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Il riciclo della plastica rischia il collasso

L’industria italiana della trasformazione della plastica è alle prese con gli effetti che il coronavirus sta provocando sul mercato delle commodity. Solo in Italia il settore della trasformazione della plastica vale oltre 30 miliardi di euro e occupa 110mila persone

L’industria italiana della trasformazione della plastica è alle prese con gli effetti che il coronavirus sta provocando sul mercato delle commodity. «Se la situazione dovesse persistere e non verranno prese misure per porre rimedio, il riciclo della plastica cesserà di essere redditizio, ostacolando il raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Ue e mettendo a rischio la transizione verso l’economia circolare» ha detto Ton Emans, presidente di Plastics recyclers Europe (l’associazione che riunisce le industrie che riciclano plastica in Europa).

I problemi più gravi per il comparto sono la carenza di domanda, dovuta al lockdown, e i bassi prezzi delle materie plastiche vergini, legati all’andamento del petrolio da cui derivano. «La situazione è grave, e se inizialmente uno può pensare che il crollo del prezzo del petrolio può essere un’ottima notizia, si sbaglia di grosso» spiega a La Stampa Patty L’Abbate, componente M5s della commissione Ambiente a Palazzo Madama. «In realtà, a livello di mercato, il basso prezzo del greggio significa che è più facilmente accessibile, sopratutto quando si parla di cracking per dei prodotti che fanno parte del mondo delle plastiche». 


Il blocco della filiera di recupero e riciclo, inoltre, nel nostro Paese sta producendo sia danni ambientali sia danni economici. Secondo i dati forniti da Unionplast, l’associazione italiana dei trasformatori di materie plastiche, ed EuPC – European Plastic Converters, l’associazione delle imprese auropee, solo in Italia il settore della trasformazione della plastica vale oltre 30 miliardi di euro e occupa 110mila persone. Mentre a livello europeo, il settore impiega, nelle fasi di prima trasformazione e di seconda lavorazione, più di 1.600.000 persone in 50.000 piccole e medie aziende. La produzione totale europea è pari a 50 milioni di tonnellate di manufatti in plastica, il fatturato globale europeo del comparto è di circa 350 miliardi di euro/anno.


«In Italia la filiera del riciclato è fertile e produttiva, quindi le criticità sono emerse anche sul versante dei costi della plastica riciclata stessa» continua L’Abbate. «Quello che noi come governo stiamo cercando di fare è incentivare questo secondo mercato, in linea con le direttive di economia circolare europea che entro luglio devono essere recepite. Una delle misure da attuare vede l’inserimento di percentuali di materia riciclate nei prodotti in plastica, in modo tale da impedire che vengano prodotti solo ed esclusivamente con materia vergine».


Il rischio che si corre è anche quello di sprecare quanto fatto in questi anni in termini di economia circolare. In fatto di riciclo il nostro Paese è tra le eccellenze mondiali, grazie alla crescita delle quantità di rifiuti trattate e all’aumento delle imprese che si occupano di riciclo. «Siamo primi, tra le cinque principali economie europee, nella classifica per indice di circolarità, il valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzione, consumo, gestione rifiuti, mercato delle materie prime seconde, investimenti e occupazione», si legge nel Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2020, realizzato dal Circular economy network (Cen), in collaborazione con Enea, e presentato in diretta streaming lo scorso 19 marzo.


C’è poi la questione dell’aumento, causato dalle norme sanitarie imposte durante l’emergenza sanitaria, delle plastiche monouso – presenti sopratutto nella grande distribuzione e nei dispositivi di protezione individuale – che vengono successivamente smaltite nell’inceneritori.
Per capirci: secondo una stima del Politecnico di Torino, per la sola regione Piemonte nella fase di riapertura di tutte le attività sono necessarie circa 76 milioni di mascherine chirurgiche al mese e circa 8 milioni di quelle definite di comunità, non chirurgiche. «Tutto il materiale uso e getta che sta venendo fuori da questo lockdown non può essere incenerito e bruciato. Perché significa andare contro a quello che il mondo accademico e scientifico ci dice da tempo, cioè che la materia deve essere utilizzata il più possibile» aggiunge L’Abbate.


