alla lotta contro la fame – ha affermato il principale autore dello Studio, Ceren Hic – ma, in un certo qual modo, anche a evitare gli impatti climatici come diffuse condizioni meteorologiche estreme e innalzamento del livello del mare”.Anche se la disponibilità di cibo a livello di media globale è stata superiore in teoria alla domanda, alcuni Paesi in via di sviluppo sono ancora alle prese con la lotta contro denutrizione o, addirittura, fame.
“Allo stesso tempo, l’agricoltura è tuttora una delle principali cause dei cambiamenti climatici, rappresentando oltre il 20% delle emissioni complessive di gas serra globali nel 2010 – ha sottolineato Prajal Pradhan, co-autore della ricerca – Evitare lo spreco di cibo e i conseguenti rifiuti potrebbe fare evitare, quindi, emissioni superflue di gas serra e contribuire a mitigare i cambiamenti climatici”.I ricercatori hanno analizzato le tipologie corporee e le esigenze alimentari del passato e dei diversi futuri scenari, in relazione ai cambiamenti demografici, così come la domanda e la disponibilità di cibo, e le emissioni associate, scoprendo che mentre la domanda alimentare media globale per persona rimane pressoché costante, negli ultimi cinque decenni, la disponibilità di cibo è rapidamente aumentata.
“Ancora più importante, è che la percentuale di disponibilità e richiesta di cibo mostra una relazione lineare con lo sviluppo umano – ha aggiunto Pradhan – indicando che i Paesi più ricchi consumano più cibo di quanto sia salutare o semplicemente sprecano”.Di conseguenza, secondo lo Studio, le emissioni di gas serra associate con rifiuti alimentari potrebbero aumentare enormemente dagli attuali 500 milioni di tonnellate equivalenti ai 2,5 miliardi annui entro il 2050.
Le emissioni derivanti dal settore agricolo diventeranno sempre più considerevoli, per effetto di una crescita demografica inarrestabile e dei cambiamenti dello stile di vita, tali da prevedere che entro il 2050 le emissioni soltanto dall’agricoltura aumenteranno fino a raggiungere i 18 miliardi di tonnellate di CO2eq.
“In tal modo, le emissioni legate allo spreco di cibo sono solo la punta di un iceberg – ha spiegato Pradhan – Nondimeno, è abbastanza sorprendente che fino al 14% delle emissioni agricole globali nel 2050 potrebbe facilmente essere evitata attraverso una migliore gestione e distribuzione dei prodotti alimentari. Cambiare i comportamenti individuali potrebbe risultare una chiave per mitigare la crisi climatica”.

Fonte: Regioni e Ambiente

Anche i supermercati inglesi alla lotta contro lo spreco di cibo: meno 20 per cento entro il 2025

