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Per l’Europa l’unica plastica sostenibile è quella riciclata

La plastica sostenibile esiste? Se per sostenibile non si intende a impatto zero – perché nessuna produzione umana lo è – allora sì, ed è la plastica interamente riciclata. È quanto sembra emergere dall’ultima proposta Ue in merito alla tassonomia verde, come riportano da Euractiv citando un documento ancora riservato.

Più nel dettaglio, i prodotti in plastica per essere definiti sostenibili devono dunque essere “interamente prodotti dal riciclo meccanico dei rifiuti di plastica”. Oppure, ed ecco l’ultima discussione in corso sul tema in Ue, “da processi di riciclo chimico, se vengono rispettati gli standard minimi di emissione”.

Ma in che cosa consiste questo “nuovo” processo? In sostanza una modifica della struttura chimica stessa di un rifiuto in plastica, convertendola in molecole più piccole (monomeri) utilizzabili per produrre nuovi materiali vergini. Un processo complementare a quello meccanico finora diffuso, che apre possibilità inedite per frazioni ad oggi difficili da riciclare come la plastica mista o plasmix, che incide per quasi la metà della raccolta differenziata della plastica. Ma ancora tutto da esplorare.

Che il riciclo chimico sia effettivamente sostenibile non è ancora certo e sono, infatti, attesi nuovi standard Ue che rientreranno nell’ambito della tassonomia finanziaria sostenibile, ovvero nel nuovo sistema di classificazione per le attività economiche sostenibili che determina gli investimenti che contribuiscono in modo sostanziale alla sostenibilità ambientale.

In questo scenario, sulla plastica riciclata chimicamente l’europarlamentare dei Verdi Jutta Paulus, è favorevole, ma sostiene che “sarebbe utile avere una differenziazione nella tassonomia, dicendo prima di ridurre, poi di riutilizzare, quindi riciclare meccanicamente e infine chimicamente la plastica”. In buona sostanza il procedimento chimico non dovrebbe interrompere la spinta verso le altre buone pratiche.

Ribadito che al momento la certezza di essere “plastica sostenibile” passa attraverso il riciclo meccanico, “l’obiettivo dei produttori di plastica – si legge su Euractiv – è di ottenere la classificazione di ‘investimento sostenibile’, per poter ricevere investimenti privati e lavorare alla realizzazione della prossima generazione di prodotti plastici, derivati da rifiuti recuperati e processi di riciclaggio chimico”.

Ma quali standard debbono rispettare le plastiche da riciclaggio chimico? “Per essere considerate ‘sostenibili’, devono essere responsabili in tutto il loro ciclo di vita di emissioni di gas serra inferiori a quelle prodotte a partire da materie prime fossili”. Questo è ciò che riporta la bozza. Ci sono però delle perplessità.

È chiaro che la possibilità di considerare plastica riciclata sostenibile anche quella da processo chimico aiuterebbe non poco a raggiungere gli obiettivi del 50% di riciclo degli imballaggi in plastica entro il 2025 e del 55% entro il 2030. Obiettivi ad oggi lontani, con una situazione che si è aggravata a causa dell’emergenza Covid-19. Inoltre, come ricordano anche da Euractiv “il prezzo del petrolio è sceso a causa della pandemia, rendono i materiali vergini a base di combustibili fossili più appetibili rispetto alle plastiche riciclate. A questo contribuiscono anche motivi di salute e sicurezza, in particolare per gli imballaggi a uso alimentare”. E come sappiamo, in un mare di petrolio a basso prezzo la più costosa plastica riciclata sta affogando.

Per questo è il momento di sostenerla. Come le rinnovabili sono cresciute nel tempo potendosi avvalere di incentivi dedicati, lo stesso – e da tempo – è necessario fare per la materia rinnovabile attraverso misure economiche ad hoc: magari – parliamo dell’Italia – accogliendo  la proposta della filiera della plastica nostrana di un credito di imposta per favorire dall’acquisito dei materiali riciclati. Oppure abbassando l’Iva per i prodotti riciclati. E contemporaneamente riuscire ad aumentare gli acquisti verdi delle amministrazioni pubbliche come previsto – ma sempre disatteso – dal Gpp

Fonte: Green Report

Rifiuti, sondaggio: 91% cittadini europei crede nel riciclo

Il 91% dei cittadini europei crede che il riciclo sia una delle soluzioni praticabili per fare qualcosa per l’ambiente. Due su tre ritengono che il riciclo degli imballaggi sia un obbligo per tutti e che c’è un’urgente necessità di affrontare il problema. E’ quanto emerge da un sondaggio promosso dall’agenzia Lucid in 14 Paesi europei fra i quali l’Italia, in collaborazione con il gruppo di lavoro internazionale “Every Can Counts” che mira a sensibilizzare le persone sui vantaggi del riciclo delle lattine per bevande in alluminio.

Dal sondaggio emerge inoltre che il 52% degli intervistati non sacrificherebbe l’ambiente in nome dell’economia, nonostante il rallentamento e la crisi economica dovuti all’emergenza da Covid-19. Più di tre quarti degli intervistati sostiene di riciclare tutti i tipi di materiali e il 76% dei cittadini europei ricicla spesso o sempre le lattine in alluminio, l’imballaggio per bevande più riciclato a livello globale. Un percentuale che sale al 91% in Italia, al primo posto in Europa.

