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L’Europa raggiunge quota 2 miliardi di lampadine riciclate

In Europa ad oggi, in oltre 15 anni di attività, sono state riciclate 2 miliardi di lampadine, una quantità sufficiente a riempire più di 200 piscine olimpioniche.

L’Italia ha contribuito, dal 2008, con la raccolta di circa 170 milioni di sorgenti luminose, pari ad oltre 20 mila tonnellate e 44 volte la superficie di Piazza San Pietro a Roma. E’ l’importante traguardo raggiunto da EucoLight, l’associazione europea dei sistemi di conformità per i Raee di illuminazione, di cui il consorzio italiano Ecolamp è un socio fondatore, celebrato con il webinar “2Billion Lamps Recycled”.

“Il percorso che ha portato a questo risultato – spiega Hervè Grimauld, presidente di EucoLight, di cui fanno parte 19 organizzazioni di responsabilità del produttore presenti in altrettante nazioni europee, – è iniziato nei primi anni 2000, quando l’Unione Europea ha introdotto il principio di Responsabilità Estesa del Produttore (Epr) per i Raee. Da allora i produttori di lampadine – aggiunge – hanno assunto proattivamente quest’obbligo sviluppando una rete europea di organizzazioni di responsabilità del produttore (Orp) e fissando fin dal principio un obiettivo chiaro: raccogliere e riciclare più lampadine possibile in modo rispettoso dell’ambiente”.

In Italia Ecolamp, organizza oltre 10 mila missioni all’anno e fornisce servizi a più di 5 mila clienti professionali.

Attualmente il consorzio conta circa 1.700 punti di raccolta serviti e gestisce ogni anno 3.500 tonnellate di Raee, in particolare sorgenti luminose, apparecchi di illuminazione e piccoli elettrodomestici. “Quello raggiunto oggi è un grande traguardo, ma non è ancora sufficiente” ricorda Fabrizio D’Amico, direttore generale del consorzio Ecolamp, poi conclude: “Vogliamo puntare a nuovi obiettivi e raggiungere quanto prima i target stabiliti dalla Direttiva Europea. Questo è il grande impegno a cui intendiamo dedicarci nei prossimi anni”. (ANSA)

Rifiuti: Utilitalia,obiettivo è arrivare a 80% differenziata

“Occorre arrivare all’80% di raccolta differenziata per centrare il target europeo del 65% di effettivo riciclo entro il 2035”. Così Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua ambiente e energia) intervenendo al convegno on-line per la presentazione del rapporto ‘Rifiuti urbani’ dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). “La strada da percorrere è ancora lunga – prosegue – anche perché ci sono realtà territoriali molto diverse dal punto di vista urbanistico nel Paese e, soprattutto nelle grandi città, è difficile raggiungere percentuali così alte di raccolta differenziata”.

“Nei territori in cui la gestione dei rifiuti è impostata su logiche industriali i risultati sono migliori e in linea con gli standard europei – osserva Brandolini – dove invece insistono piccole gestioni frammentate le performance sono peggiori e l’allineamento agli obiettivi Ue è ancora lontano”. L’emergenza coronavirus, spiega ancora Brandolini, “ha fornito indicazioni importanti sulla necessità di migliorare la dotazione impiantistica del Paese. Il sistema ha tenuto anche grazie a provvedimenti straordinari di deroga”. Di ciò “bisognerà tenere conto nel Programma nazionale per la gestione dei rifiuti, che dovrà affrontare il tema delle esigenze impiantistiche e organizzative per raggiungere i target europei”. Per Brandolini “serve un’attenzione particolare al tema dell’impiantistica per i rifiuti organici, perché da qui passa un pezzo importante dell’economia circolare”. In quest’ottica, conclude il vicepresidente di Utilitalia, “contiamo che il Recovery fund possa fornire un contribuito importante per favorire la realizzazione di impianti industriali in grado di consentire economie di scala, riducendo i costi a carico dei cittadini e di tariffe significativamente più basse”. (ANSA).

Raccolta differenziata, circa 3,2 milioni di tonnellate l’anno sono da ri-buttare

Politecnico di Milano: «Gli scarti generati dal trattamento di tutte le frazioni della raccolta differenziata dei rifiuti urbani costituiscono complessivamente circa il 19% del materiale raccolto per via differenziata»

Una peculiarità tutta italiana nel modello di gestione dei rifiuti (urbani) è stata incentrare, da più di vent’anni, l’intera impostazione sulla raccolta differenziata come obiettivo da raggiungere: non solo però non abbiamo ancora raggiunto il target che abbiamo stabilito per legge (65% al 2012, invece nel 2019 è al 61,3%) ma abbiamo perso di vista tutta la filiera impiantistica che c’è dopo la suddivisione della nostra spazzatura – o meglio di una piccola parte, sostanzialmente imballaggi e organico – in tanti sacchetti diversi. Per scoprire, ad esempio, che circa un quinto della raccolta differenziata è da buttare di nuovo.