I maggiori supermercati britannici hanno promesso di abbassare lo spreco di cibo e bevande di un quinto nel prossimo decennio. Negozi come Asda, Sainsbury’s, Tesco e Morrison stanno stilando un accordo volontario che punta anche alla riduzione del 20 per cento delle emissioni responsabili dell’effetto serra causate dall’industria alimentare.
Alcune istituzioni locali come la London Water and Recycling Board (Comitato londinese per il l’acqua e il riciclo) e alcune aziende produttrici come Coca-Cola, Nestlè e Pizza Hut si sono anch’esse impegnate a siglare l’accordo stipulato dal Waste and Resources Action Programme (Wrap – Programma per l’azione contro lo spreco e le risorse – N.d.T.). Questo ente benefico che lavora per il governo ha dichiarato che si tratta della prima intesa di questo tipo e che segnerà la nascita di una nuova era per l’industria. Soltanto qualche giorno fa Tesco, la più grande catena di drogherie del Regno Unito, si era impegnata a non inviare più il cibo in eccesso dei suoi negozi in discarica e di re-distribuirlo agli enti benefici per farlo avere ai poveri e ai disagiati.
Lo spreco di cibo che ogni anno avviene nelle famiglie, nei ristoranti, e nei supermercati inglesi si aggira attorno ai 12 milioni di tonnellate. Di questo, il 75 per cento potrebbe essere salvato. Lo spreco viene valutato in 19 miliardi di sterline all’anno ed è responsabile di almeno 20 milioni di tonnellate di emissioni di gas inquinanti.
L’accordo, chiamato the “Courtauld Commitment 2025”, ha raggruppato 98 firmatari.Punta anche a ridurre l’utilizzo dell’acqua nelle aziende alimentari. Wrap ha stimato che questa intesa farà risparmiare al regno unito circa 20 miliardi di sterline e inserirà la nazione nel percorso creato dalle Nazioni Unite per dimezzare lo spreco di cibo prodotto da negozi e supermercati entro il 2030. Il dottor Richard Swannell, direttore dei sistemi per il cibo sostenibile di Wrap ha dichiarato che “per salvaguardare il cibo della Gran Bretagna occorre un cambiamento drastico e incrementare il consumo e la produzione di alimenti e bevande sostenibili”.
Il ministro Rory Stewart, del dipartimento per l’Ambiente, il Cibo e gli Affari agricoli inglese ha affermato che “Lo spreco di cibo è qualche cosa che deve essere evitato perché causa la diminuzione dell’acqua e di risorse preziose. Sono molto compiaciuto che ungrande gruppo di aziende alimentari si sia unito a Wrap in questa giusta causa”.

Fonte: Eco dalle Città

Sprechi alimentari, in Italia otto miliardi di euro all’anno nella spazzatura

Il problema è globale: nel mondo si sprecano 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti. Una questione etica, ma non solo. In Europa gli sprechi alimentari sono responsabili del 3 per cento delle emissioni di Co2. Adesso il Parlamento corre ai ripari

Siamo dei produttori seriali di sprechi alimentari. Ogni anno le famiglie italiane buttano nella spazzatura il 19 per cento del pane acquistato. Finisce nel cestino il 17 per cento della frutta e della verdura, il 4 per cento della pasta e addirittura il 39 per cento dei prodotti freschi: dai latticini alle uova, fino alla carne. Lo spreco domestico vale circa l’8 per cento dei nostri costi alimentari. E così, alla fine dell’anno, finiscono letteralmente tra i rifiuti oltre otto miliardi di euro. Circa 400 euro a famiglia.

Per porre un limite all’incredibile fenomeno, la Camera dei deputati esamina questa settimana una provvedimento per la limitazione degli sprechi. Un documento – frutto di diverse proposte di legge – che punta a favorire la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale. Quali sono i numeri italiani? Secondo l’osservatorio Waste Watcher, citato da diversi documenti parlamentari, solo nel nostro Paese lo spreco alimentare interessa ogni anno 5 milioni di tonnellate di prodotti. Secondo i dati di un’indagine realizzata pochi anni fa dalla Fondazione per la sussidiarietà e dal Politecnico di Milano, ogni italiano spreca 108 chilogrammi di cibo. E quasi 42 chilogrammi a testa finiscono nella spazzatura quando sono ancora commestibili. Ma gli sprechi non avvengono solo a tavola. Anche il sistema produttivo ha le sue responsabilità. Un esempio? Ogni anno 1,4 milioni di tonnellate di prodotti alimentari rimangono sui campi. «Spesso – si legge in una della proposte di legge – perché non è conveniente fare la raccolta». Rappresentano quasi il 3 per cento dell’intera produzione agricola nazionale. E non è ancora tutto. Recentemente l’università di Bologna ha calcolato che lo spreco alimentare nella filiera della trasformazione industriale raggiunge quasi i 2 milioni di tonnellate di prodotti. E altre 300mila tonnellate riguardano gli sprechi nella distribuzione commerciale.

