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L’industria cartaria che ricicla è essenziale per l’economia circolare

Secondo il Direttore Generale di Assocarta, il riciclo della carta in Europa ha dimostrato un alto livello di resilienza

L’industria cartaria, con la sua domanda stabile e crescente nonostante la volatilità dei mercati, rappresenta un punto di riferimento per l’economia circolare europea e italiana. A dirlo è Massimo Medugno, DG di Assocarta, che si unisce al messaggio lanciato dalla Confederazione europea dell’industria cartaria europea (CEPI) rispetto all’alto livello di resilienza dimostrato del riciclo della carta in Europa.
 
Nel settore della carta il momento di volatilità delle materie prime seconde è conseguenza di fattori positivi, come gli aumenti dei consumi delle stesse (in Italia al 61% a livello di settore, + 4% rispetto al 2019, all’81% nell’imballaggio), la tenuta del settore dell’imballaggio (maggior utilizzatore a livello europeo e mondiale) e il processo di sostituzione degli imballaggi fossili con quelli rinnovabili.
 
Questi fattori positivi confliggono con quelli negativi, legati alle difficoltà dei trasporti, ai livelli delle raccolte differenziate e a un’esportazione che dev’essere assoggettata alle regole europee vigenti. “In questa fase è importante che i cittadini continuino a conferire, che le raccolte differenziate mantengano i loro ritmi e che l’industria cartaria venga rifornita con regolarità, in modo da poter rispondere alle esigenze di produrre materiali da imballaggio per la movimentazione di merci essenziali” sottolinea ancora Medugno.
 
“Anche in questo momento così difficile non bisogna perdere di vista gli obiettivi di riciclo che l’industria cartaria deve ottemperare. Infatti, secondo quanto previsto dal nuovo art. 205 bis (Regole per il calcolo degli obiettivi) del TUA, è possibile computare i rifiuti esportati fuori dell’Unione per la preparazione, per il riutilizzo e il riciclaggio soltanto se gli obblighi di cui all’art. 188 bis sono soddisfatti, e se l’esportatore può provare che la spedizione dei rifiuti è conforme agli obblighi di tale regolamento e il trattamento dei rifiuti – al di fuori dell’Unione – ha avuto luogo in condizioni che siano ampiamente equivalenti agli obblighi previsti dal pertinente diritto ambientale dell’Unione”.
 
L’informazione sull’impianto di destinazione finale è indispensabile anche nel caso che i materiali vengano avviati a riciclo in un altro Stato membro dell’Unione, al fine di poter conteggiare quanto movimentato negli obiettivi del paese di raccolta.

Fonte: E-Gazette

È nato PolyREC: rendiconterà la circolarità delle materie plastiche in Europa

 Recyclers Europe e VinylPlus hanno deciso di unire le forze e creare l’organizzazione PolyREC. PolyREC monitorerà, verificherà e riporterà i rispettivi dati di riciclo e utilizzo di riciclato in Europa, sulla base di un sistema comune di raccolta dati – RecoTrace. PolyREC garantirà tracciabilità, trasparenza e credibilità dei materiali riciclati lungo l’intera filiera delle plastiche. PolyREC potrà contare su 20 anni di esperienza e competenza di VinylPlus, che l’hanno portata a diventare lo standard di settore nella raccolta di dati di riciclo credibili e affidabili tramite Recovinyl®.

Le dichiarazioni
Per Brigitte Dero, Amministratore Delegato di VinylPlus, “la circolarità delle materie plastiche è un’opportunità determinante per migliorare la sostenibilità dei prodotti. Attraverso VinylPlus l’industria europea del PVC ha compreso l’importanza di monitorare e riportare i progressi compiuti. Siamo quindi lieti di condividere questa lunga esperienza e di lavorare in collaborazione con tutti i settori industriali delle plastiche per incrementare tracciabilità e trasparenza della plastica riciclata lungo la sua intera filiera”. PolyREC arriva in un momento in cui è fondamentale il monitoraggio della circolarità dei polimeri, soprattutto nel contesto della Circular Plastics Alliance (CPA). Questo sistema sarà in grado di soddisfare gli obiettivi della CPA, le richieste normative di tracciabilità e i grandi impegni di riciclo assunti dall’industria della plastica.

Il Presidente di PRE, Ton Emans, ha spiegato che “la creazione di meccanismi che dimostrino in modo trasparente i progressi nel guidare la circolarità delle plastiche è un must se vogliamo raggiungere gli obiettivi dell’UE”. Emans ha anche sottolineato che “l’annuncio di oggi da parte della filiera delle materie plastiche che comprende riciclatori, produttori di materie prime e trasformatori è un passo significativo verso un approccio credibile e sistemico per migliorare realmente produzione, raccolta e riciclo. Questo comune approccio alla raccolta dati è indispensabile per misurare il progresso del settore utilizzando criteri omogenei”.