Il dato è noto, stavolta confermato da uno studio commissionato da Ricicla.tv al Politecnico di Milano.

«Nella gestione dei rifiuti urbani – sottolinea il Polimi – si è sempre posta particolare attenzione al raggiungimento di determinati obiettivi di raccolta differenziata. Più recentemente sono stati definiti obiettivi relativi alla quantità di rifiuti avviati ad effettivo recupero, nella consapevolezza che la raccolta differenziata rappresenta solo la prima fase di una virtuosa gestione dei rifiuti. I rifiuti raccolti in modo differenziato non possono essere avviati tal quali agli impianti di riciclo, ma necessitano di selezione, in modo da rendere il più omogeneo possibile il flusso destinato al riciclo. Ciò comporta la generazione di scarti, ossia rifiuti che non sono idonei all’avvio a recupero di materia. Anche nella fase di riciclo è possibile che si generino degli scarti dal processo di recupero vero e proprio». O meglio è certo, dato che il secondo principio della termodinamica naturalmente è valido anche per i processi industriali che hanno a che fare con l’economia circolare.

«L’attuale gestione e trattamento delle principali frazioni della raccolta differenziata dei rifiuti urbani genera – argomenta il Polimi – circa 3,2 milioni di tonnellate di scarti, di cui 3 milioni di tonnellate sono idonei al recupero energetico, che rappresenta la forma di gestione prioritaria rispetto allo smaltimento in discarica per i rifiuti che non possono essere sottoposti a recupero di materia. A questi si aggiungono 203.000 tonnellate di scarti derivanti dal trattamento delle altre frazioni della raccolta differenziata dei rifiuti urbani e non approfonditi in questa analisi (RAEE, raccolta selettiva, tessili, rifiuti da costruzione e demolizione e spazzamento stradale a recupero). Gli scarti generati dal trattamento di tutte le frazioni della raccolta differenziata dei rifiuti urbani costituiscono complessivamente circa il 19% del materiale raccolto per via differenziata, e se sommati al RUR attualmente generato lo incrementano del 26%, portando il quantitativo complessivo a sfiorare le 16 milioni di tonnellate all’anno».

Come riassumono dunque da Ricicla-tv, i numeri messi in fila dal Polimi «dicono che nel 2018 il trattamento di 17,5 milioni di tonnellate di rifiuti differenziati ha generato ben 3,2 milioni di tonnellate di scarti, circa un quinto del totale raccolto. Non tutte le filiere però generano uguale quantità di residui non riciclabili: per il vetro è il 14,8% del totale, per l’umido il 18,2%, per la carta il 22,6% mentre per alluminio e acciaio la percentuale supera di poco il 30%. Ma il dato più allarmante è quello sulla raccolta differenziata della plastica, che dallo studio è risultata generare, tra scarti di selezione e riciclo, oltre 778mila tonnellate di frazioni non riciclabili, pari al 66,3% del totale raccolto. Scarti che, quando non possono essere collocati in impianti sul territorio nazionale devono essere esportati a costi esorbitanti e che, quando anche la valvola dell’export viene meno, si accumulano negli impianti di selezione e riciclo fino a saturarli e a metterne a rischio il funzionamento».

Che fare dunque? La soluzione passa dagli elementi emersi ieri nel corso del webinar ‘Comparazione ambientale di scenari di sviluppo infrastrutturale nella gestione dei rifiuti’ organizzato da Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua, ambiente e energia).

«Il messaggio che vorremmo lanciare – dichiara il vicepresidente Filippo Brandolini – è di ‘evitare le semplificazioni’, cioè evitare di raccontare soltanto quello che fa comodo; è assolutamente indispensabile per affrontare la complessità che abbiamo di fronte.  Dopo 20 anni di dibattito incentrato principalmente sul modello di raccolta differenziata da adottare, dobbiamo prendere decisioni urgenti e fare scelte coraggiose, cercando di recuperare un gap che se possibile è anche aumentato in questi anni; un divario sia culturale che industriale, oltre che di organizzazione e dotazione impiantistica. Abbiamo degli scenari di riferimento sulla base dei quali orientare le decisioni: il Programma nazionale di Gestione dei Rifiuti, il Piano Energia e Clima e la Tassonomia. Dobbiamo essere consapevoli – continua Brandolini – che la gestione dei rifiuti è parte dell’economia circolare, ma questa  innanzitutto si può verificare o meno con l’immissione dei prodotti nel mercato, e quindi dalla loro progettazione, dall’eco-design, dalla loro riutilizzabilità o riciclabilità Nello studio presentato oggi, che punta a individuare qual è la soluzione migliore per la gestione dei rifiuti,  è stato evidenziato un passaggio  fondamentale ovvero che la strategia del recupero energetico determina il rendimento ambientale di un sistema di gestione; in altre parole se non abbiamo chiaro come risolviamo il problema di quei rifiuti non riutilizzabili e non riciclabili rischiamo di ostacolare e rendere più difficile tutto il processo».

