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Il PET è la plastica più riciclabile e riciclata, ma potrebbe essere più circolare

Quanto è effettivamente circolare il PET? Quante bottiglie vengono effettivamente raccolte per il riciclaggio? Quanto PET viene effettivamente riciclato? E quanto di quello riciclato viene utilizzato nella produzione di nuove bottiglie? Un rapporto pubblicato oggi da Zero Waste Europe e da Eunomia Research & Consulting getta nuova luce sulla riciclabilità di questo diffusissimo polimero

Un nuovo rapporto pubblicato oggi da Zero Waste Europe e da Eunomia Research & Consulting,  “Quanto è circolare il PET?”, offre uno spaccato sul reale stato di circolarità del polietilene tereftalato in Europa. Un focus su quante bottiglie, e quindi quanto PET, si raccoglie per essere avviato al riciclo, quanto ne viene effettivamente riciclato e quanto del PET riciclato viene poi utilizzato nella produzione di nuove bottiglie.

La plastica più raccolta e più riciclata

Iniziamo col ricordare che il PET è il polimero ampiamente utilizzato nella produzione di imballaggi monouso come per le bottiglie per bevande e come fibre di poliestere nella produzione tessile. Ed è anche il polimero maggiormente raccolto – insieme al PP, Polipropilene, e al PE, polietilene a bassa ed alta densità (rispettivamente LDPE e HDPE in sigla) – e il più riciclato a livello globale.

Tuttavia la situazione che emerge dal rapporto non è esaltante, in quanto la maggior parte del polietilene tereftalato recuperato dalle bottiglie in Europa non ritorna sotto forma di materia prima seconda, o rPET, nella produzione di nuove bottiglie in PET.

Per migliorare e spingere al massimo la circolarità del PET – avverte lo studio – si dovranno apportare alcuni necessari e significativi miglioramenti nel design degli imballaggi in PET e nei sistemi di raccolta e riciclaggio.

Fonte: Zero Waste Europe – Eunomia Research & Consulting

Leggi anche lo speciale Deposito su cauzione

 I punti chiave dello studio 

Vediamo nel dettaglio i risultati chiave emersi dal report.

  • La maggior parte del PET riciclato recuperato dalle bottiglie in Europa viene utilizzato in altre applicazioni di qualità inferiore come vassoietti, film, reggette o prodotti tessili, mentre le nuove bottiglie immesse sul mercato contengono in media solamente il 17% di PET riciclato, nonostante il tasso di riciclaggio del PET si attesti sul 50% circa;
In blu il PET per bottiglie, in azzurro per il resto dei prodotti (migliaia di tonnellate).
Di cui i 60% raccolto tra bottiglie e il resto imballaggi.
Di cui una parte persa nel processo selezione (tappi, coperchi e etichette) e di riciclo complessivo.
Del 50% di riciclo da bottiglie solo il 17% va a creare altre bottiglie. Una quota va per fare altri imballaggi e tessile e una parte si perde nel processo di estrusione/riciclo. (POM: prodotti immessi al mercato)
Fonte: Zero Waste Europe – Eunomia Research & Consulting 
  • Il PET da riciclato (rPET) che potrebbe derivare da tutto il flusso dei prodotti in PET  –  compresi i citati vassoietti monouso, prodotti tessili, film e reggette – proviene esclusivamente dalle bottiglie, a causa dei tassi di riciclaggio troppo bassi dei materiali in PET diversi dalle bottiglie. Infatti degli 1,8 milioni di tonnellate di scaglie riciclate prodotte a partire dalle bottiglie, solo il 31% viene trasformato in granuli/pellet per creare bottiglie, mentre il restante 69% va ad alimentare la produzione di altri prodotti in PET;
  • Lo stato dell’arte del riciclaggio delle bottiglie in PET varia da continente a continente. Mentre alcuni Paesi raggiungono alti tassi di riciclaggio dovuti principalmente alla presenza di sistemi di deposito cauzionale (DRS), altri si attestano su tassi di riciclaggio più bassi quando impiegano esclusivamente sistemi di raccolta differenziata.

Oltre al riciclaggio meccanico – spiegano gli autori del report – si potrà contare sul potenziale contributo che le tecnologie di depolimerizzazione chimica possono dare alla circolarità complessiva del PET – a patto che raggiungano la piena maturità e che il loro impatto venga valutato appieno.

Il ruolo cruciale delle raccolte selettive

Le più recenti politiche europee e gli impegni più ambiziosi sottoscritti dai grandi marchi internazionali vanno tutti nella direzione di incrementare la circolarità del PET.

Tuttavia, il rapporto mostra che livelli più alti di contenuto riciclato si possono raggiungere solamente con l’implementazione di raccolte selettive per le bottiglie, come avviene con i sistemi di deposito cauzionale. Vanno poi sostituite le bottiglie colorate o opache con bottiglie trasparenti e bisogna dare priorità al riciclaggio bottle-to-bottle (da bottiglia a bottiglia) per prevenire che il PET venga utilizzato per altre applicazioni meno “nobili”.

Mettendo in campo questi accorgimenti –  conclude lo studio – si potrà arrivare ad avere una disponibilità di PET da riciclo per le bottiglie tra il 61% e il 75% al 2030. Al contrario, senza interventi sostanziali si potrà aspirare all’obiettivo, decisamente poco ambizioso, del 30% indotto dall’azione politica (ovvero l’obiettivo del 30% sul contenuto riciclato presente nelle bottiglie in PET della direttiva SUP).

L’impatto degli accorgimenti prima citati potrebbero favorire l’incremento della percentuale di contenuto riciclato rPET anche sugli altri imballaggi diversi dalle bottiglie: secondo il rapporto potremmo passare dall’attuale 28% a una percentuale compresa tra il 47 e il 56% di rPET.

Per tutte le applicazioni in PET che non sono imballaggi monouso il contenuto riciclato potrebbe passare dall’attuale 24% a un 41-42%, come spiega la figura che segue.

riciclo PET
Fonte: Zero Waste Europe – Eunomia Research & Consulting

“Questo studio dimostra che oggi  il PET non è molto circolare e sarà così anche in futuro, a meno che non arrivino cambiamenti politici sostanziali e si rimuovano le barriere tecniche ed economiche”, dichiara Dorota Napierska di Zero Waste Europe. “Potremmo ipotizzare che, se il tipo di plastica più riciclabile e riciclato fa fatica ad affrontare le sfide per diventare più circolare, gli altri tipi di plastica potrebbero affrontare sfide ancora maggiori. Di conseguenza – aggiunge Napierska – il modo più efficace per aumentare la circolarità di questo materiale non è solo attraverso il riciclaggio, ma attraverso il suo utilizzo su applicazioni durevoli invece di quelle usa e getta”.

Il PET da riciclato copre basse quote del fabbisogno
Fonte: Zero Waste Europe – Eunomia Research & Consulting 

Fonte: Silvia Ricci per EconomiaCircolare.com

Capannori: le R a servizio di Rifiuti Zero

Qualche giorno fa abbiamo fatto un approfondimento sui centri del Riuso di Capannori.

Ne è uscita il quadro di un progetto completo. Centri del Riuso parte di un piano più complessivo che fa del Comune Toscano l’avanguardia della gestione virtuosa dei rifiuti in Italia.

Ne parliamo con l’Assessore all’Ambiente del Comune di Capannori, Giordano Del Chiaro.

