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Dalle mascherine usate un nuovo componente del corpo stradale

Con l’inizio della pandemia e delle prime misure di contenimento, i rifiuti si sono riempiti di dispositivi di protezione individuale (DPI) usa e getta. Secondo il rapporto della Commissione Ecomafie, nella sola Italia da maggio a dicembre 2020 sono finiti nella spazzatura trecentomila tonnellate di guanti e mascherine usate. Un quantitativo stupefacente, che ha dato il via ad una serie di idee sul riciclo. L’ultima arriva dalla RMIT University, in Australia. Qui un gruppo di scienziati sta testando l’utilizzo del materiale ottenuto dalle mascherine chirurgiche nella pavimentazione stradale.

“La ricerca ha esaminato la fattibilità del riciclo di maschere facciali monouso nelle strade. Siamo stati entusiasti di scoprire che non solo funziona, ma offre anche vantaggi ingegneristici reali”, ha affermato dottor Mohammad Saberian, primo autore dello studio. “Ci auguriamo che ciò apra la porta ad ulteriori ricerche, elaborando modi per gestire i rischi sanitari […] su larga scala e indagando se altri tipi di DPI siano adatti al riciclaggio”.

Strade riciclate

Il corpo stradale è normalmente costituito da quattro strati: fondo, base, legante e asfalto. Ognuno di questi deve essere sia resistente che flessibile per sopportare le pressioni dei veicoli pesanti e prevenire fessurazioni. In questa struttura hanno fatto da tempo capolino i rifiuti edilizi, sotto forma di aggregati di calcestruzzo riciclato (ACR). L’idea del gruppo australiano è stato quella di aggiungere maschere usate sminuzzate all’agglomerato riciclato, testando diverse percentuali. Hanno così scoperto che la miscela ideale prevede l’1% di rifiuti di mascherine con il 99% di ACR. Il risultato è solo un prodotto perfettamente conforme agli standard d’ingegneria civile richiesti per le pavimentazioni. Inoltre la loro aggiunta migliora duttilità e flessibilità della miscela.

“Sappiamo che anche se smaltite correttamente, le maschere usate finiranno in discarica o incenerite”, spiega professor Jie Li. “La pandemia del COVID-19 non solo ha creato una crisi sanitaria ed economica globale, ma ha anche avuto effetti drammatici sull’ambiente. Se riuscissimo a portare le idee dell’economia circolare in questo problema, potremmo sviluppare le soluzioni intelligenti e sostenibili di cui abbiamo bisogno”. lo studio è stato pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment.

HDPE e PP, come riciclarne di più

Plastics Recyclers Europe ha pubblicato uno studio su produzione, utilizzo, raccolta e riciclo di polipropilene e polietilene alta densità in Europa

La federazione europea dei riciclatori di materie palstiche PRE (Plastics Recyclers Europe) ha pubblicato un esauriente studio sulla produzione, raccolta e riciclo di polipropilene (PP) e polietilene alta densità (HDPE) in Europa (scaricabile QUI), con l’obiettivo si sensibilizzare policy maker e opinione pubblica sulle grandi opportunità offerte dal recupero e riutilizzo delle poliolefine.

Opportunità che possono essere colte solo incrementando l’utilizzo di riciclati nella produzione di nuovi articoli e componenti. HDPE e PP rappresentano infatti quasi un terzo dei consumi dei trasformatori europei, destinate prevalentemente ad applicazioni di imballaggio rigido: circa 6,6 milioni di tonnellate sui 16,7 milioni immessi sul mercato UE.
La capacità odierna di riciclo di questi due polimeri ammonta a circa 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti post-consumo, a cui va aggiunto mezzo milione di tonnellate di rifiuti pre-consumo, pari complessivamente al 18% dei rifiuti da imballaggio rigido a base poliolefinica.

Un incremento di queste capacità – sottolinea l’associazione europea – è possibile solo se, di pari passo, viene potenziata la raccolta di rifiuti a fini di riciclo, quantitativa ma anche qualitativa, implementando avanzate tecnologie di raccoltaselezione e trattamento, anche per tipologia di imballaggio. Al contempo, bisogna rendere i manufatti più riciclabili a fine vita ed è altrettanto importante incentivare l’impiego dei materiali riciclati nei manufatti.

“Il contenuto di poliolefine rigide riciclate deve essere ampliato – afferma Herbert Snell, presidente del gruppo di lavoro HDPE in PRE -. Va sostenuto e potenziato, in particolare, l’uso circolare dei materiali, dove l’HDPE recuperato da bottiglie e flaconi è riutilizzato nelle bottiglie e l’HDPE e il PP delle cassette torna nelle cassette”.

Infine, sottolinea l’associazione dei riciclatori, è necessario colmare le lacune legislative esistenti, ad esempio spingendo ulteriormente gli acquisti verdi della pubblica amministrazione.

Fonte: Polimerica

Riciclo, incentivi (indispensabili) in tre possibili mosse

La carenza di impianti e infrastrutture per la gestione dei rifiuti è un grave ostacolo alla realizzazione di un’economia che sia davvero “circolare” e che risponda agli obiettivi posti dall’Unione europea. La loro realizzazione non è tuttavia né semplice né immediata e, dunque, è importante trovare soluzioni intermedie a supporto. Una di queste è la presenza di incentivi e strumenti economici in grado rendere la gestione del waste coerente con quella che viene definita gerarchia dei rifiuti, ovvero la “classifica” delle migliori pratiche – dalla più alla meno sostenibile – e che vede in ultima posizione lo smaltimento in discarica.

