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Livorno: Evviva il riuso

ESPER continua il proprio viaggio lungo la penisola Italiana alla scoperta dei centri del riuso più interessanti. Uno degli ultimi nati è quello di Livorno. Il 9 maggio 2021 è stato inaugurato “Evviva”, un luogo di scambio, di creatività e divulgazione di una coscienza ambientale, dove gli oggetti assumono nuovo valore e nuova vita in virtù del principio dell’economia circolare. La struttura ha un’area coperta di quasi 700 metri quadri e potrà essere utilizzata per attività di educazione ambientale coinvolgendo cittadini volontari e il mondo della scuola attraverso la promozione di laboratori formativi e didattici o avvenimenti teatrali.

Ne parliamo con Raphael Rossi, amministratore unico di AAMPS, l’azienda pubblica che si occupa della gestione rifiuti a Livorno.

Raphael buongiorno. Partiamo dal contesto: qual è la situazione odierna di Livorno? Quali modalità di raccolta e quali performances?

Livorno è una città costiera lunga e stretta, ha circa 155.000 abitanti ed uno dei porti più importanti in Italia. Il servizio di igiene pubblica è gestito da AAMPS, un’azienda completamente pubblica, attualmente di proprietà del Comune di Livorno ma in fase di cessione alla holding, anch’essa completamente pubblica, di Reti Ambiente. La raccolta viene effettuata principalmente in modalità porta a porta, con una copertura di circa 130.000 abitanti. La restante parte di città è coperta con cassonetti a riconoscimento utente attraverso tessera. Un sistema che manifesta alcune evidenti difficoltà, fra le quali i noti problemi di abbandoni attorno alle postazioni. La percentuale di raccolta differenziata raggiunta è del 68% con una qualità molto buona per le zone servite dal porta a porta ed una qualità molto meno buona per le zone dove si utilizzano i cassonetti a riconoscimento.

Livorno, in accordo con la gerarchia di gestione dei rifiuti individuata dalla UE, ha molto investito su riduzione e riuso. Il simbolo di questa azione è sicuramente EVVIVA, il Centro del Riuso aperto pochi mesi fa. Come funziona?

Il centro si inserisce in un piano aziendale di prevenzione e riduzione dei rifiuti, di cui rappresenta un tassello, che fa parte del nuovo piano industriale di AAMPS. A Livorno abbiamo due isole ecologiche, di fronte alla principale abbiamo progettato e realizzato il centro del riuso. I cittadini prima di entrare nell’isola ecologica passano dal Centro, a cui possono cedere gratuitamente i propri oggetti funzionalmente ancora validi, ma di cui intendono disfarsi. La cessione è totalmente volontaria ed avviene nell’unico punto in cui può avvenire, ovvero fuori dall’area dedicata all’isola ecologica, quando l’oggetto non è ancora formalmente un “rifiuto”. Gli oggetti così raccolti vengono testati, puliti, igienizzati ed eventualmente rifunzionalizzati e poi messi in vendita all’interno della struttura. Ci siamo posti il tema se vendere, seppur a fronte di un corrispettivo molto modesto rispetto al valore reale degli oggetti, o cedere con qualche altra modalità. La necessità di dare gambe economiche al progetto ci ha fatto optare per la prima opzione, di comune accordo con i gestori.

Chi gestisce Evviva?

Abbiamo fatto un bando vinto da un Consorzio composto da molti soggetti del sociale livornese. Capofila è una Cooperativa, che si chiama Brikke Brakke, e che gestisce il Centro ma ne fanno parte anche altri partners, fra i quali Arci Livorno, Associazione Ippogrifo, Fondazione Caritas, Cooperativa “Cuore”, Cooperativa “Pegasonetwork”, Cooperativa “Ulisse” e Associazione “Il Mandolino”. Il compito dei partners è quello di costituire una rete “esterna” ai locali di Evviva. Ad esempio sono previsti punti di scambio libri all’interno dei circoli Arci, mentre la Caritas può interagire per quel che riguarda gli abiti dismessi. Una rete sociale frutto del progetto presentato al nostro bando.

Cosa differenzia Evviva dagli altri Centri del Riuso presenti in Italia?

“Evviva” non è solo una realtà di raccolta e recupero: vuole essere un luogo d’incontro fra cittadini ed istituzioni ed ha una forte vocazione didattica e artistica. Vocazione concretizzatasi, ad esempio, nella mostra “Dudadé- arte e riciclo” un omaggio alla corrente dadaista e al classico intercalare toscano, con la partecipazione di dieci artisti che hanno ripensato e restaurato dieci armadi con scrittoio degli anni ‘60.

Con l’e-commerce troppi imballaggi usa e getta. Ma ora arrivano le startup del riutilizzo

Il Covid-19 è stato il definitivo trampolino di lancio per le vendite online. Secondo le stime di un rapporto dell’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development) pubblicato il 3 maggio, il balzo dell’e-commerce tra le restrizioni di movimento causate dalla pandemia, ha aumentato la quota delle vendite online globali dal 16% al 19% nel 2020. Il Regno Unito ha visto il picco più marcato nelle transazioni online con un aumento del 7,5 %; così anche per Cina (4,2%) e Stati Uniti (3%). Le vendite online B2C per le 13 principali aziende del mondo hanno toccato il record di 2,9 trilioni di dollari nel 2020. Cifre da capogiro che hanno messo in crisi i punti vendita fisici e arricchito quelli digitali, esacerbando i problemi nel gestire i rifiuti da imballaggio usa e getta.

Confezionare i beni che consumiamo per il trasporto via corriere, infatti, comporta un utilizzo di materiali decisamente maggiore rispetto agli acquisti fatti direttamente in negozio che include anche i materiali di protezione. Gli effetti sull’ambiente causati dalla continua crescita degli imballaggi usa e getta, che siano di carta, cartone, plastica o polistirolo, si è acuito e le previsioni non sembrano delle più rosee. Secondo le stime del Global E-commerce Plastic Packaging Market, nel 2020 il mercato globale degli imballaggi in plastica per l’e-commerce è stato valutato 10,26 miliardi di dollari e si prevede che raggiungerà i 21,78 miliardi di dollari entro il 2026.

Anche nel settore dell’e-commerce si stanno facendo strada alcune soluzioni riutilizzabili, prevalentemente in materiali plastici in varie dimensioni poiché leggeri e facilmente igienizzabili. Si tratta di opzioni adatte a varie tipologie di prodotto che, comparate a quelle monouso, hanno un minore impatto sull’ambiente ma anche sul budget delle aziende perché sul medio e lungo termine vengono a costare di meno.

Sistema centralizzato e decentralizzato

Il riutilizzo degli imballaggi anche nell’e-commerce rappresenta un processo a ciclo chiuso, circolare, dove l’imballaggio non viene sprecato in un singolo viaggio, ma conserva le sue funzioni senza perdere di valore all’interno di cicli di vita che possono anche durare anni.

Da un recente studio  The Rise of Reusable Packaging: Understanding the Impact and Mapping a Path to Scale di Fashion for Good, in collaborazione con l’università di Utrecht e la Sustainable Packaging Coalitionmirato al mondo della moda, emerge che l’impiego di imballaggi riutilizzabili nelle spedizioni al posto del monouso possono portare a importanti riduzioni nelle emissioni di CO2 e nel consumo dei materiale in peso. Lo studio fa anche luce sul numero e la natura della variabili che possono influenzare drasticamente l’impatto ambientale tra le quali le distanze di trasporto, i tassi di restituzione e i tipi di imballaggio utilizzati.

Alcune delle opzioni più comuni di packaging usate nel commercio online (buste in plastica e in cartone) sono state valutate attraverso un’analisi LCA per misurare le emissioni di CO2 equivalenti associate a ciascuna opzione ipotizzando una spedizione di uno stesso bene. In generale i risultati hanno evidenziato che le comuni buste in LDPE (polietilene a bassa intensità) d uso singolo devono oltre tre quarti delle emissioni di carbonio alla fase di lavorazione delle materie prime – indicazione che rafforza la scelta di realizzarle con un alto contenuto di materiale riciclato.

Nel caso degli imballaggi riutilizzabili, una proporzione molto maggiore (tra il 40% e il 60%) delle  emissioni derivano invece dalla fase di trasporto, considerato che le emissioni riferite alla fase di fabbricazione del bene vengono ripartite ( e quindi ammortizzate) su molteplici usi. Da un confronto degli impatti ambientali di un ciclo d’uso tra un imballaggio in cartone (monouso), una busta in LDPE (polietilene a bassa densità) monouso e una riutilizzabile (sempre in LDPE) emerge che :

  • le buste riutilizzabili gestite con un sistema centralizzato (ovvero rese a un unico centro per le operazioni di controllo e igienizzazione prima di essere rimesse in distribuzione presso i rivenditori che ne fanno uso) causano il 39% in meno di emissioni di carbonio per ciclo di utilizzo rispetto a buste  monouso dello stesso materiale con il 30% di contenuto riciclato;
  • le buste riutilizzabili in un sistema decentralizzato (ovvero quando rese al centro di distribuzione dei prodotti da cui partite) causano il 72% di emissioni di carbonio per ciclo in meno rispetto a una busta monouso in LDPE realizzata con il  30% di contenuto riciclato;
  • l’imballaggio riutilizzabile ha l’82% in meno di emissioni di carbonio per ciclo rispetto a una busta in LDPE vergine.
  • in tutti i casi si genera l’87% in meno di rifiuti di plastica (in peso) quando si utilizzano buste riutilizzabili piuttosto che monouso (indipendentemente dal contenuto di materiale riciclato con cui possono essere state realizzate)

“L’imballaggio riutilizzabile è una leva chiave per ridurre l’impatto della plastica anche nel settore della moda. Ci auguriamo che i risultati di questo studio servano a convincere il settore che la circolarità è realizzabile oggi e a utilizzarli come toolkit per tracciare il proprio percorso e scalare soluzioni più sostenibili delle attuali”, afferma Katrin Ley, amministratore delegato di Fashion for Good.

