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L’Italia del plastic-free è pronta al recepimento della Direttiva?

2° parte – Nella prima parte di questo articolo abbiamo spiegato cosa prevede la nuova direttiva europea sulle plastiche monouso (cosiddetta SUP, Single Use Plastics), quali sono gli oggetti e gli imballaggi che vengono messi al bando e il fatto che il divieto sia esteso anche alle plastiche biodegradabili e compostabili. In questa seconda parte vogliamo quindi spingerci oltre e analizzare come l’Italia si stia preparando al recepimento della direttiva, se le iniziative “plastic- free” sono coerenti con le indicazioni contenute nella direttiva e quali sono le reazioni dei comparti industriali interessati dal divieto che riguarda le stoviglie monouso in materie plastiche.

Nonostante la direttiva SUP sia stata accolta con entusiasmo nel nostro paese, c’è più di un legittimo sospetto che non ne siano state pienamente comprese le misure e il potenziale che essa racchiude per un superamento del consumo monouso e per una transizione verso modelli di economia circolare. La cosa non è di per sé eccezionale, e neanche sorprendente, poiché per “decifrare” o commentare le direttive europee, è richiesta una certa conoscenza tecnica dell’argomento e una familiarità con il linguaggio giuridico-amministrativo.

Qualche dubbio in tal senso nasce dall’analisi dei provvedimenti contenuti nelle numerose iniziative Plastic Free da parte di Atenei, Regioni, Comuni, Associazioni di categoria e altri soggetti che si susseguono negli ultimi mesi. Quasi ogni giorno vengono rese note nuove iniziative che, ricordiamo, si ispirano alla “Plastic Free Challenge” l’iniziativa collegata alla campagna #Iosonoambiente di cui si è fatto promotore il Ministro Costa.

Tra le misure oggetto della maggior parte delle ordinanze Plastic Free, che interessano oltre 100 comuni, c’è un comune denominatore che consiste nel divieto di utilizzo e distribuzione di stoviglie, bicchieri e posate in plastica. A seconda dei casi questo provvedimento può arrivare anche al divieto di vendita di questi manufatti da parte di negozi e supermercati e interessare anche tutto il territorio comunale, oppure solo determinate aree cittadine o determinati uffici pubblici, servizi gestiti dal comune come le mense scolastiche o eventi e manifestazioni.

Entrando nel merito dei prodotti interessati dalle ordinanze si può inoltre rilevare che una parte di esse vietano l’utilizzo o la vendita di prodotti che rientrano tra i 10 che la direttiva bandisce (ad esempio cannucce o mescolatori per bevande), e altre si spingono oltre includendo invece prodotti come bottiglie, bicchieri, bicchierini da caffè con palette e altri contenitori monouso che non sono invece soggetti a restrizioni d’uso.

In quasi tutti questi casi l’amministrazione comunale dichiara, impropriamente di “anticipare la Direttiva SUP” che dovrà essere recepita negli ordinamenti normativi dei paesi membri entro la metà del 2021. Questa affermazione si ritrova praticamente in tutte le comunicazioni inviate ai media dai soggetti prima citati, e non risparmia neanche le regioni, dalle quali sarebbe legittimo aspettarsi una maggiore precisione quando si entra nel merito di provvedimenti legislativi.

Come si può leggere in un articolo di e-gazette.it sulle iniziative Plastic Free Andrea Netti, esperto di diritto amministrativo afferma “Il 47% dei provvedimenti analizzati include erroneamente i bicchieri tra i prodotti monouso in plastica da abolire e ancora il 52% vuole abolire anche le bottiglie d’acqua quando la Direttiva UE richiede invece nuovi requisiti di fabbricazione”.

 Un rischio insito in queste ordinanze “fai da te” , sicuramente motivate da nobili intenti, è quello di esporre  le amministrazioni a ricorsi al TAR da parte dei soggetti economici colpiti dai vari divieti, e di alimentare, allo stesso tempo, la confusione dei cittadini e degli operatori commerciali con provvedimenti che cambiano a seconda dei confini comunali.

Resta in qualche modo sorprendente il fatto che, ad oggi, non ci sia stato alcun intervento istituzionale (o di qualche altro ente autorevole) che abbia “contestato” questa interpretazione, o almeno espresso qualche dubbio sul fatto che le iniziative Plastic Free non siano sempre sono coerenti con le indicazioni della direttiva SUP. Probabilmente sono i recentissimi accadimenti,  che vedremo più avanti, a offrire una chiave di lettura che chiarisce questa situazione.

Biodegradabile e compostabile: la confusione regna

Con l’avvento delle bioplastiche, termini prima raramente utilizzati nel quotidiano come biodegradabile, compostabile e ultimamente anche biobased, sono diventati sempre più ricorrenti nel linguaggio comune. Facendo una ricognizione sui social è facile rilevare che anche chi fa uso di questi aggettivi ha una conoscenza approssimativa del loro significato, non conosce la differenza tra compostabile biodegradabile, e tende a ritenere che un bene marchiato compostabili possa biodegradarsi in natura.

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Allo stesso tempo, da quando la plastica è nell’occhio del ciclone, questi aggettivi hanno assunto in modo automatico una valenza positiva, e a prescindere dal prodotto al quale vengono attribuiti. Non per nulla il marketing aziendale si sta adeguando a questo nuovo sentire  nella scelta dei materiali per vecchi e nuovi prodotti/imballaggi, in modo da sfruttare il potenziale vantaggio competitivo. L’impressione è che si voglia “cogliere l’attimo” senza una valutazione del ciclo di vita delle nuove proposte rispetto alle precedenti che vanno a rimpiazzare, e soprattutto senza voler entrare nel merito di quali siano le conseguenze del loro fine vita sui sistemi esistenti di avvio a riciclo dei vari flussi di rifiuti. Il fatto che le ordinanze balneari Plastic Free proibiscano stoviglie, posate o bicchieri in plastica  ma ammettano le versioni biodegradabili e compostabili si presta a rafforzare questa interpretazione errata piuttosto che confutarla.

