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Per l’Europa l’unica plastica sostenibile è quella riciclata

La plastica sostenibile esiste? Se per sostenibile non si intende a impatto zero – perché nessuna produzione umana lo è – allora sì, ed è la plastica interamente riciclata. È quanto sembra emergere dall’ultima proposta Ue in merito alla tassonomia verde, come riportano da Euractiv citando un documento ancora riservato.

Più nel dettaglio, i prodotti in plastica per essere definiti sostenibili devono dunque essere “interamente prodotti dal riciclo meccanico dei rifiuti di plastica”. Oppure, ed ecco l’ultima discussione in corso sul tema in Ue, “da processi di riciclo chimico, se vengono rispettati gli standard minimi di emissione”.

Ma in che cosa consiste questo “nuovo” processo? In sostanza una modifica della struttura chimica stessa di un rifiuto in plastica, convertendola in molecole più piccole (monomeri) utilizzabili per produrre nuovi materiali vergini. Un processo complementare a quello meccanico finora diffuso, che apre possibilità inedite per frazioni ad oggi difficili da riciclare come la plastica mista o plasmix, che incide per quasi la metà della raccolta differenziata della plastica. Ma ancora tutto da esplorare.

Che il riciclo chimico sia effettivamente sostenibile non è ancora certo e sono, infatti, attesi nuovi standard Ue che rientreranno nell’ambito della tassonomia finanziaria sostenibile, ovvero nel nuovo sistema di classificazione per le attività economiche sostenibili che determina gli investimenti che contribuiscono in modo sostanziale alla sostenibilità ambientale.

In questo scenario, sulla plastica riciclata chimicamente l’europarlamentare dei Verdi Jutta Paulus, è favorevole, ma sostiene che “sarebbe utile avere una differenziazione nella tassonomia, dicendo prima di ridurre, poi di riutilizzare, quindi riciclare meccanicamente e infine chimicamente la plastica”. In buona sostanza il procedimento chimico non dovrebbe interrompere la spinta verso le altre buone pratiche.

Ribadito che al momento la certezza di essere “plastica sostenibile” passa attraverso il riciclo meccanico, “l’obiettivo dei produttori di plastica – si legge su Euractiv – è di ottenere la classificazione di ‘investimento sostenibile’, per poter ricevere investimenti privati e lavorare alla realizzazione della prossima generazione di prodotti plastici, derivati da rifiuti recuperati e processi di riciclaggio chimico”.

Ma quali standard debbono rispettare le plastiche da riciclaggio chimico? “Per essere considerate ‘sostenibili’, devono essere responsabili in tutto il loro ciclo di vita di emissioni di gas serra inferiori a quelle prodotte a partire da materie prime fossili”. Questo è ciò che riporta la bozza. Ci sono però delle perplessità.

È chiaro che la possibilità di considerare plastica riciclata sostenibile anche quella da processo chimico aiuterebbe non poco a raggiungere gli obiettivi del 50% di riciclo degli imballaggi in plastica entro il 2025 e del 55% entro il 2030. Obiettivi ad oggi lontani, con una situazione che si è aggravata a causa dell’emergenza Covid-19. Inoltre, come ricordano anche da Euractiv “il prezzo del petrolio è sceso a causa della pandemia, rendono i materiali vergini a base di combustibili fossili più appetibili rispetto alle plastiche riciclate. A questo contribuiscono anche motivi di salute e sicurezza, in particolare per gli imballaggi a uso alimentare”. E come sappiamo, in un mare di petrolio a basso prezzo la più costosa plastica riciclata sta affogando.

Per questo è il momento di sostenerla. Come le rinnovabili sono cresciute nel tempo potendosi avvalere di incentivi dedicati, lo stesso – e da tempo – è necessario fare per la materia rinnovabile attraverso misure economiche ad hoc: magari – parliamo dell’Italia – accogliendo  la proposta della filiera della plastica nostrana di un credito di imposta per favorire dall’acquisito dei materiali riciclati. Oppure abbassando l’Iva per i prodotti riciclati. E contemporaneamente riuscire ad aumentare gli acquisti verdi delle amministrazioni pubbliche come previsto – ma sempre disatteso – dal Gpp

Fonte: Green Report

AGCM: multa da 27 milioni per Corepla

Un grosso operatore presente sul mercato che fa di tutto per tagliare fuori un nuovo arrivato. A perderci ci sono la collettività e l’ambiente. E’ questo il quadro che ha portato l’Antitrust a multare per 27 milioni di euro il Corepla, il Consorzio di filiera della plastica che fa parte del sistema Conai e che secondo l’Autorità della concorrenza “ha abusato della propria posizione dominante nel mercato italiano dei servizi di avvio a riciclo e recupero degli imballaggi plastici in pet ad uso alimentare (bottiglie di plastica per acqua e bibite), che vengono offerti ai produttori chiamati a ottemperare agli obblighi ambientali”.

La decisione della multa arriva dopo che, poco più di un anno fa, l’Authority aveva “adottato misure cautelari per una tempestiva eliminazione delle pretese esclusive di Corepla sui materiali rinvenienti dalla raccolta differenziata urbana”.

Secondo la recente ricostruzione dei fatti, Corepla avrebbe violato “gravemente” il Tratto Ue con “un’articolata strategia volta a ostacolare l’operatività di Coripet, il consorzio costituito dai produttori di bottiglie in plastica per liquidi alimentari, in precedenza aderenti a Corepla, autorizzato ad operare in via provvisoria dal Ministero dell’Ambiente da aprile 2018 sulla base di un progetto innovativo di avvio a recupero e riciclo del pet”.

Coripet vuole aprire una nuova via al riciclo. Il suo progetto, ricorda sempre l’Autorità nel sintetizzare il procedimento, “prevede la gestione di materiali rinvenienti, oltre che dalla tradizionale raccolta differenziata urbana, anche dalla progressiva installazione sul territorio di raccoglitori automatici (i cosiddetti eco-compattatori), in grado di ricevere direttamente dai consumatori finali le bottiglie di plastica per liquidi vuote. In questo modo si stimola, sulla base di benefit economici incentivanti, la differenziazione nella raccolta di imballaggi plastici in pet ad uso alimentare e si consente l’attivazione del circuito “bottle to bottle“, esempio di attuazione di economia circolare”.

Il problema è che Coripet aveva due anni di tempo per trasformare la sua autorizzazione da provvisoria a definitiva: le serviva provare “la propria capacità operativa” per acquisire il diritto permanente a operare. “Ma la sua attività è stata ostacolata da una serie di condotte abusive poste in essere da Corepla”, dicono gli sceriffi della concorrenza. Quest’ultimo “ha impedito a Coripet di accedere alla gestione dei rifiuti plastici riconducibili ai propri consorziati, sia ostacolando il raggiungimento di un accordo del nuovo entrante con l’Anci (l’Associazione dei Comuni, ndr) sia rifiutandosi di stipulare con Coripet un accordo transitorio, che si era reso necessario per l’impossibilità di siglare direttamente un accordo con l’Anci”.