Vista dal lato del cliente la differenza tra gestire un imballaggio monouso o riutilizzabile si presenta nel momento in cui ha esaurito la sua funzione e invece di essere “buttato”  viene chiesto al destinatario di restituire l’imballaggio, tramite posta o altra modalità di consegna. Nel modello centralizzato l’imballaggio viene reso a un nodo logistico aggiuntivo, come anticipato, dove viene pulito e ricondizionato quando necessario, che non coincide con il centro di distribuzione del bene che ha trasportato. Successivamente viene inviato ai centri di distribuzione che fanno capo ai rivenditori online, e il ciclo ricomincia.

Nel modello decentralizzato invece l’imballaggio torna direttamente al centro di distribuzione del rivenditore da cui è partito con operazioni di pulizia e manutenzione effettuate nello stesso hub, senza un passaggio intermedio presso un nodo logistico aggiuntivo.

Il modello decentralizzato si è rivelato in alcuni casi più sostenibile rispetto al sistema centralizzato, perché si elimina un passaggio e si riducono i viaggi che gli imballaggi devono percorrere con minori emissioni di CO2 prodotte. Tuttavia l’adozione di entrambi i modelli determina un impatto ambientale sensibilmente inferiore al modello tradizionale basato sul packaging monouso, sia in plastica che in carta.

Tra i casi studio che vedremo, RePack utilizza un modello centralizzato con un hub logistico per l’Europa situato a Tallinn in Estonia – così come Hipli in Francia– mentre gli altri casi citati hanno adottato un modello decentralizzato. Tuttavia, quando si ripensano i modelli di business è inevitabile imbattersi in cambiamenti necessari che non possono riguardare solamente una sola azienda. Infatti spesso richiedono un cambiamento a livello di sistema e il consenso e la collaborazione di tutte le parti interessate lungo la catena del valore di un particolare prodotto. Il passaggio ad imballaggi riutilizzabili rappresenta un’area in cui la collaborazione tra marchi, rivenditori e produttori di imballaggi riutilizzabili innovativi può sviluppare soluzioni e processi che soddisfano tutta la catena di approvvigionamento migliorandone la sostenibilità. Un esempio che ben chiarisce le potenzialità dell’approccio di sistema è la collaborazione nata recentemente tra RePack e la finlandese Axla Logistics. Quest’ultima che gestisce la completa logistica dell’e-commerce per i prodotti delle aziende clienti proporrà le buste di RePack agli acquirenti online, con benefici per entrambi i partner dell’accordo.

RePack e l’accordo con le poste francesi

Utilizzare la confezione più volte sembra la soluzione più sostenibile e ci sono Paesi, come la Francia, in cui si iniziano a vedere movimenti e iniziative concrete verso vari modelli di riutilizzo. La più grande compagnia postale in Francia, La Poste, ha firmato recentemente un accordo di collaborazione per un progetto di 9 mesi con la startup finlandese RePack che offre ai commercianti aderenti le proprie buste riutilizzabili. Una volta che il consumatore riceve il prodotto, le buste riutilizzabili, provviste di un’etichetta prepagata, vengono ripiegate e inviate all’azienda tramite posta ordinaria. RePack, che collabora con quasi 150 marchi e ha in circolazione 250mila pacchi in tutta Europa, pulisce e controlla la qualità dell’imballaggio prima di rimandarlo ai negozi e ai magazzini di distribuzione. RePack ha vinto recentemente il premio German Design Award 2021 nella categoria ‘Excellent Communication Design Packaging’ per la comunicazione presente sulle sue buste.

Nel 2020 si è registrata in Francia una crescita del settore dell’e-commerce del 32%, il doppio rispetto all’anno precedente e che ha generato circa 1,3 miliardi di pacchi consegnati. Un fenomeno in crescita che  ha probabilmente indotto La Poste a ripensare il proprio modello, considerato che gli imballaggi sono responsabili di una quota che compresa dal 10% al 30% delle emissioni di CO2 del commercio online.

A questo proposito va detto che la Francia, a differenza di altri Paesi, ha previsto con la sua legge anti-spreco (anti-gaspillage) per un’economia circolare del 2020 il perseguimento di obiettivi di riduzione e riutilizzo che nel caso degli imballaggi richiede ai produttori che il 5% degli imballaggi sia riutilizzabile entro il 2023 e che entro il 2027 si arrivi al 10% rispetto all’immesso al consumo.

In Olanda Robin, una piattaforma online con sede ad Amsterdam, offre il meglio di ciò che le boutique locali della città hanno da offrire e le consegne a domicilio avvengono in bicicletta. Per consegne fuori città Robin si avvarrà degli imballaggi riutilizzabili di RePack attraverso il servizio postale.

Le virtuose realtà d’Oltralpe

In Francia non c’è solo RePack che offre ai rivenditori online un sistema di riuso che non produce rifiuti e gestisce gli imballaggi in un ciclo continuo. La startup Hipli ha ideato delle buste riutilizzabili in tre formati in materiale sintetico impermeabile che stanno all’interno di una pochette con chiusura a cerniera che i clienti possono restituire facilmente per posta. La busta è progettata per essere utilizzata 100 volte che significa – secondo le stime di Hipli – circa 25 kg di rifiuti evitati. ll funzionamento è abbastanza semplice. Il rivenditore online che vuole aderire al sistema inserisce l’opzione riutilizzabile tra le modalità di spedizione. L’acquirente interessato che sceglie l’opzione è invitato a restituire l’imballaggio in modalità prepagata tramite servizio postale con la pochette che, una volta richiusa, presenta già l’indirizzo di spedizione prestampato. Il costo per il servizio di resa e manutenzione dell’imballaggio corrisponde a 2 euro ed è in genere sostenuto dal rivenditore online che può decidere se ribaltarlo sul cliente o meno.

“In pratica il 10% dei nostri partner non addebita il nostro servizio al cliente e gli altri parzialmente, in media il contributo è di 1 euro” spiega Anne-Sophie Raoult, co-fondatrice di Hipli. Attualmente Hipli conta un centinaio di piccole aziende clienti nel settore della moda, oggettistica e cosmetica con circa 100mila pochette in circolazione che hanno un tasso di restituzione dell’89%.

Un’altra startup francese ancora in fase di test è Opopop, che si propone di sostituire con le sue buste riutilizzabili in materiale sintetico 1 milione di pacchetti usa e getta entro tre anni e di ottenere un tasso di restituzione del 95%. Il servizio funziona con un sistema di deposito cauzionale digitale (con addebito di un importo di 5 euro qualora ‘imballaggio non sia reso entro 15 giorni) oppure nella modalità del pagamento “a consumo”, a un costo di 1,65 euro per ogni rotazione.

Chiudere la carrellata sulla Francia LivingPackets, con sedi a Nantes, Parigi e Berlino, che sta introducendo sul mercato europeo una tecnologia di imballaggio intelligente molto sofisticata. Si tratta di una scatola, “The Box”, progettata per compiere mille viaggi e che porta fino a 5 kg di peso, adatta per l’80% dei prodotti venduti online, come si può leggere sul sito. Questa Box incorpora un sistema per il fissaggio del carico e in più un display dove si possono inserire e aggiornare dati come l’indirizzo e altre informazioni rilevanti per la logistica. Dentro la scatola ci sono dei sensori e una telecamera integrata per monitorare il contenuto della spedizione e le condizioni ambientali a cui è esposto il carico: temperatura, umidità e possibili urti durante il trasporto. Il lancio del servizio – che l’azienda descrive come “packaging-as-a-service” – è partito all’inizio di quest’anno con accordi in via di definizione con le oltre mille potenziali aziende clienti in Francia e Germania, che hanno contattato LivingPackets manifestando interesse per il prodotto e il servizio offerto.

Anche negli Usa si sperimenta il riuso innovativo

Le startup statunitensi LimeLoop Returnity utilizzano entrambe un modello logistico decentrato e una tecnologia digitale sofisticata. Puntando a realizzare un modello di spedizione più digitale, LimeLoop usa dei sensori GPS inseriti nell’imballaggio, che tracciano le spedizioni e rivelano dati come l’apertura del pacco. Rivenditori e clienti finali possono interagire ulteriormente con l’imballaggio tramite un’app.

LimeLoop noleggia i propri contenitori “intelligenti” ai rivenditori online, tramite un servizio di abbonamento. I clienti che ricevono la merce acquistata utilizzano un’etichetta di spedizione prepagata per restituire l’imballaggio al magazzino del produttore più vicino tramite UPS.
Le confezioni prodotte da LimeLoop sono realizzate in vinile riciclato da vecchi cartelloni pubblicitari e sono riutilizzabili fino a 2000 volte.

Michael Newman, fondatore di Returnity, spiega bene la filosofia del progetto. “Affrontare il tema del packaging significa saper vedere un sistema – afferma – Non si tratta solamente di un prodotto, ma di  rocessi e partecipazione. Solamente da questa prospettiva mentale si potrà capire come funzionano gli imballaggi riutilizzabili all’interno dei sistemi”. Returnity fornisce soluzioni di imballaggio riutilizzabili alle aziende, che possono rimpiazzare una vasta gamma di imballaggi utilizzati nelle spedizioni personalizzandole: buste, scatole, borse, borsoni e porta-abiti progettati per risparmiare spazio e facilmente impilabili dopo l’uso. Robusti e realizzati in materiali riciclati, possono “resistere” a più di 40 spedizioni.