Quanto allo sblocco del mercato. Lo sop ai confini, scattati con l’emergenza perché anche le aziende estere sono alle prese con l’aumento dei rifiuti nazionali, ha congestionato i pochi impianti nazionali. Oltre al fatto che, visti gli effetti ambientali, non si potrà continuare a bruciare rifiuti per sempre, il settore della plastica riciclata rischia di affievolirsi sempre più anche a causa del collo di bottiglia che i rifiuti ospedalieri e civili stanno provocando nell’impiantistica italiana. Si attendono, quindi, decisioni imminenti da parte delle sfere politiche.

Fonte: La Stampa

Manifesto per il riciclo nell’economia circolare

Assorimap, Unirima e Assofermet chiedono norme di fiscalità ambientale, incentivi ai mercati di sbocco degli EoW, burocrazia più snella e normativa semplice e chiara.

Tre associazioni in rappresentanza della produzione di materia prima secondaria, “end of waste” (EoW) di carta, metalli e plastica – Unirima, Assofermet e Assorimap – hanno firmato un Protocollo di intesa e lanciato il Manifesto delle “Associazioni del Riciclo a sostegno dell’Economia Circolare” (scaricabile qui).

Le tre associazioni si appellano alle istituzioni  e a tutti gli italiani che hanno a cuore lo sviluppo sostenibile, “per dare un nuovo impulso a un comparto essenziale dell’industria del nostro Paese che ha bisogno di risollevarsi dalla grave crisi generata dal Covid-19”, si legge nella presentazione. Nel manifesto vengono chiesti interventi normativi per creare le condizioni strutturali che permettano la concreta attuazione dei principi dell’economia circolare: fra tutti, la semplificazione del quadro normativo e amministrativo, sia a livello nazionale che regionale, maggiori investimenti nell’innovazione tecnologica e per il trattamento degli scarti di lavorazione non riciclabili.

Tra le proposte avanzate da Unirima, Assofermet e Assorimap , l’adozione di incentivi per supportare la competitività e lo sbocco delle materie prime secondarie/EoW, incoraggiando gli acquisti verdi  della Pubblica amministrazione (Green Public Procurement) e l’introduzione di quote minime per l’inclusione di materiale derivante da riciclo nei nuovi beni, oltre a norme di fiscalità ambientale con misure premianti per i consumi sostenibili.

“L’Italia ha davanti a sé la sfida della Green Economy in cui il settore del riciclo gioca un ruolo decisivo – affermano i firmatari del Manifesto -. Il settore, fondamentale per lo sviluppo dell’economia del Paese, conta circa 45.000 addetti e 4.000 impianti su tutto il territorio nazionale con un fatturato di oltre 20 miliardi di euro”.

Fonte: Polimerica.it

Il virus ‘colpisce’ i riciclatori

Secondo PRE la pandemia di Covid-19, con il fermo delle attività produttive e i bassi prezzi delle resine vergini, sta portando alla chiusura di impianti di riciclo in tutta Europa.

L’industria europea del riciclo di materiali plastici sta chiudendo gli impianti a causa delle conseguenze economiche della pandemia di Covid-19. A lanciare l’allarme è PRE, la Federazione europea delle aziende del settore, che segnala – come principali cause della crisi – la caduta della domanda di materiali rigenerati dovuta al fermo degli impianti che lavorano materie plastiche, i prezzi contenuti delle resine vergini, che rendono meno appetibili le materie prime seconde, e – più in generale – il rallentamento dell’attività industriale nel Vecchio continente.

“Se questa situazione dovesse persistere, in assenza di azioni per porvi rimedio, il riciclo della plastica cesserà di essere redditizio, ostacolando il raggiungimento degli obiettivi UE e mettendo a repentaglio la transizione verso un’economia della plastica circolare”, sostiene il presidente di Plastics Recyclers Europe (PRE), Ton Emans (nella foto). “In questo caso – aggiunge -, i rifiuti di plastica riciclabile non avranno alternative se non la discarica o l’incenerimento“.

L’industria del riciclo di materie plastiche invita quindi Bruxelles e gli Stati membri a inserire il riciclo tra i settori sostenuti dai piani di incentivazione, proseguendo nell’adozione di misure nell’ambito dell’economia circolare.

Fonte: Polimerica.it

PET riciclato: arriva l’enzima che scompone la plastica in poche ore

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Toulouse ha trovato un enzima batterico che accelera il processo di riciclaggio delle bottiglie di plastica. Infatti, in poche ore, l’enzima è in grado di scomporre la plastica in blocchi chimici che possono essere utilizzati per produrre bottiglie di alta qualità in PET riciclato. Il gruppo ha pubblicato i risultati della ricerca sulla rivista Nature.

