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GreenPeace: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia

Le scelte a cui sarà chiamato il nostro governo nelle prossime settimane impatteranno profondamente sulla capacità del Paese di accelerare la transizione verso un modello economico circolare che favorisca la riduzione del consumo di risorse naturali e della pressione esercitata dalle attività umane sugli ecosistemi. Cambiare il paradigma della crescita economica è fondamentale per ricondurre lo sviluppo sui binari della sostenibilità ed evitare i peggiori scenari delineati dalla comunità scientifica internazionale. Nel rapporto in oggetto, ci siamo concentrati sulla filiera della plastica, con particolare riguardo agli impatti ambientali legati alla diffusione e dispersione nell’ambiente degli articoli monouso: prodotti su cui l’Italia dovrà a breve intervenire col recepimento della Direttiva 2019/904/UE “sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente” (cd. Direttiva SUP 2 ) entro il prossimo 3 luglio. Non nascondiamo la nostra preoccupazione per un recepimento “al ribasso”, disallineato rispetto ai contenuti della Direttiva e più in generale rispetto al quadro di riferimento europeo sulla transizione in ottica circolare dei modelli prevalenti di produzione e consumo.

La plastica è un materiale straordinario per la sua duttilità, economicità, leggerezza e resistenza il cui abuso, soprattutto in applicazioni monouso, porta con sé uno spreco di risorse non rinnovabili che inquinano, in modo pressoché irreversibile, i nostri mari, il Pianeta e le nostre vite oltre a contribuire in maniera decisiva alla crisi climatica. La sostituzione “tout court” della plastica “fossile” con altri materiali (ivi inclusi i materiali biobased certificati come biodegradabili e compostabili) appare una scelta sbagliata, guidata da esigenze di marketing e inadeguata rispetto alla complessità delle sfide ambientali che abbiamo di fronte. La sostenibilità non è una prerogativa dei materiali, ma del modo in cui vengono utilizzati nel ciclo economico. Insieme al recepimento della Direttiva SUP, anche il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offre al governo italiano l’occasione concreta per affrontare le sfide ambientali connesse alla diffusione del monouso in plastica, ma più in generale, del monouso.

La direttiva comunitaria sulle plastiche monouso e le azioni intraprese dagli altri paesi europei

Greenpeace nelle scorse settimane ha affidato a un consulente indipendente (Ingegnere Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti ed economia circolare) la redazione del rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” volto ad esaminare le prospettive per il recepimento della direttiva comunitaria tenendo presente il quadro normativo europeo, le iniziative intraprese da altri Stati e, infine, analizzare le misure adottate fino ad oggi nel nostro Paese.

L’uso crescente di materie plastiche in applicazioni monouso, il basso tasso di riciclo, la dispersione nell’ambiente e il contributo al cambiamento climatico hanno spinto l’Europa ad intervenire con una serie di misure collocate nel quadro più ampio del Piano d’azione sull’economia circolare e, nello specifico, nell’ambito della Strategia sulla plastica (Plastic Strategy) adottata nel 2018. I vari interventi normativi hanno l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo riutilizzabili o riciclabili “in modo efficace sotto il profilo dei costi” entro il 2030, ponendo particolare attenzione alla prevenzione e alla diffusione di soluzioni basate sul riutilizzo, al fine di ridurre il consumo di risorse naturali, la quantità di rifiuti prodotti e la dispersione degli stessi nell’ambiente. Tali direttrici sono peraltro presenti sia nel Green Deal europeo che nel nuovo Piano d’azione per l’economia circolare presentato a marzo del 2020.

La Direttiva SUP, approvata nel maggio 2019, si pone l’obiettivo di contrastare la dispersione di rifiuti da prodotti in plastica monouso nell’ambiente marino e prevede, in estrema sintesi: 1) la messa al bando di piatti, stoviglie, cannucce, bastoncini cotonati, aste per palloncini, mescolatori per bevande, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso 2) riduzione del consumo di tazze per bevande e alcuni contenitori in plastica monouso per alimenti 3) requisiti di progettazione per i contenitori in plastica o compositi per bevande (i tappi e i coperchi in plastica dovranno essere attaccati ai relativi contenitori e le bottiglie in PET dovranno contenere almeno il 30% di materiale riciclato entro il 2030) 4) istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcune tipologie di prodotti in plastica diversi dagli imballaggi (filtri per prodotti a base di tabacco, palloncini, salviette umidificate e attrezzi da pesca) ed estensione della responsabilità finanziaria dei produttori degli imballaggi oggetto della Direttiva (contenitori per alimenti, involucri flessibili, contenitori per bevande, tazze, sacchetti ultraleggeri) anche ai costi necessari per la rimozione dei relativi rifiuti dispersi nell’ambiente e per il successivo trasporto e trattamento 5) obiettivi di raccolta differenziata (90% entro il 2029) per le bottiglie in plastica per bevande con capacità fino a tre litri 6) misure di sensibilizzazione e requisiti di marcatura per alcune tipologie di prodotti (per un elenco dettagliato si rimanda al report completo). Va inoltre evidenziato che la Direttiva SUP include nel suo campo di applicazione i prodotti in plastica monouso biodegradabili e compostabili. La definizione di plastica riportata all’art. 3 comma 1 della Direttiva esclude infatti i soli “polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente”. Le principali plastiche biobased comunemente utilizzate per la realizzazione di articoli in plastica monouso biodegradabili e compostabili derivano da polimeri naturali modificati chimicamente realizzati a partire dalla trasformazione degli zuccheri presenti nel mais, barbabietola, canna da zucchero e altri materiali naturali e sono pertanto inclusi nel perimetro di applicazione della Direttiva.

