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Irlanda: al via ad ottobre un Sistema Cauzionale per bottiglie e lattine

Tutto pronto in Irlanda per la partenza con il primo ottobre del Sistema di Deposito Cauzionale mirato alla riduzione delle quantità di bottiglie di plastica e lattine che vengono attualmente smaltite invece che riciclate.

Con l’introduzione di un Sistema Cauzionale anche in Irlanda dal primo ottobre saliranno a 15 i paesi europei che si sono dotati di un DRS. In Irlanda il sistema sarà gestito da “Deposit Return Scheme Ireland “(DRSI), una società senza scopo di lucro istituita a fine luglio con decreto del ministro dell’ambiente Eamon Ryan, costituita da produttori di bevande affiliati all’Irish Beverage Council (IBEC).

Nel corso del 2023 l’operatore del sistema irlandese DRSI svilupperà ulteriormente la sua infrastruttura informatica e finanziaria che si occuperà della raccolta dei contenitori vuoti e della restituzione del deposito cauzionale ai consumatori, attraverso una rete incrementabile di reverse vending machine (RVMs) presenti presso i rivenditori di bevande. Il DRS irlandese interessa le bottiglie in plastica (sino a 3 lt) e le lattine in alluminio, ma non le bottiglie in vetro, a differenza di quanto avviene nella maggior parte dei paesi europei che hanno adottato tale sistema.

“La stima più generosa che si possa fare sugli attuali tassi di raccolta è che raccogliamo circa il 60% delle bottiglie in PET. Probabilmente la percentuale è molto più bassa, circa il 30%. Un Sistema Cauzionale è il miglior meccanismo per raggiungere il tasso di raccolta del 90% di raccolta al 2029″, ha dichiarato Colin O’Byrne, project manager dell’organizzazione ambientalista Voice. L’ Ong ha lanciato tempo fa una specifica campagna, Return for Change proprio per spingere il governo ad introdurre un DRS come primo passo per affrontare il problema del littering e migliorare le scarse prestazioni di raccolta degli imballaggi.

In attesa dell’arrivo di un sistema nazionale alcune insegne della distribuzione organizzata e della ristorazione hanno già introdotto su base volontaria un deposito cauzionale su alcuni contenitori di bevande in vendita installando delle RVM nei loro punti vendita per permettere il recupero del deposito.

E’ questo il caso dell’insegna Lidl nei punti vendita di Glenageary (Dublino) e Claremorris; oppure Aldi nel negozio di Mitchelstown. Anche Boojum, catena di ristoranti messicani, collocato un distributore automatizzato nel suo ristorante di South Great George’s Street dove è possibile conferire bottiglie di plastica e lattine di alluminio.

Fonte: A Buon Rendere

Rifiuti tessili, dal consorzio Ecotessili un progetto pilota di raccolta

In attesa dei decreti attuativi i distributori e gli importatori di prodotti tessili si stanno attivando per avviare una filiera dedicata

La filiera per la raccolta, riutilizzo e riciclo dei rifiuti tessili si sta organizzando. In attesa di conoscere le modalità operative che saranno introdotte con i decreti attuativi, i produttori, i distributori e gli importatori di prodotti tessili si stanno attivando per avviare una filiera dedicata. Ecotessili, consorzio nato per la gestione del fine vita dei prodotti tessili, promosso da Federdistribuzione e da importanti insegne aderenti alla Federazione della distribuzione moderna e costituito nell’ambito del Sistema Ecolight – al quale fanno riferimento anche i consorzi Ecolight (per la gestione dei RAEE e delle pile), Ecopolietilene (per la gestione dei rifiuti da beni in polietilene), Ecoremat (per la gestione di materassi e imbottiti a fine vita) e la società operativa Ecolight Servizi – si pone in prima linea in questa nuova sfida, con l’obiettivo di mettere in campo modalità di raccolta di questi prodotti che garantiscano la tracciabilità e la circolarità ambientale, con la massima efficienza possibile.

In autunno darà vita a un progetto pilota di raccolta che vedrà il coinvolgimento di realtà già oggi impegnate nella gestione dei prodotti tessili dismessi, iniziativa che andrà a inserirsi nelle azioni per la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), in programma dal 19 al 27 novembre e dedicata proprio ai rifiuti tessili.

«In attesa del quadro operativo di riferimento, il consorzio si sta attivando per individuare delle modalità di raccolta dei tessili che possano essere efficienti ma soprattutto efficaci – annuncia il direttore generale di Ecotessili, Giancarlo Dezio -. Di fatto, il primo passo per una gestione corretta di queste tipologie di prodotti dismessi, per impostare una raccolta che sia capillare e di qualità. In collaborazione con alcuni importanti partner, stiamo lavorando su un progetto pilota che possa tracciare un percorso in questo nuovo sistema di raccolta, riutilizzo, riciclo».