In questo contesto anche le discariche «rimarranno indispensabili ma devono svolgere un ruolo residuale, dovranno essere impianti specialistici, ben distribuiti sul territorio nazionale e che per essere efficienti non abbiano bacini. Per il rispetto dei target di economia circolare, occuparsi delle discariche è una priorità e conseguentemente, come evidenziato dallo studio, va limitato il ricorso a impianti intermedi come i Tmb. Poi è necessario fare una scelta sul trattamento dell’organico, per il quale abbiamo stimato che al 2035 servono capacità impiantistiche aggiuntive per circa 3,2 milioni di tonnellate di rifiuti. Occorre inoltre recuperare e reinterpretare il principio di prossimità. Abbiamo visto che il trasporto dei rifiuti non è indifferente rispetto agli impatti ambientali; oggi 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti vanno dalle regioni centro-meridionali a quelle settentrionali».

Fonte: Luca Aterini per GreenReport

Milano: con raccolta differenziata risparmiate 457mila tonnellate di CO2. I dati del Contatore Ambientale Amsa

Con le 620mila tonnellate di rifiuti recuperati grazie alla raccolta 2019 il Contatore dell’azienda rifiuti ha misurato un risparmio di circa 457mila tonnellate di CO2, di 2.640 milioni di metri cubi di acqua, e di 2.400 milioni di megawattora di energia elettrica

La raccolta differenziata a Milano prosegue il suo buon andamento e porta nuovi vantaggi all’ambiente. A confermarlo sono i numeri del Contatore ambientale 2020, il progetto, giunto al secondo anno di vita, che consente di tradurre gli atteggiamenti virtuosi dei milanesi in tema di rifiuti in dati concreti e comprensibili a tutti.

Con le 620mila tonnellate di rifiuti recuperati grazie alla raccolta 2019 il Contatore ha misurato un risparmio di circa 457mila tonnellate di CO2, di 2.640 milioni di metri cubi di acqua, e di 2.400 milioni di megawattora di energia elettrica.
Per trasformare i dati elaborati dal Contatore Ambientale in qualcosa di concreto e più comprensibile, questi ultimi sono stati rielaborati attraverso il recupero equivalente di ri-prodotti per far comprendere meglio il significato di economia circolare e quindi i vantaggi a valle di una buona raccolta differenziata come è quella di Milano.

In pratica le 620 mila tonnellate di rifiuti prodotti e raccolti da Amsa per la sola città di Milano si sono trasformati in: 10.180 milioni di felpe, 98.400 milioni di nuove bottiglie, 17.650 milioni di chiavi inglesi, 447.280 milioni di scatole per scarpe, 2 milioni di caffettiere moka, 132mila armadi e 22mila tonnellate di compost.

Fonte: Amsa

Sicilia, il nuovo Piano Rifiuti non è ancora pronto e la gestione è in continuo affanno

In Sicilia la mancata adozione del Piano rifiuti regionale continua a creare disservizi e fa lievitare i costi in bolletta dei cittadini, che comunque entro la fine dell’anno potrebbero conoscere il documento tanto atteso. In questi giorni la chiusura dell’impianto Tmb di Alcamo e l’ennesima saturazione delle vasche di quella di Bellolampo stanno compromettendo la raccolta in molti comuni dell’isola. 

Tuttavia l’assessore ai Servizi di Pubblica Utilità, Alberto Pierobon, ha dichiarato che “il governo regionale ha deciso di interrompere la serie di ordinanze emergenziali che costituivano la ‘copertura’ di situazioni gestionali in deroga alla normativa vigente”. Il nuovo Piano rifiuti a fine ottobre è stato inviato all’assessorato Territorio e ambiente “chiudendo così una fase fondamentale per la definizione del documento voluto fortemente dal governo Musumeci. Consentirà di avere una gestione dei rifiuti trasparente, darà priorità alla raccolta differenziata, potenzierà il ruolo del settore pubblico e metterà ordine a un sistema che per troppi anni è stato caratterizzato dall’emergenza”. 

Ma intanto i disservizi sono sempre dietro l’angolo e creano divisioni tra cittadini, sindaci e regione. 

Il sistema impiantistico che fa leva su discaricheormai sature è una delle principali cause della gestione emergenziale. Nonostante le percentuali incoraggianti di raccolta differenziata registrate negli ultimi anni in molti comuni, sull’isola infatti scarseggiano gli impianti di trattamento della frazione organica e delle altre frazioni, che per lo più vengono trasportate fuori regione con notevoli costi ambientali e costi in bolletta. Tramite i ripetuti ampliamenti delle vasche di discarica si cerca di fare spazio ai rifiuti indifferenziati, anche se negli ultimi due anni in Sicilia è diminuita la quantità di rifiuti smaltiti di ben 280 mila tonnellate, destinando a recupero un 17,5 per cento di materiali in più, fa sapere Pierobon via social. 