Neanche i testi delle ordinanze e i relativi comunicati aiutano a fare chiarezza, poiché gli aggettivi biodegradabile e compostabile [1] vengono usati alternativamente, come se fossero sinonimi. Raramente la comunicazione verso i cittadini si avvale di spiegazioni a chiarire che la biodegradazione avviene solamente all’interno di impianti di compostaggio industriale e dalla citazione della norma di riferimento EN 13432 che definisce le condizioni e i termini in cui avviene la compostabilità

E ora anche Supermercati Plastic free

Purtroppo  non sono solamente le amministrazioni locali a “creare confusione” sul tema perché anche la Grande Distribuzione Organizzata tramite un comunicato di Federdistribuzione, ha annunciato qualche giorno fa la partenza della “lotta alla plastica monouso” della GDO che prevede che, entro il termine massimo del 30 giugno 2020, tutte le stoviglie in plastica monouso escano definitivamente dagli scaffali delle insegne associate.

Curioso che sia proprio la GDO  a voler ingaggiare “una guerra santa” contro la plastica quando sono state proprio le politiche commerciali delle insegne ad aumentarne l’utilizzo. Ad esempio aumentando progressivamente la quota di offerta di prodotti freschi pronti al consumo, di tutti i tipi, con un conseguente aumento nell’utilizzo di packaging e di banchi refrigerati che non è proprio la migliore ricetta per ridurre le emissioni climalteranti.

La competitività e il fatturato di un punto vendita della distribuzione organizzata si gioca soprattutto sui prodotti freschi. Rispetto al peso del packaging abbiamo avuto l’informazione che nel nord e centro Italia solamente  il 30% circa degli acquisti tra prodotti di gastronomia, inclusi formaggi e salumi viene acquistato al banco e il restante 70% viene acquistato confezionato dai banchi frigo. Questo risultato viene ribaltato solamente nel sud dell’Italia.

Il manifesto della campagna di Unicoop Tirreno

Tornando ai fatti recenti, la prima a passare ai fatti è stata Unicoop Tirreno che dal primo giugno scorso non ha più questi manufatti in vendita, con l’effetto che anche Conad Tirreno ha annunciato di voler seguire l’esempio. Unicoop Tirreno è stata anche la prima a fare riferimento alla direttiva nel suo comunicato stampa  “Lo stop al monouso inquinante batte sul tempo tutti e anticipa in concreto la direzione di marcia indicata dall’Europa che, lo scorso marzo, ha approvato una direttiva con cui, dal 2021, mette al bando sul territorio europeo alcuni oggetti di plastica monouso, che costituiscono il 70% di tutti i rifiuti marini.”

Ci sono altri passaggi nella comunicazione ambientale adottata dall’insegna, a partire dal suo claim “L’Ambiente non è usa e getta”, che suscitano qualche perplessità. Come l’affermazione che si possano ridurre i rifiuti usa e getta passando a stoviglie in bioplastica. Di fatto la decisione, presa per poter “ garantire un servizio”, non diminuirà questa tipologia di rifiuto, anche qualora la destinazione fosse l’impianto di compostaggio. A meno che un possibile prezzo più alto di questi manufatti, abbinato a una “corretta” interpretazione dello slogan dell’iniziativa, possano avere l’effetto di scoraggiare gli acquisti.

Tornando invece all’annuncio di Federdistribuzione, l’associazione non esclude che alcune insegne affiliate possano anticipare questa tempistica e nel comunicato stampa ribadisce che  “Nei punti vendita della Distribuzione Moderna Organizzata acquistano 60 milioni di persone ogni settimana, che si aspettano da noi comportamenti etici (…). Siamo consapevoli di questa responsabilità e vogliamo essere attori di cambiamento, coerenti con i nuovi valori, anticipando le leggi e stimolando i consumatori verso atteggiamenti e azioni sostenibili e favorevoli alla tutela dell’ambiente”.Un percorso graduale ma determinato, coerente con lo sviluppo dei nuovi materiali secondo le indicazioni della Direttiva Europea e con i tempi necessari per la riconversione del comparto industriale.”

 

Il giorno seguente alla presentazione del quinto Rapporto annuale di Assobioplastiche il direttore dell’area legale di Federdistribuzione Marco Pagani ha spiegato che la decisione di anticipare l’entrata in vigore del provvedimento “è stata presa per fornire un sufficiente lasso di tempo alle aziende della grande distribuzione e ai loro fornitori per adeguarsi alle nuove norme in modo graduale, evitando il caos seguito all’introduzione degli shopper compostabili. Mentre la decisione di mantenere a scaffale le stoviglie ‘bio’ anche dopo il 2021 dipenderà da come la direttiva SUP sarà recepita nel nostro paese”.

Il ragionamento fatto da Federdistribuzione per arrivare a questa linea d’azione, così come viene illustrata, non ci appare tuttavia così lineare, a meno che l’associazione consideri molto probabile un recepimento della direttiva che non vieti anche le versioni compostabili.

Federdistribuzione Stoviglie Compostabili

Guerre commerciali

In occasione del convegno prima citato Assobioplastiche ha reso noto che si sta muovendo presso il Ministero dell’Ambiente e le commissioni parlamentari per far esentare le bioplastiche compostabili dai divieti imposti dalla direttiva sugli articoli monouso. Secondo il Presidente dell’associazione Marco Versari vi sarebbero una serie di elementi  presenti nel pacchetto sull’economia circolare e nella strategia europea sulla plastica e all’interno dell’art. 3 della direttiva  che aprirebbero la strada ad un possibile recepimento italiano della direttiva che escluda le bioplastiche dal suo campo di applicazione.

Non si è fatta attendere la reazione di Federazione Gomma Plastica FGP a difesa di un settore che conta 25 aziende, 3mila dipendenti e 1 miliardo di fatturato, che in una nota inviata ai media,  si è dichiarata sconcertata dal “repentino cambio di rotta di Assobioplastiche“ che  “preannuncia forse un recepimento “truffaldino” dei contenuti della Direttiva, che il Gruppo Promo e Unionplast contestano nella sua interezza”.

La nota firmata da Angelo Bonsignori Direttore di FGP dichiara inoltre che “Questa notizia si aggiunge alla sorprendente decisione di Federdistribuzione di anticipare i termini della “SUP” al 30 giugno 2019. Con questi atteggiamenti, questi comportamenti e queste inutili e dannosissime fughe in avanti stiamo aprendo le porte dell’Unione Europea a massicce importazioni di materiali di origine asiatica di dubbia composizione, di dubbia igienicità e di incertissima sostenibilità ambientale!”.

