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2019 record: nel mondo 53 milioni di t di RAEE

Il mondo nel 2019 ha prodotto 53,6 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, una cifra mai toccata prima, corrispondente a 7,3 chilogrammi per abitante, con i cittadini europei, maglia nera mondiale, che raggiungono i 16,2 chili pro capite. Lo afferma il rapporto annuale dell’università dell’Onu e della International Solid Waste Association, secondo cui la cifra è destinata ad arrivare a 74 milioni di tonnellate entro il 2030.

Solo il 14% dell’immesso a mercato è riciclato. Tra i materiali scartati soprattutto plastica e silicio, ma anche grandi quantità di rame, oro e altri metalli preziosi. Se venissero recuperati varrebbero 57 miliardi di dollari.

In Italia le cose vanno un po’ meglio della media mondiale: nel corso del 2019, Remedia ha gestito 149.001 tonnellate di rifiuti, con un incremento del 18% rispetto all’anno precedente. A trainare il trend positivo, sono stati in particolare RAEE domestici che hanno raggiunto le 116.000 tonnellate, raggiungendo nel 2019 il 34% del totale preso in carico dai Sistemi Collettivi nazionali. Si segnala inoltre, un aumento del 72% nella raccolta di Pile e Accumulatori esausti, per un totale di 18.751 tonnellate gestite. Si aggiungono, quindi, i RAEE professionali ( 9.281 tonnellate e altri rifiuti aziendali (4.969 tonnellate). Se si prende in considerazione il triennio precedente, la crescita rispetto alle 92.016 tonnellate del 2017 è stata del 56%.

Questi numeri fanno di Remedia il principale sistema collettivo nazionale e uno tra i più importanti a livello europeo per la gestione congiunta ed eco-sostenibile di RAEE e Pile e Accumulatori a fine vita.

Il 2019 è stato un anno di forte sviluppo per Remedia – ha dichiarato Dario Bisogni, Presidente di Remedia – Abbiamo superato gli eccellenti risultati di gestione del 2018 e lo abbiamo fatto operando sempre con gli alti standard di efficienza e qualità ambientale che ci contraddistinguono, nel rispetto della normativa vigente e collaborando con tutti gli stakeholder. Da diversi anni rappresentiamo l’impegno dell’industria hi tech nel promuovere e implementare un sistema di gestione del fine vita dei prodotti sostenibile ed efficiente. Nonostante la difficile situazione che ha investito l’Italia in questi ultimi mesi, Remedia continua a distinguersi per i numerosi progetti strategici che, avviati nel corso del 2019, troveranno ampio spazio nel prossimo futuro, creando valore economico, ambientale e sociale lungo tutta la filiera”.

Sul totale dei RAEE domestici gestiti sono 103.147 le tonnellate inviate a riciclo (pari all’88,9%). Il 5%, pari a 5.790 tonnellate è stato avviato a recupero energetico.

Gli obiettivi minimi di riciclo definiti per legge dal D.lgs. 49/2014, sono stati abbondantemente raggiunti nel 2019 su ogni Raggruppamento.  In particolare, i Raggruppamenti R3 (TV e monitor) e R4 (computer e apparecchi informatici, telefoni, apparecchi di illuminazione, pannelli fotovoltaici), hanno superato la soglia minima rispettivamente del 31% e del 20%.

Tra i materiali maggiormente riciclati troviamo: 48% ferro21% vetro17% plastica5% cemento4% rame e 2% alluminio. Per rendere meglio l’idea del valore dell’impegno messo in campo si evidenzia per esempio, che il quantitativo di ferro riciclato nel 2019, corrisponde a 7 Tour Eiffel, il rame riciclato corrisponde a 47 Statue della Libertà e l’alluminio corrisponde alla quantità necessaria per produrre 163 milioni di lattine da 33 cl, che poste una dopo l’altra misurerebbero 9.465 km, poco meno della distanza Milano – San Francisco.

La corretta gestione dei RAEE domestici da parte di Remedia apporta notevoli benefici ambientali:
– fa risparmiare 191 milioni di kWh di energia
, pari al consumo elettrico annuo di una città di 177.000 abitanti (quasi equivalente alla città di Reggio Calabria);
– taglia di 627.000 tonnellate le emissione di CO2, pari a quelle generate dal parco veicolare della provincia di Milano per un periodo di 23 giorni.

Remedia è un Consorzio senza fini di lucro, con l’obiettivo di massimizzare le proprie performance ambientali nel modo economicamente più efficiente. Nel 2019 il valore economico generato è stato di 38,4 milioni di euro (+42% rispetto all’anno precedente), di cui il 77% (29,6 milioni di euro) rappresenta il valore economico distribuito ai diversi stakeholder a copertura dei costi di gestione. Il trattamento dei rifiuti tecnologici da parte di Remedia e il relativo reinserimento nel mercato delle materie prime seconde, riduce l’importazione di materie prime dall’estero che nel 2019 ha rappresentato un risparmio economico sulle importazioni pari a 43,3 milioni di euro.

Il primo semestre del 2020 registra purtroppo un evento traumatico senza precedenti, un’emergenza sanitaria che ha toccato profondamente la popolazione e che ha messo in crisi le nostre imprese – ha sottolineato Danilo Bonato, Direttore Generale di Remedia – A questo si aggiunge la brusca frenata dei prezzi delle materie prime, già iniziata nel 2019, che porterà ad una riduzione del flusso economico generato dalle attività dell’industria del riciclo dei rifiuti tecnologici. La speranza è che in questo contesto complicato, il recepimento del pacchetto di direttive sull’economia circolare rappresenti davvero un elemento di sostegno e di rafforzamento della filiera del riciclo, essendo questa un tassello essenziale di una politica industriale responsabile e orientata alla green economy”. 

Il Piano d’azione per l’Economia circolare, adottato dalla Commissione UE lo scorso marzo, incentra l’attenzione sui settori che utilizzano più risorse e che hanno un elevato potenziale di circolarità, in particolare l’elettronica e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) sono individuate come tra le principali catene di valore.

A tal fine, l’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) ha commissionato uno Studio per valutare il tasso potenziale di riciclaggio per alcune tipologie di rifiuti, sulla base del quale ha pubblicato la settimana scorsa un briefing da cui emerge che i RAEE sono tra quelle che potrebbero aumentare del 50% i tassi di riciclaggio, qualora venissero introdotte modifiche normative per migliorare la riduzione delle sostanze pericolose nei prodotti e incentivi alla loro progettazione per raccogliere tali rifiuti in modo significativamente più separato, consentendo il recupero delle risorse preziose che contengono, quali metalli e materie prime essenziali.