Negli scorsi giorni la chiusura dell’impianto di trattamento meccanico biologico di Alcamo in cui – sottolinea l’assessore – “gli uffici regionali hanno riscontrato alcune incongruenze nelle autorizzazioni ambientali” ha creato difficoltà nella raccolta dei rifiuti in molti comuni che lì conferivano il loro indifferenziato. Recentissima è invece la notizia dell’ennesima emergenza che interessa la discarica palermitana di Bellolampo per la quale si sta valutando un ulteriore progetto di ampliamento e la pubblicazione di un bando per portare i rifiuti fuori dalla Sicilia.

Nuovo piano entro l’anno
Dall’Assessorato comunque fanno sapere che sul nuovo Piano, per ora, non rilasciano nessuna dichiarazione specifica. Il documento attende il passaggio alla Commissione ambiente all’Assemblea regionale siciliana, a cui seguirà il controllo del Consiglio di giustizia amministrativa e dell’Ufficio legale che faranno le opportune verifiche sull’iter procedurale ed entro la fine dell’anno la Sicilia potrebbe finalmente avere il piano tanto atteso.

L’amministrazione regionale si dice ottimista, nonostante si aspetti critiche e prese di posizione sul collocamento e sulla tipologia degli impianti previsti. Questioni che si erano già aperte nel 2019, quando sul documento si era pronunciato il Ministero dell’ambiente costringendo il Ministro Costa ad aprire un’istruttoria amministrativa interna per conoscere chi nel suo Dicastero aveva ipotizzato la necessità di ricorrere agli inceneritori.  

Fonte: Tiziana Giacalone per Eco dalle Città

La Sicilia spinge la raccolta differenziata di carta e cartone crescendo del +15,9%

Con quasi 16 punti percentuali in più rispetto al 2018, la Sicilia mette a segno il maggior incremento annuo nella raccolta differenziata di carta e cartone, trainando la forte crescita registrata in tutto il Sud Italia.  Secondo i dati contenuti nel 25° Rapporto annuale sulla raccolta differenziata e riciclo di carta e cartone in Italia curato e diffuso da Comieco, infatti, nel 2019 in Sicilia sono state raccolte e avviate al riciclo 162.689 tonnellate di carta e cartone, rivelando una crescita particolarmente consistente rispetto alle 140.423 tonnellate del 2018. La quota media pro-capite, invece, è pari a 31,9 kg.
L’eccellente risultato registrato in Sicilia è la migliore espressione di un generale miglioramento registrato soprattutto nelle regioni italiane meridionali. Complimenti a tutti i siciliani per il sempre maggior impegno che stanno mettendo nello svolgimento della raccolta differenziata, pratica sostenibile essenziale per la società intera” – spiega Carlo Montalbetti, Direttore Generale Comieco. “Comieco ha gestito direttamente 144.854 tonnellate – ovvero l’89% del totale –  riconoscendo ai Comuni convenzionati corrispettivi economici che hanno superato i 7,82 milioni di euro.”I dati per provincia

Disaggregando il dato complessivo su base provinciale, troviamo andamenti diversi: in provincia di Agrigento sono state raccolte 15.601 tonnellate di carta e cartone, pari a 34,8 kg pro-capite; in quella di Caltanissetta le tonnellate sono state 11.251 tonnellate e 41,1 kg il pro-capite; in provincia di Catania 39.375 tonnellate di carta e cartone raccolte, pari a una raccolta media pro-capite di 35,3 kg; ad Enna 4.788 con 28 kg/ab; in provincia di Messina sono state raccolte 
20.454 tonnellate con una media pro-capite di 31,7 kg; in quella di Palermo 27.981 tonnellate pari a una media pro-capite di 21,9 kg; in provincia di Ragusa le tonnellate sono state 12.139 con una media pro-capite di 38,1 kg; in quella di Trapani sono state raccolte 16.254 tonnellate di carta e cartone, pari a 37,3 kg/ab mentre in provincia di Siracusa con 14.846 tonnellate e 36,6 kg pro-capite.Un’abitudine virtuosa sempre più diffusa 