Evitando il solito meccanismo fatto da imposizione di standard, divieti e sanzioni in caso di mancato rispetto, gli incentivi sono in grado di guidare meglio gli operatori verso i comportamenti che accrescono il benessere sociale, disincentivando quelli che causano impatti negativi per l’ambiente.

Una logica in linea con l’impostazione indicata dal Recovery Fund che chiede agli Stati europei di affiancare al sostegno economico offerto dal bilancio dell’Unione le opportune riforme.

Per esempio, la tassa sui rifiuti urbani TARI, gli schemi di responsabilità estesa del produttore (o EPR), la tassazione ambientale e gli incentivi al recupero energetico sono alcuni fra gli strumenti economici oggi attivi. A questi se ne può aggiungere uno dedicato al sostegno al riciclaggio che – nella già citata gerarchia – è modalità di gestione preferibile sia al recupero energetico sia allo smaltimento. Ad oggi, non esiste uno strumento analogo visto che alla voce “riciclaggio” non corrisponde alcun tipo di incentivo (l’immagine sottostante illustra perfettamente la situazione).

Un vuoto da colmare considerando almeno tre fattori. Primo, la stessa Direttiva 2018/851 (Allegato IV), indica la via degli strumenti economici per sostenere la piena attuazione della gerarchia dei rifiuti. Secondo, le performance italiane nel riciclaggio sia per i rifiuti urbani (47%) sia per gli speciali (68%) sono un buon punto di partenza. E terzo, l’urgenza di superare l’attuale deficit impiantistico nel riciclo e di ridurre la dipendenza dall’export, spingono in questa direzione.

Una risposta può essere trovata nell’“incoraggiare l’applicazione più ampia di strumenti economici ben progettati”: nuovi strumenti di mercato che mutuino le esperienze di successo dei mercati energetici, come nel caso dei CIC o dei Certificati Bianchi (anche detti Titoli di Efficienza Energetica-TEE). Ma facciamo un passo alla volta.

In precedenza, si è detto come sarebbe preferibile evitare il cosiddetto meccanismo di command and control (fatto di standard stabiliti, divieti e sanzioni), per orientarsi invece su politiche basate su incentivi e strumenti di mercato, come tasse, sussidi. Esse fanno leva su logiche di convenienza orientate ad assicurare che un certo obiettivo ambientale sia conseguito con il minore costo, ovvero distribuendo gli sforzi in misura maggiore sugli operatori, i settori economici e le iniziative in grado di assicurare l’obiettivo al costo più basso.

Tra gli strumenti vi sono anche i permessi negoziabili, secondo i quali il regolatore pubblico è chiamato a definire l’obiettivo ambientale, i soggetti obbligati e ad organizzare un mercato regolamentato nel quale i permessi possono essere scambiati. Come accade per i permessi di emissione di CO2 all’interno dell’European Union Emissions Trading System, il primo e grande mercato al mondo di questo genere.  In questo spazio, ogni permesso negoziabile autorizza il possessore ad emettere una tonnellata di anidride carbonica equivalente e di scambiarla. I vantaggi? La trasferibilità dei permessi negoziabili fa sì che le imprese in grado di diminuire le emissioni a costi contenuti possano valorizzare questa loro peculiarità conseguendo titoli che attestano il contenimento delle emissioni e che possono essere ceduti sul mercato dedicato a imprese per le quali tale sforzo avrebbe costi superiori al valore di mercato del permesso negoziabile.

Ma questo non è l’unico sistema. Per esempio, in quelli definiti baseline-and-credit, ogni impresa è autorizzata ad emettere un certo ammontare di emissioni, relative ad un livello base. Se l’azienda è in grado di rimanere al di sotto di tale quota, ottiene dei crediti che può conservare per l’anno successivo o cedere sul mercato alle imprese che di converso si trovano al di sopra del proprio livello base. I crediti ottenuti maturano tipicamente in esito a interventi di riduzione delle emissioni e i Certificati Bianchi appartengono a questo schema. In forza a tali strumenti economici e di mercato si incentiva il cambiamento dei comportamenti, senza divieti; si innesca un aggiustamento graduale ma progressivo verso gli obiettivi ambientali, si promuove l’innovazione e si minimizzano i costi della “transizione”.

Il caso del biometano in Italia può aiutare a capire meglio. Con la Legge n.81/2006 è stato recepito l’obbligo per i fornitori di benzina e gasolio (i “Soggetti obbligati”) di distribuire anche una quota di biocarburanti. L’intento dichiarato è quello di contribuire allo sviluppo di tale filiera di produzione, accrescerne l’impiego e limitare l’immissione in atmosfera di anidride carbonica del settore dei trasporti. Nel 2020 la quota d’obbligo è stata del 9%. Al fine di monitorare l’assolvimento dell’obbligo, il GSE rilascia dei Certificati di Immissione al Consumo (CIC) ai soggetti obbligati che distribuiscono biocarburanti sostenibili.

E il meccanismo dei CIC è uno strumento economico appartenente alla categoria dei permessi negoziabili in quanto distingue l’assolvimento dell’obbligo di immissione in consumo del materiale dalla miscelazione del biocarburante: all’obbligo di produzione e distribuzione di biocarburante si sostituisce l’obbligo di detenere una quantità corrispondente di certificati. Ciò può essere assolto direttamente oppure in modo indiretto acquistando una corrispondente quantità di CIC sul mercato regolamentato.