Il recepimento della SUP in Italia

L’approccio adottato dalle norme vigenti in Italia per contrastare la plastica monouso risulta privo di una visione sistemica e fortemente sbilanciato a favore di una sostituzione tout court con alternative monouso in plastica compostabile. La maggior parte delle misure adottate a livello nazionale, infatti, ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso in plastica tradizionale con gli equivalenti in bioplastica compostabile, anche in quei contesti dove sarebbe stato possibile e necessario adottare misure volte a ridurre l’utilizzo del monouso (a prescindere dal materiale utilizzato) e promuovere sistemi e modelli di business basati su prodotti riutilizzabili. Riguardo il recepimento della Direttiva SUP, va inoltre rilevato che il testo approvato in seconda lettura alla Camera (il 31 marzo 2021) del Disegno di legge di delegazione europea 2019-2020 3 , dispone, contrariamente a quanto previsto dall’Europa, che l’immissione sul mercato dei prodotti in plastica monouso di cui alla parte B dell’allegato alla Direttiva, ovvero i prodotti soggetti a restrizioni all’immissione sul mercato, dovrà essere consentita “qualora per tali prodotti non siano disponibili alternative non monouso, e purché tali prodotti siano realizzati in plastica biodegradabile e compostabile”. Tuttavia, le restrizioni previste dall’Europa riguardano sia i prodotti in plastica fossile che in plastiche biodegradabili e compostabili e non demandano ai singoli Stati membri la discrezionalità di valutare l’esistenza (o meno) di alternative (valutazione peraltro già condotta a livello europeo e propedeutica alla redazione della proposta di Direttiva) Pertanto il recepimento nazionale, se approvato nella forma attuale, sarebbe in netto contrasto con la direttiva comunitaria.

Come si stanno muovendo altri paesi europei?

Molti Paesi europei stanno intervenendo per ridurre i rifiuti alla fonte, sostituendo il monouso in plastica con alternative riutilizzabili.

La Francia, ad esempio, punta ad eliminare tutti gli imballaggi in plastica monouso presenti sul mercato nazionale entro il 2040. Un obiettivo da conseguire in maniera progressiva con la fissazione (per decreto) di obiettivi vincolanti di riduzione, riutilizzo e riciclo. Parallelamente, sono stati introdotti target di riutilizzo complessivi per tutte le tipologie di imballaggi commercializzati nel paese pari al 5% entro il 2023 ed al 10% al 2027. Dal 1° gennaio 2020 è proibito mettere a disposizione tazze, bicchieri e piatti usa e getta in plastica per il consumo sul posto negli esercizi di somministrazione e, a partire dal 1° gennaio 2023, tale divieto sarà esteso a tutte le opzioni monouso (non solo a quelle in plastica), con l’obbligo di utilizzo di opzioni riutilizzabili. Misure specifiche vengono previste anche per le bottiglie in PET per liquidi alimentari. Dal 1° gennaio 2022 gli edifici pubblici saranno tenuti ad avere almeno una fonte di acqua potabile collegata alla rete accessibile al pubblico e anche le attività di ristorazione e i locali di somministrazione di bevande daranno ai consumatori la possibilità di richiedere acqua potabile gratuita. Tali misure sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo di riduzione del numero di bottiglie in plastica monouso per bevande immesse sul mercato francese del 50% entro il 2030. L’Irlanda punta a rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili o riciclabili entro il 2030, con interventi mirati anche sull’overpackaging, sulla progettazione e riduzione della loro complessità, oltre all’introduzione di un sistema di deposito su cauzione (DRS) per i contenitori per le bevande. La strategia irlandese estende il divieto di vendita ad alcuni oggetti non vietati dalla SUP: salviette umidificate, articoli da bagno in plastica monouso per hotel, articoli in plastica monouso utilizzati per il confezionamento di zucchero e condimenti (es. olio, salse). La Germania invece sta lavorando su misure volte ad introdurre l’obbligo (da gennaio 2023) di mettere a disposizione dei clienti contenitori riutilizzabili per il consumo di alimenti e bevande sia sul posto che da asporto in caffetterie e ristoranti. L’Olanda vuole ridurre ulteriormente il consumo di prodotti monouso in plastica previsto dalla SUP introducendo divieti di fornire gratuitamente prodotti usa e getta al cliente e obbligando a mettere a disposizione alternative riutilizzabili. L’Austria vuole introdurre il vuoto a rendere per le bottiglie, con percentuali vincolanti per l’uso di contenitori riutilizzabili, introducendo anche il deposito su cauzione e la plastic tax.

