Articoli

L’inquinamento da plastica colpisce in modo sproporzionato i gruppi emarginati

Secondo il nuovo rapporto  “Neglected: Environmental Justice Impacts of Plastic Pollution” dell’United Nations environment programme  (Unep) e dall’ONG ambientalista Azul, «Le comunità vulnerabili sopportano in modo sproporzionato il peso del degrado ambientale causato dall’inquinamento da plastica e sono urgentemente necessarie azioni per affrontare la questione e ripristinare l’accesso ai diritti umani, alla salute e al benessere».

I del rapporto puntano a responsabilizzare le comunità colpite dai rifiuti di plastica e sostenere la loro inclusione nel processo decisionale locale.

La direttrice esecutiva dell’Unep, Inger Andersen, ha sottolineato che «Giustizia ambientale significa istruire sui suoi rischi coloro che sono in prima linea nell’inquinamento da plastica, includendoli nelle decisioni sulla sua produzione, utilizzo e smaltimento, e garantire loro l’accesso a un sistema giudiziario credibile».

Il rapporto mostra come, in Paesi ricchi come gli Stati Uniti e poverissimi come il Sudan, le ingiustizie ambientali siano collegate alla produzione di plastica, in ambiti come la deforestazione per la costruzione di strade, lo sfollamento di popolazioni indigene per a effettuare trivellazioni petrolifere, nonché la contaminazione dell’acqua potabile da parte di attività di fracking per estrarre gas. Inoltre mette in guardia sui problemi di salute tra le comunità afroamericane che vivono vicino alle raffinerie petrolifere nel Golfo del Messico e sui rischi professionali affrontati da circa 2 milioni di raccoglitori di rifiuti in India.

Secondo il rapporto Unep/Azul, «Gli impatti della plastica sulle popolazioni emarginate sono gravi ed esistono in tutte le fasi del ciclo di produzione, dall’estrazione di materie prime e produzione, fino al consumo e allo smaltimento. I rifiuti di plastica non solo mettono in pericolo i mezzi di sussistenza di coloro che fanno affidamento sulle risorse marine, ma causano anche una serie di problemi sulla salute per le persone che consumano frutti di mare infestati da micro e nano plastiche tossiche. Le donne, in particolare, soffrono del rischio di tossicità correlato alla plastica, a causa della maggiore esposizione complessiva alla plastica a casa e persino nei prodotti per la cura femminile. Le differenze di genere, ruoli sociali e potere politico nella regolamentazione dell’uso della plastica e degli standard sanitari espongono le donne a un alto rischio di aborti spontanei e cancro, aggravando ulteriormente le disparità legate al genere in generale».

L’Unep dice che la pandemia di Covid-19 ha ulteriormente aggravato il problema dei rifiuti di plastica che già erano diventati una parte importante della crisi dell’inquinamento globale e che «Insieme alla perdita di biodiversità e al cambiamento climatico, rappresentando una triplice emergenza che deve essere affrontata con piani d’azione forti ed efficaci».

Per questo, il rapporto chiede ai governi di tutto il mondo di «Dare la priorità alle esigenze di coloro che sono colpiti in modo sproporzionato dall’inquinamento da plastica», sottolineando che «L’azione deve essere intrapresa a più livelli».

L’Unep chiede anche che venga esteso il monitoraggio dei rifiuti di plastica, migliori studi sul loro impatto sulla salute e maggiori investimenti nella gestione dei rifiuti. Inoltre, «I governi dovrebbero rafforzare ulteriormente i divieti contro la plastica monouso e incoraggiarne la riduzione, il riciclaggio e il riutilizzo. Anche altri attori come leader aziendali e industriali, attori non governativi e consumatori dovrebbero compiere sforzi per invertire la situazione per coloro che sono socialmente, economicamente, politicamente emarginati».

Fonte: GreenReport

CPME: nel 2020 la raccolta europea di Pet ha superato i 2 milioni di tonnellate

CPME (Commissione Europea dei Produttori di PET) riporta che nel 2020 la raccolta europea di PET da post consumo ha superato i 2 milioni di tonnellate e che, già dal 2009, i produttori europei di questo materiale stanno usando il riciclato di PET nelle loro formulazioni.

“Il PET è una resina totalmente riciclabile comunemente usata nelle bottiglie delle acque minerali o delle bevande gassate. Una volta raccolte, le bottiglie di PET sono riciclate principalmente in nuove bottiglie o nel settore tessile ma anche in altre numerose applicazioni – ha dichiarato Antonello Ciotti, presidente di CPME -. La nostra attenzione verso il riciclo è molto alta, perché siamo consapevoli che solo così possiamo aiutare l’ambiente riducendo la quantità di rifiuti generata e la quantità di gas emessa nell’atmosfera. Nel 2020 l’insieme dei sistemi della Responsabilità Estesa del Produttore in Italia ha raccolto poco meno di 300 mila tonnellate di contenitori in PET, equivalente a circa il 69% dell’immesso al consumo, ponendo l’Italia nelle condizioni di poter raggiungere nel 2025 l’obiettivo del 77% definito dalla Direttiva Europea SUP (Single Use Plastic). La raccolta delle bottiglie di PET aumenterà, come prescritto dalle direttive EU, da 6 su 10 bottiglie nel 2020 a 9 su 10 nel 2029, attraverso un coinvolgimento sempre maggiore del consumatore finale e nuovi sistemi di raccolta. Ciò che vogliamo sottolineare è che le bottiglie attualmente in commercio sono prodotte con la plastica più riciclata in Europa e nel mondo.