E in Italia, in generale, i dati sono incoraggianti. Il 93% degli intervistati afferma che è più importante che mai prendersi cura del nostro pianeta in questo periodo e implementare il riciclo, soprattutto nella situazione di emergenza Covid-19, mentre l’89% ha affermato di voler fare di più. Inoltre, il 51% degli italiani ha affermato che non darebbe priorità all’economia rispetto all’ambiente, mostrando un chiaro cambiamento di priorità.

Il 93% degli italiani dichiara poi di separare sempre, o comunque spesso, le lattine quando è in casa. Il 67% quando è a lavoro. In entrambi i casi si tratta delle percentuali più alte in Europa. Questo a riprova del sistema capillare e diffuso di raccolta differenziata, soprattutto domiciliare o porta a porta, che vige in Italia e che rende le operazioni di gestione dei rifiuti più semplici per il cittadino.

Rispetto invece alle scelte di acquisto e quanto queste vengano influenzate dal packaging, scopriamo che l’Italia, fra tutti i Paesi europei, è la più attenta. Ben il 73% degli intervistati italiani infatti si dichiara influenzato dall’imballaggio (la media europea è intorno al 60%) e il 62% afferma di aver smesso di comprare alcuni prodotti proprio a causa del loro packaging. Allo stesso modo gli italiani sono in assoluto i cittadini che più controllano le etichette dei prodotti (il 79%) mentre nel resto di Europa i francesi che dichiarano lo stesso sono il 55%, gli inglesi il 54%.

“I risultati mostrano che c’è una maggiore consapevolezza sulla necessità di riciclare quanti più rifiuti possibile. La pandemia da Covid-19 ha accelerato questa consapevolezza e le persone si rendono conto di quanto sia pressante la questione ambientale. Oggi i cittadini si mostrano disposti a lavorare per creare una vera economia circolare”, spiega David Van Heuverswyn, direttore di Every Can Counts Europe.

Dal 2009, il gruppo Every Can Counts ha lavorato per aumentare la consapevolezza sul riciclo delle lattine per bevande in alluminio, con l’obiettivo di riciclare il 100% delle lattine consumate in Europa. Nel 2017, il tasso di riciclo delle lattine nel vecchio continente è stato del 74,5%, ma il sondaggio ha mostrato che il 90% degli intervistati ritiene che il proprio Paese dovrebbe riciclare di più, se non tutte le lattine.

L’indagine ha intervistato un campione di 13.793 persone di età superiore ai 16 anni bilanciate per età e sesso, in 14 Paesi: Belgio, Serbia, Austria, Ungheria, Grecia, Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Italia e Francia.

Fonte: Il Tempo

Recovery: si utilizzi per nuovi impianti!

Per centrare gli obiettivi gli obiettivi europei della Circular economy (65% di riciclo e 10% in discarica al 2035 per i rifiuti urbani), il nostro Paese ha un’opportunità unica: gli aiuti Ue per l’emergenza Covid. Questi possono sostenere gli investimenti necessari (10 miliardi di euro) per colmare il gap impiantistico nazionale, soprattutto nel Centro-Sud del nostro Paese, attraverso la realizzazione di 70 impianti di trattamento rifiuti.

Sono queste le principali evidenze emerse dal Rapporto “Per una Strategia Nazionale dei rifiuti”, presentato da FISE Assoambiente (Associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica), nel corso della giornata di apertura di Ecomondo Digital Edition, la fiera annuale della green economy di Rimini, quest’anno in versione virtuale.

La Ue prevede la riduzione al 10% massimo dello smaltimento in discarica dei rifiuti urbani (oggi siamo al 22%) e il raggiungimento di un target di riciclo minimo del 65% (oggi siamo al 45%). Secondo il rapporto, servono fino a 70 nuove strutture fra cui 39 nuovi digestori anaerobici per il trattamento della frazione organica, per una spesa complessiva di 10 miliardi di euro.

“I fondi collegati a Next Generation costituiscono un’occasione unica per implementare una Strategia Nazionale dei Rifiuti -, evidenzia il Presidente FISE Assoambiente Chicco Testa – a patto, però, di spenderli efficacemente, privilegiando strumenti economici e incentivi/disincentivi, rispetto alla tradizionale spesa a pioggia”.

“Nella gestione dei rifiuti in Italia è centrale la questione della carenza degli impianti di trattamento, rispetto ai quali bisogna muoversi ora per riuscire a centrare i target Ue al 2035. In quest’ottica, il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta un’occasione storica per mettere in campo non solo risorse, ma soprattutto riforme che consentano lo sviluppo dell’intero settore – dichiara Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia –  occorre agire subito perché l’equilibrio attuale della gestione dei rifiuti nelle regioni meridionali è apparente, dal momento che si basa sullo smaltimento in discarica e sull’esportazione. Il raggiungimento degli obiettivi di economia circolare produce ricadute positive in termini ambientali, economici e sociali: la realizzazione degli impianti porterebbe a un risparmio annuo di 544.000 tonnellate di CO2 equivalente, alla creazione di posti di lavoro, a servizi più efficienti e a tariffe più basse per i cittadini”. 