Che dire se non che siamo di fronte a due competitor che hanno l’interesse a mantenere o a conquistare il mercato dei prodotti monouso, supportati da studi e analisi che sono legittimamente “di parte”. Ci auguriamo che la politica faccia il suo dovere e vada oltre al mero ruolo di arbitro tra i diversi interessi economici. Se vogliamo avere una minima chance di poter mitigare il riscaldamento climatico servono urgentemente politiche ambiziose di decarbonizzazione dell’economia che inducano allo stesso tempo drastici cambiamenti negli attuali stili di vita e di consumo “spreconi”  che hanno una diretta influenza sul consumo di risorse e la conseguente perdita del capitale naturale.

Effetti collaterali sulle politiche di riduzione da parte dei comuni

Da un’analisi dei provvedimenti contenuti nelle ordinanze Plastic Free emerge che è ormai passato il messaggio sul fatto che le misure adottate siano in linea con la direttiva Sup. Chi si sia fatto carico, volontariamente o meno, di inviare questo messaggio è ormai di secondaria importanza.

In riferimento alle potenziali politiche di riduzione dei rifiuti da parte dei comuni l’avere chiaro che gli articoli monouso più frequentemente utilizzati nel settore alberghiero e della ristorazione (cosiddetto Horeco) non potranno essere sostituiti con altri tipi di monouso, potrebbe avere un effetto propulsivo, rendendole più ambiziose. Poter giocare la carta della direttiva all’interno di azioni verso le attività commerciali che fanno un massiccio utilizzo di articoli monouso, potrebbe essere per le amministrazioni la mossa vincente per spingerle ad adottare alternative riutilizzabili e/o sistemi di riutilizzo.

Mentre le stoviglie e i sistemi usa e getta sono appetibili per la comodità di non dover lavare e gestire i manufatti (che per l’industria significa risparmi economici importanti sulle ore del personale), i sistemi di riutilizzo lo sono molto meno perché richiedono cambiamenti e investimenti iniziali per cambiare l’operatività dei servizi e renderli invitanti per gli utenti. Venire a conoscenza che il nostro paese sta lavorando per mantenere nel mercato questi manufatti monouso, senza che siano comunicate allo stesso tempo misure per scoraggiarne l’uso a favore di sistemi riutilizzabili, non avrà l’effetto di stimolare un cambio di paradigma verso modelli di riuso.

È difficile mantenere l’ottimismo se guardiamo a cosa è successo quando è stato introdotto lo scorso anno il divieto di commercializzazione per i sacchetti ultraleggeri in plastica, a favore delle alternative in bioplastica. L’ultimo atto è stata la circolare da parte del ministero della Salute, che, sollecitato dal ministero all’Ambiente ad esprimersi sulla possibilità di mettere a disposizione sacchetti riutilizzabili nel comparto ortofrutta da parte della GDO, ha di fatto bocciato la proposta per ragioni di ordine sanitario. Mentre in quel caso solamente la catena NaturaSì ha introdotto ugualmente tali sacchetti, Federdistribuzione e le sue associate non hanno ritenuto di fare prevalere il ruolo di “attori del cambiamento” che  “stimolano i consumatori verso atteggiamenti e azioni sostenibili e favorevoli alla tutela dell’ambiente” menzionato nel  loro comunicato del 30 maggio.

Il nuovo rapporto Preventing plastic waste in Europe  a cura  dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ha preso in esame le politiche di prevenzione dei rifiuti plastici in  27 diversi paesi UE e concluso che la performance è altamente insufficiente. Solo 9 paesi si sono dotati di un programma con obiettivi stringenti di prevenzione per i rifiuti di plastica, e sono risultati  pochissimi anche i casi di iniziative adottate in cui è stata fatta una misurazione e una valutazione adeguata dei progressi ottenuti. Questa situazione che fotografa lo stato dell’arte delle politiche di prevenzione dei rifiuti dimostra quanto sia invece necessario un approccio fatto di azioni ex ante, prima che che la produzione dei rifiuti avvenga.

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Come intervenire concretamente ?

A nostro parere è necessario sia cambiare la comunicazione che è stata fatta ad oggi verso il pubblico, che aprire urgentemente un confronto con tutti gli stakeholder per sviluppare un piano condiviso di azioni di prevenzione dei rifiuti da usa e getta che sia ispirato alla gerarchia europea di gestione dei rifiuti [2]. Questo prima ancora di andare a pensare come sostituire al meglio i materiali con cui realizzare prodotti monouso.

Un esempio su tutti ci fa capire quanto sia importante cambiare la comunicazione: da quando sono stati introdotti i sacchetti biodegradabili/compostabili è successo che articoli o servizi che trattano di inquinamento da plastica dei mari, o delle conseguenze sulla fauna marina, finiscano per fare un accenno alla legge che ha vietato i sacchetti in plastica come un esempio di best practice europea.

Ugualmente, in qualsiasi iniziativa in cui si sono sostituiti i manufatti in plastica con opzioni compostabili è stato fatto riferimento alla problematica della plastica in mare. Questa “presunta” relazione tra l’utilizzo di manufatti compostabile e salvaguardia dei mari rafforzata da immagini e video è inoltre il “piatto forte” di quasi tutte le iniziative Plastic Free.

Viceversa nelle occasioni in cui sono state riportate notizie di avvenute sostituzioni di manufatti monouso con versioni riutilizzabili (purtroppo rarissime) questa associazione non si è mai esplicitata. Fatta eccezione, per fare un esempio concreto, dei casi in cui si è annunciato la sostituzione di cassette in polistirolo per il pesce con alternative riutilizzabili  (da parte di Unicoop Tirreno e di Eataly per un progetto pilota) in cui esisteva un chiaro rapporto di causa effetto.

Per affrontare l’attuale confusione ed evitare interpretazioni “sbagliate” sarebbe invece necessario, a nostro avviso,evitare accostamenti tra temi come la salvaguardia di mari e dei fiumi dalla minaccia della plastica e l’utilizzo di materiali compostabili.

Gli impatti delle bioplastiche sui sistemi di raccolta e l’impiantistica nazionale

Per quanto riguarda il fine vita dei manufatti  compostabili è evidente che si sta delineando un potenziale problema che verrà causato da un loro aumento incontrollato nella raccolta dell’umido, a seguito dei provvedimenti Plastic Free e dalla decisione degli associati a Federdistribuzione. Questo avverrà prima ancora di un eventuale possibile recepimento dell’Italia a favore delle bioplastiche. Gli impianti di compostaggio industriale sono infatti in grado di smaltire correttamente le plastiche compostabili solo se non superano una certa percentuale del totale del materiale organico.