Raccomandazioni per l’Italia

Il recepimento della SUP e il PNRR sono delle concrete possibilità per ridisegnare un futuro sostenibile per il nostro Paese. Il parlamento e il governo Draghi possono scegliere di replicare quanto di buono già messo in atto da altri Paesi e adottare misure che favoriscano la diffusione dei modelli basati su prevenzione riuso, riducendo al minimo il monouso e i rifiuti che ne derivano. Le nostre raccomandazioni, dettagliate nel capitolo 8 del rapporto, mirano ad aumentare il “livello di ambizione” del nostro Paese in fase di recepimento della Direttiva SUP e, più in generale, intendono fornire un contributo ai fini della definizione delle politiche nazionali volte a ridurre la produzione di rifiuti e il consumo di risorse naturali legato alla diffusione dei prodotti monouso. Le misure proposte spaziano dall’introduzione di target vincolanti di riduzione e riuso per gli imballaggi e gli articoli monouso, alla definizione di incentivi economici volti a promuovere la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili e della vendita di prodotti sfusi, fino all’introduzione di misure di carattere regolamentare che garantiscano il progressivo abbandono dell’usa e getta nella somministrazione di alimenti e bevande sia per il consumo sul posto che da asporto.

Certo è che se l’impostazione data finora dal parlamento italiano al recepimento della SUP dovesse essere confermata, sembra difficile che tale recepimento sia accettabile dagli organi comunitari competenti. Greenpeace è pronta a fare la sua parte negli interessi del mare, del Pianeta e della collettività.

Leggi rapporto completo

Vietati i monouso in South Australia

Anche l’Australia si avvia a mettere al bando gli articoli monouso in plastica: ad aprire la strada è il South Australia, uno dei sei stati che compongono la nazione australiana, con una legge varata lo scorso settembre, ma che entrerà in vigore il prossimo 1° marzo.

In quella data scatterà il divieto a vendere o a distribuire anche gratuitamente cannucceposate e agitatori, ad esclusione di quelli riutilizzabili o prodotti con plastica compostabile. Un provvedimento che segue molto da vicino quello entrato in vigore in Europa con l’approvazione della Direttiva SUP.

Il divieto sarà esteso un anno più tardi – dal 1° marzo 2022 – anche a bicchieritazze e contenitori da asporto (clamshell) in polistirene espanso e a tutti gli articoli in plastica oxo-degradabile; questi ultimi non potranno più essere prodotti o venduti nel paese.

La legge fa parte di un più ampio programma per la riduzione dei rifiuti plastici battezzato Replace the Waste.

Fonte: Polimerica

Impatto ambientale degli imballaggi riutilizzabili vs monouso, nuovo rapporto Zero Waste Europe

l lavoro di ZWE in collaborazione con l’Università di Utrecht mette in evidenza come gli imballaggi riutilizzabili producano molte meno emissioni di Co2 rispetto alò packaging monouso

10 dicembre, 2020RIFIUTILunedì 7 dicembre Zero Waste Europe, in collaborazione con l’Università di Utrecht, ha pubblicato il lungo e dettagliato report Reusable VS single-use packaging: a review of environmental impact sull’impatto ambientale degli imballaggi riutilizzabili rispetto a quelli monouso. Ottanta pagine in cui viene messo in evidenza ancora una volta come il packaging riutilizzabile produca molte meno emissioni di Co2 rispetto al packaging monouso. A seguire l’abstract del report e al fondo il link al documento completo:
I rifiuti e la loro cattiva gestione sono diventati una questione globale significativa. Il litter (rifiuti abbandonati volontariamente o involontariamente nell’ambiente, ndr) sembra essere ovunque; lo si può vedere intrappolato lungo  recinti, sparso nelle strade, lungo le spiagge e ai bordi delle carreggiate, dove inquina i corpi idrici, gli oceani, la nostra terra e l’aria.

La gestione tradizionale dei rifiuti si concentra in gran parte sul riciclo, che, sebbene sia importante e rappresenti un segmento del ciclo di vita di materiali e prodotti, chiaramente non è una panacea per i nostri problemi. Negli ultimi anni c’è stata una spinta a concentrarsi su altre strategie di economia circolareche potrebbero ulteriormente evitare il consumo di energia e risorse, come il riuso.
Con la consapevolezza che gli imballaggi da soli rappresentano il 36% dei rifiuti solidi urbani in Europa, questo rapporto si concentra su come e quando il riutilizzo degli imballaggi sia un’alternativa migliore rispetto al monouso. Questo viene fatto analizzando i risultati delle valutazioni del ciclo di vita che confrontano gli impatti ambientali del monouso con le alternative rappresentate da imballaggi riutilizzabili.
I risultati dimostrano che la grande maggioranza degli studi punta a imballaggi riutilizzabili come opzione più rispettosa dell’ambiente. Il report identifica le tipologie di packaging valutate dai vari studi e quali aspetti chiave, come il numero di cicli o distanze e punti di pareggio, favoriscano il successo ambientale degli imballaggi riutilizzabili.

