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Italia sempre più plastic free

Continua l’ondata plastic-free all’interno dei confini nazionali: sono sempre di più le amministrazioni e le istituzioni che assumono iniziative per liberarsi dalla plastica monouso.

Aversa – Nel territorio comunale di Aversa sarà progressivamente eliminata la plastica monouso, così come stabilito dall’ordinanza comunale emanata dal sindaco Alfonso Golia “Comune Plastic free” con la quale si dà disposizione per la minimizzazione dei rifiuti, l’incremento della raccolta differenziata e la riduzione dell’impatto della plastica. Una serie di misure e azioni concrete per incentivare l’uso dei materiali bio, ridurre la produzione di rifiuti e rafforzare la raccolta differenziata, promuovere comportamenti consapevoli e virtuosi, rispettare e difendere l’ambiente.

ConfCommercio Como – a breve verrà installato nella sede di Como, Via Ballarini un erogatore di acqua e contestualmente saranno distribuite a tutti i dipendenti apposite borracce realizzate con materiali ecologici. L’obiettivo è far partire un processo ampio mirato alla progressiva riduzione dell’utilizzo della plastica monouso in tutti i campi, cominciando con le bottigliette di plastica. In numeri parliamo di un risparmio di circa 100 bottigliette al giorno, 400 al mese, 4800 all’anno. Se pensiamo che per produrre una bottiglia di plastica vengono emessi in atmosfera circa 100 gr. di CO2, il risultato può davvero essere esponenziale. Inoltre, in questo modo, si evita che ulteriore plastica finisca nei mari già pesantemente compromessi.
Non solo: bisogna anche considerare l’impatto dei trasporti e la relativa emissione di anidride carbonica.

Trebisacce – Dalla prossima estate niente più plastica sulle spiagge Bandiera Blu del Comune di Trebisacce. È quanto annunciato dal delegato all’Ambiente, Franz Apolito che ha confermato l’adesione di Trebisacce al programma Plastic Free della Regionale Calabria. “Sotto il profilo ambientale – ha dichiarato il delegato Apolito – siamo ad una svolta epocale. La Regione Calabria ha messo in campo un bando che può davvero cambiare il nostro approccio al consumo di un elemento fortemente inquinante come gli oggetti realizzati con plastica monouso. Come Comune Bandiera Blu siamo stati chiamati per concertare e condividere i criteri per l’erogazione di incentivi agli stabilimenti balneari e agli esercizi commerciali aperti al pubblico che vogliano erogare servizi ecosostenibili, rinunciando alla plastica monouso e riducendo, dunque, la produzione dei rifiuti”

Tremiti – Un’isola “plastic free”: questo è il proposito che ha spinto la giunta comunale delle Isole Tremiti ad emanare un’ordinanza, in vigore, che vieti sull’isola la commercializzazione degli shopper in polietilene e l’uso di contenitori e stoviglie monouso non biodegradabili. In ottemperanza alla normativa comunitaria e all’obbligo dei Comuni di creare un sistema integrato per favorire il massimo recupero di risorse, il sindaco, Antonio Fentini, ha scelto di impostare un dialogo con commercianti, privati, associazioni ed enti presenti sul territorio isolano, per l’utilizzo di materiali compostabili e biodegradabili, al fine di ridurre in maniera sensibile la quantità di rifiuti indifferenziati da destinare alle discariche e rendere quindi più economico lo smaltimento. Eppure, c’è ancora un problema inquinamento da combattere, tanto subdolo quanto atavico, ed è quello delle cassette in polistirolo che si usano per la pesca: il basso costo di questo materiali, le cattive abitudini di alcuni pescatori e le correnti, ci costringono a convivere con un inquinante che ritroviamo frantumato e portato dal vento perfino in pineta.

Milano, borracce nelle scuole – Al rientro dalle vacanze estive per l’inizio dell’anno scolastico 2019/2020, gli studenti di elementari e medie di Milano troveranno una sorpresa… il Comune ha infatti deciso di regalare a tutti gli studenti delle borracce di alluminio da sostituire alle bottigliette di plastica usa e getta così da ridurne il consumo: è il primo passo verso una scuola plastic free. Il sindaco Sala sta facendo il possibile per realizzare il progetto entro settembre, in tempo per la ripresa delle lezioni. L’idea è quella di far consegnare le borracce dagli assessori del comune durante una piccola cerimonia in cui verrà spiegato ai ragazzi (e non solo) il significato dell’iniziativa.

Puglia, gara tra i Comuni costieri sulla raccolta della plastica

Ha fatto tappa a Santa Cesarea Terme (Località Porto Miggiano), approderà al Castello di Barletta e il 2 agosto sarà in piazza Kennedy, a Castellaneta. Stiamo parlando del primo «contest» made in Puglia per incentivare la raccolta differenziata degli imballaggi di plastica e ricordare che le buone pratiche di raccolta e riciclo non si fermano mai, neppure in estate.

Il tour promosso da Regione e Ager è cominciato il 22 luglio e si conluderà il 18 agosto toccando anche Molfetta, Manfredonia e Brindisi. Si tratta di una singolare competizione: chi, nelle quattro settimane di gara, riuscirà a registrare il maggiore incremento percentuale di raccolta degli imballaggi in plastica rispetto al pro- capite medio del 2018, potrà aggiudicarsi un set di arredo urbano composto da 3 panchine, 2 fioriere e 2 cestini, rigorosamente in plastica riciclata. Per coinvolgere i residenti e i turisti a partecipare a questa particolare sfida, viene organizzato un road show: il team «Plastic Friendly» organizza dei flash mob nelle principali spiagge o lungo i litorali e la sera è presente nelle piazze e nei luoghi a più alta frequentazione con un gazebo animato da musica e attività ispirate al tema del riciclo. L’obiettivo è fornire ai cittadini tutte le informazioni sulla corretta raccolta differenziata e coinvolgerli, attraverso il gioco e il divertimento, per prevenire la dispersione dei rifiuti nel mare e nell’ambiente. «Keep plastic e salva il mare» si inserisce nelle attività previste dal Protocollo siglato da Corepla, Regione Puglia e Ager, successivamente esteso all’Autorità Portuale del mare Adriatico ed Arpa Puglia, per migliorare le performance ambientali della Regione e promuovere le buone pratiche, anche in vacanza.

«La tutela del nostro mare è una priorità per la Regione – dice il presidente Michele Emiliano – e per questo stiamo investendo in questo progetto per la raccolta delle microplastiche marine. La Puglia è sulla strada giusta: la raccolta differenziata continua ad aumentare, segnando trend positivi, stabilmente oltre il 50%». Quindi la risposta a chi, in questi giorni, polemizza sull’atteso Piano regionale dei rifiuti e la chiusura del ciclo tramite impianti. «Grazie allo stanziamento regionale di oltre 150 milioni di euro, intendiamo dotare entro i prossimi due anni il territorio di impianti all’avanguardia, a gestione pubblica – sottolinea Emiliano – per il trattamento delle frazioni differenziate e per valorizzare al massimo l’impegno dei cittadini e dei Comuni nella raccolta differenziata». «La Puglia, con una crescita della raccolta degli imballaggi in plastica del 20% rispetto all’anno precedente – dice Antonello Ciotti, presidente del Consorzio Corepla – sta dimostrando di voler raggiungere risultati sempre più ambiziosi». «A livello europeo, la percentuale di raccolta differenziata è stata sostituita da un altro parametro, quello dei rifiuti effettivamente riciclati – dice Gianfranco Grandaliano, direttore generale Ager (Agenzia regionale per il servizio di gestione dei rifiuti) – e noi ci vogliamo far trovare pronti a questa nuova e ambiziosa sfida, sia dal punto di vista della raccolta, che del trattamento, con impianti moderni che chiudano il ciclo in maniera autonoma ed efficiente».