Buongiorno Assessore. Partiamo dalla storia: Capannori ha fatto una scelta ben precisa 14 anni fa con l’adesione al protocollo Rifiuti Zero.
In questi 14 anni sono state fatte molte cose.
A volo d’uccello ripercorriamo i 14 anni e dove siamo arrivati

Il percorso Rifiuti Zero di Capannori nasce nel 2007, ma in realtà già nel 2005 avevamo dato il via al progetto dell’introduzione su tutto il territorio comunale della raccolta porta a porta. Non senza difficoltà. Capannori è un territorio molto vasto, 160 km quadrati e 40 frazioni, con caratteristiche molto differenti: a seconda della zona si passa dalla pianura alla collina, alla prima montagna. Abbiamo dunque iniziato ad inserire la raccolta porta a porta in alcune frazioni per poi arrivare alla copertura totale. Il primo passo è dunque stato quello di cancellare la raccolta stradale sul territorio.

Nel 2007 abbiamo aderito alla strategia rifiuti zero. Il grande passo. Con una delibera di consiglio comunale, con un supporto tecnico fondamentale da parte del Centro di Ricerca Rifiuti Zero, coordinato da Rossano Ercolini, e che in tutti questi anni ha continuato ad essere il punto di riferimento su tutte le attività e le scelte politiche sul tema. Partimmo con i “Dieci Passi verso Rifiuti Zero”, gli impegni che Ciascun Comune che aderisce alla rete (oggi sono più di 300 su tutto il territorio nazionale) si assume nell’ambito gestione dei rifiuti.
Questo primo passo già ci permise di raggiungere livelli di raccolta differenziata molto elevati. Oggi siamo costantemente ad una cifra che oscilla fra l’85 e il 90% di raccolta differenziata. Ovviamente il nostro è un progetto di Comunità. I cittadini hanno un ruolo primario in tutte le nostre attività, sono loro che fanno la raccolta differenziata e che la fanno correttamente.

Il secondo passo è stata l’introduziuone della tariffa puntuale, con il supporto tecnico di ESPER. Oggi abbiamo una tariffa che sta entro limiti piuttosto bassi in confronto al livello nazionale. Una parte della Tari è calcolata sulla quantità di non riciclabile che ogni cittadino espone, secondo il principio “chi più produce rifiuti, più paga”.

Raccolta e preparazione al riciclo, dunque, sono a posto.
Quali sono stati i passi relativi alle altre “R”?

Abbiamo messo in campo varie attività. Partendo dalla Riduzione, dalla prevenzione della produzione. Con il Centro Studi Rifiuti Zero abbiamo messo in campo il progetto “Famiglie Rifiuti Zero”, in cui abbiamo dimostrato che se già la media della produzione dei rifiuti è molto bassa sul nostro territorio, con maggiore attenzione nella differenziazione, con una coscienziosità maggiore quando scegliamo i prodotti da acquistare, con un autocompostaggio domestico ben fatto, ognuno negli spazi a propria disposizione, davvero si possono raggiungere livelli di raccolta differenziata molto prossimi al 100%, e si può minimizzare sensibilmente il secco residuo conferito, che è poi l’obiettivo finale.

Parallelamente è andata avanti la filiera fondamentale del Riuso. Non ci basta più riciclare o raccogliere differenziatamente i rifiuti che produciamo: come detto è fondamentale produrre meno rifiuti possibili e quindi anche sottrarre al mondo dei rifiuti oggetti ancora funzionalmente validi inserendoli nel circuito del riuso. Tutto è cominciato coinvolgendo cittadini, gruppi informali, associazioni, da cui sono poi nate cooperative sociali che fanno riuso,. Abbiamo diverse realtà. Da Daccapo e dalla Cooperativa Nanina, che gestiscono i centri del Riuso, all’attività di un’associazione informatica (Hacking Labs) che lavora sul ripristino e sul disassemblaggio della apparecchiature elettroniche, evitando che diventino Raee, rifiuti elettronici. E’ nata inoltre un’impresa sociale che lavora molto sui tessuti e sugli scarti di lavorazione: Capannori è un territorio dove il settore calzaturiero è molto presente, e i suoi scarti possono dunque avere una seconda vita.

È nata anche un’associazione che si occupa di baratto, si chiama Lillero. Hanno creato un mercato del baratto: chiunque abbia oggetti che vuole scambiare li porta in sede dove vengono valutati in una moneta virtuale, il lillero appunto. I lilleri accumulati possono essere spesi per acquistare altri oggetti in un emporio che l’associazione ha creato. Poi ci sono altre realtà: dal mercatino dei libri usati a “Conserve”, una realtà che si propone di recuperare le eccedenze agricole ed alimentari, reimmettendole sul mercato. In un territorio che ha vocazione rurale come il nostro, è ovviamente un’attività particolarmente apprezzata.

Ad oggi siamo in questa fase: abbiamo tante realtà che, ognuna sulle proprie filiere, lavora con coscienziosità ed ottenendo risultati particolarmente positivi.

A questo aggiungiamo che spesso (e penso alla filiera degli abiti usati, ad esempio) i materiali raccolti hanno poi finalità solidaristiche, con distribuzioni gratuite a soggetti e famiglie in difficoltà. Il ciclo del riuso ha per vocazione una doppia natura: da un lato uno scopo sociale, quindi andare a intercettare famiglie e realtà in difficoltà attraverso la collaborazione con Caritas e con i Servizi Sociali del Comune distribuendo loro gratuitamente, dall’altro la reimmissione sul mercato di materiali altrimenti destinati allo smaltimento.

Raccolta differenziata, riduzione e riuso. Qual è il prossimo passo?

Il prossimo obiettivo è quello di unire tutte queste esperienze in una rete (che informalmente già esiste) e creare una Rete Municipale del Riuso. Crediamo sia necessario valorizzare ulteriormente il lavoro di decine di volontari che ognuno sulla propria filiera di materiali già danno un contributo enorme alla Città ed all’Ambiente. Per far questo abbiamo partecipato ad un bando europeo con un progetto che si chiama Reusemed (https://www.comune.capannori.lu.it/approfondimenti/progetto-reusemed/) che coinvolge diverse realtà e che ha come capofila il Comune di Cordoba in Spagna. L’obiettivo è dunque quello di creare una interfaccia unica per il cittadino, nel rispetto delle singolarità di ognuna delle realtà coinvolte. L’obiettivo è anche quello di creare un centro unico dal punto di vista commerciale dedicato interamente al riuso. Insomma vogliamo potenziare questa pratica, renderla accessibile e nota a tutti i cittadini, perché dopo aver ottenuto buone percentuali di raccolta differenziata e di riciclo, è necessario agire con forza ed intensità sul capitolo riduzione. 

Oggi Capannori viaggia attorno al 90% di raccolta differenziata, con una produzione di secco residuo sotto i 70 kg per abitante. Si può andare oltre? Si può puntare davvero a rifiuti zero?