Returnity fornisce anche un sistema logistico integrato che include pulizia e manutenzione degli imballaggi riutilizzabili. Una piattaforma denominata “Returnity’s 3P Platform” supporta le aziende a fare la “scelta giusta” sotto l’aspetto operativo, economico e ambientale. La startup statunitense si avvale della partnership di Happy Returns, una rete di luoghi fisici che si occupa di spedire gli imballaggi resi dai clienti ai suoi hub regionali – in contenitori riutilizzabili anch’essi – dove vengono smistati e restituiti ai rivenditori. Le aziende che utilizzano il pacchetto completo di Happy Return, che include anche la gestione dei resi, risparmiano in media il 20% sulle spese di spedizione con un 10% nel primo anno, rispetto all’utilizzo di imballaggi monouso. I consumatori restituiscono l’imballaggio in soli 60 secondi e il rimborso è immediato. Negli Stati Uniti sono operativi oltre 700 punti di resa per i contenitori, con circa 15mila imballaggi in continua circolazione.

Dalla Norvegia all’Olanda, pacchi e pallet riutilizzabili 

Packoorang è un’azienda norvegese che fornisce un servizio di imballaggi riutilizzabili ai rivenditori online con due linee di prodotto: le “Packoorang Mailer Bags, buste in varie dimensioni e modelli che possono essere usate fino a 500 volte, e i pallet riutilizzabili Palloorang, adatti per settore del B2B. Packoorang  collabora inoltre con aziende partner che mettono a disposizione uno spazio fisico e possono fungere da centri di raccolta per gli imballaggi resi dagli utilizzatori del servizio. Lanciata nel 2019, l’azienda progetta le sue opzioni riutilizzabili in poliestere – con o senza imbottitura – a partire da bottiglie riciclate e altri scarti di fabbricazione del settore del tessile.

Il rivenditore che si affida al servizio di Packoorang sceglie le opzioni riutilizzabili più adatte ai propri prodotti che possono essere personalizzate. I clienti che scelgono l’imballaggio riutilizzabile lo rendono in modalità prepagata postale al centro logistico unificato o presso altri punti di raccolta. Dopo le usuali operazioni di controllo e pulizia gli imballaggi ripartono poi alla volta dei centri di distribuzione dei rivenditori online.

Fonte: Simone Fant e Silvia Ricci per Economiacircolare.com

Ricarica o riconsegna, in casa o in negozio… Ecco i 4 modelli di sistemi di riuso

Startup, progetti pilota, joint-venture tra piccole realtà innovative e grandi marchi interessati a sperimentare nuovi sistemi. A livello mondiale negli ultimi anni i progetti di riuso del packaging si sono moltiplicati e continuano ad aumentare ed evolversi in direzioni a volte molto diverse. Per mettere ordine tra le diverse opzioni disponibili, la Fondazione Ellen MacArthur (EMAF) ha ideato una classificazione che divide i sistemi di riuso dei contenitori in quattro tipologie, in base a dove si svolge la ricarica o a dove avviene la riconsegna dell’imballaggio vuoto.

Alcuni esempi non certamente esaustivi rispetto alla varietà di iniziative che crescono di settimana in settimana si possono trovare nel rapporto Upstream Innovation: a guide to packaging solutions della Emaf, un database di casi studio consultabile anche online. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le caratteristiche delle quattro diverse tipologie di sistemi.

1. Refill at home: la ricarica a casa tua

Si parla di sistemi “refill at home” quando il riempimento avviene a casa, usando ricariche spesso in formula concentrata confezionate da quello che viene definito “parent packaging” (letteralmente un ‘imballaggio genitore’) che si può acquistare online o in negozi fisici. In questo modello, il contenitore è di proprietà dell’utente: è lui a occuparsi del lavaggio e della eventuale igienizzazione. Sono un esempio di questa modalità i diversi prodotti del settore della detergenza per la casa e la cura del corpo che sono stati sviluppati da diverse startup negli ultimi 3-4 anni e più recentemente da multinazionali, come nel caso della linea Cif Refill di Unilever che impiega capsule di prodotto concentrato da sciogliere poi in acqua, oppure ricariche come nel caso dei deodoranti solidi della linea di Humankind. Per l’igiene dei denti ci sono gli esempi della statunitense Bite Toothpaste Bits e della britannica PÄRLA che hanno sviluppato delle pastiglie da usare al posto del dentifricio che possono essere acquistate online come sottoscrizione. In entrambi i casi si riceve un primo vasetto in vetro con la quantità di tavolette che coprono quattro mesi e successivamente le sole tavolette in confezione compostabile tramite servizio postale. Tra le diverse aziende che commercializzano detergenti concentrati con il servizio in abbonamento e con vendita online abbiamo tra le altre: EverdropSplosh e BluelandQuest’ultima, ad esempio, vende contenitori riutilizzabili e tablet da sciogliere in acqua per ottenere detersivi e sapone per le mani: ogni compressa pesa due grammi e permette di ottenere più di mezzo litro di detergente. Lo stesso modello è adottato anche da Replenish, che però ha optato per una formula di concentrato liquido con ricariche che pesano poco più di 100 grammi sufficienti  per realizzare sei flaconi di prodotto che vengono agganciate al flacone riutilizzabile con spruzzatore.
Alcuni dei grandi marchi che hanno sviluppato questi prodotti aderiscono anche ad altri modelli di riuso (li vedremo a seguire), che rendono gli stessi prodotti disponibili in negozi fisici (refill on the go) e/o distribuiti da piattaforme online come Loop. Questa piattaforma ha infatti come modello preponderante il “return from home”, ma ha integrato il business con i negozi fisici dei suoi partner del settore retail.

Questo dato fa capire quanto ampio sia il potenziale dei sistemi di riuso nello stimolare la collaborazione tra il mondo produttivo e distributivo tradizionale, nel liberare innovazione in nuovi modelli più circolari di erogazione dei prodotti, e nel contaminare positivamente tutti gli stakeholder per diventare parte del cambiamento verso una maggiore sostenibilità dei consumi.

Leggi anche: La rivoluzione del riuso fa bene all’ambiente e all’economia

2. Refill on the go: la ricarica la fai “in trasferta”

Con il sistema “refill on the go” è sempre l’utente a occuparsi del riempimento dei suoi contenitori, ma la ricarica avviene fuori casa, per esempio attraverso erogatori installati nei punti vendita. Qui gli esempi ispirati dalla filosofia Zero Waste sono molti anche in Italia, trattasi di negozi di prodotti sfusi legati sia a catene come Negozio leggero, sia negozi indipendenti che fanno capo alla rete dello sfuso  o che sono mappati da Sfusitalia.it.  Ma è in Francia che si registra un grande fermento con associazioni multi-stakeholder come la storica Réseau Consigne e  Réseau Vrac che da un lustro promuove i modelli di vendita sfusa che sono entrati a pieno titolo nella legislazione francese in quanto tutti gli emendamenti proposti da Réseau Vrac sono stati adottati dall’Assemblea nazionale come parte del disegno di legge sul clima e la resilienza.

Nella grande distribuzione generalista, esperienze molto interessanti si trovano principalmente in Gran Bretagna. Il marchio della grande distribuzione Waitrose ha avviato nel 2019 la sperimentazione Unpacked affiancando ai prodotti confezionati alternative sfuse, sia nel caso di freschi e gastronomia da asporto, sia per vino, birra e detergenti, con prezzi inferiori del 15%. Il progetto è iniziato in un supermercato di Oxford e, secondo quanto riportato sul sito web di Waitrose, coinvolge altri tre punti vendita. I risultati sono stati definiti da subito “fenomenali” dall’insegna: le performance di vendita dei prodotti sfusi registrate nei primi mesi di avvio del progetto sono state maggiori del 68% rispetto agli stessi prodotti confezionati.  Dati più aggiornati vedono le vendite di prodotti ricaricabili cresciute in media del 9% in quattro dei suoi negozi Unpacked negli ultimi sei mesi, con le vendite relative a ortofrutta surgelata aumentate di oltre il 50%, le vendite di detergenti cresciuti del 24% mentre per legumi, pasta e cereali la crescita arriva a quasi l’8%.

Nel 2019 anche un’altra insegna britannica, Marks and Spencer, ha avviato il servizio Fill Your Own nel supermercato Hedge End e lo ha poi esteso ad altri due punti vendita. A un anno dall’avvio del progetto, l’azienda ha reso noto che oltre il 30% dei prodotti offerti in versione sfusa stavano vendendo più di quelli imballati. M&S ha appena annunciato l’intenzione di estendere l’iniziativa ad altri otto punti vendita sparsi nel Regno Unito visto il successo del pilota che consentirà ai clienti di acquistare sfuse più di 60 referenze di generi alimentari tra cui pastarisocerealinociprodotti da forno e frutta congelata. La mossa supporta l’obiettivo dell’insegna di evitare l’impiego di oltre 300.000 unità di imballaggi monouso nei prossimi 12 mesi.

A questi si aggiunge un terzo progetto in ambito GDO, quello di Asda, che ha avviato una sperimentazione a Leeds a ottobre 2020 con l’obiettivo di capire meglio le tendenze di acquisto di prodotti sfusi ed estendere poi la nuova offerta ad altri punti vendita. Allo scopo di coinvolgere il maggior numero possibile di clienti Asda sta collaborando con diversi marchi che commercializza per trovare più opzioni di acquisto da implementare allo stesso tempo sempre basate sul concetto di ricarica e riuso, interagendo con i suoi clienti in diverse parti del Regno Unito. Sono quattro le nuove aperture previste di negozi che offrono le stesse opportunità di acquisto sfuso del punto vendita di Leeds nei prossimi mesi. In particolare aprirà a York in ottobre con 18 postazioni che offriranno oltre 70 prodotti di marca e a marchio proprio acquistabili con contenitori ricaricabili sia nel settore alimentare che della detergenza. Da quest’anno Asda ha inserito in tutti i suoi punti vendita sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta.

Sempre il modello “refill on the go” comprende progetti di refill avviati anche da insegne di profumerie, come The Body Shop o L’OccitaneInteressanti sono i modelli di joint-venture tra multinazionali e marchi della grande distribuzione, che ospitano erogatori per la ricarica di prodotti sfusi. È il caso degli shampoo Unilever venduti alla spina nei supermercati Walmart in Messico, dei detersivi Henkel nei supermercati Rossmann in Repubblica Ceca oppure dei detergenti We love Nature (Henkel) nei supermercati Kaufland in Germania.