L’intervento dell’Autorità – rivendica la nota in chiusura – ha permesso di estendere meccanismi competitivi all’offerta di servizi di avvio a recupero e riciclo delle bottiglie in pet per uso alimentare, favorendo così le dinamiche concorrenziali previste dal Testo Unico Ambientale con vantaggi oltre che per la collettività, anche per l’ambiente.

In una nota, Corepla ha specificato che prende “atto della decisione dell’Autorità e adiremo le vie di giustizia per impugnare il provvedimento; COREPLA ritiene infatti di non aver in alcun modo ostacolato l’accesso al mercato di CORIPET e di aver sempre operato al solo fine di garantire la continuità dei servizi di raccolta differenziata e riciclo, a beneficio dei Comuni e dei Cittadini”.

Fonte. La Repubblica

Nel Mediterraneo ogni anno 229.000 tonnellate di plastica, il 15% proviene dall’Italia

I dati emergono da una ricerca dell’International Union for the Conservation of Nature (IUCN) che sottolinea che senza misure significative contro il cattivo smaltimento dei rifiuti il dato potrebbe raddoppiare per il 2040

Nel Mar Mediterraneo finiscono ogni anno 229.000 tonnellate di plastica, l’equivalente di 500 container al giorno. E’ il risultato di una ricerca dell’ International Union for the Conservation of Nature (IUCN) che sottolinea che senza misure significative contro il cattivo smaltimento dei rifiuti il dato potrebbe raddoppiare per il 2040.

Il dato emerge dal report “Mare Plasticum: The Mediterranean”, sviluppato in partnership con Environmental Action, e riporta come la plastica arrivi nel Mediterraneo da 33 Paesi del bacino. La cattiva gestione dei rifiuti è alla base del 94% del totale. Una volta abbandonati in mare gli oggetti di plastica cominciano a rilasciare particelle di microplastica (particelle con diametro minore di 5 millimetri). In totale si stima che oltre un milione di tonnellate di plastica sia attualmente accumulata nel Mediterraneo.

L’inquinamento da plastica crea danni a lungo termine agli ecosistemi marini e terresti e alla biodiversità. Gli animali marini la ingeriscono o ne restano intrappolati e possono morire. Le misure attualmente in vigore non sono sufficienti per ridurre l’abbandono di plastica in mare e prevenirne l’impatto, sottolinea Minna Epps, direttrice del programma Global Marine and Polar dello Iucn, citata sul sito dell’organizzazione. Dai dati l’Egitto (con circa 74.000 tonnellate l’anno), l’Italia (34.000 tonnellate l’anno) e la Turchia (24.000 tonnellate) sono i Paesi che contribuiscono maggiormente all’inquinamento da plastica a causa delle alte quantità di rifiuti mal gestiti e della forte densità delle aree costiere. Se si guarda al livello di rifiuti pro capite il Montenegro, l’Albania, la Bosnia Erzegovina e la Macedonia del Nord sono i maggiori inquinatori.

Tra i prodotti che finiscono in mare al primo posto ci sono i pneumatici (53%), seguiti dal tessile (33%). La ricerca prevede un aumento annuale del 4% alle regole attuali che porterà a un livello di 500.000 tonnellate l’anno entro il 2040 e che serve un forte impegno di governi, settore privato, istituzioni di ricerca e consumatori che collaborino per ridisegnare i processi, investano in innovazione e adottino regole di consumo sostenibile e migliori pratiche di gestione dei rifiuti.
(ansa med)

Plastica monouso, direttiva SUP. Costa plaude a legge di delegazione: ‘Bene emendamento su plastiche biodegradabili’

L’annuncio del ministro dell’Ambiente: “Nel ddl appena approvato al Senato misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella sull’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti”

“Nel ddl delegazione europea appena approvato al Senato, e che ora passa all’esame della Camera, ci sono misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella che prevede l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti”. Così in una nota il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa

“Parliamo di quel tipo di alimenti per cui non sia possibile utilizzare altri materiali” aggiunge Costa. “Grazie al lavoro svolto dal Movimento 5 Stelle al Senato potremo adesso recepire in modo corretto e senza incertezze la direttiva europea. È una misura ambientale importante, che dà un ulteriore contributo alla lotta contro l’utilizzo delle plastiche monouso e fornisce al contempo maggiori certezze alle numerosissime imprese del settore”.

L’approvazione della legge di delegazione è arrivata con 134 sì, 54 no e 31 astenuti. Il provvedimento dà attuazione a oltre 30 direttive e adegua l’ordinamento a 18 regolamenti in numerose materie. Diverse le novità introdotte durante l’esame a Palazzo Madama. Tra le materie trattate, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, l’energia elettrica, le pratiche commerciali sleali nella filiera agricola e alimentare, il codice europeo delle comunicazioni elettroniche in vista dello sviluppo delle nuove reti 5G, la tutela del diritto d’autore nel mercato digitale, l’agenzia per la cybersicurezza, le nuove misure sulle banche.

Anche gli USA siglano un Plastic Pact, ma funzionano?

Cresce il numeri di paesi e regioni che adottano un Plastic Pact per ridurre l’impatto della plastica sull’ambiente. Quali sono le caratteristiche e i risultati ottenuti ad oggi da questi accordi di natura volontaria ?

Anche gli Stati Uniti hanno aderito alla rete internazionale di paesi dove è stato sottoscritto un Plastic Pact PP per ridurre l’inquinamento da plastica che vede tra gli altri la partecipazione di Regno Unito, Francia, Cile, Paesi Bassi, Portogallo, Sud Africa e più recentemente la Polonia.

Anche l’Italia aderendo all’European Plastic Pact si è formalmente impegnata in questo tipo di accordo , anche se non sono arrivate dallo scorso marzo notizie in merito.
L’iniziativa dei Plastic Pact nazionali così come il Global Commitment sono parte dell’impegno della EMAF Ellen MacArthur Foundation per promuovere un’economia circolare della plastica che ha preso il via nel 2016 con la pubblicazione del report The New Plastics Economy e del programma triennale di iniziative correlate. L’annuncio è stato dato il 20 agosto scorso in occasione dell’evento virtuale di GreenBiz Circularity 2020.

L’iniziativa degli USA che vede più di 60 firmatari tra cui aziende, agenzie governative, ONG, università, organizzazioni professionali e società di investimento sarà coordinata da The Recycling Partnership TRP, con il sostegno del World Wildlife Fund (WWF).