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

Isole Minori: l’Italia è plastic free

E’ stato presentato il rapporto “ Isole SOSTENIBILI-Osservatorio sulle isole minori”, realizzato da Legambiente e dal CNR-IIA. Obiettivo del lavoro è quello di evidenziare come oggi sia possibile e necessario realizzare un profondo e positivo cambiamento ambientale in questi particolari territori. Dall’indipendenza energetica, alla gestione dei rifiuti, sono moltissime le azioni che si possono mettere in campo per procedere ad una transizione verso la sostenibilità ambientale.

Il rapporto analizza con numeri e analisi, schede specifiche, la situazione di ogni isola italiana e in particolare delle 20 isole minori abitate e non interconnesse con la rete elettrica. Alla situazione ad oggi, si affianca una serie di buone pratiche, divise fra internazionali ed italiane. Quattro sono le macroaree d’intervento: gli obiettivi che vanno ottenuti sulle isole minori nei prossimi anni sono molto chiari e anche concreti. Il primo è far crescere la produzione di energia da fonti rinnovabili e accompagnarla con interventi di efficienza energetica in tutti gli usi, in modo da arrivare progressivamente a ridurre le centrali da fonti fossili esistenti fino a chiuderle definitivamente entro qualche anno. Il secondo è puntare alla chiusura del ciclo dei materiali, attraverso una attenta filiera di raccolta differenziata, di recupero e riutilizzo che riguardi tutti i materiali possibili (carta, plastiche, metalli, ecc.) e la valorizzazione della frazione organica per la produzione di compost e biometano/biogas. Il terzo è la realizzazione di un modello virtuoso di gestione delle risorse idriche; proprio perché l’acqua è una risorsa scarsa e quanto mai preziosa sulle isole e la sua attenta gestione, recupero e depurazione è fondamentale. Quarto obiettivo riguarda la mobilità sostenibile, perché nelle isole minori si hanno problemi di accessibilità e di gestione degli spostamenti in particolare nei mesi più frequentati dai turisti diventa fondamentale investire nelle innovazioni e nelle integrazioni oggi possibili tra mobilità elettrica, collettiva, sharing, ciclabile e pedonale.

Salta subito all’occhio come sia riscontrabile una differenza d’approccio: il fattore energetico è quello più lavorato all’estero, con l’intenzione di arrivare ad un’indipendenza totale dalle fonti non rinnovabili, e producendo direttamente sull’isola (e a bassissimo impatto) l’energia necessaria per la sussistenza. In Italia invece è il tema del plastic free a farla da padrone. Sono infatti dieci le amministrazioni che hanno scelto di mettere al bando i prodotti in plastica usa e getta: Anacapri, Capri, Favignana, Lampedusa e Linosa, Lipari, Malfa, Pantelleria, Tremiti, Ustica, Ventotene. Le ordinanze approvate vietano il commercio di sacchetti e contenitori per la spesa e l’asporto monouso, insieme a posate, piatti e bicchieri che non siano in materiale biodegradabile e compostabile. Obbligano altresì i residenti a dotarsi di buste in carta o altro materiale biodegradabile e compostabile, ovvero borse riutilizzabili a rete in stoffa o tessuto. I trasgressori subiscono una sanzione amministrativa.

Scarica il rapporto integrale

L’Italia del plastic-free è pronta al recepimento della Direttiva?

2° parte – Nella prima parte di questo articolo abbiamo spiegato cosa prevede la nuova direttiva europea sulle plastiche monouso (cosiddetta SUP, Single Use Plastics), quali sono gli oggetti e gli imballaggi che vengono messi al bando e il fatto che il divieto sia esteso anche alle plastiche biodegradabili e compostabili. In questa seconda parte vogliamo quindi spingerci oltre e analizzare come l’Italia si stia preparando al recepimento della direttiva, se le iniziative “plastic- free” sono coerenti con le indicazioni contenute nella direttiva e quali sono le reazioni dei comparti industriali interessati dal divieto che riguarda le stoviglie monouso in materie plastiche.

Nonostante la direttiva SUP sia stata accolta con entusiasmo nel nostro paese, c’è più di un legittimo sospetto che non ne siano state pienamente comprese le misure e il potenziale che essa racchiude per un superamento del consumo monouso e per una transizione verso modelli di economia circolare. La cosa non è di per sé eccezionale, e neanche sorprendente, poiché per “decifrare” o commentare le direttive europee, è richiesta una certa conoscenza tecnica dell’argomento e una familiarità con il linguaggio giuridico-amministrativo.

Qualche dubbio in tal senso nasce dall’analisi dei provvedimenti contenuti nelle numerose iniziative Plastic Free da parte di Atenei, Regioni, Comuni, Associazioni di categoria e altri soggetti che si susseguono negli ultimi mesi. Quasi ogni giorno vengono rese note nuove iniziative che, ricordiamo, si ispirano alla “Plastic Free Challenge” l’iniziativa collegata alla campagna #Iosonoambiente di cui si è fatto promotore il Ministro Costa.

Tra le misure oggetto della maggior parte delle ordinanze Plastic Free, che interessano oltre 100 comuni, c’è un comune denominatore che consiste nel divieto di utilizzo e distribuzione di stoviglie, bicchieri e posate in plastica. A seconda dei casi questo provvedimento può arrivare anche al divieto di vendita di questi manufatti da parte di negozi e supermercati e interessare anche tutto il territorio comunale, oppure solo determinate aree cittadine o determinati uffici pubblici, servizi gestiti dal comune come le mense scolastiche o eventi e manifestazioni.

Entrando nel merito dei prodotti interessati dalle ordinanze si può inoltre rilevare che una parte di esse vietano l’utilizzo o la vendita di prodotti che rientrano tra i 10 che la direttiva bandisce (ad esempio cannucce o mescolatori per bevande), e altre si spingono oltre includendo invece prodotti come bottiglie, bicchieri, bicchierini da caffè con palette e altri contenitori monouso che non sono invece soggetti a restrizioni d’uso.

In quasi tutti questi casi l’amministrazione comunale dichiara, impropriamente di “anticipare la Direttiva SUP” che dovrà essere recepita negli ordinamenti normativi dei paesi membri entro la metà del 2021. Questa affermazione si ritrova praticamente in tutte le comunicazioni inviate ai media dai soggetti prima citati, e non risparmia neanche le regioni, dalle quali sarebbe legittimo aspettarsi una maggiore precisione quando si entra nel merito di provvedimenti legislativi.

Come si può leggere in un articolo di e-gazette.it sulle iniziative Plastic Free Andrea Netti, esperto di diritto amministrativo afferma “Il 47% dei provvedimenti analizzati include erroneamente i bicchieri tra i prodotti monouso in plastica da abolire e ancora il 52% vuole abolire anche le bottiglie d’acqua quando la Direttiva UE richiede invece nuovi requisiti di fabbricazione”.

 Un rischio insito in queste ordinanze “fai da te” , sicuramente motivate da nobili intenti, è quello di esporre  le amministrazioni a ricorsi al TAR da parte dei soggetti economici colpiti dai vari divieti, e di alimentare, allo stesso tempo, la confusione dei cittadini e degli operatori commerciali con provvedimenti che cambiano a seconda dei confini comunali.

Resta in qualche modo sorprendente il fatto che, ad oggi, non ci sia stato alcun intervento istituzionale (o di qualche altro ente autorevole) che abbia “contestato” questa interpretazione, o almeno espresso qualche dubbio sul fatto che le iniziative Plastic Free non siano sempre sono coerenti con le indicazioni della direttiva SUP. Probabilmente sono i recentissimi accadimenti,  che vedremo più avanti, a offrire una chiave di lettura che chiarisce questa situazione.