I rifiuti tessili in circolazione sono molti: secondo l’ultimo rapporto pubblicato da McKinsey, “Scaling textile recycling in Europe – turning waste into value”, ogni cittadino europeo produce più di 15 kg di rifiuti tessili in un anno e questi hanno prevalentemente come destinazione finale la discarica o l’inceneritore.Il consorzio Ecotessili inoltre sta registrando in questo momento un importante incremento dei propri consorziati.

«È il segno tangibile dell’attenzione che c’è da parte delle aziende del settore al tema della corretta gestione dei rifiuti – osserva il dg -. È un’attenzione che non risponde solamente all’obbligo normativo che affida a produttori e distributori la responsabilità della gestione dei rifiuti derivanti dai loro prodotti, ma è indice di una crescente sensibilità nei confronti dei temi ambientali, in un contesto di reale transizione ecologica».

Fonte: Il Sole 24 Ore

Nuove linee guida per i centri del riuso nel Lazio

Approvata dalla Giunta Regione Lazio la delibera riguardante le “Linee guida ai Comuni per la realizzazione e gestione dei centri del riuso”, proposta dall’assessore Massimiliano Valeriani e dall’assessora Roberta Lombardi, redatta grazie al supporto tecnico di Esper e che contiene al suo interno molte iniziative di finanziamento, potenziamento e monitoraggio di tali strutture, promuovendo anche una grande sinergia tra i vari centri sparsi sul territorio. Viene inoltre fornito un inquadramento regolamentare non solo ad ambito regionale ma anche nazionale ed europeo.

Dalle parole di Massimo Valeriani si evince quanto questa disposizione sia importante per gli obiettivi contenuti nel Piano regionale dei rifiuti poiché il centro del riuso è uno dei punti nevralgici per il recupero, il riciclo e il riutilizzo dei materiali permettendo a questi rifiuti di non essere direttamente smaltiti, riducendo molto l’impatto ambientale.

L’assessora Roberta Lombardi mostra come, con un buon 22%, l’Italia è al primo posto nell’UE in termini di utilizzo della circolazione dei materiali e che punta a raggiungere il 30% entro il 2030, con una riduzione dei rifiuti in linea con gli scopi del PNRR.

Il Direttore generale di ESPER, Attilio Tornavacca, evidenzia che “l’illustrazione e l’analisi delle realtà citate in queste linee guida rappresenta una formidabile raccolta di esperienze da cui trarre spunto. Le esperienze censite più interessati sono quelle che, al netto di contributi pubblici acquisiti per le spese di investimento iniziali per l’avvio del Centro del Riuso, riescono poi ad autosostenere economicamente la propria gestione quotidiana senza dover ricorrere a sovvenzioni pubbliche”.

Si rimanda al seguente link per consultare le linee guida complete: https://www.legislazionetecnica.it/system/files/fonti/allegati/22-6/8866300/La_21062022_458.pdf

Nuovo decreto per la regolamentazione degli scarti edili

Dal 15 luglio 2022, come conseguenza del nuovo decreto firmato da Cingolani, gli scarti e i vari materiali derivanti dall’edilizia smettono di essere considerati rifiuti e diventano riciclabili secondo determinate condizioni.

Nel decreto sono infatti presenti tutta una serie di punti che specificano le condizioni di sicurezza che permetteranno di trattare in sicurezza circa 70 milioni di tonnellate di rifiuti edili presenti in Italia.

È un provvedimento molto atteso dalla filiera e sono stati dedicati 180 giorni dall’entrata in vigore per comunicare gli adeguamenti o presentare eventuali istanze di aggiornamento. Nessun cambiamento invece per tutte le procedure di recupero e per i materiali derivanti da tali attività che già erano stati autorizzati e che potranno continuare ad essere utilizzati.

Gli aggregati recuperati dovranno essere destinati per lavori specifici come sottofondi ferroviari o stradali, recuperi ambientali etc ma non sarà ammesso l’uso di rifiuti dalle attività di costruzione e di demolizione abbandonati o sotterrati.

Si rimanda al seguente link per scaricare la bozza del decreto: http://www.appa.provincia.tn.it/news/-Aggiornamenti/pagina558.html

Riciclo e riuso dei secchi di plastica presso “Iper La grande I”

É sempre un piacere quando ci si imbatte in iniziative virtuose e per questo ci preme segnalare quella avviata riguardo sia il riutilizzo che il riciclo dei secchi in plastica delle vernici ad acqua di grandi dimensioni presso il centro commerciale “Iper La grande I” di Montebello della Battaglia. L’iniziativa innovativa, denominata “Plastic Buster”, è stata avviata grazie a finanziamenti della Fondazione Cariplo e di Corepla ed è stata sviluppata da una squadra coordinata dall’organizzazione non profit ambientalista Class Onlus e composta dalla marca di pennelli “Cinghiale”, dall’insegna della grande distribuzione “Iper La grande I”, da IPPR, da Montello spa, S&h srl, Autotrasporti Longa e Unionplast (Federazione confindustriale gomma plastica). Presso i centri commerciali “Iper La grande I” di Montebello della Battaglia (PV) e Seriate (BG), viene quindi incoraggiato il riuso dei secchi. In specifico vengono spiegati alla clientela di tali ipermercati i vantaggi della coltivazione idroponica realizzabile anche su scala domestica, che non usa terriccio ma sfrutta le sostanze nutritive appositamente disciolte nell’acqua contenuta in un recipiente, che in questo caso è il secchio di vernice ad acqua riutilizzato. Viene distribuito un semplice manuale operativo per avviare una coltivazione idroponica casalinga, realizzato in collaborazione con Terra Aquatica, azienda francese leader globale nel settore. Sarà infine organizzato un concorso fotografico per mostrare i frutti dell’orto acquatico, generando una scontistica dedicata. 