Riciclo: per rifiuti da Costruzione, RSU e RAEE può raddoppiare

Un Briefing dell’AEA sui tassi potenziali di riciclo di rifiuti da costruzione e demolizione, solidi urbani e di apparecchiature elettriche ed elettroniche, indica che le percentuali di riciclaggio potrebbero aumentare dal 30% al 50%, eliminando delle barriere economiche e introducendo modifiche normative.

Rispetto alle attuali quantità riciclate, il tasso potenziale per i rifiuti urbani ed elettronici potrebbe raddoppiarsi e quello dei rifiuti da costruzioni e demolizioni (C&D) potrebbe essere aumentato del 30%.

È quanto prevede il briefingThe case for increasing recycling: Estimating the potential for recycling in Europe” che l’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) ha pubblicato il 23 giugno 2020, sulla base di un Rapporto commissionato dalla stessa Agenzia a Trinomics,Società olandese di consulenza economica su Cambiamenti climatici, Energia e Ambiente.

Le quantità di rifiuti urbani, edili ed elettronici sono aumentate negli ultimi anni, a seguito delle Direttive di riferimento dell’UE, come la Direttiva quadro sui rifiuti e la Direttiva sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE). Tali Direttive sono state progettate per ottenere un aumento graduale, ma costante, del livello di riciclaggio di un flusso di rifiuti rispetto alla quantità generata. Ad esempio, l’attuale obiettivo di riciclaggio dei rifiuti urbani per il 2035 mira a sfruttare gran parte del potenziale di riciclaggio del flusso di rifiuti. Inoltre, il nuovo quadro politico per l’economia circolare richiede anche di mantenere i materiali nell’economia il più a lungo possibile e al livello più alto possibile di valore. 

Tuttavia questioni tecniche, economiche e normative spesso ostacolano il raggiungimento di livelli più ambiziosi di riciclaggio, oltre gli obiettivi fissati, anche se, osserva l’Agenzia, gli attuali bassi prezzi di mercato per le risorse vergini, la capacità di riciclaggio e la complessità di alcuni prodotti stanno sostenendo un aumento dei tassi di riciclaggio in Europa.

Tra i limiti che impediscono l’aumento dei tassi di riciclaggio:
– la presenza di materiali e prodotti tecnicamente non riciclabili nei flussi di rifiuti;
– l’aumento dei costi della raccolta differenziata man mano che vengono raccolti più materiali;
– la difficoltà dei consumatori a distinguere e separare correttamente i materiali in prodotti complessi.

Ma, “Qual è il potenziale di riciclaggio e quali sono i livelli massimi di riciclaggio che l’Europa può raggiungere ai sensi della legislazione UE in materia di rifiuti?

Il briefing fornisce, appunto, le stime del potenziale non sfruttato per la raccolta differenziata per il riciclaggio in 3 flussi di rifiuti (C&D, RSURAEE) che rappresentano una parte significativa della produzione totale di rifiuti in Europa.

Rifiuti da Costruzione e Demolizione (C&D)
Sebbene gli ultimi dati disponibili (2016) mostrino che gli attuali livelli di riciclaggio dei rifiuti di costruzione e demolizione sono già elevati, la natura delle frazioni materiali di questo flusso di rifiuti può consentire tassi di raccolta separati ancora più elevati.

Nel 2016, la maggior parte dei rifiuti non riciclati è stata utilizzata per operazioni di “riempimento”, ad esempio utilizzando materiale di scarto per riempire gli scavi. Tuttavia, il riempimento non è considerato riciclaggio e non è l’opzione di trattamento dei rifiuti più rispettosa dell’ambiente.

Tenendo conto della composizione del materiale di questo flusso di rifiuti, è stato stimato il massimo potenziale per la raccolta separata di ciascuna frazione di materiale. Combinando queste stime per materiale, è stato calcolato un potenziale tasso di raccolta separata per l’intero flusso al 96% o 76 milioni di tonnellate in più di raccolta separata rispetto al livello 2016 di circa 250 milioni di tonnellate. Questo potenziale si basa principalmente sull’aumento della raccolta differenziata di rifiuti di muratura, cemento e asfalto. I calcoli rappresentano solo la parte minerale dei rifiuti di costruzione e demolizione sia per la generazione che per il riciclaggio.

L’obiettivo per il 2020 è il recupero del 70% (tutti i rifiuti, non solo la parte minerale), quindi c’è spazio per un potenziale aumento dell’obiettivo in futuro, in particolare aggiornando i rifiuti attualmente utilizzati nel riempimento con rifiuti riciclati.

Rifiuti Solidi Urbani (RSU)
La raccolta differenziata dei rifiuti urbani, stimolata dall’ambiziosa legislazione dell’UE, è in costante aumento nel tempo. Nuovi obiettivi di riciclaggio più elevati sono stati introdotti nella nuova Direttiva quadro sui rifiuti (2018/851/UE) indica per il futuro una raccolta separata ancora più elevata in futuro.

Una stima per questo flusso mostra che il potenziale per aumentare la raccolta differenziata è addirittura superiore ai futuri obiettivi dell’UE. Se viene sfruttato tutto il potenziale, è possibile ottenere tassi di raccolta separati di circa l’80%. Ciò significa che 111 milioni di tonnellate di materiale in più potrebbero essere raccolte separatamente (nel 2018, il riciclaggio ammontava a 126 milioni di tonnellate). Questo potenziale non sfruttato è principalmente legato a rifiuti alimentari e plastici, ma anche a rifiuti da giardini e tessuti.

La nuova Direttiva ha introdotto un obiettivo di riciclaggio del 65% entro il 2035. Ciò è particolarmente ambizioso, rispetto al potenziale massimo stimato dell’80%. L’obiettivo si riferisce alle quantità finali riciclate, non alle quantità di rifiuti raccolti per il riciclaggio. Quest’ultimo include quantità di materiali o contaminanti non riciclabili, che vengono rimossi durante il trattamento dei rifiuti, quindi il potenziale dell’80% di raccolta separata corrisponde a livelli inferiori di riciclaggio finale.

Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE)
Questo è il flusso di rifiuti più piccolo, in termini di massa, esaminato nel briefing, ma contengono risorse preziose (ad es. metalli e materie prime essenziali). È anche il flusso di rifiuti con il tasso di riciclaggio più basso, principalmente a causa di inadeguata raccolta separata di questo tipo di rifiuti. Poiché i rifiuti elettronici sono composti principalmente da metalli, plastica e vetro, che possono essere regolarmente riciclati (a meno che non contengano sostanze pericolose), esiste una significativa opportunità per aumentare il riciclaggio.

La stima del tasso massimo di raccolta per il riciclaggio, a differenza degli altri flussi di rifiuti, non si basa sulla composizione del materiale del flusso, poiché la raccolta separata di questi rifiuti non è progettata per materiale ma per categoria di prodotto. Pertanto, in base agli ultimi dati ufficiali per il massimo riciclaggio ottenuto per categoria di prodotto di scarto, il potenziale di riciclaggio da raccolta differenziata di RAEE è pari a 4 milioni di tonnellate o un tasso di raccolta separata del 75%.