Fonte: Eco dalle Città

Trasformatori europei a corto di plastica

Per lanciare un allarme sulla carenza di materie prime, sulle ripetute chiamate di Forza maggiore da parte dei produttori e sull’aumento dei prezzi scende in campo EuPC, la federazione europea delle aziende che trasformano materie plastiche, sottolineando l’impatto sulle filiere a valle che utilizzano manufatti e componenti in plastica.

Le scorte sono ormai al livello minimo e potrebbero verificarsi interruzioni della catena di approvvigionamento a livello continentale. L’associazione invita quindi i fornitori di polimeri a collaborare per risolvere questa difficile situazione prima possibile, al fine di non mettere in pericolo le forniture di beni essenziali.

primi segnali di shortage – rileva EuPC – sono emersi nella seconda parte del 2020, in concomitanza con la ripresa dell’attività industriale dopo la sospensione imposta dall’emergenza pandemica e relativi lockdown. I trasformatori hanno aumentato la produzione, ma l’offerta di materie prime non è riuscita a tenere il passo.

Da dicembre 2020 la situazione si è deteriorata rapidamente – spiega Alexandre Dangis, direttore di EuPC -. Le condizioni meteorologiche estreme negli Stati Uniti hanno comportato ulteriori cadute di produzione che hanno interessato anche il mercato europeo. Inoltre, i produttori europei hanno aumentato negli ultimi mesi il numero delle chiamate di Forza maggiore, come già riportato da Polymers for Europe Alliance a gennaio (leggi articolo)”.

Secondo l’associazione dei trasformatori, la situazione è ulteriormente aggravata dalla carenza di container e dal repentino e rilevante aumento dei prezzi dei polimeri, fino a raggiungere livelli record nelle ultime settimane, rosicando i margini e la solidità finanziaria delle aziende trasformatrici.

“Ci sono circa 50.000 piccole e medie aziende di trasformazione della plastica in Europa che devono far fronte alla carenza di materie prime e a significativi aumenti di prezzo, senza avere potere negoziale nei confronti dei produttori multinazionali di polimeri – afferma il presidente di EuPC, Renato Zelcher (nella foto) -. Se questa situazione dovesse perdurare, sempre più aziende saranno costrette a ridurre la loro produzione, provocando uno shortage di prodotti in plastica come imballaggi alimentari, componenti per l’edilizia e l’industria automobilistica”.

Fonte: Polimerica.it

HDPE e PP, come riciclarne di più

Plastics Recyclers Europe ha pubblicato uno studio su produzione, utilizzo, raccolta e riciclo di polipropilene e polietilene alta densità in Europa

La federazione europea dei riciclatori di materie palstiche PRE (Plastics Recyclers Europe) ha pubblicato un esauriente studio sulla produzione, raccolta e riciclo di polipropilene (PP) e polietilene alta densità (HDPE) in Europa (scaricabile QUI), con l’obiettivo si sensibilizzare policy maker e opinione pubblica sulle grandi opportunità offerte dal recupero e riutilizzo delle poliolefine.

Opportunità che possono essere colte solo incrementando l’utilizzo di riciclati nella produzione di nuovi articoli e componenti. HDPE e PP rappresentano infatti quasi un terzo dei consumi dei trasformatori europei, destinate prevalentemente ad applicazioni di imballaggio rigido: circa 6,6 milioni di tonnellate sui 16,7 milioni immessi sul mercato UE.
La capacità odierna di riciclo di questi due polimeri ammonta a circa 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti post-consumo, a cui va aggiunto mezzo milione di tonnellate di rifiuti pre-consumo, pari complessivamente al 18% dei rifiuti da imballaggio rigido a base poliolefinica.

Un incremento di queste capacità – sottolinea l’associazione europea – è possibile solo se, di pari passo, viene potenziata la raccolta di rifiuti a fini di riciclo, quantitativa ma anche qualitativa, implementando avanzate tecnologie di raccoltaselezione e trattamento, anche per tipologia di imballaggio. Al contempo, bisogna rendere i manufatti più riciclabili a fine vita ed è altrettanto importante incentivare l’impiego dei materiali riciclati nei manufatti.