Sul versante del riciclo, presso i due punti vendita è stato installato uno speciale cassonetto intelligente – progettato e costruito appositamente dalla società S&h di Peschiera Borromeo (MI) – in grado di riconoscere e immagazzinare i tipi di secchi selezionati per questo progetto; anche in questo caso si genererà un buono sconto per il cliente virtuoso. I secchi da riciclare verranno inviati all’impianto della Montello spa di Montello (BG). Il progetto può contare su un sito web dedicato: www.plasticbuster.it 

Si segnala inoltre che, avendo ricevuto il patrocinio del MITE, potrà essere replicato su più ampia scala. 

Panta Rei. A Vimercate il riuso è filosofia di vita

Panta Rei.
Una citazione filosofica eraclitéa, ma anche il nome del centro del riuso di Vimercate. Un centro nato “per camminare con le proprie gambe”, e dove tutto scorre ed è in divenire.
Ne parliamo con Maurizio Bertinelli, ex Assessore al Comune di Vimercate e promotore di Panta Rei.

Buongiorno Maurizio. Ci racconta la genesi di Panta Rei?

Il presupposto iniziale è l’adesione del Comune di Vimercate alla strategia Rifiuti Zero. All’interno della giunta Cinque Stelle del 2016 eravamo due attivisti di Zero Waste Italy e siamo riusciti ad indirizzare l’azione amministrativa verso il perseguimento dei dieci punti fissati da Rossano Ercolini. Ovviamente con l’obiettivo di rispettare la normativa nazionale e con un occhio alle esperienze europee, prevalentemente sul tema della riduzione dei rifiuti e poi sulla corretta differenziazione, sull’educazione alla cittadinanza, sulla gestione del rifiuto residuo.
In questo percorso abbiamo cercato di individuare quali fossero le azioni più efficaci per la riduzione dei rifiuti e alcune di queste le abbiamo adattate e replicate al nostro contesto: i parchi a rifiuti zero e le EcoFeste, ad esempio. Nel quadro generale ha preso corpo l’idea che si potesse creare un luogo in cui gli oggetti, pur scartati dalle persone, potessero avere una seconda vita. Questo pensiero si è incrociato con la seconda edizione del bando regionale dei centri del riutilizzo in Lombardia (2017).
Abbiamo cercato di individuare associazioni e soggetti che avessero esperienza nei centri del riuso con cui co-progettare e, con la collaborazione fondamentale degli uffici comunali, abbiamo predisposto la nostra proposta, che poi è stata approvata dalla Regione. Nei mesi successivi all’approvazione del progetto (fine 2017) il Centro del Riuso ha preso forma e vita.

Su quali basi ha preso il via l’avventura di Panta Rei?

Esistevano alcuni presupposti su cui si basava il progetto.

Il primo era quello, ovviamente di dare una valenza espressamente ambientale, escludendo fin dall’inizio l’idea di una donazione dei materiali raccolti. L’obiettivo esplicito, era quello di sottrarre materiale al ciclo dei rifiuti, non di fare solidarietà, o quantomeno non come target primario. I cittadini cedono gratuitamente i propri oggetti che, dopo i trattamenti necessari vengono messi in vendita, naturalmente a prezzi anche simbolici, ed in questo si può rintracciare la chiave solidaristica. L’obiettivo principale, però, è e resta quello di prolungare la vita degli oggetti, evitando che possano diventare rifiuti, dando loro un valore.  

Il secondo quello della sostenibilità economica del Centro: Comune e Gestore del servizio di raccolta si impegnano a fornire il luogo e le attrezzature necessarie, ma tutta la gestione delle spese correnti (bollette, stipendi degli operatori, etc.) devono essere recuperate dalla vendita degli oggetti ed in carico al soggetto che gestisce il centro. Insomma, volevamo espressamente che il centro avesse gambe proprie. E questa impostazione ha fatto da stimolo alla nascita di attività parallele quali laboratori di riparazione, corsi di manutenzione di piccoli oggetti (dai mobili alle biciclette), laboratori creativi di upcycling…
Inoltre abbiamo voluto che la struttura fosse in grado di accogliere azioni di volontariato, anche temporaneo, delle realtà del territorio. Ci sono state, ad esempio numerose attività di volontariato aziendale.
Infine abbiamo trovato collaborazioni con associazioni che si occupano del reinserimento di persone con disabilità, che si occupano di fare determinate attività nell’ambito della gestione del centro. Ma sempre nell’ottica del lavoro-formazione: non solo fornisci il tuo contributo operativo, ma vieni formato in modo che tu stesso possa poi diventare formatore, abbia gli strumenti per passare ad altri l’esperienza compiuta ed i principi acquisiti.