Dai rifiuti organici si ricava il biometano avanzato: è su questa tipologia di biometano che si concentra l’apporto della componente rifiuti alla produzione di biocarburanti per il settore dei trasporti. Come funziona? Con il D.M. 2 marzo 2018 si stabilisce la possibilità per i produttori di chiedere al GSE, a titolo di incentivo, una remunerazione pari a 375 euro per ciascun CIC di propria spettanza, afferente ai biocarburanti avanzati (compreso il biometano) prodotti e destinati ai trasporti. Tale incentivazione ha una durata massima di 10 anni. Una volta chiusa questa finestra, si avrà diritto unicamente al riconoscimento del valore di mercato del CIC, così come avviene per il caso del biometano non avanzato.

A ciò si aggiunge, in alternativa alla collocazione autonoma sul mercato nella fase di vendita, l’opzione del ritiro da parte del GSE del biometano avanzato prodotto[1]. Per quanto riguarda i biocarburanti avanzati diversi dal biometano,risultano anch’essi producibili dalla componente rifiuti con un meccanismo di incentivazione speculare a quello del biometano avanzato, eccezione fatta per la fase di vendita dove non si contempla l’opzione di un ritiro dedicato da parte del GSE.

In questo senso il meccanismo di incentivazione alla produzione di biometano avanzato potrebbe essere esteso alle filiere del riciclo dei rifiuti di imballaggio[2], sottoposte al pari dei biocarburanti ad obblighi specifici di derivazione comunitaria, introducendo dei “Certificati del Riciclo” (CdR), titoli che attestano il riciclo di una tonnellata di rifiuto di imballaggio di una certa qualità e materiale. Questi ultimi, liberamente negoziabili in un mercato regolamentato, avrebbero prezzi che si muoverebbero in contro tendenza rispetto a quelli delle Materie Prime, offrendo all’industria del riciclo italiana quella stabilità di prospettive di ricavo necessaria all’avvio degli impianti.

Lo schema di riferimento dei Certificati del Riciclo presenta chiare analogie rispetto al caso dei CIC: vi sono obblighi specifici di riciclaggio, di derivazione comunitaria, quindi recepiti nell’ordinamento nazionale, declinati per flusso di imballaggio (carta, plastica, vetro, eccetera) e scadenzati nel tempo (2025, 2030, 2035). I presupposti ci sono tutti:

  • Obiettivi di riciclaggio per singolo flusso di materiale da imballaggio.
  • Obblighi in base all’immesso al consumo (Registro nazionale dei produttori).
  • Possibilità di assolvere agli obblighi in forma individuale o associata.
  • Compresenza di mercato e diversi schemi di compliance.

Lo strumento dei CdR potrebbe essere disciplinato da un attore istituzionale, quale ad esempio il GSE, dando la possibilità di optare per la modalità di assolvimento ritenuta più efficiente: in modo diretto da parte del soggetto obbligato, attraverso la possibilità di consorziarsi in uno schema di compliance o con l’acquisto sul mercato regolamentato dei CdR, per comprovare l’assolvimento dell’obbligo di riciclo.

Il soggetto percettore del CdR coinciderebbe dunque con il soggetto che realizza la condizione di trasformazione da rifiuto a MPS, ovvero il soggetto che determina l’End of Waste ai sensi dell’Art.184-ter del D.Lgs. 152/2006 in ciascuna filiera.

In analogia con il caso dei CIC sul biometano, il ricavato dalla vendita dei CdR permetterebbe ai riciclatori di sostenere l’equilibrio economico, anche quando i prezzi delle MPS sono non remunerativi.

Per quanto concerne, invece, i flussi di rifiuto non coperti da obblighi specifici di responsabilità estesa del produttore, come ad esempio i giocattoli o le plastiche non da imballaggio, sarebbe opportuno valutare un’estensione del meccanismo dei Certificati Bianchi.

Se è vero, infatti, che questi titoli negoziabili comprovano l’efficienza energetica, sarebbe auspicabile estenderne l’ambito di applicazione a dimostrare l’efficienza energetica ed ambientale che origina dall’impiego di MPS, in sostituzione delle materie prime vergini, come del resto documentato in numerosi studi di Life Cycle Assessment (LCA).

Ulteriori elementi di novità potrebbero arrivare anche dall’“European Union Emissions Trading Scheme” (EU ETS).

Riconoscendo che le emissioni di gas climalteranti delle MPS sono inferiori questo potrebbe renderle più appetibili per i settori industriali: il loro utilizzo va infatti a ridurre i costi diretti (quote) e indiretti (trasferimento del costo della CO2 nei prezzi dell’energia pagati dagli operatori industriali) per conformarsi agli obblighi di legge.

Una eventualità da tenere in considerazione alla luce del fatto che il sistema EU ETS sta per entrare (dal 1° gennaio 2021) nella fase 4, dove i requisiti ambientali e i meccanismi regolatori del sistema diventeranno decisamente più stringenti, alla luce dei nuovi e più ambiziosi obiettivi climatico-ambientali da traguardare.

In sintesi: per chiudere il cerchio degli strumenti economici necessari al corretto funzionamento della gerarchia dei rifiuti, occorrono chiari incentivi al riciclo. Ad oggi, infatti, il riciclaggio rimane l’unico “livello” della gerarchia dei rifiuti privo di adeguato sostegno, nonostante i target di riciclo e l’avvicinarsi delle scadenze temporali entro cui tali obiettivi dovranno essere conseguiti.


[1] Il prezzo è pari a quello medio mensile ponderato sulle quantità, registrato sul mercato a pronti del gas naturale (MPGAS) gestito dal GME, ridotto del 5%.