Sulla falsariga degli impegni presi dai partecipanti ai PP già operativi i firmatari si adopereranno entro il 2025 per :

  • Definire un elenco di imballaggi in plastica considerati come problematici o non necessari entro il 2021, e adottare misure idonee ad una loro eliminazione entro il 2025;
  • Assicurare che tutti gli imballaggi in plastica siano riutilizzabili, riciclabili o compostabili ;
  • Intraprendere azioni ambiziose per riciclare o compostare efficacemente il 50% degli imballaggi in plastica;
  • Raggiungere una percentuale media del 30% di contenuto riciclato o di contenuto bio-based prodotto responsabilmente.

I progressi compiuti dagli aderenti al Patto rispetto a questi obiettivi verranno resi noti su base annuale. Sarà il WWF a monitorarli attraverso un’applicazione denominata ReSource: Plastic Footprint Tracker, che attraverso una metodologia standard misurerà il consumo di plastica dei firmatari.

Gli aderenti al Plastic Pact rappresentano un po’ tutta la filiera della plastica degli USA e includono importanti stakeholder del settori dei rifiuti e del riciclo come Solid Waste Association of North America (SWANA), Institute of Scrap Recycling Industries (ISRI), National Waste Recycling Association (NWRA), Eureka Recycling, Balcones Resources, EcoCycle , APR Association of Plastic Recyclers . Tra le aziende figurano multinazionali come  Colgate-Palmolive Company, Danone North America,  Coca-Cola Company, Clorox Co., and Mars Inc.Target, Walmart, Aldi , Nestlé, Unilever USA, organizzazioni come Consumer Brands Association, Terracycle, Closed Loop Partners, cittadine come Austin e Phoenix e altri soggetti.

I coordinatori dell’iniziativa potranno contare su un comitato composto da dieci membri tra gli aderenti al patto che sarà a disposizione per fornire consulenza e pareri sulle azioni da intraprendere a cominciare dalla predisposizione di una tabella di marcia che stabilirà le fasi per raggiungere gli obiettivi delineati dal patto.
Abbiamo coinvolto i membri dell’intera catena del valore della plastica“, ha affermato Sarah Dearman di TRP durante la conferenza di presentazione. Aggiungendo che il processo è iniziato lo scorso novembre quando i partecipanti hanno convenuto su tempistiche e obiettivi su cui lavorare per eliminare entro il 2025 gli imballaggi “problematici o non necessari“.
Il patto siglato negli UK è stato citato da TRP come un possibile esempio a cui ispirarsi, anche se i punti di partenza sono differenti. Il tasso di riciclo nel Regno Unito è più del doppio di quello USA, ragion per cui l’obiettivo di riciclo è del 50% negli USA contro il 70% degli UK .
Il patto americano riprende l’obiettivo del 30% di contenuto riciclato negli imballaggi del patto inglese, anche se quest’ultimo ha introdotto dei target diversificati a seconda del tipo di imballaggio e considera il 30% come un’obiettivo medio.
Per le bottiglie in PET il patto inglese richiede un 50% di contenuto riciclato, che diventa dal 40% al 50 % per i flaconi in polietilene e del 10% per i film in polietilene e polipropilene .

Allo scopo di aumentare la domanda di plastica riciclata e crearle, man mano che il patto progredisce, un mercato di sbocco, Kersten-Johnston ha annunciato che il patto USA potrebbe qui coinvolgere anche il settore degli imballaggi utilizzati dal settore industria e commercio
Se consideriamo , come riporta Plastic News che i dati governativi riferiti al 2017 dicono che solo il 14,7 degli imballaggi in plastica immessi al consumo è stato riciclato, e che le bottiglie in PET, la tipologia di imballaggi più riciclata, ha un tasso di riciclo intorno al 30%, è evidente che l’obiettivo del 50% al 2025 è piuttosto sfidante.
Per fare un raffronto con il tasso di riciclo degli UK che viene dato al 46% nel 2017 va detto che negli ultimi anni sono stati espressi dubbi da fonti considerate autorevoli sulla veridicità di tale dato. Da un lato perché il tasso di riciclo si calcola sul dato degli imballaggi immessi al consumo, che potrebbe essere in difetto come ha evidenziato uno studio del 2018 di Eunomia , e dall’altro perché si calcolano come riciclati quei due terzi degli imballaggi raccolti in modalità differenziata che sino ad un paio di anni fa venivano esportati. Peraltro anche verso paesi asiatici privi di infrastrutture di riciclo come la Malesia.

Infine c’è un’altra differenza non da poco tra i due patti determinata dal grado di accettazione che godono nei due paesi le politiche basate sulla responsabilità estesa del produttore o EPR (Extended Producer Responsability). Mentre il patto inglese supporta l’applicazione di regimi di ERP in qualche forma, non è ancora chiaro a quali misure e strategie ricorreranno negli USA dove questi regimi non sono stati mai stati istituiti ad oggi per l’opposizione dei produttori dei beni di largo consumo e del mondo della chimica e plastica. Questi ultimi soggetti sono sempre stati più propensi a finanziare le infrastrutture di riciclo se “obbligati” piuttosto che assumersi la responsabilità dei costi di raccolta e riciclo dei propri prodotti a fine vita. Infine, mentre è stato comunicato che il patto inglese copre i due terzi degli imballaggi in plastica immessi nel mercato del Regno Unito, non è ancora noto quale sarà la quota di imballaggi in plastica immessi negli USA di cui sono responsabili gli aderenti al patto.

Così come è avvenuto nei paesi dove questo tipo di accordo è stato lanciato le Ong attive sul fronte dei rifiuti hanno espresso qualche dubbio sull’efficacia e sul potenziale degli accordi volontari in genere.

John Hocevar, direttore della campagna Oceans per Greenpeace USA, pur apprezzando l’approccio multi-stakeholder del patto e il coinvolgimento del mondo della distribuzione organizzata a dei grandi marchi ha espresso alcune preoccupazioni “Non vorrei che questa iniziativa rafforzasse l’idea che la maggior parte degli imballaggi in plastica debba e possa essere riciclata, perché in realtà la maggior parte di questi imballaggi ha poco o nessun valore o un mercato di sbocco“, ha detto Hocevar . “L’obiettivo a cui dovremmo tendere è l’abbandono del monouso e investimenti in sistemi di riutilizzo, di riempimento e dematerializzazione del packaging“.

Anche i commenti raccolti da Plastics News da parte dei referenti di due organizzazioni californiane come As You Sow e CRI Container Recycling Institute hanno espresso un certo scetticismo in particolare riguardo alla natura volontaria dell’iniziativa.

