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Acidificazione dell’acqua e degrado della plastica: fenomeni collegati

Si è sempre pensato che il fenomeno di progressiva acidificazione degli oceani fosse causato solo dall’aumento della CO2 nell’atmosfera ma, secondo uno studio dell’Institut de Ciències del Mar di Barcellona, tale fenomeno non è l’unica causa di questa problematica. Secondo tale studio il calo del pH negli oceani sarebbe infatti determinato in parte dalle plastiche presenti nelle acque di tutto il mondo. I ricercatori sono riusciti a dimostrare che nelle zone altamente inquinate da plastica, il degrado del materiale porterà ad un crollo del pH di 0,5 unità. Questo fenomeno avviene per effetto dei raggi ultravioletti del sole che invecchiano e degradano qualsiasi tipo di materiale plastico in varie microplastiche. Il tempo di esposizione al sole gioca un altro ruolo fondamentale poiché, più i polimeri vengono sottoposti all’irraggiamento, più il livello di degradazione cresce, portando ad un rilascio maggiore di composti chimici in acqua. Composti che non appartengono solo al polimero di base ma che possono essere anche additivi per migliorarne le qualità, il colore o varie altre caratteristiche. Lo studio risulta quindi utile anche per capire l’importanza della pulizia degli oceani dalle plastiche che, rimanendo tanto tempo esposte agli agenti degradanti, rilasciano in maniera esponenziale sempre più sostanze inquinanti nelle acque.

Da mascherine e guanti nasce un nuovo asfalto plastico

Il nome Supra a tanti appassionati di auto fa subito balzare in testa il nome di un mito dell’automobilismo ma, da oggi, S.U.P.R.A. diventa anche il nome di ciò su cui questa auto sfreccia. Dall’idea e dal progetto di 3 atenei, E-Campus, Tuscia di Viterbo e Università di Bologna, nasce un nuovo asfalto denominato “Single Use Ppe Reinforced Asphalt”, che identifica un materiale rinforzato dall’uso di mascherine e guanti in lattice o plastica, oggetti che oggigiorno si buttano nei rifiuti indifferenziati e che finiscono il loro ciclo con lo smaltimento in discarica o negli inceneritori. Questi oggetti vivono una nuova vita grazie ad un processo di recupero dei materiali, molto utili per rendere il tradizionale asfalto più duraturo e di una qualità maggiore, tutto ciò significa un risparmio per le varie amministrazioni ed anche un utilizzo minore di materie prime.

Nuova alternativa per la plastica da imballaggio usando la seta

Dalle ricerche della società chimica BASF, operante tra USA e Germania, e dagli scienziati del MIT è stato sviluppata una interessante ricerca riguardante possibili materiali per imballaggi derivanti dalla seta.

Sono innegabili i vantaggi che ad oggi la plastica fornisce per la conservazione dei cibi, contro l’aria e l’umidità, e dei principi attivi, come ad esempio le vitamine in capsule o pillole. Il problema riguarda sempre la durata e la persistenza che questi materiali hanno nell’ambiente. Per ovviare a questo problema, un team composto dal ricercatore del MIT Muchun Liu, il professore di ingegneria civile e ambientale dell’istituto Benedetto Marelli, e altri cinque studiosi presso la società chimica BASF, ha individuato nella seta quello che può essere un valido sostituto alla plastica.

Quando pensiamo alla seta ci immaginiamo quei pregiati e costosi tessuti che derivano dai bachi da seta e da un preciso e difficile lavoro di filatura ma, in questo caso, non è così. Questo materiale alternativo deriva da alcune proteine che costituiscono la seta e può essere prodotto in maniera economica ed anche molto semplice. Si utilizzano principalmente i bozzoli non tessili o la seta di bassa qualità che verrebbe scartata dalla produzione, andando quindi a recuperare un materiale che finirebbe la sua vita in una discarica.