È lecito affermare che il primato nell’incremento annuo di raccolta differenziata di carta e cartone in Sicilia vada interpretato come un ottimo risultato frutto di investimenti mirati e da una coscienza ambientale sempre più diffusa.
Secondo una recente ricerca quantitativa condotta da Astra Ricerche per Comieco, le risposte fornite dagli intervistati siciliani sono percentualmente in linea con quanto affermato dalla media dei connazionali. L’86% dei siciliani si dichiara infatti preoccupato per il tema ambientale a livello mondiale e il 69% si impegna nell’adozione di comportamenti sostenibili. Lievemente inferiore alla media nazionale del 79,7% è la percentuale dei siciliani (75%) che, come pratica sostenibile, fa “sempre/spesso” la raccolta differenziata, attività in cui i cittadini si danno comunque un voto ben più che sufficiente, attestandosi – in una scala da 1 a 10 – su una media di 7,39 (media nazionale 7,50).
Per ottenere informazioni o risolvere i dubbi quotidiani in tema di raccolta differenziata, gli abitanti della Sicilia sfogliano principalmente la guida cartacea fornita dal Comune (40%) e cercano sui motori di ricerca (40%), ma visitano anche il sito del Comune (26%) o siti dei consorzi per il riciclo come Comieco (15%), chiedono informazioni a familiari ed amici (15%), oppure si affidano ad una app specifica sul proprio smartphone (13%). Quando non sa cosa fare, per fortuna, solo il 3% degli intervistati dichiara di non informarsi e di mettere tutto nell’indifferenziata.La raccolta differenziata di carta e cartone in Italia 

A livello nazionale, la raccolta differenziata di carta e cartone ha fatto registrare nel 2019 una crescita del 3% e complessivamente sono state raccolte 3,5 milioni di tonnellate. L’eccellente stato di salute del settore trova conferma anche nel tasso di riciclo degli imballaggi a base cellulosica, attestatosi all’81% con un ritmo di crescita che rende fattibile centrare l’obiettivo dell’85% fissato dall’Unione Europea al 2030. 
Nel 2019, inoltre, è emerso un importante miglioramento sotto il profilo qualitativo dei materiali a base cellulosica avviati al riciclo, con l’incidenza delle impurità nella raccolta differenziata svolta dalle “famiglie” tornata sotto la soglia del 3%, mentre viene confermata l’eccellente qualità delle raccolte sui circuiti “commerciali”.

Fonte Eco dalle Città

Roma: proteste a Colli Aniene per il ritorno alla raccolta stradale

Era il 2006 quando Esper venne chiamata dalla giunta Veltroni a progettare la raccolta differenziata porta a porta nei quartieri di Colli Aniene, Massimina e Decima.
Si era in piena emergenza rifiuti, e il porta a porta era la sola via percorribile per minimizzare la quantità di rifiuti destinata a smaltimento. Al momento dell’avvio della consulenza nel 2006 la % di RD nei tre quartieri Colli Aniene, Decima e Massimina era pari in media al 12,3 % e la produzione procapite era di 555 kg/ab.anno

Dopo l’introduzione della RD porta a porta nel 2007 la % di RD nei tre quartieri Colli Aniene, Decima e Massimina era pari in media al 66,6 % (con un aumento del 54,3 % in meno di tre mesi) e la produzione procapite era scesa 432 kg/ab.anno. Nel 2011 l’Agenzia per il controllo dei servizi pubblici di Roma ha evidenziato che solo nei suddetti tre quartieri l’81 % di cittadini intervistati forniva un giudizio positivo del servizio di RD fornito da AMA.

Insomma, un servizio che funzionava bene e che otteneva risultati di tutto rispetto.

IL 30 settembre AMA, di propria iniziativa ha riposizionato sulle vie del quartiere batterie di contenitori stradali (o meglio di contenitori per il porta a porta condominiale), sostituendo de facto la raccolta porta a porta con un ritorno al passato di 13 anni.

Le reazioni non si sono fatte attendere: giunta e cittadini hanno alzato la voce.

“Si diffida Ama dal comunicare qualunque iniziativa non condivisa con la sottoscritta e con i cittadini utenti che hanno e devono avere come interlocutore la parte politica e non il gestore del servizio pubblico svolto per conto di Roma Capitale“. Inizia così la lettera firmata dalla neo assessora ai rifiuti del Comune di Roma Katia Ziantoni diretta ai vertici di Ama. E data la durezza di toni e contenuti del testo che segue, si può dire che i rapporti con la partecipata dei rifiuti non siano cominciati per il meglio. Nominata da una settimana da Virginia Raggi a capo del dossier rifiuti, il più scottante in Campidoglio, Ziantoni alza subito la voce, intimando ad AMA il rispetto del contratto di servizio e al volere del “socio unico”.

Tra le ragioni avanzate da Ama che hanno portato al cambio di rotta e al riposizionamento in alcune strade dei cassonetti, “la non conformità agli standard di sicurezza nella movimentazione manuale dei carichi da parte dei lavoratori Ama” e le “difficili e gravose operazioni di prelievo dei rifiuti” in alcuni condomini. Rischi per i lavoratori che sarebbero stati certificati anche dalla Asl. Motivazioni che l’assessore però si affretta a smontare. “La  contravvenzione della Asl non impone il ritorno allo stradale, ma obbliga l’azienda ad operare nel rispetto delle normative sulla sicurezza” scrive Ziantoni. “Tale considerazione risulta doverosa per evitare che passi, come sta già passando in questi mesi, il messaggio per cui il sistema stradale sia il miglior modello di raccolta solo perché economicamente più sostenibile”.