Conrad MacKerron, vicepresidente senior di As You Sow gli impegni sottoscritti con il PP – seppur apprezzabili- rischiano di dipendere esclusivamente dalla volontà degli aderenti : “la nostra attività ventennale di monitoraggio degli impegni presi dalle aziende in tema di RSI (responsabilità sociale di impresa) ci induce a considerare come altamente improbabile che ci si possa avvicinare ad un tasso di riciclaggio del 50% su base volontaria . Abbiamo visto più volte quanto sia facile per le aziende ritirarsi da impegni volontari quando mancano i vincoli legislativi “
Susan Collins, presidente del CRI Container Recycling Institute è altrettanto scettica sul raggiungimento del 50% di riciclo, a meno che non si proceda ad un raddoppio dei sistemi di deposito ( ed oltre) per i contenitori di bevande attualmente operativi negli USA. Questo significa che cento milioni di nuovi americani dovrebbero avere accesso ad un sistema di deposito e che i sistemi già in vigore in 10 stati (che servono ora 90 milioni di cittadini) dovrebbero essere migliorati per aumentarne le prestazioni.
Va detto che il tasso nazionale di riciclo delle bottiglie in PET si raggiunge negli USA solamente grazie al contributo degli stati che hanno adottato questi sistemi con percentuali di riciclo che vanno dal 66% al 96% .
Una svolta per incrementare la percentuale di contenuto riciclato per la California è arrivata dall’ Assembly Bill 793, una legge votata all’unanimità dalle due camere lo scorso 24 settembre che impone un contenuto obbligatorio di plastica riciclata per le bottiglie di plastica coperte dal vigente sistema di deposito. Ovvero almeno il 15% entro il 2022, il 25% entro il 2025 e il 50% entro il 2030. La legislazione prevede anche una penalità di 20 cent di dollaro per ogni libbra ( circa 454 grammi) di plastica vergine utilizzata.

Lezioni da trarre per il nostro paese e oltre

Le iniziative di portata globale come il Global Commitment o i Plastic Pact hanno sicuramente alcuni meriti tra i quali stimolare la collaborazione tra tutti i portatori di interesse, competitors inclusi, che è una condizione imprescindibile quando si tratta di affrontare problematiche ambientali di ordine globale.

Altri meriti sono legati alla modalità di lavoro interdisciplinare che prevede azioni importanti quanto poco praticate dalle aziende come la partecipazione ad un programma condiviso che prevede un certo livello di collaborazione, di rendicontazione e una tabella di marcia da rispettare. Nonché la misurazione del consumo di plastica fatto all’interno delle aziende che si spera possa portare alla misurazione del consumo anche per le altre materie prime impiegate. Tutti aspetti che possono stimolare una maggiore proattività, incidere positivamente sulla capacità di innovazione e problem solving velocizzando al contempo i tempi di perseguimento degli obbiettivi .

Venendo ai punti di debolezza, in parte ripresi nei commenti prima riportati, questi accordi su base volontaria – in mancanza di quadri legislativi coerenti e cogenti – rischiano di disattendere gli obiettivi e di produrre risultati che non sono all’altezza delle emergenze ambientali a cui dovrebbero offrire delle risposte. Inoltre, il fatto che questi accordi siano mirati ad un solo materiale sta aprendo la strada ad alcune “scappatoie” da parte industriale, come la sostituzione dei materiali. E infine non è ancora emersa alcuna evidenza scientifica a provare che il raggiungimento degli obiettivi di iniziative mirate alla sola plastica apportino dei miglioramenti significativi nella riduzione delle emissioni climalteranti e nel tasso di consumo di risorse.

I report di monitoraggio degli impegni intrapresi dagli aderenti del Global Commitment GB usciti ad oggi ha confermano che i progressi sono lenti e prevalentemente orientati alla sostituzione della plastica o al miglioramento della riciclabilità. Nonostante un terzo dei firmatari abbia in corso dei progetti pilota basati sul riuso dei contenitori, meno del 3% in peso degli imballaggi che immettono al commercio è riutilizzabile. Sono 43 le aziende che stanno testando modelli di riuso in più mercati e per diversi prodotti tra aziende produttrici di imballaggi, di prodotti confezionati o del settore della distribuzione, ma poche impegnate su larga scala. Infatti solamente il 13% tra le grandi aziende firmatarie sta sperimentando modelli di riuso per una parte significativa del loro portfolio di prodotti. Per capire quale è il peso del GC in termini di plastica immessa sul mercato come imballaggi va detto che non è stato firmato da tutte le grandi multinazionali dei prodotti di largo consumo, come nel caso di P&G, e che copre quindi appena il 20% delle quantità di packaging utilizzate a livello globale.

Una valutazione piuttosto critica sugli accordi volontari è contenuta nel corposo rapporto uscito lo scorso settembre a cura della fondazione Changing Markets dal titolo Talking Trash: The Corporate Playbook of False Solutions,” . Dal rapporto e dai casi studio analizzati emergono le tre tattiche utilizzate dalla maggiori multinazionali e Big Plastic che si traducono in : ritardare (misure che potrebbero minare il consumo e fatturato) , distrarre (l’attenzione dai responsabili ) e fare deragliare (le legislazioni). Il rapporto frutto del lavoro congiunto di giornalisti investigativi, ricercatori ed esperti del settore da tutto il mondo, copre 15 paesi e regioni a cavallo di cinque continenti.

TALKING TRASH “Until companies up their game, call for mandatory collection and producer responsibility, and stop delaying and derailing legislation and distracting from their true accountability for the plastics crisis, they are doing no more than talking trash“.

Secondo il rapporto gli accordi volontari ricadono nella tattica del distrarre l’attenzione da possibili misure legislative attraverso l’adesione ad accordi volontari molto ben pubblicizzati. Altre tattiche che hanno lo stesso obiettivo sono le iniziative ex post che “funzionano come cerotti” e non intervengono sulle cause dei problemi. Tra gli esempi riportati nel rapporto abbiamo: le campagne di pulizia ambientale, la realizzazione di prodotti a partire dalla plastica dei rifiuti marini, le iniziative di promozione del riciclo che non prevedono obblighi stringenti di raccolta, la promozione di altre opzioni alternative sempre monouso come le bioplastiche biodegradabili o compostabili, la promozione di soluzioni tecnologiche “magiche” come il riciclaggio chimico. E infine il finanziamento di studi progettati per supportare il loro punto di vista e un’ampia e diffusa pubblicizzazione delle proprie credenziali ecologiche presso i consumatori attraverso media ben finanziati e campagne pubblicitarie. (1)

Alle iniziative volontarie della EMAF legate al progetto The New Plastics Economy prima citate il rapporto ha dedicato una sezione (1) che, oltre agli aspetti positivi prima ripresi, individua anche alcune limiti che riassumiamo di seguito :