“Il contenuto di poliolefine rigide riciclate deve essere ampliato – afferma Herbert Snell, presidente del gruppo di lavoro HDPE in PRE -. Va sostenuto e potenziato, in particolare, l’uso circolare dei materiali, dove l’HDPE recuperato da bottiglie e flaconi è riutilizzato nelle bottiglie e l’HDPE e il PP delle cassette torna nelle cassette”.

Infine, sottolinea l’associazione dei riciclatori, è necessario colmare le lacune legislative esistenti, ad esempio spingendo ulteriormente gli acquisti verdi della pubblica amministrazione.

Fonte: Polimerica

Corepla: il riciclo batte il lockdown

“Cosa si può fare per ridurre l’impatto dei rifiuti di imballaggi in plastica sull’ambiente? Se raccolti in maniera differenziata, gli imballaggi in plastica vengono riciclati o recuperati e si trasformano in nuovi oggetti, facendo crescere l’economia circolare come valore condiviso”. È solo uno dei numerosi quesiti semplici, diretti e chiarificatori delle dinamiche del grande universo del recupero e del riciclo degli imballaggi in plastica. È quello che potremmo definire da “botta e risposta” lo stile inconsueto dell’ultimo Rapporto di Sostenibilità di Corepla, il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica, principale soggetto nazionale che opera per restituire futuro alla plastica recuperata dalle oltre 2 milioni di tonnellate di imballaggi immessi annualmente al consumo, in media, in Italia. Le domande, più o meno scomode, che scandiscono la suddivisione in capitoli del documento sono state selezionate tra quelle che affollano, quotidianamente, i profili social del Corepla. Un’immagine e un profilo giovane perché è proprio alle nuove generazioni che il nuovo Report vuole parlare. Ovviamente non manca la rendicontazione “contabile” dell’attività svolta dal Consorzio nel 2019.

I numeri del 2019

Come già indicato, nel 2019 sono state immesse al consumo 2.083.880 tonnellate di imballaggi in plastica di pertinenza di Corepla e ne sono state recuperate 1.917.614 tonnellate, pari al 92%. Il 43% degli imballaggi in plastica è stato avviato a riciclo mentre il 49% è stato avviato a recupero energetico. Nello stesso anno, in Italia, sono state conferite nella raccolta differenziata urbana 1.378.384 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica (il 13% in più rispetto all’anno precedente). La quantità di rifiuti di imballaggi in plastica avviati a riciclo da Corepla sono stati pari a 617.292 tonnellate di cui: 590.682 tonnellate provenienti dalla raccolta differenziata urbana, 26.610 tonnellate provenienti da commercio e industria.

Anche il dato relativo alle quantità raccolte in rapporto al numero di abitanti serviti risulta in crescita e nel 2019 ha raggiunto i 22,8 chilogrammi per abitante (nel 2018 era 20,1 kg/ab). Per il secondo anno consecutivo, inoltre, la crescita delle regioni a raccolta pro capite inferiore alla media nazionale è stata più che doppia rispetto alla crescita delle regioni a pro capite superiore o uguale alla media nazionale nell’anno precedente. I dati di raccolta delle singole regioni si stanno sempre più avvicinando al dato medio nazionale, superando gli enormi divari che sino a due anni fa caratterizzavano la situazione italiana. Parlando di kg/abitante, in testa per il 2019 risulta la Sardegna (31,8), seguita dalla Valle d’Aosta (31,6) e dal Veneto (28,5). Le quantità conferite alla raccolta differenziata nel 2019 sono risultate essere composte per il 91% da imballaggi in plastica e per il restante 9% dalle frazioni estranee o neutre contenute nella raccolta mono materiale. Nel 2019 le convenzioni attive sono state 951, per un totale di 7.345 Comuni coinvolti (pari al 92% dei Comuni italiani). Questo significa che nel 2019 gli abitanti serviti da raccolta differenziata grazie al convenzionamento con COREPLA sono stati 58.377.389, pari al 96% della popolazione. Il contributo erogato da COREPLA ai Comuni (o soggetti da questi delegati) per sostenere i maggiori costi della raccolta differenziata è stato nel 2019 di oltre 400 milioni di euro. Nel 2019 Corepla ha inoltre avviato a recupero energetico 445.812 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica, valorizzando anche gli imballaggi più complessi che allo stato attuale non trovano collocazione nel mercato del riciclo.

I vantaggi di un’azione senza precedenti

L’attività svolta da COREPLA per garantire una corretta gestione dei rifiuti di imballaggi in plastica non solo contribuisce ad impedire la dispersione della plastica nell’ambiente, ma genera altri importanti benefici ambientali. Grazie al riciclo degli imballaggi in plastica, nel 2019 sono state risparmiate 433.000 t di materia prima vergine, 8.973 GWh di energia primaria, 877.000 t di emissioni di CO2 equivalenti. Rispetto al recupero energetico, 218 sono stati i GWh di energia termica prodotta e 108 i GWh di energia elettrica generata.