Dai test condotti in laboratorio si è dimostrato che questi materiali possono funzionare meglio degli attuali prodotti in commercio e che le lavorazioni sono così semplici che possono avvenire adattando le attrezzature già esistenti.

Un seminario a Roma per fare chiarezza sul vuoto a rendere e sulle iniziative di greenwashing dell’uso di plastica a perdere

Negli ultimi anni, a seguito di una crescente cultura riguardante la sensibilità ambientale, assistiamo a sempre più aziende che vogliono dimostrare di essere green attraverso mirate campagne promozionali, senza però effettuare dei reali investimenti per diminuire effettivamente l’impatto ambientale dei propri prodotti o processi produttivi. Questo fenomeno viene chiamato greenwashing e non ha origini recenti ma si possono trovare esempi già dagli anni ’80. In questo articolo intendiamo analizzare criticamente quanto viene operato quotidianamente dalle lobby che tutelano gli interessi delle più grandi aziende che usano o producono materie plastiche destinate a oggetti usa e getta. È infatti un fenomeno in aumento la diffusione di fake news nelle quali vengono negati gli enormi problemi derivanti dal sempre maggiore consumo di plastica a perdere, poiché tali materiali vengono presentati come teoricamente riciclabile oppure biodegradabili. In più vi sono molti esempi di come le aziende cercano di condizionare i potenziali clienti con politiche green o l’uso di parole o colori che ci portano a pensare ad un qualcosa di sostenibile per intercettare quella crescente fetta di consumatori che cominciano ad essere sempre più attenti verso la sostenibilità dei prodotti che intendono acquistare.

La multinazionale Coca Cola, ad esempio, con la sua ultima linea, definita Life, ha usato il verde al posto del classico rosso sulle etichette e recentemente ha presentato, con il supporto di varie testate giornalistiche, i propri contenitori a perdere come prodotti ecosostenibili solo perché viene utilizzata una piccola quota di plastica da riciclo e il tappo rimane ora più facilmente legato alla bottiglia come evidenziato in un recente articolo della testata “Greenme”[1] che ha coerentemente rifiutato di collaborare con tale azienda.

Queste iniziative di greenwashing contribuiscono al sempre più preoccupante aumento del consumo di plastica usa e getta, poiché sono assai poche le testate giornalistiche che informano correttamente i propri lettori sulla percentuale realmente riciclata di materia plastiche che è quasi nulla nel terzo mondo, estremamente bassa negli Stati Uniti e comunque piuttosto limitata anche in Europa. I dati parlano chiaro, rispetto a 20 anni fa il consumo di plastica è almeno raddoppiato e nel 2019 la filiera della plastica ha prodotto 460 milioni di tonnellate di plastica, circa il doppio rispetto alle 234 milioni di tonnellate immesse nei mercati nel 2000. Solo il 9% dei rifiuti in plastica mai creati è stato finora riciclato secondo i criteri dell’economia circolare mentre il resto viene incenerito (circa il 19%) o smaltito in discariche legali (circa il 22%) mentre la restante quota continua ad accumularsi in giro per il mondo, nei mari o in discariche non controllate a cielo aperto (dati OCSE). Ciclicamente compaiono notizie relative ai miracolosi enzimi mangia plastica, descritti spesso come la soluzione presto disponibile per risolvere definitivamente il problema della plastica nei mari o in generale sul pianeta, senza però specificare che tali enzimi funzionano, per ora, solo a livello sperimentale in alcuni laboratori, solo con il Polietilentereftalato (le plastiche denominate PET usate per alcuni tipo di contenitori) e pochi altri polimeri rispetto alle migliaia di tipi oggi in commercio e comunque tali enzimi non fanno scomparire nel nulla tali plastiche poiché agiscono solo degradando i polimeri in monomeri da trattare industrialmente per essere utilizzati nella produzione di nuove plastiche partendo da questi ultimi. Rimane quindi il problema della reale industrializzazione di tali processi di degradazione e riciclo e della moltitudine di plastiche per le quali non sono attualmente nemmeno allo studio enzimi in grado di degradarla nei monomeri di base.