  • nonostante l’iniziativa abbia portato oltre 35 brand a rivelare la loro impronta plastica in termini di tonnellate di polimeri impiegati ogni anno, non c’è l’obbligo di pubblicare i dati condivisi con la fondazione e di farli certificare da un’ente indipendente;
  • come altre iniziative su base volontaria che non prevedono conseguenze per chi non raggiunge gli obiettivi prefissati, può offrire agli aderenti l’occasione per defilarsi dalle proprie responsabilità ;
  • manca un’azione di pressione sugli aderenti per spingerli ad adottare strategie per ridurre il consumo di plastica monouso ( a favore anche dei sistemi di riuso, ad esempio ). inoltre la EMAF sembra non avere una strategia per agire sui singoli membri che mancano di ambizione o di trasparenza che si discosti in sostanza dal “tutta carota e niente bastone”. I partecipanti non vengono spinti a competere tra loro, ad esempio attraverso la pubblicazione di classifiche e posizionamenti delle performance individuali dai cui si evincano “i migliori della classe”. (Nel frattempo però i firmatari utilizzano ampiamente la loro partecipazione al programma per migliorare la oro reputazione e anche fare greenwashing);
  • la fondazione non sembra preoccuparsi delle modalità attraverso cui i grandi marchi riducono la dipendenza dalla plastica vergine e raggiungono i loro obiettivi. Ad esempio “non ci sono state domande” sul fatto che la strategia di Mars si basi pesantemente sul riciclo chimico ( invece che meccanico) e sembra che la EMAF consideri il riciclo chimico come una componente dell’economia circolare. (2)
  • nonostante il fatto che la mancanza di plastica post consumo di alta qualità rappresenti una grande sfida al raggiungimento dei target di contenuto riciclato negli imballaggi la fondazione non promuove i sistemi di deposito obbligatori per legge. Grande parte degli aderenti alle iniziative della EMAF concentrano di fatto i loro sforzi in partnership con compagnie che stanno sviluppando progetti di riciclo chimico e investendo in altre tecnologie problematiche ancora immature.

Quello che invece lo studio Evaluating Scenarios Toward Zero Plastic Pollution ha argomentato è che perseguire il Business as usual comporterà un aumento i rifiuti di plastica negli oceani pari a 450 milioni di tonnellate nei prossimi 20 anni.

Non per nulla anche il rapporto Breaking the Plastic Wave che accompagna lo studio conviene che l’approccio più efficace per affrontare questo fenomeno preoccupante è quello definito come lo scenario “System Change” in cui si interviene sull’attuale modello economico con varie misure che spaziano da interventi sul piano normativo, sui modelli di business e sui meccanismi di finanziamento che attualmente incentivano prevalentemente l’industria fossile e l’utilizzo di plastica vergine.

Note bibliografiche

(1) Talking Trash Full report: section 2.3. Alliances and group initiatives (2.3.3. e 2.3.4. ) pag. 30. Segnaliamo a pag.33 il box 2.2. che elenca le caratteristiche che un’iniziativa a livello volontario dovrebbe invece avere per essere efficace. Box 2.2: What does a good voluntary initiative look like?

(2) A) The New Plastics Economy global commitment: 2019 progress report
B) Enabling a CE for chemicals with The Mass Balance approach. A White Paper

C) Chemical recycling ‘promising’ for circular economy, EU official says

Fonte: Comuni Virtuosi

CONAI, rimodulato il contributo ambientale per gli imballaggi in acciaio, plastica e vetro

Il contributo per gli imballaggi in acciaio passerà da 3 EUR/tonnellata a 18 EUR/tonnellata, Aumenteranno anche gli imballaggi in plastica di fascia B2 e di fascia C e quelli in vetro da 31 EUR/tonnellata a 37 EUR/tonnellata

CONAI ha deliberato per gli imballaggi in acciaio, in plastica e in vetro un aumento del contributo ambientale, utilizzato per finanziare le attività di raccolta e valorizzazione dei rifiuti di imballaggio, prioritariamente provenienti da raccolta urbana. L’aumento avrà effetto a partire dal 1° gennaio 2021. Una decisione che nasce dalla richiesta dei consorzi di filiera RICREA, COREPLA e COREVE,  frutto di profondi cambiamenti intervenuti nel corso del 2020 per il sistema e per l’intero settore della gestione dei rifiuti di imballaggio.

Oltre all’entrata in vigore del cosiddetto Decreto Rifiuti, che recepisce due delle quattro direttive europee contenute nel Pacchetto Economia Circolare, l’emergenza sanitaria in corso – si legge in una nota – sta indubbiamente condizionando la filiera della valorizzazione dei rifiuti di imballaggio. L’effetto COVID-19 ha infatti generato una crescita nella raccolta urbana, anche a causa di una generalizzata preferenza dei consumatori verso i prodotti imballati e del venir meno dei consumi fuori casa. Ma, nonostante le difficoltà dei primi mesi di brusco lockdown, le attività di raccolta differenziata non si sono interrotte e tutti i rifiuti di imballaggio sono sempre stati puntualmente ritirati. Il blocco di alcuni settori di sbocco delle materie prime seconde sia in Italia sia verso l’estero, inoltre, ha causato un eccesso di offerta che ha fatto crollare il valore della materia da riciclo e ridotto gli sbocchi di mercato, soprattutto nel mondo della plastica.
Gli aumenti del contributo ambientale devono quindi mettere il mondo delle imprese nella condizione di poter continuare a garantire le attività di raccolta anche in questi mesi di pandemia, che rappresentano un momento di preoccupazione e difficoltà per tutti.

Acciaio
Il contributo per gli imballaggi in acciaio passerà da 3 EUR/tonnellata a 18 EUR/tonnellata. Un valore che torna simile a quelli del 2015, quando il CAC acciaio passò da 26 a 21 EUR/tonnellata e infine a 13 EUR/tonnellata.
Questo aumento è determinato da tre fattori. In primis l’aumento dei corrispettivi per la raccolta differenziata legato al nuovo Allegato Tecnico dell’Accordo Quadro ANCI-CONAI, i cui valori si posizionano sostanzialmente in linea con le nuove Direttive Europee. In secondo luogo, il significativo incremento delle quantità di imballaggi in acciaio recuperate: nel primo quadrimestre del 2020 l’acciaio è stato il materiale di imballaggio che ha registrato la crescita più significativa – rispetto all’anno precedente – nei conferimenti al sistema CONAI; in particolare, +19,6% in marzo e +23,7% in aprile. Infine, i calo in atto da tre anni a questa parte del valore economico del rottame ferroso, che erode la principale fonte di ricavi del Consorzio dopo il CAC attraverso la vendita alle Acciaierie di rottame da imballaggio proveniente da raccolta differenziata.
Il tutto senza poter far ricorso alle riserve patrimoniali, ridotte negli ultimi anni per effetto di una politica di contenimento richiesta dal Ministero.