Anche i cittadini di Colli Aniene si sono fatti sentire: dopo aver disertato un incontro con AMA per protesta verso “decisioni calate dall’alto senza nessun confronto con la cittadinanza” hanno affidato ai giornali il loro malcontento. “La cosa che fa più rabbia – ha dichiarato Gabriella Masella, presidente del comitato Colli Aniene Bene Comune – è come sia stata gestita tutta la faccenda, senza alcun confronto con i cittadini, e per via di una denuncia alla Asl di zona che avrebbero fatto alcuni operatori Ama per il mancato rispetto degli standard di sicurezza nel lavoro manuale. E questo dopo 13 anni”. Le domus aree costruite, i locali tecnici messi a punto con tanto di tastierino numerico, l’impegno dei cittadini alla differenziazione dei rifiuti: tutto da gettarsi alle spalle. Spese, tra l’altro, sostenute dagli stessi abitanti a suo tempo e per i quali ora sono anche disposti a fare una causa risarcitoria ad Ama.

SC

Vetro, anche in Italia si farà la raccolta per colore

Arriva la raccolta del vetro per colore. Sarà una sperimentazione in due due aree significative del Paese. La notizia proviene direttamente dal Consorzio CoReVe che in una comunicazione odierna segnala la novità contenuta nell’intesa raggiunta sull’Allegato tecnico vetro – dopo mesi di trattativa – con l’Anci (l’Associazione Nazionale Comuni Italiani). L’accordo – praticamente una fetta di quello Anci-Conai – che si aggiorna adeguandosi alle nuove direttive Ue sull’economia circolare, è valido dal primo settembre, quindi è retroattivo, e ha una durata di 5 anni. Molte ci sono diversi altri cambiamenti importanti che hanno tutti l’obiettivo di “un ulteriore passo in avanti in direzione dello sviluppo sostenibile del Paese, per sostenere un’economia circolare nazionale che vede, nella filiera degli imballaggi in vetro, un modello d’eccellenza”.

Fonte: Green Report

Riciclo del vetro, nuovo accordo Anci-Coreve: più soldi ai Comuni

Fare una raccolta differenziata del vetro efficiente, efficace ed economica, diventa ancor più conveniente, sia per i cittadini che per le amministrazioni locali. L’intesa raggiunta dopo mesi tra ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e CoReVe(Consorzio Recupero Vetro), punta sulla qualità della raccolta differenziata e rappresenta un ulteriore passo in avanti in direzione dello sviluppo sostenibile del Paese, per sostenere un’economia circolare nazionale che vede, nella filiera degli imballaggi in vetro, un modello d’eccellenza.

Il nuovo Allegato Tecnico dell’Accordo Quadro ANCI-CONAI, valido per i prossimi 5 anni, entra in vigore retroattivamente dal 1 settembre e prevede importanti novità per rendere la raccolta differenziata dei rifiuti d’imballaggio sempre più efficiente ed efficace, adeguando il contributo economico per i Comuni (e i gestori delegati) che passa dall’attuale copertura dei “maggiori oneri” alla copertura dell’80% dei costi del servizio di raccolta differenziata dedicato al vetro, in linea con le nuove Direttive europee, allo scopo di continuare ad assicurare il riciclo su tutto il territorio nazionale. 

“L’obiettivo principale dell’intesa 
– sottolinea il presidente di CoReVe Gianni Scotti – è premiare la qualità della raccolta del vetro finalizzata al riciclo. Per questo, da un latoabbiamo accettato un elevato incremento (+40%) dei corrispettivi per materiale di alta qualità (per coprire l’80% dei costi di un servizio di raccolta differenziata efficace ed efficiente, come richiesto dalle nuove Direttive) ma, dall’altro, abbiamo ridotto significativamente i contributi per chi effettua una pessima raccolta. In quest’ottica va anche vista l’introduzione di strumenti ad hoc, come: la sperimentazione della raccolta differenziata divisa per colore, l’introduzione di un premio per la riduzione della presenza di sacchetti e importanti risorse aggiuntive per la comunicazione ai Cittadini. La trattativa è stata complessa– aggiunge Scotti – in quanto, mentre nel resto d’ Europa il servizio ottimale per il vetro è considerato quello con campane stradali e solo per Bar e Ristoranti, si ricorre ad una modalità” porta a porta” (quindi più costosa), i Comuni italiani hanno adottato diffusamente il “porta a porta” anche per il vetro poiché’ preferito per le caratteristiche del territorio nel contesto della globalità della raccolta differenziata. Perciò, il traguardato miglioramento dell’attuale qualità della raccolta, consentirà l’aumento del riciclo grazie alla riduzione di frazioni estranee e scarti

Il testo completo dell’Allegato Tecnico Vetro dell’Accordo Quadro ANCI-CONAI (2020-24) è consultabile sul sito www.coreve.it

I PUNTI PRINCIPALI DELL’ACCORDO ANCI-CoReVe

– A partire dal 1° settembre 2020 (e poi dal 1° gennaio di ogni anno) fino a fine 2024, cambiano i corrispettivi riconosciuti da CoReVe, a Comuni e Gestori del servizio convenzionati. Più è alta la qualità, maggiore è l’incremento dei corrispettivi: per la Fascia A si passa dai 53 di oggi a 73 euro a tonnellata nel 2024.