Rifiuti in plastica, continuando così non raggiungeremo gli obiettivi europei di riciclo

Con i nuovi e più rigidi criteri di misura il tasso di riciclaggio degli imballaggi di plastica dell’Ue potrebbe anzi diminuire, passando dal 42% attuale al 29% circa

La plastica è un materiale che come pochi altri ha rivoluzionato la modernità, e sembra che sia ormai impossibile farne a meno. Eclettica, economica e durevole, quasi tutta la plastica viene però ancora oggi prodotta da fonti non rinnovabili (petrolio) e pone serie sfide ambientali: senza sistemi di produzione e gestione post-consumo migliori – come evidenzia l’analisi della Corte dei conti europea pubblicata oggi – ne saremo presto sommersi.

«Facendo rinascere le abitudini dell’usa e getta a causa di preoccupazioni di ordine sanitario, la pandemia di Covid-19 – dichiara Samo Jereb, responsabile dell’analisi – dimostra che la plastica continuerà ad essere un pilastro delle nostre economie, ma anche una minaccia ambientale sempre più grave».

Qualche numero è necessario per inquadrare meglio la situazione. Nel mondo la domanda di plastica è quasi raddoppiata nell’ultimo ventennio, tanto che metà di tutta la plastica presente oggi sulla Terra è stata prodotta a partire dal 2005; le economie in via di sviluppo ne usano sempre di più, ma è in quelle avanzate – come la nostra – i consumi pro capite sono ancora 20 volte più alti.

Molta, troppa di questa plastica una volta usata finisce per inquinare. Ogni anno viene immessa nell’oceano una quantità di rifiuti di plastica compresa tra 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate, e anche in Europa l’85% circa dei rifiuti marini rinvenuti sulle spiagge è di plastica (per il 43% di tratta di plastica monouso, per il 27% da attrezzi da pesca).

Pur con tutti i suoi limiti, l’Ue già oggi può vantare il più elevato tasso di riciclaggio della plastica (per tutti i tipi di rifiuti di plastica considerati complessivamente) tra le economie avanzate, ma a guardarlo bene si tratta di un risultato assai modesto.

Il problema principale sta negli imballaggi: è in questo comparto che si concentra il 40% della produzione di plastica e il 61% del totale dei rifiuti di plastica generati nel Vecchio continente. I dati disponibili mostrano che il tasso di riciclaggio degli imballaggi di plastica europei potrebbe addirittura diminuire nel breve termine, passando dal 42% attuale al 29% circa a causa dei più rigorosi metodi di rendicontazione introdotti con la nuova direttiva sugli imballaggi (appena recepita in Italia): lo vedremo con le prime relazioni (concernenti il 2020) previste per giugno 2022.

Quel che già sappiamo è che la quantità di imballaggi in plastica non riciclati è rimasta relativamente stabile – circa 9,5 milioni di tonnellate all’anno – negli ultimi 5 anni, e che per raggiungere gli obiettivi stabiliti prima dalla strategia Ue sulla plastica e successivamente dalla già citata direttiva (riciclo al 50% nel 2025 e al 55% nel 2030) c’è molto da lavorare. Anche in Italia: nel 2019, secondo i dati comunicati da Corepla, il 43,39% degli imballaggi plastici immessi al consumo è stato avviato a riciclo e il 48,63% a recupero energetico.

«Per raggiungere i nuovi valori-obiettivo in materia di riciclaggio degli imballaggi di plastica, l’Ue – sottolinea Jereb – deve invertire l’attuale situazione, nella quale le quantità incenerite sono maggiori di quelle riciclate. Si tratta di una sfida difficilissima».

Questo, beninteso, non significa rinunciare alla termovalorizzazione bensì rimetterla al suo posto individuato dalla gerarchia Ue (dopo il riciclo e prima della discarica). Come ricorda al proposito la stessa Corte, il “rilascio di alcune emissioni (dovute alla combustione della plastica, ndr) può essere compensato dalla produzione di energia, che riduce il bisogno di altre forme di generazione di energia”.

Come migliorare la situazione? Una bacchetta magica naturalmente non c’è. Secondo il report, ad esempio, il riciclo chimico è per ora nella fase di ricerca: “Non si tratta ancora di un’opzione per il trattamento dei rifiuti percorribile, né in termini tecnologici né in termini economici”. E i sistemi di cauzione-rimborso per alcuni imballaggi, come le bottiglie in Pet? Permettono di aumentare la raccolta differenziata e anche migliorare la qualità di questa frazione raccolta, tuttavia possono “comportare dei costi, diretti e indiretti, e rendere più complessi i sistemi di gestione dei rifiuti degli Stati membri”: il costo annuale della gestione del sistema tedesco di cauzione-rimborso è stimato ad esempio in circa 800 milioni di euro, e al contempo come noto nel Paese c’è un ampio ricorso alla termovalorizzazione per gestire le frazioni plastiche che restano fuori dal circuito e sono più difficili da riciclare.

Quel che serve è dunque un approccio ad ampio spettro: ridurre la produzione di plastica monouso (come peraltro stabilito dalla direttiva Ue in materia), intervenire a livello di ecodesign dei prodotti (oltre l’80% di tutti gli impatti ambientali connessi ai prodotti hanno origine nella fase di progettazione), migliorare i regimi di responsabilità estesa del produttore (Epr), e creare un mercato adeguato per i prodotti in plastica riciclata (in Italia la normativa sul Gpp è storicamente disattesa).

Soprattutto, per l’immediato quanto per il futuro, è necessario investire in educazione civica – pochi incivili determinano la dispersione dei rifiuti plastici nell’ambiente, a danno di tutti – e in una dotazione impiantistica adeguata per riciclare e/o smaltire i nostri scarti. Ad oggi ad oggi le spedizioni di rifiuti di imballaggio di plastica rappresentano addirittura un terzo del tasso di riciclaggio, nonostante nei fatti il trattamento nei paesi terzi provochi spesso pressioni ambientali maggiori.