[2] Ci si sofferma qui sull’applicazione alle filiere dei rifiuti di imballaggio, considerate le peculiarità che le contraddistinguono con una normazione e una gestione più avanzata di quella delle altre frazioni presenti nei rifiuti urbani, a cui si potranno estendere gli strumenti economici proposti in questa sede.

Fonte: Laboratorio REF

I materassi usati torneranno a nuova vita grazie a ReMat e Iren

Si stima che in Italia ogni anno vengano dismessi circa 5 milioni di materassi, un quantitativo pari alla superficie di 1.600 campi da calcio. Che fine fanno? Questo tipo di oggetti è composto in quota crescente da poliuretano, e ad oggi gli scarti di poliuretano – che vengano dalle lavorazioni industriali, dal settore dell’automotive e dell’arredamento – sono prevalentemente smaltiti in discarica o conferiti ai termovalorizzatori. Adesso la start-up ReMat si propone però di cambiare paradigma, e potrebbe riuscirci grazie al contratto d’investimento appena siglato con il gruppo Iren.

ReMat è stata fondata nel 2018 con sede operativa a Nichelino (TO), mentre Iren rappresenta una delle più importanti multi-utility a livello nazionale: l’accordo prevede un finanziamento tramite equity e convertible a sostegno della fase di acquisto e collaudo degli impianti per il recupero del poliuretano e del successivo avvio della produzione e commercializzazione del materiale riciclato.

«L’investimento in ReMat – commenta il presidente di Iren Renato Boero – è coerente con la strategia di multicircle economy introdotta da Iren, e focalizzata sull’uso consapevole ed efficiente delle risorse e sulla gestione integrata della filiera dei rifiuti. Con questa operazione Iren aggiunge un altro tassello al portafoglio di tecnologie di cui dispone per generare impatti importanti in termini di sostenibilità nei territori in cui opera e per contribuire contestualmente alla fase di rilancio del Paese».

Una “fase di rilancio” dove, com’è ovvio, anche la regia pubblica esercita un ruolo imprescindibile: già nelle prossime settimane ReMat potrà finalizzare il collaudo dell’impianto ed iniziare a trattare parte del poliuretano raccolto e gestito dal gruppo Iren, consentendone il recupero e la successiva commercializzazione, grazie all’ottenimento dell’autorizzazione sperimentale da parte della Città metropolitana di Torino.

Fonte: Green Report

Rifiuti: cresce recupero imballaggi, plastica ancora indietro

Ispra: vetro, acciaio e legno raggiunti i target Ue per il 2025

Nel 2019 in Italia è aumentato del 3,1% rispetto al 2018 il recupero dei rifiuti di imballaggio, che rappresenta l’80,8% dell’immesso al consumo: il vetro mostra l’aumento più elevato, seguito da plastica, acciaio e legno. Lo rivela il rapporto annuale sui rifiuti urbani dell’Ispra, l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente.

Tutte le frazioni di imballaggi hanno già raggiunto gli obiettivi di riciclaggio previsti dalla Ue per il 2025, ad eccezione della plastica. Per il riciclaggio di questa frazione, costituita da diverse tipologie di polimeri, secondo l’Ispra sarebbe necessaria l’attuazione di nuove tecnologie di trattamento, tra cui il riciclo chimico. (ANSA).

Conai, i benefici del riciclo valgono un miliardo di euro

L’energia primaria risparmiata, rileva il Green Economy Report, può coprire il fabbisogno elettrico di 6 milioni di famiglie italiane in un anno. Un impegno che in vent’anni ha evitato al Paese il riempimento di 160 nuove discariche

I benefici diretti del riciclo in Italia, nel 2019, hanno superato il miliardo di euro in valore economico. A renderlo noto è CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi che, in partnership con la Fondazione Sviluppo Sostenibile, ha presentato i risultati generati dall’attività del sistema consortile attraverso il suo Green Economy Report. A raccontarlo, tra gli altri, il presidente CONAI Luca Ruini e il presidente Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile Edo Ronchi
 
I numeri del Report
Il valore economico della materia recuperata grazie al riciclo è di 402 milioni di euro. Quello dell’energia prodotta da recupero energetico raggiunge i 27 milioni di euro. L’indotto economico generato dalla filiera è invece di 592 milioni di euro. Impressionante il risparmio di materia prima vergine. Nel 2019 è stato pari al peso di 440 torri Eiffel: 4 milioni e 469mila tonnellate. Nel dettaglio, 270mila tonnellate di acciaio, pari a quello usato per 702 treni Frecciarossa. Oltre 19mila tonnellate di alluminio, che corrispondono a 1,8 miliardi di lattine. Un milione e 80mila tonnellate di carta, ossia più di 433 milioni di risme di fogli A4. 907mila tonnellate di legno, l’equivalente di 41 milioni di pallet. 433mila tonnellate di plastica, pari a 9 miliardi di flaconi in PET per detersivi da un litro. E un milione e 760mila tonnellate di vetro, il corrispettivo di quasi 5 miliardi di bottiglie di vino da 0,75 litri.
 
Energia
Il riciclo degli imballaggi derivato dalla gestione CONAI ha permesso di risparmiare anche quasi 23 terawattora di energia primaria (l’anno precedente il risparmio era stato di 21 terawattora). Ossia il consumo elettrico medio annuo di 6 milioni di famiglie italiane. È stata così evitata l’emissione di oltre 4 milioni e 300mila tonnellate di CO2: corrispondono al quantitativo di emissioni generate da circa 10mila tratte aeree Roma-New York andata e ritorno.
Il beneficio indiretto di questa quantità di CO2 risparmiata è pari a 124 milioni di euro, calcolato secondo quanto definito dalla Direttiva 2009/33 del Parlamento Europeo.
 