L’Agenzia osserva che il recente Piano d’azione per l’Economia circolare, adottato dalla Commissione UE lo scorso marzo, incentra l’attenzione sui settori che utilizzano più risorse e che hanno un elevato potenziale di circolarità, tra cui l’elettronica, individuata tra le principali catene di valore.

Una riduzione delle sostanze pericolose nei prodotti elettronici per migliorare la loro riciclabilità, e misure come il “diritto alla riparazione” e incentivi alla loro progettazione per il riciclaggio, consentirebbero di realizzare gran parte del potenziale non sfruttato per il riciclaggio di tale flusso di rifiuti, come peraltro l’AEA ha rilevato in un altro briefing, pubblicato la scorsa settimana con il titolo “Elettronica ed obsolescenza in un’economia circolare”.

Barriere di tipo tecnico ed economico e modifiche normative
Gli ostacoli all’aumento della raccolta differenziata dei rifiuti per il riciclaggio possono essere comuni a tutti e tre i flussi di rifiuti o specifici per ogni flusso.

Tra le barriere comuni, i mercati dei materiali riciclabili è sottostimato. Il differenziale di prezzo tra materiali riciclati e alternativi a materie prime vergini è normalmente sfavorevole. Inoltre, i ricavi relativamente bassi dei materiali riciclati mettono a dura prova l’economia alla base dei sistemi di raccolta differenziata.

Un altro problema è che la qualità dei materiali raccolti per il riciclaggio può variare, il che significa che gli impianti di riciclaggio non possono contare su input di materiali con una qualità specifica. I riciclatori non possono contare su criteri l’End of Waste per tutti i materiali riciclabili. La combinazione di questi fattori spiega la debole domanda di alcuni materiali riciclabili dagli impianti di trasformazione e riciclaggio.

Barriere di natura più tecnica comprendono la mancanza di infrastrutture di riciclo in Europa, in particolare per i riciclabili emergenti come la plastica. Ciò significa che un numero crescente di materiali raccolti per il riciclaggio non può essere ospitato negli impianti europei e spesso viene esportato per ulteriori elaborazioni. Un’altra barriera tecnica è la natura stessa dei materiali di scarto e dei prodotti: alcuni materiali sono tecnicamente non riciclabili o sono composti da materiali misti difficili da separare.

Per superare questi ostacoli, l’Europa ha bisogno di una regolamentazione forte ed efficace in combinazione con un’attuazione e un’applicazione efficaci. Più specificamente, vengono indicate le normative da modificare per raccogliere i rifiuti in modo significativamente più separato:
– la raccolta differenziata obbligatoria (rifiuti urbani);
– efficaci regimi di responsabilità estesa del produttore regolati da tasse (rifiuti elettronici);
– la demolizione selettiva (rifiuti di costruzione e demolizione).

Nei mercati sfavorevoli dei materiali secondari, l’uso di tasse e sussidi potrebbe essere ulteriormente esplorato per promuovere l’adozione di materiali riciclabili e favorire la transizione verso un’economia più circolare

Inoltre, il nuovo Piano di azione per l’economia circolare prevede di armonizzare i sistemi di raccolta differenziata, facendo aumentare la loro efficienza e il numero di materiali riciclabili acquisiti in schemi di raccolta separati. Le misure di economia circolare possono anche aumentare il potenziale di riciclaggio, come stimato in questo briefing, consentendo il riciclaggio di materiali e prodotti attualmente non riciclabili.

Fonte: Regioni & Ambiente

Il riciclo della plastica rischia il collasso

L’industria italiana della trasformazione della plastica è alle prese con gli effetti che il coronavirus sta provocando sul mercato delle commodity. Solo in Italia il settore della trasformazione della plastica vale oltre 30 miliardi di euro e occupa 110mila persone

L’industria italiana della trasformazione della plastica è alle prese con gli effetti che il coronavirus sta provocando sul mercato delle commodity. «Se la situazione dovesse persistere e non verranno prese misure per porre rimedio, il riciclo della plastica cesserà di essere redditizio, ostacolando il raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Ue e mettendo a rischio la transizione verso l’economia circolare» ha detto Ton Emans, presidente di Plastics recyclers Europe (l’associazione che riunisce le industrie che riciclano plastica in Europa).

I problemi più gravi per il comparto sono la carenza di domanda, dovuta al lockdown, e i bassi prezzi delle materie plastiche vergini, legati all’andamento del petrolio da cui derivano. «La situazione è grave, e se inizialmente uno può pensare che il crollo del prezzo del petrolio può essere un’ottima notizia, si sbaglia di grosso» spiega a La Stampa Patty L’Abbate, componente M5s della commissione Ambiente a Palazzo Madama. «In realtà, a livello di mercato, il basso prezzo del greggio significa che è più facilmente accessibile, sopratutto quando si parla di cracking per dei prodotti che fanno parte del mondo delle plastiche». 


Il blocco della filiera di recupero e riciclo, inoltre, nel nostro Paese sta producendo sia danni ambientali sia danni economici. Secondo i dati forniti da Unionplast, l’associazione italiana dei trasformatori di materie plastiche, ed EuPC – European Plastic Converters, l’associazione delle imprese auropee, solo in Italia il settore della trasformazione della plastica vale oltre 30 miliardi di euro e occupa 110mila persone. Mentre a livello europeo, il settore impiega, nelle fasi di prima trasformazione e di seconda lavorazione, più di 1.600.000 persone in 50.000 piccole e medie aziende. La produzione totale europea è pari a 50 milioni di tonnellate di manufatti in plastica, il fatturato globale europeo del comparto è di circa 350 miliardi di euro/anno.


«In Italia la filiera del riciclato è fertile e produttiva, quindi le criticità sono emerse anche sul versante dei costi della plastica riciclata stessa» continua L’Abbate. «Quello che noi come governo stiamo cercando di fare è incentivare questo secondo mercato, in linea con le direttive di economia circolare europea che entro luglio devono essere recepite. Una delle misure da attuare vede l’inserimento di percentuali di materia riciclate nei prodotti in plastica, in modo tale da impedire che vengano prodotti solo ed esclusivamente con materia vergine».


Il rischio che si corre è anche quello di sprecare quanto fatto in questi anni in termini di economia circolare. In fatto di riciclo il nostro Paese è tra le eccellenze mondiali, grazie alla crescita delle quantità di rifiuti trattate e all’aumento delle imprese che si occupano di riciclo. «Siamo primi, tra le cinque principali economie europee, nella classifica per indice di circolarità, il valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzione, consumo, gestione rifiuti, mercato delle materie prime seconde, investimenti e occupazione», si legge nel Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2020, realizzato dal Circular economy network (Cen), in collaborazione con Enea, e presentato in diretta streaming lo scorso 19 marzo.


