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I record di Fiumicino: «se ce l’abbiamo fatta noi…»

Dal 38 per cento del 2016 all’attuale 80, il Comune di Fiumicino ha scalato a passo di carica la montagna della raccolta porta a porta, dopo aver liquidato la municipalizzata ed esternalizzato il servizio perché la «differenziata stradale non funzionava, non portava miglioramenti e non permetteva di controllare la qualità dei rifiuti». Più che da quelli, però, la montagna era rappresentata dalla stessa fisionomia della città alle porte di Roma, fatta di aree densamente abitate e di zone rurali: estendere il porta a porta a tutti gli 85 mila concittadini, superando le diversità urbanistiche e logistiche, per il trentenne Enzo Di Genesio Pagliuca, vicesindaco Pd e consigliere dal 2011, è stata la vera palestra politica. Tante le difficoltà, racconta, ma tutte superate sul campo, sperimentando e collaborando, caso per caso, o meglio, casa per casa.

«Nelle zone a maggior densità —sottolinea il vicesindaco Pagliuca—, come il nuovo quartiere San Leonardo, tra palazzi di dieci piani con centinaia di appartamenti, dove era difficile fare accettare i bidoni condominiali, i condòmini si sono messi d’accordo, distribuendosi i compiti per radunare e poi esporre all’esterno i rifiuti che in un primo tempo andavano accumulandosi negli androni. Il meccanismo oggi funziona come un orologio. Nella zona rurale i problemi della raccolta erano anche più imprevedibili, legati alla frequenza, all’effetto della temperatura sui rifiuti, all’opera degli animali, ma anche lì abbiamo preso le misure». Per un comune turistico, oltretutto, i problemi si moltiplicano nrel periodo estivo. «Fiumicino ha 800 strutture di somministrazione, tra ristoranti e stabilimenti balneari, cui si aggiungono i rifiuti di due milioni di turisti all’anno: un carico che stiamo imparando a fronteggiare, calibrando le forze in base alle previsioni».

— Ma i costi di un porta a porta così spinto?

«Milioni di euro in più, ma vendiamo i materiali separati ai consorzi che li riciclano. Così, negli ultimi nove anni, da quando il centro-sinistra guida il Comune, siamo riusciti a non alzare di un centesimo la Tari, senza contare che Fiumicino è vistosamente più pulita e, aggiungo, che la differenziata domestica è fondamentale per educarci alla gestione consapevole dei rifiuti. In ogni caso, non dimentichiamo che 13 anni fa, quando chiuse la discarica di Malagrotta, l’indifferenziato, che era quasi il totale dei rifiuti conferiti, ci costava 70 euro a tonnellata, e ora ne costa quasi 200. Se non lo avessimo ridotto dell’80 per cento, la spesa sarebbe insostenibile».

— L’aeroporto Leonardo da Vinci come viene gestito?

«Per fortuna gestisce in modo indipendente i rifiuti dei suoi 44 milioni annuali di arrivi».

—Vi siete avvalsi di consulenti esterni?

«Sì, in particolare di E.S.P.E.R, che ci ha seguito a lungo ed anche attualmente, prima come supporto tecnico per lo sviluppo del progetto, poi come direzione per l’esecuzione del contratto. Professionisti del settore molto qualificati che operano solo per soggetti pubblici e che hanno curato anche la redazione del Piano regionale per la gestione dei rifiuti».

— Dove sono stati più utili?

«Nella corretta gestione della plastica in particolare, anzi, delle plastiche. Sono i materiali che ormai incidono di più sui costi, perché sono i più voluminosi».

— E la tariffazione puntuale, cioè ‘pago-per-i-rifiuti-che-produco’?

«È un passaggio importante per raggiungere i nostri prossimi obiettivi, che sono l’ulteriore riduzione sia della quota di rifiuti indifferenziati, sia della Tari, attraverso un sistema di sconti, legati, ad esempio, all’uso delle compostiere, all’età, al reddito, al numero di componenti la famiglia. La tariffa a volume è prevista nel nuovo piano rifiuti regionale, insieme a una forte campagna di informazione. Partirà dopo l’estate per le utenze commerciali, che ne avranno anche un vantaggio economico, perché prima, quando superavano una certa quantità, erano costrette a stipulare contratti a parte, mentre così non ci saranno limiti. Poi sarà allargata alle utenze domestiche».

— Inceneritori?

«Non ci servono, puntiamo a diminuire lo scarto migliorando la selezione, specie quella più problematica dei vari polimeri plastici, ma anche quella degli scarti umidi che oggi costa da smaltire ben 130 euro a tonnellata. Per questo, abbiamo deciso di girare al gestore i proventi della vendita dei materiali riciclati».

— Come combattete ‘Sacchetto Selvaggio’?

«La rimozione è compresa nel nuovo contratto con la ditta. Questo, insieme alle fototrappole, servirà a tenere pulite le strade e a disincentivare eventuali interessi di parte che contribuiscono ad aumentare il fenomeno».