Gli scienziati hanno analizzato circa 100.000 tipi di enzimi, individuando il migliore in un “banale” enzima che si trova nel compost. Introducendo delle mutazioni per migliorare la sua capacità di scomporre il PET, l’enzima è stato reso stabile per operare ad una temperatura di 72° C. In questo modo, il team ha utilizzato l’enzima “ottimizzato” per scomporre una tonnellata di bottiglie di plastica. Le bottiglie si sono degradate al 90% in 10 ore. Gli scienziati hanno quindi utilizzato il PET riciclato per creare nuove bottiglie per alimenti.

Tuttavia, fino ad oggi, le bottiglie devono anche essere macinate e riscaldate prima di mettere al lavoro l’enzima. Quindi, il PET riciclato risulta più costoso della plastica vergine. Ma Martin Stephan, vicedirettore generale di Carbios (società che ha finanziato la ricerca), ha affermato che il prezzo è dovuto ad un’offerta ancora ridotta, che si prevede aumenterà nel tempo. “Siamo la prima azienda a introdurre questa tecnologia sul mercato”, ha affermato Stephan, “il nostro obiettivo è essere operativi entro il 2024, 2025, su larga scala industriale.

La scoperta francese, infatti, apre alla possibilità di un riciclaggio biologico del PET su larga scala. Si tratta di un grande progresso, in termini di velocitàefficienza tolleranza al calore. Inoltre, rappresenta un significativo passo avanti per un’economia circolare del PET, avendo il potenziale per ridurre la dipendenza dal petrolio, le emissioni di carbonio e il consumo di energia. In tutto il mondo, la scienza sta facendo passi avanti nella ricerca di metodi biologici per scomporre importanti tipi di plastica. A marzo, ad esempio, un gruppo di ricercatori tedeschi ha individuato un insetto che si nutre di poliuretano tossico, e altri studi hanno dimostrato che le larve di falena possono nutrirsi di politene.

Fonte: Rinnovabili.it

Patto europeo sulla plastica: anche l’Italia vi aderisce

Il Patto europeo sulla plastica prevede che entro il 2025 tutti gli imballaggi in plastica e i prodotti in plastica monouso siano progettati per essere riutilizzabili e riciclabili, che la plastica vergine in prodotti e imballaggi si riduca di almeno il 20%, che aumenti la capacità di raccolta, selezione e riciclaggio del 25%, che si giunga almeno al 30% di materie plastiche riciclate per azienda.

Ridurre i rifiuti di plastica, utilizzare meno materie plastiche per i prodotti, riciclare e riutilizzare di più.

È questo l’obiettivo per cui 15 Paesi (tra cui l’Italia) e 66 Aziende e Organizzazioni hanno sottoscritto il 6 marzo 2020 a Bruxelles il Patto europeo sulla plastica (European Plastic Pact), una coalizione pubblico-privata che vuole realizzare un’economia europea delle materie plastiche veramente circolare, evitando i rifiuti di plastica e riunendo tutti gli attori della catena del valore.

Il Patto europeo sulla plastica, lanciato nel 2019 dai Paesi Bassi e dalla Francia con l’obiettivo di riunire Governi e Imprese a porsi come precursori nella ricerca di misure all’avanguardia per la gestione della plastica, ricalca il Global Committment della New Plastics Economy della Ellen MacArthur Foundation in collaborazione con l’UNEP, che opera dal 2018 e alla cui rete l’European Plastics Pact si unisce.

“È tempo di cambiare il gioco – ha dichiarato Stientje van Veldhoven, Ministro dell’Ambiente olandese – Se vogliamo affrontare i cambiamenti climatici, dobbiamo guardare oltre all’energia ai materiali. Dobbiamo iniziare a trattare la plastica come materia prima preziosa e tenerla fuori dai nostri oceani. Non è un compito facile. Abbiamo bisogno che l’industria chimica sviluppi plastica facilmente riciclabile. Abbiamo bisogno di più capacità di riciclaggio e abbiamo bisogno di progettare nuovi prodotti. Sono orgogliosa che oggi, con tutti questi leader, stiamo mettendo insieme i nostri sforzi per farlo funzionare“.