E non ci riferiamo solamente a stoviglie e bicchieri, ma anche a varie tipologie di imballaggi compostabili che l’industria del largo consumo, in fuga dalla plastica, ha adottato, o è in procinto di adottare. Al momento, le opzioni di imballaggio che sono già presenti sul mercato si sono orientate sul PLA  (acido polilattico) come monomateriale o in abbinamento alla carta nel caso di imballaggi multistrato. Si tratta di involucri per surgelati e altri prodotti, vaschette e bottiglie per l’acqua minerale.

Da una ricognizione effettuata in altri paesi risulta che ad oggi il PlA non venga riciclato e neanche compostato trattandosi di un materiale difficile da gestire e valorizzare a fine vita. I motivi sono diversi e non si riducono solamente al fatto che non ci siano quantità sufficienti per rendere economicamente sostenibile una loro gestione post consumo come flusso separato. Senza parlare del problema che il PLA e altre bioplastiche vengono facilmente confuse con la plastica fossile e quando conferiti con la plastica ne contaminano il riciclo. Evenienza che si verifica nel caso della biobottiglia della nota marca di acqua minerale che invita i suoi clienti a conferirle nell’umido. Questa difficoltà di individuazione del materiale che per molte persone avviene  “ad occhio” non si risolverà facilmente con una corretta etichettatura.

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Servirebbe pertanto a nostro avviso l’affidamento urgente a un ente terzo di uno studio che valuti lo stato dell’arte e l’impatto sul breve e sul lungo termine che si determinerà in seguito ad un massiccio aumento di questi materiali sulla tecnologia degli impianti a digestione aerobica e anaerobica presenti in Italia. Impatto che sarebbe da verificare sia a livello ambientale che economico e tenendo anche conto dell’inevitabile aumento di conferimenti impropri dovuti al fattore umano e dei conseguenti effetti sulla qualità del compost.

La dichiarazione del presidente del Consorzio Italiano Compostatori (CIC) Flavio Bizzoni nel corso della tavola rotonda del convegno di Assobioplastiche, che ha sottolineato come la presenza nel compost di plastiche non biodegradabiliincida per il 15% sui costi di recupero della frazione organica dei rifiuti, farebbe supporre che qualche studio o analisi in tal senso sia già stata fatta, nel qual caso sarebbe interessante poterla visionare.

Per chi abbia voglia di approfondire, segnaliamo come approfondimento la guida rilasciata da Zero Waste Europe,  per un corretto recepimento della Direttiva (di cui si consiglia la lettura) scaricabile qui.

 

NOTE:

[1] Un materiale biodegradabile deve, per definirsi tale secondo la normativa europea, degradarsi per almeno il 90% entro 6 mesi, mentre uno compostabile deve ottenere lo stesso risultato entro 3 mesi. Il materiale compostabile può essere conferito nel compost, mentre quello biodegradabile no. In nessun caso, se di origine artificiale come nel caso delle plastiche, possono essere dispersi in natura.

[2] La gerarchia di gestione dei rifiuti è inclusa nel Pacchetto europeo sull’economia circolare e prevede, nell’ordine: 1. riduzione/prevenzione della produzione di rifiuti; 2. Riuso; 3. Riciclo; 4. Recupero di altro tipo (energia); 4. smaltimento.

Leggi la prima puntata dell’inchiesta

Fonte: Italia che cambia

Universiadi Napoli 2019: un evento a rifiuti zero

Firmato l’accordo di collaborazione tra Universiade Napoli 2019 e Zero Waste Italy – Rifiuti Zero per favorire la diffusione e applicazione dei principi di eco sostenibilità e corretta gestione dei rifiuti durante la manifestazione che si svolgerà a Napoli e in Campania dal 3 al 14 luglio.

L’accordo ha l’obiettivo di applicare nel periodo dell’evento campano il principio “rifiuti zero” attraverso la riduzione a monte dei rifiuti, sostituendo la plastica con il riusabili ovunque possibile, o in alternativa compostabili e mater bi e ncentivando la raccolta differenziata. Si vuole in questo modo «emulare la sostenibilità dei cicli naturali, dove tutti i materiali eliminati diventano risorse per altri», come definito dalla Zero Waste International Alliance. «Vogliamo capire come un evento di tale portata», spiega il referente regionale Zero Waste Italy, Franco Matrone, «può propagandare le buone pratiche della raccolta differenziata e della circulareconomy».

L’associazione internazionale si impegna a promuovere i principi della sostenibilità ambientale, a partecipare alle attività di formazione dei volontari, nello specifico sulle tematiche di eco sostenibilità e corretta gestione dei rifiuti, a organizzare proiezioni e conferenze coinvolgendo volontari qualificati come Paul Connett, scienziato statunitense e attivista ambientale tra i fondatori della strategia Rifiuti Zero, e Rossano Ercolini, presidente dell’associazione Zero Waste Europe.

Alla firma dell’intesa era presente anche Connett che ha commentato: “È meravigliosa questa collaborazione con l’Universiade Napoli 2019, che vede il coinvolgimento di migliaia di giovani perché l’informazione e l’educazione delle nuove generazioni è alla base del successo della strategia Rifiuti Zero”.

Fonte: Eco dalle Città

Rifiuti Zero: il nuovo libro di Rossano Ercolini

Tutti noi abbiamo un’idea sbagliata dei rifiuti in Italia. Se pensiamo alle immagini dei cassonetti incendiati, degli scioperi dei netturbini che lasciano le strade sommerse di sacchi, se pensiamo alla tragedia della Terra dei fuochi e delle discariche fuori legge sparse in tutto il Paese dovremmo disperarci. Ma in realtà noi italiani siamo migliori di quello che crediamo… e ci raccontiamo. Lo dimostra la realtà di Rifiuti Zero, movimento civico e filosofia di vita che nasce da una realtà internazionale ma di cui Rossano Ercolini è il principale artefice in Italia. Grazie a uno sforzo «dal basso»di molte associazioni, il nostro Paese ha raggiunto un livello di raccolta differenziata superiore a quella di Inghilterra, Francia, e persino Danimarca e Olanda. Quindi si può vivere senza mandare tonnellate di rifiuti in inceneritori o in discarica, azzerando l’inquinamento che da essi deriva e non immettendo microplastiche nei mari? La risposta è sì, e questo libro ci indica un modello in dieci passi: dalla corretta raccolta differenziata porta a porta, al compostaggio che trasforma in fertilizzante il nostro umido, dal riciclo dei materiali al dare una seconda vita a molti nostri oggetti ed elettrodomestici, da una bolletta che premi con incentivi i cittadini virtuosi a una accorta politica degli imballaggi che li riduca all’origine o li renda compostabili.