Il direttore di ESPER, Attilio Tornavacca, ha recentemente pubblicato un articolo di approfondimento su questa tematica in cui, pur augurandosi che le tecnologie di uso degli enzimi a livello sperimentale vengano al più presto realmente sviluppate a livello industriale, ha evidenziato che “sarebbe quindi necessario che alcune testate giornalistiche ponessero in futuro maggiore attenzione al rispetto dei propri codici deontologici controllando più rigorosamente i titoli dei propri articoli su questi temi che rasentano in alcuni casi, spesso inconsapevolmente ed in buona fede, il cosiddetto Greenwashing”.

In caso contrario sarà infatti sempre più difficile far comprendere ai consumatori che non è più procrastinabile un cambio di abitudini per tutelare le prossime generazioni dal quotidiano sempre maggiore aumento delle plastiche disperse nel nostro pianeta (ripristinando ad es. il vuoto a rendere e cercando di evitare di consumare prodotti usa e getta).

Segnaliamo quindi che, per approfondire e diffondere la pratica del vuoto a rendere, è stato organizzato nella mattinata del prossimo 7 giugno 2022 (dalle 10:15 presso la Sala Capranichetta, in Piazza di Montecitorio 125) il primo convegno nazionale dedicato ai Sistemi di Deposito Cauzionale. Interverranno Enzo Favoino della Scuola Agraria del Parco di Monza, Coordinatore Scientifico della campagna “A buon Rendere”, Duccio Bianchi, fondatore di Ambiente Italia e Clarissa Morawski, Fondatrice e Amministratrice Delegata di Reloop, Piattaforma europea multi-stakeholder che promuove politiche e modelli di business basati sull’uso consapevole e circolare delle risorse.


[1] https://www.greenme.it/telegram/coca-cola-non-basta-il-tappo-della-bottiglia-che-non-si-stacca-quando-riempi-il-mondo-di-plastica/

Perché dovremmo cambiare le nostre abitudini di acquisto a fronte delle notizie entusiastiche sulle straordinarie capacità di biodegradazione dei nuovi enzimi mangia plastica?

Negli ultimi mesi varie testate editoriali hanno elogiato i progressi della ricerca nel campo degli enzimi che riescono a degradare alcuni tipi di plastiche nei componenti di base: le migliaia di diverse tipologie di materie plastiche (spesso incompatibili fra di loro) sono infatti tutte accumunate dalla caratteristica di essere costituiti da molecole base (monomeri) che vengono trasformate in polimeri formati da catene molto lunghe dei monomeri di base. La plastica è quindi una realtà plurale, per cui sarebbe più corretto parlare di “materie plastiche”, ossia della grande varietà di polimeri, ognuno con proprie caratteristiche, proprietà e campi di applicazione anche grazie alla miscelazione con additivi o cariche varie. Le centinaia di polimeri di base composti da specifici e diversi monomeri vengono inoltre spesso miscelati per dare luogo a copolimeri con caratteristiche intermedie tra i due o più polimeri di base.

Compaiono infatti, con sempre maggiore frequenza, articoli con titoli entusiastici del tipo “Creato un enzima mangia plastica per eliminare miliardi di tonnellate di rifiuti[1] oppure “Svolta nel trattamento dei rifiuti in plastica: ecco l’enzima che li “mangia” in 24 ore[2] ed ancora “Enzima mangia plastica: una svolta per l’eliminazione dei rifiuti[3] che presentano la plastica come se fosse un materiale biodegradabile al pari dell’umido o della carta. Il titolo “Gli enzimi mangia-polimeri che rendono la plastica compostabile[4] arriva perfino a presentare la plastica come se fosse un materiale compostabile anche se poi leggendo per intero l’articolo viene correttamente spiegato che si tratta di uno studio ancora a livello sperimentale e viene affermato che “Il limite delle plastiche biodegradabili rispetto alle compostabili è che, alla fine del processo di decomposizione, rimangono nell’ambiente le dannosissime microplastiche che possono finire negli oceani e nella catena alimentare