“Dal momento che sin dagli anni ’90 Petcore Europe è stata pioniera nel monitoraggio del riciclo di PET in Europa, la sua partecipazione a un programma di monitoraggio congiunto delle materie plastiche riciclate per l’UE è sia opportuna che logica” ha commentato Christian Crépet, Amministratore Delegato di Petcore Europe. “Siamo molto lieti di unire le forze con i principali partner della filiera della plastica nella creazione di questo esclusivo sistema di monitoraggio inter-polimero traendo vantaggio dal sistema Recovinyl, collaudato e di lunga data. Sfruttando al meglio la nostra solida esperienza nel fornire dati essenziali sull’industria europea delle materie plastiche, consideriamo questo passo una pietra miliare nel nostro percorso verso la circolarità delle materie plastiche”, ha aggiunto Virginia Janssens, Amministratore Delegato di PlasticsEurope. Le organizzazioni interessate sono invitate a partecipare a questa iniziativa.

L’economia circolare italiana per il next generation EU: il caso della filiera cartaria

Riciclo, economia circolare e uso di materiali rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale anche per conseguire obbiettivi di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni di CO2 come raccontato nel dossier “L’economia circolare italiana per il Next Generation EU” realizzato da Fondazione Symbola e Comieco

L’Italia è il paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti pari al 79% con una incidenza più che doppia rispetto alla media UE e ben superiore a tutti gli altri grandi paesi europei (la Francia è al 56%, il Regno Unito al 50%, la Germania al 43%). Non solo. L’Italia è anche uno dei pochi paesi europei che dal 2010 al 2018 – nonostante un tasso di riciclo già elevato – ha comunque migliorato le sue prestazioni (+8,7%).

Nel riciclo industriale delle cosiddette frazioni riciclabili classiche (acciaio, alluminio, carta, vetro, plastica, legno, tessili) ed è il paese europeo con la maggiore capacità di riciclo anche in valore assoluto, superiore alla stessa Germania. A differenza di altri grandi paesi europei, l’Italia è un importatore netto di materie seconde ed ha esportazioni molto contenute sia di plastiche che di carta.  L’intera filiera del riciclo – dalla raccolta alla preparazione fino al riciclo industriale – in termini economici ed occupazionali, vale complessivamente oltre 70 miliardi di euro di fatturato, 14,2 miliardi di valore aggiunto e oltre 213.000 occupati. Il recupero di materia nei cicli produttivi permette un risparmio annuo pari a 23 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e a 63 milioni di tonnellate di CO2. L’insieme delle emissioni di CO2eq evitate (dirette e indirette) attraverso il riciclo di materia operato in Italia vale l’85% delle emissioni dirette di gas climalteranti generate dalla produzione elettrica dell’Italia (63 Mt di CO2eq dal riciclo contro 74,5 Mt CO2eq dalla produzione elettrica 2020).

Il caso della filiera cartaria

Il sistema cartario è uno dei settori industriali leader nell’economia circolare, nell’uso di risorse rinnovabili e nella capacità di riciclo. Riciclo, economia circolare e uso di materiali rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale anche per conseguire obbiettivi di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni di CO2 come raccontato nel dossier “L’economia circolare italiana per il Next Generation EU” realizzato da Fondazione Symbola e Comieco. Il dossier è stato introdotto dai portavoce del Manifesto di Assisi Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, Padre Enzo Fortunato, direttore Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, con la partecipazione del Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Hanno partecipato Catia Bastioli, Amministratore Delegato Novamont; Duccio Bianchi Fondatore Ambiente Italia; Innocenzo Cipolletta Presidente ASSONIME; Carlo Montalbetti Direttore Generale Comieco; Girolamo Marchi Presidente della Federazione Carta e Grafica, Maria Cristina Piovesana Vicepresidente Confindustria con delega alla sostenibilità; Luca Ruini Presidente Conai; Francesco Starace Amministratore Delegato Enel; Patrizia Toia Vicepresidente Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia Parlamento Europeo. Ha coordinato i lavori Paola Pierotti, Architetto, giornalista PPAN.

Il recupero e riciclo della materia seconda riveste un ruolo fondamentale per l’industria manifatturiera nazionale. Le materie prime dell’industria manifatturiera italiana sono prevalentemente “materie prime seconde” recuperate dalla differenziazione di rottami, maceri, rifiuti recuperati post-produzione o post-consumo. Se guardiamo all’insieme delle produzioni siderurgiche e metallurgiche scopriamo ad esempio che la quota di materia prima seconda supera il 90%. Crescente e talora dominante è anche il ricorso a materia seconda nella produzione cartaria, vetraria, plastica e in alcuni settori dell’arredamento.