Molti centri del riuso lavorano in collaborazione con Caritas e i Servizi Sociali, donando gli oggetti a soggetti in difficoltà. Panta Rei non fa questa attività? 

Eravamo consapevoli di questa interpretazione e di questa impostazione di alcuni centri del riuso.
Esistono realtà in cui esiste una lista di nomi che possono prelevare liberamente gli oggetti, che poi sono per lo più tessili e capi d’abbigliamento. In Lombardia c’è una tradizione solidaristica storica proprio in questo campo.
A Vimercate, però abbiamo fatto la scelta di non raccogliere abiti usati. Abbiamo visto come altrove arrivassero a rappresentare oltre il 50% degli oggetti raccolti, ma non l’abbiamo individuata significativa dal punto di vista del messaggio ambientale.

Ovviamente anche a Panta Rei il sociale ha un ruolo di rilievo e tiene in piedi tutto. Abbiamo voluto che il gestore del centro fosse obbligatoriamente un’associazione o un soggetto senza fini di lucro.

Ci ha detto di presupposti, di obiettivi che l’amministrazione di Vimercate si era posta nella progettazione di Panta Rei. Gli obiettivi sono stati centrati? Il centro oggi funziona come avevate progettato?

La pandemia ha certamente rallentato il raggiungimento degli obiettivi. È chiaro che nel momento in cui il centro resta chiuso per mesi causa COVID, ci sono delle difficoltà. Il centro sta comunque andando bene. Ma io non avevo dubbi: siamo nella Brianza ricca e gli oggetti che arrivano sono spesso di qualità e dunque abbastanza attrattivi. È mancata un po’ la parte di arruolamento di volontari ed associazioni, quella che considero la parte arricchente del progetto, che non può ridursi al mero scambio di oggetti.
Sono però molto contento del fatto che Panta Rei abbia raggiunto da qualche mese il pareggio di bilancio.

Maurizio, lei ha dato il via al centro Panta Rei di Vimercate, ma ha fatto anche un lavoro di censimento Nazionale. Qual è lo stato di salute del sistema “centri del Riuso” in Italia?

Con l’aiuto di Danilo Boni, che è un amico di Zero Waste Italy, circa un anno fa ci siamo chiesti se si potesse fare un censimento nazionale deli Centri del Riuso, soffermandoci sulle realtà supportate dalle amministrazioni pubbliche ed escludendo quelle private. Abbiamo predisposto un questionario con cui raccogliere tutte le informazioni dei Centri del Riuso italiane, ma anche abbiamo cercato di fissare le caratteristiche che noi vediamo come essenziali per la nascita di un centro del riuso. Il tentativo è quello di non fare semplicemente un censimento, ma di creare uno strumento per chi volesse partire con una nuova esperienza legata al riuso.

Abbiamo censito circa 120 centri, che ci hanno dato una indicazione di quel che fanno, di come lo fanno. Soprattutto abbiamo creato un “catalogo” di tutte le esperienze differenti. Credo che anche solo il cercare di organizzarle in un’unica visione sia un processo sbagliato: la ricchezza è anche quella di una profonda diversità fra le varie esperienze. Certo: alcune esperienze sono condivisibili, altre meno; alcune riescono a camminare su gambe proprie, altre stentano a trovare una sostenibilità economica; alcune hanno una vocazione più solidaristica che sociale, altre, come Vimercate, puntano invece decisamente sul discorso di riduzione rifiuti. Ma in ognuna di esse c’è, potenzialmente, un’indicazione utile per chi vorrà cimentarsi con il settore del riuso.
(SC)

Capannori: le R a servizio di Rifiuti Zero

Qualche giorno fa abbiamo fatto un approfondimento sui centri del Riuso di Capannori.

Ne è uscita il quadro di un progetto completo. Centri del Riuso parte di un piano più complessivo che fa del Comune Toscano l’avanguardia della gestione virtuosa dei rifiuti in Italia.

Ne parliamo con l’Assessore all’Ambiente del Comune di Capannori, Giordano Del Chiaro.

Buongiorno Assessore. Partiamo dalla storia: Capannori ha fatto una scelta ben precisa 14 anni fa con l’adesione al protocollo Rifiuti Zero.
In questi 14 anni sono state fatte molte cose.
A volo d’uccello ripercorriamo i 14 anni e dove siamo arrivati

Il percorso Rifiuti Zero di Capannori nasce nel 2007, ma in realtà già nel 2005 avevamo dato il via al progetto dell’introduzione su tutto il territorio comunale della raccolta porta a porta. Non senza difficoltà. Capannori è un territorio molto vasto, 160 km quadrati e 40 frazioni, con caratteristiche molto differenti: a seconda della zona si passa dalla pianura alla collina, alla prima montagna. Abbiamo dunque iniziato ad inserire la raccolta porta a porta in alcune frazioni per poi arrivare alla copertura totale. Il primo passo è dunque stato quello di cancellare la raccolta stradale sul territorio.