Raggiungere un’economia più circolare, del resto, porterebbe a grandi vantaggi non “solo” dal punto di vista ambientale ma anche da quello occupazionale: come osserva la Corte “L’ulteriore sviluppo dell’industria del riciclaggio e l’adattamento del mercato a princìpi di circolarità più rigorosi, soprattutto con l’integrazione della plastica riciclata nei nuovi prodotti, potrebbe creare posti di lavoro e offrire alle imprese dell’Ue, in alcuni settori, i vantaggi riservati ai primi arrivati”.

Fonte: Greenreport

Anche in Italia sarà possibile produrre bottiglie in plastica 100% riciclata

L’emendamento Feerrazzi prevede per il 2021 una fase transitoria e sperimentale dell’applicazione delle nuove norme che superano il limite del 50% di Pet vergine obbligatorio. Con il sistema Xtreme renew per la produzione di bottiglie si ridurranno i consumi di materiale e di energia nonché i costi di processo e logistici

Il passaggio ad una gestione dei rifiuti ad “economia circolare” è un importante pilastro della green economy con la trasformazione dell’attuale sistema economico “lineare” di produzione e consumo in un nuovo sistema “circolare”, basato su un modello di sviluppo industriale il cui obiettivo è quello di preservare e mantenere il più a lungo possibile il valore dei prodotti e dei materiali nell’economia, riducendo al contempo la generazione di rifiuti non riciclabili, nonché l’eccessivo consumo di risorse primarie.

Un elemento essenziale della transizione ecologica al nuovo modello di sviluppo sostenibile è rappresentato senza dubbio dalla necessità di favorire l’aumento della percentuale di imballaggi riutilizzabili avviati al riciclo, e in particolare del polietilentereftalato (PET), materiale con il quale sono oggi realizzate la maggior parte delle bottiglie e degli altri contenitori in plastica in commercio.

Il PET è un materiale riciclabile al 100 per cento, non perde le sue proprietà fondamentali durante il processo di recupero e si può così utilizzare ripetutamente per la realizzazione di prodotti ed è di gran lunga la plastica per bevande e alimenti più usata (in Europa si producono 115 miliardi di bottiglie all’anno). Considerato il fabbisogno mondiale di bottiglie e di altri contenitori in plastica, la possibilità di un riciclaggio al 100 per cento della materia permette di limitare il consumo delle oltre 450.000 tonnellate di petrolio e di oltre 1,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica necessarie a produrre PET vergine ogni anno.

L’Unione europea ha approvato un programma per ridurre la plastica in circolazione, innanzitutto limitando quella usa e getta, e fissando l’obiettivo di raccolta del 90 per cento delle bottiglie di plastica al 2025. Il riciclo del PET ha dunque un ruolo cruciale e significativo nel raggiungere gli obiettivi di riciclo della plastica. In Italia l’impiego del polietilentereftalato riciclato (RPET) anche nella produzione di imballaggi per il contatto con tutti i tipi di alimenti e di vaschette per alimenti è possibile.

Tuttavia la normativa vigente nel nostro Paese stabilisce che le bottiglie e vaschette per alimenti in polietilentereftalato debbano contenere almeno il 50 per cento di polietilentereftalato vergine. Tale limitazione non ha però una motivazione sanitaria, anche perché la normativa italiana stabilisce oltre che regole ferree per la produzione di tali contenitori anche che il limite non si applica alle bottiglie in plastica riciclata realizzate in altri Paesi dell’Unione europea. Tale disposizione rappresenta dunque oggi esclusivamente una limitazione dannosa all’utilizzo del PET riciclato e un freno alla filiera del riciclo estremamente fiorente nel nostro Paese, producendo un danno ambientale ma anche economico per le numerose aziende dell’economia circolare che operano in questo campo.

Per questo è molto importante che sia stato approvato l’emendamento Ferrazzi, sottoscritto da tutte le forze politiche, al decreto legge “Agosto” che rende finalmente anche in Italia possibile produrre bottiglie in plastica riciclata (rPet) al 100% e che ci allinea al resto dell’Europa. Su questa approvazione bisogna dare merito anche eprcomunicazione che ha sempre spinto affinché questo oramai anacronistico divieto, tutto italiano, fosse superato.

L’emendamento approvato prevede per il 2021 una fase transitoria e sperimentale dell’applicazione delle nuove norme che si stabilizzeranno poi con la successiva Legge di bilancio, sarà possibile produrre in Italia bottiglie interamente riciclate, rispettando dunque l’ambiente e abbattendo le emissioni nocive. Questo fornirà un grande impulso anche alle aziende italiane che sono leader nel riciclo.

A tal proposito si evidenzia che le bottiglie e, in generale, gli imballaggi per gli alimenti ottenuti interamente in polietilentereftalato (PET) riciclato per uso alimentare, direttamente da scarti industriali e, dunque, senza transitare per la materia prima intermedia dei granuli, grazie a speciali macchinari prodotti in Italia, fino ad oggi, non si potevano usare.

La ragione per cui questa tecnologia non può essere impiegata in Italia risiede nel fatto che la quota di materiale vergine obbligatorio per la produzione di nuovi contenitori plastici a uso alimentare è del 50 per cento.