Il titolo di tali articoli non viene però spesso stabilito dall’autore ma deciso da titolisti assai spregiudicati che. per attirare l’attenzione dei potenziali lettori, sono sempre più abili nell’inventare titoli accattivanti che però spesso non sintetizzano correttamente quanto illustrato nel relativo articolo. Infatti, esaminando il contenuto dell’articolo della testata “Il Fatto Quotidiano” dal titolo “Plastica, in natura ci sono batteri capaci di mangiarla: è la svolta per smaltire e riciclare i rifiuti più resistenti[5], si evince che sarebbe stato più corretto aggiungere un bel punto interrogativo al termine del titolo. Infatti leggendo l’articolo citato del Fatto Quotidiano, si può comprendere la reale portata delle ultime ricerche e cioè che “I ricercatori hanno analizzato più di 200 milioni di geni, prelevati dall’ambiente attraverso numerosi campioni di Dna. Il risultato è stato sorprendente: un batterio su quattro – tra quelli scansionati – trasporta un enzima capace di degradare la plastica. In tutto sono 30mila – secondo lo studio – gli enzimi in grado di scomporre 10 tipi di materiali plastici diversi. Presto il loro utilizzo potrebbe diventare fondamentale in campo industriale: permette infatti di scomporre rapidamente nei loro elementi costituitivi anche i materiali più difficili da riciclare. Può rendere così più semplice la loro modifica e ridurre la necessità di produrre nuova plastica.”

Si tratta quindi di un innegabile progresso che “potrebbe” (il condizionale è d’obbligo in questo caso) rendere possibile il trattamento a livello industriale di soli “10 tipi di materiali plastici diversi“ rispetto alle migliaia di polimeri attualmente in commercio (non certo diffondendo in natura tali enzimi) e comunque bisogna rammentare che dopo aver degradato il polimero bisogna poi trattare industrialmente in modo efficace il monomero ottenuto che spesso è più inquinante del polimero di partenza.

Intanto l’industria della plastica a perdere probabilmente gongola poiché, grazie alla diffusione di questi titoli entusiastici, molto consumatori si illudono di poter continuare a consumare senza alcun rimorso ogni tipo di plastica non riutilizzabile ma potenzialmente e teoricamente riciclabile. I consumatori dovrebbero però considerare che solo il 9% di tutta la plastica prodotta globalmente è stata finora correttamente riciclata come dimostrato da un recente rapporto, redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza per conto di Greenpeace[6].

Pur augurandosi che le tecnologie di utilizzo degli enzimi per degradare alcune plastiche vengano al più presto realmente sviluppate a livello industriale, bisognerebbe quindi evitare di illudere i consumatori facendo pensare che, prima o poi, le plastiche abbandonate nella natura o nei mari possano essere biodegradate da questi super enzimi. Sarebbe quindi necessario che alcune testate giornalistiche ponessero in futuro maggiore attenzione al rispetto dei propri codici deontologici controllando più rigorosamente i titoli degli articoli su questi temi che rasentano in alcuni casi, spesso inconsapevolmente ed in buona fede, il cosiddetto “Greenwashing”. In caso contrario sarà infatti sempre più difficile far comprendere ai consumatori che non è più procrastinabile un cambio di abitudini (ripristinando ad es. il vuoto a rendere e cercando di evitare di consumare prodotti usa e getta) per tutelare le prossime generazioni dal quotidiano sempre maggiore aumento delle plastiche disperse nel nostro pianeta.

A cura di Attilio Tornavacca, Direttore ESPER.