C’è poi la questione dell’aumento, causato dalle norme sanitarie imposte durante l’emergenza sanitaria, delle plastiche monouso – presenti sopratutto nella grande distribuzione e nei dispositivi di protezione individuale – che vengono successivamente smaltite nell’inceneritori.
Per capirci: secondo una stima del Politecnico di Torino, per la sola regione Piemonte nella fase di riapertura di tutte le attività sono necessarie circa 76 milioni di mascherine chirurgiche al mese e circa 8 milioni di quelle definite di comunità, non chirurgiche. «Tutto il materiale uso e getta che sta venendo fuori da questo lockdown non può essere incenerito e bruciato. Perché significa andare contro a quello che il mondo accademico e scientifico ci dice da tempo, cioè che la materia deve essere utilizzata il più possibile» aggiunge L’Abbate.


Quanto allo sblocco del mercato. Lo sop ai confini, scattati con l’emergenza perché anche le aziende estere sono alle prese con l’aumento dei rifiuti nazionali, ha congestionato i pochi impianti nazionali. Oltre al fatto che, visti gli effetti ambientali, non si potrà continuare a bruciare rifiuti per sempre, il settore della plastica riciclata rischia di affievolirsi sempre più anche a causa del collo di bottiglia che i rifiuti ospedalieri e civili stanno provocando nell’impiantistica italiana. Si attendono, quindi, decisioni imminenti da parte delle sfere politiche.

Fonte: La Stampa

Industria cartaria tra scarti, costi energetici e opportunità

Assemblea pubblica organizzata da Assocarta dal titolo: “Carta ecosistema essenziale circolare”. Il settore si lamenta per il caro bollette e chiede costi del gas più bassi: la valorizzazione energetica degli scarti (e il biogas) resta centrali

“Recuperare energia dagli scarti significa chiudere il ciclo del riciclo e ridurre l’impiego di fonti fossili, oltre a promuovere la capacità di riciclo nazionale”. Sono le conclusioni della nota di Assocarta a commento dell’Assemblea Pubblica organizzata dall’associazione dal titolo: “Carta ecosistema essenziale circolare” con la partecipazione del vice presidente Confindustria Alberto Marenghi (AD Cartiera Mantovana) all’Organizzazione, Sviluppo e Marketing Associativo e Aurelio Regina, delegato energia di Confindustria. Ma queste parole centrano in pieno la principale, o almeno una delle due, criticità della filiera del riciclo e non solo: l’utilizzo degli scarti non riciclabili. Che per il riciclo della carta rappresentano circa il 7% di ogni chilo che entra in produzione (scarto di pulper).

Recuperare l’energia non è la sola cosa che si può fare con gli scarti, è vero, ma ancora gli impieghi alternativi sono pochi e solo il progetto Ecopulplast ha raggiunto risultati concreti e prospettive interessanti (pur essendo fermo da due anni).  E dunque, anche al netto degli altri utilizzi, una parte certamente potrebbe e può aiutare a risolvere l’altra grande criticità: l’energia. L’industria cartaria è infatti tra le più energivore e per questo chiede aiuto per “ridurre il prezzo del gas”, lamentando che “altrimenti non potrà svolgere il suo ruolo essenziale”.

L’Assemblea di quest’anno segna il passaggio di testimone tra Girolamo Marchi, presidente uscente Assocarta, al neo eletto dall’Assemblea dei Soci Lorenzo Poli (AD Cartiere Saci) e alla nuova squadra dei Vice Presidenti. Paolo Culicchi è stato inoltre eletto Presidente Onorario.

Per Girolamo Marchi “l’industria cartaria italiana è un ecosistema essenziale e flessibile, che in una fase straordinaria, ha saputo continuare a svolgere i suoi tanti mestieri: dall’alimentare, all’igiene, all’informazione, alle nuove carte “virucide”, utilizzate per la produzione di mascherine, continuando, peraltro, a svolgere il suo ruolo fondamentale di riciclatore nell’ambito del sistema dell’#economiacircolare nazionale”.

“In questo contesto” ha aggiunto Marchi “il gas rimane un combustibile essenziale per la transizione energetica dell’industria cartaria, in Europa il 70% della capacità di riciclo installata utilizza gas naturale: una percentuale che raggiunge il 100% in Italia”. Ma il gas – sebbene sia il più pulito tra i combustibili fossili – ha un elevato impatto climatico e dunque è importante valorizzare al massimo il biogas, ma non solo. Gli scarti del riciclo sono un altro ottimo esempio.

In anticipo sul dibattito che si è sviluppato,intorno al #GreenDeal, il settore cartario italiano ha infatti già presentato un proprio Decalogo: promuovere la cogenerazione ad alta efficienza con l’obiettivo di renderla “carbon neutral”. La cogenerazione fornisce, infatti, fabbisogni che non possono essere coperti con altre fonti. Il DL Rilancio, in fase di conversione, contiene misure importanti per poter accedere al regime di sostegno in corso d’anno e l’allungamento al novembre 2020 dell’anno d’obbligo, con significativi effetti positivi sulla visibilità negli investimenti in cogenerazione per il 2021. Inoltre, come detto, recuperare energia dagli scarti significa chiudere il ciclo del riciclo e ridurre l’impiego di fonti fossili, oltre a promuovere la capacità di riciclo nazionale.

Il differenziale di prezzo, rispetto ai competitor, continua a mantenersi su valori intorno a 2 euro/MWh (2,15 euro/MWh in aprile 2020) con una penalizzazione in termini percentuali che è il 25% del prezzo del combustibile.

La situazione è aggravata dal continuo aumento del peso degli oneri accessori che sono caricati sulle bollette delle cartiere italiane per il supporto alle politiche di “decarbonizzazione”. Questi oneri non sono previsti nei Paesi europei principali competitor italiani. Si tratta di altri 2 euro/MWh.

“Nonostante le norme europee prevedano la possibilità, per gli Stati membri, di ridurre il peso di tali oneri nelle bollette delle imprese “energivore” e la legge italiana abbia già previsto l’attuazione di queste misure (legge 20 novembre 2017, n. 167), il Ministro dello Sviluppo Economico non ha ancora completato l’iter di perfezionamento di tali misure di sgravi determinando, quindi, il perdurare dello svantaggio competitivo a danno delle imprese cartarie italiane” evidenzia Marchi “se siamo essenziali dobbiamo esserlo sempre e soprattutto rimanere competitivi nei mercati europei ed internazionali”.