— Giusto a un tiro di sacchetto da qui, c’è Roma, della quale Fiumicino faceva parte fino al 1992. Un paragone è inevitabile…

«Con tutte le differenze e le difficoltà della Capitale, il nostro Comune, per la sua estensione, la varietà ambientale — comprende anche riserve naturalistiche e archeologiche — e la complessità urbanistica e sociale, rappresenta un modello plausibile dei problemi di una grande città. Va anche detto che l’integrazione è essenziale: il nostro nuovo impianto per gli umidi, a Maccarese, potrà accogliere sessantamila tonnellate, di cui diecimila di Fiumicino e il resto a disposizione dei comuni vicini. Insomma, mi sembra di poter dire che se ce l’abbiamo fatta noi…».

A cura di Igor Staglianò

Nuovi CAM per la raccolta dei rifiuti

Il 5 agosto è stata pubblicata la Gazzetta Ufficiale n° 182, nella quale si è ritenuto opportuno revisionare ed aggiornare il decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare del 13 febbraio 2014 con cui erano stati pubblicati per la prima volta i Criteri Ambientali Minimi (abbreviato usualmente in CAM). Questo aggiornamento mira principalmente a massimizzare qualità e quantità della raccolta differenziata, stando però attenti anche a prevenire la produzione di rifiuti anche grazie alla diffusione di beni riciclati o contenenti materiale riciclato.

Nelle 63 pagine che compongono il documento si leggono molte novità che dovranno essere introdotte per l’affidamento dei servizi di igiene urbana quali, ad esempio, l’uso di sacchetti coerenti al rifiuto che contengono (plastica con plastica e carta e con carta ecc.). Emerge inoltre una particolare attenzione per la percentuale minima di materiale riciclato da utilizzare nella produzione di contenitori per la raccolta dei rifiuti e l’introduzione di criteri premianti.

Sono previsti nuovi standard qualitativi anche per il materiale raccolto che saranno più elevati per la raccolta monomateriale, più contenuti per il multimateriale mentre per la raccolta differenziata della carta viene imposta esclusivamente la raccolta monomateriale.

Particolare attenzione è stata usata anche nel caso della raccolta delle pile, dei RAEE, dei farmaci ed oli esausti, che dovranno essere raccolti non solo grazie a contenitori pubblici ma anche con eventi temporanei oppure occasionali.

Per i centri di raccolta sarà importante disporre di un sistema di monitoraggio al fine di poter acquisire dati sull’effettivo recupero di materia rispetto alla sola percentuale di raccolta differenziata. Tali dati dovranno essere poi inseriti in un rapporto annuale che verrà reso disponibile alla stazione appaltante solo dopo due mesi dalla presentazione del MUD.

Nuovo bando per la riduzione rifiuti in Emilia-Romagna

È stato pubblicato il nuovo bando riguardante l’assegnazione di risorse ai comuni, le unioni di comuni, la Città Metropolitana di Bologna e le province della Regione. Sviluppato con la collaborazione di ANCI Emilia-Romagna e con la Commissione Tecnica Consultiva, prevede al suo interno 2 milioni di euro in finanziamenti, ovvero il 400% rispetto al 2021 e si potrà presentare domanda fino al 31 ottobre 2022.

L’accesso al bando è suddiviso in base a degli obiettivi divisi in 3 livelli di priorità:

  • I – riduzione dei consumi di prodotti monouso;
  • II – riduzione degli sprechi in ambito alimentare;
  • III – case dell’acqua ed altri progetti.

Rispetto al 2021 vi sono anche una serie di semplificazioni o novità come quella riguardante i costi ammissibili completamente, parzialmente o non ammissibili, la revisione di limiti massimi o minimi previsti per i contributi riconoscibili e la modifica dei criteri di assegnazione di priorità di attività diverse da quelle presenti nei 3 livelli precedenti.

Si rimanda al bando completo per ulteriori specificazioni: https://www.atersir.it/sites/atersir/files/193_DET_19.07.2022_Bando_LFB3.pdf

Rifiuti, Valle d’Aosta punta a riduzione, recupero e riciclo

Approvato nuovo Piano di gestione per quinquennio 2022-2026 redatto dalla Regione con il supporto tecnico di ESPER come capofila insieme ad Ambiente Italia, Scuola Agraria del Parco di Monza e Zimatec.

Con 18 voti a favore e 16 astensioni il Consiglio regionale della Valle d’Aosta ha approvato il Piano regionale di gestione dei rifiuti 2022-2026, risultato del ‘coordinamento’ tra il disegno di legge della Giunta regionale e la proposta di legge del gruppo Progetto Civico Progressista in materia di gestione dei rifiuti speciali.

Ad illustrare il provvedimento sono stati Albert Chatrian (Av-VdaUnie), presidente della terza Commissione “Assetto del territorio”, e Chiara Minelli (Pcp).