L’idea alla base di questa nuova edizione del nostro Rapporto di Sostenibilità è molto semplice – sostiene Giorgio Quagliuolo, Presidente di Corepla – e, a nostro avviso, efficace: attingere direttamente dai dubbi e dagli interrogativi del pubblico, gli stimoli e gli spunti per creare uno strumento di comunicazione e rendicontazione del nostro impegno per la sostenibilità a 360°. Abbiamo espressamente dedicato questo nostro documento ai più giovani, volendo destinare a loro un messaggio chiaro e circostanziato: è attraverso l’impegno quotidiano di oggi che si determina il destino dell’Ambiente di domani e la sua salvaguardia è un indispensabile gesto di altruismo che le attuali generazioni destinano a quelle future. Un dato che salta agli occhi soprattutto in un frangente critico come quello che stiamo vivendo e che presto, speriamo, sapremo superare grazie al fondamentale contributo della ricerca e dell’innovazione, due elementi che distinguono anche il nostro Consorzio. Abbiamo voluto, nello stesso modo, chiarire alcuni punti focali della nostra attività e, soprattutto, ribadire l’importanza di considerare la plastica un risorsa dalle molteplici sfaccettature. All’interno di questa cornice si inserisce il dettaglio dei dati che delineano un’attività in costante crescita, grazie anche alla collaborazione fattiva di tutti i soggetti che operano in convenzione con Il Consorzio e, soprattutto, ad una sempre più elevata sensibilità e cultura ambientale che si sta consolidando nella comunità civile, a tutti i livelli”.   

Il 2020

L’anno appena concluso è stato contraddistinto da eventi senza precedenti, che hanno investito tutti i settori e di cui ha risentito anche la nostra attività. La pandemia da Coronavirus, il rallentamento dell’economia mondiale, la Direttiva sugli imballaggi monouso, il Green Deal, gli obiettivi di riciclo sempre più ambiziosi che ci pongono l’ordinamento Europeo e Nazionale, le incertezze legate alla Plastic Tax, la nascita di sistemi alternativi di gestione degli imballaggi in plastica, sono solo alcuni dei temi complessi che il Consorzio si è trovato ad affrontare nel corso del 2020.

In questo panorama di incertezza, la nostra attività, annoverata anche dal Governo fra i “servizi essenziali”, non si è mai fermata, nonostante le forti criticità dovute alla chiusura delle attività commerciali e produttive, al brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani, alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali ma anche al blocco del settore delle costruzioni, che ha fortemente ridotto l’utilizzo della frazione di imballaggi non riciclabili meccanicamente come combustibile nei cementifici.

La pandemia da coronavirus ha sconvolto abitudini e modi di vivere ed ha introdotto importanti modifiche anche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, portando all’incremento degli acquisiti online e dell’asporto del cibo, tanto da determinare, nonostante tutto, un aumento degli imballaggi raccolti nel 2020 rispetto all’anno precedente, anche se con una crescita ad una sola cifra.

In questa situazione critica, la plastica si è rivelata utile nel garantire la salute e la sicurezza nella vita di ogni giorno, ad iniziare dalla protezione degli alimenti che quotidianamente arrivano sulle nostre tavole. L’ampio uso di imballaggi in plastica, indispensabili in svariati frangenti, ha in parte modificato la percezione del materiale da parte dell’opinione pubblica, tenendo comunque alta l’attenzione sul senso civico del singolo e sulla necessità di effettuare una corretta raccolta differenziata per evitare la dispersione dei rifiuti nell’ambiente. Ulteriore segnale positivo registrato nel 2020 è l’incremento della percentuale di rifiuti avviati da Corepla a riciclo rispetto all’anno precedente.

In generale, nel 2020 si evidenzia un incremento dell’8% dei quantitativi di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla nel bimestre marzo-aprile 2020, in rapporto allo stesso periodo del 2019; un aumento, quest’ultimo, in controtendenza rispetto alla riduzione dei consumi (-4%) e della produzione dei rifiuti urbani (-10/14%) del medesimo periodo. La quarantena ha indotto importanti modifiche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, incrementato gli acquisiti online e del  cibo da asporto. Nel secondo bimestre 2020 sono cresciuti anche i quantitativi sia dei rifiuti di imballaggio avviati a riciclo sia di quelli valorizzati tramite recupero energetico.

Nello stesso periodo, una forte criticità si è manifestata sia a causa della chiusura delle attività commerciali e produttive, sia per il brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani: in 7 settimane di lockdown è stata bloccata l’esportazione di oltre 16.000 tonnellate di rifiuti urbani.

In più, il blocco quasi totale del settore delle costruzioni ha fortemente ridotto l’utilizzo della porzione di imballaggi non riciclabili meccanicamente (Plasmix) come combustibile nei cementifici. Tale settore rappresenta il 75% circa dell’utilizzo del Plasmix.