Questa innovazione tecnologica dimostra, per l’ennesima volta, che in Italia siamo in grado di fare cose straordinarie. Ma, per la legge italiana, fino all’approvazione di questo emendamento, vigeva l’obbligo di produrre gli imballaggi con la citata quota del 50 per cento di materiale vergine, obbligo che appare necessario superare, consentendo la produzione con materiali riciclati al 100 per cento.

L’Europa afferma che bisogna avviare al riciclo tutti i rifiuti che possono essere riciclati e la normativa italiana, in questo quadro, è un’anomalia che deve essere rimossa. È del tutto evidente che, se vogliamo favorire lo sviluppo dell’economia circolare, si doveva innanzitutto intervenire sulla normativa vigente, in modo da semplificare il riciclo del materiale, perché ci sono troppi ostacoli, non di tipo tecnologico, ma tecnico-burocratico, che bloccano tale sviluppo.

Questo sistema, denominato «Xtreme renew», consente anche una riduzione del 18 per cento, rispetto al sistema tradizionale di produzione, di contenitori in PET riciclato in granuli. A questo si aggiungerebbe un aumento dell’efficienza nella gestione del magazzino, con una contrazione del 20 per cento dello spazio di stoccaggio.

Questo sistema di riciclo della plastica per la produzione di bottiglie sarebbe, quindi, in grado di ridurre i consumi di materiale e di energia nonché i costi di processo e logistici, grazie alla possibilità di realizzarle al 100 per cento in PET riciclato.

Ora tutto questo, grazie all’emendamento Ferrazzi e alla spinta di eprcomunicazione, è possibile.

Si ricorda che su tale materia Andrea Ferrazzi, come Rossella Muroni, avevano già presentato dei disegni di legge.

Il testo dell’emendamento Ferrazzi

95.0.11 (testo 2)

La Commissione

Dopo l’articolo, inserire il seguente:

«Art. 95-bis.

(Disposizioni per favorire i processi di riciclaggio del polietilentereftalato utilizzato negli imballaggi per alimenti)

1. In via sperimentale, per il periodo dal 1º gennaio 2021 al 31 dicembre 2021, per le bottiglie in polietilentereftalato di cui all’articolo 13-ter, comma 1, del decreto del Ministro della sanità 21 marzo 1973, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 104 del 20 aprile 1973, non trova applicazione la percentuale minima di polietilentereftalato vergine prevista dal comma 2 del medesimo articolo 13-ter. Restano ferme, per le predette bottiglie, le altre condizioni e prescrizioni previste dal predetto articolo 13-ter.

2. Il Ministero della Salute provvede a modificare, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge, i I citato decreto 21 marzo 1973, adeguandolo alle disposizioni di cui al comma 1.

3. Il Fondo di cui all’articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, è incrementato di 3,6 milioni di euro per l’anno 2022.

4. Ai maggiori oneri di cui al presente articolo, valutati in 9,5 milioni di euro per l’anno 2021 e 1,6 milioni di euro per l’anno 2023 e pari a 3,6 milioni di euro per l’anno 2022, si provvede mediante corrispondente riduzione del fondo di cui all’articolo 114, comma 4, per gli anni 2021 e 2023 e mediante utilizzo delle maggiori entrate derivanti dai commi 1 e 2 per l’anno 2022.»

Fonte: Eco dalle Città

Economia circolare, nei nostri dispositivi elettrici c’è una miniera per la transizione ecologica

Nonostante una lunga pausa dalla crescita economica, viviamo in Italia un’epoca piena di benessere e novità nel campo tecnologico rispetto al passato anche recente. Infatti, per quanto le differenze siano enormi in termini di ricchezza tra il famoso 1% e il resto della popolazione, la quasi totalità di noi ha accesso ad un frigorifero, un cellulare e possibilmente un computer. Tutti i beni di largo consumo direttamente alimentati ad elettricità sono considerati Electrical and electronic equipment (Eee). Questi beni sono rilevanti per svariati motivi.

In primis ci permettono di mantenere standard di vita impensabili fino a sessant’anni fa. Il loro accumulo non è stato più veloce della crescita delle nostre economie. In termini di peso, dove il cittadino medio dei paesi europei deteneva in media circa 37 Kg, ad oggi ne possiede circa 730 Kg.

Ma non è tutto oro quello che luccica. In aggiunta ad aver indirettamente aiutato ad allungare la vita umana grazie alla conservazione alimentare e migliori strumenti medici, gli Eee possono portare nuovi problemi. Poiché l’usura tende a comprometterne le prestazioni, anche questi beni sono destinati al cassonetto. Tuttavia, un incauta gestione dei rifiuti può generare impatti seri.

Il sistema legale a cui facciamo riferimento circa la classificazione dei rifiuti è inquadrato dalla direttiva sulla restrizione delle sostanze pericolose 2002/95/EC, entrata in vigore nel 2003 (da questa legislazione deriva la classifica evidenziata nella prima illustrazione). La ragione di questo dispositivo legale è la minimizzazione degli impatti: questi sono dovuti alla complessa composizione materiale dei prodotti che noi usiamo tutti i giorni. Molti di essi, come piombo, nickel e plastica possono avere effetti dannosi se disperse nell’ambiente. Ma con l’avvento di una visione circolare dell’economia, abbiamo compreso che gli stessi scarti possono essere riconvertiti in risorse.