L’alta percentuale di riciclo è decisiva dal punto di vista della sostenibilità ambientale non solo per la riduzione delle quantità di rifiuti da smaltire e per la riduzione dei consumi di materie prime. È molto rilevante anche perché – attraverso l’impiego di materia già trasformata – determina consistenti risparmi nel consumo di energia e conseguentemente nelle emissioni climalteranti. Un corretto risparmio di materia prima e un innalzamento sensibile dell’uso di materia prima seconda può concorrere infatti al raffreddamento globale del pianeta. Considerando solo il riciclo di 44 milioni di tonnellate di materia infatti, i consumi energetici evitati e le emissioni evitate rispetto ad una produzione da materia prima vergine sono pari a 23 milioni di Tep e a 63 milioni di t di CO2eq. (dati 2018). Per apprezzare il significato delle emissioni evitate con il riciclo si faccia un paragone con le emissioni generate dalla produzione di energia elettrica. L’insieme delle emissioni di CO2eq evitate (dirette e indirette) attraverso il riciclo di materia operato in Italia vale l’85% delle emissioni dirette di gas climalteranti generate dalla produzione elettrica dell’Italia (63 Mt di CO2eq dal riciclo contro 74,5 Mt CO2eq dalla produzione elettrica 2020). 

In particolare la filiera cartaria made in Italy genera un fatturato di circa 25 miliardi di euro, pari all’1,4% del PIL nazionale, occupa circa 200.000 addetti diretti e con un tasso di circolarità medio pari al 57%, rappresenta uno dei settori leader dell’economia circolare in Italia (la fibra vergine rappresenta solo il 33% della materia prima impiegata).  Un risultato raggiunto anche grazie ad alti livelli di recupero della carta e cartone, ben oltre 5 milioni di tonnellate, un vantaggio importante, se si considera che ogni punto percentuale di crescita del riciclo di carta equivale ad una riduzione 84.000 tonnellate di rifiuti da smaltire.  Nel 2018, il riciclo industriale della carta in Italia ha consentito di evitare consumi energetici pari a 1,5 milioni di Tep ed emissioni climalteranti pari a 4,4 milioni di tonnellate di CO2. Il Next Generation UE è anche una eccezionale opportunità per una espansione del sistema cartario in nuovi mercati e per una ulteriore conversione ecologica del sistema stesso.

Il dossier completo si può scaricare su www.symbola.net

Fonte: Eco dalle Città

Consumi e rifiuti in era COVID. CONAI: -7% immesso al consumo ma +1% riciclo

Una diminuzione degli imballaggi immessi sul mercato pari al 7%, ossia un milione di tonnellate di packaging in meno. Ma un aumento dell’1% del loro riciclo, che dal 70% del 2019 dovrebbe passare al 71% per il 2020: ossia 9 milioni di tonnellate di imballaggi riciclati. È la prima stima sui dati dell’anno della pandemia che CONAI rende nota in occasione della Giornata mondiale del riciclo.

Il COVID-19, insomma, non frena la filiera del riciclo degli imballaggi in Italia. «L’immesso al consumo è diminuito nel 2020, soprattutto per il venir meno dei pack destinati ai settori commerciali e industriali» spiega il presidente del Consorzio Nazionale Imballaggi Luca Ruini. «Sono ovviamente calati i conferimenti dal circuito di hotel, bar e ristoranti. Ma, grazie alla crescita della raccolta differenziata urbana, stimiamo che la contrazione delle quantità complessive avviate a riciclo sia più contenuta. Il riciclo dei rifiuti di imballaggio di origine domestica, quindi, ci ha permesso di superare il 70% del 2019: dovremmo aver messo a segno un 71% di riciclo totale, anche in un anno così difficile».

CONAI rivela anche una prima previsione per l’anno in corso.

Compatibilmente con un andamento della situazione sanitaria non in peggioramento, il 2021 autorizza a prevedere nuovi miglioramenti nei risultati: è infatti atteso un incremento dell’immesso al consumo di imballaggi e dei loro quantitativi avviati a riciclo, che a fine anno dovrebbero arrivare a rappresentare il 71,4%. È quindi legittimo aspettarsi che il 2021 possa chiudersi con quasi 9 milioni e mezzo di tonnellate di packaging riciclate.

Pesantemente segnato dalla pandemia, il primo quadrimestre 2020 aveva visto scongiurare un’emergenza rifiuti grazie all’efficace collaborazione fra il sistema consortile, le Istituzioni, i gestori e gli impianti. Già prima della fine di marzo, infatti, il blocco di settori economici che tradizionalmente impiegano il materiale riciclato stava mettendo in difficoltà la filiera. Il sistema consortile aveva così lanciato l’allarme e proposto un modello di intervento capace di gestire la fase più acuta attraverso provvedimenti urgenti per l’anello della catena più sotto pressione: gli impianti di trattamento per il riciclo, aumentandone temporaneamente i limiti di stoccaggio.