Girolamo Marchi ha poi illustrato la congiuntura del settore cartario italiano, che nei primi quattro mesi del 2020/2019 ha visto un calo della produzione del 2,4% (aprile -4,3%) con andamenti diversificati per i vari comparti. Le carte grafiche registrano un calo del 15,4% (aprile -25%), mentre le riviste di settore indicano una caduta della domanda del 39% nell’Europa Occidentale. Resistono le carte per usi igienico-sanitari del 2,3% (e in aprile +5,2%) e quelle per il packaging del 2,5% (aprile +4,5%). Più contenuto l’arretramento delle carte speciali – 1% (aprile – 17,7% ).

Fonte: GreenReport

L’economia circolare del legno continua a crescere

Dalla cassetta di legno per l’ortofrutta alla cucina di casa nostra o dal pallet al mobile di design, il passo è breve grazie a una fetta dell’economia circolare che non si è mai fermata neanche durante la pandemia: Rilegno, il Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi di legno ha infatti garantito la raccolta e l’avvio al riciclo del legno in tutta Italia. E se l’anno in corso presenta comunque incognite per il settore «dovute alla crisi sanitaria ed economica che stiamo attraversando – come spiega Nicola Semeraro, presidente di Rilegno – I dati del 2019 confermano un trend di costante crescita, portando la raccolta gestita dal Consorzio al massimo livello mai raggiunto dal sistema».

Sono infatti 1.967.000 tonnellate di legno raccolto e avviato a riciclo nel 2019 dal sistema Rilegno con un incremento dei volumi del 1,77% sull’anno precedente, contribuendo in maniera ragguardevole al raggiungimento della percentuale del 63,11% nel riciclo degli imballaggi di legno, tra le più alte in Europa (il doppio del target fissato dall’Ue per il 2030, al 30%).

La gran parte di tutto questo materiale riciclato è costituito da pallet, imballaggi industriali, imballaggi ortofrutticoli e per alimenti, ma una quota importante, pari a 676.000 tonnellate, proviene dalla raccolta urbana realizzata attraverso le convenzioni attive con 4.545 Comuni italiani, dove confluiscono materiali provenienti dal consumo domestico come vecchi mobili, cassette per la frutta o per vini e liquori, fino ai tappi in sughero.

A livello territoriale le Regioni con i maggiori volumi raccolti sono la Lombardia con 484mila tonnellate (circa il 25% del totale), l’Emilia-Romagna con 278mila, il Piemonte con 171mila, il Veneto con 162mila e la Toscana con 152mila.

C’è poi l’attività di rigenerazione dei pallet, fondamentale in ottica di prevenzione, e in costante crescita: sono ben 839.000 le tonnellate, ovvero oltre 60 milioni i pallet usati, riparati e ripristinati per la loro funzione originaria e reimmessi al consumo.

Una volta raccolto e avviato a riciclo, la gran parte del legno viene poi effettivamente riciclata nell’Italia del nord: è grazie a questi impianti industriali che il 95% del materiale legnoso riciclato viene utilizzato per la creazione di pannelli truciolari, linfa vitale per l’industria del mobile, e altri prodotti come pannelli OSB, pallet block, blocchi di legno cemento per l’edilizia, pasta di legno destinata alle cartiere e compost.

Una filiera che offre ancora importanti margini di sviluppo, sostenibile. «Questa paralisi mondiale dovuta al Covid-19 ci costringe a rivedere i nostri stili di vita e le nostre scelte a tutti i livelli, di Governo, di impresa e anche individuali orientandoli ai valori e ai principi della sostenibilità, della protezione dell’ambiente e dell’ecosistema in cui viviamo. E dal momento che la sostenibilità passa anche dai materiali che utilizziamo – conclude Semeraro – siamo convinti che il legno sia il materiale su cui puntare per un futuro ecosostenibile. Naturale, sostenibile per eccellenza, circolare e riciclabile all’infinito, il legno è certamente la risposta migliore per un’economia che vada di pari passo con il rispetto dell’ambiente e dell’uomo».

Qualche dato nel merito: una ricerca del Politecnico di Milano condotta lo scorso anno ha stimato che questo sistema genera un impatto economico di circa 1,4 miliardi di euro (che salgono a circa 2 miliardi considerando oltre al recupero e riciclo anche il riutilizzo), 6mila posti di lavoro e soprattutto un “risparmio” in termini di CO2 pari a quasi un milione di tonnellate.

Fonte: Greenreport

Circularity lancia una piattaforma per scambiare materiali di recupero

Circularity, startup innovativa nata nel 2018, innova il modo di fare economia circolare in Italia e lancia il primo motore di ricerca per raccogliere informazioni e concludere transazioniche consentono alle imprese industriali di attivare processi di economia circolare e gestire i rifiuti come una risorsa e non soltanto come un costo e un materiale da smaltire.

Si tratta di una piattaforma digitale che consente di trovare in pochi passaggi i partner migliori per dare nuova vita ai propri rifiuti e che abilita la collaborazione e lo scambio peer to peer dei materiali, grazie al suo network geo referenziato di imprese industriali che producono scarti, imprese che possono riutilizzare quegli scarti nei loro processi di produzione, impianti di trasformazione dei rifiuti, che li fanno diventare materie prime seconde per nuovi prodotti, e trasportatori autorizzati. Attraverso la piattaforma, e con il supporto del team di professionisti esperti di sostenibilità e di ingegneria dei materiali di Circularity, in pochi clic le imprese riescono ad avviare dei circoli virtuosi per riutilizzare i materiali e ridurre al massimo gli sprechi. Questo porta un triplice vantaggio: la riduzione del proprio impatto ambientale, l’ottimizzazione dei costi di gestione dei propri rifiuti e la valorizzazione dei materiali all’interno del ciclo produttivo contribuendo attivamente alla transizione verso l’economia circolare. La piattaforma peer to peer di Circularity parte con un database geo-referenziato di oltre 20.000 operatori suddivisi in imprese industriali produttrici e utilizzatrici, impianti di recupero-trasformazione e trasportatori in grado di garantire lo scambio dei materiali tra i diversi operatori nel percorso circolare di riutilizzo attivato.