Questa rivoluzione silenziosa è già in atto. Va verso un nuovo mondo pulito, e dipende da una nuova collaborazione responsabile e lungimirante fra cittadini, istituzioni e produttori. Perché mai come nel caso dei rifiuti, si può dire che il futuro del mondo è nelle nostre mani.

Rossano Ercolini, toscano, maestro elementare, è ideatore e responsabile del progetto «Passi concreti verso Rifiuti Zero». Si occupa attivamente di gestione dei rifiuti da 34 anni, in particolare il suo impegno è andato alla divulgazione dei rischi ambientali derivanti dagli inceneritori e a promuovere lo stile di vita a spreco zero. Per queste sue battaglie ha ricevuto nel 2013 il prestigioso Goldman Environmental Prize, il Nobel alternativo per l’ambiente, è stato ospite del presidente Obama e ha conquistato fama mondiale. Attualmente è presidente del Centro di Ricerca Rifiuti Zero e dell’associazione Zero Waste Europe. Presiede anche l’associazione Diritto al Futuro, ed è tra i principali fondatori della Rete Nazionale Rifiuti Zero. Oltre a numerosi articoli sull’argomento, ha pubblicato nel 2014 per Garzanti Non bruciamo il futuro.

Toscana: cresce la differenziata; Capannori è l’eccellenza

La Regione Toscana ha appena pubblicato i dati certificati riguardo all’andamento della raccolta differenziata a livello regionale.

È salita di quasi 3 punti rispetto al 2016 la percentuale di raccolta differenziata e la produzione di rifiuti non differenziati è calata in modo sostanziale. Nel dettaglio, la percentuale della raccolta differenziata a scala regionale di attesta al 53,9%, con un incremento di 2,9 punti rispetto all’anno precedente. La produzione di rifiuti urbani è stata pari a 2,24 milioni di tonnellate in diminuzione del 2,9% rispetto all’anno precedente (- 67.000 tonnellate) con il dato pro capite che è passato da 617 a 600 kg/abitante (pur sempre un quantitativo molto elevato in confronto ai 497 kg/abitante anno medi a livello nazionale). Molto positiva la sostanziale diminuzione, pari a circa 98.000 t, della parte non differenziata dei rifiuti.

“I dati certificati – commenta l’assessore Federica Fratoni – ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta e le risorse messe a disposizione dalla Regione pari a 30 milioni di euro saranno utili a spingere in avanti le performance, così da raggiungere nei tempi stabiliti l’obiettivo che siamo posti di 70% di raccolta al 2020. Nei dati mi preme sottolineare – prosegue Fratoni – il calo dell’indifferenziato e quello della stessa produzione generale pro capite, a dimostrazione che la raccolta differenziata porta come effetto indotto la diminuzione di rifiuti”.*

Maglia nera della Toscana il Comune di Abetone Cutignano con duemila abitanti e 12 % di differenziata ma anche altri comuni ben più conosciuti, ad esempio Orbetello, sono fermi al 15% ed i peggiori capoluoghi rimangono Grosseto (34%) e Massa (32%).

A guidare invece la classifica dei virtuosi è tornato il Comune di Capannori che con un eccellente 88,1% mostra ancora una volta l’importanza di un lavoro continuo per mantenere alte la partecipazione e le performance ambientali. Questo risultato mostra anche la centralità del meccanismo della tariffazione puntuale (implementata con la collaborazione di ESPER) che, quando ben strutturata, spinge continuamente verso il miglioramento i comportamenti delle famiglie e delle imprese. Non è un caso che le altre amministrazioni che con Capannori condividono il podio ed i primi posti, abbiano attivato meccanismi di tariffazione puntuale per le utenze in funzione dei rifiuti non riciclabili prodotti.

 

*fonte: e-Gazette

 

Milano e 22 città nel mondo per taglio rifiuti entro 2030

Tagliare del 15% la quantità di rifiuti prodotti da ogni cittadino, dimezzare gli scarti mandati in discarica o negli inceneritori, e aumentare fino al 70% il tasso di riciclo. Tutto entro il 2030.

Sono questi gli obiettivi ambiziosi che hanno deciso di darsi 23 città e regioni di tutto il mondo, fra cui Milano, unica in Italia. La dichiarazione ‘Verso zero rifiuti’ (Advancing towards zero waste) è promossa dalla rete internazionale C40 che, presieduta della sindaca di Parigi Anne Hidalgo, riunisce le grandi città del mondo impegnate nella lotta al cambiamento climatico.

Le 23 firmatarie rappresentano 150 milioni di cittadini e il loro obiettivo, se raggiunto, porterà a un taglio di almeno 87 milioni di tonnellate di rifiuti entro il 2030, contribuendo anche a contenere l’innalzamento della temperatura globale entro un grado e mezzo.

Fra i settori più coinvolti c’è la catena di distribuzione del cibo, evitando sprechi e sovrapproduzioni, quella dell’imballaggio, scoraggiando l’uso di plastiche monouso e altri materiali, ma anche la promozione di una cultura del riutilizzo al posto di quella dell’usa e getta. L’avanzamento dell’iniziativa sarà monitorato con relazioni biennali.

Fonte: ANSA

Ichnusa presenta il nuovo progetto Green per la Sardegna “Vuoto a buon rendere”

“Vuoto a buon rendere” è il nome del progetto con cui Ichnusa, storico marchio di birra sardo, rilancia il formato del vuoto a rendere sull’isola. Grazie a una nuova veste grafica, a una campagna di comunicazione su stampa e digital, e nuovi investimenti a potenziamento della capacità di confezionamento dello storico birrificio di Assemini, il marchio lancia un messaggio chiaro: il vuoto a rendere è il formato su cui investire.

In passato era consuetudine. Quella del vuoto a rendere è infatti una pratica antica, una vecchia usanza che consisteva nel lasciare un deposito di poche lire al negoziante e di riottenere la “cauzione” alla riconsegna delle bottiglie di vetro, una volta utilizzate. Che contenessero latte, birra, acqua o vino poco importava; la procedura era la stessa per qualsiasi prodotto.