«Anche durante i mesi dell’esplosione dell’emergenza i ritiri dei rifiuti di imballaggio da raccolta urbana non si sono mai interrotti» commenta il presidente Ruini. «Anzi, hanno continuato a crescere. Il primo quadrimestre del 2020, quello che ha segnato l’inizio della pandemia, ha visto i conferimenti al sistema consortile aumentare per tutti i sei materiali d’imballaggio, pur con percentuali diverse. Un fenomeno chiaramente legato all’aumento degli acquisti di prodotti imballati nei comparti dell’alimentare, della detergenza e della farmaceutica».

Nel 2020, sul totale degli imballaggi avviati a riciclo in Italia, la percentuale di quelli riciclati grazie al contributo del sistema CONAI è prevista in aumento: dovrebbe risultare pari al 53% (nel 2019 si assestava sul 50%).

«Come spesso accade in situazioni di crisi, i Consorzi di Filiera che fanno capo a CONAI  dimostrano ancora una volta il loro ruolo di sussidiarietà al mercato» commenta Luca Ruini. «Un vero e proprio valore aggiunto per l’intera filiera del riciclo e del recupero dei rifiuti di imballaggio. CONAI, del resto, rimane il garante del raggiungimento degli obiettivi di riciclo imposti dall’Unione Europea, che chiede di raggiungere il 65% entro il 2025. Anche alla luce di questo dato, il 71% con cui stimiamo di aver chiuso il 2020 ci rende soddisfatti e, pur fra tante difficoltà, rende ottimista il nostro sguardo di lungo periodo».

Fonte: Eco dalle Città

Trasformatori europei a corto di plastica

Per lanciare un allarme sulla carenza di materie prime, sulle ripetute chiamate di Forza maggiore da parte dei produttori e sull’aumento dei prezzi scende in campo EuPC, la federazione europea delle aziende che trasformano materie plastiche, sottolineando l’impatto sulle filiere a valle che utilizzano manufatti e componenti in plastica.

Le scorte sono ormai al livello minimo e potrebbero verificarsi interruzioni della catena di approvvigionamento a livello continentale. L’associazione invita quindi i fornitori di polimeri a collaborare per risolvere questa difficile situazione prima possibile, al fine di non mettere in pericolo le forniture di beni essenziali.

primi segnali di shortage – rileva EuPC – sono emersi nella seconda parte del 2020, in concomitanza con la ripresa dell’attività industriale dopo la sospensione imposta dall’emergenza pandemica e relativi lockdown. I trasformatori hanno aumentato la produzione, ma l’offerta di materie prime non è riuscita a tenere il passo.

Da dicembre 2020 la situazione si è deteriorata rapidamente – spiega Alexandre Dangis, direttore di EuPC -. Le condizioni meteorologiche estreme negli Stati Uniti hanno comportato ulteriori cadute di produzione che hanno interessato anche il mercato europeo. Inoltre, i produttori europei hanno aumentato negli ultimi mesi il numero delle chiamate di Forza maggiore, come già riportato da Polymers for Europe Alliance a gennaio (leggi articolo)”.

Secondo l’associazione dei trasformatori, la situazione è ulteriormente aggravata dalla carenza di container e dal repentino e rilevante aumento dei prezzi dei polimeri, fino a raggiungere livelli record nelle ultime settimane, rosicando i margini e la solidità finanziaria delle aziende trasformatrici.

“Ci sono circa 50.000 piccole e medie aziende di trasformazione della plastica in Europa che devono far fronte alla carenza di materie prime e a significativi aumenti di prezzo, senza avere potere negoziale nei confronti dei produttori multinazionali di polimeri – afferma il presidente di EuPC, Renato Zelcher (nella foto) -. Se questa situazione dovesse perdurare, sempre più aziende saranno costrette a ridurre la loro produzione, provocando uno shortage di prodotti in plastica come imballaggi alimentari, componenti per l’edilizia e l’industria automobilistica”.

Fonte: Polimerica.it

Dalle mascherine usate un nuovo componente del corpo stradale

Con l’inizio della pandemia e delle prime misure di contenimento, i rifiuti si sono riempiti di dispositivi di protezione individuale (DPI) usa e getta. Secondo il rapporto della Commissione Ecomafie, nella sola Italia da maggio a dicembre 2020 sono finiti nella spazzatura trecentomila tonnellate di guanti e mascherine usate. Un quantitativo stupefacente, che ha dato il via ad una serie di idee sul riciclo. L’ultima arriva dalla RMIT University, in Australia. Qui un gruppo di scienziati sta testando l’utilizzo del materiale ottenuto dalle mascherine chirurgiche nella pavimentazione stradale.