Gli aderenti al Patto europeo si impegnano a concentrarsi su 4 settori chiave.
– Riutilizzabilità e riciclabilità: progettare tutti gli imballaggi in plastica e i prodotti in plastica monouso immessi sul mercato per essere riutilizzabili ove possibile e comunque riciclabili entro il 2025.

– Uso responsabile della plastica: passare ad un uso più responsabile degli imballaggi in plastica e dei prodotti in plastica monouso, con l’obiettivo di ridurre i prodotti e gli imballaggi in plastica vergine di almeno il 20% (in peso) entro il 2025.

– Raccolta, selezione e riciclaggio: aumentare di almeno il 25% la capacità di raccolta, selezione e riciclaggio delle plastiche entro il 2025 e raggiungere un livello corrispondente alla domanda del mercato per la plastica riciclata.

– Uso di materie plastiche riciclate: aumentare l’uso di materie plastiche riciclate nei nuovi prodotti e imballaggi, in modo tale che entro il 2025 le imprese utilizzino nella loro gamma di prodotti e imballaggi almeno il 30% di materie plastiche riciclate (in peso).

La partecipazione al patto è volontaria, ma l’adesione comporta un impegno giuridico, con una apposita Segreteria che terrà traccia dei progressi segnalati ogni anno da tutti i firmatari.

“Abbiamo aderito con convinzione al Patto europeo sulla plastica – ha affermato il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – La proposta di aderire ha subito suscitato il nostro interesse. Siamo convinti che una tematica così complessa come quella legata alla plastica, e il contrasto all’inquinamento prodotto, necessiti di strumenti condivisi tra i Paesi europei e tra i molteplici attori coinvolti nella gestione. Il Patto è uno strumento prezioso per affrontare meglio il ciclo della plastica, dalla progettazione dei prodotti alla produzione al corretto riciclo”.

“Del resto, siamo già pienamente attivi a livello nazionale – ha proseguito il Ministro – Stiamo lavorando, con i Ministeri competenti, a un Piano nazionale sulla plastica sostenibile. La campagna ‘plastic free’ del Ministero dell’Ambiente ha avuto numerosissime adesioni, inclusa quella del Quirinale. La legge ‘Salvamare’, già approvata alla Camera, è fondamentale per liberare il mare dai rifiuti e dalla plastica. Nel dl ‘Clima’, sono previsti fondi ad hoc per le macchinette mangia-plastica. Sono tutti tasselli per contrastare la plastica monouso e gli imballaggi in plastica. La riduzione dei rifiuti e il riciclo di quelli esistenti è la base per il nostro futuro”.

In 10 anni raddoppio bottiglie acqua in plastica,sono 10 mld

Ismea, eco-trend non frena gli acquisti +0,9% nel 2019

Negli ultimi dieci anni sono più che raddoppiate il volume delle vendite delle acque minerale imbottigliate in plastica. Il numero delle bottiglie è passato da 5 miliardi del 2009 a 10 miliardi nel 2019, con un trend che non accenna a fermarsi. Lo scorso anno l’aumento nazionale è stato dello 0,9%, interessando sopratutto il Sud e la Sicilia (+2,7%). E’ la fotografia scattata dall’Ismea che mette in evidenza come, nonostante i tanti eco-movimenti globali anti-plastica, tanti consumatori non riescano ancora a rinunciare alla comodità della bottiglietta “usa-e-getta”.

L’Italia, del resto, è campione mondiale di consumo di acque minerali in bottiglia, la maggior parte in plastica, collocandosi al terzo posto dopo Messico e Thailandia. A fare la parte del leone nei consumi del 2019, tra le diverse tipologie di acqua, segnala l’Ismea, è quella naturale con il 71% dei volumi pari a 7,2 miliardi bottiglie acquistate con un valore quasi triplicato nel giro di soli 3 anni. Le acque effervescenti, invece, sono state scelte dal 13% delle famiglie per 1 miliardo di bottiglie, contro le 500 mila del 2016. Stessi numeri per le gassate comprate dall’11% dei consumatori, pari a 1 miliardo di bottiglie. Numeri più contenuti ma ugualmente rilevanti per le acque leggermente gassate, scelte dal 5% delle famiglie con 500 mila bottiglie, il doppio di quelle consumate nel 2016.