Biodegradabile e compostabile: la confusione regna

Con l’avvento delle bioplastiche, termini prima raramente utilizzati nel quotidiano come biodegradabile, compostabile e ultimamente anche biobased, sono diventati sempre più ricorrenti nel linguaggio comune. Facendo una ricognizione sui social è facile rilevare che anche chi fa uso di questi aggettivi ha una conoscenza approssimativa del loro significato, non conosce la differenza tra compostabile biodegradabile, e tende a ritenere che un bene marchiato compostabili possa biodegradarsi in natura.

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Allo stesso tempo, da quando la plastica è nell’occhio del ciclone, questi aggettivi hanno assunto in modo automatico una valenza positiva, e a prescindere dal prodotto al quale vengono attribuiti. Non per nulla il marketing aziendale si sta adeguando a questo nuovo sentire  nella scelta dei materiali per vecchi e nuovi prodotti/imballaggi, in modo da sfruttare il potenziale vantaggio competitivo. L’impressione è che si voglia “cogliere l’attimo” senza una valutazione del ciclo di vita delle nuove proposte rispetto alle precedenti che vanno a rimpiazzare, e soprattutto senza voler entrare nel merito di quali siano le conseguenze del loro fine vita sui sistemi esistenti di avvio a riciclo dei vari flussi di rifiuti. Il fatto che le ordinanze balneari Plastic Free proibiscano stoviglie, posate o bicchieri in plastica  ma ammettano le versioni biodegradabili e compostabili si presta a rafforzare questa interpretazione errata piuttosto che confutarla.

Neanche i testi delle ordinanze e i relativi comunicati aiutano a fare chiarezza, poiché gli aggettivi biodegradabile e compostabile [1] vengono usati alternativamente, come se fossero sinonimi. Raramente la comunicazione verso i cittadini si avvale di spiegazioni a chiarire che la biodegradazione avviene solamente all’interno di impianti di compostaggio industriale e dalla citazione della norma di riferimento EN 13432 che definisce le condizioni e i termini in cui avviene la compostabilità

E ora anche Supermercati Plastic free

Purtroppo  non sono solamente le amministrazioni locali a “creare confusione” sul tema perché anche la Grande Distribuzione Organizzata tramite un comunicato di Federdistribuzione, ha annunciato qualche giorno fa la partenza della “lotta alla plastica monouso” della GDO che prevede che, entro il termine massimo del 30 giugno 2020, tutte le stoviglie in plastica monouso escano definitivamente dagli scaffali delle insegne associate.

Curioso che sia proprio la GDO  a voler ingaggiare “una guerra santa” contro la plastica quando sono state proprio le politiche commerciali delle insegne ad aumentarne l’utilizzo. Ad esempio aumentando progressivamente la quota di offerta di prodotti freschi pronti al consumo, di tutti i tipi, con un conseguente aumento nell’utilizzo di packaging e di banchi refrigerati che non è proprio la migliore ricetta per ridurre le emissioni climalteranti.

La competitività e il fatturato di un punto vendita della distribuzione organizzata si gioca soprattutto sui prodotti freschi. Rispetto al peso del packaging abbiamo avuto l’informazione che nel nord e centro Italia solamente  il 30% circa degli acquisti tra prodotti di gastronomia, inclusi formaggi e salumi viene acquistato al banco e il restante 70% viene acquistato confezionato dai banchi frigo. Questo risultato viene ribaltato solamente nel sud dell’Italia.

Il manifesto della campagna di Unicoop Tirreno

Tornando ai fatti recenti, la prima a passare ai fatti è stata Unicoop Tirreno che dal primo giugno scorso non ha più questi manufatti in vendita, con l’effetto che anche Conad Tirreno ha annunciato di voler seguire l’esempio. Unicoop Tirreno è stata anche la prima a fare riferimento alla direttiva nel suo comunicato stampa  “Lo stop al monouso inquinante batte sul tempo tutti e anticipa in concreto la direzione di marcia indicata dall’Europa che, lo scorso marzo, ha approvato una direttiva con cui, dal 2021, mette al bando sul territorio europeo alcuni oggetti di plastica monouso, che costituiscono il 70% di tutti i rifiuti marini.”

Ci sono altri passaggi nella comunicazione ambientale adottata dall’insegna, a partire dal suo claim “L’Ambiente non è usa e getta”, che suscitano qualche perplessità. Come l’affermazione che si possano ridurre i rifiuti usa e getta passando a stoviglie in bioplastica. Di fatto la decisione, presa per poter “ garantire un servizio”, non diminuirà questa tipologia di rifiuto, anche qualora la destinazione fosse l’impianto di compostaggio. A meno che un possibile prezzo più alto di questi manufatti, abbinato a una “corretta” interpretazione dello slogan dell’iniziativa, possano avere l’effetto di scoraggiare gli acquisti.

Tornando invece all’annuncio di Federdistribuzione, l’associazione non esclude che alcune insegne affiliate possano anticipare questa tempistica e nel comunicato stampa ribadisce che  “Nei punti vendita della Distribuzione Moderna Organizzata acquistano 60 milioni di persone ogni settimana, che si aspettano da noi comportamenti etici (…). Siamo consapevoli di questa responsabilità e vogliamo essere attori di cambiamento, coerenti con i nuovi valori, anticipando le leggi e stimolando i consumatori verso atteggiamenti e azioni sostenibili e favorevoli alla tutela dell’ambiente”.Un percorso graduale ma determinato, coerente con lo sviluppo dei nuovi materiali secondo le indicazioni della Direttiva Europea e con i tempi necessari per la riconversione del comparto industriale.”

 

Il giorno seguente alla presentazione del quinto Rapporto annuale di Assobioplastiche il direttore dell’area legale di Federdistribuzione Marco Pagani ha spiegato che la decisione di anticipare l’entrata in vigore del provvedimento “è stata presa per fornire un sufficiente lasso di tempo alle aziende della grande distribuzione e ai loro fornitori per adeguarsi alle nuove norme in modo graduale, evitando il caos seguito all’introduzione degli shopper compostabili. Mentre la decisione di mantenere a scaffale le stoviglie ‘bio’ anche dopo il 2021 dipenderà da come la direttiva SUP sarà recepita nel nostro paese”.

Il ragionamento fatto da Federdistribuzione per arrivare a questa linea d’azione, così come viene illustrata, non ci appare tuttavia così lineare, a meno che l’associazione consideri molto probabile un recepimento della direttiva che non vieti anche le versioni compostabili.

Federdistribuzione Stoviglie Compostabili

Guerre commerciali

In occasione del convegno prima citato Assobioplastiche ha reso noto che si sta muovendo presso il Ministero dell’Ambiente e le commissioni parlamentari per far esentare le bioplastiche compostabili dai divieti imposti dalla direttiva sugli articoli monouso. Secondo il Presidente dell’associazione Marco Versari vi sarebbero una serie di elementi  presenti nel pacchetto sull’economia circolare e nella strategia europea sulla plastica e all’interno dell’art. 3 della direttiva  che aprirebbero la strada ad un possibile recepimento italiano della direttiva che escluda le bioplastiche dal suo campo di applicazione.

Non si è fatta attendere la reazione di Federazione Gomma Plastica FGP a difesa di un settore che conta 25 aziende, 3mila dipendenti e 1 miliardo di fatturato, che in una nota inviata ai media,  si è dichiarata sconcertata dal “repentino cambio di rotta di Assobioplastiche“ che  “preannuncia forse un recepimento “truffaldino” dei contenuti della Direttiva, che il Gruppo Promo e Unionplast contestano nella sua interezza”.

La nota firmata da Angelo Bonsignori Direttore di FGP dichiara inoltre che “Questa notizia si aggiunge alla sorprendente decisione di Federdistribuzione di anticipare i termini della “SUP” al 30 giugno 2019. Con questi atteggiamenti, questi comportamenti e queste inutili e dannosissime fughe in avanti stiamo aprendo le porte dell’Unione Europea a massicce importazioni di materiali di origine asiatica di dubbia composizione, di dubbia igienicità e di incertissima sostenibilità ambientale!”.