Il servizio prevede un abbonamento e permette di avere accesso alla piattaforma per il “calcolo” del proprio percorso circolare. Una volta inserita la posizione, l’azienda seleziona l’oggetto della sua ricerca scegliendo tra rifiuto (attraverso il codice EER – Elenco Europeo dei Rifiuti è possibile la massima precisione), sottoprodotto (scarti di produzione che possono essere riutilizzati nel processo di produzione) o End of Waste (materie prime seconde a seguito di un processo di recupero). A questo punto la piattaforma consente di definire le categorie di utenti da includere nella ricerca: produttore di scarti in forma di rifiuti o di sottoprodotti; utilizzatori di sottoprodotti o End of Waste; impianti autorizzati al trattamento di rifiuti speciali; trasportatori autorizzati di rifiuti. Infine, si imposta l’area geografica (distanza in km o regione e provincia di interesse) e si avvia la ricerca. La piattaforma restituisce quindi sulla mappa le informazioni dei soggetti che soddisfano i criteri di ricerca con il relativo rating, un punteggio attribuito da Circularity che permette di sapere di più sulla loro “sostenibilità”, in modo che la scelta dei propri partner tenga conto non solo di variabili come la vicinanza o i costi, ma anche del loro impatto sociale o ambientale. In particolare, esiste una sezione in cui gli utenti possono lasciare il loro commento ed esprimere la loro valutazione sul servizio erogato dagli impianti di recupero, in ottica di trasparenza e valorizzazione delle best practice. La piattaforma di Circularity genera quindi tutte le informazioni che servono all’azienda per la scelta del proprio percorso circolare. I consulenti di Circularity affiancano le imprese abbonate integrando l’esito della ricerca tutte le volte in cui esiste una soluzione migliore rispetto a quella effettuata, anche sulla base dell’impatto ambientale che il percorso scelto determina. Una volta identificato un valore aggiunto in termini di sostenibilità ambientale, Circularity progetta insieme alle aziende anche interventi interni in termini di gestione e di processi produttivi per realizzare la transizione verso l’economia circolare, fornendo una misurazione delle pratiche sostenibili identificate.  L’abbonamento a Circularity ha durata annuale ed è disponibile in formula Standard o Premium

“Gli imprenditori non hanno piena consapevolezza di cosa accade dei materiali di scarto ‘fuori dai cancelli della propria azienda’ e molto spesso sottovalutano la responsabilità estesa del produttore del rifiuto, che ha anche risvolti penali. Circularity punta ad aiutarli, diventando un punto di riferimento unico per le aziende nel loro percorso di integrazione della sostenibilità nel business, in particolare nella sua dimensione ambientale” ha dichiarato Alessandra Fornasiero, co-founder e CEO di Circularity. “Per la mia generazione, il passaggio all’economia circolare non è un’opzione ma una necessità – dice invece Camilla Colucci, 25 anni, co-founder e Amministratore di Circularity – . La piattaforma che abbiamo sviluppato è un importante traguardo e anche un punto di partenza: più saranno le imprese che entreranno nel nostro network, maggiori saranno i benefici per l’ambiente”.

Fonte: e-gazette

UtilItalia: servono più impianti per l’economia circolare

Il deficit infrastrutturale italiano per la gestione dei rifiuti è stato rimarcato sia dal Vice Presidente di Utilitalia che dal Presidente di Fise-Unicircular, in occasione della presentazione del Rapporto ISPRA-SNPA “Rifiuti speciali 2020”, sottolineando, tra l’altro, la necessità di un approccio più selettivo per singole filiere e sostegno per i mercati di sbocco delle materie prime seconde.

L’emergenza Coronavirus ci ha confermato che, se non si pianifica e si realizza un sistema infrastrutturale nazionale che tenda all’autosufficienza nella gestione dei rifiuti, il nostro Paese resta esposto a periodiche situazioni di crisi, che possono essere dovute a cause molto differenti, ma con effetti comunque negativi”.

Così si è espresso,intervenendoalla presentazione del Rapporto “Rifiuti Speciali 2020” di ISPRA/SNPA, che ha fornito i dati relativi al 2018 sulla produzione e gestione dei rifiuti speciali non pericolosi e pericolosi, a livello nazionale e regionale, Filippo Brandolini, il Vice-presidente di Utilitalia, la Federazione che riunisce le aziende dei servizi pubblici dell’Acqua, dell’Ambiente, dell’Energia Elettrica e del Gas.

Per Brandolini, “i rifiuti speciali smaltiti in discarica sono ancora tanti. Se analizziamo non le percentuali ma i valori assoluti, parliamo di 11,8 milioni di tonnellate, un dato peraltro stabile da anni. 

I rifiuti dalle attività di costruzione e demolizione sono “la tipologia più consistente che viene recuperata quasi totalmente: un ulteriore sforzo, agevolato dalla specifica normativa End of Waste da tempo attesa, potrebbe tendere all’azzeramento del ricorso allo smaltimento in discarica”.

In secondo luogo, “il 45,8% dei rifiuti speciali smaltiti in discarica sono prodotti dai rifiuti e in molti casi dagli urbani, sia indifferenziati che a valle delle attività di riciclo, il che ripropone, oltre alla necessità del potenziamento delle raccolte differenziate e delle attività di riciclo, il tema del deficit di impianti di recupero energetico”.

C’è poi il tema dei fanghi di depurazione delle acque reflue urbane, “la cui produzione annua si avvicina a 3 milioni di tonnellate, un numero destinato a crescere se saranno realizzati e messi in esercizio i depuratori nelle zone che ne sono carenti. Nel 2018 il 56,3% sono stati smaltiti e solo il 43,7% recuperati: occorre quindi un grande sforzo finanziario e tecnologico per minimizzare lo smaltimento ricorrendo al recupero di materia ed energetico”.

Per fare questo serve “una normativa stabile e certa che, superando l’attuale norma che ha 28 anni, consenta agli operatori di investire”, collocando correttamente il trattamento dei fanghi “nella transizione verso l’economia circolare e nella lotta ai cambiamenti climatici attraverso l’utilizzo in sicurezza in agricoltura, il recupero del fosforo e quello energetico”.
 
Dall’emergenza degli ultimi mesi, ha concluso il Vice-presidente di Utilitalia, è giunta un’altra importante indicazione: “Il lockdown che ha colpito molte filiere produttive o il crollo del prezzo del petrolio sono risultati fattori decisivi nel mercato delle materie prime seconde, con ricadute dirette sulle attività di riciclo e riflessi potenziali anche sulle raccolte differenziate. Ciò ha comportato un problema logistico per lo stoccaggio dei materiali ed economico per il loro ridotto valore. Per questi motivi, nel recepimento delle direttive afferenti all’Economia Circolare sono necessarie misure di sostegno al mercato delle materie prime seconde”.

Anche Andrea Fluttero, Presidente di Fise – Unicircular, l’Associazione delle Imprese dell’Economia Circolare, ha posto l’attenzione sulla necessità che venga abbandonato l’approccio generalista sulla gestione dei rifiuti in favore di un approccio più specifico per le singole filiere, basato sul mercato dei materiali e prodotti secondari, sottolineando da un lato che il recepimento delle Direttive europee deve essere omogeneo rispetto agli altri Paesi europei, dall’altro che il legislatore dovrebbe prevedere, per ciascuna filiera, degli strumenti che consentano di intervenire con flessibilità rispetto alle situazioni di criticità del mercato o di emergenza quale quella che stiamo attraversando.