Nel 2007 abbiamo aderito alla strategia rifiuti zero. Il grande passo. Con una delibera di consiglio comunale, con un supporto tecnico fondamentale da parte del Centro di Ricerca Rifiuti Zero, coordinato da Rossano Ercolini, e che in tutti questi anni ha continuato ad essere il punto di riferimento su tutte le attività e le scelte politiche sul tema. Partimmo con i “Dieci Passi verso Rifiuti Zero”, gli impegni che Ciascun Comune che aderisce alla rete (oggi sono più di 300 su tutto il territorio nazionale) si assume nell’ambito gestione dei rifiuti.
Questo primo passo già ci permise di raggiungere livelli di raccolta differenziata molto elevati. Oggi siamo costantemente ad una cifra che oscilla fra l’85 e il 90% di raccolta differenziata. Ovviamente il nostro è un progetto di Comunità. I cittadini hanno un ruolo primario in tutte le nostre attività, sono loro che fanno la raccolta differenziata e che la fanno correttamente.

Il secondo passo è stata l’introduziuone della tariffa puntuale, con il supporto tecnico di ESPER. Oggi abbiamo una tariffa che sta entro limiti piuttosto bassi in confronto al livello nazionale. Una parte della Tari è calcolata sulla quantità di non riciclabile che ogni cittadino espone, secondo il principio “chi più produce rifiuti, più paga”.

Raccolta e preparazione al riciclo, dunque, sono a posto.
Quali sono stati i passi relativi alle altre “R”?

Abbiamo messo in campo varie attività. Partendo dalla Riduzione, dalla prevenzione della produzione. Con il Centro Studi Rifiuti Zero abbiamo messo in campo il progetto “Famiglie Rifiuti Zero”, in cui abbiamo dimostrato che se già la media della produzione dei rifiuti è molto bassa sul nostro territorio, con maggiore attenzione nella differenziazione, con una coscienziosità maggiore quando scegliamo i prodotti da acquistare, con un autocompostaggio domestico ben fatto, ognuno negli spazi a propria disposizione, davvero si possono raggiungere livelli di raccolta differenziata molto prossimi al 100%, e si può minimizzare sensibilmente il secco residuo conferito, che è poi l’obiettivo finale.

Parallelamente è andata avanti la filiera fondamentale del Riuso. Non ci basta più riciclare o raccogliere differenziatamente i rifiuti che produciamo: come detto è fondamentale produrre meno rifiuti possibili e quindi anche sottrarre al mondo dei rifiuti oggetti ancora funzionalmente validi inserendoli nel circuito del riuso. Tutto è cominciato coinvolgendo cittadini, gruppi informali, associazioni, da cui sono poi nate cooperative sociali che fanno riuso,. Abbiamo diverse realtà. Da Daccapo e dalla Cooperativa Nanina, che gestiscono i centri del Riuso, all’attività di un’associazione informatica (Hacking Labs) che lavora sul ripristino e sul disassemblaggio della apparecchiature elettroniche, evitando che diventino Raee, rifiuti elettronici. E’ nata inoltre un’impresa sociale che lavora molto sui tessuti e sugli scarti di lavorazione: Capannori è un territorio dove il settore calzaturiero è molto presente, e i suoi scarti possono dunque avere una seconda vita.

È nata anche un’associazione che si occupa di baratto, si chiama Lillero. Hanno creato un mercato del baratto: chiunque abbia oggetti che vuole scambiare li porta in sede dove vengono valutati in una moneta virtuale, il lillero appunto. I lilleri accumulati possono essere spesi per acquistare altri oggetti in un emporio che l’associazione ha creato. Poi ci sono altre realtà: dal mercatino dei libri usati a “Conserve”, una realtà che si propone di recuperare le eccedenze agricole ed alimentari, reimmettendole sul mercato. In un territorio che ha vocazione rurale come il nostro, è ovviamente un’attività particolarmente apprezzata.

Ad oggi siamo in questa fase: abbiamo tante realtà che, ognuna sulle proprie filiere, lavora con coscienziosità ed ottenendo risultati particolarmente positivi.

A questo aggiungiamo che spesso (e penso alla filiera degli abiti usati, ad esempio) i materiali raccolti hanno poi finalità solidaristiche, con distribuzioni gratuite a soggetti e famiglie in difficoltà. Il ciclo del riuso ha per vocazione una doppia natura: da un lato uno scopo sociale, quindi andare a intercettare famiglie e realtà in difficoltà attraverso la collaborazione con Caritas e con i Servizi Sociali del Comune distribuendo loro gratuitamente, dall’altro la reimmissione sul mercato di materiali altrimenti destinati allo smaltimento.

Raccolta differenziata, riduzione e riuso. Qual è il prossimo passo?