“La ricerca ha esaminato la fattibilità del riciclo di maschere facciali monouso nelle strade. Siamo stati entusiasti di scoprire che non solo funziona, ma offre anche vantaggi ingegneristici reali”, ha affermato dottor Mohammad Saberian, primo autore dello studio. “Ci auguriamo che ciò apra la porta ad ulteriori ricerche, elaborando modi per gestire i rischi sanitari […] su larga scala e indagando se altri tipi di DPI siano adatti al riciclaggio”.

Strade riciclate

Il corpo stradale è normalmente costituito da quattro strati: fondo, base, legante e asfalto. Ognuno di questi deve essere sia resistente che flessibile per sopportare le pressioni dei veicoli pesanti e prevenire fessurazioni. In questa struttura hanno fatto da tempo capolino i rifiuti edilizi, sotto forma di aggregati di calcestruzzo riciclato (ACR). L’idea del gruppo australiano è stato quella di aggiungere maschere usate sminuzzate all’agglomerato riciclato, testando diverse percentuali. Hanno così scoperto che la miscela ideale prevede l’1% di rifiuti di mascherine con il 99% di ACR. Il risultato è solo un prodotto perfettamente conforme agli standard d’ingegneria civile richiesti per le pavimentazioni. Inoltre la loro aggiunta migliora duttilità e flessibilità della miscela.

“Sappiamo che anche se smaltite correttamente, le maschere usate finiranno in discarica o incenerite”, spiega professor Jie Li. “La pandemia del COVID-19 non solo ha creato una crisi sanitaria ed economica globale, ma ha anche avuto effetti drammatici sull’ambiente. Se riuscissimo a portare le idee dell’economia circolare in questo problema, potremmo sviluppare le soluzioni intelligenti e sostenibili di cui abbiamo bisogno”. lo studio è stato pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment.

HDPE e PP, come riciclarne di più

Plastics Recyclers Europe ha pubblicato uno studio su produzione, utilizzo, raccolta e riciclo di polipropilene e polietilene alta densità in Europa

La federazione europea dei riciclatori di materie palstiche PRE (Plastics Recyclers Europe) ha pubblicato un esauriente studio sulla produzione, raccolta e riciclo di polipropilene (PP) e polietilene alta densità (HDPE) in Europa (scaricabile QUI), con l’obiettivo si sensibilizzare policy maker e opinione pubblica sulle grandi opportunità offerte dal recupero e riutilizzo delle poliolefine.

Opportunità che possono essere colte solo incrementando l’utilizzo di riciclati nella produzione di nuovi articoli e componenti. HDPE e PP rappresentano infatti quasi un terzo dei consumi dei trasformatori europei, destinate prevalentemente ad applicazioni di imballaggio rigido: circa 6,6 milioni di tonnellate sui 16,7 milioni immessi sul mercato UE.
La capacità odierna di riciclo di questi due polimeri ammonta a circa 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti post-consumo, a cui va aggiunto mezzo milione di tonnellate di rifiuti pre-consumo, pari complessivamente al 18% dei rifiuti da imballaggio rigido a base poliolefinica.

Un incremento di queste capacità – sottolinea l’associazione europea – è possibile solo se, di pari passo, viene potenziata la raccolta di rifiuti a fini di riciclo, quantitativa ma anche qualitativa, implementando avanzate tecnologie di raccoltaselezione e trattamento, anche per tipologia di imballaggio. Al contempo, bisogna rendere i manufatti più riciclabili a fine vita ed è altrettanto importante incentivare l’impiego dei materiali riciclati nei manufatti.

“Il contenuto di poliolefine rigide riciclate deve essere ampliato – afferma Herbert Snell, presidente del gruppo di lavoro HDPE in PRE -. Va sostenuto e potenziato, in particolare, l’uso circolare dei materiali, dove l’HDPE recuperato da bottiglie e flaconi è riutilizzato nelle bottiglie e l’HDPE e il PP delle cassette torna nelle cassette”.

Infine, sottolinea l’associazione dei riciclatori, è necessario colmare le lacune legislative esistenti, ad esempio spingendo ulteriormente gli acquisti verdi della pubblica amministrazione.

Fonte: Polimerica

Riciclo, incentivi (indispensabili) in tre possibili mosse

La carenza di impianti e infrastrutture per la gestione dei rifiuti è un grave ostacolo alla realizzazione di un’economia che sia davvero “circolare” e che risponda agli obiettivi posti dall’Unione europea. La loro realizzazione non è tuttavia né semplice né immediata e, dunque, è importante trovare soluzioni intermedie a supporto. Una di queste è la presenza di incentivi e strumenti economici in grado rendere la gestione del waste coerente con quella che viene definita gerarchia dei rifiuti, ovvero la “classifica” delle migliori pratiche – dalla più alla meno sostenibile – e che vede in ultima posizione lo smaltimento in discarica.