Che dire se non che siamo di fronte a due competitor che hanno l’interesse a mantenere o a conquistare il mercato dei prodotti monouso, supportati da studi e analisi che sono legittimamente “di parte”. Ci auguriamo che la politica faccia il suo dovere e vada oltre al mero ruolo di arbitro tra i diversi interessi economici. Se vogliamo avere una minima chance di poter mitigare il riscaldamento climatico servono urgentemente politiche ambiziose di decarbonizzazione dell’economia che inducano allo stesso tempo drastici cambiamenti negli attuali stili di vita e di consumo “spreconi”  che hanno una diretta influenza sul consumo di risorse e la conseguente perdita del capitale naturale.

Effetti collaterali sulle politiche di riduzione da parte dei comuni

Da un’analisi dei provvedimenti contenuti nelle ordinanze Plastic Free emerge che è ormai passato il messaggio sul fatto che le misure adottate siano in linea con la direttiva Sup. Chi si sia fatto carico, volontariamente o meno, di inviare questo messaggio è ormai di secondaria importanza.

In riferimento alle potenziali politiche di riduzione dei rifiuti da parte dei comuni l’avere chiaro che gli articoli monouso più frequentemente utilizzati nel settore alberghiero e della ristorazione (cosiddetto Horeco) non potranno essere sostituiti con altri tipi di monouso, potrebbe avere un effetto propulsivo, rendendole più ambiziose. Poter giocare la carta della direttiva all’interno di azioni verso le attività commerciali che fanno un massiccio utilizzo di articoli monouso, potrebbe essere per le amministrazioni la mossa vincente per spingerle ad adottare alternative riutilizzabili e/o sistemi di riutilizzo.

Mentre le stoviglie e i sistemi usa e getta sono appetibili per la comodità di non dover lavare e gestire i manufatti (che per l’industria significa risparmi economici importanti sulle ore del personale), i sistemi di riutilizzo lo sono molto meno perché richiedono cambiamenti e investimenti iniziali per cambiare l’operatività dei servizi e renderli invitanti per gli utenti. Venire a conoscenza che il nostro paese sta lavorando per mantenere nel mercato questi manufatti monouso, senza che siano comunicate allo stesso tempo misure per scoraggiarne l’uso a favore di sistemi riutilizzabili, non avrà l’effetto di stimolare un cambio di paradigma verso modelli di riuso.

È difficile mantenere l’ottimismo se guardiamo a cosa è successo quando è stato introdotto lo scorso anno il divieto di commercializzazione per i sacchetti ultraleggeri in plastica, a favore delle alternative in bioplastica. L’ultimo atto è stata la circolare da parte del ministero della Salute, che, sollecitato dal ministero all’Ambiente ad esprimersi sulla possibilità di mettere a disposizione sacchetti riutilizzabili nel comparto ortofrutta da parte della GDO, ha di fatto bocciato la proposta per ragioni di ordine sanitario. Mentre in quel caso solamente la catena NaturaSì ha introdotto ugualmente tali sacchetti, Federdistribuzione e le sue associate non hanno ritenuto di fare prevalere il ruolo di “attori del cambiamento” che  “stimolano i consumatori verso atteggiamenti e azioni sostenibili e favorevoli alla tutela dell’ambiente” menzionato nel  loro comunicato del 30 maggio.

Il nuovo rapporto Preventing plastic waste in Europe  a cura  dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ha preso in esame le politiche di prevenzione dei rifiuti plastici in  27 diversi paesi UE e concluso che la performance è altamente insufficiente. Solo 9 paesi si sono dotati di un programma con obiettivi stringenti di prevenzione per i rifiuti di plastica, e sono risultati  pochissimi anche i casi di iniziative adottate in cui è stata fatta una misurazione e una valutazione adeguata dei progressi ottenuti. Questa situazione che fotografa lo stato dell’arte delle politiche di prevenzione dei rifiuti dimostra quanto sia invece necessario un approccio fatto di azioni ex ante, prima che che la produzione dei rifiuti avvenga.

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Come intervenire concretamente ?

A nostro parere è necessario sia cambiare la comunicazione che è stata fatta ad oggi verso il pubblico, che aprire urgentemente un confronto con tutti gli stakeholder per sviluppare un piano condiviso di azioni di prevenzione dei rifiuti da usa e getta che sia ispirato alla gerarchia europea di gestione dei rifiuti [2]. Questo prima ancora di andare a pensare come sostituire al meglio i materiali con cui realizzare prodotti monouso.

Un esempio su tutti ci fa capire quanto sia importante cambiare la comunicazione: da quando sono stati introdotti i sacchetti biodegradabili/compostabili è successo che articoli o servizi che trattano di inquinamento da plastica dei mari, o delle conseguenze sulla fauna marina, finiscano per fare un accenno alla legge che ha vietato i sacchetti in plastica come un esempio di best practice europea.

Ugualmente, in qualsiasi iniziativa in cui si sono sostituiti i manufatti in plastica con opzioni compostabili è stato fatto riferimento alla problematica della plastica in mare. Questa “presunta” relazione tra l’utilizzo di manufatti compostabile e salvaguardia dei mari rafforzata da immagini e video è inoltre il “piatto forte” di quasi tutte le iniziative Plastic Free.

Viceversa nelle occasioni in cui sono state riportate notizie di avvenute sostituzioni di manufatti monouso con versioni riutilizzabili (purtroppo rarissime) questa associazione non si è mai esplicitata. Fatta eccezione, per fare un esempio concreto, dei casi in cui si è annunciato la sostituzione di cassette in polistirolo per il pesce con alternative riutilizzabili  (da parte di Unicoop Tirreno e di Eataly per un progetto pilota) in cui esisteva un chiaro rapporto di causa effetto.

Per affrontare l’attuale confusione ed evitare interpretazioni “sbagliate” sarebbe invece necessario, a nostro avviso,evitare accostamenti tra temi come la salvaguardia di mari e dei fiumi dalla minaccia della plastica e l’utilizzo di materiali compostabili.

Gli impatti delle bioplastiche sui sistemi di raccolta e l’impiantistica nazionale

Per quanto riguarda il fine vita dei manufatti  compostabili è evidente che si sta delineando un potenziale problema che verrà causato da un loro aumento incontrollato nella raccolta dell’umido, a seguito dei provvedimenti Plastic Free e dalla decisione degli associati a Federdistribuzione. Questo avverrà prima ancora di un eventuale possibile recepimento dell’Italia a favore delle bioplastiche. Gli impianti di compostaggio industriale sono infatti in grado di smaltire correttamente le plastiche compostabili solo se non superano una certa percentuale del totale del materiale organico.

E non ci riferiamo solamente a stoviglie e bicchieri, ma anche a varie tipologie di imballaggi compostabili che l’industria del largo consumo, in fuga dalla plastica, ha adottato, o è in procinto di adottare. Al momento, le opzioni di imballaggio che sono già presenti sul mercato si sono orientate sul PLA  (acido polilattico) come monomateriale o in abbinamento alla carta nel caso di imballaggi multistrato. Si tratta di involucri per surgelati e altri prodotti, vaschette e bottiglie per l’acqua minerale.

Da una ricognizione effettuata in altri paesi risulta che ad oggi il PlA non venga riciclato e neanche compostato trattandosi di un materiale difficile da gestire e valorizzare a fine vita. I motivi sono diversi e non si riducono solamente al fatto che non ci siano quantità sufficienti per rendere economicamente sostenibile una loro gestione post consumo come flusso separato. Senza parlare del problema che il PLA e altre bioplastiche vengono facilmente confuse con la plastica fossile e quando conferiti con la plastica ne contaminano il riciclo. Evenienza che si verifica nel caso della biobottiglia della nota marca di acqua minerale che invita i suoi clienti a conferirle nell’umido. Questa difficoltà di individuazione del materiale che per molte persone avviene  “ad occhio” non si risolverà facilmente con una corretta etichettatura.