 “Gli obiettivi – ha detto Chatrian – sono conformi a quelli stabiliti dal pacchetto europeo di misure sull’economia circolare, che supera il concetto di differenziazione del rifiuto e spinge sulle politiche di riduzione della produzione dei rifiuti e del miglioramento della capacità di recupero: si sposta quindi l’attenzione sul riutilizzare, rinnovare e riciclare i materiali esistenti. Quello che normalmente si considerava come rifiuto può essere trasformato in una risorsa e i rifiuti residui possono così diventare prossimi allo zero”.
    Nell’ambito della gestione dei rifiuti urbani l’obiettivo è raggiungere, entro il 2026, un tasso netto di riciclo per i rifiuti urbani del 65% e un tasso di raccolta differenziata almeno pari all’80%. Inoltre si punta a ridurre l’attuale tendenza di aumento della produzione pro-capite dei rifiuti e il conferimento in discarica, al fine di raggiungere l’obiettivo del 10% di rifiuti conferiti in discarica al 2035. A tal proposito sono previste l’estensione della raccolta ‘porta a porta’ e l’attivazione della tariffazione puntuale.
    Sotto il profilo impiantistico, il Piano vuole integrare l’attuale sistema per chiudere all’interno della regione il ciclo di recupero dell’umido, del verde e dei fanghi di depurazione, trasformandoli in prodotti quali compost di qualità da riutilizzare nel settore agricolo e nei recuperi ambientali.
    “Fatta salva la previsione di una riorganizzazione delle discariche comunali di rifiuti inerti – ha detto Chatrian – non è prevista la realizzazione di nuove discariche. Inoltre i quantitativi di rifiuti speciali prodotti in Valle d’Aosta sono così modesti da non giustificare, per la maggior parte delle tipologie prodotte, la realizzazione di un’impiantistica dedicata”.

Chiara Minelli ha osservato che “il testo recepisce nella sostanza molti elementi della proposta di legge di Pcp, nata dalla necessità di colmare un vuoto normativo su alcuni aspetti della gestione dei rifiuti e in particolare di quelli speciali”. “Il testo coordinato di Commissione – prosegue – evidenzia un lavoro prezioso fatto attraverso un confronto serrato durato tre mesi e rappresenta un indubbio passo avanti rispetto al disegno di legge presentato dalla Giunta che non diceva nulla su un tema cruciale come quello delle discariche di rifiuti speciali già autorizzate. L’articolo più significativo del nuovo testo è quello relativo alle disposizioni transitorie che indicano come le disposizioni di settore recanti norme imperative siano da applicare anche ai procedimenti e alle autorizzazioni in essere alla data di entrata in vigore della nuova legge: una formulazione che, per la Consigliera, è ancora da affinare e migliorare”. Pierluigi Marquis (Forza Italia) ha evidenziato che “il Piano rifiuti recepisce gli indirizzi delle direttive unitarie e sarà utile per accedere alle risorse del Pnrr”. Inoltre “alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini contenute nel documento, avrebbe dovuto essere affiancata una maggiore attenzione alla sostenibilità economica del Piano, riferendosi nello specifico ai costi finali che hanno inciso in maniera significativa sulle bollette”. Per Renzo Testolin (Uv) “il percorso effettuato in Commissione ha permesso di analizzare tutte le dinamiche che ci possono essere in un Piano di questo tipo, ma ora bisogna portare ad una nuova operatività la gestione dei rifiuti. C’è stata molta attenzione rispetto alle criticità emerse negli ultimi anni, in funzione anche di timori che la popolazione di determinati territori ha percepito e manifestato: timori che sono stati presi in carico in questa norma, attraverso il coinvolgimento degli enti locali al fine di dare uno sviluppo coordinato e che abbia il minor impatto possibile sul territorio”. Corrado Jordan (AV-VdAU) ha ricordato che “oltre a definire un quadro di principi, il Piano fornisce anche un’impostazione metodologica che sarà il riferimento futuro per le azioni di raccolta e smaltimento e recupero di rifiuti nel rispetto delle norme e dei vincoli in tema ambientale per raggiungere obiettivi virtuosi dal punto di vista del rispetto dell’ambiente, ma anche soprattutto migliorando il sistema gestionale di raccolta, selezione e smaltimento dei rifiuti”. Luca Distort (Lega VdA) ha invece osservato che “basare l’intero sistema di gestione dei rifiuti sulla differenziazione affidata alla buona volontà dei cittadini e alla capacità di differenziare correttamente è un primo punto debole perché la qualità del prodotto che emerge alla fine di questo ciclo è tendenzialmente bassa e la società Enval è obbligata alla ricompattazione del rifiuto o al trasporto fuori Valle negli impianti di pirogassificazione: tutto questo ricadrà sui costi di Tari a carico dei cittadini e si perde l’occasione per un uso economicamente sostenibile dei rifiuti”. Paolo Cretier (Fp-Pd) ha definito il Piano come “uno strumento agile e modificabile, efficiente e mirato”, evidenziando che il documento “è il frutto di un confronto con tutti gli attori interessati del mondo della politica e della società civile, ma il raggiungimento degli obiettivi dipende dall’impegno di tutta la popolazione nelle attività di differenziazione dei rifiuti”. Infine il Presidente della Regione, Erik Lavevaz, in qualità di Assessore ad interim all’ambiente, ha detto: “Il Piano è il frutto di un lavoro molto approfondito e dettagliato che si pone obiettivi realizzabili, calati sulla realtà locale con iniziative sostenibili e praticabili. Il testo è stato aggiornato con le nuove normative europee e nazionali: gli obiettivi sono molto sfidanti e trattano una materia complessa e articolata che va affrontata con impegno. Le novità principali riguardano il passaggio dalla quantità alla qualità del rifiuto; il potenziamento del riuso e la diminuzione dei rifiuti che resta l’obiettivo principale”.