Discariche evitate
Un dato significativo è anche quello relativo alle discariche, vere e proprie cicatrici sul territorio. Il Green Economy Report ne stima il numero evitato. Tra il 1998 e il 2019 il sistema CONAI ha garantito l’avvio a riciclo di quasi 32 milioni di tonnellate di imballaggi: significa che in ventidue anni è stato evitato il riempimento di 160 nuove discariche di medie dimensioni (calcolo effettuato considerando per ciascuna frazione merceologica un dato di densità apparente da fonte ERICA con uno specifico grado di compattazione).
 
“Sono numeri che fanno riflettere – commenta Luca Ruini. – Come ricordo spesso, l’Italia in Europa è seconda solo alla Germania per riciclo pro-capite dei rifiuti di imballaggio. Abbiamo praticamente già raggiunto gli obiettivi europei di riciclo richiesti entro il 2025, e il nostro sistema Paese continua a fare scuola in Europa. Anche perché ha uno dei sistemi di responsabilità estesa del produttore meno costosi e più efficienti. Ora dobbiamo continuare a lavorare per incentivare l’eco-design e per sviluppare e potenziare le tecnologie per il riciclo, auspicando al più presto incentivi fiscali per chi usa materia prima seconda: la sua domanda sta purtroppo calando, e non possiamo permetterci di lasciare inutilizzati gli enormi quantitativi di materiale che il Paese ricicla. Ci auguriamo per questo si arrivi presto anche a una concreta attuazione del Green Public Procurement e alla chiusura di nuovi provvedimenti sull’End of Waste”.
 
“Nel 2020, l’anno della pandemia, la domanda e i prezzi di mercato delle materie prime vergini sono fortemente calati, per il calo delle attività produttive e dei consumi, in particolare delle plastiche e della carta – dichiara Edo Ronchi. – Di conseguenza, sono calati in modo consistente anche domanda e prezzi di mercato delle materie prime seconde ricavate dal riciclo dei rifiuti. Se il nostro sistema non fosse stato adeguatamente organizzato e fosse dipeso solo dal mercato, avremmo corso il serio rischio di avere i rifiuti per strada perché il loro riciclo – che attualmente è la loro principale forma di gestione – non era conveniente dato il forte calo dei prezzi di mercato delle materie prime seconde ricavate dal riciclo. Questa crisi è stata evitata grazie al sistema CONAI che, col contributo ambientale pagato, con bassissima elusione, dai produttori e utilizzatori di imballaggi, ha assicurato il ritiro dei rifiuti d’imballaggio della raccolta differenziata  sull’intero territorio nazionale, di tutti i tipi compresi quelli meno convenienti, a prescindere dalle condizioni di mercato delle MPS, ha consentito ai Comuni di continuare ad incassare un corrispettivo economico e ai riciclatori, in particolare difficoltà, di beneficiare di un sostegno dei prezzi, mantenendo in funzione la filiera e evitando la chiusura degli impianti di riciclo. Purtroppo, in Italia si continua a sottovalutare il valore del sistema CONAI e a cercare di  bloccare una delle poche iniziative ambientali che hanno prodotto risultati importanti”.
 
L’impegno sul territorio
In Italia è rimasto superiore al 92% il numero dei Comuni italiani che hanno stipulato convenzioni con il sistema consortile grazie all’Accordo con ANCI.
Per coprire i maggiori oneri della raccolta differenziata, nel corso del 2019 CONAI ha trasferito ai Comuni del nostro paese 653 milioni di euro. 1 milione e 300mila euro sono stati invece destinati a progetti territoriali che hanno interessato circa 6 milioni e 500mila cittadini. Il Green Economy Report CONAI sottolinea anche come, nel 2019, il 53% dei rifiuti di imballaggio conferiti in convenzione ANCI-CONAI sia arrivato dal Nord Italia. Il 28% dalle Regioni del Sud e il 19% da quelle del Centro.
Le Regioni del Mezzogiorno sono però quelle che negli ultimi cinque anni hanno registrato il maggior conferimento di rifiuti di imballaggio pro-capite: uno scatto di 36 kg per abitante che, nel 2019, ha permesso di raggiungere una media complessiva di 86 kg. Un risultato che inizia ad avvicinarsi a quello delle Regioni settentrionali, sempre in testa con un pro-capite che sfiora i 100 kg di imballaggi conferiti in raccolta differenziata.
“Le aree del Sud Italia hanno maggiori margini di miglioramento – conferma il presidente Ruini, – e stanno facendo passi da gigante nell’avvicinarsi alle cifre del Nord del Paese, che storicamente performa meglio quando si parla di raccolta differenziata. Continuiamo a lavorare con progetti specifici per affiancare i Comuni del Centro-Sud nello sviluppo di piani per la raccolta differenziata; molti di loro hanno raggiunto in pochi anni grandissimi risultati. Il Sud continua però a scontare un problema di grave carenza impiantistica per il trattamento dei rifiuti: l’augurio è che parte delle risorse del Recovery Fund possa essere impiegata per risolverlo”.

Fonte: E- Gazette

Per l’Europa l’unica plastica sostenibile è quella riciclata

La plastica sostenibile esiste? Se per sostenibile non si intende a impatto zero – perché nessuna produzione umana lo è – allora sì, ed è la plastica interamente riciclata. È quanto sembra emergere dall’ultima proposta Ue in merito alla tassonomia verde, come riportano da Euractiv citando un documento ancora riservato.