Queste cause, unite alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali nel secondo bimestre 2020, hanno provocato da una parte l’aumento della quota di rifiuti di imballaggio destinata a riciclo in impianti esteri (+27%, ovvero 3mila tonnellate) e dall’altra, la crescita della percentuale conferita a termovalorizzazione (circa 42mila tonnellate in più rispetto all’anno precedente). La chiusura di alcune settori operativi utilizzatori di materie prime seconde, le forti difficoltà nella movimentazione delle merci e la ridotta capacita disponibile negli impianti di termovalorizzazione hanno spinto, come ultima ratio, anche alla crescita del conferimento in discarica. In sostanza, “il sistema ha dato prova di grande resilienza – ha dichiarato Quagliuolo -, riuscendo ad  individuare soluzioni senza ulteriori ripercussioni sulla collettività per garantire lo svolgimento del servizio essenziale anche in un momento di enorme criticitàLa tenuta del sistema è stata garantita grazie a interventi straordinari in assenza dei quali la filiera avrebbe rischiato la chiusura e che hanno evidenziato le carenze strutturali impiantistiche e del mercato nazionale delle materie prime seconde, rispetto alle quali occorrerà lavorare di concerto con le istituzioni per evitare crisi future”.

Fonte: Eco dalle Città

Rifiuti, col lockdown +8% imballaggi in plastica e dopo? È cresciuto l’export

Nel corso del 2019 sono 2.083.880 le tonnellate di imballaggi in plastica (o meglio in plastiche) immessi al consumo, che una volta divenute rifiuti sono state avviate a riciclo (43,39%) a recupero energetico (48,63%) o a smaltimento (8% circa): questi i dati forniti dal consorzio Corepla nel suo ultimo Rapporto di sostenibilità, ma cos’è successo nell’ultimo anno segnato dalla pandemia? Una prima panoramica viene fornita oggi sempre dal Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica.

La raccolta rifiuti è stata annoverata anche dal Governo fra i “servizi essenziali” e non si è mai fermata, nonostante le forti criticità che hanno investito le filiere industriali a valle del servizio, tanto da determinare, nonostante tutto, un aumento degli imballaggi raccolti nel 2020 rispetto all’anno precedente, anche se con una crescita ad una sola cifra.

Nel 2020 si evidenzia infatti un incremento dell’8% dei quantitativi di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla nel bimestre marzo-aprile 2020, in rapporto allo stesso periodo del 2019; un aumento, quest’ultimo, in controtendenza rispetto alla riduzione dei consumi (-4%) e della produzione dei rifiuti urbani (-10/14%) del medesimo periodo. Come mai?

Come osservano da Corepla la quarantena ha indotto importanti modifiche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, incrementato gli acquisiti online e del cibo da asporto.

Questo per quanto riguarda l’immesso al consumo, ma da Corepla aggiungono che nel secondo bimestre 2020 sono cresciuti anche i quantitativi sia dei rifiuti di imballaggio avviati a riciclo sia di quelli valorizzati tramite recupero energetico; c’è poco da festeggiare però, perché in questo contesto il ruolo dell’export è stato di primo piano.

Sono infatti ormai note le forti criticità dovute alla chiusura delle attività commerciali e produttive, al brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani, alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali ma anche al blocco del settore delle costruzioni, che ha fortemente ridotto l’utilizzo della frazione di imballaggi non riciclabili meccanicamente come combustibile nei cementifici (che ad esempio assorbono il 75% circa del plasmix, quelle plastiche miste difficilmente riciclabili, anche se alcune realtà d’eccellenza riescono a riciclarne alcune componenti).

Basti pensare che in sole 7 settimane di lockdown è stata bloccata l’esportazione di oltre 16.000 tonnellate di rifiuti urbani. Circa 2.300 tonnellate a settimana.

Come spiegano da Corepla, le cause appena citate – unite alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali – nel secondo bimestre 2020 hanno provocato da una parte l’aumento della quota di rifiuti di imballaggio destinata a riciclo in impianti esteri (+27%, ovvero 3mila tonnellate) e dall’altra, la crescita della percentuale conferita a termovalorizzazione (circa 42mila tonnellate in più rispetto all’anno precedente). La chiusura di alcune settori operativi utilizzatori di materie prime seconde, le forti difficoltà nella movimentazione delle merci e la ridotta capacita disponibile negli impianti di termovalorizzazione hanno spinto, come ultima ratio, anche alla crescita del conferimento in discarica.

«Il sistema ha dato prova di grande resilienza – sostiene Giorgio Quagliuolo, presidente di Corepla –, riuscendo ad  individuare soluzioni senza ulteriori ripercussioni sulla collettività per garantire lo svolgimento del servizio essenziale anche in un momento di enorme criticità. La tenuta del sistema è stata garantita grazie a interventi straordinari in assenza dei quali la filiera avrebbe rischiato la chiusura e che hanno evidenziato le carenze strutturali impiantistiche e del mercato nazionale delle materie prime seconde, rispetto alle quali occorrerà lavorare di concerto con le istituzioni per evitare crisi future».