[1] https://www.repubblica.it/green-and-blue/2022/04/29/news/enzima_mangia_plastica-347379781/

[2] https://www.hdblog.it/scienza/articoli/n555076/enzima-riduce-inquinamento-plastica-24-ore/

[3] https://www.lavorincasa.it/enzima-mangia-plastica-svolta-per-lo-smaltimento-dei-rifiuti-20806/

[4] https://rivistanatura.com/gli-enzimi-mangia-polimeri-che-rendono-la-plastica-compostabile/

[5]https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/01/plastica-in-natura-ci-sono-batteri-capaci-di-mangiarla-e-la-svolta-per-smaltire-e-riciclare-i-rifiuti-piu-resistenti/6442224/

[6] https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/484/plastica-il-riciclo-non-basta/

Riciclo e riuso dei secchi di plastica presso “Iper La grande I”

É sempre un piacere quando ci si imbatte in iniziative virtuose e per questo ci preme segnalare quella avviata riguardo sia il riutilizzo che il riciclo dei secchi in plastica delle vernici ad acqua di grandi dimensioni presso il centro commerciale “Iper La grande I” di Montebello della Battaglia. L’iniziativa innovativa, denominata “Plastic Buster”, è stata avviata grazie a finanziamenti della Fondazione Cariplo e di Corepla ed è stata sviluppata da una squadra coordinata dall’organizzazione non profit ambientalista Class Onlus e composta dalla marca di pennelli “Cinghiale”, dall’insegna della grande distribuzione “Iper La grande I”, da IPPR, da Montello spa, S&h srl, Autotrasporti Longa e Unionplast (Federazione confindustriale gomma plastica). Presso i centri commerciali “Iper La grande I” di Montebello della Battaglia (PV) e Seriate (BG), viene quindi incoraggiato il riuso dei secchi. In specifico vengono spiegati alla clientela di tali ipermercati i vantaggi della coltivazione idroponica realizzabile anche su scala domestica, che non usa terriccio ma sfrutta le sostanze nutritive appositamente disciolte nell’acqua contenuta in un recipiente, che in questo caso è il secchio di vernice ad acqua riutilizzato. Viene distribuito un semplice manuale operativo per avviare una coltivazione idroponica casalinga, realizzato in collaborazione con Terra Aquatica, azienda francese leader globale nel settore. Sarà infine organizzato un concorso fotografico per mostrare i frutti dell’orto acquatico, generando una scontistica dedicata. 

Sul versante del riciclo, presso i due punti vendita è stato installato uno speciale cassonetto intelligente – progettato e costruito appositamente dalla società S&h di Peschiera Borromeo (MI) – in grado di riconoscere e immagazzinare i tipi di secchi selezionati per questo progetto; anche in questo caso si genererà un buono sconto per il cliente virtuoso. I secchi da riciclare verranno inviati all’impianto della Montello spa di Montello (BG). Il progetto può contare su un sito web dedicato: www.plasticbuster.it 

Si segnala inoltre che, avendo ricevuto il patrocinio del MITE, potrà essere replicato su più ampia scala. 

Trento vieta la plastica nel pubblico, Sanpellegrino e Mineracqua ricorrono al Tar

A Trento è scoppiata la guerra della plastica. A scatenarla la decisione della Provincia autonoma di bandire, a partire dal prossimo luglio, la plastica monouso per tutti gli eventi organizzati, finanziati o patrocinati dalla Provincia e dagli enti collegati per ottenere il marchio “Ecoristorazione Trentino” e dal gennaio 2023, da tutti i servizi di somministrazione e vendita – automatica e non – di cibo e bevande all’interno di tutti gli enti pubblici trentini.  Una mossa avanzatissima che però ha fatto imbufalire il business delle acque minerali e non solo.

Il ricorso di Sanpellegrino e Mineracqua

A presentare un ricorso davanti al Tar di Trento, sono state: Unionfood, Mineracqua, Assobibe, Sanpellegrino, Federazione Gomma Plastica, Flo Spa (produttore di stoviglie in plastica monouso), Isap Packaging Spa, Confida (distribuzione automatica) e Aesse Service. Anche la Confindustria locale si è detta contraria alla delibera della Provincia. Secondo i ricorrenti, la decisione è stata troppo frettolosa, senza prima presentare uno studio preliminare, e soprattutto dando poco tempo all’industria di adeguarsi.