Discute anche, più in dettaglio, come formati di packaging specifici, come bottiglie e casse, differiscano negli impatti.
La relazione si chiude con una discussione su ciò che deve essere migliorato per aumentare ulteriormente i vantaggi dei sistemi di riutilizzo e il ruolo importante dei sistemi di restituzione dei depositi (DRS), di pooling, di standardizzazione, l’accessibilità dei prezzi ai consumatori e altre misure che potrebbero aiutare garantire il successo di un sistema di packaging riutilizzabile.
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Fonte: Eco dalle Città

Plastica monouso, direttiva SUP. Costa plaude a legge di delegazione: ‘Bene emendamento su plastiche biodegradabili’

L’annuncio del ministro dell’Ambiente: “Nel ddl appena approvato al Senato misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella sull’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti”

“Nel ddl delegazione europea appena approvato al Senato, e che ora passa all’esame della Camera, ci sono misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella che prevede l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti”. Così in una nota il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa

“Parliamo di quel tipo di alimenti per cui non sia possibile utilizzare altri materiali” aggiunge Costa. “Grazie al lavoro svolto dal Movimento 5 Stelle al Senato potremo adesso recepire in modo corretto e senza incertezze la direttiva europea. È una misura ambientale importante, che dà un ulteriore contributo alla lotta contro l’utilizzo delle plastiche monouso e fornisce al contempo maggiori certezze alle numerosissime imprese del settore”.

L’approvazione della legge di delegazione è arrivata con 134 sì, 54 no e 31 astenuti. Il provvedimento dà attuazione a oltre 30 direttive e adegua l’ordinamento a 18 regolamenti in numerose materie. Diverse le novità introdotte durante l’esame a Palazzo Madama. Tra le materie trattate, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, l’energia elettrica, le pratiche commerciali sleali nella filiera agricola e alimentare, il codice europeo delle comunicazioni elettroniche in vista dello sviluppo delle nuove reti 5G, la tutela del diritto d’autore nel mercato digitale, l’agenzia per la cybersicurezza, le nuove misure sulle banche.

Perché non possiamo insistere con modelli di consumo basati sull’usa e getta

Progettare un nuovo imballaggio senza ripensare tutto il ciclo di vita del prodotto, applicando opzioni innovative a basso impatto di carbonio può rivelarsi per le aziende un’occasione persa sotto l’aspetto ambientale ed economico. Cambiare invece l’approccio al packaging andando oltre ad una pura sostituzione del materiale per trovare nuove modalità per fare arrivare i prodotti ai propri clienti può aprire la strada a progetti innovativi in linea con la crisi climatica e di risorse che dobbiamo affrontare.

Quando si tratta di ridurre i rifiuti di plastica, e non si cercano scappatoie come la sostituzione della plastica con altri materiali, il riciclaggio è la strategia su cui si focalizzano gli impegni della maggior parte delle aziende
che lavorano alla sostenibilità del packaging.
Questo perché lavorare sulla riciclabilità, reale o presunta che sia, è di fatto la strategia più semplice da perseguire perché permette alle aziende di non cambiare il modello di business e/o processi produttivi. Condizione che rende più che accettabile per le aziende investire risorse nella ricerca e sviluppo di nuovi materiali che sostituiscano la plastica, e persino sostenere un aumento medio nel costo del packaging del 25-30%, come da stime di esperti del settore. Al contrario, applicare strategie di prevenzione e riuso per il packaging, può comportare in molti casi un ripensamento del prodotto stesso e/o dei modelli di produzione e commercializzazione. Oltre a richiedere il coinvolgimento degli altri attori della filiera di riferimento con il relativo carico di lavoro che rende ogni operazione doppiamente complessa.
Va detto che la crescente attenzione da parte delle aziende alla riciclabilità o compostabilità del packaging è storia recente, che va soprattutto interpretata come una risposta delle aziende alla crescente preoccupazione sull’inquinamento ambientale causato dalla plastica nell’opinione pubblica. In seconda battuta gioca un ruolo importante l’approssimarsi dell’entrata in vigore delle nuove direttive europee del pacchetto Economia Circolare e della Direttiva SUP sulle plastiche monouso. Resta da vedere se i governi le recepiranno conservandone lo spirito e gli obiettivi che vanno nella direzione di un cambiamento dell’attuale modello di consumo, oppure cederanno alle pressioni dei gruppi di interesse. Eventualità poi non così remota come hanno allertato recentemente la Piattaforma Reloop e Zero Waste Europe sulla base di uno studio di Eunomia Research and Consulting.