Fonte: Green Report

Plastic Tax, pubblicato il regolamento in Gazzetta Ufficiale UE

Scatterà da gennaio in Europa e da luglio nel nostro Paese; 80 centesimi al kg sui rifiuti plastici non riciclati

La plastic tax costerà 0,80 euro per chilogrammo da applicare ai rifiuti plastici da imballaggi non riciclati e dovrà essere versata dai Paesi UE a partire da gennaio.  Lo segnala il regolamento pubblica sulla Gazzetta Ufficiale europea.

Come funziona
I contributi, applicati a livello di singolo stato, saranno calcolati dalla Commissione Europea e l’introito verrà utilizzato per finanziare il piano di ripresa economica in seguito alla pandemia Covid-19. La plastic tax può essere pagata dal Paese, invece che dai singoli individui o società. I singoli stati-nazione, tuttavia, possono cercare di reintegrare la quota versata mediante l’imposizione di tasse. Entro il 15 aprile di ogni anno, ogni stato dovrà trasmettere alla Commissione, le previsioni concernenti il peso dei rifiuti di imballaggio di plastica che non saranno riciclati per l’anno in corso e l’anno successivo. Entro il 31 luglio di ogni anno, ogni stato membro trasmette alla Commissione un estratto annuale relativo al secondo anno precedente l’anno corrente che fornisce i dati statistici relativi al peso dei rifiuti di imballaggio di plastica prodotti e il peso di tali rifiuti di imballaggio di plastica che sono stati riciclati, in chilogrammi.

Come è noto in Italia si è deciso di far scattare la plastic tax a partire dal mese di luglio 2021, così sollecitato da diverse associazioni di categoria come la Federazione Gomma Plastica/Unionplast e le stesse Organizzazioni Sindacali Filctem/Cgil, Femca/Cisl e Uiltec/Uil.

Fonte: e-gazette

UNI: prassi di Riferimento ‘Linee guida sull’utilizzo responsabile della plastica’

Prima della pubblicazione definiva è possibile prendere visione e scaricare il documento oltre ad effettuare delle osservazioni, che dovranno essere inviate ad UNI, secondo specifica procedura, entro il 4 gennaio 2021

Sul sito di UNI, Ente nazionale italiano di normazione, è stata pubblicata, in consultazione pubblica, la Prassi di Riferimento “Linee guida sull’utilizzo responsabile della plastica”.
Nel documento si legge:La presente prassi di riferimento fornisce i requisiti minimi di un sistema di gestione finalizzato ad un utilizzo responsabile della plastica. Essa si applica alle organizzazioni di qualsiasi tipologia e dimensione, pubbliche o private, utilizzatrici finali di prodotti di plastica o contenenti plastica. Sono quindi escluse le organizzazioni che gestiscono il rifiuto plastico come attività principale e
caratterizzante. La presente prassi di riferimento può essere utilizzata dalle organizzazioni secondo tre modalità:
1) applicando il sistema di gestione per l’utilizzo responsabile della plastica, che può essere certificato da organismi di valutazione della conformità di terza parte (di seguito “organismi di certificazione”) operanti secondo la UNI CEI EN ISO/IEC 17021;
2) applicando il sistema di gestione come base per l’asserzione ambientale “Utilizzo responsabile della Plastica” se corredata da una dichiarazione esplicativa che chiarisca l’obiettivo raggiunto o che
l’organizzazione intende raggiungere. L’asserzione ambientale può essere validata/verificata secondo la UNI EN ISO 14021 da un organismo di certificazione operante in conformità alla UNI CEI EN ISO/IEC 17021;
3) applicando il sistema di gestione come base per l’asserzione ambientale “Utilizzo Responsabile della Plastica” se è anche conforme alla prassi di riferimento sulla sostenibilità e al programma previsto in Appendice F alla presente prassi di riferimento; in tal caso l’asserzione può essere verificata/validata secondo la UNI ISO/TS 17033 da un organismo di certificazione operante in conformità alla UNI CEI EN ISO/IEC 17029.
Prima della pubblicazione definiva è possibile prendere visione e scaricare il documento oltre ad effettuare delle osservazioni, che dovranno essere inviate ad UNI, secondo specifica procedura, entro il 4 gennaio 2021:

https://www.uni.com/index.php?option=com_content&view=article&id=8873&Itemid=2866

Fonte: Eco dalle Città

Rifiuti: cresce recupero imballaggi, plastica ancora indietro

Ispra: vetro, acciaio e legno raggiunti i target Ue per il 2025

Nel 2019 in Italia è aumentato del 3,1% rispetto al 2018 il recupero dei rifiuti di imballaggio, che rappresenta l’80,8% dell’immesso al consumo: il vetro mostra l’aumento più elevato, seguito da plastica, acciaio e legno. Lo rivela il rapporto annuale sui rifiuti urbani dell’Ispra, l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente.