Soffermandosi sulla problematica dei costi delle frazioni negative derivanti dal trattamento dei rifiuti per le quali deve essere garantito l’accesso agli impianti, Fluttero  ha lamentato l’assenza di soluzioni per il car fluff che impedisce il raggiungimento dei target europei, la difficoltà di esportare i pezzi di ricambio derivanti dai veicoli fuori uso, il dato preoccupante relativo alla quantità di materiale derivante dal trattamento di PFU che rimane in giacenza di magazzino alla fine dell’anno per la difficolta di collocare tali materiali, i rifiuti da costruzione e demolizione per i quali si auspica che si arrivi a norme per la demolizione selettiva, l’opportunità di valorizzare le tecnologie per il recupero della vetroresina e la necessità di rendere disponibili impianti a livello nazionale per lo smaltimento dell’amianto.

Intervenendo qualche ora prima all’audizione in video Conferenza presso la Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, nell’ambito dell’esame degli schemi di D.lgs. sul recepimento delle nuove Direttive sui rifiuti del “Pacchetto Economia Circolare”, Fluttero aveva evidenziato come nei mesi scorsi le vendite di plastica da Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) e da auto a fine vita (ELV) siano diminuite del 60% e del 30% quelle di pneumatici fuori uso e di polverino da essi derivante, del 60-80% quelle di macerie da costruzione e demolizione.

Tutto ciò ha generato un problema economico per le aziende, che rischia di determinare perdita di posti di lavoro e di know how, nonché di infiltrazioni della criminalità organizzata nel capitale delle aziende più fragili. L’impossibilità di trovare sbocchi ai materiali derivati dai rifiuti ha determinato peraltro la saturazione degli impianti di gestione, e la conseguente richiesta da parte di questi ultimi (a volte accolta dalle autorità, a volte no) di innalzamento dei limiti autorizzati.

Fonte: Regioni & Ambiente

Da Enea l’idea di una filiera circolare e Made in Italy per le mascherine

Una nuova filiera circolare, tutta italiana, per le mascherine ad uso civile, dalla produzione al riciclo. La proposta arriva da Enea – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile che ha ideato un progetto per rispondere a problematiche emergenti che vanno dalla necessità di approvvigionamento al rischio di abbandono nell’ambiente dei dispositivi oltre che alla necessità di offrire una spinta al sistema produttivo.

Economia circolare ed ecodesign le parole d’ordine. Claudia Brunori, responsabile della divisione Uso efficiente delle risorse e chiusura dei cicli, dipartimento Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali, descrive all’Adnkronos il “progetto per la filiera circolare delle mascherine ad uso civile: l’idea è quella di realizzare una filiera che va dalla progettazione alla produzione, dalla raccolta al riciclo fino alla re-immissione nel ciclo produttivo del materiale riciclato”.

“Si tratterebbe di una filiera completamente nuova ma necessaria sia per motivi sanitari sia ambientali, perché contribuirebbe ad evitare il rischio di dispersione di mascherine nell’ambiente. Oltre ad essere un’opportunità di buona pratica di lavoro e di riconversione delle attività produttive”, continua.

Primo step: pensare ai materiali e all’efficacia in termini di capacità di filtrazione e traspirabilità visto che vengono indossate anche per ore. “I materiali che di norma vengono utilizzati nelle mascherine chirurgiche sono dei polimeri plastici, polipropilene, poliestere, polietilene – spiega Brunori – Poi c’è l’elastico, il ferretto per stringere la mascherina sul naso. Quindi ci possono essere una serie di materiali che rendono il successivo riciclo economicamente non sostenibile. L’unica possibilità di smaltimento, stando pure a quelle che sono le indicazioni, è di conferire tutto nell’indifferenziato. Non è possibile una valorizzazione”.

Secondo elaborazioni Ispra, la produzione calcolata fino a fine 2020 si attesterebbe tra le 60mila e le 175mila tonnellate di rifiuti. “Stiamo parlando potenzialmente di 35-40 mln di mascherine – spiega – che devono essere conferite tutti i giorni nei rifiuti indifferenziati” e anche se c’è “la possibilità di smaltirli”, perché “a livello di peso non si tratta di una quantità elevata rispetto a quello che finisce normalmente nell’indifferenziata, l’obiettivo del progetto è però quello di trarre una opportunità sostenibile dall’attuale criticità”.

Da qui l’idea: “Si tratta di produrre dei filtri monouso, in grado di garantire le caratteristiche che attualmente hanno le mascherine chirurgiche, composti da un solo materiale, in particolare polipropilene che presenta le prestazioni migliori in termini di traspirabilità e filtrazione. I filtri andrebbero poi inseriti in mascherine lavabili e riutilizzabili. Quindi filtri senza elastico e nasello ma inseriti in una mascherina fissa, non usa e getta”.

Una volta utilizzati “i filtri potrebbero essere conferiti in punti di raccolta come quelli dei farmaci scaduti magari presso farmacie o supermercati o in altri luoghi. Contenitori smart che siano in grado di riconoscere il filtro, sanificarlo e contabilizzarlo associandolo a chi lo ha conferito, affinché si possano elaborare anche forme di incentivazione per il corretto smaltimento rivolte al cittadino come, per esempio, bonus per l’acquisto di nuove mascherine”.

Infine: “Ci vuole il coinvolgimento del gestore rifiuti nella filiera, il tutto deve arrivare all’impianto di riciclo. Lo stesso polimero utilizzato per il filtro potrebbe essere riutilizzato per produrre altri filtri o altri materiali in tessuto non tessuto (Tnt) che rientrerebbero nel ciclo produttivo”.

Quali i tempi per una sua realizzazione? “Pochi mesi perché ci sono già tutti gli attori che ci stanno ragionando e si sono messi a sistema. In collaborazione con Radici Group, Enea vorrebbe partire da un primo pilota da realizzare nella zona di Bergamo-Brescia. La stessa tipologia di organizzazione potrebbe essere allargata ad altri territori o altre filiere. Il progetto deve essere finanziato ma nel momento in cui c’è volontà di partire a livello istituzionale si può realizzare in breve tempo”, conclude.

Fonte: ADN Kronos

L’82% delle imprese della filiera dell’acciaio adotta azioni e progetti sostenibili

L’82% delle imprese della filiera dell’acciaio ha intrapreso percorsi di sostenibilità. È uno dei risultati di un’indagine, sotto forma di questionario, che siderweb – La community dell’acciaio ha svolto su un campione di aziende rappresentative dell’intera filiera siderurgica, dalla produzione alla distribuzione.