Ogni anno in Italia 1,4 milioni di tonnellate di prodotti alimentari rimangono sui campi. «Spesso perché non è conveniente fare la raccolta». Rappresentano quasi il 3 per cento dell’intera produzione agricola nazionale
E questo avviene solo in Italia. Stando ai dati della Commissione Europea, nei 27 Stati membri gli sprechi alimentari valgono circa 89 milioni di tonnellate l’anno. «Senza contare gli sprechi a livello di produzione agricola o le catture di pesci rigettate in mare». In assenza di una decisa inversione di rotta, le stime indicano che entro il 2020 l’incredibile quantitativo aumenterà fino a 126 milioni di tonnellate. Piccola consolazione: gli italiani sono tra i popoli più virtuosi del continente. Se noi sprechiamo 108 chilogrammi di cibo l’anno pro capite, la media europea è di circa 179 chilogrammi. E così in Gran Bretagna si sprecano alimenti per quasi 10 miliardi di sterline l’anno. Mentre «in Svezia – si legge ancora – ogni famiglia getta nella spazzatura il 25 per cento del cibo comprato».

A livello mondiale i numeri del fenomeno fanno impallidire. Secondo la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, le perdite e gli sprechi di cibo riguardano 1,3 miliardi di tonnellate l’anno in tutto il pianeta. Quasi un terzo della produzione alimentare mondiale. «Una quantità che se riutilizzata – si legge nella proposta di legge a prima firma Mario Sberna – potrebbe idealmente sfamare per un anno intero metà dell’attuale popolazione, ovvero 3,5 miliardi di persone». Ecco il paradosso. Come stimato dal Centro regionale di informazione della Nazioni Unite, nonostante nel mondo ci sia cibo sufficiente per tutti, oltre 925 milioni di persone soffrono ancora la fame. Il documento parlamentare depositato dal deputato Matteo Mantero presenta il fenomeno in dettaglio: nel mondo si sprecano «oltre 500 milioni di tonnellate di cibo nella produzione agricola, 355 milione di tonnellate dopo la raccolta, 180 milioni di tonnellate durante la lavorazione a livello industriale, 200 milioni di tonnellate nel percorso distributivo». E quasi 350 milioni di tonnellate di prodotti alimentari vengono sprecati solo negli ambiti della ristorazione e del consumo domestico.

In Svezia ogni famiglia getta nella spazzatura il 25 per cento del cibo acquistato. Negli Usa finisce nel cestino il 40 per cento della spesa alimentare
Le conseguenze non sono solo etiche. Le enormi quantità di cibo buttato finiscono inevitabilmente per contribuire all’uso indiscriminato delle risorse naturali e al cambiamento climatico. «Lo spreco alimentare, se fosse un Paese, sarebbe il terzo inquinatore dopo Cina e Stati Uniti», spiega la proposta di legge Mario Sberna. «La quantità di anidride carbonica necessaria a portare il cibo sui nostri piatti è pari a 3,3 miliardi di tonnellate e per produrlo si usa il 30 per cento del terreno coltivabile del mondo e una quantità di acqua ogni anno che basterebbe alle esigenze di tutti i cittadini di New York per più di un secolo». E poi c’è l’aspetto economico: il documento calcola che il costo del cibo sprecato è pari a 750 miliardi di dollari, «praticamente il prodotto interno lordo della Svizzera».

Tra i Paesi meno attenti agli sprechi alimentari spiccano gli stati Uniti Uniti d’America. Qui, nel complesso, finisce nella spazzatura il 40 per cento della spesa alimentare. I dati ambientali relativi al fenomeno sono preoccupanti. Come evidenzia la relazione che accompagna la proposta di legge Andrea Causin, per produrre il cibo non consumato, negli Usa vengono utilizzate enormi risorse: «Il 30 per cento di fertilizzanti, il 31 per cento delle terre coltivate, il 25 per cento del consumo totale di acqua dolce e il 2 per cento del consumo totale di energia». Senza considerare che una sola tonnellata di rifiuti alimentari genera fino a 4,2 tonnellate di anidride carbonica. E in Europa? Dalle nostre parti ogni anno il fenomeno dello spreco alimentare è responsabile di 170 milioni di tonnellate di Co2, il 3 per cento del totale delle emissioni. Ce n’è abbastanza per ripensare le nostre abitudini alimentari.

Fonte: Marco Sarti per Linkiesta