Fonte: ANSA

Parte da Torino accordo McDonald’s e Iren per abbattere la quantità di rifiuti

Il progetto, che durerà un anno, sarà calato nei ristoranti McDonald’s presenti nelle province di Torino (13), Reggio Emilia (4), Parma (4), Piacenza (3), La Spezia (3) e Vercelli (1)

Un patto tra McDonald’s e Iren Ambiente per lanciare un progetto pilota che parte da Torino sul fronte della sostenibilita’ ambientale coinvolgimento 28 ristoranti tra Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria.

Le due aziende si impegnano a collaborare per incrementare e migliorare la raccolta differenziata partendo da un monitoraggio dei flussi di rifiuti prodotti dai locali, formando il personale e sensibilizzando i consumatori per ridurre la quantita’ di scarti r capite come funziona l’economia circolare.

Il progetto, che durerà un anno, sarà calato nei ristoranti McDonald’s presenti nelle province di Torino (13), Reggio Emilia (4), Parma (4), Piacenza (3), La Spezia (3) e Vercelli (1).

McDonald ha già eliminato la plastica monouso in favore di materiali più sostenibili, installato contenitori per la raccolta differenziata nelle sale e nei dehors, lanciato una collaborazione con Comieco per lo sviluppo di un nuovo sistema per garantire la riciclabilità del packaging in carta. Temi che ora saranno condivisi e rafforzati con la collaborazione con il gruppo Iren.

“L’accordo con Iren rappresenta per noi un ulteriore importante tassello nella collaborazione con le comunità locali, dove da diverso tempo operiamo per sensibilizzare e promuovere comportamenti corretti nell’ambito della sostenibilità ambientale.”, commenta Dario Baroni, ad di McDonald’s Italia. “In qualità di una delle catene di ristorazione più diffuse in Italia, abbiamo la responsabilità e l’opportunità di fare la differenza proprio a partire dai nostri ristoranti, dando un contributo concreto e quotidiano in tema di impatto ambientale”. Eugenio Bertolini, ad di Iren Ambiente, sottolinea che “questa partnership ci consente di mettere a fattor comune le best practice che abbiamo sviluppato nel ciclo integrato dei rifiuti e nel campo dell’educazione ambientale, a fianco di una realtà importante come McDonald’s”.

Primo appuntamento giovedi 28 aprile con il Roadsshow della Sostenibilita’ di McDonald’s organizzato con Comieco e Seda International Packaging Group, farà tappa a Torino in collaborazione con Amiat-Iren. Appuntamento alle 10.45 al ristorante McDonald’s di Torino in via Sant’Ottavio per un dibattito con gli interventi di Armando Mariano, R&D Material & Product Director di Seda International Packaging Group;,Roberto Di Molfetta, Vicedirettore di Comieco, Christian Aimaro, Presidente di Amiat, Massimiliano Dell’Acqua, Head of Supply Chain di McDonald’s Italia.

Fonte: la Repubblica

Trento vieta la plastica nel pubblico, Sanpellegrino e Mineracqua ricorrono al Tar

A Trento è scoppiata la guerra della plastica. A scatenarla la decisione della Provincia autonoma di bandire, a partire dal prossimo luglio, la plastica monouso per tutti gli eventi organizzati, finanziati o patrocinati dalla Provincia e dagli enti collegati per ottenere il marchio “Ecoristorazione Trentino” e dal gennaio 2023, da tutti i servizi di somministrazione e vendita – automatica e non – di cibo e bevande all’interno di tutti gli enti pubblici trentini.  Una mossa avanzatissima che però ha fatto imbufalire il business delle acque minerali e non solo.

Il ricorso di Sanpellegrino e Mineracqua

A presentare un ricorso davanti al Tar di Trento, sono state: Unionfood, Mineracqua, Assobibe, Sanpellegrino, Federazione Gomma Plastica, Flo Spa (produttore di stoviglie in plastica monouso), Isap Packaging Spa, Confida (distribuzione automatica) e Aesse Service. Anche la Confindustria locale si è detta contraria alla delibera della Provincia. Secondo i ricorrenti, la decisione è stata troppo frettolosa, senza prima presentare uno studio preliminare, e soprattutto dando poco tempo all’industria di adeguarsi.

Greenpeace: “L’industria sbaglia a fare ostruzione”

Secondo Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace, “Siamo davanti a un film già visto. Il polo produttivo industriale si schiera in maniera compatta a difesa di qualcosa che rappresenta il passato, una filiera inquinante come quella della plastica monouso, invece di cogliere la decisione della provincia di Trento come uno stimolo, come l’occasione per ripensare il loro modo di stare sul mercato in maniera più competitiva e lungimirante. Anche perché in futuro potrebbero essere sempre di più gli enti locali che adottano misure simili. Per esempio i produttori di acqua potrebbero dedicarsi a un sistema efficiente di vuoto a rendere”.