Tutte le frazioni di imballaggi hanno già raggiunto gli obiettivi di riciclaggio previsti dalla Ue per il 2025, ad eccezione della plastica. Per il riciclaggio di questa frazione, costituita da diverse tipologie di polimeri, secondo l’Ispra sarebbe necessaria l’attuazione di nuove tecnologie di trattamento, tra cui il riciclo chimico. (ANSA).

La plastica siamo noi, ovvero il nostro modello di consumo

La plastica siamo noi, che partecipiamo a vario titolo e con un diverso contributo e grado di responsabilità, a un modello ormai anacronistico basato sullo spreco di risorse a discapito delle generazioni future.

Un modello ben lontano dall’essere sostenibile quello attuale se applichiamo la definizione uscita dal rapporto Brundtland (1)e che ci vede tutti coinvolti. I cittadini in primis che hanno un rapporto schizofrenico con la plastica, perché se da un lato la “detestano” – e giustamente – per l’inquinamento ambientale, dall’altro non vogliono rinunciare alle comodità che la versatilità e la funzionalità del materiale permettono.

Poi vengono i decisori aziendali che, in assenza di un contesto legislativo (Responsabilità Politica ahimè, qui non ancora pervenuta) che guidi verso modelli di economia circolare (ovvero sistemi che prevedono di cicli di utilizzo sostenibili). Invece di ripensare prodotti e modelli di commercializzazione/erogazione i grandi marchi rispondono al sentiment antiplastica con “false soluzioni”pur di non perdere vendite e fatturato.

Ed ecco che entra in gioco tutta la narrazione sui materiali ecosostenibili che lo sarebbero, prevalentemente, perché si biodegradano, e in misura minore perché si riciclano all’infinito, come l’alluminio e il vetro. Non per nulla si trovano da due a tre volte in più lattine nel littering rispetto alle bottigliette di plastica negli ultimi anni…Peccato che gli stessi produttori di lattine siano i più grandi oppositori dei sistemi di deposito con cauzione che ridurrebbero il littering e la dispersione della plastica nell’ambiente. O meglio speriamo di poterne parlare al passato visto la recentissima apertura ai sistemi espressa da portavoce del settore. D’altronde nessuno è più in grado di confutare, alla luce di tanti casi di successo esistenti che i sistemi di deposito non siano uno degli strumenti più potenti per creare un’economia circolare per i contenitori di bevande (di qualunque tipo) e riportare in auge il vuoto a rendere con refill. Che cosa sta facendo la politica per promuovere il riuso e il riciclo?

Non è ancora dato saperlo ma quello che è certo è che nel DDL n. 1721, “Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea – Legge di delegazione europea 2019” recentemente approvato al Senato, (e che ora passa all’esame della Camera) è stato approvato un emendamento per aggiungere i bicchieri in plastica alla lista di articoli che dovranno essere vietati dalla Direttiva SUP.  “Nel DDL ci sono misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella che prevede l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti” dichiara infatti il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Questo nonostante il fatto che la direttiva SUP preveda per i bicchieri solamente una riduzione nel consumo, e che la stessa vieti, insieme alle plastiche tradizionali, anche le bioplastiche (per quella decina di prodotti che bandisce).

Sondaggi internazionali degli ultimi due anni, e lo studio SCELTA (2) in Italia, hanno evidenziato che la biodegradabilità/compostabilità – e quindi i materiali che sulla carta la dichiarano – viene percepita come un vantaggio ambientale persino a discapito della durevolezza e della potenzialità di riuso che questa caratteristica permette. Siamo arrivati la punto in cui “scomparire” è preferibile a durare. Forse perché così scompare la prova di un consumo o di una scelta “insostenibile” ? A ricordarci con la loro presenza che stiamo sbagliando qualcosa, visto che la natura non li produce, sono proprio i rifiuti, che li vogliamo lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Figli di questo “approccio ex post” che salta a piè pari le azioni prioritarie della gerarchia europea come prevenzione e riuso (azioni reali e misurabili) rispetto a riciclo/compostaggio ( dati spesso poco affidabili e trasparenti nei metodi di rilevazione da qui l’azione europea che si propone di definire sistemi di calcolo omogenei nei paesi membri) sono le innovazioni che agiscono sui materiali e non sul sistema che dovrà accoglierli: dalla paper bottle agli imballaggi in bioplastiche e poliaccoppiati.

Invece di risolvere i problemi che abbiamo con le plastiche, e decidere (applicazione per applicazione) quale sia il materiale che “funzioni meglio” in uno specifico sistema/contesto, oppure decidere di dematerializzare il packaging ove possibile, finiamo per buttare il bambino (ovvero la plastica) con l’acqua sporca. Per poi magari andare a fare con altri materiali gli stessi errori fatti con la plastica.

Queste sono alcune immagini di ipermercati che rappresentano quello che è diventato il nostro modello di consumo. Quindi non sono le immagini a slogan plastic-free che girano sui social, prese chissà dove, su cui indignarsi.