In Francia  l’azienda cosmetica CoZie (Cosmétique Objectif Zéro Impact Environnemental ) ha sviluppato un sistema specifico denominato la Dozeuse per erogare prodotti cosmetici sfusi come creme, detergenti e altri prodotti per il viso che consente di acquistare piccole quantità di prodotto.

I diversi prodotti all’interno della macchina erogatrice sono contenuti in sacche sottovuoto che garantiscono una conservazione ottimale impedendo che il prodotto entri in contatto con la macchina, nel rispetto dei più rigorosi standard igienici e di  tracciabilità per i prodotti cosmetici.

Con il primo acquisto viene aggiunto al prezzo del prodotto 1,5 euro che corrisponde al prezzo del flaconcino in vetro. Lo stesso importo viene detratto dall’acquisto successivo quando si riporta il contenitore vuoto nei negozi che vendono cosmetici CoZie. I contenitori vengono recuperati e lavati centralmente da CoZie che provvede a ridistribuirli ai punti vendita. Fino ad ora CoZie ha utilizzato le sue macchine solamente per i propri prodotti ma sta integrando la sua offerta con marchi esterni per altri prodotti come shampoo e gel doccia.

Indubbiamente CoZie ha il merito di avere aperto la strada alla vendita sfusa nel settore della cosmetica ed è probabile che altri marchi e prodotti del settore introducano prossimamente una tecnologia simile all’interno dei punti vendita.

Tra le joint venture che hanno coinvolto start up e grandi marchi di prodotti di consumo non si può non citare in termini di innovazione i casi studio delle start up Algramo e Miwa che continuano a perfezionare e implementare il proprio modello di business.

Algramo

Algramo è stata fondata nel 2013 in Cile da José Manuel Moller, con l’obiettivo di abbattere la cosiddetta “tassa sulla povertà” generata dall’alta incidenza del costo degli imballaggi sul prezzo dei prodotti. In alcuni anni erogatori di prodotti di vario tipo, dal riso ai detersivi, sono stati installati in oltre 2000 piccoli supermercati di quartiere. Nel 2018 ha preso il via la partnership con Unilever: accanto agli erogatori alla spina presenti nei negozi fisici, è nato anche un servizio di ricarica a domicilio che avviene prenotando tramite app il passaggio di stazioni di refill itineranti montate su un furgoncino e tre ruote. Ricarica e pagamento avvengono entrambi tramite l’app Algramo che si interfaccia con l’etichetta Rfid di cui il flacone è provvisto. Nel tempo la gamma dei prodotti e le partnership si sono ampliate e oggi tra le collaborazioni ci sono anche quelle con i marchi Colgate e Nestlè.

Miwa

Anche Miwa basa il suo funzionamento sull’internet delle cose: è un sistema di dispenser modulari da cui è possibili rifornirsi attraverso appositi contenitori riutilizzabili provvisti di un’etichetta Rfid che comunica con l’erogatore e la cassa del negozio: non c’è pertanto bisogno di pesare il contenuto o scansionare ulteriormente l’etichetta. L’app consente di pagare, ma fornisce anche informazioni sui prodotti acquistati. Creato nel 2014 nella Repubblica ceca, il sistema oggi è operativo a Praga e in diverse località della Svizzera. A maggio 2020 ha infatti preso il via la partnership con Nestlé, per la commercializzazione di cibo per animali e caffè solubile nei suoi punti vendita elvetici attraverso i dispenser del sistema Miwa. Partito come progetto pilota da tre negozi Nestlè, oggi è attivo in 15 punti vendita. Nestlé sta ora valutando la fattibilità di sfruttare la tecnologia degli erogatori per altre categorie di prodotti, oltre a testare la fattibilità operativa delle soluzioni nei supermercati più grandi lungo la sua catena di approvvigionamento. Miwa fornisce ai produttori (offerta B2B) i suoi contenitori intelligenti riutilizzabili che vengono riempiti per erogare merci sfuse come riso o detersivo per bucato e i moduli o scaffali intelligenti dotati di valvole di rilevamento a controllo elettronico con interfaccia utente. Ai clienti B2C viene offerto un imballaggio riutilizzabile e app corrispondente che collega tutti i moduli del sistema consentendo un riutilizzo in autonomia. Secondo la start up sulla base di una valutazione del ciclo di vita (LCA), la loro soluzione è progettata per ridurre l’impronta ambientale fino al 71% rispetto ai modelli di consumo lineare, utilizzando solo il 10% di materiali di imballaggio rispetto all’impiego monouso e con un 62% in meno di impronta di carbonio.

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Tazze e bicchieri da passeggio 

Abbiamo poi tutto il settore dei contenitori riutilizzabili dai bicchieri, alle tazze ai contenitori di varie forme e dimensioni che all’estero stanno vivendo un proprio boom negli ultimi 3 anni a partire dai sistemi di tazze riutilizzabili da passeggio (on the go). Ecco qualche iniziativa per rendere l’idea tra quelle attive in Europa che rendono possibile a singoli, aziende e istituzione varie l’utilizzo di tazze riutilizzabili anche in occasioni di eventi. Alcune sono partite con il sistema refill on the go in cui la proprietà del contenitore appartiene al cliente ma integrando anche altre formule a seconda dei clienti se singoli, aziende e istituzioni o organizzatori di eventi.

La catena indipendente di caffetterie Boston Tea Party è stata l’unica nel suo genere a interrompere definitivamente nel 2018 l’utilizzo di monouso e a servire le sue bevande calde e fredde in contenitori riutilizzabili nelle sue 23 caffetterie. I clienti portando la loro tazza ricevono 25 pence di sconto sul prezzo della bevanda e quando la dimenticano possono prenderne una a fronte di una cauzione che recuperano riportandola.

Segue menzione di alcune tra le iniziative in corso che possono includere sia il modello “refill on the go” in cui l’utente rimane proprietario del contenitore che il “return on the go” anche nella modalità del PaaS (Product as a service) dove una società terza gestisce le tazze per conto del rivenditore di bevande che paga una fee per ogni utilizzo della tazza. Nel Regno Unito:  CupClub; in Germania:  Freiburg Cup, ReCupCupforCup FairCup. Seguono altri esempi come : BillieCup (Belgio), Muuse (Singapore), Vessel (California).

Sempre in UK la piattaforma Loop che viene descritta nella sezione dedicata al modello “return from home” ha lanciato un progetto pilota in collaborazione con McDonald per testare l’impiego di tazze riutilizzabili in 6 punti vendita selezionati del Regno Unito allo scopo di ridurre i 2,5 miliardi di tazze di caffè monouso che finiscono in discarica ogni anno. I sei esercizi sono stati selezionati per la loro vicinanza al centro di lavaggio che serve la piattaforma Loop ma l’idea è quella di estenderlo a tutti i 1.300 ristoranti del gruppo del Regno Unito, e si spera anche ai 36.000 a livello globale. Per ovviare al fatto che i clienti dimenticano la propria tazza o non vogliono portarla in borsa dopo l’uso presso i caffè partecipanti della catena si otterrà uno sconto di 20 centesimi su ogni caffè, tè o cioccolata calda chiedendo una tazza riutilizzabile.

I clienti pagano un deposito di £ 1 che ricevono indietro, in contanti o come credito su un’app quando restituiscono la tazza. Quest’ultima può essere restituita immediatamente dopo la consumazione oppure in un momento successivo. I punti di consegna che verranno presto implementati includono anche postazioni ospitate nei supermercati della catena Tesco il partner della GDO di Loop nel Regno Unito.

In Italia

Nel settore dei contenitori intelligenti l’apripista per l’Italia è stato Pcup un bicchiere termico in silicone praticamente indistruttibile che è stato adottato in diversi eventi sparsi nella penisola. Il bicchiere realizzato in Italia contiene un chip sul fondo che consente di associare il bicchiere all’account dell’applicazione appoggiandolo sul telefono. Una volta che il bicchiere viene interfacciato con l’account è possibile ordinare le bevande da consumare per sé e altri utilizzando il credito caricato sull’app senza code alla cassa e ad accedere ad altre funzioni personalizzabili. I dati raccolti attraverso il bicchiere permettono di quantificare l’usa e getta risparmiato all’ambiente ma anche di acquisire informazioni interessanti per pianificare e progettare servizi mirati alle diverse tipologie di utilizzo tra eventi e applicazioni a locali della movida, ad esempio, ottimizzando i costi e prevenendo sprechi di ogni tipo.

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Contenitori da asporto

Nel settore dei contenitori per cibo da asporto –  non ancora affollato come il settore delle tazze –  ci sono operatori della ristorazione pionieri come Just Salad che iniziò già nel 2006 a  mettere a disposizione dei clienti un’alternativa riutilizzabile per l’asporto nei suoi ristoranti a New York. Recentemente ha sviluppato un programma di ordinazione online che prevede un servizio di consegna con ciotole riutilizzabili sia nella formula “return from home” che “return on the go”, che viene spiegata nella seconda parte dell’articolo.

Nella formula “Return on the go” il cliente è tenuto a riportare la ciotola entro due settimane dall’ordine per non incorrere nell’addebito di una piccola fee per ogni giorno in più che passa dal 14° giorno.

Tra le new entries che meritano una speciale menzione abbiamo ShareWare una piattaforma appena lanciata a Vancouver che offre a singoli e aziende la possibilità di aderire tramite un’app per potere usufruire di un servizio di noleggio di contenitori riutilizzabili – sia per cibo che bevande da asporto –  che vengono poi recuperati, igienizzati e rimessi in circolazione. L’aspetto interessante del modello di ShareWare sta nel servizio di wash-as-a-service che mettono a disposizione di altre aziende con sede a Vancouver che sono alla ricerca di un partner di lavaggio su scala commerciale per i loro contenitori.