Dove un computer non può essere riconvertito per problemi di hardware, può infatti essere comunque considerato un piccolo deposito di oro, cobalto, nickel, litio e altro ancora. Per quanto possa sembrare riduttivo pensando al nostro computer di casa, facendo riferimento a tutti gli Eee, in media un cittadino europeo è in possesso di circa 160 Kg di materiale riciclabile. Tra questi troviamo tra ferro, rame, argento, oro, palladio, alluminio ed altri ancora. Secondo la best available technology (BAT), il potenziale di riciclo di alcuni di questi materiali (in particolare i rari  come oro) raggiunge il 90%. Sommato tutto quello attualmente classificato, potremmo riciclare circa il 20% del peso del nostro stock.

Questa è una stima potenziale iniziale e solo per 16 materiali, come mostra lo studio Estimating total potential material recovery from EEE in EU28. Si tratta in poche parole di un valore totale di 71.761.633 tonnellate annuali. Per quanto possa sembrare un grande numero, bisogna tenere a mente che la sola produzione di rame nel mondo è nell’ordine delle milioni di tonnellate annuali. Allora perché sarebbe rilevante questa dinamica? E quanto costerebbe essere circolari solo nell’ambito degli Eee?

Adottando un approccio da economisti minerari, la ricchezza di un deposito è spesso dipendente dal grado di roccia o “ore grade”. Un geologo potrebbe alzare la mano avanzando giustamente perplessità. Ci sono svariate accezioni di questo temine. Per semplicità, viene chiamata “ore grade” la percentuale di minerale che si può estrarre da un deposito. Questo valore ha fatto più volte discutere gli esperti in quanto è in caduta libera da decenni. Eppure l’estrazione non sembra diminuire.

Se noi applichiamo lo stesso principio sul “deposito” di Eee, il fenomeno accade nella stessa maniera; poiché si tratta di una variabile insita in manufatti, potremmo definirla artificiale (“Artificial Ore Grade” o AOG in inglese). E anche la percentuale di AOGche possiamo recuperare è in caduta da oltre vent’anni.

Tuttavia, buona parte dei minerali presenti in depositi naturali non ha i livelli di “ore grade” comparabili a quelli artificiali. Se guardiamo ad esempio al rame, i ricchi depositi cileni si misurano in valori millesimali. In Europa sarebbero invece in valori percentuali.

Sebbene in quantità assolute minori, l’habitat umano (chiamato antroposfera) è, secondo questa ipotesi, ricco di risorse. Gli stessi minerali verdi (green minerals) come litio, cobalto, nickel che potrebbero garantirci i materiali per la transizione ecologica sono già qui in Europa.

Poiché però la composizione degli Eee è in cambiamento in favore di parti plastiche per ragioni ergonomiche, la quantità di metallo estraibile si riduce (da notare la seconda immagine). Sarebbe meglio avere beni più ricchi di minerali preziosi e riciclare di più? No, l’abbassamento dell’Aog non è un problema, in quanto come per i depositi naturali è controbilanciato da uno stock massiccio di beni da trattare. Con questa logica la riduzione della dipendenza dai minerali vergini si ridurrebbe drasticamente.

Questo avrebbe un impatto duplice. Il primo di tipo ambientale e sociale, in quanto l’estrazione mineraria estera è spesso correlata con violazioni dei diritti umani (si pensi al Coltan in Congo). Secondo, riduce la dipendenza da produttori esteri. Una logica di recupero a livello europeo (magari tramite grandi hot-spot di raccolta) darebbe le basi ad una strategia comune. Ci sarebbero inoltre positive risvolti occupazionali.

In termini di prospettiva, dovremmo forse guardare alle nostre economie più in termini materiali e di peso piuttosto che di valore.

Fonte: GreenReport

Utilizzo di plastiche riciclate in Italia

Disponibile l’edizione 2019 dello studio annuale promosso da IPPR – Istituto per le plastiche da riciclo: +4,4% rispetto al 2018, ma quest’anno i volumi caleranno

In Italia, l’anno scorso sono stati utilizzati dai trasformatori 1,175 milioni di tonnellate di polimeri rigenerati da scarti industriali o da post-consumo, con un incremento del +4,4% rispetto al 2018 (e di ben il +14,6% rispetto al 2015). Nel conto sono comprese le principali commodities plastiche (poliolefine, PVC, stireniche, PET e plastiche miste), ma non i tecnopolimeri (PA, ABS, SAN, PC, acetaliche, acrilici, fluorurati ecc).

Il dato è contenuto nello studio “Materie plastiche riciclate utilizzate in Italia – Analisi quantitativa 2019” commissionato a Plastic Consult da IPPR – Istituto per le plastiche da riciclo, organismo che opera in seno a Federazione Gomma Plastica, elaborato partendo dalle informazioni fornite da un campione di 178 operatori del settore.

utilizzo plastiche riciclate italia

La fonte principale di materie prime seconde per l’industria di trasformazione rimane quella post-consumo, con una quota del 71% contro il 29% dei pre-consumo. L’industria delle materie plastiche italiana si conferma anche nel 2019 un importatore netto di scarti industriali (pre-consumo), in particolare per quanto riguarda le poliolefine.

I principali polimeri rigenerati sono i polietileni, con poco più del 30% dei volumi complessivi trasformati; al secondo posto il polipropilene con il 27% e il PET con una quota del 20%. Seguono PVC con il 7%, stireniche (PS ed EPS) con il 6% e frazioni miste (9%).