Plastica
Oltre ai motivi di carattere generale, che hanno fortemente impattato sui valori di vendita dei materiali a riciclo e sui costi di valorizzazione delle frazioni non ancora riciclabili, l’aumento dei CAC per gli imballaggi in plastica è determinato anche da fattori specifici legati alla filiera.
Il Consorzio COREPLA sta registrando infatti un aumento dei conferimenti di imballaggi in plastica del 5% nel corso del 2020, e al contempo una riduzione delle quantità assoggettate al contributo ambientale. L’Europa, inoltre, impone un tasso di riciclo della plastica che nel 2025 dovrà raggiungere il 50%: è quindi sempre più necessario investire in ricerca e sviluppo e sostenere il riciclo meccanico, per favorire l’avvio a riciclo di alcune frazioni merceologiche che i riciclatori non avrebbero altrimenti interesse a recuperare. Il blocco delle attività produttive che normalmente usano materiale da riciclo, causato la scorsa primavera dal Coronavirus, ha inoltre dimezzato i ricavi delle aste, influenzati dalla minore richiesta di materiale.
I valori del CAC resteranno invariati per gli imballaggi in plastica di fascia A (150 EUR/tonnellata) e di fascia B1 (208 EUR/tonnellata), ossia per gli imballaggi maggiormente riciclabili. Aumenteranno invece per gli imballaggi di fascia B2 e di fascia C: per la prima si passa da 436 EUR/tonnellata a 560 EUR/tonnellata, per la seconda invece da 546 EUR/tonnellata a 660 EUR/tonnellata.
Pur con questi aumenti, i valori fissati per gli imballaggi in plastica risultano ancora tra i più bassi in Europa. È stato comunque preso un impegno a revisionare e aggiornare criteri e logiche di diversificazione, confrontandosi anche con quanto avviene in Europa e legando i valori del CAC non solo alla riciclabilità e al circuito di destinazione degli imballaggi, ma anche ai reali costi di raccolta e riciclo. Le decisioni verranno prese entro giugno 2021.

Vetro
Il contributo ambientale per gli imballaggi in vetro passerà da 31 EUR/tonnellata a 37 EUR/tonnellata. L’aumento è determinato dall’entità dei nuovi corrispettivi da riconoscere ai Comuni per il servizio di raccolta differenziata previsti dall’Allegato Tecnico dell’Accordo Quadro ANCI-CONAI, i cui valori progressivi sono stati definiti, da qui al 2024, in linea con quanto richiesto dalle nuove Direttive Europee sui rifiuti d’imballaggio. Senza questa necessità, il consorzio COREVE sarebbe prevedibilmente rimasto in equilibrio economico, grazie al lavoro e agli sforzi fatti negli ultimi due anni, senza ricorrere a questo incremento.

Procedure semplificate per l’import
L’aumento avrà effetto anche sulle procedure forfettarie/semplificate per importazione di imballaggi pieni, sempre a decorrere dal 1° gennaio 2021.
Le aliquote da applicare sul valore complessivo delle importazioni (in EUR) passeranno da 0,18 a 0,20% per i prodotti alimentari imballati e da 0,09 a 0,10% per i prodotti non alimentari imballati. Il contributo mediante il calcolo forfettario sul peso dei soli imballaggi delle merci importate (peso complessivo senza distinzione per materiale) passerà da 92 a 107 EUR/tonnellata.
I nuovi valori delle altre procedure semplificate saranno a breve disponibili sul sito CONAI.

Fonte: E-Gazette

Rifiuti in plastica, continuando così non raggiungeremo gli obiettivi europei di riciclo

Con i nuovi e più rigidi criteri di misura il tasso di riciclaggio degli imballaggi di plastica dell’Ue potrebbe anzi diminuire, passando dal 42% attuale al 29% circa

La plastica è un materiale che come pochi altri ha rivoluzionato la modernità, e sembra che sia ormai impossibile farne a meno. Eclettica, economica e durevole, quasi tutta la plastica viene però ancora oggi prodotta da fonti non rinnovabili (petrolio) e pone serie sfide ambientali: senza sistemi di produzione e gestione post-consumo migliori – come evidenzia l’analisi della Corte dei conti europea pubblicata oggi – ne saremo presto sommersi.

«Facendo rinascere le abitudini dell’usa e getta a causa di preoccupazioni di ordine sanitario, la pandemia di Covid-19 – dichiara Samo Jereb, responsabile dell’analisi – dimostra che la plastica continuerà ad essere un pilastro delle nostre economie, ma anche una minaccia ambientale sempre più grave».

Qualche numero è necessario per inquadrare meglio la situazione. Nel mondo la domanda di plastica è quasi raddoppiata nell’ultimo ventennio, tanto che metà di tutta la plastica presente oggi sulla Terra è stata prodotta a partire dal 2005; le economie in via di sviluppo ne usano sempre di più, ma è in quelle avanzate – come la nostra – i consumi pro capite sono ancora 20 volte più alti.

Molta, troppa di questa plastica una volta usata finisce per inquinare. Ogni anno viene immessa nell’oceano una quantità di rifiuti di plastica compresa tra 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate, e anche in Europa l’85% circa dei rifiuti marini rinvenuti sulle spiagge è di plastica (per il 43% di tratta di plastica monouso, per il 27% da attrezzi da pesca).

Pur con tutti i suoi limiti, l’Ue già oggi può vantare il più elevato tasso di riciclaggio della plastica (per tutti i tipi di rifiuti di plastica considerati complessivamente) tra le economie avanzate, ma a guardarlo bene si tratta di un risultato assai modesto.

Il problema principale sta negli imballaggi: è in questo comparto che si concentra il 40% della produzione di plastica e il 61% del totale dei rifiuti di plastica generati nel Vecchio continente. I dati disponibili mostrano che il tasso di riciclaggio degli imballaggi di plastica europei potrebbe addirittura diminuire nel breve termine, passando dal 42% attuale al 29% circa a causa dei più rigorosi metodi di rendicontazione introdotti con la nuova direttiva sugli imballaggi (appena recepita in Italia): lo vedremo con le prime relazioni (concernenti il 2020) previste per giugno 2022.

Quel che già sappiamo è che la quantità di imballaggi in plastica non riciclati è rimasta relativamente stabile – circa 9,5 milioni di tonnellate all’anno – negli ultimi 5 anni, e che per raggiungere gli obiettivi stabiliti prima dalla strategia Ue sulla plastica e successivamente dalla già citata direttiva (riciclo al 50% nel 2025 e al 55% nel 2030) c’è molto da lavorare. Anche in Italia: nel 2019, secondo i dati comunicati da Corepla, il 43,39% degli imballaggi plastici immessi al consumo è stato avviato a riciclo e il 48,63% a recupero energetico.