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Servirebbe pertanto a nostro avviso l’affidamento urgente a un ente terzo di uno studio che valuti lo stato dell’arte e l’impatto sul breve e sul lungo termine che si determinerà in seguito ad un massiccio aumento di questi materiali sulla tecnologia degli impianti a digestione aerobica e anaerobica presenti in Italia. Impatto che sarebbe da verificare sia a livello ambientale che economico e tenendo anche conto dell’inevitabile aumento di conferimenti impropri dovuti al fattore umano e dei conseguenti effetti sulla qualità del compost.

La dichiarazione del presidente del Consorzio Italiano Compostatori (CIC) Flavio Bizzoni nel corso della tavola rotonda del convegno di Assobioplastiche, che ha sottolineato come la presenza nel compost di plastiche non biodegradabiliincida per il 15% sui costi di recupero della frazione organica dei rifiuti, farebbe supporre che qualche studio o analisi in tal senso sia già stata fatta, nel qual caso sarebbe interessante poterla visionare.

Per chi abbia voglia di approfondire, segnaliamo come approfondimento la guida rilasciata da Zero Waste Europe,  per un corretto recepimento della Direttiva (di cui si consiglia la lettura) scaricabile qui.

 

NOTE:

[1] Un materiale biodegradabile deve, per definirsi tale secondo la normativa europea, degradarsi per almeno il 90% entro 6 mesi, mentre uno compostabile deve ottenere lo stesso risultato entro 3 mesi. Il materiale compostabile può essere conferito nel compost, mentre quello biodegradabile no. In nessun caso, se di origine artificiale come nel caso delle plastiche, possono essere dispersi in natura.

[2] La gerarchia di gestione dei rifiuti è inclusa nel Pacchetto europeo sull’economia circolare e prevede, nell’ordine: 1. riduzione/prevenzione della produzione di rifiuti; 2. Riuso; 3. Riciclo; 4. Recupero di altro tipo (energia); 4. smaltimento.

Leggi la prima puntata dell’inchiesta

Fonte: Italia che cambia

Cosa stanno facendo i Paesi europei per affrontare il problema dei rifiuti di plastica? Poco

«Nonostante alcune iniziative promettenti per affrontare il crescente problema dei rifiuti di plastica, come il divieto per i sacchetti o le cannucce, in Europa non sono ancora diffusi obiettivi specifici di prevenzione per diversi rifiuti di plastica». A certificare questa triste realtà mentre si avvicinano le scadenze della nuova direttiva sulla plastica monouso è il rapporto “Preventing plastic waste in Europe” appena pubblicato dall’European environment agency (Eea), dal quale emerge che solo 9 Paesi hanno obiettivi espliciti per la prevenzione dei rifiuti di plastica.

Il rapporto Eea fornisce uno stato dell’arte della prevenzione dei rifiuti di plastica in Europa e ha mappato gli sforzi nei Paesi membri dell’Eea (oltre ai 28 Ue, Islanda, Norvegia, Svizzera, Turchia) per affrontare la produzione di rifiuti di plastica attraverso misure di prevenzione. Secondo il rapporto, «la prevenzione dei tipi di plastica più dannosi per l’ambiente, come le materie plastiche monouso e i prodotti in plastica non riciclabili, dovrebbe avere la priorità. Mentre le tasse sulle borse della spesa in plastica hanno portato a risultati notevoli nel ridurre il loro uso e spreco in molti Paesi, tali misure dovrebbero essere applicate anche ad altri tipi di prodotti in plastica, ad esempio i rifiuti di plastica per imballaggio, che rappresenta il singolo più grande flusso di rifiuti di plastica in Europa».

L’Eea ricorda che «i rifiuti di plastica rappresentano un problema crescente in tutto il mondo. L’Ue ha recentemente intrapreso azioni per la prevenzione dei rifiuti e introducendo nuove misure per affrontare i rifiuti e l’inquinamento da plastica, ad esempio attraverso la strategia europea 2018 della Commissione europea per la plastica in un’economia circolare e la direttiva sulle materie plastiche monouso di recente adozione.  Ma è proprio l’Agenzia europea a rilevare che «le capacità di riciclaggio della plastica non hanno tenuto il passo con la crescente produzione globale di materie plastiche. Attualmente, in Europa, solo il 30% dei rifiuti di plastica viene raccolto per il riciclaggio. Inoltre, la maggior parte delle operazioni di riciclaggio avviene al di fuori dell’Europa, dove le pratiche e le norme ambientali possono differire».

Il rapporto Eea, che si basa su una revisione dei programmi nazionali e regionali di prevenzione dei rifiuti e sui risultati di un’indagine effettuata in 31 Stati, ha individuato 173 misure di prevenzione dei rifiuti attuate o che si prevedono di attuare nei diversi Paesi  membri. Ne viene fuori che in quasi la metà dei Paesi membri Eea i rifiuti di plastica sono stati dichiarati flussi di rifiuti prioritari.

Delle 173 misure di prevenzione dei rifiuti identificate, 105 riguardano la fase di produzione dei prodotti in plastica e 69 coprono la fase di consumo. Ad eccezione delle azioni nazionali, come un’imposta sulle borse di plastica, la maggior parte delle misure di prevenzione identificate consiste in accordi volontari e attività di informazione. 37 delle 173 misure individuate (il 20%) sono strumenti basati sul mercato. Di questi, la maggior parte riguarda l’addebito di tasse ai consumatori per l’uso di sacchetti di plastica.

In totale sono stati avviati 30 accordi volontari sulla prevenzione dei rifiuti di plastica che hanno coinvolto diversi gruppi di stakeholders e che spesso includono obiettivi specifici monitorati da parti interne o esterne. Solo 9 Paesi hanno obiettivi di prevenzione dei rifiuti espliciti inclusi nei loro programmi di prevenzione. L’Eea fa notare che «obiettivi chiari e coerenti, utili per guidare l’innovazione e migliorare le pratiche di gestione dei rifiuti, sono ancora carenti per la maggior parte dei gruppi di prodotti e quindi i livelli di attività e ambizione differiscono tra i Paesi».

Gli esempi di buone pratiche identificati comprendono sia iniziative normative come il divieto di alcuni prodotti di plastica e misure più morbide come gli accordi tra le parti interessate per ridurre il consumo di prodotti in plastica (principalmente packaging) e di nonché la formazione e il capacity building. «Sfortunatamente – conclude l’Eea – ci sono pochissimi casi in cui le iniziative adottate sono state adeguatamente valutate, rendendo difficile osservare i progressi».

Fonte: GreenReport

Cosa prevede veramente la direttiva Ue sulle plastiche monouso

È appena stata approvata la versione definitiva della direttiva Ue sulle plastiche monouso. Alcuni prodotti e imballaggi usa e getta in plastica saranno vietati a partire dal 2021, divieto che viene esteso anche alle bioplastiche. Vengono anche previsti regimi di responsabilità estesa del produttore per alcuni prodotti non ancora coperti e nuovi obiettivi di raccolta e riciclo per le bottiglie di plastica. Ecco la prima parte dell’analisi realizzata da Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi, e Andrea Degl’Innocenti.

Il 21 maggio 2019 è stata approvata nella sua versione definitiva la direttiva dell’Unione europea sulle materie plastiche monouso (detta anche direttiva SUP, Single Use Plastics). Proposta a maggio dell’anno scorso nell’ambito della Strategia europea sulle materie plastiche, la direttiva Ue per la riduzione della plastica monouso è arrivata alla fine del suo iter dopo appena otto mesi. Dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, che dovrebbe avvenire prima dell’estate, entrerà in vigore trascorsi 20 giorni. Da quel momento gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire la legislazione nel loro ordinamento nazionale.