ReCIRCLE è nata nel 2016 in Svizzera come prima impresa sociale specializzata nella fornitura di contenitori riutilizzabili per piatti e bevande da asporto a ristoranti, campus universitari, aziende ed altri soggetti. Al momento è operativa e consolidata in Svizzera e Germania ma con l’ambizione di esportare il modello in altri paesi con alcune iniziative in fase di definizione o in partenza in EstoniaDanimarcaGermaniaPaesi Bassi e Italia.

Il sistema basato sul modello Product as a service vede gli utilizzatori del servizio pagare una commissione sull’utilizzo dei contenitori scegliendo la tipologia di contratto più congeniale alla loro attività. Anche ReCIRCLE sta passando per una parte dei suoi contenitori a una gestione digitale del deposito tramite la reCIRCLE APP che permette altre funzioni come accedere alla lista di locali che aderiscono al sistema o aderire a programmi di fidelizzazione.

Per quanto riguarda l’Italia l’iniziativa in collaborazione con ReCIRCLE prevede la creazione di circuiti di riutilizzo dei contenitori in alcune attività di ristorazione (NoPla Take Away) e nei bar (NoPla Drink). Il progetto parte a Milano dove coinvolgerà una quarantina di ristoratori e una ventina di bar.

Per citare qualche caso studio europeo – partendo dalla Germania e Olanda dove c’è particolare fermento – non c’è che l’imbarazzo della scelta. In Germania opera  Rebowl, in Olanda abbiamo  Ozarka ora in partnership con Deliverzero, PackBackSwap-box in fase di lancio ad Amsterdam e Deliveroo operativo anche in Belgio.

Come nel caso delle tazze da passeggio queste iniziative che coinvolgono i contenitori da asporto possono operare sia nella formula “refill on the go” che “return from home” .

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3. Return from home: il vuoto si ritira a domicilio

Nel caso in cui la ricarica dei contenitori non venga effettuata direttamente dagli utenti, ma siano le aziende a riempirli (soprattutto se serve l’igienizzazione), le alternative sono due, e qui arriviamo al terzo e al quarto modello applicabile ai sistemi di riuso e ricarica degli imballaggi: “return from home” e “return on the go”. In entrambi i casi i contenitori non sono di proprietà degli utenti e vengono caricati di una cauzione che viene riaccreditata ad avvenuta restituzione dei contenitori. Nei sistemi che seguono il modello “return from home”, il contenitore vuoto viene ritirato a domicilio da un’impresa incaricata, per esempio in occasione della consegna di nuovi prodotti, e in molti casi attraverso servizi in abbonamento che consentono una fidelizzazione del cliente e un’ottimizzazione delle operazioni di ritiro e sanificazione degli imballaggi.

Il progetto Loop  basa il suo funzionamento su entrambi i modelli dal momento che i clienti della piattaforma possono non muoversi da casa (return from home) oppure rendere i contenitori vuoti presso i punti vendita che fanno parte della rete attraverso apposite reverse vending machine posizionate allo scopo (return on the go). Nonostante sia passato poco più di un anno dal suo lancio nei primi Paesi il sistema, che coinvolge grandi marchi leader dei prodotti di largo consumo, ha già fatto scuola nel suo genere.  Si tratta di una piattaforma che permette di acquistare sul proprio shop online più di 500 prodotti dei marchi più noti a livello globale: quando il prodotto è finito, l’imballaggio viene ritirato a casa dell’utente, può essere portato in un punto UPS oppure presso negozi fisici.  I contenitori vengono successivamente igienizzati, ricaricato e messi nuovamente in commercio.

Una parte importante del progetto ha riguardato la completa riprogettazione degli imballaggi avvenuta in collaborazione con i diversi marchi.  Se l’imballaggio primario dei prodotti è stato ripensato per poter essere sottoposto a numerosi cicli di riuso anche l’imballaggio secondario che contiene i prodotti acquistati ha cambiato pelle: a casa dei destinatari non arriva più una scatola in cartone da smaltire ma una box riutilizzabile, da usare per la restituzione dei contenitori vuoti. L’utente paga una quota di deposito per i contenitori che viene riaccreditata quando vengono restituiti: il credito può essere gestito facilmente tramite app e utilizzato per nuovi acquisti.

Creato dalla società di riciclo Terracycle, Loop ha avviato i primi progetti pilota di commercializzazione di prodotti in imballaggi riutilizzabili nel periodo dello scoppio della pandemia, tra marzo e aprile 2020, a Parigi e New York. Ad oggi sono attive partnership con più di 30 marchi, sia di prodotti di largo consumo come PantenePurina, Tide, sia di insegne della grande distribuzione tra cui Tesco in UK, Kroger e Walgreens in USA , Aeon in Giappone e Carrefour in alcune aree della Francia. Il lancio in Canada, Germania e Australia è previsto a metà del 2021, mentre già da ottobre 2020 è stato avviato, a partire dalla Francia, lo sviluppo del progetto con postazioni Loop nei negozi fisici. Anche in Giappone sono 19 i punti vendita dell’insegna Aeon ad ospitare una postazione Loop.

Un esempio che arriva dal Regno Unito è il servizio Club Zero sviluppato dal rivenditore online Abel & Cole che permette ai suoi clienti di acquistare alimenti secchi come cerealilegumicioccolatoriso e pasta in semplici contenitori riutilizzabili low cost senza addebito di deposito. I contenitori sono stati disegnati con in mente la funzionalità nel trasporto evitando così che i clienti siano tentati di trattenerli. I contenitori vuoti vengono riconsegnati all’interno di una box riutilizzabile quando ricevono una nuova consegna.

Anche il progetto olandese Pieter Pot, ricalca il modello “return from home”. Si tratta di un circuito che commercializza prodotti alimentari secchi in barattoli e bottiglie di vetro, permettendo agli utenti di riconsegnare quelli vuoti alla consegna dell’ordine successivo: il consumatore paga un deposito che viene riaccreditato una volta che restituisce i vuoti. Al momento il sistema, attivo in alcune zone dei Paesi Bassi, ha 3.000 utenti sta riscuotendo parecchio interesse al punto che conta una lista di attesa di altri 30.000.

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4. Return on the go: usa il contenuto e riporta il contenitore

Nel modello “return on the go”, come accennato, i consumatori acquistano un prodotto in un contenitore riutilizzabile che non rimane in loro proprietà ma va restituito presso punti vendita (possono essere più di uno e parte di una rete) o altri luoghi di raccolta anche tramite reverse vending machine (RVM) o distributori automatici inversi.

Qualora assoggettati ad una cauzione, la medesima viene riaccreditata una volta che i contenitori vengono restituiti. I contenitori usati vengono raccolti igienizzati e redistribuiti nei punti vendita al dettaglio o dove avviene la somministrazione dei prodotti che veicolano.

Sono comunque diverse le iniziative “ibride” anche tra quelle accennate in precedenza che non possono essere inserite in una sola categoria in quando permettono più modalità nella resa e gestione dei contenitori che può essere decisa dall’operatore. È sicuramente il caso delle tazze da passeggio che per comodità sono state raccolte nella sezione “refill on the go”.

Esempi nel servizio ristorazione sono Dabbadrop nel Regno Unito e Belgio, Reusabol a Barcellona, Relevo e Vytal che sono attivi in diverse città della in Germania. Quest’ultimo non offre solamente tazze e contenitori nei formati classici per piatti pronti e prodotti di gastronomia ma anche contenitori adatti per l’asporto di pizze e sushi.

Al sistema esistente prima della pandemia si è affiancato un nuovo servizio che prevede anche la consegna e ritiro dei contenitori: Vytal, Reusable Packaging-as-a-ServiceDalla scorsa estate è in essere una collaborazione con Rewe (seconda catena della GDO tedesca per fatturato) per rendere disponibile il riutilizzo dei contenitori nelle postazioni salad bar a libero servizio dell’insegna. Vytal ha posizionato allo scopo delle reverse vending machine (RVM) nei sei punti vendita che partecipano al pilota per ritirare i contenitori puliti e rendere quelli usati da igienizzare con una procedura digitale gestita tramite un’App e la scannerizzazione del QR code che include il pagamento alla cassa.  Un’ultima collaborazione raggiunta con Gorillas, un servizio consegna spesa a casa in bici, permette l’impiego dei contenitori riutilizzabili per alcune referenze vendute sfuse dal rivenditore nel negozio fisico.

Un altro esempio per questo modello ancora nella ristorazione è il sistema statunitense OZZI, pensato per garantire un ciclo chiuso per i contenitori per i pasti fuori casa, con macchine per il deposito dei contenitori vuoti e un sistema per il riaccredito della cauzione pagata dal consumatore. Il sistema è pensato sia per ristoranti con pasti da asporto, sia per luoghi pubblici come college, università, mense aziendali, ospedali.

Altri esempi di riutilizzo dei contenitori che ricalcano il vecchio vuoto a rendere delle bottiglie del latte arrivano dalla Germania dove tradizionalmente esiste un sistema di vuoto a rendere di vasetti in vetro utilizzati per gli yogurt da alcune importanti aziende lattiero-casearie in Germania. Recentemente alcune aziende come BananeiraUnverpackt für Alle e Fairfood hanno aderito al sistema (e all’infrastruttura esistente di recupero e riutilizzo di questi contenitori) impiegandoli per loro prodotti che non richiedono refrigerazione, venduti principalmente nei negozi biologici. I consumatori possono restituire i contenitori vuoti grazie a una rete di distributori automatici inversi (reverse vending machine) presenti nei supermercati, in modo che possano essere riconsegnati ai produttori che li utilizzano e che sono responsabili dell’igienizzazione prima della ricarica.

Fonte: Silvia Ricci e Veronica Ulivieri per Economiacircolare.com

Direttiva SUP e produzione. La Case History di Haval

A pochi giorni dal recepimento definitivo della Direttiva SUP, il dibattito italiano si polarizza, come spesso accade, fra ambiente e economia, come se non fosse possibile una soluzione che mantenga le performances economiche delle aziende garantendo la tutela ambientale.