«Per raggiungere i nuovi valori-obiettivo in materia di riciclaggio degli imballaggi di plastica, l’Ue – sottolinea Jereb – deve invertire l’attuale situazione, nella quale le quantità incenerite sono maggiori di quelle riciclate. Si tratta di una sfida difficilissima».

Questo, beninteso, non significa rinunciare alla termovalorizzazione bensì rimetterla al suo posto individuato dalla gerarchia Ue (dopo il riciclo e prima della discarica). Come ricorda al proposito la stessa Corte, il “rilascio di alcune emissioni (dovute alla combustione della plastica, ndr) può essere compensato dalla produzione di energia, che riduce il bisogno di altre forme di generazione di energia”.

Come migliorare la situazione? Una bacchetta magica naturalmente non c’è. Secondo il report, ad esempio, il riciclo chimico è per ora nella fase di ricerca: “Non si tratta ancora di un’opzione per il trattamento dei rifiuti percorribile, né in termini tecnologici né in termini economici”. E i sistemi di cauzione-rimborso per alcuni imballaggi, come le bottiglie in Pet? Permettono di aumentare la raccolta differenziata e anche migliorare la qualità di questa frazione raccolta, tuttavia possono “comportare dei costi, diretti e indiretti, e rendere più complessi i sistemi di gestione dei rifiuti degli Stati membri”: il costo annuale della gestione del sistema tedesco di cauzione-rimborso è stimato ad esempio in circa 800 milioni di euro, e al contempo come noto nel Paese c’è un ampio ricorso alla termovalorizzazione per gestire le frazioni plastiche che restano fuori dal circuito e sono più difficili da riciclare.

Quel che serve è dunque un approccio ad ampio spettro: ridurre la produzione di plastica monouso (come peraltro stabilito dalla direttiva Ue in materia), intervenire a livello di ecodesign dei prodotti (oltre l’80% di tutti gli impatti ambientali connessi ai prodotti hanno origine nella fase di progettazione), migliorare i regimi di responsabilità estesa del produttore (Epr), e creare un mercato adeguato per i prodotti in plastica riciclata (in Italia la normativa sul Gpp è storicamente disattesa).

Soprattutto, per l’immediato quanto per il futuro, è necessario investire in educazione civica – pochi incivili determinano la dispersione dei rifiuti plastici nell’ambiente, a danno di tutti – e in una dotazione impiantistica adeguata per riciclare e/o smaltire i nostri scarti. Ad oggi ad oggi le spedizioni di rifiuti di imballaggio di plastica rappresentano addirittura un terzo del tasso di riciclaggio, nonostante nei fatti il trattamento nei paesi terzi provochi spesso pressioni ambientali maggiori.

Raggiungere un’economia più circolare, del resto, porterebbe a grandi vantaggi non “solo” dal punto di vista ambientale ma anche da quello occupazionale: come osserva la Corte “L’ulteriore sviluppo dell’industria del riciclaggio e l’adattamento del mercato a princìpi di circolarità più rigorosi, soprattutto con l’integrazione della plastica riciclata nei nuovi prodotti, potrebbe creare posti di lavoro e offrire alle imprese dell’Ue, in alcuni settori, i vantaggi riservati ai primi arrivati”.

Fonte: Greenreport

Anche in Italia sarà possibile produrre bottiglie in plastica 100% riciclata

L’emendamento Feerrazzi prevede per il 2021 una fase transitoria e sperimentale dell’applicazione delle nuove norme che superano il limite del 50% di Pet vergine obbligatorio. Con il sistema Xtreme renew per la produzione di bottiglie si ridurranno i consumi di materiale e di energia nonché i costi di processo e logistici

Il passaggio ad una gestione dei rifiuti ad “economia circolare” è un importante pilastro della green economy con la trasformazione dell’attuale sistema economico “lineare” di produzione e consumo in un nuovo sistema “circolare”, basato su un modello di sviluppo industriale il cui obiettivo è quello di preservare e mantenere il più a lungo possibile il valore dei prodotti e dei materiali nell’economia, riducendo al contempo la generazione di rifiuti non riciclabili, nonché l’eccessivo consumo di risorse primarie.

Un elemento essenziale della transizione ecologica al nuovo modello di sviluppo sostenibile è rappresentato senza dubbio dalla necessità di favorire l’aumento della percentuale di imballaggi riutilizzabili avviati al riciclo, e in particolare del polietilentereftalato (PET), materiale con il quale sono oggi realizzate la maggior parte delle bottiglie e degli altri contenitori in plastica in commercio.

Il PET è un materiale riciclabile al 100 per cento, non perde le sue proprietà fondamentali durante il processo di recupero e si può così utilizzare ripetutamente per la realizzazione di prodotti ed è di gran lunga la plastica per bevande e alimenti più usata (in Europa si producono 115 miliardi di bottiglie all’anno). Considerato il fabbisogno mondiale di bottiglie e di altri contenitori in plastica, la possibilità di un riciclaggio al 100 per cento della materia permette di limitare il consumo delle oltre 450.000 tonnellate di petrolio e di oltre 1,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica necessarie a produrre PET vergine ogni anno.

L’Unione europea ha approvato un programma per ridurre la plastica in circolazione, innanzitutto limitando quella usa e getta, e fissando l’obiettivo di raccolta del 90 per cento delle bottiglie di plastica al 2025. Il riciclo del PET ha dunque un ruolo cruciale e significativo nel raggiungere gli obiettivi di riciclo della plastica. In Italia l’impiego del polietilentereftalato riciclato (RPET) anche nella produzione di imballaggi per il contatto con tutti i tipi di alimenti e di vaschette per alimenti è possibile.

Tuttavia la normativa vigente nel nostro Paese stabilisce che le bottiglie e vaschette per alimenti in polietilentereftalato debbano contenere almeno il 50 per cento di polietilentereftalato vergine. Tale limitazione non ha però una motivazione sanitaria, anche perché la normativa italiana stabilisce oltre che regole ferree per la produzione di tali contenitori anche che il limite non si applica alle bottiglie in plastica riciclata realizzate in altri Paesi dell’Unione europea. Tale disposizione rappresenta dunque oggi esclusivamente una limitazione dannosa all’utilizzo del PET riciclato e un freno alla filiera del riciclo estremamente fiorente nel nostro Paese, producendo un danno ambientale ma anche economico per le numerose aziende dell’economia circolare che operano in questo campo.