– La presenzadella frazione “fine”, cioè i frammenti di vetro inferiori a 10mm, che determina grandi perdite di materiale non più recuperabile con le attuali tecnologie e comporta un aumento indesiderato del contenuto di piombo nei nuovi imballaggi prodotti dal riciclo, avrà dei nuovi limiti.

– “Premio sacchetti”. L’uso e il conferimento dei sacchetti, di plastica o di altro materiale, con ilvetro rappresenta un grave problema della raccolta, poiché i frammenti di vetro imprigionati nel sacchetto vannopersi, durante la selezione degli inquinanti negli impianti. Per ovviare a ciò CoReVe ha quindi previsto un incentivo di 3 euro a tonnellata, per materiale con una bassa quantità di sacchetti (meno di 3 sacchetti su un campione di 300 kg di materiale). Al contempo, si introdurrà una penale di 3 euro a tonnellata per chi conferirà troppi sacchetti (più di 10 sacchetti ogni 300kg di materiale). 

– Investimenti per 1 milione di euro l’anno in campagne di comunicazione rivolte ai cittadini per favorire corrette modalità di raccolta proprio sul tema dell’impiego improprio dei sacchetti (di plastica o altro materiale) e per la riduzione, alla fonte, delle frazioni estranee in generale ed in particolare dei cosiddetti “falsi amici” del vetro: ceramica, pyrex, cristallo; gli inquinanti più dannosi.
– La raccolta separata per colore (vetro colorato e vetro incolore) aumenterebbe l’efficacia ed economicità del processo di riciclo. Per questa ragione, si è deciso di individuare eavviare in due aree significative del Paesela sperimentazione della raccolta separata per colore.

Pile e accumulatori: si può fare di più nella raccolta e riciclo dei rifiuti

I dati di Eurostat relativi alla vendita, alla raccolta e al riciclo delle pile e accumulatori portatili indicano che nel 2018 sono state raccolte e gestite il 48% delle pile e accumulatori portatili immessi sul mercato e in Italia il 36% (dati 2017, in controtendenza sul 2016). Il D.lgs. di recepimento del Pacchetto sui rifiuti per l’economia circolare potrebbe costituire l’occasione per alcune semplificazioni e armonizzazioni normative, in linea con il nuovo Piano d’azione europeo per l’economia circolare.

Dai dati statistici pubblicati da EUROSTAT e relativi alla vendita, alla raccolta e al riciclo in Europa delle pile e accumulatori nel 2018, emerge che a fronte dell’immissione sul mercato di 191.000 tonnellate di pile e accumulatori portatili, ne sono state raccolte e gestite 88.000 tonnellate, per una percentuale del 48%, cresciuta costantemente tra il 2009 e il 2018 (nel 2011 era del 35%), mentre in Italia ne sono state immesse 25.268 tonnellate (2017 perché l’Italia a luglio non aveva ancora comunicato i dati) e raccolte 9.488 tonnellate, pari ad una percentuale del 36%, peraltro in controtendenza rispetto al 2016.

La Direttiva 2006/66/CE (modificata dalla Direttiva  2013/56/UE) relativa a pile e accumulatori e ai rifiuti di pile e accumulatori specifica che “pile o accumulatori portatili” sono le pile, le pile a bottone, i pacchi batteria o gli accumulatori che: a) sono sigillati; e b) sono trasportabili a mano; e c) non costituiscono pile o accumulatori industriali né batterie o accumulatori per autoveicoli”.

Tra gli Stati europei che hanno fatto registrare i tassi maggiori di raccolta di pile e accumulatori (superando l’obiettivo europeo del 45%) si evidenzia la Croazia (96%), Polonia (81%), Lussemburgo (69%) e Belgio (62%). Estonia e Cipro (entrambe al 30%) e Portogallo (31%) chiudono la classifica.

La stessa Direttiva 2006/66/CE ha definito gli obiettivi di raccolta che per il 2012 era del 25%, che saliva al 45% entro il 2016. Diciassette degli Stati membri dell’UE per i quali sono disponibili i dati del 2018 hanno registrato un tasso di raccolta di batterie usate del 45% o più.

A causa dell’ampia gamma di batterie esistenti e dei vari componenti metallici di cui sono realizzate, esistono specifici processi di riciclaggio per ciascun tipo di batteria. A questo proposito, la Direttiva distingue tra batterie al piombo acidobatterie al Ni-Cd (nichel-cadmio) e altre batterie.