Io sono convinto che lo si possa fare.
Con il Centro Ricerca Rifiuti Zero ogni tanto andiamo all’isola ecologica con guanti e stivali e apriamo i sacchi del rifiuto indifferenziato per vedere cosa c’è dentro e su quali tipologie di rifiuto bisogna ancora lavorare.
La maggior parte del non riciclabile è costituito da materiale assorbente. Tutto materiale che grazie alla nuova tecnologia che conosciamo è riciclabile al 100%. Una tecnologia che è stata sperimentata a Treviso, che è oggetto di finanziamento con i bandi del Ministero della Transizione Ecologica attraverso i fondi del PNRR e che, soprattutto è esportabile e repilcabile. Mandando a riciclo anche quella parte di materiale, si arriverebbe fra il 92 ed il 95% di raccolta differenziata. Rimangono ancora alcune tipologie su cui stiamo lavorando. Abbiamo fatto un progetto con l’università di Pisa per i riciclo dei mozziconi di sigaretta, che sono fra i rifiuti più fastidiosi, e che dimostra come anche quelli siano riciclabili.
C’è ancora del lavoro da fare, ma è evidente come l’obiettivo del 100% sia potenzialmente raggiungibile.
Io ci credo!
(SC)

Centro del riuso e VAR: Santeramo punta sulla “prima R”

Il Comune di Santeramo in Colle continua la sua sfida per la Riduzione e la prevenzione della produzione di rifiuti. Non solo raccolta differenziata, dunque, ma un’attenzione particolare al primo anello della catena. Dopo aver lanciato il Progetto VAR, Santeramo rilancia con l’apertura di un nuovo Centro del Riuso.
Ne parliamo con la vicesindaca con delega all’Ambiente, Maria Anna Labarile.

Buongiorno Vicesindaca! Il Comune di Santeramo in Colle ha inaugurato da pochissimi giorni un Centro del Riuso. Qual è il percorso che vi ha portato a questo passo?

A dire il vero la partenza del progetto è operato della precedente amministrazione. Quando ci siamo insediati era già stato vinto il bando della Città Metropolitana con un progetto redatto da ESPER ed erano già stati affidati i lavori. Quindi l’idea non è stata nostra, ma è stato nostro l’impegno per poterlo aprire davvero. Quindi l’impegno di trovare un soggetto gestore, quello di approvare un regolamento, di coordinare e gestire il passaggio all’operatività è tutto nostro.

Chi gestirà il centro

Il centro sarà gestito da un’ATS fra un’Associazione e una Cooperativa sociale di tipo B, che prevede l’inclusione di soggetti svantaggiati. I Centri del Riuso devono coniugare la sostenibilità ambientale con quella sociale, si tratta di un’attività senza scopo di lucro. Accade in tutta Italia, sposiamo anche noi questa filosofia. Economia circolare ed economia civile e solidale vanno di pari passo.

Non è stato semplice neppure trovare un ente gestore, probabilmente perché l’esperienza dei centri del riuso in questa parte d’Italia è ai suoi primi passi, tanto che abbiamo dovuto prevedere un contributo annuo che l’amministrazione versa all’Ente gestore. Il tema dei centri del riuso però è il tema del momento: anche in Puglia le cose si stanno muovendo velocemente con Comuni che hanno imboccato questa via. A breve saranno numerose le esperienze anche qui.

Come funziona il centro?

Non è stato semplice capire che regole andare ad individuare, perché in regione Puglia, a differenza di altre parti di Italia, non esistono linee guida, non esiste un riferimento normativo a cui rifarsi. Ci siamo dovuti costruire una conoscenza, contattando e chiedendo ad una lunga serie di persone e di addetti ai lavori. A partire da Danilo Boni, che per Zero Waste Italy ha censito tutti i centri del riuso in Italia, che ci ha messo in contatto con l’ex assessore di Vimercate il quale da poco aveva allestito e avviato un centro del riuso. Grazie a questa rete di contatti e riferimenti abbiamo redatto il nostro regolamento, ispirandoci a quello di altri centri e alle linee guida di altre Regioni, cercando di replicare gli esempi più virtuosi in Italia.

Il Centro è dunque adiacente al Centro Comunale di Raccolta, intercetta i materiali prima che diventino formalmente dei rifiuti. E ci riserviamo la possibilità di conferire al CCR i beni e i materiali non considerati idonei al riutilizzo. Abbiamo regolamentato le tipologie dei beni conferibili e perimetrato le responsabilità del gestore quanto alla cura del bene e alla corretta modalità di conservazione. Abbiamo predisposto una modulistica che ci permetta di avere una rendicontazione dei materiali in entrata e in uscita. Sostanzialmente il centro si alimenta con conferimenti gratuiti da parte dei cittadini e con prelievi onerosi, dietro pagamento. Ovviamente con costi ridotti e calmierati concordati con la pubblica amministrazione. È inoltre previsto il prelievo gratuito da parte di soggetti in difficoltà che vengano segnalati dai servizi sociali del Comune o dalla Caritas.

Passiamo ad altro tema, sempre in ambito di prevenzione: Santeramo ha inaugurato qualche tempo fa il progetto VAR (https://www.santeramosostenibile.it/) . A che punto siamo?

Il progetto VAR, anch’esso redatto con il supporto tecnico di ESPER, si colloca nell’ambito della “R” della riduzione. Per esperienza, posso dire che sono progetti di attuazione molto difficile in una comunità come quella di Santeramo che per sensibilità ambientale deve ancora compiere passi importanti. Esistono realtà in Italia che hanno iniziato questo percorso molto prima di noi, penso per esempio a Capannori, che hanno una storia di parecchi anni alle spalle. Qui siamo agli inizi. Io sono l’assessore che si è occupata della transizione, ad esempio, da una gestione dei rifiuti totalmente insostenibile ad una che cerchiamo di rendere quotidianamente più sostenibile. In questo ambito i progetti sulla riduzione rappresentano sfide importanti, che affrontiamo con vigoria, ma che sono estremamente impegnative.

Questa premessa fatta, il Progetto VAR ha obiettivamente avuto dei problemi, in particolare sulla parte relativa alle attività commerciali. E su questo il COVID ha avuto un peso importante. A partire dai lockdown e dalle chiusure: gli esercizi non hanno lavorato, e anche quando hanno riaperto, non era il momento di spingere su questo progetto.
A questo si aggiunge il fatto che manca una direzione centrale a livello ministeriale. Siamo partiti mentre era in corso una sperimentazione ministeriale, che abbiamo voluto estendere e superare (Rifiuti, torna il vuoto a rendere su cauzione (per birra o acqua minerale)). Una sperimentazione su cui non si è investito e che si è rivelata un fallimento.

In più ci è venuta meno la leva di incentivazione economica: le varie norme nazionali di sostegno alle attività per il COVID hanno deciso, ritengo correttamente, di cancellare il pagamento della parte variabile della TARI (sia per il 2020 che per il 2021) per quelle attività che avessero subito perdite legate agli eventi pandemici. E noi proprio sulla parte variabile saremmo andati ad applicare sconti alle attività che avessero aderito al progetto. Togliendo dunque la leva dell’incentivazione economica, si depotenzia sensibilmente il progetto.
Poi evidentemente c’è sempre il discorso dei tempi con cui si riescono a mettere in campo i cambiamenti. Un progetto innovativo deve confrontarsi con molta diffidenza, con una scarsa propensione ad aprirsi verso la novità. E questi sono progetti profondamente innovativi per il nostro territorio.

Se con le attività commerciali abbiamo subito uno stallo , anche e soprattutto a causa della situazione pandemica, la parte del progetto dedicata ai cittadini, invece ha ottenuto un buon successo e sta funzionando come preventivato!

(SC)

Bevande, nuove regole di riciclo: torna il vuoto a rendere

Il decreto Semplificazioni reintroduce i criteri per diffondere il sistema di resi per bottiglie, fiaschi e lattine di vetro, alluminio, plastica

Allo studio la cauzione per gli imballaggi riutilizzabili, con maggiore attenzione per quelli di plastica, vetro e metallo usati per le bevande.