La stringente emergenza climatica e la lotta contro l’inquinamento da plastica non ha spinto la vendita di acque in vetro, anzi. Nel 2019 gli acquisti sono stati 24 milioni, 7 milioni in meno rispetto a dieci anni fa. Un trend negativo confermato anche per l’acqua effervescente e quella leggermente gassata sempre in vetro, ma non per quella gassata in netta controtendenza, con 5,5 milioni di bottiglie acquistate contro i 3 milioni del 2009.

Bag Waste Reduction Law: dal 1° marzo lo stato di New York mette al bando i sacchetti in plastica monouso

A partire dal 1° marzo nello Stato di New York entra in vigore la Bag Waste Reduction Low, la legge che mette al bando in tutto lo stato i sacchetti in plastica monouso, mentre su tutti gli altri (principalmente quelli in carta) sarà applicata una tassa di cinque centesimi di dollaro (pari a poco meno di cinque centesimi di Euro).

L’obiettivo della legge firmata lo scorso anno dal Governatore Andrew Cuomo è quello di ridurre il più possibile gli oltre 23 miliardi di sacchetti di plastica monouso che circolano nello stato e di azzerare i 10 miliardi di sacchetti distribuiti ogni anno a New York City.

Il nuovo divieto si applicherà a tutti i proprietari di negozi, operatori di centri commerciali e produttori che riscuotono le tasse statali (che per un italiano sono equivalenti alla nostra Iva quando acquistiamo un bene o un servizio), inclusi i negozi di alimentari, distributori di benzina e bodegas.

Ma non tutti i sacchetti in plastica saranno vietati, infatti saranno consentiti quelli per l’acquisto degli alimenti e i farmaci con prescrizione medica. Esenti invece dalla tassa i sacchetti di plastica preconfezionati venduti in blocco, come i sacchetti per i rifiuti o sandwich (in pratica dei sacchetti con chiusura ermetica per conservare il cibo). Saranno anche esenti dalla tassa tutti coloro che partecipano al Programma di assistenza nutrizionale supplementare (SNAP) e al programma Donna, neonati e bambini (WIC).

Dei cinque centesimi di tassa tre andranno al Fondo di protezione ambientale dello Stato, mentre gli altri due centesimi verranno utilizzati per pagare la distribuzione di sacchi riutilizzabili. Si perché l’idea di Cuomo è quella di inondare la città di sacchetti riutilizzabili. La campagna dal nome #BYOBagNY fino ad oggi ha già distribuito gratuitamente ai residenti oltre 700 mila borse riutilizzabili.

Infatti la messa al bando è stata accompagnata da una massiccia campagna di comunicazione dove vengono spiegati ai cittadini non solo i danni ambientali dei sacchetti ma anche le modalità su come evitare di dover pagare cinque centesimi ogni volta che si fa un acquisto. Ovviamente la soluzione è semplice, basta avere con se sempre un sacchetto riutilizzabile.

Inoltre per aumentare l’efficacia della legge tutti i negozi sul quale si applica il NYS Plastic Bag Reduction, Reuse and Recycling Act saranno tenuti a raccogliere i sacchetti di plastica e altre materie plastiche (come film in plastica, sacchetti di pane e involucri di plastica che provengono da scatole di acqua, asciugamani di carta e altri oggetti simili) per incentivare il riciclo.

Ci sono voluti quasi quattro anni ma tra qualche giorno anche New York potrà dire di essere in prima fila nella battaglia contro i sacchetti in plastica.

Fonte: Luigi Vendola per Eco dalle Città

Coripet, ‘adesioni al consorzio sopra le aspettative nel 2019

Coripet, Consorzio che nell’aprile 2018 ha ottenuto dal ministero dell’Ambiente il via libera a operare autonomamente nella gestione del riciclo delle bottiglie Pet, ha chiuso il 2019 con un numero di adesioni superiore alle aspettative. Lo comunica il consorzio ricordando che, tra gli altri, Coripet ha visto l’ingresso sul fronte delle acque minerali di San Bernardo, Fonti di Vinadio Spa (Acqua Sant’Anna), Fonte Ilaria, Fonti di Posina, Sorgenti Monte Bianco, Santa Vittoria e Sorgente Orticaia. Porte aperte anche a Refresco Italy Spa (uno dei maggiori produttori di bevande analcoliche), Conserve Italia e Latte Maremma.