La direttiva mira a prevenire e contrastare i rifiuti marini e si basa sulla legislazione dell’Ue già esistente. Ma si spinge oltre e stabilisce norme più severe per i tipi di prodotti e di imballaggi che rientrano tra i dieci prodotti inquinanti più spesso rinvenuti sulle spiagge europee. Le nuove norme vietano, con decorrenza al 2021, l’utilizzo di determinati prodotti in plastica usa e getta per i quali esistono alternative in commercio.

La direttiva prevede inoltre l’introduzione di misure che entrano in vigore con date differenziate rispetto al recepimento della direttiva come:

Regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcuni prodotti tra i quali: tazze da caffè, contenitori di alimenti per cibo da asporto pronto al consumo, filtri di sigarette, palloncini, reti da pesca, salviette umidificate. Per tali prodotti le attività di raccolta a fine vita e di pulizia che devono essere finanziatei dai produttori (sia come attività di raccolta a fine vita che di pulizia). A seconda del prodotto, tra gennaio 2023 e il 31 dicembre 2024 debbono essere soddisfatti gli obblighi aggiuntivi;

Obiettivi di raccolta e riciclo per le bottiglie: i paesi membri dovranno raccogliere separatamente da altri flussi  il 77% di quanto immesso al consumo entro il 2025 e il 90% entro il 2029;

Obiettivi di riduzione per i prodotti monouso in plastica considerati ancora non facilmente sostituibili come tazze da passeggio e contenitori di alimenti per cibo da asporto pronto al consumo (e loro eventuali tappi o coperchi). Gli obiettivi di  riduzione vengono demandati ai paesi dell’UE, così come le misure per raggiungerli tra possibilità di restrizioni all’uso e promozione di alternative riutilizzabili, con o senza incentivazioni economiche;

Contenuto di materiale riciclato obbligatorio: a partire dal 2025, le bottiglie in plastica dovranno contenere un minimo del 25% di materiale riciclato, percentuale che salirà al 30% nel 2030;

Tappi  e coperchi solidali con il contenitore per le confezioni di bevande in plastica (al più tardi cinque anni dopo l’entrata in vigore della direttiva i tappi dovranno essere non separabili dal contenitore);

Etichettatura obbligatoria per prodotti come filtri di sigaretta, bicchieri di plastica, assorbenti e salviette umidificate, per informare i consumatori sugli impatti negativi in caso di abbandono nell’ambiente e fornire indicazione sul corretto smaltimento (due anni dopo l’entrata in vigore della direttiva);

Attività di informazione e sensibilizzazione ambientale destinate ai consumatori rispetto all’utilizzo dei prodotti che possono comprendere anche le informazioni presenti sul prodotto.

Alcune di queste misure possono interessare contemporaneamente un determinato prodotto. Per fare un esempio chiarificatore, le bottiglie in plastica sono soggette ad obiettivi di raccolta vincolanti, ad avere una quantità minima di materia riciclata, ad avere tappi solidali con i contenitori e a regimi EPR che finanzino sia i costi di raccolta e avvio a riciclo che i costi di pulizia ambientale e di campagne di sensibilizzazione.

Quali sono i materiali e i prodotti vietati al 2021

Come introdotto, la direttiva prende di mira i dieci prodotti in plastica più inquinanti per affrontare l’emergenza dei rifiuti marini. Ecco che allora diventa fondamentale evitare che questi prodotti per i quali esistono alternative, vengano sostituiti da prodotti omonimi realizzati con altri polimeri che non si biodegradano velocemente in mare. Già nel 2015 il Rapporto delle Nazioni Unite “Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, Concerns and Impacts on Marine Environments” aveva allertato che l’adozione diffusa di prodotti etichettati come ‘biodegradabili’ non avrebbe ridotto in modo significativo i volumi di plastica che entrano negli oceani e i rischi connessi per gli ambienti marini.

Il rapporto evidenziava infatti che la biodegradazione completa della plastica si verifica in condizioni che raramente sussistono negli ambienti marini. Successivamente, il 5 dicembre 2017, l’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente ha adottato una Risoluzione sui rifiuti marini e sulla microplastica coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile sanciti dalle Nazioni Unite che mira, entro il 2025, a prevenire e ridurre in modo significativo l’inquinamento marino di ogni tipo. Ora i paesi europei hanno la possibilità di andare oltre ai limiti di questi accordi e risoluzioni globali che non hanno natura vincolante per i governi che li sottoscrivono, agendo direttamente sulle fonti di produzione di questi rifiuti marini che arrivano però dalla terraferma.

La direttiva SUP dice esplicitamente all’art. 3 che gli unici polimeri esclusi dal suo campo di applicazione sono quelli naturali, non modificati chimicamente (1). Le plastiche biodegradabili e compostabili siano esse derivate da fonti rinnovabili (totalmente o parzialmente) che di origine fossile, rientrano tra i polimeri modificati chimicamente e quindi fra i materiali vietati. Nel caso delle stoviglie non sono ammesse al pari della plastica e bioplastica neanche i manufatti realizzati in materiale poliaccoppiato composto da carta e da un rivestimento in materiale plastico.

Ecco l’elenco dei prodotti o imballaggi soggetti al divieto:

– Bastoncini cotonati per la pulizia delle orecchie;
– Posate (forchette, coltelli, cucchiai, bacchette)
– Piatti (sia in plastica che in carta con film plastico)
– Cannucce
– Mescolatori per bevande
– Aste per palloncini (esclusi per uso industriale o professionale)
– Contenitori con o senza coperchio (tazze, vaschette con relative chiusure) in polistirene espanso (EPS) per consumo immediato (fast-food) o asporto (take-away) di alimenti senza ulteriori preparazioni
– Contenitori per bevande e tazze sempre in EPS
– Tutti gli articoli monouso in plastica oxo-degradabile

Il littering è il sintomo di un problema

Stranamente i bicchieri in plastica sono esclusi dal divieto di commercializzazione e non vengono neanche elencati tra i prodotti per i quali la direttiva chiede misure ambiziose di riduzione nel consumo o sistemi di EPR come le tazze da passeggio e i contenitori per cibo da asporto pronto al consumo.

Sarà interessante vedere come si muoveranno  i paesi membri in fase di recepimento nei confronti di questi bicchieri o tazze per bevande che sono realizzate sia in plastica che in poliaccoppiato. Oltre ad essere utilizzati per bevande fredde e calde non è raro vedere questi contenitori usati anche per alimenti come pop corn, patatine o pollo fritto nei fast food. Se guardiamo ai contenitori vari da asporto che vengono spesso abbandonati dove capita, e che quando va bene intasano i cestini stradali, è evidente che non abbiamo solamente un problema di plastica ma di consumo usa e getta.

Continua…

Fonte: Italia che cambia

Ragusa: stop alla plastica monouso non compostabile

Continua la corsa verso la virtuosità del Comune di Ragusa.
Dopo aver superato quota 75% di raccolta differenziata nel breve volgere di un semestre, (Ragusa: in meno di un anno raggiunta quota 74%), l’amministrazione inizia la battaglia contro la plastica, nel tentativo di fare del capoluogo siciliano una Comune Plastic Free.

Peppe Cassì, sindaco della città siciliana, ha comunicato ad alcuni giovani studenti al termine di una manifestazione di aver firmato un’ordinanza sindacale in tal senso. “Ho firmato un provvedimento che regolamenta l’uso della plastica, uno degli elementi più inquinanti di questi anni, e che va nella direzione delle richieste di alcuni giovani Ragusani, di cui ho molto apprezzato lo spirito propositivo. I nostri giovani hanno un’attenzione per all’ambiente che molti adulti dovrebbero apprendere” ha dichiarato il Sindaco.