A partire dagli anni ‘60 però, questa pratica virtuosa è andata a perdersi in Italia, dove le bottiglie riutilizzabili sono andate via via sostituite dal cosiddetto “vuoto a perdere”, ovvero usa-e-getta. In Sardegna, il vuoto a rendere tutt’oggi resiste e può quasi essere definita una tradizione locale: sull’isola rappresenta infatti una pratica consolidata e virtuosa, sopravvissuta nel tempo a mode e cambiamenti culturali, ma che è oggi messa a rischio da nuove abitudini di consumo.

Certo, anche in Sardegna il vuoto a rendere negli anni ha mutato forma. È diventata esclusiva del canale Ho.Re.Ca., ossia di bar e ristoranti, e la “cauzione” sul contenitore è divenuta onere del distributore di bevande, e non del consumatore finale. Nell’isola, ad esempio, ancora oggi gran parte delle acque minerali locali destinate alla ristorazione vengono commercializzate proprio col vuoto a rendere.

Una pratica che anche Ichnusa, la Birra di Sardegna, da sempre adopera. In questo modo, le bottiglie vengono riutilizzate anche per vent’anni; sono bottiglie che portano un peso speciale, quello del tempo che scorre. Le si riconosce dai segni che, orgogliosi come rughe su un volto, ne incorniciano il vetro e ne scandiscono il passare degli anni. Sono bottiglie che hanno una storia. Da oggi, con Ichnusa, queste bottiglie ci parlano e mandano un messaggio importante: quello del rispetto verso l’ambiente.

“RIUSO, RISPETTO, IMPEGNO”: IL MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Il vuoto a rendere, da oggi, si chiama a vuoto a buon rendere. Ichnusa lo scrive su tappo ed etichetta: è un messaggio chiaro ed esplicito, che stringe in un abbraccio l’impronta della Sardegna. Il tappo, che da rosso diventa verde, ha l’obiettivo di focalizzare l’attenzione del consumatore sul formato più sostenibile attualmente sul mercato.

In etichetta la dichiarazione del marchio, che sottolinea la volontà di investire sul formato: “vuoto a buon rendere, il nostro impegno per la Sardegna”.

Come attesta la CF 27/18 di Certiquality, col vuoto a buon rendere di Ichnusa si riducono di oltre 1/3 le emissioni di gas a effetto serra, e si ottiene una sostanziale riduzione di consumo energetico. I benefici ambientali connessi al “riuso” delle bottiglie in vetro sono pertanto molteplici, e cominciano da quelli legati alla produzione e al trasporto di vetro: il vuoto a rendere riduce il numero di bottiglie di vetro da portare in Sardegna, smaltire, differenziare e riportare sulla penisola. Senza dimenticare i benefici più tangibili ed evidenti per la comunità: ogni bottiglia restituita, è una bottiglia che non viene lasciata per strada, in spiaggia, in un parco.  Perché in fondo, come cita il claim stesso dell’etichetta, “ogni bottiglia restituita è il primo gesto di rispetto per la nostra isola”.

Riuso, impegno e rispetto. Sono queste le tre parole chiave riportate anche nel collarino. Tre parole che simboleggiano il circolo virtuoso che il vuoto a buon rendere rappresenta.

“Attraverso la nuova etichetta vogliamo trasmettere con chiarezza e semplicità il nostro messaggio – conclude Alfredo Pratolongo, Direttore Comunicazione e Affari Istituzionali di HEINEKEN Italia – e parlare in modo diretto ai consumatori, chiedendo loro di sostenere attivamente la pratica del vuoto a rendere come gesto d’amore per la Sardegna. Solo con la collaborazione di tutti è possibile innescare un circolo virtuoso che salvaguardi il territorio”.

Per amplificare il messaggio, il progetto sarà sostenuto da una campagna di comunicazione dedicata, con un piano stampa sui media locali e digital.

L’obiettivo della campagna è raccontare, attraverso il progetto Ichnusa per la Sardegna, la bottiglia vuoto a rendere.  Una bottiglia strumento e messaggio d’amore per la propria terra. Perché è con la Sardegna che da sempre Ichnusa si identifica ed è alla Sardegna che da sempre si dedica.

Un gesto semplice, come il riuso di una bottiglia, diventa un segno tangibile di rispetto per l’isola e dell’impegno che Ichnusa riserva alla salvaguardia della sua terra.

IL SOSTEGNO DELL’ISOLA: 9 SARDI SU 10 APPREZZANO L’INIZIATIVA DI ICHNUSA

I sardi promuovono l’impegno di Ichnusa. Secondo una ricerca DOXA, realizzata su un panel di 400 persone rappresentativo della popolazione dell’isola, il 65% dei sardi sa che il vuoto a rendere è una pratica virtuosa tipica della regione. Il 98% giudica in maniera positiva l’iniziativa che Ichnusa sta per prendere nel rilanciare questa pratica; e il 93,5% pensa di supportare fattivamente la campagna cercando e chiedendo, al bar o al ristorante, proprio l’Ichnusa tappo verde, perché ritiene giusto preservare l’ambiente e le bellezze della Sardegna.

ICHNUSA PER LA SARDEGNA: L’ACCORDO CON IL PARCO NAZIONALE DELL’ASINARA

Se il vuoto a rendere è per Ichnusa il primo gesto di rispetto per la Sardegna, l’azienda ha deciso di fare qualcosa di più per salvaguardare le bellezze dell’isola, dando vita al progetto “Ichnusa per la Sardegna”. Il viaggio della Birra di Sardegna comincia dall’Asinara, un piccolo angolo incontaminato di paradiso terrestre. Parco Nazionale apprezzato in tutta Europa, è una piccola isola a nord della Sardegna dall’anima fiera e ruvida, come Ichnusa. Nei prossimi mesi, di concerto con i tecnici dell’Ente Parco Nazionale dell’Asinara, verrà strutturato un piano di interventi con l’obiettivo di promuovere e preservare il delicato ecosistema dell’isola.

LA BIRRA CHE UNISCE: IL VUOTO A RENDERE COME MODALITA’ DI CONSUMO

Ichnusa è una birra che le mode non hanno contaminato negli anni e che rivendica orgogliosamente le proprie origini. La scelta di investire su un formato come quello del vuoto a rendere punta, non solo a preservare e rilanciare il formato più sostenibile, ma anche a celebrare uno dei valori intrinsechi della birra: la condivisione.