Le plastiche che mostrano una crescita più elevata sono HDPE e PET, grazie allo sviluppo delle applicazioni nell’imballaggio rigido; registrano un trend positivo anche plastiche miste e stireniche, queste ultime trainate dall’incremento degli impieghi in edilizia, mentre uno sviluppo moderato contraddistingue gli altri polimeri, in particolare il polipropilene, la cui contrazione nel comparto trasporti è bilanciata dallo sviluppo in altri settori applicativi.

Per quanto concerne i settori d’impiego delle plastiche rigenerate, l’anno scorso è cresciuta la quota dell’imballaggio – che ora supera il 30% – mentre una serie di altre applicazioni (edilizia e articoli tecnici, altre applicazioni diversificate) hanno visto ridursi di un punto percentuale la loro rappresentatività. Restano stabili igiene e arredo urbano (poco più del 15%), casalinghi e mobile/ arredo (9%) e agricoltura (4%). La maggiore crescita in valore assoluto si riscontra nell’imballaggio, con un +16% sul 2018, quindi i casalinghi (+4% su base annua), edilizia e igiene/arredo urbano. Ferma l’agricoltura, mentre evidenziano un calo tanto gli articoli tecnici che il tessile.

Il report completo, con un’analisi dei singoli polimeri e applicazioni, opportunità e barriere allo sviluppo è scaricabile sul sito di IPPR (clicca QUI).

Fonte: Polimerica

Il Senato impegna il Governo “ad affrontare le criticità impiantistiche” per la gestione rifiuti

La Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati (commissione Ecomafie) ha condotto negli ultimi mesi una lunga serie di audizioni – di cui abbiamo dato ampiamente conto su queste pagine – per capire come l’emergenza Covid-19 abbia impattato sulla gestione dei rifiuti in Italia, che ha portato a una corposa relazione sottoposta ieri all’esame del Senato.

Dalla relazione emerge come il sistema-Paese, nel suo complesso, abbia tenuto: i servizi essenziali di igiene urbana hanno continuato ad essere svolti dalle aziende di settore, e anche l’incremento nella produzione di rifiuti a carattere sanitario, di mascherine e guanti – sono per questi ultimi due dispositivi di protezione individuale si stimano 300mila tonnellate in più a fine anno – ha potuto trovare seppur con fatica collocazione. Anche perché nel mentre la produzione di rifiuti, causa lockdown e crisi economica, è data in calo: dopo anni di crescita la produzione dei rifiuti urbani alla fine del 2020 potrebbe ammontare a circa 28,7 milioni di tonnellate, dato confrontabile con quello rilevato nel 2000. E un calo si attende anche per i rifiuti speciali.

Eppure, la dotazione impiantistica nazionale per la gestione rifiuti si è mostrata ancora una volta tremendamente fragile: la dipendenza dall’export e la disomogenea presenza di impianti sul territorio nazionale sono fattori cronici che la crisi ha portato (di nuovo) a galla.

«L’emergenza nella sua fase più acuta – conferma in Aula il relatore della commissione Ecomafie, Massimo Vittorio Berutti – ha comportato una diminuzione della produzione dei rifiuti in generale, una diminuzione che però non ha alleggerito i deficit strutturali del sistema impiantistico nazionale che, anzi, hanno visto acuirsi gli effetti della carenza di possibili destinazioni per specifiche tipologie di rifiuti attualmente non gestite sul territorio nazionale per l’assenza di una specifica dotazione impiantistica».

Una posizione messa in evidenza nelle scorse settimane anche dalla Direzione investigativa antimafia (Dia): lo smaltimento dei rifiuti «soffre di una cronica carenza di strutture moderne per il trattamento, situazione che potrebbe favorire logiche clientelari e corruttive da parte di sodalizi criminali».

Eppure, nonostante gli allarmi lanciati all’unanimità dalle aziende di settore riunite in Utilitalia e Assoambiente, a cui si aggiungono quelle di enti scientifici terzi come l’Ispra per cui «vi sono regioni in cui il quadro impiantistico è molto carente o del tutto inadeguato», il problema non è ancora stato colto né a livello nazionale né sui territori, dove senza una bussola nel mentre dilagano le sindromi Nimby e Nimto.

Ci prova adesso il Senato, che nella risoluzione approvata impegna il Governo «ad affrontare le criticità di segmenti del sistema impiantistico nazionale per il trattamento dei rifiuti e di chiusura del ciclo dei rifiuti in relazione alle specificità dell’emergenza e del futuro atteso, e la necessità di costruzione di una filiera economica del trattamento di materia».

Difficile che un simile atto, da solo, possa ambire a cambiare una tendenza ormai decennale all’ignavia. Sono però in fase di recepimento le direttive Ue che compongono l’ultimo pacchetto normativo sull’economia circolare, prevedendo la redazione di un Programma nazionale per la gestione dei rifiuti che sappia individuare e indicare come colmare le lacune impiantistiche nel nostro Paese.

Fonte: GreenReport

A Carlisle i rifiuti in plastica diventano manto stradale

Per ri-asfaltare Lowther Street saranno impiegati circa 240.000 sacchetti di plastica monouso, triturati e miscelati al bitume.