Il prossimo obiettivo è quello di unire tutte queste esperienze in una rete (che informalmente già esiste) e creare una Rete Municipale del Riuso. Crediamo sia necessario valorizzare ulteriormente il lavoro di decine di volontari che ognuno sulla propria filiera di materiali già danno un contributo enorme alla Città ed all’Ambiente. Per far questo abbiamo partecipato ad un bando europeo con un progetto che si chiama Reusemed (https://www.comune.capannori.lu.it/approfondimenti/progetto-reusemed/) che coinvolge diverse realtà e che ha come capofila il Comune di Cordoba in Spagna. L’obiettivo è dunque quello di creare una interfaccia unica per il cittadino, nel rispetto delle singolarità di ognuna delle realtà coinvolte. L’obiettivo è anche quello di creare un centro unico dal punto di vista commerciale dedicato interamente al riuso. Insomma vogliamo potenziare questa pratica, renderla accessibile e nota a tutti i cittadini, perché dopo aver ottenuto buone percentuali di raccolta differenziata e di riciclo, è necessario agire con forza ed intensità sul capitolo riduzione. 

Oggi Capannori viaggia attorno al 90% di raccolta differenziata, con una produzione di secco residuo sotto i 70 kg per abitante. Si può andare oltre? Si può puntare davvero a rifiuti zero?

Io sono convinto che lo si possa fare.
Con il Centro Ricerca Rifiuti Zero ogni tanto andiamo all’isola ecologica con guanti e stivali e apriamo i sacchi del rifiuto indifferenziato per vedere cosa c’è dentro e su quali tipologie di rifiuto bisogna ancora lavorare.
La maggior parte del non riciclabile è costituito da materiale assorbente. Tutto materiale che grazie alla nuova tecnologia che conosciamo è riciclabile al 100%. Una tecnologia che è stata sperimentata a Treviso, che è oggetto di finanziamento con i bandi del Ministero della Transizione Ecologica attraverso i fondi del PNRR e che, soprattutto è esportabile e repilcabile. Mandando a riciclo anche quella parte di materiale, si arriverebbe fra il 92 ed il 95% di raccolta differenziata. Rimangono ancora alcune tipologie su cui stiamo lavorando. Abbiamo fatto un progetto con l’università di Pisa per i riciclo dei mozziconi di sigaretta, che sono fra i rifiuti più fastidiosi, e che dimostra come anche quelli siano riciclabili.
C’è ancora del lavoro da fare, ma è evidente come l’obiettivo del 100% sia potenzialmente raggiungibile.
Io ci credo!
(SC)

Centro del riuso e VAR: Santeramo punta sulla “prima R”

Il Comune di Santeramo in Colle continua la sua sfida per la Riduzione e la prevenzione della produzione di rifiuti. Non solo raccolta differenziata, dunque, ma un’attenzione particolare al primo anello della catena. Dopo aver lanciato il Progetto VAR, Santeramo rilancia con l’apertura di un nuovo Centro del Riuso.
Ne parliamo con la vicesindaca con delega all’Ambiente, Maria Anna Labarile.

Buongiorno Vicesindaca! Il Comune di Santeramo in Colle ha inaugurato da pochissimi giorni un Centro del Riuso. Qual è il percorso che vi ha portato a questo passo?

A dire il vero la partenza del progetto è operato della precedente amministrazione. Quando ci siamo insediati era già stato vinto il bando della Città Metropolitana con un progetto redatto da ESPER ed erano già stati affidati i lavori. Quindi l’idea non è stata nostra, ma è stato nostro l’impegno per poterlo aprire davvero. Quindi l’impegno di trovare un soggetto gestore, quello di approvare un regolamento, di coordinare e gestire il passaggio all’operatività è tutto nostro.

Chi gestirà il centro

Il centro sarà gestito da un’ATS fra un’Associazione e una Cooperativa sociale di tipo B, che prevede l’inclusione di soggetti svantaggiati. I Centri del Riuso devono coniugare la sostenibilità ambientale con quella sociale, si tratta di un’attività senza scopo di lucro. Accade in tutta Italia, sposiamo anche noi questa filosofia. Economia circolare ed economia civile e solidale vanno di pari passo.

Non è stato semplice neppure trovare un ente gestore, probabilmente perché l’esperienza dei centri del riuso in questa parte d’Italia è ai suoi primi passi, tanto che abbiamo dovuto prevedere un contributo annuo che l’amministrazione versa all’Ente gestore. Il tema dei centri del riuso però è il tema del momento: anche in Puglia le cose si stanno muovendo velocemente con Comuni che hanno imboccato questa via. A breve saranno numerose le esperienze anche qui.

Come funziona il centro?

Non è stato semplice capire che regole andare ad individuare, perché in regione Puglia, a differenza di altre parti di Italia, non esistono linee guida, non esiste un riferimento normativo a cui rifarsi. Ci siamo dovuti costruire una conoscenza, contattando e chiedendo ad una lunga serie di persone e di addetti ai lavori. A partire da Danilo Boni, che per Zero Waste Italy ha censito tutti i centri del riuso in Italia, che ci ha messo in contatto con l’ex assessore di Vimercate il quale da poco aveva allestito e avviato un centro del riuso. Grazie a questa rete di contatti e riferimenti abbiamo redatto il nostro regolamento, ispirandoci a quello di altri centri e alle linee guida di altre Regioni, cercando di replicare gli esempi più virtuosi in Italia.