Il decreto Semplificazioni convertito in legge a fine luglio è ancora molto generico e non contiene molti dettagli; dice che «gli operatori economici, in forma individuale o in forma collettiva, adottano sistemi di restituzione con cauzione nonché sistemi per il riutilizzo degli imballaggi». I negozianti che lo adotteranno potranno ottenere premialità e incentivi economici.Prezzi luce a partire da 0,023€ kwh. Confrontali tutti qui!ComparaSemplice.it

La cauzione per il riutilizzo delle bottiglie si usa da sempre in alternativa al riciclo là dove ha senso ambientale ed economico, cioè nei circuiti commerciali ristretti e dalla logistica ben identificata come, per esempio, le forniture domestiche o professionali di acqua minerale in bottiglie di vetro.

L’obiettivo della legge è estendere il ricorso al riutilizzo anche in circuiti commerciali più vasti e a materiali diversi dal vetro, come l’alluminio e soprattutto la plastica. Oggi negli imballaggi si ricorre poco al riuso mentre prevale il riciclo: dopo l’uso si ricicla (dati Conai) il 48,7% della plastica con obiettivo del 50% entro il 2025 e in totale si ricicla il 73% degli imballaggi.

Dettagli: definire tempi e modi

La regola dice anche che entro quattro mesi, cioè entro fine anno, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, d’intesa con lo Sviluppo economico dovrà ascoltare le imprese coinvolte e dovrà emanare il regolamento applicativo che fissi i tempi, i modi, gli obiettivi di riutilizzo da raggiungere, i premi e gli incentivi economici da assegnare alle aziende che vorranno adottare questo metodo, il modo di evitare distorsioni di mercato, l’entità della cauzione, il modo in cui verrà fatta pagare ai consumatori la cauzione al momento dell’acquisto della bevanda confezionata, e poi come verrà restituita quando il consumatore renderà il vuoto.

La direttiva antiplastica

La legge sulla cauzione si integra con il testo di recepimento della direttiva europea antiplastica , cioè la direttiva Single use plastics (Sup) che vuole limitare l’usa-e-getta di bastoncini cotonati, piatti e posate di plastica e altri prodotti simili.

La direttiva antiplastica entrerà in vigore in Italia il 1° gennaio prossimo, il testo del Governo ieri è approdato alle Camere per l’esame e l’approvazione in legge, e dice che per il settore della plastica usa-e-getta le imprese «possono dar vita a sistemi volontari di cauzione».

Poco entusiasmo

I sistemi di riutilizzo dei contenitori per bevande, in genere quelli di vetro, sono sempre stati usati ma l’arrivo della plastica Pet, leggerissima e facile da riciclare, ha spazzato un gran numero di riutilizzi quando avevano costi eccessivi e impatti ambientali rilevanti.

Infatti il sistema del vuoto a rendere ha impatti ambientali per la complessità della logistica e per il peso notevole degli imballaggi da muovere, che rappresentano un costo anche in termini di consumi di energia.

Inoltre gli imballaggi da riusare vanno conservati nei luoghi del consumo in attesa del ritiro (piazzali di supermercati, retrobottega di bar e ristoranti e così via) e possono restare esposti a contaminazioni, polvere, animali; per questo motivo le aziende di imbottigliamento sono molto attente agli obblighi di igienizzazione intensiva dei contenitori prima del loro nuovo riempimento, per evitare che contaminanti o scarsa igiene rovinino il prodotto o disgustino la clientela. Così i contenitori vuoti sono sanificati con vapore e sostanze igienizzanti.

Un’altra attenzione viene dedicata al trasporto dei vuoti: i camion di ritorno sono carichi di aria imbottigliata.Sono tutti impatti e costi che gravavano sull’ambiente e sul prezzo al consumatore. Il confine tra il beneficio ambientale dato dal riutilizzo delle bottiglie e i sovraccosti economici e ambientali dipende dalla logistica (più semplice è, meno impatto c’è) e dalla distanza fra il luogo di imbottigliamento e di consumo (più vicini sono, minore l’impatto) e per approssimazione si stima che oltre i 100 chilometri di distanza fra imbottigliamento e consumo il sistema di vuoto a rendere cominci a volgere nel segno negativo per i costi economici e per l’impatto ambientale.

Per questo motivo il sistema viene adottato solamente dove dà un vantaggio per l’ambiente o per i costi, oppure da Paesi che lo usano come barriera protezionistica.

Già nel 2015 l’allora ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti introdusse una prima normativa di incentivazione , entrata in vigore nell’ottobre 2017 in via sperimentale e dimenticata nell’ottobre 2018. Vi avevano aderito alcune imprese delle bevande ma pochissimi negozianti. Proprio per questo la nuova versione approvata dal Parlamento introduce «le premialità e gli incentivi economici da riconoscere agli esercenti che adottano sistemi di restituzione con cauzione».

Il parlamentare 5S Leonardo Salvatore Penna ha proposto di recente un progetto di legge con l’entità della cauzione (10 centesimi a pezzo) e le sanzioni severe per chi non la adotterà.

Le imprese osservano

E le imprese delle bevande? Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, appare abbastanza neutrale e si limita a osservare che «il decreto semplificazioni prevede un sistema cauzionale, legato a un incentivo per chi lo adotta, che verrà determinato con un prossimo decreto».

I produttori di imballaggi plastici fanno notare che il testo riguarda espressamente i soli imballaggi riutilizzabili, non quelli usa-e-getta.

C’è anche un problema di disponibilità di materia prima: vetro, alluminio e plastica Pet hanno un mercato floridissimo e in questo periodo di domanda alta il riutilizzo potrebbe sottrarre materia prima preziosa per i forni di vetreria, per i produttori di plastica rigenerata e per la fusione dell’alluminio.

Da risolvere infine la privativa che sui rifiuti hanno i Comuni, attenti a raccogliere i materiali che, fra i contributi del Conai e le materie prime alle stelle, hanno grande valore per le casse municipali. Non è un caso se colossi come Iren, Hera, A2a acquisiscono attività nel riciclo di plastica e altri imballaggi.

Fonte: Il sole 24 ore

CONAI: Prevenzione e gestione dei rifiuti da imballaggi

É stato approvato e pubblicato dal Consorzio nazionale imballaggi (Conai) il Programma Generale di Prevenzione e di Gestione degli Imballaggi e dei rifiuti di imballaggio, contenente le linee di azione e la previsione dei risultati di riciclo e di recupero dei rifiuti di imballaggio.

Come previsto dalla normativa vigente (art. 225 del TUA), il documento illustra le linee di intervento e gli obiettivi per il prossimo quinquennio (2020-2024), sulla base di quanto contenuto nei documenti istituzionali dei Consorzi di filiera e dei sistemi autonomi.

Quattro i punti fondamentali individuati dal documento in tema di prevenzione: eco-design e valutazione ambientale a monte, mediante strumenti scientifici per permettere di valutare le diverse scelte progettuali; riutilizzo e relative applicazioni ambientalmente sostenibili, attraverso la modulazione del contributo ambientale e la promozione di momenti di confronto scientifico; raccolta differenziata di qualità, al fine di ottimizzare i flussi a riciclo e crearne di nuovi; ricerca e sviluppo di nuove tecnologie di selezione e riciclo, e promozione dell’utilizzo di materiale riciclato.