Le novità sui distributori automatici di cibo e bevande

Tra le misure che verranno adottate nel territorio trentino, anche un cambio di filosofia attorno ai distributori automatici presenti in scuole e uffici pubblici. Per le bevande, posto che i bicchieri dovranno essere compostabili, non saranno erogati in automatico, in modo da favorire l’utilizzo della propria tazza, e in caso di erogazione avranno un costo di 50 centesimi. I distributori di bevande calde devono essere allacciati alla rete idrica e avere un macina-chicchi per il caffè, in modo da non dover utilizzare capsule. Per quanto riguarda il cibo, le insalate sono messe a disposizione imballate con materiale compostabile e biodegradabile, così come la frutta sbucciata, mentre la frutta come mele o arance, deve essere distribuita senza imballaggi.

“Vincerà la Provincia, i dati sono chiari”

Misure che spaventano i produttori di acqua minerale e di imballaggi, tanto da averli portati a fare un ricorso al Tar. “Io penso che vincerà la provincia di Trento, perché dal punto di vista scientifico c’è una letteratura consistente che dice come il monouso sia l’opzione peggiore dal punto di vista ambientale, e anche la direttiva europea a riguardo è chiara” conclude Ungherese.

Il business delle minerali

Soprattutto per quanto riguarda l’imbottigliamento di acqua minerale, parliamo di un business ricchissimo, come già nel 2018 ha raccontato il Salvagente. “Per ogni euro speso in canoni di concessione” le società proprietarie delle acque minerali realizzano “191,35 euro in ricavi dalle vendite”. Insomma un grande affare ma non per le casse pubbliche bensì per quelle private. Ad accertare l’evidente sproporzione non è stato una Ong né un’associazione ambientalista ma il Mef, il ministero dell’Economia e Finanze che per la prima volta pubblica un report (dati 2015) “dedicato allo sfruttamento delle acque minerali e termali”. In soldoni l’incasso totale per le amministrazioni locali (18,4 milioni) corrisponde allo 0,68% del fatturato del settore dell’imbottigliamento delle acque minerali, pari a 2,7 miliardi nel 2015.Ma quanto si paga in media di concessione? Il Salvagente se ne era occupato nel numero di agosto 2017 scoprendo che in media (dati riferiti al 2013) le aziende imbottigliatrici pagano 1 euro ogni 1.000 litri emunti, ovvero appena un millesimo di euro per ogni litro imbottigliato. Un vero e proprio regalo fatto dalle amministrazioni pubbliche alle aziende private.

L’acqua da bene comune si è ormai trasformata in business privato.

Fonte: Il Salvagente

Capannori: le R a servizio di Rifiuti Zero

Qualche giorno fa abbiamo fatto un approfondimento sui centri del Riuso di Capannori.

Ne è uscita il quadro di un progetto completo. Centri del Riuso parte di un piano più complessivo che fa del Comune Toscano l’avanguardia della gestione virtuosa dei rifiuti in Italia.

Ne parliamo con l’Assessore all’Ambiente del Comune di Capannori, Giordano Del Chiaro.

Buongiorno Assessore. Partiamo dalla storia: Capannori ha fatto una scelta ben precisa 14 anni fa con l’adesione al protocollo Rifiuti Zero.
In questi 14 anni sono state fatte molte cose.
A volo d’uccello ripercorriamo i 14 anni e dove siamo arrivati

Il percorso Rifiuti Zero di Capannori nasce nel 2007, ma in realtà già nel 2005 avevamo dato il via al progetto dell’introduzione su tutto il territorio comunale della raccolta porta a porta. Non senza difficoltà. Capannori è un territorio molto vasto, 160 km quadrati e 40 frazioni, con caratteristiche molto differenti: a seconda della zona si passa dalla pianura alla collina, alla prima montagna. Abbiamo dunque iniziato ad inserire la raccolta porta a porta in alcune frazioni per poi arrivare alla copertura totale. Il primo passo è dunque stato quello di cancellare la raccolta stradale sul territorio.

Nel 2007 abbiamo aderito alla strategia rifiuti zero. Il grande passo. Con una delibera di consiglio comunale, con un supporto tecnico fondamentale da parte del Centro di Ricerca Rifiuti Zero, coordinato da Rossano Ercolini, e che in tutti questi anni ha continuato ad essere il punto di riferimento su tutte le attività e le scelte politiche sul tema. Partimmo con i “Dieci Passi verso Rifiuti Zero”, gli impegni che Ciascun Comune che aderisce alla rete (oggi sono più di 300 su tutto il territorio nazionale) si assume nell’ambito gestione dei rifiuti.
Questo primo passo già ci permise di raggiungere livelli di raccolta differenziata molto elevati. Oggi siamo costantemente ad una cifra che oscilla fra l’85 e il 90% di raccolta differenziata. Ovviamente il nostro è un progetto di Comunità. I cittadini hanno un ruolo primario in tutte le nostre attività, sono loro che fanno la raccolta differenziata e che la fanno correttamente.