Greenpeace: “L’industria sbaglia a fare ostruzione”

Secondo Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace, “Siamo davanti a un film già visto. Il polo produttivo industriale si schiera in maniera compatta a difesa di qualcosa che rappresenta il passato, una filiera inquinante come quella della plastica monouso, invece di cogliere la decisione della provincia di Trento come uno stimolo, come l’occasione per ripensare il loro modo di stare sul mercato in maniera più competitiva e lungimirante. Anche perché in futuro potrebbero essere sempre di più gli enti locali che adottano misure simili. Per esempio i produttori di acqua potrebbero dedicarsi a un sistema efficiente di vuoto a rendere”.

Le novità sui distributori automatici di cibo e bevande

Tra le misure che verranno adottate nel territorio trentino, anche un cambio di filosofia attorno ai distributori automatici presenti in scuole e uffici pubblici. Per le bevande, posto che i bicchieri dovranno essere compostabili, non saranno erogati in automatico, in modo da favorire l’utilizzo della propria tazza, e in caso di erogazione avranno un costo di 50 centesimi. I distributori di bevande calde devono essere allacciati alla rete idrica e avere un macina-chicchi per il caffè, in modo da non dover utilizzare capsule. Per quanto riguarda il cibo, le insalate sono messe a disposizione imballate con materiale compostabile e biodegradabile, così come la frutta sbucciata, mentre la frutta come mele o arance, deve essere distribuita senza imballaggi.

“Vincerà la Provincia, i dati sono chiari”

Misure che spaventano i produttori di acqua minerale e di imballaggi, tanto da averli portati a fare un ricorso al Tar. “Io penso che vincerà la provincia di Trento, perché dal punto di vista scientifico c’è una letteratura consistente che dice come il monouso sia l’opzione peggiore dal punto di vista ambientale, e anche la direttiva europea a riguardo è chiara” conclude Ungherese.

Il business delle minerali

Soprattutto per quanto riguarda l’imbottigliamento di acqua minerale, parliamo di un business ricchissimo, come già nel 2018 ha raccontato il Salvagente. “Per ogni euro speso in canoni di concessione” le società proprietarie delle acque minerali realizzano “191,35 euro in ricavi dalle vendite”. Insomma un grande affare ma non per le casse pubbliche bensì per quelle private. Ad accertare l’evidente sproporzione non è stato una Ong né un’associazione ambientalista ma il Mef, il ministero dell’Economia e Finanze che per la prima volta pubblica un report (dati 2015) “dedicato allo sfruttamento delle acque minerali e termali”. In soldoni l’incasso totale per le amministrazioni locali (18,4 milioni) corrisponde allo 0,68% del fatturato del settore dell’imbottigliamento delle acque minerali, pari a 2,7 miliardi nel 2015.Ma quanto si paga in media di concessione? Il Salvagente se ne era occupato nel numero di agosto 2017 scoprendo che in media (dati riferiti al 2013) le aziende imbottigliatrici pagano 1 euro ogni 1.000 litri emunti, ovvero appena un millesimo di euro per ogni litro imbottigliato. Un vero e proprio regalo fatto dalle amministrazioni pubbliche alle aziende private.

L’acqua da bene comune si è ormai trasformata in business privato.

Fonte: Il Salvagente

Votato in Consiglio dei ministri il recepimento della Direttiva SUP

Nel Consiglio dei Ministri di giovedì 5 agosto 2021 è “stato votato il recepimento della cosiddetta ‘Direttiva SUP’ (Single Use Plastics), la norma europea volta a prevenire e ridurre l’impatto sull’ambiente di determinati prodotti in plastica e a promuovere una transizione verso un’economia circolare, introducendo un insieme di misure specifiche, compreso un divieto comunitario sui prodotti in plastica monouso ogni qualvolta siano disponibili alternative”. E’ quanto annuncia il Ministero della Transizione Ecologica.