Vedi anche: Programma generale prevenzione e gestione imballaggi 2020 (PDF)

Fonte: Polimerica

Spreco alimentare, in Francia esteso il divieto ai privati della ristorazione collettiva e dell’industria agroalimentare

Dal primo gennaio 2020 in Francia anche gli operatori privati della ristorazione collettiva e quelli dell’industria agroalimentare sono obbligati a rispettare la legge del 2016 contro lo spreco di cibo. Come fanno già lo Stato, gli enti pubblici e le autorità locali per i loro servizi di ristorazione, anche i privati sono tenuti a gestire gli alimenti invenduti nel rispetto della gerarchia prevista dalla stessa legge. Per combattere lo spreco di cibo i privati dovranno, nell’ordine, mettere in campo azioni per prevenire la produzione degli sprechi, donare gli alimenti ancora buoni che sono rimasti invenduti destinandoli al consumo umano e, in subordine, valorizzandoli per l’alimentazione animale, l’utilizzo in agricoltura e il recupero di energia.

Gli operatori della ristorazione collettiva che preparano più di 3 mila pasti al giorno e quelli dell’industria alimentare che fatturano all’anno più di 50 milioni di euro, hanno l’obbligo di promuovere accordi con le associazioni che donano cibo e altri prodotti invenduti.

Per chi trasgredisce la legge è prevista un’ammenda di 3.750 euro e l’eventuale penalità aggiuntiva della pubblicazione o diffusione a mezzo stampa.

L’estensione degli obblighi introdotti dalla legge francese contro lo spreco di cibo, che ha anticipato solo di qualche mese la legge italiana (166/2016, cosiddetta Legge Gadda), e che si applica anche alla distribuzione alimentare, è stata disposta con l’ordonance n. 1069 del 2019 all’interno della legge del 2018 su agricoltura e alimentazione sostenibile e accessibile a tutti, nota come legge EGAlim. 

Fonte: Eco dalle Città

Ecco il supermercato dove la plastica è bandita (e trionfa l’economia locale)

Il Comune trentino di Ossana ha concesso un locale per un supermercato a una condizione: vietare contenitori di plastica e vendere quasi solo prodotti sfusi

Quell’immobile di proprietà pubblica era sfitto da anni. Per il Comune di Ossana, piccolo borgo da 800 abitanti in alta Val di Sole (Trentino), nessun vantaggio. Per la collettività nessun servizio in più. L’amministrazione comunale ha quindi pensato di sfruttarlo per una piccola rivoluzione: far aprire un supermercato che fosse, al tempo stesso, un simbolo delle azioni quotidiane possibili per la transizione ecologica, un esempio di lotta contro l’inutile produzione di rifiuti inutili, soprattutto plastici. E, per di più, ha voluto farne uno strumento per rafforzare l’economia territoriale e le filiere corte agricole.

Buone pratiche tra gli scaffali

«In Val di Sole abbiamo decine di produttori agricoli, allevatori e altre piccole imprese che faticano a trovare spazio nella Grande distribuzione organizzata classica e vengono messe a repentaglio dalle sue logiche spietate” spiega il sindaco di Ossana, Luciano dell’Eva. «Dovevamo assegnare un locale di proprietà comunale a Fucine, una frazione del nostro Comune. Abbiamo quindi pensato di farne un veicolo di buone pratiche».

L’idea, peraltro, fa parte di un pacchetto di iniziative che il Comune sta mettendo in campo da anni tese a ridurre l’impronta ecologica – a partire da quelli del settore turistico e della mobilità – ed è in prima linea per scelte di sostenibilità ambientale.

Un bando scritto bene

Lo strumento che ha reso possibile la piccola rivoluzione è un bando di gara. In Italia, spesso sono scritti molto male (e nei settori più disparati), con danni importanti per l’interesse collettivo. Questa volta, è accaduto il contrario.

Il bando per il nuovo supermercato conteneva vincoli precisi e stringenti: obbligo di vendere i prodotti alimentari secchi o senza il confezionamento in plastica o altro materiale (per una quota di almeno il 70%) o usando vetro (per almeno il 20%). La soglia sale ad almeno il 90% per i prodotti liquidi (olio, vino e altre bevande) che, in più, per il 75% dovranno essere stati prodotti o trasformati entro 110 chilometri dal punto vendita.

Norme “chilometriche” analoghe anche per il banco frigo (90% dei prodotti sfusi o in vetro e l’80% dovrà provenire da massimo 40 km di distanza) e per quelli ortofrutticoli freschi o trasformati come salse, sughi, creme e marmellate (90% sfusi o in vetro, dei quali 70% entro i 40 km e 20 entro i 110 km).

Inoltre, per i prodotti destinati alla pulizia e all’igiene, oltre ai requisiti dell’assenza di packaging e della provenienza territoriale, è stato inserito un obbligo di venderli in maxi-confezioni di vetro o alluminio per almeno il 20% del totale. Per trasportare la spesa poi tutti i contenitori dovranno essere realizzati in carta, stoffa o altro tessuto riutilizzabile. Addio shopper in polimeri plastici, insomma.

Il sogno della vincitrice: un biodistretto ai piedi dell’Ortles

Ad aggiudicarsi il bando è stata la titolare di un’azienda agricola biologica della zona: Patrizia Pedergnana, una giovane ragazza della Val di Pejo. La sua è la tipica storia di chi ha deciso di “tornare alla terra” convinta che coniugare attività umane e tutela dell’ambiente e della biodiversità sia non solo necessario ma anche possibile.

Nella sua azienda produce eccellenze locali ed è anche diventata “custode dei semi” per salvarli dall’estinzione. «Coltivare le antiche sementi della Val di Sole è un’azione concreta contro il collasso della biodiversità e per salvare la nostra tradizione» spiega a Valori. «Peraltro, questi semi dimostrano di avere una grande capacità di adattamento alle condizioni del territorio di origine per quanto difficili possano essere».

Nella nuova avventura del supermercato packaging free, Patrizia ripone un sogno personale: «creare un piccolo agrodistretto biologico a chilometro zero ai piedi delle vette alpine dell’Ortles Cevedale». Per riuscirci ha pensato di fare del “suo” supermercato uno snodo per i produttori locali. «Il loro ruolo è cruciale, al pari di quello dei consumatori – osserva – ma troppo poco spesso si rendono conto di quale straordinario potere abbiano nelle loro mani».

Fonte: Valori.it

Italia sempre più plastic free

Continua l’ondata plastic-free all’interno dei confini nazionali: sono sempre di più le amministrazioni e le istituzioni che assumono iniziative per liberarsi dalla plastica monouso.

Aversa – Nel territorio comunale di Aversa sarà progressivamente eliminata la plastica monouso, così come stabilito dall’ordinanza comunale emanata dal sindaco Alfonso Golia “Comune Plastic free” con la quale si dà disposizione per la minimizzazione dei rifiuti, l’incremento della raccolta differenziata e la riduzione dell’impatto della plastica. Una serie di misure e azioni concrete per incentivare l’uso dei materiali bio, ridurre la produzione di rifiuti e rafforzare la raccolta differenziata, promuovere comportamenti consapevoli e virtuosi, rispettare e difendere l’ambiente.

ConfCommercio Como – a breve verrà installato nella sede di Como, Via Ballarini un erogatore di acqua e contestualmente saranno distribuite a tutti i dipendenti apposite borracce realizzate con materiali ecologici. L’obiettivo è far partire un processo ampio mirato alla progressiva riduzione dell’utilizzo della plastica monouso in tutti i campi, cominciando con le bottigliette di plastica. In numeri parliamo di un risparmio di circa 100 bottigliette al giorno, 400 al mese, 4800 all’anno. Se pensiamo che per produrre una bottiglia di plastica vengono emessi in atmosfera circa 100 gr. di CO2, il risultato può davvero essere esponenziale. Inoltre, in questo modo, si evita che ulteriore plastica finisca nei mari già pesantemente compromessi.
Non solo: bisogna anche considerare l’impatto dei trasporti e la relativa emissione di anidride carbonica.