Il secondo passo è stata l’introduziuone della tariffa puntuale, con il supporto tecnico di ESPER. Oggi abbiamo una tariffa che sta entro limiti piuttosto bassi in confronto al livello nazionale. Una parte della Tari è calcolata sulla quantità di non riciclabile che ogni cittadino espone, secondo il principio “chi più produce rifiuti, più paga”.

Raccolta e preparazione al riciclo, dunque, sono a posto.
Quali sono stati i passi relativi alle altre “R”?

Abbiamo messo in campo varie attività. Partendo dalla Riduzione, dalla prevenzione della produzione. Con il Centro Studi Rifiuti Zero abbiamo messo in campo il progetto “Famiglie Rifiuti Zero”, in cui abbiamo dimostrato che se già la media della produzione dei rifiuti è molto bassa sul nostro territorio, con maggiore attenzione nella differenziazione, con una coscienziosità maggiore quando scegliamo i prodotti da acquistare, con un autocompostaggio domestico ben fatto, ognuno negli spazi a propria disposizione, davvero si possono raggiungere livelli di raccolta differenziata molto prossimi al 100%, e si può minimizzare sensibilmente il secco residuo conferito, che è poi l’obiettivo finale.

Parallelamente è andata avanti la filiera fondamentale del Riuso. Non ci basta più riciclare o raccogliere differenziatamente i rifiuti che produciamo: come detto è fondamentale produrre meno rifiuti possibili e quindi anche sottrarre al mondo dei rifiuti oggetti ancora funzionalmente validi inserendoli nel circuito del riuso. Tutto è cominciato coinvolgendo cittadini, gruppi informali, associazioni, da cui sono poi nate cooperative sociali che fanno riuso,. Abbiamo diverse realtà. Da Daccapo e dalla Cooperativa Nanina, che gestiscono i centri del Riuso, all’attività di un’associazione informatica (Hacking Labs) che lavora sul ripristino e sul disassemblaggio della apparecchiature elettroniche, evitando che diventino Raee, rifiuti elettronici. E’ nata inoltre un’impresa sociale che lavora molto sui tessuti e sugli scarti di lavorazione: Capannori è un territorio dove il settore calzaturiero è molto presente, e i suoi scarti possono dunque avere una seconda vita.

È nata anche un’associazione che si occupa di baratto, si chiama Lillero. Hanno creato un mercato del baratto: chiunque abbia oggetti che vuole scambiare li porta in sede dove vengono valutati in una moneta virtuale, il lillero appunto. I lilleri accumulati possono essere spesi per acquistare altri oggetti in un emporio che l’associazione ha creato. Poi ci sono altre realtà: dal mercatino dei libri usati a “Conserve”, una realtà che si propone di recuperare le eccedenze agricole ed alimentari, reimmettendole sul mercato. In un territorio che ha vocazione rurale come il nostro, è ovviamente un’attività particolarmente apprezzata.

Ad oggi siamo in questa fase: abbiamo tante realtà che, ognuna sulle proprie filiere, lavora con coscienziosità ed ottenendo risultati particolarmente positivi.

A questo aggiungiamo che spesso (e penso alla filiera degli abiti usati, ad esempio) i materiali raccolti hanno poi finalità solidaristiche, con distribuzioni gratuite a soggetti e famiglie in difficoltà. Il ciclo del riuso ha per vocazione una doppia natura: da un lato uno scopo sociale, quindi andare a intercettare famiglie e realtà in difficoltà attraverso la collaborazione con Caritas e con i Servizi Sociali del Comune distribuendo loro gratuitamente, dall’altro la reimmissione sul mercato di materiali altrimenti destinati allo smaltimento.

Raccolta differenziata, riduzione e riuso. Qual è il prossimo passo?

Il prossimo obiettivo è quello di unire tutte queste esperienze in una rete (che informalmente già esiste) e creare una Rete Municipale del Riuso. Crediamo sia necessario valorizzare ulteriormente il lavoro di decine di volontari che ognuno sulla propria filiera di materiali già danno un contributo enorme alla Città ed all’Ambiente. Per far questo abbiamo partecipato ad un bando europeo con un progetto che si chiama Reusemed (https://www.comune.capannori.lu.it/approfondimenti/progetto-reusemed/) che coinvolge diverse realtà e che ha come capofila il Comune di Cordoba in Spagna. L’obiettivo è dunque quello di creare una interfaccia unica per il cittadino, nel rispetto delle singolarità di ognuna delle realtà coinvolte. L’obiettivo è anche quello di creare un centro unico dal punto di vista commerciale dedicato interamente al riuso. Insomma vogliamo potenziare questa pratica, renderla accessibile e nota a tutti i cittadini, perché dopo aver ottenuto buone percentuali di raccolta differenziata e di riciclo, è necessario agire con forza ed intensità sul capitolo riduzione. 

Oggi Capannori viaggia attorno al 90% di raccolta differenziata, con una produzione di secco residuo sotto i 70 kg per abitante. Si può andare oltre? Si può puntare davvero a rifiuti zero?