Il CdM ha approvato in totale dodici decreti legislativi di attuazione di norme europee, tra cui quello di attuazione della Direttiva SUP (direttiva UE 2019/904 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 giugno 2019).

Secondo quanto si apprende, il decreto legislativo esclude dal divieto di immissione sul mercato i prodotti plastici monouso realizzati in materiale biodegradabile e compostabile (certificato conforme allo standard europeo della norma UNI EN 13432 o UNI EN 14995), con percentuali di materia prima rinnovabile uguali o superiori al 40 per cento, o superiori almeno al 60% dal 2024, secondo specifiche condizioni. Questo qualora non vi siano alternative riutilizzabili ai prodotti di plastica monouso destinati ad entrare in contatto con alimenti (Parte B dell’Allegato) e in altre specifiche condizioni.

Esclude inoltre i rivestimenti in plastica inferiori al 10% del peso totale del manufatto, che invece sono inclusi nella direttiva europea.

La messa al bando non sarà comunque immediata: la norma permette di smaltire le giacenze di piatti, posate e cannucce fino ad esaurimento scorte, a condizione che ne sia dimostrata la data di produzione o di acquisto prima dell’entrata in vigore del decreto.

Come riporta Il Sole 24 Ore la norma prevede anche misure di sostegno allimprese per la loro “riconversione” da plastica tradizionale a prodotti consentiti e incentivi sotto forma di credito d’imposta per la produzione di manufatti riutilizzabili o realizzati in materiale biodegradabile o compostabile. Sono state inasprite le sanzioni per chi non rispetterà il dettato legislativo.

Fonte: Eco dalle Città

CORIPET: riconoscimento definitivo dal MITE

Il Ministero della Transizione Ecologica, con il Decreto n. 44 del 28 luglio 2021, riconosce in via definitiva Coripet come sistema volontario e autonomo per la gestione diretta degli imballaggi in PET per liquidi alimentari, in linea con l’applicazione delle direttive europee sull’EPR.

Il riconoscimento definitivo, giunge grazie ai risultati positivi di ogni verifica sulle attività del Consorzio, di cui è stata riconosciuta “l’effettiva operatività e la rilevanza, quale nuovo attore della filiera del PET (…)”. La proposta presentata in fase iniziale sotto forma di progetto ha infatti trovato rispondenza effettiva nelle azioni concrete di Coripet che oggi vanta una stabile rete di rapporti con ANCI, i Comuni italiani e gli altri operatori del settore e anche – come elemento innovativo ed integrativo rispetto alla raccolta tradizionale – una rete sempre più estesa di ecocompattatori per l’intercettazione e l’avvio al riciclo di bottiglie in pet alimentare destinate a tornare nuovamente bottiglie.

Un traguardo “storico” – si tratta del primo e al momento unico sistema autonomo EPR con competenza sugli imballaggi primari e che vanta rapporti stabili con ANCI e i Comuni italiani – arrivato a conclusione di un iter iniziato il 12 aprile del 2016 con l’istanza di riconoscimento come sistema autonomo e la presentazione del progetto di attività di Coripet da parte dei sei soci fondatori (oggi cresciuti sino a raggiungere i 50 consorziati).

Il risultato raggiunto non è un punto di arrivo, bensì una nuova spinta per ampliare ulteriormente il nostro circuito di raccolta e avvio a riciclo e in particolare il modello selettivo di riciclo bottle to bottle: la prima filiera italiana chiusa per il riciclo del PET si conferma un valido sistema di economia circolare che sa rispondere agli obiettivi della Direttiva packaging 94/62/CE e della Direttiva SUP 2019/904 e contribuisce in modo fattivo alla messa in atto dell’Agenda Onu 2030” conclude Corrado Dentis, Presidente Coripet.