Il Centro è dunque adiacente al Centro Comunale di Raccolta, intercetta i materiali prima che diventino formalmente dei rifiuti. E ci riserviamo la possibilità di conferire al CCR i beni e i materiali non considerati idonei al riutilizzo. Abbiamo regolamentato le tipologie dei beni conferibili e perimetrato le responsabilità del gestore quanto alla cura del bene e alla corretta modalità di conservazione. Abbiamo predisposto una modulistica che ci permetta di avere una rendicontazione dei materiali in entrata e in uscita. Sostanzialmente il centro si alimenta con conferimenti gratuiti da parte dei cittadini e con prelievi onerosi, dietro pagamento. Ovviamente con costi ridotti e calmierati concordati con la pubblica amministrazione. È inoltre previsto il prelievo gratuito da parte di soggetti in difficoltà che vengano segnalati dai servizi sociali del Comune o dalla Caritas.

Passiamo ad altro tema, sempre in ambito di prevenzione: Santeramo ha inaugurato qualche tempo fa il progetto VAR (https://www.santeramosostenibile.it/) . A che punto siamo?

Il progetto VAR, anch’esso redatto con il supporto tecnico di ESPER, si colloca nell’ambito della “R” della riduzione. Per esperienza, posso dire che sono progetti di attuazione molto difficile in una comunità come quella di Santeramo che per sensibilità ambientale deve ancora compiere passi importanti. Esistono realtà in Italia che hanno iniziato questo percorso molto prima di noi, penso per esempio a Capannori, che hanno una storia di parecchi anni alle spalle. Qui siamo agli inizi. Io sono l’assessore che si è occupata della transizione, ad esempio, da una gestione dei rifiuti totalmente insostenibile ad una che cerchiamo di rendere quotidianamente più sostenibile. In questo ambito i progetti sulla riduzione rappresentano sfide importanti, che affrontiamo con vigoria, ma che sono estremamente impegnative.

Questa premessa fatta, il Progetto VAR ha obiettivamente avuto dei problemi, in particolare sulla parte relativa alle attività commerciali. E su questo il COVID ha avuto un peso importante. A partire dai lockdown e dalle chiusure: gli esercizi non hanno lavorato, e anche quando hanno riaperto, non era il momento di spingere su questo progetto.
A questo si aggiunge il fatto che manca una direzione centrale a livello ministeriale. Siamo partiti mentre era in corso una sperimentazione ministeriale, che abbiamo voluto estendere e superare (Rifiuti, torna il vuoto a rendere su cauzione (per birra o acqua minerale)). Una sperimentazione su cui non si è investito e che si è rivelata un fallimento.

In più ci è venuta meno la leva di incentivazione economica: le varie norme nazionali di sostegno alle attività per il COVID hanno deciso, ritengo correttamente, di cancellare il pagamento della parte variabile della TARI (sia per il 2020 che per il 2021) per quelle attività che avessero subito perdite legate agli eventi pandemici. E noi proprio sulla parte variabile saremmo andati ad applicare sconti alle attività che avessero aderito al progetto. Togliendo dunque la leva dell’incentivazione economica, si depotenzia sensibilmente il progetto.
Poi evidentemente c’è sempre il discorso dei tempi con cui si riescono a mettere in campo i cambiamenti. Un progetto innovativo deve confrontarsi con molta diffidenza, con una scarsa propensione ad aprirsi verso la novità. E questi sono progetti profondamente innovativi per il nostro territorio.

Se con le attività commerciali abbiamo subito uno stallo , anche e soprattutto a causa della situazione pandemica, la parte del progetto dedicata ai cittadini, invece ha ottenuto un buon successo e sta funzionando come preventivato!

(SC)

Capannori Daccapo: i centri del riuso come strumento verso rifiuti zero

In cammino verso lo zero

Capannori, primo Comune Italiano a far propria la strategia “Rifiuti Zero”, dopo aver raggiunto, anche grazie al supporto tecnico di ESPER, risultati di eccellenza nella raccolta differenziata, si sta consolidando come realtà virtuosa nel campo della prevenzione e del riuso. Tre centri del Riuso in collaborazione con il Comune di Lucca (due dei quali sul territorio di Capannori), campagne ed attività volte alla riduzione della produzione dei rifiuti.
Ne parliamo con Alessio Ciacci, presidente di Ascit, l’azienda pubblica che svolge il servizio di raccolta sul territorio, ed ex assessore all’ambiente dal 2007 al 2013.

Capannori ed Ascit sono l’avanguardia nazionale del percorso verso rifiuti Zero. Primo Comune a firmare la delibera “verso rifiuti zero” e poi tutta una serie di attività fra cui i centri del riuso. A che punto è la parabola del territorio verso rifiuti zero?