L’ordinanza vieta l’utilizzo e la vendita di stoviglie, bicchieri, cannucce e altri manufatti usa e getta in plastica tradizionale a bar, ristoranti, negozi di generi alimentari, supermercati. Unica ammessa la plastica biodegradabile e compostabile, anche in occasione di feste pubbliche e sagre. Nessun divieto per le bottiglie.
Il provvedimento entra in vigore il 1° giugno 2019. Ecco i punti principali:

1. Gli esercenti sul territorio comunale, le attività commerciali, artigianali e di somministrazione/alimenti/bevande, a decorrere dal 1° giugno 2019 non potranno distribuire ai clienti sacchetti da asporto mono uso in materiale non biodegradabile.

2. I titolari che esercitano sul territorio comunale le attività della ristorazione, quali bar, ristoranti, pizzerie, paninerie, takeaway, rosticcerie, friggitorie e attività similari aventi quale finalità la somministrazione di alimenti e bevande (inclusi gli stabilimenti balneari e i chioschi), a decorrere dal 1° giugno 2019 potranno distribuire agli acquirenti esclusivamente posate, piatti, bicchieri (di qualsiasi dimensione), cannucce, mescolatori di bevande monouso in materiale biodegradabile e compostabile.

3. Agli esercizi per i generi alimentari, quali supermercati, botteghe di vicinato, salumerie ecc. ed ogni altro esercizio e centro vendita abilitato alla vendita di stoviglie per alimentari e cotton fioc, a decorrere dal 1° giugno 2019 è fatto esplicito divieto di vendita di qualsiasi materiale monouso in plastica ed altro materiale non biodegradabile quali piatti, bicchieri (di qualsiasi dimensione), cannucce, posate, cotton fioc non biodegradabili, mescolatori di bevande. A decorrere da tale data sarà consentita la vendita nei propri banchi alla clientela esclusivamente di stoviglie e materiale biodegradabile.

4. E consentito dal 1° giugno 2019 e per i successivi 90 giorni, l’utilizzo delle eventuali scorte di materiale non biodegradabile giacenti nei propri magazzini alla data dell’entrata in vigore della presente ordinanza.

5. I commercianti, i privati, le associazioni, gli enti in occasione di feste pubbliche e sagre potranno distribuire al pubblico, visitatori e turisti, esclusivamente posate, piatti, bicchieri e sacchetti monouso in materiale biodegradabile e compostabile.

6. I cittadini residenti di questo Comune, a decorrere dalla data di efficacia della presente ordinanza, si dovranno dotare ed utilizzare sacchetti monouso per la spesa in carta o altro materiale biodegradabile e compostabile, ovvero borse riutilizzabili a rete in stoffa o tessuto.

7. Coloro che, alla data di efficacia della presente, acquisteranno in esercizi commerciali, artigianali e di somministrazione, alimenti e bevande ubicati sul territorio di questo Comune, hanno l’obbligo di utilizzare per l’asporto a casa dei prodotti acquistati esclusivamente sacchetti monouso in carta o altro materiale biodegradabile e compostabile, ovvero borse riutilizzabili a rete in stoffa o tessuto.

8. A tutti i visitatori di questo Comune è fatto obbligo di utilizzare esclusivamente posate, piatti, bicchieri sacchetti riutilizzabili o, se monouso in materiale biodegradabile e compostabile.

Plastica, il Parlamento Ue vieta i prodotti usa e getta

Impegnata a preservare l’ambiente e a lottare contro l’inquinamento, l’Unione europea ha fatto oggi un nuovo importante passo avanti. Riunito a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato un pacchetto di misure che vieterà entro il 2021 oggetti di plastica monouso. La riforma, che l’associazione dei produttori di plastica vuole sia applicata in modo uniforme in tutti i Paesi membri, dovrebbe ridurre i costi dell’inquinamento marino di 22 miliardi di euro da qui al 2030.

Dal 2021 verrà bandita una lunga serie di oggetti monouso oggi utilizzati comunemente: posate e piatti di plastica, cannucce, bastoncini cotonati, sacchetti di plastica osso-degradabili e contenitori per alimenti in polistirolo espanso. La direttiva, che ora dovrà essere trasposta nei diritti nazionali, prevede il principio di chi inquina paga. Tra le altre cose sarà responsabilità dei produttori di rete da pesca recuperare le reti abbandonate in mare perché sfilacciate o rotte.

Il testo legislativo, approvato con 560 sì, 35 no e 28 astensioni, stabilisce inoltre alcuni obiettivi. Entro il 2029, il 90% delle bottiglie di plastica dovrà essere raccolto separatamente. Entro il 2025, il 25% delle bottiglie di plastica dovrà contenere materiale riciclato; ed entro il 2030 la quota dovrà salire al 30%. Il pacchetto di misure è stato voluto dal vice presidente della Commissione Frans Timmermans, attuale candidato alla presidenza dell’esecutivo comunitario nelle prossime elezioni europee.

Più in generale, il testo legislativo prevede che i governi nazionali impongano una riduzione nell’uso degli oggetti di plastica, per esempio i contenitori alimentari o le tazze per bevande. In un comunicato, l’associazione dei produttori di plastica PlasticsEurope ha salutato il nuovo impegno contro l’inquinamento, ma ha sottolineato come ora sia importante «una applicazione coerente» della direttiva in tutti i paesi europei.

Secondo Bruxelles, l’80% dell’inquinamento marino è provocato da plastica. La direttiva approvata oggi, e che ancora deve essere fatta propria dal Consiglio, colpisce il 70% di questo inquinamento. La plastica resiste al tempo, tanto che spesso rimasugli di questo materiale vengono ritrovati nei pesci e nei molluschi, finendo nella catena alimentare. L’obiettivo della direttiva è di imporre l’uso di materiali diversi o più semplicemente il riutilizzo eventualmente di oggetti in plastica.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Avanza l’onda Plastic free

Da un capo all’altro d’Italia. Letteralmente.
Sono sempre di più le iniziative che portano all’abbandono della plastica. Le ultime registrate prevengono letteralmente dagli estremi del territorio italiano.
In Puglia la CNA regionale segnala che circa 200 balneatori pugliesi dalla prossima stagione ridurranno l’utilizzo di plastica monouso, che sarà sostituita da contenitori e attrezzi in cellulosa biodegradabile (bicchieri, posate e piatti) e utilizzeranno buste di carta.
Dopo l’approvazione da parte del Parlamento europeo del provvedimento per mettere al bando, a partire dal 2021, alcuni prodotti in plastica come posate, bastoncini cotonati e cannucce, per citarne alcuni, la CNA Balneatori Puglia – è detto in una nota – ha già cominciato a porre particolare attenzione alla graduale eliminazione di quei prodotti che costituiscono il 49% dei rifiuti marini. I circa 200 lidi della CNA Balneatori hanno quindi aderito a giornate di raccolta della plastica sulla battigia e dai fondali marittimi e si sono impegnati nel ridurre il ricorso a posate e piatti in plastica per la somministrazione di cibi e bevande.

Nel contempo la Regione Valle d’Aosta mette al bando la plastica nelle sue strutture. Pone altresì regole contro lo spreco alimentare in caso di organizzazione di buffet nell’ambito di eventi. Meno cibo e le eccedenze destinate alle associazioni.
«Riteniamo che quest’iniziativa sia rilevante dal punto di vista etico e della tutela ambientale – commenta Chatrian, Assessore all’Ambiente Regionale – vogliamo che l’Amministrazione regionale sia la prima a dare esempio di ‘best practices’. In questo caso sono volte a eliminare, certamente in maniera graduale, tutti gli articoli in plastica monouso utilizzati nelle varie strutture della Regione. Quest’azione dev’essere necessariamente supportata anche da tutti i dipendenti»

Alliance to End Plastic Waste, le multinazionali contro il plastic-littering

Oggi nasce ufficialmente l’Alliance to end plastic waste (Aepw), un’alleanza composta per ora da quasi 30 multinazionali operanti in  Nord e Sud America, Europa, Asia, Africa e Medio Oriente, attive nella value chain dei beni di consumo e della plastica: produttori di materiali chimici e plastici, società di beni di consumo, retailer, aziende attive nel settore della trasformazione delle materie plastiche e società che si occupano di gestione dei rifiuti,  e «volta a proporre soluzioni innovative per contrastare la dispersione dei rifiuti di plastica nell’ambiente, in particolare negli oceani».