L’inquinamento da plastica colpisce in modo sproporzionato i gruppi emarginati

Secondo il nuovo rapporto  “Neglected: Environmental Justice Impacts of Plastic Pollution” dell’United Nations environment programme  (Unep) e dall’ONG ambientalista Azul, «Le comunità vulnerabili sopportano in modo sproporzionato il peso del degrado ambientale causato dall’inquinamento da plastica e sono urgentemente necessarie azioni per affrontare la questione e ripristinare l’accesso ai diritti umani, alla salute e al benessere».

I del rapporto puntano a responsabilizzare le comunità colpite dai rifiuti di plastica e sostenere la loro inclusione nel processo decisionale locale.

La direttrice esecutiva dell’Unep, Inger Andersen, ha sottolineato che «Giustizia ambientale significa istruire sui suoi rischi coloro che sono in prima linea nell’inquinamento da plastica, includendoli nelle decisioni sulla sua produzione, utilizzo e smaltimento, e garantire loro l’accesso a un sistema giudiziario credibile».

Il rapporto mostra come, in Paesi ricchi come gli Stati Uniti e poverissimi come il Sudan, le ingiustizie ambientali siano collegate alla produzione di plastica, in ambiti come la deforestazione per la costruzione di strade, lo sfollamento di popolazioni indigene per a effettuare trivellazioni petrolifere, nonché la contaminazione dell’acqua potabile da parte di attività di fracking per estrarre gas. Inoltre mette in guardia sui problemi di salute tra le comunità afroamericane che vivono vicino alle raffinerie petrolifere nel Golfo del Messico e sui rischi professionali affrontati da circa 2 milioni di raccoglitori di rifiuti in India.

Secondo il rapporto Unep/Azul, «Gli impatti della plastica sulle popolazioni emarginate sono gravi ed esistono in tutte le fasi del ciclo di produzione, dall’estrazione di materie prime e produzione, fino al consumo e allo smaltimento. I rifiuti di plastica non solo mettono in pericolo i mezzi di sussistenza di coloro che fanno affidamento sulle risorse marine, ma causano anche una serie di problemi sulla salute per le persone che consumano frutti di mare infestati da micro e nano plastiche tossiche. Le donne, in particolare, soffrono del rischio di tossicità correlato alla plastica, a causa della maggiore esposizione complessiva alla plastica a casa e persino nei prodotti per la cura femminile. Le differenze di genere, ruoli sociali e potere politico nella regolamentazione dell’uso della plastica e degli standard sanitari espongono le donne a un alto rischio di aborti spontanei e cancro, aggravando ulteriormente le disparità legate al genere in generale».

L’Unep dice che la pandemia di Covid-19 ha ulteriormente aggravato il problema dei rifiuti di plastica che già erano diventati una parte importante della crisi dell’inquinamento globale e che «Insieme alla perdita di biodiversità e al cambiamento climatico, rappresentando una triplice emergenza che deve essere affrontata con piani d’azione forti ed efficaci».

Per questo, il rapporto chiede ai governi di tutto il mondo di «Dare la priorità alle esigenze di coloro che sono colpiti in modo sproporzionato dall’inquinamento da plastica», sottolineando che «L’azione deve essere intrapresa a più livelli».

L’Unep chiede anche che venga esteso il monitoraggio dei rifiuti di plastica, migliori studi sul loro impatto sulla salute e maggiori investimenti nella gestione dei rifiuti. Inoltre, «I governi dovrebbero rafforzare ulteriormente i divieti contro la plastica monouso e incoraggiarne la riduzione, il riciclaggio e il riutilizzo. Anche altri attori come leader aziendali e industriali, attori non governativi e consumatori dovrebbero compiere sforzi per invertire la situazione per coloro che sono socialmente, economicamente, politicamente emarginati».

Fonte: GreenReport