Lowther Street di Carlisle si aggiunge all’elenco delle strade inglesi realizzate grazie ai rifiuti in plasticaPer coprire poco più di 3mila metri quadrati, l’azienda specializzata MacRebur prevede di utilizzare circa 240.000 sacchetti di plastica monouso che altrimenti sarebbero finiti in discarica.
Non certo una novità (specialmente in Inghilterra) l’uso di rifiuti in plastica miscelati all’asfalto permette una serie di notevoli vantaggi, tra cui una maggiore resistenza alla contrazione e all’espansione del manto stradale causata dai cambiamenti delle temperature. Inoltre, poiché sostituito dalla plastica stessa, si risparmia anche una notevole quantità di bitume, materia direttamente derivata dai combustibili fossili.

Dopo aver iniziato le prove a gennaio 2019, è fantastico vedere la prima strada realizzata con rifiuti in plastica qui a Carlisle“, ha detto Toby McCartney, CEO di MacRebur. “L’implementazione di simili strade in tutto il paese fornirebbe una reale opportunità per ridurre l’impronta di carbonio”.

La costruzione vera e propria è frutto di mesi di approfonditi test già condotti nella contea di Cumbria nell’ambito del programma ADEPT SMART Places Live Labs. Il progetto, sostenuto dalle autorità locali insieme a vari partner del settore privato,  ha finora ricevuto circa 22,9 milioni di sterline di finanziamenti da parte del Dipartimento per i trasporti, ai quali si aggiunge il milione e mezzo di sterline già erogato all’amministrazione locale di Cumbria in qualità di soggetto selezionato per  i test condotti sulla rete stradale. 

Keith Little, membro del gabinetto del Consiglio della contea di Cumbria per le autostrade, ha affermato che l’autorità locale sta investendo circa 150.000 sterline nel progetto di riqualificazione di Lowther Street, che secondo lui “renderà i viaggi più fluidi e sicuri per i conducenti”. “Lavorando con il nostro appaltatore Hanson, Cumbria s’è fatta pioniere nella realizzazione di strade fatte con rifiuti in plastica. Oggi – ha aggiunto Little – c’è un genuino interesse mondiale per questo innovativo materiale”.

Fonte: Rinnovabili.it

Corepla, oltre 1.370.000 tonnellate di plastica raccolte. Tra le più virtuose Valle D’Aosta e Sardegna

Il servizio di raccolta e riciclo è ormai capillare in tutto il Paese: sono 7.345 i Comuni serviti (92%) e 58.377.389 i cittadini coinvolti

Buone notizie per la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica. Nel 2019 sono state oltre 1.370.000 le tonnellate di plastica raccolte in modo differenziato, ovvero il 13% in più rispetto al 2018. Un nuovo record in termini di quantità trattata, che porta l’Italia ad un procapite medio annuo di 22,8 kg. A guidare la classifica Valle d’Aosta e Sardegna, con oltre 31 kg per abitante.

 Il servizio di raccolta e riciclo è ormai capillare in tutto il Paese: sono 7.345 i Comuni serviti (92%) e 58.377.389 i cittadini coinvolti. Il valore economico direttamente distribuito da Corepla, il Consorzio nazionale senza scopo di lucro per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, ammonta complessivamente a 760 milioni di euro, dove la quota di valore principale resta quella destinata ai Comuni e/o convenzionati da loro delegati.

Nel corso del 2019 il corrispettivo riconosciuto dal Consorzio ai Comuni italiani o ai loro operatori delegati ha infatti raggiunto i 400 milioni di euro. Oltre 185 milioni sono stati destinati agli impianti che selezionano gli imballaggi dividendo la plastica per polimero e alcuni polimeri come il PET anche per colore, dando così maggior valore al prodotto selezionato. Lo scorso anno sono state riciclate 617.292 tonnellate di rifiuti di imballaggio in plastica, prevalentemente provenienti da raccolta differenziata urbana (sono incluse le quantità provenienti dalle piattaforme da superfici private e dai Consorzi autonomi). Sono stati recuperati anche quegli imballaggi che ancora non possono essere riciclati.

Corepla ha avviato a recupero energetico 445.812 tonnellate, che sono state utilizzate per produrre energia al posto di combustibili fossili. ll materiale avviato da Corepla a recupero è stato destinato per il 75% a cementifici (41% in Italia e 34% all’estero) e per il restante 25% a termovalorizzazione. Alle cifre della gestione consortile vanno aggiunti i quantitativi di imballaggi in plastica riciclati da operatori industriali indipendenti provenienti dalle attività commerciali e industriali (287.000 tonnellate) per un riciclo complessivo di oltre 1 milione di tonnellate e la quota di imballaggi presente nell’RSU avviati a recupero di energia (567.510 tonnellate). Dei 2.084 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica immesse sul mercato e di pertinenza COREPLA nel 2019, il Sistema Italia è riuscito quindi a recuperarne 1.917.614, che corrisponde al 92%.

“Un risultato mai raggiunto prima – ha dichiarato il Presidente di Corepla Antonello Ciotti – per gli oltre 7.000 Comuni che hanno avviato il servizio di raccolta. Con una media di circa 23 kg/abitante anno di RD il sistema italiano del riciclo degli imballaggi in plastica è tra i primi in Europa. Siamo certi che, lavorando così assiduamente nell’attività di sensibilizzazione di tutti gli attori e nello sviluppo di nuove tecnologie, riusciremo a vincere la sfida dell’economia circolare, e saremo pronti a contribuire al raggiungimento degli ‘sfidanti’ obiettivi che la EU pone per il 2025 per il nostro Paese”.