Il vuoto a rendere è infatti legato a una particolare modalità di consumo, tipica della Sardegna. Il suo formato più rappresentativo è la bottiglia da 66cl, sinonimo di condivisione e convivialità.

Le serate tra amici e quelle in famiglia. Occasioni speciali e quotidianità. La bottiglia da 66cl, creata e pensata appositamente per la condivisione, accompagna i momenti di unione di un popolo che, come quello sardo, con la birra ha un rapporto speciale.

“In Sardegna condividere una Ichnusa da 66cl è un rito che racconta tutto il piacere dello stare insieme –  continua Pratolongo – Attraverso il rilancio del vuoto a rendere, che ha nel 66cl il suo formato più rappresentativo, vogliamo celebrare anche questa precisa modalità di consumo, che incoraggia la condivisione: la birra come bevanda aggregante e momento partecipazione sociale. È da sempre un’abitudine diffusa sull’isola quella di offrire, a turno, un giro di birra stappando una Ichnusa da 0,66 cl e condividendola con gli amici. È questa modalità di consumo che vogliamo sostenere, per preservare i valori che la birra rappresenta in Sardegna, dove, da sempre, è un fortissimo legame tra le persone”.

GLI INVESTIMENTI: UNA NUOVA LINEA DI CONFEZIONAMENTO E NUOVE ASSUNZIONI

A dimostrazione dell’impegno che Ichnusa prende nel rilancio del vuoto a rendere, l’azienda investe sul birrificio di Assemini dove, da oltre 50 anni, viene interamente prodotta la Birra di Sardegna. Sono già iniziati i lavori e, con l’inizio del 2019, verrà inaugurata una linea di confezionamento dedicata al formato del vuoto a rendere.

“Questo importante investimento sulla nuova linea rappresenta per il Birrificio di Assemini non solo un’ulteriore tappa nel percorso di crescita intrapreso, ma anche un’opportunità – spiega Matteo Borocci, Direttore del Birrificio di Assemini – Il reparto del confezionamento rappresenta, nel nostro birrificio, il reparto con il più alto numero di operatori. L’investimento con la nuova linea per rilanciare il vuoto a rendere favorirà nuove assunzioni, registrando un incremento tra il 10 e 15% dell’intera forza lavoro del birrificio.”

La nuova bottiglia continuerà a essere prodotta nei tre formati storici: lo 0,20, lo 0,33 e lo 0,66 cl.

A renderla ancora più distintiva, il tappo verde con su scritto “Vuoto a buon rendere. Ichnusa per la Sardegna”.

“Il mercato oggi sta cambiando: se riusciamo a rilanciare il vuoto a rendere contribuiremo anche a salvaguardare questa meravigliosa isola che è la nostra casa.  Credo sia questo il messaggio più importante da lanciare”, conclude Borocci.

Fonte: SassariNotizie

Comuni Virtuosi a Howard Schultz: Starbucks non utilizzi tazze usa e getta in Italia

Starbucks dica no a tazze e bicchieri monouso nel locale che aprirà a Milano a settembre, rendendolo un esempio di sostenibilità a livello europeo e mondiale e incidendo così positivamente sulla spesa dei Comuni per gestire i rifiuti”. A chiederlo è l’Associazione Comuni Virtuosi in vista della prima apertura italiana da parte della famosa catena di caffetterie. L’appello è sottoscritto e supportato da partner nazionali e internazionali: Greenpeace, Wwf, Zero Waste Italy, Zero Waste Europe e Reloop, piattaforma paneuropea multi-stakeholder a sostegno dell’economia circolare.

Nella lettera inviata a Howard Schultz, direttore esecutivo dimissionario di Starbucks, le associazioni chiedono al manager di lasciare in eredità al suo successore Myron Ullman “una rivoluzione verde di Starbucks” che muova i primi passi proprio da Milano, la città che, come raccontato dallo stesso Schultz, ha ispirato la creazione della catena di caffetterie. Dire addio a tazze e bicchieri usa e getta, sottolineano le associazioni, rappresenterebbe “una decisione che è nel solco di provvedimenti che associazioni non governative, governi locali e nazionali, la Commissione Europea e tanti semplici cittadini auspicano per ridurre l’utilizzo di articoli monouso impattanti e combattere il flagello della plastica nell’ambiente”.

Ogni anno a livello globale vengono distribuiti 600 miliardi di tazze in carta o plastica e l’UNEP stima che per sostenere la richiesta di risorse dalla popolazione mondiale nel 2030 avremo bisogno del 40% in più di legno e di fibre di cellulosa.

L’idea di rivolgersi a Starbucks si basa sulla consapevolezza della forza di un grande gruppo multinazionale nel dettare le tendenze del mercato: “Un’azienda che conta 28 mila negozi presenti in 77 paesi ed è frequentata ogni giorno da milioni di persone ha un enorme potenziale per fare la differenza e dare un’importante contributo per fermare la crescente marea di rifiuti da consumo usa e getta”.

Accanto all’impegno degli amministratori locali a cui dà voce l’associazione Comuni Virtuosi, infatti, perché i modelli circolari diventino realtà c’è bisogno di ridurre i rifiuti alla fonte: “Fino a quando la produzione di rifiuti non verrà minimizzata alla fonte, attraverso la progettazione dai governi locali e nazionali di prodotti e servizi circolari, gli sforzi e le risorse economiche investiti dai governi locali e nazionali continueranno ad essere utilizzati per alleviare il sintomo di un problema, senza affrontarne le cause. I costi di gestione dei rifiuti assorbono una parte significativa del budget dei nostri comuni (finanziata dai contribuenti) che potremmo destinare invece ad altri progetti sociali e ambientali fortemente necessari alle nostre comunità”, prosegue la lettera.

Le associazioni esprimono apprezzamento per gli sforzi di Starbucks sul piano della sostenibilità, attraverso la promozione della sua tazza riutilizzabile da passeggio, il disincentivo all’utilizzo della tazza monouso con un addebito di 5 penny applicato in alcune caffetterie di Londra, e per le importanti risorse finanziarie stanziate nel progetto NextGen Cup Challenge per sviluppare tazze usa e getta che possono essere riciclate o compostate. Il punto, però, è che “il perseguimento di una politica aziendale principalmente volta al riciclo – invece che al riutilizzo- non elimina il consumo di materie prime, non evita impatti ambientali come la produzione di scarti ed emissioni e neppure i costi di gestione dei rifiuti che ricadono sui governi locali”.