Trebisacce – Dalla prossima estate niente più plastica sulle spiagge Bandiera Blu del Comune di Trebisacce. È quanto annunciato dal delegato all’Ambiente, Franz Apolito che ha confermato l’adesione di Trebisacce al programma Plastic Free della Regionale Calabria. “Sotto il profilo ambientale – ha dichiarato il delegato Apolito – siamo ad una svolta epocale. La Regione Calabria ha messo in campo un bando che può davvero cambiare il nostro approccio al consumo di un elemento fortemente inquinante come gli oggetti realizzati con plastica monouso. Come Comune Bandiera Blu siamo stati chiamati per concertare e condividere i criteri per l’erogazione di incentivi agli stabilimenti balneari e agli esercizi commerciali aperti al pubblico che vogliano erogare servizi ecosostenibili, rinunciando alla plastica monouso e riducendo, dunque, la produzione dei rifiuti”

Tremiti – Un’isola “plastic free”: questo è il proposito che ha spinto la giunta comunale delle Isole Tremiti ad emanare un’ordinanza, in vigore, che vieti sull’isola la commercializzazione degli shopper in polietilene e l’uso di contenitori e stoviglie monouso non biodegradabili. In ottemperanza alla normativa comunitaria e all’obbligo dei Comuni di creare un sistema integrato per favorire il massimo recupero di risorse, il sindaco, Antonio Fentini, ha scelto di impostare un dialogo con commercianti, privati, associazioni ed enti presenti sul territorio isolano, per l’utilizzo di materiali compostabili e biodegradabili, al fine di ridurre in maniera sensibile la quantità di rifiuti indifferenziati da destinare alle discariche e rendere quindi più economico lo smaltimento. Eppure, c’è ancora un problema inquinamento da combattere, tanto subdolo quanto atavico, ed è quello delle cassette in polistirolo che si usano per la pesca: il basso costo di questo materiali, le cattive abitudini di alcuni pescatori e le correnti, ci costringono a convivere con un inquinante che ritroviamo frantumato e portato dal vento perfino in pineta.

Milano, borracce nelle scuole – Al rientro dalle vacanze estive per l’inizio dell’anno scolastico 2019/2020, gli studenti di elementari e medie di Milano troveranno una sorpresa… il Comune ha infatti deciso di regalare a tutti gli studenti delle borracce di alluminio da sostituire alle bottigliette di plastica usa e getta così da ridurne il consumo: è il primo passo verso una scuola plastic free. Il sindaco Sala sta facendo il possibile per realizzare il progetto entro settembre, in tempo per la ripresa delle lezioni. L’idea è quella di far consegnare le borracce dagli assessori del comune durante una piccola cerimonia in cui verrà spiegato ai ragazzi (e non solo) il significato dell’iniziativa.

Vuoto a rendere in Europa: il rapporto di ACR+

Nel mezzo di rinnovate discussioni su come raggiungere l’efficienza delle risorse e promuovere l’economia circolare in Europa, gli incentivi al vuoto a rendere ed al cauzionamento degli imballi sono ormai argomento fisso nelle discussioni intorno a potenziali strumenti per aiutare a raggiungere obiettivi ambiziosi di raccolta e riciclo e combattere il littering. ACR + ha esplorato le esperienze esistenti con i sistemi di rimborso dei depositi in tutta Europa in un rapporto appena pubblicato, incentrato sulle confezioni delle bevande monouso.

Il piano d’azione per l’economia circolare dell’UE e la legislazione sui rifiuti recentemente riveduta stanno aprendo la strada a una vera economia circolare nell’UE. Affinché ciò si realizzi, è necessario attuare misure concrete a livello nazionale, regionale e locale nei prossimi anni. Sono possibili diversi strumenti e appalti e gli esperti e i responsabili politici sono alla ricerca di soluzioni per quanto riguarda la loro attuazione e i possibili effetti.

Tra gli strumenti possibili, attualmente oggetto di accese discussioni, ci sono sistemi di rimborso dei depositi in base ai quali un consumatore è invitato a pagare una somma di denaro – un “deposito” visibile ed evidenziato – oltre al prezzo del prodotto e può richiedere il rimborso dello stesso se lo riconsegna il prodotto (o la sua confezione vuota) in un punto di raccolta approvato.

Su richiesta dei suoi membri, ACR + ha esaminato l’applicazione dei sistemi di rimborso dei depositi per gli imballaggi di bevande monouso. ACR + ha esplorato esperienze esistenti in dieci paesi europei: Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Islanda, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia. Le informazioni sono state redatte in un rapporto intitolato “Sistemi di rimborso dei depositi per imballaggi di bevande monouso in Europa”. Basandosi su fatti e dati disponibili, il rapporto presenta una panoramica informativa degli esempi e degli approcci esistenti in Europa. Mira a supportare i responsabili politici nel prendere decisioni migliori e più informate.

Scarica il rapporto completo o i singoli casi di studio:
Croazia
Danimarca
Estonia
Finlandia
Germania
Islanda
Lituania
Paesi Bassi
Norvegia
Svezia

Berkeley e Amsterdam all’avanguardia nella gestione dei contenitori usa e getta “to go”

L’ordinanza a favore di contenitori riutilizzabili di Berkely costituirà un esempio, un precedente di portata internazionale sulla potenzialità che la politica locale, (ma non solo), può esprimere nel regolamentare fenomeni culturali e sociali che portano ad aumenti inesorabili di imballaggi e articoli monouso. Ma anche Amsterdam e Tubinga non scherzano…

A Berkeley è stata approvata l’ordinanza “Disposable-Free Dining” traducibile in “Pasti (da asporto) senza usa e getta” volta a ridurre il consumo di contenitori monouso che rappresenta una delle legislazioni più ambiziose mai emesse da una città.

Il Consiglio comunale di Berkeley, cittadina di circa 120 mila abitanti che si trova a 16 chilometri da San Francisco, sta lavorando agli atti preliminari per l’approvazione definitiva dell’ordinanza che entrerà in vigore nel luglio del 2020 ma che potrebbe stimolare nel frattempo delle adesioni volontarie da parte degli esercizi oggetto dal prossimo anno da una campagna informativa del comune.

L’ordinanza si è ispirata a provvedimenti simili adottati a Santa Cruz, Alameda, Davis, Seattle, Ft. Myers e Malibu in risposta ai preoccupanti livelli di inquinamento da plastica rilevati sulle coste californiane.
Secondo uno studio di Clean Water Action i rifiuti abbandonati nell’ambiente nella Bay Area sono per oltre la metà costituiti da contenitori vari di cibo e bevande da asporto (1).

Rispetto invece alla produzione totale di rifiuti in California i contenitori usa e getta ne rappresentano il 25% del totale. I volontari di Shoreline Cleanuphanno raccolto nel 2016 sulle coste di Berkeley, Albany ed Emeryville : 5.826involucri di cibo, 2.156 cannucce e agitatori, 1.577 ( tra forchette, coltelli e cucchiai), e 3.269 imballaggi in polistirolo. Solamente a Berkeley il consumo di tazze usa e getta è stimato in 40 milioni di pezzi all’anno.
Le città della Bay Area si stanno inoltre impegnando a raggiungere al 2022l’obiettivo imposto dal Consiglio Direttivo Regionale per le Acque di avere costantemente tombini e canali di scolo liberi dai rifiuti . Al pari di altre città e distretti industriali californiani Berkeley sostiene i costi di raccolta dei rifiuti inclusa la costosa pulizia degli scarichi dai detriti a seguito di eventi eventi meteorologici anche estremi come uragani e inondazioni.