A smentire questa impostazione novecentesca, incapace di comprendere come sia necessario modificare i paradigmi produttivi novecenteschi per garantirsi un futuro sul mercato (e per garantire un futuro vivibile), arriva dall’Olanda una interessante Case History. A raccontarla un progetto Interreg “Transform-CE” sulle buone pratiche relative ai modelli di business basati sull’economia circolare.

Haval è un’azienda a conduzione familiare che produce articoli monouso e imballaggi per alimenti (come posate di plastica, piatti, bicchieri da yogurt, ecc.). Attualmente, producono prodotti in grandi volumi al minor costo possibile. A causa della recente introduzione della direttiva sulla plastica monouso (SUP), che entrerà in vigore il 3 luglio 2021, quasi tutti i loro prodotti saranno vietati. Quindi, Haval sta attualmente subendo una transizione dai prodotti monouso alle alternative riutilizzabili (sotto il nome di Circulware). Invece di cercare facili soluzioni per aggirare le regole (usando altri materiali), Haval ha deciso di adottare un approccio completamente diverso, passando dai prodotti monouso a quelli multiuso. Recentemente hanno creato una linea di prodotti specifica chiamata ‘Circulware’, creata appositamente per eventi e festival, tra cui vassoi riutilizzabili per il cibo e vassoi per le patatine. Inoltre, Haval sta attivamente ricercando l’uso della filigrana, che potrebbe (in futuro) permettere di separare i prodotti alimentari da quelli non alimentari, e permettere di separare i prodotti più piccoli.

Questo comporta molti cambiamenti nel modello di business, dalla consegna diretta ai consumatori all’implementazione della logistica inversa e all’estensione della loro gamma di prodotti.

Leggi il rapporto completo: https://www.nweurope.eu/media/14010/case-study-report-haval-good-practice-of-circular-economy-business-models.pdf

Sestri Levante verso Zero Waste: il centro del riuso

Come noto la gerarchia europea dei rifiuti pone ai primi posti la riduzione e, subito a ruota il riuso. Passaggi troppo spesso sottovalutati e dimenticati dalle amministrazioni locali, che si concentrano esclusivamente sulla raccolta e sulla preparazione al riciclo. Ci sono però realtà che sul riuso investono molto, nel rispetto della filosofia “Verso rifiuti Zero”. Una di queste è senza dubbio Sestri Levante, che da qualche anno ha implementato un Mercato del Riuso molto frequentato. Un esempio di successo, una case history da approfondire. Lo facciamo con l’Ing. Annalisa Fresia, dirigente del settore Ambiente del Comune di Sestri Levante.

In una Regione che ancor oggi fatica a raggiungere gli obiettivi di legge per la raccolta differenziata ed in una Provincia che fatica forse più della Regione essendo al 54%, Sestri Levante è un’eccellenza assoluta per performance ambientali. Com’è organizzato il servizio di raccolta a Sestri?

Il 2015 è stato un anno di svolta, a partire da allora c’è stato un cambiamento importante: la giunta decise di passare dal servizio stradale al servizio integrato di porta a porta. Siamo stati da subito colpiti dalla risposta immediata dei cittadini: il servizio è stato avviato nel febbraio 2015, già nel marzo 2015 abbiamo ottenuto risultati ampiamente soddisfacenti, andando oltre al 70%. Una risposta immediata che è rimasta invariata negli anni, grazie alla volontà dei cittadini, al buon servizio offerto dal gestore ed alla costanza dell’amministrazione, che non ha mai fatto un passo indietro, nonostante con il porta a porta non si accontentino tutti. Ad accrescere il valore di quanto realizzato in questi anni è il fatto che siamo un Comune turistico, che vede un aumento molto significativo delle presenze sul territorio (e conseguentemente dei rifiuti prodotti e delle utenze da servire) durante il periodo estivo.
Il lavoro fatto è senza dubbio apprezzato: siamo il primo Comune oltre i 15.000 abitanti premiato da Legambiente come Comune Riciclone.

Da letteratura, il passo successivo per ottenere un ulteriore incremento della RD e una maggiore equità della tariffazione, sarebbe quello della tariffazione puntuale. Cosa sta facendo il Comune di Sestri in questa direzione?

C’è sicuramente la volontà dell’amministrazione di approfondire il tema, nell’ambito della strategia Rifiuti Zero a cui il Comune di Sestri ha aderito.
Nell’ambito del Progetto Clima, progetto europeo con partner libanesi e tunisini sull’economia circolare e in particolare sulla migliore gestione del rifiuto organico, il Comune di Sestri, oltre a portare le sue buone pratiche a servizio del progetto, sta facendo una misurazione puntuale dei flussi per poter fare una simulazione realistica della tariffazione puntuale. La simulazione, di cui è stata incaricata ESPER, è uno strumento che verrà fornito all’amministrazione perché possa fare le dovute valutazioni in merito.

Uno dei pilastri della strategia “Verso rifiuti zero” e della strategia europea di gestione rifiuti è il Riuso.
Sestri Levante si è dotata da tempo di un “Centro del Riuso” che sta dando risultato particolarmente incoraggianti…

Il centro del riuso è stata una proposta dell’appaltatore nell’ambito dell’offerta economicamente vantaggiosa, che ben si è sposata con la filosofia d’azione dell’amministrazione e con volontà di riqualificare l’area dell’ex mattatoio. I lavori sono stati conclusi, grazie anche ad un finanziamento della Regione Liguria, nel febbraio 2017, mese in cui si è inaugurata. L’area dell’ex-mattatoio vede al suo interno un Centro di Raccolta Comunale, e il Centro del Riuso.
Da subito c’è stata una buona risposta da parte dei cittadini, ma non solo. Chiunque, quindi non solo gli iscritti a ruolo TARI del Comune, può andare a ritirare gratuitamente gli oggetti, mentre solo gli iscritti possono conferire gli oggetti presso il centro. Vengono registrate le persone che conferiscono e quelle che ritirano. Abbiamo una banca dati che ci permette di analizzare i flussi in entrata ed in uscita.

È molto apprezzato anche la valenza sociale del mercato del riuso: la possibilità per persone con ridotta capacità di acquisto di recuperare gratuitamente oggetti che trovano nuovo utilizzo nell’ottica dell’economia circolare. Anche i nostri servizi sociali sono coinvolti nel servizio e apprezzano come persone con particolari necessità possano trovare mobilio o oggetti per bambini.

Quali sono i numeri del Mercato del Riuso?
Numeri particolarmente lusinghieri. I numeri dei 2018 parlano di quasi 11.400 utenti che hanno prelevato un oggetto, con un quantitativo di merci tolte alla discarica, di quasi 90.950 Kg . Per il 2019 oltre 14.000 utenti e un quantitativo di merci recuperate di quasi 139.000 kg. Per il 2020 nonostante le chiusure di aprile e maggio e le restrizioni Covid imposte per gli accessi, si sono comunque registrati oltre 4.500 accessi e si sono recuperate oltre 35.000 Kg di beni.
Sono numeri importanti, che fanno una certa impressione se si pensa che Sestri ha 18.500 abitanti…

Dunque un grande successo. Criticità?

Sicuramente quella degli spazi: il forte afflusso ci ha obbligati a dividere gli orari per l’accesso al centro di raccolta e quelli al centro del riuso. Da una parte il personale non aveva le forze di gestire contemporaneamente le due realtà, dall’altra gli spazi fisici non sarebbero stati sufficienti. Al momento gli oggetti più ingombranti non vengono esposti per motivi di spazio, ma vengono fotografati ed esposti in una bacheca. Stiamo progettando un ampliamento del Mercato del Riuso proprio perché c’è necessità di ulteriori spazi.

Quali altre attività si sono svolte e si svolgono al Mercato del Riuso?

Fin dal giorno dell’inaugurazione abbiamo cercato di fare in modo che il Mercato del Riuso diventasse anche un centro culturale e sociale. Nell’inaugurazione abbiamo coinvolto l’associazione VivimBici, che poi ha organizzato dei corsi di manutenzione della bicicletta. Con Il Labter Centro di educazione Ambientale, abbiamo organizzato dei laboratori di recupero degli ombrelli, trasformati in borse della spesa; con Arciragazzi abbiamo costruito oggetti e giochi per bambini dalla plastica delle bottiglie.  Le attività si susseguono, almeno una volta all’anno in occasione del compleanno del Centro del Riuso, ad eccezione degli ultimi due anni per le note restrizioni Covid.

Quali i prossimi passi?

Nell’ambito del Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare della Città Metropolitana di Genova presentato al Ministero, ci siamo candidati con un progetto che prevede il completamento della ristrutturazione del mattatoio e la realizzazione di un polo socio ambientale. Nella parte ad oggi non ristrutturata il progetto prevede di avviare, attraverso un percorso partecipativo, un orto didattico, un centro unico di distribuzione alimentare con un piccolo market, un laboratorio artigianale legato al riutilizzo di utensili, mobilio e specialmente vestiti. Il progetto è ambizioso, ed ha visto una partecipazione integrata dei servizi comunali: Lavori Pubblici, Ambiente, Servizi Sociali.

Sarebbe un rafforzamento significativo di una esperienza di successo, che ha saputo anche convincere i più scettici. Basta pensare che alcuni cittadini residenti nella zona adiacente all’area dell’ex mattatoio, si erano mossi con una raccolta di firme prima dell’avvio dei lavori del mercato del riuso e centro di raccolta, temendo che questi portassero disordine e sporcizia, mentre oggi sono fra i sostenitori dell’esperienza. Abbiamo accolto le loro perplessità preventive e siamo andati loro incontro con una progettazione partecipata. Sono stati proprio loro a chiederci successivamente un mercato a km0, oggi attivo tutti i martedì mattina, già integrato nel nuovo progetto del polo socio ambientale. Oggi il carattere storico e fortemente legato all’economia circolare del luogo è valorizzato dalla presenza di attività legate alla sostenibilità ambientale che qui si collocano: il Centro del Riuso, il mercatino Km 0, i distributori pubblici dell’acqua e del latte, la stazione del bike sharing. Speriamo di ampliare questa bellissima esperienza.