Nella lettera viene richiamato anche il caso della catena britannica Boston Tea Party , che a partire da giugno 2018 ha eliminato tazze e bicchieri usa e getta nei suoi negozi, confermando la fattibilità di un passaggio a contenitori riutilizzabili.

La missiva si conclude con il riferimento al sindaco di Milano Giuseppe Sala, perché “voglia farsi portatore del nostro appello con la sua giunta, nell’interesse dei suoi concittadini e del decoro urbano della città”.

L’appello completo: in italiano e in inglese.

Fonte: comunivirtuosi.org

SAVE THE DATE – 23/06/18: Santeramo verso Rifiuti Zero e progetto “Vuoto a Rendere”

Sabato 23 giugno a Santeramo in Colle si terrà il convegno “Santeramo verso la strategia Rifiuti Zero e progetto ‘Vuoto a Rendere'”.
Parteciperanno Rossano Ercolini, presidente Zero Waste Italy, Attilio Tornavacca, Direttore Generale ESPER, Fabrizio Baldassarre, Sindaco di Santeramo in Colle e Maria Anna Labarile, Assessore all’Ambiente.

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Ercolini – Da centri riuso 100mila posti di lavoro

La campagna elettorale fino ad ora è stata poco attenta ai temi ambientali, ma è arrivato il momento di proporre un piano nazionale per i rifiuti e l’economia circolare che può generare 100mila posti di lavoro. Il messaggio ai partiti impegnati nelle corsa verso il voto del 4 marzo arriva da Rossano Ercolini, leader del movimento Zero Rifiuti, intervenuto a “Si può fare” su Radio 24.  Se vogliamo affrontare davvero il problema dei rifiuti e in particolare delle plastiche, spiega Ercolini, “ci vuole un Green Procurement, una corsia preferenziale per collocare le plastiche di pregio e cominciare a dismettere le plastiche di minor pregio.

Il problema dell’usa e getta deve trovare una Governance. Gradualmente cerchiamo di riprogettare i prodotti che non sono riciclabili compostabili”. Più in generale secondo Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Europe e Italy e coordinatore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero di Capannori, ci vuole “un piano nazionale del riciclo, della riparazione e del riuso. Senza i soldi pubblici queste filiere non possono svilupparsi” spiega Ercolini secondo il quale la strada da seguire è quella degli incentivi: “sono stati dati alle energie rinnovabili e agli inceneritori. Diamoli al riuso, alla riparazione e all’allungamento del ciclo di vita dei prodotti”. Anche perché un piano del genere potrebbe creare tantissimi posti di lavoro, 100mila nel solo settore del riuso: “lo dicono analisti indipendenti, non lo diciamo noi. A Lucca e Capannori – ricorda Ercolini – è nato un centro del riuso con 14 persone impiegate. Se moltiplichiamo per tutti e gli ottomila comuni italiani otteniamo circa 100mila posti di lavoro possibili”.

Fonte: La valle dei Templi

Zero Waste Movement: novità made in USA

Si tratta di una comunità di attivisti che propugnano attraverso internet e i social media la riduzione od eliminazione totale della produzione di rifiuti

Gli Stati Uniti sono il regno del consumismo e dello spreco, e producono una quantità incredibile di spazzatura di ogni tipo, che inquina l’ambiente e produce gas serra CO2, a causa dell’energia richiesta per il trasporto, lo smaltimento e il riciclo. Ma per reazione, negli Usa è nato anche lo Zero Waste Movement, il Movimento Rifiuti Zero. Una comunità di attivisti che propugnano attraverso internet e i social media la riduzione od eliminazione totale della produzione di rifiuti, attraverso un attento stile di vita.

Instagram, in particolare, è diventato il regno di una serie di influencer che, con belle foto e didascalie, raccontano tutti i giorni ai follower le tecniche per vivere producendo pochi rifiuti, e quei pochi tutti riciclabili. Il sito ambientalista TreeHugger ha provato a fare un elenco delle star dello Zero Waste sul social network.

Heather White di “Intentionalism” posta foto coloratissime che insegnano a fare candele di cera di soia e sciroppo di sambuco per i bambini. Tutti prodotti fatti in casa, molti con ingredienti coltivati nel proprio orto, evitando di comprare nei supermarket prodotti avvolti in chili di imballaggi.

Su “Going Zero Waste”, Kathryn Kellog racconta del suo timore quando chiede ai negozianti di poter usare le sue retine per l’ortofrutta, evitando di usare i sacchetti di plastica (oggetto di recenti polemiche in Italia). “Io penso, ‘e se dicono di no?’. Ma sapete una cosa? Quasi sempre mi sento rispondere ‘Che grande idea!’. La maggior parte delle persone è molto favorevole e recettiva all’idea di portarsi il proprio contenitore”.

La “Zero Waste Nerd” Megean Weldon di Kansas City propone ogni giorno una piccola azione per ridurre i rifiuti. Ad esempio, il 10 gennaio ha proposto di rifiutare cortesemente i gadget inutili (penne, tazze, magliette). Jonathan Levy di Los Angeles, ribattezzato “Zero Waste Guy”, si è preso invece la missione di denunciare gli sprechi di cibo. Il suo profilo Instagram abbonda di foto incredibili di frutta e verdura ancora commestibili buttate nei cassonetti.

Celia Ristow di “Go Litterless” insegna come fare regali usando solo oggetti compostabili e riciclati, mentre su “Girl Gone Green” Manuela Baron racconta come mantenere uno stile di vita a rifiuti zero anche viaggiando per il mondo.

E in Italia? Per chi vuole ridurre i rifiuti casalinghi, ci sono i due vademecum “Io non spreco”, sul sito www.politicheagricole.it del Ministero delle politiche agricole che ha anche premiato con 500mila euro progetti innovativi contro lo spreco alimentare, e “Waste Notes”, scaricabile dal sito della campagna www.sprecozero.it. Dritte anche sui libri: “Zero rifiuti in casa” di Bea Johnson, “Rifiuti zero” di Paul Connet, “Zero rifiuti” di Marinella Correggia, “Impatto zero” di Linda Maggiori, “Vivere a spreco zero” di Andrea Segrè.

Fonte: E-Gazette