L’ordinanza di Berkeley segue una tradizione di iniziative intraprese dalla cittadina volte all’eliminazione di imballaggi e articoli come i sacchetti di plastica o i contenitori in polistirolo, già vietati nel 1986. La città, impegnata in un percorso per arrivare a Zero Waste entro il 2020, è arrivata a riutilizzare il 75% circa degli scarti che produce.
Gli articoli monouso monouso sono un problema locale e globale che assorbe risorse finanziarie enormi e causa pesanti ricadute ambientali“, afferma Sophie Hahn, membro del Consiglio municipale e sostenitrice dell’ordinanza che ha contribuito a redigere. “Come città che punta a Zero Waste, abbiamo raggiunto buone performance tra compostaggio e riciclaggio, ma non è abbastanza. Dobbiamo iniziare a ridurre anche i nostri rifiuti “.

L’ordinanza di Berkeley si spinge oltre rispetto a quelle a cui si è ispirata richiedendo che:

  1. stoviglie, contenitori e posate per cibo da asporto debbano essere riutilizzabili;
  2. tutte le stoviglie per cibo da asporto in alternativa a stoviglie riutilizzabili debbano essere approvate come riciclabili o compostabili dai programmi di raccolta della città;
  3. venditori di cibo da asporto debbano addebitare ai loro clienti 0,25 $per ogni tazza per bevande o contenitore monouso compostabile utilizzato;
  4. stoviglie, agitatori, tappi per tazz , tovaglioli e altri articoli monouso (compostabili) forniti insieme al cibo da asporto siano forniti solo su richiesta del cliente o disponibili da postazioni a libero servizio.

I cittadini hanno avuto la possibilità di esprimere il loro parere e proporre idee per una migliore riuscita del provvedimento attraverso una consultazione che si è chiusa qualche giorno fa.
Per favorire un’ottimale entrata in vigore del provvedimento che diventerà effettivo dal 1 luglio del 2020 sono previste delle tappe intermedie di coinvolgimento degli operatori commerciali che verranno interessati e che avverranno sotto la direzione del City Manager.

Tra queste :

  • Stabilire un programma un programma di mini-sovvenzioni una tantum gestito e finanziato direttamente dalla città o dai partner della comunità per aiutare gli esercenti a convertirsi all’uso di stoviglie riutilizzabili per i piatti consumati nei locali da lanciare entro il 1 ° gennaio 2020 (sei mesi prima della data in cui i requisiti “Reusable Foodware” diventeranno effettivi).
  • Sviluppare e lanciare un programma entro il 1 luglio 2019 che fornisca assistenza tecnica agli esercenti per metterli in condizione di adempiere ai requisiti previsti dall’ordinanza. Tale  programma sarà gestito e finanziato direttamente dalla città o dai partner della comunità per fornire assistenza tecnica agli esercenti interessati dall’ordinanza.
  • Sviluppare e lanciare con vari soggetti partner della comunità come Rethink Disposables e StopWaste un programma “reusable takeout foodware” entro il 1 ° luglio 2021 che sarà a disposizione degli esercenti e consumatori di cibo da asporto.

Alcuni emendamenti in bozza all’ordinanza che devono passare per l’approvazione del Consiglio prevedono che sia possibile utilizzare contenitori per cibo da asporto compostabili che dovrebbero però essere gravati  da un costo obbligatorio per l’utente che li utilizza sull’ordine dei 25 centesimi di dollaro, come già avviene per le tazze monouso. Per garantire che questi contenitori biodegradabili siano effettivamente compostati verrà sviluppato un programma per espandere e supportare il compostaggio.

RISPARMI ECONOMICI E AMBIENTALI
Da quando la Cina ha smesso lo scorso gennaio di accettare materiale usa e getta di bassa qualità e pulizia proveniente anche dagli Stati Uniti si è aperta una crisi nel settore del riciclaggio anche in California. “La maggior parte di questi contenitori non ha alcun valore commerciale negli attuali mercati del riciclo e pertanto le città devono spendere risorse per sbarazzarsene ” dichiara Martin Bourque, direttore esecutivo dell’Ecology Center, l’ente no profit che dal 1973 si occupa del riciclaggio dei materiali raccolti a Berkeley “Gran parte della plastica che viene spedita nel Sud-est asiatico sappiamo che può finire bruciata o dispersa nell’ambiente avvelenando le persone”.
Ridurre gli imballaggi usa e getta che sono costosi da gestire per la comunità rappresenta invece un risparmio sia per la città che per gli  stessi operatori che possono ridurre i costi d’acquisto dei contenitori monouso passando a quelli riutilizzabili.
“Le aziende che sperimentano opzioni riutilizzabili sono spesso sorprese dei risparmi sui costi e della soddisfazione dei clienti “, afferma Samantha Sommer, che gestisce il programma “Rethink single -use” di Clean Water Action.

Uno studio realizzato dal programma  Rethink DisposableStop Waste e la contea di Alameda ha stimato un risparmio per gli esercizi sui contenitori monouso che si aggira dai 1.000 ai 22.000 $ annuali.


Un sondaggio condotto dal Clean Water Action e Ecology Center nel 2017-2018  che ha interessato il 10% degli esercenti del settore del cibo da asporto ha rivelato l’esistenza di un forte sostegno del settore per una riduzione dei rifiuti da imballaggi usa e getta come misura necessaria per affrontare l’impatto ambientale. Anche se il 74% degli intervistati utilizza giornalmente prodotti usa e getta, o una combinazione tra articoli monouso e riutilizzabili, il 58% è favorevole ad un provvedimento che addebiti ai clienti il costo delle tazze da caffè e il 67% degli altri contenitori da asporto, sempre qualora tutti gli esercizi fossero obbligati ad addebitare lo stesso importo.

Anche l’utilizzo di stoviglie monouso a base di carta o altre fibre presenta problemi di ordine ambientale. Il sottile rivestimento in plastica aggiunto per rendere impermeabili questi manufatti biodegradabili ne contamina il compostaggio. Alcuni contenitori compostabili per alimenti utilizzano i PFAS Sostanze Perfluoro Alchiliche (acidi perfluoroacrilici) per le loro caratteristiche oleo e idrorepellenti che li rendono impermeabili . Si tratta di sostanze chimiche di sintesi che tendono ad accumularsi nell’organismo. Alcune di esse sono state associate all’insorgenza di tumori , sviluppo di malattie tiroidee, patologie fetali e gestazionali , ecc.
I PFAS negli imballaggi alimentari possono infatti trasferirsi negli alimenti aumentandone il livello di esposizione umana attraverso la dieta, e persistere nel compost anche dopo la decomposizione del contenitore.

L’ordinanza è supportata da una coalizione di oltre 1000 organizzazioni locali, nazionali e internazionali che partecipano al movimento globale Break Free from Plastic (BFFP), tra cui Ecology Centre, Clean Water Action, UpStream, The Story of Stuff Project, GAIA (Global Alliance for Incinerator Alternatives), Plastic Pollution Coalition e Surfrider Foundation. Il coordinatore globale di BFFP, Von Hernandez, ha affermato: “La gravità della crisi globale dell’inquinamento plastico dovrebbe costringere le autorità politiche ad adottare misure per ridurre i rifiuti di plastica, specialmente per le applicazioni monouso di cui già esistono valide alternative meno inquinanti. Pertanto tutti i movimenti Zero Waste in tutto il mondo plaudono all’iniziativa di Berkeley, la sostengono e attendono con impazienza una sua adozione “.