Dalle banane sbucciate in vaschetta del Marocco, all’uovo fritto in vaschetta, ai 12 acini di uva confezionati in astuccio di plastica della tradizione spagnola di fine anno. Solo per citare l’oggetto delle più recenti condivisioni avvenute su facebook.

Non è stato fornito nessun testo alternativo per questa immagine

Parliamo di noi invece e chiediamoci se il problema è solamente la plastica, o se invece il problema siamo noi, che vorremmo salvare capra e cavoli (ovvero non rinunciare alle comodità di avere un pasto pronto in pochi minuti) cullandoci in comodi alibi per i quali la colpa è sempre di qualcun altro. In questo caso dei produttori di alimentari o dei supermercati.

I supermercati come appreso da loro referenti registrano già da qualche anno – e quindi ben prima che arrivasse la pandemia– una progressiva diminuzione degli acquisti di prodotti freschi fatti al taglio nei banchi interni a favore di un acquisto degli stessi prodotti confezionati nei banchi frigo. Parliamo ormai di un 70% di acquisti fatti dai banchi frigo self service e di un 30% ai banchi assistiti. Solamente al sud questo tendenza non si è ancora registrata considerato che il 70% degli acquisti di alimenti freschi avviene ancora presso ai banchi interni. Una conferma su questo trend arriva da un’indagine del Panel Ismea Nielsen di cui riporta il Fatto Quotidiano che rivela che nei primi nove mesi del 2020 a fare da traino fino a giugno sono stati i prodotti a largo consumo confezionati (+7,8%), a fronte di una crescita della spesa dei prodotti sfusi del 4,8%. Il 70,6% della spesa delle famiglie è costituita da prodotti confezionati.

Come anticipato nella premessa i materiali “sostenibili” non possono o smettono di esistere in cicli di consumo insostenibili. Chi asserisce il contrario – dal fronte della politica a quello ecologista e ambientalista – o di ambiente ne capisce poco, oppure sta difendendo gruppi di interesse che vogliono conquistare la fetta di mercato della plastica.

Non è stato fornito nessun testo alternativo per questa immagine

I supermercati, per avere in assortimento tutta la vasta gamma di cibi freschi (dall’antipasto alla frutta) che il mercato richiede (3) devono approvvigionarsi di migliaia di banchi frigo con un impatto sulle emissioni di gas climalteranti che non potrà che peggiorare una situazione che è già drammatica. Ho cercato dati sull’impatto della refrigerazione in termini di emissioni climalteranti e credo si possa ipotizzare che aggiunga a spanne un aggravio di emissioni del 4% , includendo il trasporto. Uno studio dell’ Università di Manchester che ha comparato le emissioni di Co2 causate dei sandwich venduti dalla GDO inglese con quelle dei panini fatti in casa ha rilevato che l’impronta complessiva di carbonio di un panino, a seconda degli ingredienti, tra produzione della materia prima e processi produttivi vale dal 37%-67% dell’impatto complessivo. Se il materiale impiegato per il confezionamento pesa per l’ 8.5 %, l’impatto dovuto al trasporto e alla refrigerazione nei negozi, è responsabile di ben un quarto dell’impronta di carbonio complessiva di un panino. Va tenuto conto dell’effetto che sulla richiesta di energia avrà anche il maggiore ricorso al condizionamento nelle abitazioni private man mano che le temperature aumenteranno.

Va detto che l’informazioni ambientale verso i cittadini è inesistente su questo fronte. Infatti l’impatto che questo modello di consumo ha sul consumo di risorse, produzione di inquinamento e rifiuti viene notevolmente sottostimato, quando non sottaciuto.

Non viene quasi mai evocato quando si parla, ad esempio, di dover ridurre le emissioni climalteranti del 55 % al 2030 (obiettivo europeo ) che il Politecnico di Milano dice comporti tagliare altri 94 milioni di tonnellate di CO2. (4)

Serve dunque – ha ribadito Chiesa –raddoppiare la potenza installata per l‘eolico e aumentare di quasi tre volte quella per il fotovoltaico“.

Ma siamo seri, crediamo davvero di potere ricoprire l’Italia e il mondo di pale eoliche, pannelli fotovoltaici ed altre tecnologie per poi sprecare tutto il risparmio energetico che potremmo conseguire da misure come l’efficientamento energetico degli edifici (e simili ) per poi andare ad alimentare modelli come questo? E per i 10 miliardi di abitanti che diventeremo ?

(1) Il rapporto Brundtland nel 1987 definisce come sostenibile un modello di sviluppo in grado di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. (WCED,1987)

(2) SCELTA Sviluppare la Circular Economy facendo Leva sulle Tendenze di Acquisto Gruppo di Lavoro della Scuola Superiore Sant’Anna.

(3) Monoporzioni, è boom di acquisti dal formaggio alla frutta

Boom del confezionato, verdura regina della Gdo

(4) Politecnico di Milano, l’Italia deve tagliare 94 milioni di tonnellate di CO2