“Questi risultati testimoniano che Coripet compie un passo significativo per il raggiungimento dei propri obiettivi che, in linea con quanto stabiliscono le recenti normative europee, sono diretti ad aumentare i livelli di raccolta, recupero e riciclo delle bottiglie e contenitori in Pet – commenta Corrado Dentis, presidente Coripet – La compagine consortile registra un processo di crescita di rilievo, in quanto con l’ingresso nell’anno appena trascorso di queste grandi realtà industriali, andiamo ad aumentare in maniera consistente la rappresentatività in tema di acque minerali e bevande analcoliche”.

Coripet intende rendere concreto il ciclo “da bottiglia a nuova bottiglia”, e arrivare a raccogliere, riciclare, recuperare il 90% delle bottiglie di plastica Pet immesse sul mercato dalle aziende produttrici consorziate.

Prima tappa raggiungere, dal primo anno, la quantità obbligatoria per legge, almeno il 60%, attraverso due modalità: da un lato integrandosi nell’attuale sistema di raccolta e selezione tramite accordi con gli operatori del settore e, dall’altro, installando eco-compattatori presso i supermercati o gli altri soggetti interessati.

Le bottiglie raccolte con gli eco-compattatori saranno avviate al bottle to bottle grazie ai riciclatori soci in Coripet, tutti in possesso del parere positivo di Efsa per la produzione di Rpet idoneo al diretto contatto alimentare.

Fonte: ADN Kronos

Indagine della BEI sul Clima: il 94% degli italiani intende smettere di utilizzare le bottiglie di plastica e il 66% lo ha già fatto

La Banca europea per gli investimenti (BEI) ha lanciato la seconda edizione dell’Indagine sul Clima, condotta in partenariato con la BVA, una società di consulenza specializzata in ricerche di mercato. L’indagine è un indicatore di come i cittadini percepiscono il fenomeno dei cambiamenti climatici nell’Unione europea, negli Stati Uniti d’America e in Cina. La seconda serie di risultati fa luce sulle azioni che i singoli cittadini contano di fare per contrastare i cambiamenti climatici.

Paragonati al resto d’Europa, gli italiani dicono nel complesso di essere disposti a fare di più per adeguare il loro stile di vita nel segno della prevenzione ai cambiamenti climatici. L’indagine valuta le seguenti quattro categorie di azioni:

Prodotti alimentari. La sostenibilità in materia alimentare è al centro dell’impegno dei cittadini italiani. Il 93% cerca attivamente di comprare più prodotti locali e stagionali e il 48% lo fa già sistematicamente. Gli italiani si dicono anche pronti a modificare la loro alimentazione: il 73% ha ridotto il consumo di carne rossa. Vi è in ogni caso una discrepanza tra le fasce di età più giovani e quelle più anziane: rispetto ai più giovani, gli italiani più anziani si impegnano di più ad acquistare unicamente prodotti alimentari locali.

Rifiuti. Il 97% degli italiani non usa più prodotti in plastica, o almeno ne ha ridotto il consumo. Più in particolare, il 94% degli italiani dice di avere l’intenzione di smettere di comprare le bottiglie di plastica, il 96% ha intenzione di comprare meno prodotti imballati con la plastica. Le donne, rispetto agli uomini, sembrano essere più propense a limitare il consumo della plastica: il 65% delle italiane dice di aver smesso di utilizzare i sacchetti di plastica per la spesa rispetto al 55% degli uomini.

Trasporti. Quando si tratta di optare per mezzi di trasporto più ecocompatibili, il 69% degli italiani dice di scegliere di camminare oppure di prendere la bicicletta per gli spostamenti giornalieri. Solo il 54% sceglie di usare i trasporti pubblici, percentuale che è inferiore alla media europea (64%). 

Vacanze. Il 77% degli italiani dice di trovarsi d’accordo con l’idea di fare meno viaggi in aereo per combattere i cambiamenti climatici, percentuale che è superiore di due punti rispetto alla media europea (75%). Per il 30% degli italiani si tratta già di una pratica consueta.  Analogamente, l’86% dei cittadini italiani dice che opterebbe per il treno, invece dell’aereo, per delle percorrenze pari o inferiori a cinque ore.