L’ORDINANZA DI AMSTERDAM : SOLO BICCHIERI RIUTILIZZABILI 

Il comune di Amsterdam, che ospita centinaia di eventi ogni anno, ha deciso  di obbligare gli organizzatori di feste ed eventi cittadini di usare solamente bicchieri di plastica riutilizzabili durante gli eventi. Per questi bicchieri riutilizzabili deve essere applicato un deposito su cauzione in modo che chi li utilizza non li abbandoni in strada (da dove possono finire nei canali come avviene con altri imballaggi), ma li riporti ai punti di riconsegna.

Va detto che questi bicchieri con cauzione sono ormai da anni in uso in alcuni locali cittadini dove si tengono concerti o in chioschi e bar nei parchi come abbiamo raccontato in questo post. 

Il provvedimento, che si inserisce in un piano del consiglio comunale orientato alla sostenibilità è già in vigore. Ciò significa che gli organizzatori che d’ora in poi richiederanno un permesso alla città per un qualsiasi evento devono essere in grado di fornire un servizio che contempli l’uso di bicchieri riutilizzabili. Diverse misure sono già state prese negli ultimi anni per prevenire fastidi e danni causati dagli eventi. All’inizio del 2018 sono entrate in vigore nuove regole con la direttiva sugli eventi sostenibili che limitano il numero degli eventi e il rumore che causano. Gli organizzatori di eventi per ottenere il permesso devono soddisfare criteri che includono, ad esempio, la stesura di un piano di riduzione dell’impatto mirato al consumo energetico che deve essere il più basso possibile, la fornitura di acqua gratuita, la gestione delle deiezioni umane dei visitatori, la raccolta differenziata,  e la promozione del trasporto pubblico da parte dei visitatori.

Per quanto riguarda la qualità dell’aria ed evitare che vengano usati meno generatori diesel, verranno attrezzati dal comune entro il prossimo anno, cinquanta punti fissi di approvvigionamento elettrico in totale,  in quattordici sedi .  Nella maggioranza di questi punti sarà anche possibile di rifornirsi di acqua potabile. Le prime postazioni di questo tipo verranno rese disponibili in due parchi : Oosterpark e Westerpark e nel cantiere navale NDSM.

Con l’installazione di punti fissi per l’approvvigionamento di energia e di acqua, i generatori diesel e tutti gli impianti associati al loro utilizzo diventano un ricordo del passato: l’installazione di un sistema di deposito evita soprattutto la produzione di montagne di plastica che non può essere riciclata “, ha dichiarato l’assessore alla Sostenibilità Marieke van Doorninck presentando il provvedimento e il progetto.

Dal 2005 esiste ad Amsterdam un servizio di noleggio di bicchieri e tazze riutilizzabili sia in vetro che in plastica ideato  dalla fondazione  GreenCups che è stato introdotto con successo per la prima volta proprio durante l’evento annuale del compleanno della regina del 30 aprile.

GreenCups noleggia i contenitori scelti dal cliente occupandosi di tutta la logistica e  l’igienizzazione dei contenitori.  Solamente ad Amsterdam gli eventi in cui è stato adottato il servizio di GreenCups hanno permesso di risparmiare alla città dal 2005 circa 500 metri cubi di rifiuti. L’adozione del sistema, o meglio i risultati immediatamente visibili, hanno convinto anche gli operatori più scettici del settore della ristorazione e degli organizzatori di eventi garantendo eventi  più sicuri. Un video di presentazione di Dutch Cupsche racconta come vengono prodotti questi contenitori.

Diverso ma ugualmente efficace è l’approccio che vuole adottare  Tubinga nel sud-ovest della Germania che diventerà la prima città del paese ad introdurre una tassa sui prodotti monouso come tazze da caffè, scatole per pizza e altri contenitori per la consegna di alimenti. Il sindaco della città Boris Palmer del partito dei Verdi ha dichiarato di volere “affrontare il male alla radice” con una legislazione che renda più oneroso l’impiego di imballaggi monouso. “Gli imballaggi usa e getta non dovrebbero essere più economici dei sistemi che impiegano depositi riutilizzabili”, ha infatti dichiarato. Per ridurre i rifiuti e gli effetti negativi correlati, anche economici, visto che il costo di gestione dei rifiuti è aumentato rispetto al precedente anno di 50.000 € ,  i negozi, caffè e fast food pagheranno una tassa commisurata alle quantità di contenitori monouso che utilizzano.

IL MESSAGGIO CHE ARRIVA DA BERKELY E AMSTERDAM

Questa ordinanza, oltre a portare sicuri benefici a Berkely costituirà un esempio, un precedente di portata internazionale, sulla potenzialità che la politica locale, (ma non solo), può esprimere nel regolare fenomeni culturali e sociali che portano ad aumenti inesorabili di imballaggi e articoli monouso.
Purtroppo la politica in genere, e un po’ a tutti i livelli, raramente investe risorse finanziarie e umane in politiche e programmi basati sui principi di precauzione e prevenzione. L’aumento dei rifiuti e dei costi per gestirli tende ad essere subito passivamente dagli enti locali e dai governi come un ineluttabile prezzo da pagare,  in cambio di (presunta) maggiore occupazione e qualche zero virgola di aumento del PIL.

Pertanto vari soggetti commerciali, dalle catene ai piccoli operatori locali di fast e street food, hanno ovunque il via libera nel scegliere imballaggi monouso che permettono di esternalizzare i costi del fine vita sui contribuenti, attraverso le bollette dei rifiuti. Un altro fenomeno che aumenta la produzione di rifiuti, anche se prevalentemente in cartone, è il commercio online. Anche per questo tipo di flusso di rifiuti esistono soluzioni riutilizzabili.  
Un ricorso a sistemi che permettono una riduzioni dei rifiuti e altre misure che prevengano la produzione di rifiuti è oltremodo urgente se consideriamo  che la Banca Mondiale stima per il 2050 un aumento dei rifiuti pari al 70% e che le città di tutto il mondo stanno già affogando nei rifiuti prodotti da imballaggi e beni dalla vita breve, spesso incompatibili con i sistemi di avvio a riciclo locali e nazionali e/o privi di sbocco come materiali secondari.
La recente direttiva europea SUP Single Use Plastics, che andremo prossimamente a commentare in modo approfondito, stabilisce il principio importante del “Polluters pay” che prevede che siano i produttori/utilizzatori di alcuni di questi manufatti monouso ad assumersi i costi della loro raccolta a fine vita e della pulizia ambientale delle aree dove vengono abbandonati.
Stabilisce inoltre che il consumo di questi manufatti debba essere ridotto attraverso misure che i paesi membri sono possono adottare in fase di recepimento.
E’ tempo che i decisori industriali e politici collaborino per trovare delle soluzioni a problemi che vanno ben oltre alle possibilità di intervento dei cittadini o dei singoli comuni o aziende. Servono quadri legislativi che incentivi le aziende a sviluppare servizi e prodotti sostenibili e circolari, che è la precondizione per permettere ai cittadini di compiere scelte sostenibili per default (o comunque facilmente) .

(1) Single use disposable foodware and packaging (SUDs) – including plates, cutlery, cups, lids, straws, “clamshells” and other containers.

Fonte: Comuni Virtuosi