Contrariamente ai dati di vendita e raccolta, quando si tratta di riciclaggio di batterie e accumulatori non viene fatta alcuna distinzione tra batterie portatili e batterie industriali e dell’automotive. Pertanto, non è possibile determinare il tipo di batterie una volta spedite all’impianto di riciclaggio. Di conseguenza, le quantità di rifiuti di pile e accumulatori che entrano nel processo di riciclaggio sono molto più elevate delle vendite registrate e dei dati della raccolta, che includono solo pile e accumulatori portatili.

La differenza tra la vendita e la raccolta di batterie portatili (tutti i tipi) e il riciclaggio delle batterie al piombo acido è particolarmente evidente. A livello dell’UE, nel 2018 sono state immesse sul mercato circa 191.000 t. di pile e accumulatori portatili di diversi tipi, mentre circa 1,4 milioni di tonnellate di batterie al piombo acido sono entrate nei processi di riciclaggio nell’UE nel 2018, indicando che le batterie al piombo acido per il riciclo provengono principalmente dal settore automobilistico.

L’efficienza di riciclo delle batterie e accumulatori al piombo è al 65% (obiettivo fissato dalla Direttiva)in tutti gli Stati membri, avendo superato tale soglia anche quei Paesi che non avevano comunicato i dati del 2018. Tuttavia, fa osservare Eurostat, le efficienze di riciclaggio non hanno mostrato una chiara tendenza tra i Paesi nel periodo 2012-2018. In Italia si è raggiunto il 90%.

Nel caso delle batterie al nichel-cadmio (Ni-Cd), le efficienze di riciclaggio si sono attestate tra il 75% e l’85% per quasi tutti gli Stati (la Direttiva prevedeva il 75%) pur con qualche eccezione. Anche nel caso del riciclaggio delle batterie Ni-Cd non vi è alcuna tendenza chiaramente specifica per Paese dal momento che l’efficienza è aumentata per alcuni Stati, è rimasta stabile o fluttuante per altriIn Italia era quasi all’80%.

Per le altre batterie, l’obiettivo di riciclaggio previsto dalla Direttiva del 50% è stato raggiunto da tutti gli Stati membri dell’UE che hanno presentato la dichiarazione del 2018. La gamma di efficienze di riciclaggio per le altre batterie va da circa il 50% a oltre il 90% in tutti gli Stati membri, percentuali più elevate rispetto a quelle delle batterie al piombo e al Ni-Cd. L’Italia era in controtendenza: dall’80% del 2012 a poco più del 60% nel 2016.

Il Pacchetto UE di misure sull’economia circolare (approvato in via definitiva il 22 maggio 2018) ha modificato 6 Direttive in materia di rifiuti, tra cui la 2006/66/CE su Pile e Accumulatori (Direttiva 2018/849/UE, Art. 2). Il Pacchetto doveva essere recepito dagli Stati membri nei propri ordinamenti nazionali entro il 5 luglio 2020, ma in Italia le Commissioni parlamentari hanno espresso ilparere sul D.lgs. del Governo che aveva la delega solo il 29 luglio 2020, al termine di una serie di audizioni.

Al parere favorevole espresso, le Commissioni parlamentari, sottolineando che l’obbligo di raccolta di pile e accumulatori portatili comporta notevoli problematiche di carattere logistico ed economico, soprattutto per gli esercizi di piccole dimensioni, propongono di:
– rendere obbligatoria la raccolta solo presso gli esercizi che abbiano una superficie di almeno 100 mq, lasciando comunque la facoltà di effettuarla a tutti gli altri soggetti;

– armonizzare la disciplina relativa a pile e accumulatori e ai rifiuti di pile e accumulatori e quella relativa alle apparecchiature elettriche ed elettroniche e ai rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche stante le indubbie interconnessioni operative tra i due sistemi, anche attraverso l’istituzione di un centro di coordinamento unico sia per le pile che per le AEE, nell’ottica di maggiore semplificazione delle procedure e riduzione dei relativi costi;

– istituire presso il MATTM una “Piattaforma italiana per lo studio e l’implementazione di sistemi innovativi di recupero e gestione dei RAEE e dei RPA” al fine di contrastare l’obsolescenza pianificata, sviluppare l’analisi tecnica, ambientale e finanziaria dei metodi di recupero innovativi e sostenibili per singole materie prime critiche, nonché lo studio di tecnologie avanzate di riciclaggio e di ricostruzione dei RAEE e RPA sul territorio nazionale.

Si ricorda che il nuovo Piano d’azione per l’Economia circolare, adottato dalla Commissione UE lo scorso marzo, incentra appunto l’attenzione sui settori che utilizzano più risorse e che hanno un elevato potenziale di circolarità.

Fonte: Regioni & Ambiente