Evitando il solito meccanismo fatto da imposizione di standard, divieti e sanzioni in caso di mancato rispetto, gli incentivi sono in grado di guidare meglio gli operatori verso i comportamenti che accrescono il benessere sociale, disincentivando quelli che causano impatti negativi per l’ambiente.

Una logica in linea con l’impostazione indicata dal Recovery Fund che chiede agli Stati europei di affiancare al sostegno economico offerto dal bilancio dell’Unione le opportune riforme.

Per esempio, la tassa sui rifiuti urbani TARI, gli schemi di responsabilità estesa del produttore (o EPR), la tassazione ambientale e gli incentivi al recupero energetico sono alcuni fra gli strumenti economici oggi attivi. A questi se ne può aggiungere uno dedicato al sostegno al riciclaggio che – nella già citata gerarchia – è modalità di gestione preferibile sia al recupero energetico sia allo smaltimento. Ad oggi, non esiste uno strumento analogo visto che alla voce “riciclaggio” non corrisponde alcun tipo di incentivo (l’immagine sottostante illustra perfettamente la situazione).

Un vuoto da colmare considerando almeno tre fattori. Primo, la stessa Direttiva 2018/851 (Allegato IV), indica la via degli strumenti economici per sostenere la piena attuazione della gerarchia dei rifiuti. Secondo, le performance italiane nel riciclaggio sia per i rifiuti urbani (47%) sia per gli speciali (68%) sono un buon punto di partenza. E terzo, l’urgenza di superare l’attuale deficit impiantistico nel riciclo e di ridurre la dipendenza dall’export, spingono in questa direzione.

Una risposta può essere trovata nell’“incoraggiare l’applicazione più ampia di strumenti economici ben progettati”: nuovi strumenti di mercato che mutuino le esperienze di successo dei mercati energetici, come nel caso dei CIC o dei Certificati Bianchi (anche detti Titoli di Efficienza Energetica-TEE). Ma facciamo un passo alla volta.

In precedenza, si è detto come sarebbe preferibile evitare il cosiddetto meccanismo di command and control (fatto di standard stabiliti, divieti e sanzioni), per orientarsi invece su politiche basate su incentivi e strumenti di mercato, come tasse, sussidi. Esse fanno leva su logiche di convenienza orientate ad assicurare che un certo obiettivo ambientale sia conseguito con il minore costo, ovvero distribuendo gli sforzi in misura maggiore sugli operatori, i settori economici e le iniziative in grado di assicurare l’obiettivo al costo più basso.

Tra gli strumenti vi sono anche i permessi negoziabili, secondo i quali il regolatore pubblico è chiamato a definire l’obiettivo ambientale, i soggetti obbligati e ad organizzare un mercato regolamentato nel quale i permessi possono essere scambiati. Come accade per i permessi di emissione di CO2 all’interno dell’European Union Emissions Trading System, il primo e grande mercato al mondo di questo genere.  In questo spazio, ogni permesso negoziabile autorizza il possessore ad emettere una tonnellata di anidride carbonica equivalente e di scambiarla. I vantaggi? La trasferibilità dei permessi negoziabili fa sì che le imprese in grado di diminuire le emissioni a costi contenuti possano valorizzare questa loro peculiarità conseguendo titoli che attestano il contenimento delle emissioni e che possono essere ceduti sul mercato dedicato a imprese per le quali tale sforzo avrebbe costi superiori al valore di mercato del permesso negoziabile.

Ma questo non è l’unico sistema. Per esempio, in quelli definiti baseline-and-credit, ogni impresa è autorizzata ad emettere un certo ammontare di emissioni, relative ad un livello base. Se l’azienda è in grado di rimanere al di sotto di tale quota, ottiene dei crediti che può conservare per l’anno successivo o cedere sul mercato alle imprese che di converso si trovano al di sopra del proprio livello base. I crediti ottenuti maturano tipicamente in esito a interventi di riduzione delle emissioni e i Certificati Bianchi appartengono a questo schema. In forza a tali strumenti economici e di mercato si incentiva il cambiamento dei comportamenti, senza divieti; si innesca un aggiustamento graduale ma progressivo verso gli obiettivi ambientali, si promuove l’innovazione e si minimizzano i costi della “transizione”.

Il caso del biometano in Italia può aiutare a capire meglio. Con la Legge n.81/2006 è stato recepito l’obbligo per i fornitori di benzina e gasolio (i “Soggetti obbligati”) di distribuire anche una quota di biocarburanti. L’intento dichiarato è quello di contribuire allo sviluppo di tale filiera di produzione, accrescerne l’impiego e limitare l’immissione in atmosfera di anidride carbonica del settore dei trasporti. Nel 2020 la quota d’obbligo è stata del 9%. Al fine di monitorare l’assolvimento dell’obbligo, il GSE rilascia dei Certificati di Immissione al Consumo (CIC) ai soggetti obbligati che distribuiscono biocarburanti sostenibili.