Economia circolare, Costa: nei prossimi 5 anni 1,6 milioni di lavoratori necessari al settore riparazione

Secondo alcune stime “sono oltre 230mila le posizioni di lavoro che ora occorrerebbero per i cosiddetti riparatori”, in un più vasto “cambio di paradigma, dall’economia lineare all’economia circolare, che nel prossimo quinquennio si stima necessiti di oltre 1,6 milioni di nuovi lavoratori green nel settore”, cioè “circa il 60% oltre la richiesta lavoro esistente”. Così il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, intervenuto al webinar organizzato dal Movimento 5 Stelle dal titolo ‘2021 anno del diritto alla riparazione’. Insomma, “non è più banale parlare di economia circolare – dice Costa – va magnificato il tema che è emerso”.

“Sul tema della riparazione, all’esame del Senato c’è una proposta di legge per il contrasto all’obsolescenza programmata dei beni di consumo, mentre alla Camera ce n’è un’altra basata sul concetto di bene nella gestione del rifiuto. Sono proposte di legge che segnano questa sensibilità – aggiunge il ministro – oggi che ci sono le condizioni culturali, politiche e governative, si può fare ed è necessario fare questo salto di qualità”. 

“Il diritto alla riparazione si fonde ad altri diritti nell’ambito dell’economia circolare che cambiano il paradigma produttivo”, spiega Costa, “una visione nella quale nel resto della legislatura vogliamo costruire questo sistema”.

l ministro ha ricordato che nel 2018, poco dopo il suo insediamento al ministero dell’Ambiente, è stata assegnata al suo dicastero la competenza sull’economia circolare, insieme al ministero dello Sviluppo economico. Inoltre, nel 2020 è stata creata la Direzione generale per l’economia circolare. “Questo va di pari passo – ha osservato – con il quadro Ue”, al quale ha fatto riferimento la direttrice generale del ministero Laura D’Aprile. 

Costa ha ricordato che “nell’ambito del regolamento Ue sulla tassonomia, abbiamo costruito gli indici della green finance, tra cui l’indice della circolarità della materia: coloro che vi investono hanno un indice di rischio più basso. Siamo i primi in Europa ad applicare tutto questo in via sperimentale”.

Ikea: lancia Black friday sostenibile, ricompra mobili usati

 Ikea in occasione del Black Friday, inviterà i clienti a “rivendere” i propri mobili Ikea usati per dare loro una seconda vita. La campagna che prenderà il via in Italia dal 27 novembre al 6 dicembre in tutti i 21 store sul territorio nazionale, spiega il colosso dell’arredamento “è frutto del percorso intrapreso dall’azienda per diventare un business circolare entro il 2030, in favore dell’ambiente”.

” Essere circolari è un’ottima opportunità di business e, al tempo stesso, una responsabilità. La crisi climatica ci impone di ripensare radicalmente le nostre abitudini di consumo – afferma Pia Heidenmark Cook, Chief Sustainability Officer del Gruppo Ingka – . Un’economia circolare si può raggiungere solo attraverso gli investimenti e la collaborazione con i clienti, le altre imprese, le comunità locali e i governi, in modo da azzerare i rifiuti e innescare un ciclo di riparazione, riutilizzo, riadattamento e riciclaggio.” I clienti che desiderano “vendere” i propri mobili Ikea usati potranno consultare la pagina del sito dedicata, verificare le condizioni del servizio di riacquisto ed effettuare una pre-valutazione del prodotto prima di recarsi in negozio per la valutazione finale e la consegna. Chi consegna a Ikea i propri mobili usati riceverà un buono acquisto da spendere in negozio. In base alle condizioni dei mobili, il buono può ammontare fino al 50% del prezzo originale dell’articolo. (ANSA)

Colpo di scena: Coca-Cola, Pepsi, Nestlé appoggiano un sistema di deposito Europeo

Finalmente dopo decenni di dura opposizione ai sistemi di deposito per i contenitori di bevande le grandi multinazionale del beverage, insieme a dozzine di altri produttori di bevande stanno ora perorando per un’introduzione di sistemi di deposito (DRS: Deposit Return Systems) in tutti gli stati membri. L’Associazione Comuni Virtuosi accoglie con grande soddisfazione questa importante, quanto inevitabile, svolta intrapresa dall’industria delle bevande.
La dichiarazione è arrivata attraverso un comunicato pubblicato ieri sul sito di Euractiv da parte di due associazioni europee del settore : la EFWB che rappresenta più di 500 produttori europei di acqua in bottiglia, e l’UNESDA Soft Drinks Europe, che rappresenta i produttori di bibite che operano in Europa, tra cui Coca-Cola, Pepsico, Danone, Nestlé Waters e Red Bull.

Nella lettera aperta le associazioni dicono di voler massimizzare la raccolta e il riciclaggio di tutti gli imballaggi per bevande: dal vetro, cartone, lattine alle bottiglie in PET. Per queste ultime la direttiva UE sulla plastica monouso (SUP), richiede che ne venga raccolto entro il 2029 il 90% , con un obiettivo intermedio del 77% al 2025. La direttiva SUP stabilisce inoltre che le bottiglie in PET per bevande devono contenere il 25% di contenuto riciclato entro il 2025 e fino al 30% nel 2030.

Per raggiungere questi obiettivi, le due associazioni di categoria rimarcano che l’Europa avrà bisogno di sistemi di raccolta per gli imballaggi altamente efficaci. Se guardiamo alle prestazioni di raccolta e riciclo delle bottiglie per bevande in PET nei paesi membri risulta improbabile che tutti saranno in grado di raggiungere gli obiettivi definiti dalla direttiva.

La EFWB e l’UNESDA ritengono che sistemi di deposito (DRS) ben progettati potrebbero essere la chiave per un veloce raggiungimento degli obiettivi europei – e un numero crescente di Stati membri dell’UE sta arrivando alla stessa conclusione e sta valutando una loro introduzione. Ha affermato Hans van Bochove, Vicepresidente senior per gli affari pubblici e le relazioni con il governo dei partner europei di Coca-Cola che concorda anche sul fatto che “un DRS ben progettato consentirebbe all’UE di raggiungere i suoi obiettivi di raccolta per le bottiglie per bevande più rapidamente e garantirebbe anche il rPET di qualità alimentare che le nostre le industrie hanno bisogno. Oltre a garantire un riciclo a ciclo chiuso un DRS ridurrebbe anche la quantità di materiali vergini necessari, abbassando così l’impronta di CO2 dell’UE contribuendo così al raggiungimento dei suoi obiettivi per il clima ” .

Le due associazioni affermano che un sistema efficiente di deposito deve soddisfare alcuni importanti criteri di progettazione: dovrebbe avere una portata nazionale, dovrebbe essere il più ampio possibile coprendo tutte le categorie di bevande ed essere istituito e gestito dall’industria coinvolta dal sistema attraverso un’organizzazione no-profit. Inoltre, un DRS dovrebbe essere conveniente per il consumatore, accompagnato da una chiara comunicazione sull’ammontare del deposito/cauzione e relativi scopi e prevedere una rete di facile accesso per la restituzione dei vuoti e relativi depositi. Il meccanismo della cauzione dovrebbero incentivare una cultura del recupero e infine un DRS dovrebbe garantire ai produttori di bevande l’accesso a materiale riciclato per un utilizzo a ciclo chiuso (cioè da bottiglia a bottiglia).  

Sempre secondo le due associazioni di categoria la Commissione Europea potrebbe svolgere un ruolo importante nel rendere i sistemi di deposito una realtà sviluppando ad esempio delle linee guida per una loro attuazione.

Sull’esempio di quanto avvenne con la pubblicazione delle linee guida guida sui requisiti minimi per i regimi di EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) che sviluppata e adottata nella revisione del 2018 della direttiva quadro sui rifiuti. Questi orientamenti potrebbero essere sviluppati come parte del lavoro della Commissione nei prossimi mesi per l’attuazione del piano d’azione per l’economia circolare e dei fondi di ripresa ( o Recovery Funds) dell’UE.

Si tratta di una svolta storica“, ha affermato Recycling Netwerk Benelux una delle Ong più attive in Europa nella promozione dei sistemi di deposito, che, come la nostra associazione Comuni Virtuosi, aderisce alla piattaforma europea Reloop per la promozione dell’economia circolare, con particolare focus sui sistemi di riuso. “Cinque anni fa, tutti i produttori di bevande erano ancora tradizionalmente contrari a un deposito sulle bottiglie di plastica. Di conseguenza, alcuni governi europei hanno dimostrato una certa riluttanza ad attuare questa misura ambientale. Ora che le stesse società coinvolte chiedono un sistema di deposito, non c’è più motivo di esitare. Un sistema di deposito con cauzione riduce la quantità di bottiglie di plastica disperse nell’ambiente dal 70 al 90 percento. Per i governi di paesi come Francia, Spagna e Belgio, questo deve essere il segnale di partenza per introdurre finalmente una legislazione nazionale ” ha affermato l’organizzazione ambientale esprimendo .

Non ci sono dubbi sul fatto che senza la pressione esercitata dagli obiettivi imposti dalla Direttiva SUP (Single Use Plastics) che deve essere recepita entro il prossimo 3 luglio, non avremmo assistito a questa “improvvisa” capitolazione di resistenze industriali che hanno dominato gli scenari internazionali per decenni. Questa svolta era d’altronde inevitabile perché non esistono di fatto altri strumenti oltre ai DRS che possono portare in meno di due anni la percentuale di intercettazione oltre al 90%. Lo dimostra il caso lituano , l’ultimo stato europeo ad avere introdotto un sistema di deposito qualche anno fa.