Risultati che, dopo essere stati analizzati ed elaborati sotto la supervisione di un Comitato scientifico, sono stati illustrati questa mattina nel corso del webinar “L’acciaio, un futuro sostenibile”, organizzato da siderweb in partnership con RICREA, il Consorzio Nazionale per il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Acciaio, e moderato da Massimo Temporelli, presidente e co-founder di TheFabLab.  Un evento inserito nel progetto “pianetA”, cui siderweb sta lavorando da alcuni mesi e che segnerà i contenuti prodotti nel corso dell’anno in tema di sostenibilità.

I RISULTATI DEL QUESTIONARIO

Il campione rappresenta la filiera siderurgica (35% produzione; 10% distribuzione di rottame; 22% trasformazione; 33% distribuzione). La maggior parte delle imprese è di medie dimensioni, con un fatturato tra i 100 e i 250 milioni di euro (anno 2018).

Come detto, l’82% delle imprese della filiera dell’acciaio ha intrapreso percorsi di sostenibilità: progetti e formazione (riduzione dell’impatto ambientale, implementazione di concetti di economia circolare nelle attività aziendali, percorsi di Corporate social responsbility, formazione); certificazioni di materiali (soprattutto ISO 14001 e analisi del Life cycle assessment – ISO 14040); protezione dei lavoratori e salute; comunicazione e reporting. Il 15% non ha ancora intrapreso alcuna attività.  

Il più attivo, per la conformazione dei propri impianti e del proprio processo produttivo, è il comparto della produzione di acciaio, che primo si è mosso nell’attivazione di percorsi di sostenibilità. Meno operativi commercio di rottame e trasformazione, ma che si sono comunque dimostrati attenti al tema.

Il 57% delle aziende interpellate svolge azioni di comunicazione circa i percorsi intrapresi; il 35% non lo fa. Si tratta soprattutto del reporting annuale/biennale sulla sostenibilità e di attività sui propri organi di comunicazione (sito, house organ…).

La pandemia da Covid-19 e la conseguente crisi economica – dice Emanuele Morandi, presidente di siderweb – impatteranno sui bilanci dello Stato e delle aziende della filiera dell’acciaio. I nostri budget e bilanci avranno la sigla Ac e Dc, ante Covid e dopo Covid. Ma due cose non sono cambiate nel nuovo paesaggio esistenziale, e su queste abbiamo deciso di costruire il piano delle attività di siderweb per il 2020-2021: innovazione e sostenibilità, oggi termini un po’abusati ma intimamente connessi e indispensabili nella nuova normalità”.

Mentre per Federico Fusari, direttore di RICREA, “La sostenibilità è ancora una tematica poco esplorata. Si parla molto di raccolta differenziata, per esempio, ma non c’è mai un documento istituzionale che analizzi il suo scopo finale, il riciclo. Finché non si metterà ordine in ciò che lo Stato richiede venga misurato, ogni filiera produttiva evidenzierà le proprie caratteristiche vincenti. Per questo rivolgo un appello alle istituzioni: si dia organicità al trattamento della sostenibilità ambientale”.

L’industria della plastica riciclata sta affogando in un mare di petrolio a basso costo

Prezzi delle materie vergini in caduta libera e stop alle produzioni causa pandemia mettono a rischio il comparto in tutta Europa: «Se non verranno prese contromisure il riciclo della plastica cesserà di essere redditizio»

«Se la situazione dovesse persistere e non verranno prese misure per porre rimedio, il riciclo della plastica cesserà di essere redditizio, ostacolando il raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Ue e mettendo a rischio la transizione verso l’economia circolare». L’allarme arriva direttamente da Ton Emans, presidente di Plastics recyclers Europe: l’associazione che riunisce le industrie che riciclano plastica in Europa spiega che i propri affiliati stanno fermando gli impianti a causa degli sviluppi di mercato segnati dalla pandemia Covid-19.

I problemi più gravi per il comparto sono la carenza di domanda, dovuta al lockdown, e ai bassi prezzi delle materie plastiche vergini – legati a doppio filo con quelli del petrolio, da cui derivano – che sono crollati seguendo il trend generale delle commodity. Tutto questo mette a rischio decine di migliaia di posti di lavoro – solo nel nostro Paese il settore della trasformazione della plastica vale oltre 30 miliardi di euro e occupa 110mila persone – ma espone anche a importanti passi indietro nell’economia circolare, indirizzando maggiori flussi verso inceneritori e discariche (sebbene in Italia scarseggino pure questi impianti, con tutto ciò che comporta in termini di spazi per l’illegalità). Al proposito, è opportuno ricordare che nel mentre crescono le preoccupazioni per l’impiego di plastica monouso, pervasiva nei dispositivi di protezione individuale imposti dalla pandemia, che cittadini incivili continuano ad abbandonare ovunque.

Visto il contesto Plastics recyclers Europe chiede sostegno all’Ue e agli Stati membri, in questa fase in cui si gettano le basi per l’auspicata ripresa economica; a rischio del resto ci sono gli stessi obiettivi Ue in merito alla riduzione della plastica monouso e alla promozione di quella riciclata, insieme agli obiettivi minimi di riciclo imposti dall’ultimo pacchetto di direttive sull’economia circolare. Per risolvere la situazione non basteranno però dei semplici sussidi.

Già quattro anni fa un crollo nei prezzi delle materie prime, trainate dal petrolio, portò sull’orlo della crisi il comparto. Il problema di fondo sta proprio nelle dinamiche di mercato petrolifere, dominate dalla finanziarizzazione che alimenta un’intrinseca volatilitàè stato l’Economist, poche settimane fa, a notare come i prezzi dell’oro nero siano tornati ai livelli del 1860 e sfida chiunque a trovare un orientamento nel mercato a lungo termine.

Allo stesso tempo, a drogare il mercato del petrolio e degli altri combustibili fossili tenendo bassi i prezzi concorre una montagna di sussidi pubblici – stimati nell’ordine dei 400 miliardi di dollari l’annocirca 16 miliardi di euro in Italia – e la totale assenza di un giusto prezzo, che non consideri solo i costi di produzione ma anche gli impatti ambientali del prodotto.

Di fronte a questa concorrenza sleale sarebbe dunque opportuno agire su più fronti. In primis tagliando i sussidi ai combustibili fossili (nel nostro Paese l’economia nel suo complesso ne beneficerebbe, spiegano dal ministero dell’Ambiente) e/o introducendo una carbon tax (idem). Rimane in ogni caso indispensabile garantire un mercato di sbocco per le plastiche riciclate, attraverso strumenti come crediti d’imposta ad hoc (chiesti dal comparto industriale nazionale ma mai decollati) e ancor prima tramite gli acquisti della pubblica amministrazione: sotto questo profilo il Green public procurement esiste già, ma ancora non riesce a incidere.

Fonte: GreenReport