E il meccanismo dei CIC è uno strumento economico appartenente alla categoria dei permessi negoziabili in quanto distingue l’assolvimento dell’obbligo di immissione in consumo del materiale dalla miscelazione del biocarburante: all’obbligo di produzione e distribuzione di biocarburante si sostituisce l’obbligo di detenere una quantità corrispondente di certificati. Ciò può essere assolto direttamente oppure in modo indiretto acquistando una corrispondente quantità di CIC sul mercato regolamentato.

Dai rifiuti organici si ricava il biometano avanzato: è su questa tipologia di biometano che si concentra l’apporto della componente rifiuti alla produzione di biocarburanti per il settore dei trasporti. Come funziona? Con il D.M. 2 marzo 2018 si stabilisce la possibilità per i produttori di chiedere al GSE, a titolo di incentivo, una remunerazione pari a 375 euro per ciascun CIC di propria spettanza, afferente ai biocarburanti avanzati (compreso il biometano) prodotti e destinati ai trasporti. Tale incentivazione ha una durata massima di 10 anni. Una volta chiusa questa finestra, si avrà diritto unicamente al riconoscimento del valore di mercato del CIC, così come avviene per il caso del biometano non avanzato.

A ciò si aggiunge, in alternativa alla collocazione autonoma sul mercato nella fase di vendita, l’opzione del ritiro da parte del GSE del biometano avanzato prodotto[1]. Per quanto riguarda i biocarburanti avanzati diversi dal biometano,risultano anch’essi producibili dalla componente rifiuti con un meccanismo di incentivazione speculare a quello del biometano avanzato, eccezione fatta per la fase di vendita dove non si contempla l’opzione di un ritiro dedicato da parte del GSE.

In questo senso il meccanismo di incentivazione alla produzione di biometano avanzato potrebbe essere esteso alle filiere del riciclo dei rifiuti di imballaggio[2], sottoposte al pari dei biocarburanti ad obblighi specifici di derivazione comunitaria, introducendo dei “Certificati del Riciclo” (CdR), titoli che attestano il riciclo di una tonnellata di rifiuto di imballaggio di una certa qualità e materiale. Questi ultimi, liberamente negoziabili in un mercato regolamentato, avrebbero prezzi che si muoverebbero in contro tendenza rispetto a quelli delle Materie Prime, offrendo all’industria del riciclo italiana quella stabilità di prospettive di ricavo necessaria all’avvio degli impianti.

Lo schema di riferimento dei Certificati del Riciclo presenta chiare analogie rispetto al caso dei CIC: vi sono obblighi specifici di riciclaggio, di derivazione comunitaria, quindi recepiti nell’ordinamento nazionale, declinati per flusso di imballaggio (carta, plastica, vetro, eccetera) e scadenzati nel tempo (2025, 2030, 2035). I presupposti ci sono tutti:

  • Obiettivi di riciclaggio per singolo flusso di materiale da imballaggio.
  • Obblighi in base all’immesso al consumo (Registro nazionale dei produttori).
  • Possibilità di assolvere agli obblighi in forma individuale o associata.
  • Compresenza di mercato e diversi schemi di compliance.

Lo strumento dei CdR potrebbe essere disciplinato da un attore istituzionale, quale ad esempio il GSE, dando la possibilità di optare per la modalità di assolvimento ritenuta più efficiente: in modo diretto da parte del soggetto obbligato, attraverso la possibilità di consorziarsi in uno schema di compliance o con l’acquisto sul mercato regolamentato dei CdR, per comprovare l’assolvimento dell’obbligo di riciclo.

Il soggetto percettore del CdR coinciderebbe dunque con il soggetto che realizza la condizione di trasformazione da rifiuto a MPS, ovvero il soggetto che determina l’End of Waste ai sensi dell’Art.184-ter del D.Lgs. 152/2006 in ciascuna filiera.

In analogia con il caso dei CIC sul biometano, il ricavato dalla vendita dei CdR permetterebbe ai riciclatori di sostenere l’equilibrio economico, anche quando i prezzi delle MPS sono non remunerativi.

Per quanto concerne, invece, i flussi di rifiuto non coperti da obblighi specifici di responsabilità estesa del produttore, come ad esempio i giocattoli o le plastiche non da imballaggio, sarebbe opportuno valutare un’estensione del meccanismo dei Certificati Bianchi.

Se è vero, infatti, che questi titoli negoziabili comprovano l’efficienza energetica, sarebbe auspicabile estenderne l’ambito di applicazione a dimostrare l’efficienza energetica ed ambientale che origina dall’impiego di MPS, in sostituzione delle materie prime vergini, come del resto documentato in numerosi studi di Life Cycle Assessment (LCA).