Più nel dettaglio, i prodotti in plastica per essere definiti sostenibili devono dunque essere “interamente prodotti dal riciclo meccanico dei rifiuti di plastica”. Oppure, ed ecco l’ultima discussione in corso sul tema in Ue, “da processi di riciclo chimico, se vengono rispettati gli standard minimi di emissione”.

Ma in che cosa consiste questo “nuovo” processo? In sostanza una modifica della struttura chimica stessa di un rifiuto in plastica, convertendola in molecole più piccole (monomeri) utilizzabili per produrre nuovi materiali vergini. Un processo complementare a quello meccanico finora diffuso, che apre possibilità inedite per frazioni ad oggi difficili da riciclare come la plastica mista o plasmix, che incide per quasi la metà della raccolta differenziata della plastica. Ma ancora tutto da esplorare.

Che il riciclo chimico sia effettivamente sostenibile non è ancora certo e sono, infatti, attesi nuovi standard Ue che rientreranno nell’ambito della tassonomia finanziaria sostenibile, ovvero nel nuovo sistema di classificazione per le attività economiche sostenibili che determina gli investimenti che contribuiscono in modo sostanziale alla sostenibilità ambientale.

In questo scenario, sulla plastica riciclata chimicamente l’europarlamentare dei Verdi Jutta Paulus, è favorevole, ma sostiene che “sarebbe utile avere una differenziazione nella tassonomia, dicendo prima di ridurre, poi di riutilizzare, quindi riciclare meccanicamente e infine chimicamente la plastica”. In buona sostanza il procedimento chimico non dovrebbe interrompere la spinta verso le altre buone pratiche.

Ribadito che al momento la certezza di essere “plastica sostenibile” passa attraverso il riciclo meccanico, “l’obiettivo dei produttori di plastica – si legge su Euractiv – è di ottenere la classificazione di ‘investimento sostenibile’, per poter ricevere investimenti privati e lavorare alla realizzazione della prossima generazione di prodotti plastici, derivati da rifiuti recuperati e processi di riciclaggio chimico”.

Ma quali standard debbono rispettare le plastiche da riciclaggio chimico? “Per essere considerate ‘sostenibili’, devono essere responsabili in tutto il loro ciclo di vita di emissioni di gas serra inferiori a quelle prodotte a partire da materie prime fossili”. Questo è ciò che riporta la bozza. Ci sono però delle perplessità.

È chiaro che la possibilità di considerare plastica riciclata sostenibile anche quella da processo chimico aiuterebbe non poco a raggiungere gli obiettivi del 50% di riciclo degli imballaggi in plastica entro il 2025 e del 55% entro il 2030. Obiettivi ad oggi lontani, con una situazione che si è aggravata a causa dell’emergenza Covid-19. Inoltre, come ricordano anche da Euractiv “il prezzo del petrolio è sceso a causa della pandemia, rendono i materiali vergini a base di combustibili fossili più appetibili rispetto alle plastiche riciclate. A questo contribuiscono anche motivi di salute e sicurezza, in particolare per gli imballaggi a uso alimentare”. E come sappiamo, in un mare di petrolio a basso prezzo la più costosa plastica riciclata sta affogando.

Per questo è il momento di sostenerla. Come le rinnovabili sono cresciute nel tempo potendosi avvalere di incentivi dedicati, lo stesso – e da tempo – è necessario fare per la materia rinnovabile attraverso misure economiche ad hoc: magari – parliamo dell’Italia – accogliendo  la proposta della filiera della plastica nostrana di un credito di imposta per favorire dall’acquisito dei materiali riciclati. Oppure abbassando l’Iva per i prodotti riciclati. E contemporaneamente riuscire ad aumentare gli acquisti verdi delle amministrazioni pubbliche come previsto – ma sempre disatteso – dal Gpp

Fonte: Green Report

Rifiuti, sondaggio: 91% cittadini europei crede nel riciclo

Il 91% dei cittadini europei crede che il riciclo sia una delle soluzioni praticabili per fare qualcosa per l’ambiente. Due su tre ritengono che il riciclo degli imballaggi sia un obbligo per tutti e che c’è un’urgente necessità di affrontare il problema. E’ quanto emerge da un sondaggio promosso dall’agenzia Lucid in 14 Paesi europei fra i quali l’Italia, in collaborazione con il gruppo di lavoro internazionale “Every Can Counts” che mira a sensibilizzare le persone sui vantaggi del riciclo delle lattine per bevande in alluminio.

Dal sondaggio emerge inoltre che il 52% degli intervistati non sacrificherebbe l’ambiente in nome dell’economia, nonostante il rallentamento e la crisi economica dovuti all’emergenza da Covid-19. Più di tre quarti degli intervistati sostiene di riciclare tutti i tipi di materiali e il 76% dei cittadini europei ricicla spesso o sempre le lattine in alluminio, l’imballaggio per bevande più riciclato a livello globale. Un percentuale che sale al 91% in Italia, al primo posto in Europa.

E in Italia, in generale, i dati sono incoraggianti. Il 93% degli intervistati afferma che è più importante che mai prendersi cura del nostro pianeta in questo periodo e implementare il riciclo, soprattutto nella situazione di emergenza Covid-19, mentre l’89% ha affermato di voler fare di più. Inoltre, il 51% degli italiani ha affermato che non darebbe priorità all’economia rispetto all’ambiente, mostrando un chiaro cambiamento di priorità.