Abitazione. Il 38% degli italiani dice di aver ridotto l’uso dei condizionatori, come pratica rispettosa dell’ambiente, mentre coloro che si dicono disposti a non accenderli più nell’anno nuovo raggiungono il 75%, ovvero una percentuale quasi doppia. Inoltre, il 60% della popolazione intende passare a un fornitore di energia verde, mentre il 22% sostiene di averlo già fatto.

Marchi e società. Il 79% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni dice di aver partecipato, o parteciperà, a manifestazioni a favore del clima, cifra che scende al 69% per la fascia di età compresa tra i 30 e i 64 anni. Inoltre, il 54% degli italiani intende investire in fondi verdi, e l’11% dice di averlo già fatto.

Anche i cittadini di altre parti del mondo si dimostrano disposti ad agire fattivamente contro i cambiamenti climatici nel 2020. Sul tema del ridurre il consumo della plastica il consenso è chiaro: l’81% degli americani, il 93% degli europei e il 98% dei cinesi dicono di aver l’intenzione di comprare meno prodotti di plastica. In ogni caso, per quanto riguarda l’abitazione, gli atteggiamenti non sono uniformi: oltre il 94% degli intervistati cinesi intende passare a un fornitore di energia verde, mentre solo il 70% degli europei e il 64% degli americani ha in conto di farlo. Un andamento analogo emerge nella propensione a investire in fondi verdi: oltre l’86% della popolazione in Cina è ben disposta a farlo nel 2020, mentre quella degli Stati Uniti lo è per il 56% e quella europea per il 52%.

La Vicepresidente della BEI Emma Navarro, responsabile dell’azione per il clima e dell’ambiente, ha affermato: “Mi entusiasma vedere quanto i cittadini europei si impegnino nella nostra lotta comune contro i cambiamenti climatici. Le azioni individuali positive per il clima creano quelle tendenze economiche e sociali nelle nostre società che saranno d’aiuto nel risolvere la problematica dei cambiamenti climatici. La Banca europea per gli investimenti è decisamente impegnata a fornire i mezzi che consentono ai cittadini di portare avanti questa lotta che è la realizzazione di un futuro più sostenibile. Rincuora vedere come le persone si facciano paladine di questa causa e la rendano parte integrante della loro vita: in questa lotta ce la faremo solo se decidiamo di batterci insieme.”

Fonte: Eco dalle Città

Dimezzata la plastic tax

Il governo ha depositato in commissione Bilancio al Senato un pacchetto di emendamenti che affronta molti dei nodi della manovra. Nel ‘mini-maxiemendamento’, tra le misure, ci sono le modifiche alla plastic tax, alle auto aziendali e le norme sui comuni. La plastic tax viene dimezzata a 50 centesimi di euro e non si applica al materiale che proviene da processi di riciclo, a quelli compostabili (secondo la norma UNI EN 13432), ai dispositivi medici e ai manufatti in plastica con singolo impiego adibiti a contenere e proteggere preparati medicinali.  Per gli articoli monouso costituti da materia prima vergine e riciclata – si legge nella nella relazione tecnica – l’imposta sarà dovuta per la quota parte di plastica non riciclata.. La rimodulazione dovrebbe ridurre il gettito di 767 milioni nel 2020, rispetto agli 1,1 miliardi stimati originariamente.

E’ quanto prevede l’emendamento del governo alla manovra che, dopo le polemiche sollevate, corregge la misura. Sono esclusi dal pagamento dell’imposta i dispositivi medici e i manufatti in plastica con singolo impiego adibiti a contenere e proteggere preparati medicinali. Inoltre, l’emendamento, si legge nella relazione tecnica, “prevede che non sia considerato fabbricante chi produce manufatti in plastica con singolo impiego utilizzando, come materia prima o semilavorati, altri manufatti in plastica con singolo impiego sui quali l’imposta è dovuta da un altro soggetto, senza l’aggiunta di ulteriori materie plastiche”.

“Sono stati fatti passi avanti ma non siamo ancora soddisfatti”. Cosi’ il capogruppo al Senato di Italia viva, Davide Faraone, commentando l’emendamento del governo che corregge la plastic tax. “C’e’ un abbattimento della plastic tax del 70 per cento, noi vogliamo abbattere anche il restante 30 per cento cosi’ come vogliamo togliere la sugar tax. Presenteremo i sub emendamenti, siamo fiduciosi sul lavoro che c’e’ ancora da fare”, ha aggiunto.