Io sono convinto che lo si possa fare.
Con il Centro Ricerca Rifiuti Zero ogni tanto andiamo all’isola ecologica con guanti e stivali e apriamo i sacchi del rifiuto indifferenziato per vedere cosa c’è dentro e su quali tipologie di rifiuto bisogna ancora lavorare.
La maggior parte del non riciclabile è costituito da materiale assorbente. Tutto materiale che grazie alla nuova tecnologia che conosciamo è riciclabile al 100%. Una tecnologia che è stata sperimentata a Treviso, che è oggetto di finanziamento con i bandi del Ministero della Transizione Ecologica attraverso i fondi del PNRR e che, soprattutto è esportabile e repilcabile. Mandando a riciclo anche quella parte di materiale, si arriverebbe fra il 92 ed il 95% di raccolta differenziata. Rimangono ancora alcune tipologie su cui stiamo lavorando. Abbiamo fatto un progetto con l’università di Pisa per i riciclo dei mozziconi di sigaretta, che sono fra i rifiuti più fastidiosi, e che dimostra come anche quelli siano riciclabili.
C’è ancora del lavoro da fare, ma è evidente come l’obiettivo del 100% sia potenzialmente raggiungibile.
Io ci credo!
(SC)

CONAI: Prevenzione e gestione dei rifiuti da imballaggi

É stato approvato e pubblicato dal Consorzio nazionale imballaggi (Conai) il Programma Generale di Prevenzione e di Gestione degli Imballaggi e dei rifiuti di imballaggio, contenente le linee di azione e la previsione dei risultati di riciclo e di recupero dei rifiuti di imballaggio.

Come previsto dalla normativa vigente (art. 225 del TUA), il documento illustra le linee di intervento e gli obiettivi per il prossimo quinquennio (2020-2024), sulla base di quanto contenuto nei documenti istituzionali dei Consorzi di filiera e dei sistemi autonomi.

Quattro i punti fondamentali individuati dal documento in tema di prevenzione: eco-design e valutazione ambientale a monte, mediante strumenti scientifici per permettere di valutare le diverse scelte progettuali; riutilizzo e relative applicazioni ambientalmente sostenibili, attraverso la modulazione del contributo ambientale e la promozione di momenti di confronto scientifico; raccolta differenziata di qualità, al fine di ottimizzare i flussi a riciclo e crearne di nuovi; ricerca e sviluppo di nuove tecnologie di selezione e riciclo, e promozione dell’utilizzo di materiale riciclato.

Vedi anche: Programma generale prevenzione e gestione imballaggi 2020 (PDF)

Fonte: Polimerica

Scuola, monoporzioni e stoviglie monouso: ‘opzione residuale’ per il CTS diventa ‘obbligo’ per il Ministero

Tra le nuove disposizioni per la riapertura delle scuole c’è l’obbligo di usare monoporzioni e stoviglie monouso. Decisione presa dal Ministero in contrasto, o comunque con un eccesso di zelo, rispetto alle indicazioni fornite a maggio dal Comitato Tecnico Scientifico

Tra le nuove disposizioni per la riapertura delle scuole a settembre, c’è un punto controverso, su cui si erano già attivate alcune sentinelle ambientaliste,  e che riguarda l’obbligo di usare stoviglie usa e getta per consumare i pasti. Una decisione che si scopre essere stata presa dal Ministero dell’Istruzione in contrasto, o comunque con un eccesso di zelo, rispetto alle indicazioni precedentemente fornite dal Comitato Tecnico Scientifico. 

Andiamo per gradi. Nel Protocollo Sicurezza firmato dalla ministra Azzolina e dalle sigle sindacali giovedì 6 agosto, al capitolo 4 “Disposizioni relative agli spazi comuni”, si legge che “l’utilizzo dei locali adibiti a mensa scolastica è consentito nel rispetto delle regole del distanziamento fisico, eventualmente prevedendo, ove necessario, anche l’erogazione dei pasti per fasce orarie differenziate. La somministrazione del pasto deve prevedere la distribuzione in mono-porzioni in vaschette separate unitariamente a posate, bicchiere e tovagliolo monouso possibilmente compostabile”. 

Insomma per il consumo dei pasti il Ministero impone un obbligo di distanziamento e allo stesso tempo un obbligo di utilizzare monoporzioni e manufatti usa e getta, non per forza in materiale compostabile quindi verosimilmente anche in plastica tradizionale. 

Il Comitato Tecnico Scientifico è invece di diverso avviso. Nel “Documento tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico”, approvato il 28 maggio, sottolinea che “il consumo del pasto a scuola rappresenta un momento di fondamentale importanza sia da un punto di vista educativo, per l’acquisizione di corrette abitudini alimentari, che sanitario in quanto rappresenta un pasto sano ed equilibrato” e che “è pertanto fondamentale preservare il consumo del pasto a scuola garantendo tuttavia soluzioni organizzative che assicurino il distanziamento”. 

Nello specifico indica quindi che “le singole realtà scolastiche dovranno identificare soluzioni organizzative ad hoc che consentano di assicurare il necessario distanziamento attraverso la gestione degli spazi (refettorio o altri locali idonei), dei tempi (turnazioni)” e solo “in misura residuale attraverso la fornitura del pasto in ‘lunch box’ per il consumo in classe”.  In sostanza il CTS non indica alcuna necessità di imporre lunch box  e monoporzioni in stoviglie usa e getta se in mensa c’è la possibilità del distanziamento tra i ragazzi. Come mai quindi il Ministero ha deciso diversamente?  