Nel 2007, fu firmata la delibera a cui fai riferimento, quella di adesione alla strategia “Rifiuti Zero”. Di conseguenza vennero coerentemente una serie di azioni volte all’ottenimento del risultato. Dall’implementazione della raccolta porta a porta, a quella della tariffazione puntuale, con il supporto tecnico di ESPER. Da qui tutte una serie di attività volte alla minimizzazione della produzione dei rifiuti, della loro differenziazione e, come conseguenza, della riduzione delle emissioni climalteranti.

Nel 2011 aprimmo il primo centro del riuso e quella apertura nello spazio adiacente all’isola ecologica di Lammari, frazione del Comune di Capannori, è stato un importantissimo passo per la riduzione dei rifiuti e per disegnare un’economia solidale e circolare che abbiamo voluto sostenere. È importante sottolineare come siamo riusciti a valorizzare la prima esperienza e a consolidare il sistema tanto che fra Lucca e Capannori, grazie ad una collaborazione che si è attivata fra i due Comuni e le rispettive aziende, oggi abbiamo tre differenti centri del Riuso. L’associazione di Volontariato che gestiva il centro di Lammari, nel frattempo è diventata cooperativa sociale, ha attivato borse lavoro e complessivamente oggi impiega oltre 15 dipendenti.

Siamo di fronte ad un’esperienza che negli anni è cresciuta, si è consolidata e va sempre più affermandosi, sia per la quantità di materiali intercettati, trattati e rimessi in circolo, vuoi per vendita, vuoi per donazioni ai bisognosi attraverso la rete degli operatori sociali comunali e della Caritas, sia per capacità di impiego.

Molto spesso si dice che i centri del riuso hanno un’incidenza limitata e sono più strumenti educativi che strumenti di reale prevenzione. È così a Capannori?

NO, assolutamente non è così. È sufficiente visionare la mole dei materiali che i centri intercettano e rimettono in circolo. Abbiamo tre centri ed ognuno di essi si è specializzato in un’attività specifica.
Quello originario di Lammari lavora principalmente sui tessili e sugli abiti dismessi. E non parliamo di vestiario che arriva dai cassonetti posizionati lungo le strade, ma di capi d’abbigliamento che i cittadini conferiscono direttamente al Centro.
Gli altri accolgono tutte le tipologie di materiali. Quello di Lucca è più votato ad oggetti più voluminosi (Mobili, elettrodomestici, biciclette), il centro di Coselli, frazione di Capannori, è più votato all’oggettistica ed ai manufatti dalle dimensioni più ridotte.
La cooperativa Daccapo che gestisce questi spazi ha anche ampliato gli spazi dati in concessione, affittando nuovi spazi al fine di aggiungere ancora più valore ai materiali raccolti attraverso installazioni artistiche, e ad un lavoro di falegnameria di altissimo livello.
È davvero notevole la mole del lavoro svolto, e di conseguenza quella dei materiali raccolti che vengono sottratti ai rifiuti da inviare a smaltimento. Quindi, ridurre ad un semplice strumento educativo l’azione di questi centri non è realistico. Sono molto di più e sono un tassello fondamentale nell’azione di prevenzione.

La storia della Lucchesia ed in particolare di Capannori ci racconta di un gran coraggio nell’affrontare sfide all’epoca sconosciute: primo Comune a sottoscrivere la strategia verso rifiuti zero, porta a porta, primo Comune in Italia ad utilizzare sacchi a perdere dotati di tag UHF per la tariffazione puntuale…
Con una storia così ricca, i prossimi obiettivi devono essere all’altezza! Quali saranno i prossimi passi di Ascit?

Oggi Ascit ha due Comuni con tariffazione puntuale: Capannori e Montecarlo. Stiamo lavorando per estendere questa tipologia di tariffazione anche ad altri Comuni. Senza dubbio il primo obiettivo è questo, già dal prossimo anno.
La tariffazione non è però l’unico focus: stiamo lavorando a nuove iniziative per ridurre la produzione dei rifiuti. Per citarne alcune: nel Comune di Capannori stiamo per avviare una campagna chiamata “Gatti sostenibili” per incentivare l’utilizzo di lettiere biodegradabili che permettano di non conferire nell’indifferenziato quel prodotto; con le attività di somministrazione, bar e ristoranti, avviamo avviato una campagna volta a ridurre l’utilizzo dei prodotti monouso. Sono attività importanti, che, se anche possono sembrare residuali, in una realtà avanzata come Capannori (da 5 anni stabilmente sopra l’85% di raccolta differenziata ndr.) sono in grado di incidere sensibilmente sulla produzione di rifiuto residuo.

Non scordiamo quanto il Comune ha sottoscritto nel 2007. Lavoriamo sul territorio per ridurre la produzione di rifiuti in generale e, a maggior ragione, del rifiuto secco indifferenziato, per fare in modo di avvicinare il più possibile quell’obiettivo “zero” che ci eravamo posti, per avvicinarci a quelle eccellenze internazionali che oggi esistono.

(SC)