Il 93% degli italiani dichiara poi di separare sempre, o comunque spesso, le lattine quando è in casa. Il 67% quando è a lavoro. In entrambi i casi si tratta delle percentuali più alte in Europa. Questo a riprova del sistema capillare e diffuso di raccolta differenziata, soprattutto domiciliare o porta a porta, che vige in Italia e che rende le operazioni di gestione dei rifiuti più semplici per il cittadino.

Rispetto invece alle scelte di acquisto e quanto queste vengano influenzate dal packaging, scopriamo che l’Italia, fra tutti i Paesi europei, è la più attenta. Ben il 73% degli intervistati italiani infatti si dichiara influenzato dall’imballaggio (la media europea è intorno al 60%) e il 62% afferma di aver smesso di comprare alcuni prodotti proprio a causa del loro packaging. Allo stesso modo gli italiani sono in assoluto i cittadini che più controllano le etichette dei prodotti (il 79%) mentre nel resto di Europa i francesi che dichiarano lo stesso sono il 55%, gli inglesi il 54%.

“I risultati mostrano che c’è una maggiore consapevolezza sulla necessità di riciclare quanti più rifiuti possibile. La pandemia da Covid-19 ha accelerato questa consapevolezza e le persone si rendono conto di quanto sia pressante la questione ambientale. Oggi i cittadini si mostrano disposti a lavorare per creare una vera economia circolare”, spiega David Van Heuverswyn, direttore di Every Can Counts Europe.

Dal 2009, il gruppo Every Can Counts ha lavorato per aumentare la consapevolezza sul riciclo delle lattine per bevande in alluminio, con l’obiettivo di riciclare il 100% delle lattine consumate in Europa. Nel 2017, il tasso di riciclo delle lattine nel vecchio continente è stato del 74,5%, ma il sondaggio ha mostrato che il 90% degli intervistati ritiene che il proprio Paese dovrebbe riciclare di più, se non tutte le lattine.

L’indagine ha intervistato un campione di 13.793 persone di età superiore ai 16 anni bilanciate per età e sesso, in 14 Paesi: Belgio, Serbia, Austria, Ungheria, Grecia, Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Italia e Francia.

Fonte: Il Tempo

Recovery: si utilizzi per nuovi impianti!

Per centrare gli obiettivi gli obiettivi europei della Circular economy (65% di riciclo e 10% in discarica al 2035 per i rifiuti urbani), il nostro Paese ha un’opportunità unica: gli aiuti Ue per l’emergenza Covid. Questi possono sostenere gli investimenti necessari (10 miliardi di euro) per colmare il gap impiantistico nazionale, soprattutto nel Centro-Sud del nostro Paese, attraverso la realizzazione di 70 impianti di trattamento rifiuti.

Sono queste le principali evidenze emerse dal Rapporto “Per una Strategia Nazionale dei rifiuti”, presentato da FISE Assoambiente (Associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica), nel corso della giornata di apertura di Ecomondo Digital Edition, la fiera annuale della green economy di Rimini, quest’anno in versione virtuale.

La Ue prevede la riduzione al 10% massimo dello smaltimento in discarica dei rifiuti urbani (oggi siamo al 22%) e il raggiungimento di un target di riciclo minimo del 65% (oggi siamo al 45%). Secondo il rapporto, servono fino a 70 nuove strutture fra cui 39 nuovi digestori anaerobici per il trattamento della frazione organica, per una spesa complessiva di 10 miliardi di euro.

“I fondi collegati a Next Generation costituiscono un’occasione unica per implementare una Strategia Nazionale dei Rifiuti -, evidenzia il Presidente FISE Assoambiente Chicco Testa – a patto, però, di spenderli efficacemente, privilegiando strumenti economici e incentivi/disincentivi, rispetto alla tradizionale spesa a pioggia”.

“Nella gestione dei rifiuti in Italia è centrale la questione della carenza degli impianti di trattamento, rispetto ai quali bisogna muoversi ora per riuscire a centrare i target Ue al 2035. In quest’ottica, il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta un’occasione storica per mettere in campo non solo risorse, ma soprattutto riforme che consentano lo sviluppo dell’intero settore – dichiara Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia –  occorre agire subito perché l’equilibrio attuale della gestione dei rifiuti nelle regioni meridionali è apparente, dal momento che si basa sullo smaltimento in discarica e sull’esportazione. Il raggiungimento degli obiettivi di economia circolare produce ricadute positive in termini ambientali, economici e sociali: la realizzazione degli impianti porterebbe a un risparmio annuo di 544.000 tonnellate di CO2 equivalente, alla creazione di posti di lavoro, a servizi più efficienti e a tariffe più basse per i cittadini”. 

Rifiuti in plastica, continuando così non raggiungeremo gli obiettivi europei di riciclo

Con i nuovi e più rigidi criteri di misura il tasso di riciclaggio degli imballaggi di plastica dell’Ue potrebbe anzi diminuire, passando dal 42% attuale al 29% circa

La plastica è un materiale che come pochi altri ha rivoluzionato la modernità, e sembra che sia ormai impossibile farne a meno. Eclettica, economica e durevole, quasi tutta la plastica viene però ancora oggi prodotta da fonti non rinnovabili (petrolio) e pone serie sfide ambientali: senza sistemi di produzione e gestione post-consumo migliori – come evidenzia l’analisi della Corte dei conti europea pubblicata oggi – ne saremo presto sommersi.

«Facendo rinascere le abitudini dell’usa e getta a causa di preoccupazioni di ordine sanitario, la pandemia di Covid-19 – dichiara Samo Jereb, responsabile dell’analisi – dimostra che la plastica continuerà ad essere un pilastro delle nostre economie, ma anche una minaccia ambientale sempre più grave».