Secondo indiscrezioni da Roma, alcuni parlamentari sono al lavoro in questi giorni per modificare le disposizioni del Protocollo, in modo che venga preservato e assicurato l’obbligo del distanziamento ma non quello di una possibile e deleteria sovrapproduzione manufatti usa e getta. 

Fonte: Eco dalle Città

Ecco il supermercato dove la plastica è bandita (e trionfa l’economia locale)

Il Comune trentino di Ossana ha concesso un locale per un supermercato a una condizione: vietare contenitori di plastica e vendere quasi solo prodotti sfusi

Quell’immobile di proprietà pubblica era sfitto da anni. Per il Comune di Ossana, piccolo borgo da 800 abitanti in alta Val di Sole (Trentino), nessun vantaggio. Per la collettività nessun servizio in più. L’amministrazione comunale ha quindi pensato di sfruttarlo per una piccola rivoluzione: far aprire un supermercato che fosse, al tempo stesso, un simbolo delle azioni quotidiane possibili per la transizione ecologica, un esempio di lotta contro l’inutile produzione di rifiuti inutili, soprattutto plastici. E, per di più, ha voluto farne uno strumento per rafforzare l’economia territoriale e le filiere corte agricole.

Buone pratiche tra gli scaffali

«In Val di Sole abbiamo decine di produttori agricoli, allevatori e altre piccole imprese che faticano a trovare spazio nella Grande distribuzione organizzata classica e vengono messe a repentaglio dalle sue logiche spietate” spiega il sindaco di Ossana, Luciano dell’Eva. «Dovevamo assegnare un locale di proprietà comunale a Fucine, una frazione del nostro Comune. Abbiamo quindi pensato di farne un veicolo di buone pratiche».

L’idea, peraltro, fa parte di un pacchetto di iniziative che il Comune sta mettendo in campo da anni tese a ridurre l’impronta ecologica – a partire da quelli del settore turistico e della mobilità – ed è in prima linea per scelte di sostenibilità ambientale.

Un bando scritto bene

Lo strumento che ha reso possibile la piccola rivoluzione è un bando di gara. In Italia, spesso sono scritti molto male (e nei settori più disparati), con danni importanti per l’interesse collettivo. Questa volta, è accaduto il contrario.

Il bando per il nuovo supermercato conteneva vincoli precisi e stringenti: obbligo di vendere i prodotti alimentari secchi o senza il confezionamento in plastica o altro materiale (per una quota di almeno il 70%) o usando vetro (per almeno il 20%). La soglia sale ad almeno il 90% per i prodotti liquidi (olio, vino e altre bevande) che, in più, per il 75% dovranno essere stati prodotti o trasformati entro 110 chilometri dal punto vendita.

Norme “chilometriche” analoghe anche per il banco frigo (90% dei prodotti sfusi o in vetro e l’80% dovrà provenire da massimo 40 km di distanza) e per quelli ortofrutticoli freschi o trasformati come salse, sughi, creme e marmellate (90% sfusi o in vetro, dei quali 70% entro i 40 km e 20 entro i 110 km).

Inoltre, per i prodotti destinati alla pulizia e all’igiene, oltre ai requisiti dell’assenza di packaging e della provenienza territoriale, è stato inserito un obbligo di venderli in maxi-confezioni di vetro o alluminio per almeno il 20% del totale. Per trasportare la spesa poi tutti i contenitori dovranno essere realizzati in carta, stoffa o altro tessuto riutilizzabile. Addio shopper in polimeri plastici, insomma.

Il sogno della vincitrice: un biodistretto ai piedi dell’Ortles

Ad aggiudicarsi il bando è stata la titolare di un’azienda agricola biologica della zona: Patrizia Pedergnana, una giovane ragazza della Val di Pejo. La sua è la tipica storia di chi ha deciso di “tornare alla terra” convinta che coniugare attività umane e tutela dell’ambiente e della biodiversità sia non solo necessario ma anche possibile.

Nella sua azienda produce eccellenze locali ed è anche diventata “custode dei semi” per salvarli dall’estinzione. «Coltivare le antiche sementi della Val di Sole è un’azione concreta contro il collasso della biodiversità e per salvare la nostra tradizione» spiega a Valori. «Peraltro, questi semi dimostrano di avere una grande capacità di adattamento alle condizioni del territorio di origine per quanto difficili possano essere».

Nella nuova avventura del supermercato packaging free, Patrizia ripone un sogno personale: «creare un piccolo agrodistretto biologico a chilometro zero ai piedi delle vette alpine dell’Ortles Cevedale». Per riuscirci ha pensato di fare del “suo” supermercato uno snodo per i produttori locali. «Il loro ruolo è cruciale, al pari di quello dei consumatori – osserva – ma troppo poco spesso si rendono conto di quale straordinario potere abbiano nelle loro mani».

Fonte: Valori.it