L’ITALIA A CHE PUNTO E’ ?

Venendo all’Italia l’obiettivo di intercettazione del 77% al 2025 per le bottiglie in PET rimane piuttosto sfidante. Questo nonostante l’entrata in campo di Coripet. Senza una legge nazionale che imponga un sistema di deposito con una cauzione che imposta sul prezzo di vendita delle bevande, è tutto più complicato, sia per la parte operativa che richiederebbe l’installazione in tempi brevi e capillarmente su tutto il territorio di un numero sufficiente di macchine di Reverse Vending, che sul versante della sostenibilità economica. Nei sistemi di deposito nazionali ci sono diverse facilitazioni per i partecipanti tra i quali un meccanismo di compensazione dei costi sostenuti che attinge ad un fondo creato dalle fee ricevute dai produttori per i contenitori di bevande che non sono rientrati nel sistema. Questo importo milionario riferito a depositi che non hanno potuto essere restituiti agli utenti (relativi al 10% circa della quantità di contenitori immessi annualmente sul mercato ) viene ripartito ogni anno tra i soggetti che partecipano al sistema.(1) Anche l’importo della cauzione che in Italia non viene applicata non essendoci una legge ha di fatto un peso importante nel successo del sistema. Come si è visto dai paesi dove i sistemi di deposito sono in vigore da anni, se è troppo bassa ci sono meno probabilità che i contenitori vengano restituiti, se è troppo alta può offrire sponda a vari tipi di frodi. Un sistema di deposito è costoso ma i casi dei paesi in cui è stato adottato dimostrano che si ripaga da se’ e che tutti i portatori di interesse ne traggono vantaggi anche economici.

Un requisito di fondamentale importanza (come indicato anche da EFWB UNESDA) è che un sistema di deposito includa tutti i tipi di contenitori come le bottiglie in vetro e le lattine ( che ormai sono circa 3 volte più numerose delle bottiglie nel littering e cestini stradali). Altrimenti c’è il rischio concreto che i produttori di bevande confezionino una parte dei loro prodotti su tipologie di contenitori non coperte da un DRS, vedi, ad esempio, le sperimentazioni sulla paper bottle di Carlsberg o l’utilizzo di cartoni da parte di alcune marche di acqua in bottiglia.

Ma questo lo vedremo più avanti perché in Italia una discussione e un confronto sui sistemi di deposito non è, sorprendentemente, neanche iniziata. I pochi articoli che si leggono in italiano che entrano un minimo nel dettaglio di questi sistemi si trovano su questo sito.

Mappa dei DRS- Credit : Retorna ES

Tuttavia con questa svolta “epocale” da parte dei produttori di bevande, è necessario che il governo italiano prenda in mano la questione e dia l’incarico all’ISPRA, ad ARERA, o ad altra organizzazione indipendente e accreditata, di redarre un primo studio che delinei costi e benefici di quale potrebbe essere il modello di deposito più adatto per il nostro paese. si può fare partendo da un’analisi di quelli esistenti e di quelli in divenire per quanto riguarda la legislazione e il modello adottato, che serva da base per lo sviluppo di una legge nazionale. Non è più necessario partire da zero, esiste ormai una solida evidenza da cui attingere.

Con una decina di paesi europei che hanno da tempo in vigore un sistema di deposito per bottiglie di plastica e lattine, e 11 governi europei che hanno deciso di introdurre o espandere il proprio sistema nazionale sarebbe il caso di non dormire sugli allori di alcune nostre performance di recupero di materia.

Sempre se non vogliamo correre il rischio di diventare in questa classifica europea il fanalino di coda. Siamo già stati “sorpassati a sinistra” da Romania, Grecia e Turchia.

Fonte: Silvia Ricci per Associazione Comuni Virtuosi

Banchi di scuola, in Lombardia un progetto per donare tutti quelli vecchi salvandoli dallo smaltimento

Saranno 2 milioni e 400 mila i nuovi banchi monoposto da consegnare alle scuole, come confermato anche oggi, lunedì 7 settembre, dalla ministra all’Istruzione Lucia Azzolina ad “Agorà” su Rai 3: “A settembre la scuola primaria sarà quasi tutta coperta e a fine ottobre arriveranno tutti i 2,4 milioni di banchi. Abbiamo chiesto ai dirigenti scolastici quale tipo di banchi desideravano: 2 milioni sono tradizionali, 450mila circa sono quelli con le rotelle, ma esistono già da dieci anni nelle scuole”.
Per alcuni la decisione di produrre nuovi banchi invece che adattare i vecchi – come per altro sta avvenendo in alcune scuole che hanno deciso di non aspettare le nuove forniture e hanno segato a metà i vecchi banchi – è una scelta insensata e miope, anche per motivi ambientali: le centinaia di migliaia di banchi sostituiti che fine faranno? Saranno buttati via o verranno riutilizzati in qualche modo? Dal Ministero non è arrivata nessuna indicazione precisa, tutto sta alle singole iniziative di istituti e Comuni. 
In Lombardia ad esempio c’è un’iniziativa molto concreta che punta proprio al riuso attraverso la donazione. È stata avviata da Banco Building, il Banco delle Cose, organizzazione di volontariato contenuta nell’alveo del Banco Alimentare, che si occupa di favorire la sostenibilità ambientale con il riutilizzo di materiali edili, arredamento, tessile e altro. “Abbiamo già contattato – racconta all’Ansa Silvio Pasero, presidente di Banco Building – tutti gli istituti scolastici statali della Lombardia affinché, attraverso il nostro sito, ci comunichino la loro disponibilità a donare i banchi che verranno sostituti da quelli monoposto”. “In questo periodo – prosegue Pasero – abbiamo intravvisto una possibilità: da un lato molte scuole dovranno dotarsi di nuovi banchi scolastici monoposto e avranno il problema di “rottamare” molti dei banchi scolastici precedentemente in uso, dall’altro esistono realtà, in Italia o Paesi in via di sviluppo, che di questi beni hanno bisogno“.
“Quest’operazione – spiega il presidente di Banco Building – produce un triplice vantaggio: i donatori risparmieranno i costi legati alla distruzione dei beni (carico, trasporto, costo della discarica); i beneficiari potranno utilizzare beni che diversamente avrebbero dovuto acquistare; si eviterà un impatto ecologico ma soprattutto consentirà che i beni dismessi diventino fattore di sviluppo in Italia o nei Paesi in via di sviluppo”.

Fonte: Eco dalle Città

Post Coronavirus, il mercato dell’usato promette bene

La Second Hand Economy nel 2019 ha raggiunto un valore di 24 miliardi di euro, pari all’1,3% del PIL italiano.

 La ripresa economica post Coronavirus dovrà necessariamente basarsi su un nuovi e virtuosi modelli di comportamento. Si tratta di una gigantesca occasione per ripensare l’intera economia su basi green e sostenibili. In tale contesto il mercato dell’usato rappresenta un’ottima strumento dalle basi già solide. 

Lo dimostra la sesta edizione dell’Osservatorio Second Hand Economy condotto da Bva Doxa per Subito.it, piattaforma online utilizzata per la compravendita di beni da oltre 13 milioni di utenti unici mensili.
Secondo la ricerca, il mercato dell’usato nel 2019 si è attestato sui 24 miliardi di euro, pari cioè all’1,3% del Pil italiano. Un trend in aumento, cresciuto in soli 5 anni del 33% e destinato nei prossimi mesi ad ingrandirsi ulteriormente. 

L’emergenza che abbiamo vissuto in questi mesi ci ha obbligati a fermarci e a ripensare il nostro modo di vivere, dandoci l’opportunità di ripartire migliori di prima”, dichiara Giuseppe Pasceri, ceo di Subito. “I dati dell’Osservatorio Second Hand Economy ci dicono che l’economia dell’usato può essere una vera e propria leva per ripartire: per il Paese, perché è una forma di economia partecipativa che produce valore e mette in circolo risorse; per le persone, cui fornisce un beneficio economico tangibile; ma anche per il pianeta. Covid-19 ci ha fatto sentire tutta la nostra fragilità, ma anche il potere di fare la differenza con i nostri comportamenti”.


La ricerca ci permette di conoscere i beni che più di altri vengono venduti ed acquistati, ma anche di  conoscere la tipologia degli utenti più attivi, i loro comportamenti e le loro motivazioni. In generale, per quanto riguarda la vendita online, gli italiani vendono principalmente oggetti della categoria Casa&Persona (64%), Elettronica (48%), Sports& Hobby (45%) e Veicoli (26%): gli oggetti usati più venduti nel 2019 sono stati libri e riviste, a pari merito con abbigliamento e accessori (6 di media); arredamento e casalinghi, a pari merito con musica e film e articoli per bambini (5). Per quanto riguarda invece la tipologia di utenti, le più attive nella second hand economy si sono dimostrate essere le giovani famiglie con età compresa tra i 35 e i 44 anni e i “nativi digitali” d’età compresa  tra i 18 e i 24 anni (la cosiddetta “Generazione Z”),  per i quali  il canale online è naturalmente il preferito per vendere e comprare.

Che si tratti di famiglie con bimbi piccoli, di coppie o di professionisti in carriera, la “molla” che spinge all’acquisto o alla vendita dell’usato è duplice, cioè di natura sia economica che “etica”. La possibilità di risparmiare va infatti a braccetto con una certa – e crescente – sensibilità verso la questione ambientale: in base all’analisi dei dati, una grossa fetta di utenti vede infatti nel riuso una potente arma contro gli sprechi. 

Come accennato sopra, il mercato dell’usato è destinato, almeno per il 71% degli intervistati, a crescere ulteriormente nei prossimi cinque anni, diventando sempre più una scelta consapevole e green (48%), un ottimo strumento per risparmiare (47%) e per rendere i consumi accessibili a più persone (30%). 

Fonte: Rinnovabili.it