Per questo è molto importante che sia stato approvato l’emendamento Ferrazzi, sottoscritto da tutte le forze politiche, al decreto legge “Agosto” che rende finalmente anche in Italia possibile produrre bottiglie in plastica riciclata (rPet) al 100% e che ci allinea al resto dell’Europa. Su questa approvazione bisogna dare merito anche eprcomunicazione che ha sempre spinto affinché questo oramai anacronistico divieto, tutto italiano, fosse superato.

L’emendamento approvato prevede per il 2021 una fase transitoria e sperimentale dell’applicazione delle nuove norme che si stabilizzeranno poi con la successiva Legge di bilancio, sarà possibile produrre in Italia bottiglie interamente riciclate, rispettando dunque l’ambiente e abbattendo le emissioni nocive. Questo fornirà un grande impulso anche alle aziende italiane che sono leader nel riciclo.

A tal proposito si evidenzia che le bottiglie e, in generale, gli imballaggi per gli alimenti ottenuti interamente in polietilentereftalato (PET) riciclato per uso alimentare, direttamente da scarti industriali e, dunque, senza transitare per la materia prima intermedia dei granuli, grazie a speciali macchinari prodotti in Italia, fino ad oggi, non si potevano usare.

La ragione per cui questa tecnologia non può essere impiegata in Italia risiede nel fatto che la quota di materiale vergine obbligatorio per la produzione di nuovi contenitori plastici a uso alimentare è del 50 per cento.

Questa innovazione tecnologica dimostra, per l’ennesima volta, che in Italia siamo in grado di fare cose straordinarie. Ma, per la legge italiana, fino all’approvazione di questo emendamento, vigeva l’obbligo di produrre gli imballaggi con la citata quota del 50 per cento di materiale vergine, obbligo che appare necessario superare, consentendo la produzione con materiali riciclati al 100 per cento.

L’Europa afferma che bisogna avviare al riciclo tutti i rifiuti che possono essere riciclati e la normativa italiana, in questo quadro, è un’anomalia che deve essere rimossa. È del tutto evidente che, se vogliamo favorire lo sviluppo dell’economia circolare, si doveva innanzitutto intervenire sulla normativa vigente, in modo da semplificare il riciclo del materiale, perché ci sono troppi ostacoli, non di tipo tecnologico, ma tecnico-burocratico, che bloccano tale sviluppo.

Questo sistema, denominato «Xtreme renew», consente anche una riduzione del 18 per cento, rispetto al sistema tradizionale di produzione, di contenitori in PET riciclato in granuli. A questo si aggiungerebbe un aumento dell’efficienza nella gestione del magazzino, con una contrazione del 20 per cento dello spazio di stoccaggio.

Questo sistema di riciclo della plastica per la produzione di bottiglie sarebbe, quindi, in grado di ridurre i consumi di materiale e di energia nonché i costi di processo e logistici, grazie alla possibilità di realizzarle al 100 per cento in PET riciclato.

Ora tutto questo, grazie all’emendamento Ferrazzi e alla spinta di eprcomunicazione, è possibile.

Si ricorda che su tale materia Andrea Ferrazzi, come Rossella Muroni, avevano già presentato dei disegni di legge.

Il testo dell’emendamento Ferrazzi

95.0.11 (testo 2)

La Commissione

Dopo l’articolo, inserire il seguente:

«Art. 95-bis.

(Disposizioni per favorire i processi di riciclaggio del polietilentereftalato utilizzato negli imballaggi per alimenti)

1. In via sperimentale, per il periodo dal 1º gennaio 2021 al 31 dicembre 2021, per le bottiglie in polietilentereftalato di cui all’articolo 13-ter, comma 1, del decreto del Ministro della sanità 21 marzo 1973, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 104 del 20 aprile 1973, non trova applicazione la percentuale minima di polietilentereftalato vergine prevista dal comma 2 del medesimo articolo 13-ter. Restano ferme, per le predette bottiglie, le altre condizioni e prescrizioni previste dal predetto articolo 13-ter.

2. Il Ministero della Salute provvede a modificare, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge, i I citato decreto 21 marzo 1973, adeguandolo alle disposizioni di cui al comma 1.

3. Il Fondo di cui all’articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, è incrementato di 3,6 milioni di euro per l’anno 2022.

4. Ai maggiori oneri di cui al presente articolo, valutati in 9,5 milioni di euro per l’anno 2021 e 1,6 milioni di euro per l’anno 2023 e pari a 3,6 milioni di euro per l’anno 2022, si provvede mediante corrispondente riduzione del fondo di cui all’articolo 114, comma 4, per gli anni 2021 e 2023 e mediante utilizzo delle maggiori entrate derivanti dai commi 1 e 2 per l’anno 2022.»

Fonte: Eco dalle Città

‘Ridurre i rifiuti da prodotti in plastica monouso’: vademecum per i Comuni

Questo vademecum è stato realizzato da ANCI-Emilia Romagna per supportare i Comuni  nella definizione e implementazione di strategie locali di riduzione dei rifiuti derivanti dall’utilizzo di prodotti in plastica monouso , coerenti con il paradigma dell’economia circolare e con le disposizioni e lo spirito della Direttiva SUP (Direttiva UE 2019/904) sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente.

Vademecum per i Comuni e schede progetti – Versione estesa (4.979kB – PDF)
Vademecum per i Comuni – Versione sintetica (4.116kB – PDF)

Fonte Anci Emilia Romagna

Plastic Tax: Costa, la norma Ue così non ci va bene, uccide il settore delle bioplastiche

La Plastic Tax europea va armonizzata con la tassazione italiana: per questo “siamo in prima linea e stiamo negoziando con l’Unione Europea, proprio per evitare di ritrovarci in ginocchio rispetto ad altri Paesi, e stiamo dicendo che così a noi non sta per niente bene. L’Italia in Europa non è un Paese qualsiasi, pesiamo molto nelle votazioni”.  Lo ha detto il ministro dell’Ambiente Sergio Costa in merito alla Plastic Tax europea (800 euro a tonnellata sui rifiuti plastici da imballaggio, approvata dal Consiglio europeo lo scorso 21 luglio e in vigore a partire dal prossimo gennaio), intervenendo a Radio 24.

“Stiamo negoziando con l’Unione Europea – ribadisce il ministro – per chiedere che non sia danneggiata la filiera delle bioplastiche, nella quale siamo leader: bioplastiche che poi possono andare nel compostaggio e attivare l’economia circolare. E non è una difesa quasi ideologica di una linea italiana, ma un’occasione a livello europeo e anche oltre”. Poi, ha concluso Costa, “stiamo provando il credito di imposta per le aziende che diminuiscono gli imballaggi: io ti favorisco e riconosco un quid, un qualcosa economicamente anche significativo, nel momento in cui mi diminuisci l’imballaggio. La norma già l’abbiamo fatta, e il decreto attuativo finalmente è all’ultimo miglio”.