Ulteriori elementi di novità potrebbero arrivare anche dall’“European Union Emissions Trading Scheme” (EU ETS).

Riconoscendo che le emissioni di gas climalteranti delle MPS sono inferiori questo potrebbe renderle più appetibili per i settori industriali: il loro utilizzo va infatti a ridurre i costi diretti (quote) e indiretti (trasferimento del costo della CO2 nei prezzi dell’energia pagati dagli operatori industriali) per conformarsi agli obblighi di legge.

Una eventualità da tenere in considerazione alla luce del fatto che il sistema EU ETS sta per entrare (dal 1° gennaio 2021) nella fase 4, dove i requisiti ambientali e i meccanismi regolatori del sistema diventeranno decisamente più stringenti, alla luce dei nuovi e più ambiziosi obiettivi climatico-ambientali da traguardare.

In sintesi: per chiudere il cerchio degli strumenti economici necessari al corretto funzionamento della gerarchia dei rifiuti, occorrono chiari incentivi al riciclo. Ad oggi, infatti, il riciclaggio rimane l’unico “livello” della gerarchia dei rifiuti privo di adeguato sostegno, nonostante i target di riciclo e l’avvicinarsi delle scadenze temporali entro cui tali obiettivi dovranno essere conseguiti.


[1] Il prezzo è pari a quello medio mensile ponderato sulle quantità, registrato sul mercato a pronti del gas naturale (MPGAS) gestito dal GME, ridotto del 5%.

[2] Ci si sofferma qui sull’applicazione alle filiere dei rifiuti di imballaggio, considerate le peculiarità che le contraddistinguono con una normazione e una gestione più avanzata di quella delle altre frazioni presenti nei rifiuti urbani, a cui si potranno estendere gli strumenti economici proposti in questa sede.

Fonte: Laboratorio REF

I materassi usati torneranno a nuova vita grazie a ReMat e Iren

Si stima che in Italia ogni anno vengano dismessi circa 5 milioni di materassi, un quantitativo pari alla superficie di 1.600 campi da calcio. Che fine fanno? Questo tipo di oggetti è composto in quota crescente da poliuretano, e ad oggi gli scarti di poliuretano – che vengano dalle lavorazioni industriali, dal settore dell’automotive e dell’arredamento – sono prevalentemente smaltiti in discarica o conferiti ai termovalorizzatori. Adesso la start-up ReMat si propone però di cambiare paradigma, e potrebbe riuscirci grazie al contratto d’investimento appena siglato con il gruppo Iren.

ReMat è stata fondata nel 2018 con sede operativa a Nichelino (TO), mentre Iren rappresenta una delle più importanti multi-utility a livello nazionale: l’accordo prevede un finanziamento tramite equity e convertible a sostegno della fase di acquisto e collaudo degli impianti per il recupero del poliuretano e del successivo avvio della produzione e commercializzazione del materiale riciclato.

«L’investimento in ReMat – commenta il presidente di Iren Renato Boero – è coerente con la strategia di multicircle economy introdotta da Iren, e focalizzata sull’uso consapevole ed efficiente delle risorse e sulla gestione integrata della filiera dei rifiuti. Con questa operazione Iren aggiunge un altro tassello al portafoglio di tecnologie di cui dispone per generare impatti importanti in termini di sostenibilità nei territori in cui opera e per contribuire contestualmente alla fase di rilancio del Paese».

Una “fase di rilancio” dove, com’è ovvio, anche la regia pubblica esercita un ruolo imprescindibile: già nelle prossime settimane ReMat potrà finalizzare il collaudo dell’impianto ed iniziare a trattare parte del poliuretano raccolto e gestito dal gruppo Iren, consentendone il recupero e la successiva commercializzazione, grazie all’ottenimento dell’autorizzazione sperimentale da parte della Città metropolitana di Torino.

Fonte: Green Report

Rifiuti: cresce recupero imballaggi, plastica ancora indietro

Ispra: vetro, acciaio e legno raggiunti i target Ue per il 2025

Nel 2019 in Italia è aumentato del 3,1% rispetto al 2018 il recupero dei rifiuti di imballaggio, che rappresenta l’80,8% dell’immesso al consumo: il vetro mostra l’aumento più elevato, seguito da plastica, acciaio e legno. Lo rivela il rapporto annuale sui rifiuti urbani dell’Ispra, l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente.

Tutte le frazioni di imballaggi hanno già raggiunto gli obiettivi di riciclaggio previsti dalla Ue per il 2025, ad eccezione della plastica. Per il riciclaggio di questa frazione, costituita da diverse tipologie di polimeri, secondo l’Ispra sarebbe necessaria l’attuazione di nuove tecnologie di trattamento, tra cui il riciclo chimico. (ANSA).