LIMITI DEL RICICLO

Sebbene il riciclo sia un’opzione preferibile alle varie opzioni di smaltimento, perché permette di produrre uno stesso bene con minori emissioni climalteranti e un ridotto consumo di materie prime ed energia, è evidente che non possiamo affidarci a questa sola strategia . Ma questo vale sia per la plastica che per tutti i materiali di cui facciamo un solo utilizzo.

L’aumento della popolazione e del livello di benessere nei paesi dalle economie emergenti spinge inesorabilmente verso l’alto i consumi, aumenta i ritmi di prelievo di tutte le risorse, accelerando così la distruzione degli ambienti naturali e della biodiversità.

Se consideriamo che la produzione mondiale di plastica è destinata a quadruplicare entro il 2050 (e non solamente per il settore del packaging) è evidente che per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili si deve schiacciare l’acceleratore sulla prevenzione a tavoletta, e a più livelli.
Nel caso della plastica dobbiamo pertanto ridurre al massimo il suo consumo usa e getta e riciclarla tutta perché impiegare plastica riciclata fa risparmiare circa il 61% delle emissioni di gas ad effetto serra rispetto all’utilizzo di plastica vergine.

Questo perché, secondo un recente studio dell’Imperial College quasi due terzi delle emissioni totali di gas climalteranti dovute alla produzione di un manufatto in plastica avvengono durante la fase di estrazione e produzione delle resine. La restante parte delle emissioni (pari ad 1/3) è determinata dalla fase di produzione e smaltimento del manufatto.

Sostituire la plastica con alternative biodegradabili può sembrare in prima battuta un’opzione più sostenibile, se non fosse che anche queste risorse non possono considerarsi illimitate. Un loro utilizzo a pari quantità di consumo richiesta dalla sostituzione delle stesse applicazioni in plastica tenendo conto del trend attuale di maggior consumo di prodotti confezionati significa produrre maggiori impatti ambientali su altri fronti. Ad esempio il crescente consumo di biomasse —che soddisfa la domanda proveniente da più settori come si può vedere dall’infografica— contribuisce, anche attraverso il fenomeno detto IULC Indirect Land Use Changes (cambiamento indiretto dell’uso del suolo) alla deforestazione e conseguente perdita di biodiversità.

Un recente studio dell’Imperial College commissionato da Veolia “Examining Material Evidence the Carbon Fingerprint” ha comparato le valutazioni sul ciclo di vita (LCA) di una settantina di imballaggi di diversa tipologia e materiale. Le prestazioni relative ai diversi imballaggi in termini di emissioni di gas climalteranti rivelano che un puro cambio di materiale non equivale ad un impatto ambientale minore senza interventi sul ciclo di utilizzo di un manufatto.

IL PROBLEMA E’ IL MODELLO DI CONSUMO
Le aziende che hanno sostituito gli imballaggi in plastica non lo hanno fatto, —come verrebbe logico pensare— sulla base di valutazioni del ciclo di vita e di utilizzo delle varie opzioni di packaging. Né tanto meno hanno tenuto conto delle diverse infrastrutture di raccolta e riciclo presenti sui mercati ove l’opzione veniva introdotta, oppure degli sbocchi di mercato per le materie prime seconde originate. Come accennato in apertura le decisioni che hanno portato ad un cambio di packaging sono state spesso intraprese, in risposta al “sentiment plastic free” dell’opinione pubblica che il marketing aziendale ha cavalcato come vantaggio competitivo. Con il risultato che le nuove opzioni non sempre si sono rivelate migliorative sotto il profilo ambientale. Oppure prive di un maggiore impatto economico sul sistema di avvio a riciclo del packaging, che è finanziato in larga parte dai contribuenti. Oltre all’aumento medio del 3% annuo circa nel consumo di imballaggi che le relazioni dei consorzi Conai registrano (quasi) ogni anno ci sono anche studi di settore che riportano nel dettaglio i segmenti di prodotto dove il consumo di alimenti confezionati aumenta. Per quanto riguarda il settore ortofrutta cresce il consumo di prodotto confezionato a peso fisso che rappresenta il 47% del totale venduto dalla Gdo, di prodotti di IV gamma e di Primi Piatti Pronti Freschi (classificati come Ecr -ovvero le zuppe e tutte le loro declinazioni) che vengono principalmente venduti nello scaffale refrigerato. Ad esacerbare l’impatto del packaging c’è l’aumento nelle vendite dei formati monodose che riguarda tantissimi prodotti freschi. La tendenza nei paesi avanzati da anni ormai va in direzione di una costante riduzione dei formati, di pari passo con un’evoluzione sociale che riguarda tanto la dimensione dei nuclei familiari, quanto le abitudini, le modalità e le occasioni di consumo.