I soci fondatori di Aepw sono BASF, Berry Global, Braskem, Chevron Phillips Chemical Company LLC, Clariant, Covestro, Dow, DSM, ExxonMobil, Formosa Plastics Corporation USA, Henkel, LyondellBasell, Mitsubishi Chemical Holdings, Mitsui Chemicals, NOVA Chemicals, OxyChem, Procter & Gamble, Reliance Industries, SABIC, Sasol, Suez, Shell, SCG Chemicals, Sumitomo Chemical, Total, Veolia, Versalis (Eni) e PolyOne, e quindi l’Alleanza nasce con una dote sostanziosa: un investimento di più di 1 miliardo di dollari  e l’obiettivo di  destinare, nei prossimi 5 anni, 1,5 miliardi di dollari alla lotta ai rifiuti di plastica dispersi nell’ambiente. L’Aepw «intende sviluppare e realizzare iniziative mirate per ridurre al minimo e gestire i rifiuti di plastica, promuovendo soluzioni per la plastica usata e contribuendo così alla realizzazione di un’economia circolare».

David Taylor, hairman of the Board, presidente e Ceo di Procter & Gamble e presidente dell’Aepw, ha sottolineato: «Come è risaputo, i rifiuti di plastica sono un elemento estraneo agli oceani e a qualsiasi altro ambiente naturale. Siamo di fronte a una sfida globale seria e complessa, da affrontare con la massima rapidità e con una leadership forte. La nuova Alleanza rappresenta il massimo sforzo realizzato sino a oggi per dire basta ai rifiuti di plastica dispersi nell’ambiente. Vorrei invitare qualsiasi società, grande o piccola che sia, attiva in tutte le regioni e in tutti i settori, a unirsi a noi».

Secondo Ocean Conservancy, quasi l’80% dei rifiuti di plastica nell’oceano deriva da rifiuti prodotti sulla terraferma  e che, nella stragrande maggioranza dei casi, raggiungono il mare via fiume. E un recente studio evidenzia che oltre il 90% della plastica proviene dai 10 corsi d’acqua principali al mondo – 8 in Asia e 2 n Africa –  e il 60% dei rifiuti di plastica nell’oceano proviene da 5 Paesi del Sud-est asiatico.

Bob Patel, Ceo di LyondellBasell e vicepresidente dell’Aepw, aggiunge: «La storia ha dimostrato che, di fronte a sfide globali come questa, le azioni collettive e le collaborazioni tra industrie, governi e ONG possono dare origine a soluzioni innovative. Il problema dei rifiuti di plastica è evidente e suscita preoccupazioni in tutto il mondo. Deve essere affrontato e siamo convinti che sia arrivato il momento di agire».

L’Aepw  collaborato con il World business council for sustainable development come partner strategico e ha annunciato una prima serie di progetti e collaborazioni che riflettono le diverse soluzioni per eliminare la questione dei rifiuti di plastica, come le collaborazioni con le città, per «elaborare dei sistemi di gestione integrata dei rifiuti nelle grandi aree urbane in cui mancano le infrastrutture, in particolare lungo i fiumi che trasportano dalla terraferma all’oceano grandi quantità di rifiuti di plastica non gestiti».  Dall’Alliace dicono che «la realizzazione di questo obiettivo non potrà prescindere dal coinvolgimento di stakeholder e governi locali e porterà all’elaborazione di modelli replicabili ed economicamente sostenibili, applicabili in più città e regioni. L’Aepw cercherà di instaurare delle partnership con città situate in aree ad alta dispersione di plastica, provando al tempo stesso a collaborare con programmi preesistenti rivolti alle realtà urbane, come ad esempio il progetto STOP in Indonesia».

Un’altra iniziativa è la fondazione di The Incubator Network di Circulate Capital, «per sviluppare e promuovere le tecnologie, i modelli commerciali e gli imprenditori che combattono la dispersione dei rifiuti di plastica negli oceani e migliorano la gestione e il riciclaggio dei rifiuti con lo scopo di creare un programma di progetti su cui investire, concentrandosi inizialmente sul Sud-est asiatico».

L’Aepw punta anche a sviluppare un progetto informativo globale open-source, «fondato su dati scientifici, per supportare i progetti di gestione dei rifiuti a livello internazionale con raccolte di dati affidabili, misurazioni, standard e metodologie studiate per supportare governi, aziende e investitori a elaborare e accelerare le iniziative mirate a evitare la dispersione dei rifiuti di plastica nell’ambiente».  Per farlo l’Aepw valuterà la possibilità di collaborare con le principali istituzioni accademiche e con altre organizzazioni coinvolte nella raccolta di dati simili.

La nuova alleanza globale anti- plastica  punta anche a creare una collaborazione con organizzazioni intergovernative, compresa l’Onu, «per elaborare incontri formativi e workshop congiunti rivolti a funzionari governativi e leader comunitari per aiutarli a identificare e a perseguire le soluzioni più efficaci e localmente rilevanti nelle aree di massima priorità».

E’ previsto anche il sostegno a Renew Oceans il coinvolgimento e gli investimenti localizzati: «Il programma si concentra sui dieci fiumi identificati come responsabili della stragrande maggioranza dei rifiuti provenienti dalla terraferma agli oceani ed è strutturato in modo da bloccare i rifiuti stessi prima che giungano in mare aperto. Il lavoro iniziale supporterà il progetto Renew Ganga, supportato anche dalla National Geographic Society».

Jim Fitterling, Chief Executive Officer del gigante della chimica Dow, ha affermato: «Mantenere l’ambiente libero dai rifiuti è importante per il futuro di Dow e del nostro settore ma, soprattutto, è essenziale per il futuro del nostro pianeta. Quest’iniziativa riunisce società, governi, ONG e consumatori al fine di accelerare gli sforzi per promuovere l’innovazione, fornire risorse altamente necessarie e agire con determinazione per porre fine ai rifiuti in plastica nell’ambiente».

Nei prossimi mesi, l’Alleanza promuoverà ulteriori investimenti e favorirà il progresso in quattro aree chiave:  Lo sviluppo delle infrastrutture per raccogliere e gestire i rifiuti e per aumentare il riciclaggio dei rifiuti; Il supporto alle innovazioni per proporre e realizzare nuove tecnologie in grado di facilitare il riciclaggio e il recupero della plastica, generando valore dalla plastica già utilizzata; La formazione e il coinvolgimento di governi, aziende e comunità per mobilitare l’azione;  La pulizia delle aree con la maggior concentrazione di rifiuti plastici già presenti nell’ambiente, con un’attenzione particolare per i principali canali dei rifiuti, come i fiumi che li trasportano verso il mare.

Antoine Frérot, Ceo di Veolia e vicepresidente dell’Aepw, è convinto che «il successo si fonderà su collaborazioni e sforzi coordinati tra settori differenti: alcuni per creare un progresso a breve termine, altri che richiederanno investimenti maggiori, con tempistiche più lunghe. Per affrontare la questione dei rifiuti di plastica dispersi nell’ambiente e sviluppare un’economia circolare della plastica sarà necessaria la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti nella value chain e l’impegno a lungo termine di società, governi e comunità. Nessuna nazione, società o comunità può risolvere il problema da sola».

Peter Bakker, Presidente e Ceo del World business council for sustainable development, conclude: «Anche se i suoi sforzi saranno globali, l’Alleanza potrà avere un impatto maggiore concentrandosi sulle aree in cui il problema è più rilevante, per poi condividere soluzioni e best practice in modo che il suo impegno possa amplificarsi ed estendersi a tutto il mondo».

Fonte: Green Report