Qualche numero è necessario per inquadrare meglio la situazione. Nel mondo la domanda di plastica è quasi raddoppiata nell’ultimo ventennio, tanto che metà di tutta la plastica presente oggi sulla Terra è stata prodotta a partire dal 2005; le economie in via di sviluppo ne usano sempre di più, ma è in quelle avanzate – come la nostra – i consumi pro capite sono ancora 20 volte più alti.

Molta, troppa di questa plastica una volta usata finisce per inquinare. Ogni anno viene immessa nell’oceano una quantità di rifiuti di plastica compresa tra 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate, e anche in Europa l’85% circa dei rifiuti marini rinvenuti sulle spiagge è di plastica (per il 43% di tratta di plastica monouso, per il 27% da attrezzi da pesca).

Pur con tutti i suoi limiti, l’Ue già oggi può vantare il più elevato tasso di riciclaggio della plastica (per tutti i tipi di rifiuti di plastica considerati complessivamente) tra le economie avanzate, ma a guardarlo bene si tratta di un risultato assai modesto.

Il problema principale sta negli imballaggi: è in questo comparto che si concentra il 40% della produzione di plastica e il 61% del totale dei rifiuti di plastica generati nel Vecchio continente. I dati disponibili mostrano che il tasso di riciclaggio degli imballaggi di plastica europei potrebbe addirittura diminuire nel breve termine, passando dal 42% attuale al 29% circa a causa dei più rigorosi metodi di rendicontazione introdotti con la nuova direttiva sugli imballaggi (appena recepita in Italia): lo vedremo con le prime relazioni (concernenti il 2020) previste per giugno 2022.

Quel che già sappiamo è che la quantità di imballaggi in plastica non riciclati è rimasta relativamente stabile – circa 9,5 milioni di tonnellate all’anno – negli ultimi 5 anni, e che per raggiungere gli obiettivi stabiliti prima dalla strategia Ue sulla plastica e successivamente dalla già citata direttiva (riciclo al 50% nel 2025 e al 55% nel 2030) c’è molto da lavorare. Anche in Italia: nel 2019, secondo i dati comunicati da Corepla, il 43,39% degli imballaggi plastici immessi al consumo è stato avviato a riciclo e il 48,63% a recupero energetico.

«Per raggiungere i nuovi valori-obiettivo in materia di riciclaggio degli imballaggi di plastica, l’Ue – sottolinea Jereb – deve invertire l’attuale situazione, nella quale le quantità incenerite sono maggiori di quelle riciclate. Si tratta di una sfida difficilissima».

Questo, beninteso, non significa rinunciare alla termovalorizzazione bensì rimetterla al suo posto individuato dalla gerarchia Ue (dopo il riciclo e prima della discarica). Come ricorda al proposito la stessa Corte, il “rilascio di alcune emissioni (dovute alla combustione della plastica, ndr) può essere compensato dalla produzione di energia, che riduce il bisogno di altre forme di generazione di energia”.

Come migliorare la situazione? Una bacchetta magica naturalmente non c’è. Secondo il report, ad esempio, il riciclo chimico è per ora nella fase di ricerca: “Non si tratta ancora di un’opzione per il trattamento dei rifiuti percorribile, né in termini tecnologici né in termini economici”. E i sistemi di cauzione-rimborso per alcuni imballaggi, come le bottiglie in Pet? Permettono di aumentare la raccolta differenziata e anche migliorare la qualità di questa frazione raccolta, tuttavia possono “comportare dei costi, diretti e indiretti, e rendere più complessi i sistemi di gestione dei rifiuti degli Stati membri”: il costo annuale della gestione del sistema tedesco di cauzione-rimborso è stimato ad esempio in circa 800 milioni di euro, e al contempo come noto nel Paese c’è un ampio ricorso alla termovalorizzazione per gestire le frazioni plastiche che restano fuori dal circuito e sono più difficili da riciclare.

Quel che serve è dunque un approccio ad ampio spettro: ridurre la produzione di plastica monouso (come peraltro stabilito dalla direttiva Ue in materia), intervenire a livello di ecodesign dei prodotti (oltre l’80% di tutti gli impatti ambientali connessi ai prodotti hanno origine nella fase di progettazione), migliorare i regimi di responsabilità estesa del produttore (Epr), e creare un mercato adeguato per i prodotti in plastica riciclata (in Italia la normativa sul Gpp è storicamente disattesa).

Soprattutto, per l’immediato quanto per il futuro, è necessario investire in educazione civica – pochi incivili determinano la dispersione dei rifiuti plastici nell’ambiente, a danno di tutti – e in una dotazione impiantistica adeguata per riciclare e/o smaltire i nostri scarti. Ad oggi ad oggi le spedizioni di rifiuti di imballaggio di plastica rappresentano addirittura un terzo del tasso di riciclaggio, nonostante nei fatti il trattamento nei paesi terzi provochi spesso pressioni ambientali maggiori.

Raggiungere un’economia più circolare, del resto, porterebbe a grandi vantaggi non “solo” dal punto di vista ambientale ma anche da quello occupazionale: come osserva la Corte “L’ulteriore sviluppo dell’industria del riciclaggio e l’adattamento del mercato a princìpi di circolarità più rigorosi, soprattutto con l’integrazione della plastica riciclata nei nuovi prodotti, potrebbe creare posti di lavoro e offrire alle imprese dell’Ue, in alcuni settori, i vantaggi riservati ai primi arrivati”.

Fonte: Greenreport