AZIENDE IN FUGA DALLA PLASTICA

Tra gli esempi più ricorrenti di sostituzione della plastica nel settore delle bevande da parte delle aziende abbiamo il passaggio alle lattine o al Tetra Pak anche per l’acqua minerale.

In altri settori abbiamo il maggiore ricorso a materiali compostabili per il packaging, lo stovigliame e altri articoli che è stato confermato dall’ultimo 6° rapporto annuale di Assobioplastiche , curato da Plastic Consult.

Agli effetti collaterali dovuti ad una costante crescita di manufatti in bioplastiche compostabili che hanno come destinazione gli impianti di trattamento del rifiuto organico abbiamo dedicato una scheda di approfondimento a fine articolo.

C’è, a seconda dei prodotti e del settore una consistente parte di imballaggi in plastica che sono in fase di ripensamento che si sta orientando verso imballaggi a prevalenza cellulosica, spesso accoppiata a film barriera, che sarebbero riciclabili con la carta. Ma questo cambiamento di materiale non investe solamente imballaggi “classici” come involucri o scatole. Esiste infatti nel packaging contemporaneo un filone di ricerca e sviluppo che anni fa sarebbe stato impensabile per applicazioni come tubi o flaconi per prodotti liquidi o semiliquidi. E’ il caso di progetti come quello della “Plant bottle” o “Paper Bottle ” che vede varie multinazionali interessate come Carlsgroup, Coca Cola, Danone, L’Oreal e altre industrie della cosmetica. Poi c’è il filone dell’industria dei dolciumi, barrette e snack vari che vede multinazionali come Nestlé, Mondelez e altri brand sostituire gli involucri in plastica con opzioni in carta anche qui abbinata a film barriera. Per restare nel campo nazionale c’è il caso di Misura che è passata per sei prodotti ( linea di pasta integrale e snack) ad involucri in bioplastica e in carta. Tra le aziende italiane che hanno aderito al Global Commitment di cui si occupa il capitolo seguente ci sono invece Barilla e Ferrero. Quest’ultima, come i suoi competitor del settore snack e dolciumi prima citati, ha un compito particolarmente arduo qualora l’obiettivo finale fosse la sostenibilità. Questo perché il problema di questo segmento di mercato è l’imballaggio eccessivo o overpackaging, (più che il materiale con cui viene realizzato il packaging) largamente dovuto alle mini porzioni di prodotto.

Un esempio possiamo trovarlo negli espositori di prodotti vari della Ferrero che si trovano nei supermercati e in particolare se proviamo a fare un “bilancio materico” tra la quantità totale di prodotto in peso contenuta da uno specifico contenitore rapportata al peso complessivo degli imballaggi.

Nel computo andrebbero contabilizzati l’imballaggio primario, secondario e terziario includendo anche gli espositori. Il risultato visto come rapporto tra quantità di prodotto e di imballo darà sicuramente la misura di cosa si intende per imballaggio eccessivo e spreco di risorse. Senza parlare dell’impatto ambientale delle sorpresine in plastica degli ovetti Kinder, che potrebbe essere il momento di “dematerializzare” e rivisitare perché anche i bambini di oggi non sono più quelli di 20 – 30 anni fa.

THE NEW PLASTICS ECONOMY GLOBAL COMMITMENT

Il 24 ottobre 2019, la Fondazione Ellen MacArthur (EMAF) e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente hanno pubblicato “ The New Plastics Economy Global Commitment: 2019 Progress Report”, il primo rapporto annuale sullo stato di avanzamento dell’impegno globale per un’economia sostenibile della plastica. Sono oltre 450 organizzazioni di varia natura che hanno sottoscritto il Global Commitment , un impegno globale per affrontare il problema dei rifiuti di plastica nell’ambiente lanciato nell’ottobre del 2018 in occasione della Ocean Conference di Bali . Tra i firmatari figurano Apple, Coca Cola, Danone, H&M, Mars, Nestlè, Pepsi, Unilever e altre aziende che sono responsabili del 20% degli imballaggi in plastica prodotti a livello globale. L’impegno generale dei firmatari, che si trova schematizzato nell’infografica consiste nel ridurre l’imballaggio in eccesso e lo spreco rendendo tutti gli imballaggi in plastica immessi al commercio, riutilizzabili, riciclabili o compostabili al 2025, prevenendo la dispersione dei rifiuti plastici nell’ambiente.
Nonostante l’impegno profuso dalla EMAF con il programma The New Plastics Economy nella promozione di modelli basati sul riuso e sul Product as a Service, anche la relazione più recente sullo stato di avanzamento degli impegni da parte dei partecipanti al GC, non rileva ancora progressi significativi su questo fronte.

Infatti, nonostante un terzo dei firmatari abbia dei progetti pilota in corso basati sul riuso dei contenitori, meno del 3% in peso degli imballaggi che immettono al commercio è riutilizzabile. Sono 43 le aziende che stanno testando modelli di riuso in più mercati e per diversi prodotti tra aziende produttrici di imballaggi, di prodotti confezionati o del settore della distribuzione, ma poche in larga scala. Solamente il 13% tra le grandi aziende firmatarie sta sperimentando modelli di riuso per una parte significativa del loro portfolio di prodotti mentre il 3,36% sta ancora iniziando ad identificare quali potrebbero essere le potenzialità da esprimere in questo settore.

Per dare a Cesare quel che è di Cesare va detto che dietro alla partecipazione di gran parte dei grandi marchi internazionali a modelli di riutilizzo dei contenitori c’è lo zampino di Tom Szaky, fondatore di Terracycle, che ha saputo coinvolgerli nella piattaforma Loop di cui ci occuperemo in un successivo articolo che passa in rassegna le esperienze più significative del momento.

OBIETTIVO CONSERVAZIONE DELLE RISORSE E MITIGAZIONE CLIMATICA

Per una conservazione delle risorse e una mitigazione climatica serve, come abbiamo introdotto, un approccio olistico nel ripensare prodotti, packaging e sistemi di erogazione/commercializzazione dei prodotti in modo da eliminare o ridurne gli impatti ambientali complessivi.

Tali impatti si possono ridurre concretamente liberandosi dai falsi miti e dalle narrazione del marketing correnti che inducono a credere nell’esistenza di materiali sostenibili in assoluto, quanto sono invece i cicli di utilizzo a determinare la sostenibilità complessiva.
Se l’obiettivo è ridurre urgentemente il consumo di materia come dovrebbe essere, che si tratti di plastiche o meno, la strategia del riutilizzo e della dematerializzazione del packaging ha un ruolo cruciale. La strategia dei piccoli passi incrementali di riduzione del danno che domina oggi il business, e che si traduce nel settore del packaging a tentativi di riduzione dell’impatto ambientale lavorando su qualche indicatore, non è sufficiente a produrre miglioramenti di scala e sul lungo periodo. Soprattutto quando le aziende compiono scelte senza basarsi su evidenza scientifica che certifichi che le nuove opzioni apporteranno reali e significativi benefici ambientali rispetto a quelli esistenti.

L’approfondimento sui modelli di riuso prosegue con altri due articoli in prossima uscita. Il primo ad uscire sarà dedicato ai modelli di riuso già sperimentati e quali sono le opportunità da cogliere e le barriere barriere da superare. Chiuderà la serie una recensione delle esperienze in essere di maggiore rilevanza. La foto in evidenza è riferita ad un progetto di Algramo una nota start up cilena che comparirà tra le esperienze citate nel terzo articolo di questa serie.

Fonte: Comuni Virtuosi

In Francia monouso venduti come riutilizzabili

La pratica denunciata dall’associazione Zero Waste France riguarda stoviglie di plastica distribuite da catene della GDO

Nei giorni scorsi, l’associazione ambientalista Zero Waste France ha criticato la catena della grande distribuzione Carrefour per aver messo in commercio, a proprio marchio, stoviglie monouso in plastica – vietate nel paese a partire dal 1°gennaio scorso – etichettate come “riutilizzabili, lavabili fino 20 volte in lavastoviglie“. A seguito della segnalazione, Carrefour ha annunciato a stretto giro di social la decisione di togliere i prodotti dagli scaffali in tutti i suoi punti vendita.

Prima di denunciare l’accaduto, Zero Waste France ha provato a lavare i piatti e le posate in lavastoviglie, con risultati facilmente intuibili. Come afferma l’associazione: “Già dal primo lavaggio i piatti sono usciti leggermente deformati e ammaccati. Dopo meno di 10 utilizzi, la maggior parte era lacerata o aveva assorbito il colore o tracce di grasso degli alimenti contenuti”.

I venti cicli in lavastoviglie sono quanto una circolare del Ministero dell’Ambiente francese pone come discriminante tra stoviglie monouso e riutilizzabili più volte.

Se Carrefour proponeva questi prodotti a proprio marchio, altre catene – secondo Zero Waste France – stanno ancora vendendo stoviglie di plastica usa e getta, spesso presentate come riutilizzabili.

Fonte: Polimerica

Plastica monouso addio, dal 2021 vietati piatti, cannucce e cotton fioc

Raggiunto l’accordo tra le istituzione dell’Unione europea; oltre al bando ci saranno anche obiettivi di riduzione. Plauso degli ambientalisti

Dopo oltre dodici ore di negoziato, le istituzioni Ue hanno raggiunto l’accordo che prevede restrizioni alla vendita e all’uso di oggetti monouso in plastica. Dal 2021 saranno vietati posate e piatti, cannucce, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso (come le scatole di fast food), oltre ai bastoncini di cotone per i prodotti dell’igiene tipo cotton fioc. Altri prodotti avranno obiettivi di riduzione. Per le bottiglie in Pet per bevande, per esempio, viene fissato un obiettivo vincolante di almeno il 25% di plastica riciclata dal 2025 in poi, calcolato come media per lo Stato membro.

Nel 2030 tutte le bottiglie di plastica dovranno rispettare un obiettivo di almeno il 30% di contenuto riciclato. Plaudono le Ong ambientaliste Break Free From Plastics e Rethink Plastics (cui aderiscono anche Client Earth, Eeb, Greenpeace e Friends of the Earth), secondo cui le nuove restrizioni sono “un precedente importante”, purché Paesi agiscano davvero. Inolte ritengono che le indicazioni su alcuni degli obiettivi restino “troppo vaghe”.

“Le nuove norme rappresentano un primo colpo significativo all’inquinamento da plastica – ha dichiarato Delphine Lévi Alvarès – , ma il loro impatto dipende dall’attuazione da parte dei nostri governi nazionali che devono agire immediatamente”.

“Gli europei sono consapevoli del fatto che parliamo di un problema enorme e l’Ue ha dimostrato coraggio nell’affrontarlo“, dichiara il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, considerato il ‘papà’ della direttiva. ” Ma – conclude – è anche importante sottolineare che, con le soluzioni concordate oggi, stiamo aprendo la strada a un nuovo modello di economia circolare”.

Fonte: E-Gazette

Le tasse sulla plastica monouso piacciono agli inglesi

Una consultazione pubblica avviata dal governo conservatore della Gran Bretagna su come delle tasse dedicate potrebbero affrontare il crescente problema delle plastiche monouso e del loro riciclo ha ricevuto ben 162.000 risposte e osservazioni. Il ministro del tesoro britannico, Robert Jenrick, ha detto che il governo sta studiando «incentivi intelligenti e intelligenti» per convincere i produttori di plastica ad assumersi la loro responsabilità.

I rapporti commissionati dal governo del Regno Unito e altri indipendenti  suggeriscono l’introduzione di un’imposta sui produttori e su alcuni prodotti in plastica usa e getta che potrebbe includere misure come una tassa sulle tazze di caffè monouso.

Rispondendo alla consultazione , il Tesoro britannico ha dichiarato di voler «promuovere un maggiore utilizzo della plastica riciclata nella produzione, scoraggiare la plastica che è difficile da riciclare – come la carbon black plastic– e ridurre la domanda di articoli monouso, comprese tazze da caffè e scatole da asporto».

Jenrick ha dichiarato di essere fortemente impressionato da sostegno dell’opinione pubblica a una possibile tassazione della plastica monouso e  che  «Le risposte che abbiamo ricevuto saranno utilissime per sviluppare i nostri piani per l’utilizzo del sistema fiscale per contrastarla. Il nostro dovere di lasciare l’ambiente in uno stato migliore di quello che abbiamo trovato è assolutamente chiaro e ciò che abbiamo mostrato oggi è un altro step importante per garantire un futuro più pulito e più verde per la Gran Bretagna«.

BBC News ricorda che «A gennaio, i parlamentari dell’Environmental Audit Committee called avevano chiesto il cosiddetto latte levy  per li bicchieri usa e getta», dopo che a gennaio la stessa commissione aveva rivelato che ogni anno ne vengono buttati via circa 2,5 miliardi. La presidente della Commissione,  Mary Creagh ha spiegato che «Quasi nessuno  viene riciclato e ne vengono gettati via mezzo milione al giorno  e i distributori di tazze di caffè non hanno intrapreso azioni per rimediare a tutto questo e il governo è rimasto con le mani in mano».

Infatti, alcuni ministri conservatori (probabilmente temendo di perdere voti) avevano messo in dubbio i vantaggi derivanti dal far pagare ai consumatori una tassa sulla plastica usa e getta, ma la consultazione voluta dal loro  stesso governo li ha smentiti: i consumatori/elettori sono in gran parte favorevoli e vogliono partecipare alla “guerra” contro i contenitori di plastica monouso che, secondo BBC News, in gran parte non possono essere riciclati.

A Friends of the Earth UK sono molto soddisfatti per la risposta dell’opinione pubblica e la campainer Emma Priestland ha detto che «Mette in evidenza la schiacciante richiesta di azioni più severe per affrontare il flagello dell’inquinamento da plastica. I ministri hanno ora un fortissimo  mandato per utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione, comprese la tassazione e le normative, per imporre ai rivenditori e ai produttori di arginare la marea dell’inquinamento da plastica che scorre nei nostri fiumi e mari”.

Hugo Tagholm, di Surfers Against Sewage, conclude: «Questa è una chiara indicazione della voglia dell’opinione pubblica di ulteriori interventi fiscali per contribuire a ridurre l’inquinamento da plastica che grava sul nostro ambiente, dalle strade del centro città, alla campagna e fino ai nostri oceani».

Fonte: GreenReport