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Dal bidone dei rifiuti spunta un tesoro: il riciclo vale 6,5 miliardi di euro

E’ il beneficio ottenuto in termini di minor import di materia prima grazie al recupero degli scarti. Secondo i dati del Was, il Waste Strategy Report 2016, i 75 top player dei rifiuti urbani hanno un fatturato quasi tre volte maggiore di quello del calcio italiano

Economia circolare: prove di crescita. I primi frutti dell’aumento della raccolta differenziata cominciano a vedersi. Il riciclo aiuta in modo significativo la bilancia dei pagamenti italiana: si evitano importazioni di materie prime per 6,5 miliardi di euro. E i 75 maggiori operatori nell’ambito dei rifiuti urbani sono arrivati a un fatturato di 9,7 miliardi di euro, quasi tre volte quello del calcio italiano.

Sono alcuni dei numeri contenuti nel Was, il Waste Strategy Report 2016 presentato da Althesys, società di ricerca in campo ambientale ed energetico. Il settore cresce e c’è un notevole potenziale di occupazione perché ad esempio nel Meridione 2,3 milioni di tonnellate di scarti organici non vengono raccolti in maniera differenziata e quindi non sono trasformati in compost o energia.

“L’evoluzione delle politiche dei rifiuti in direzione dell’economia circolare stanno trasformando profondamente il settore del waste management: le dimensioni del business aumentano e il perimetro delle varie filiere si allarga”, si legge nel rapporto. “E’ un processo che stimola l’innovazione e crea nuovi mercati”.

Per l’Italia, un paese in cui le materie prime non abbondano, lo sviluppo del settore industriale basato sul recupero dei materiali può rappresentare una spinta importante anche in termini occupazionali. Secondo i calcoli della Ue spingendo sull’economia circolare l’Italia entro il 2025 potrebbe portare il beneficio economico a 12 miliardi di euro l’anno grazie al risparmio di materie prime. E, a livello continentale, la posta in gioco – secondo le stime della Commissione europea – è costituita da 580 mila posti di lavoro e da un taglio di circa il 3% delle emissioni serra.

“Finora la carenza di aziende con strutture adeguate ha frenato, soprattutto al Sud, lo sviluppo dell’industria del riciclo”, spiega Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys. “Inoltre ci sono anche ostacoli normativi che hanno rallentato il pieno utilizzo delle materie prime seconde, cioè dei rifiuti trattati in sicurezza e trasformati. Ma cominciano a moltiplicarsi segnali incoraggianti”.

Ad esempio nel settore cartario la produzione di materie prime seconde da raccolta differenziata è quasi raddoppiata passando dal 26% del 2000 al 47,7% del 2015. Per lo sviluppo futuro molto dipenderà da alcuni decreti in ballo. Ad esempio quello sulla tariffa puntuale (in modo da far pagare meno ai cittadini virtuosi e di più a chi butta tutto nell’indifferenziata). E quelli sull’end of waste, che facilitano il processo di recupero stabilendo con chiarezza quando un rifiuto cessa di essere tale e si trasforma in materia prima seconda.

Fonte: Antonio Cianciullo per Repubblica.it

Sprechi alimentari: nasce la legge Italiana. Incentivi a chi non spreca

Chi non butta via il cibo verrà premiato. È questo il principio alla base della lotta allo spreco alimentare che è diventata legge dello Stato. Dopo il primo sì della Camera a marzo scorso, in serata è arrivato il via libera definitivo del Senato con  181 sì, due no e 16 astenuti. “Con il voto di oggi, manteniamo una promessa. L’Italia si è dotata di una legge organica sul recupero delle eccedenze e sulla loro donazione per solidarietà sociale”, dice la deputata del Pd Maria Chiara Gadda, prima firmataria della legge.

“Questa norma – fa eco il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina – è una delle più belle e concrete eredità di Expo Milano 2015. È una traduzione in fatti dei principi della Carta di Milano. Un provvedimento che conferma l’Italia alla guida della lotta agli sprechi alimentari, che ancora oggi hanno proporzioni inaccettabili. Con questa legge ci avviciniamo sempre di più all’obiettivo di recuperare un milione di tonnellate di cibo e donarle a chi ne ha bisogno attraverso il lavoro insostituibile degli enti caritativi”.

I punti salienti della legge. Il provvedimento, che arriva a soli sei mesi di distanza rispetto a un’analoga legge francese, definisce per la prima volta nell’ordinamento italiano i termini di “eccedenza”e “spreco” alimentari, fa maggiore chiarezza tra il termine minimo di conservazione e la data di scadenza, e punta semplificare le procedure per la donazione, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e della tracciabilità. Rispetto alla norma approvata in Francia, che si basa sulla penalizzazione, quella italiana punta sugli incentivi e sulla semplificazione burocratica. Consente la raccolta dei prodotti agricoli che rimangono in campo e la loro cessione a titolo gratuito. Dice in modo chiaro che il pane potrà essere donato nell’arco delle 24 ore dalla produzione. E, per ridurre gli sprechi alimentari nel settore della ristorazione, permette ai clienti l’asporto dei propri avanzi con la ‘family bag’.

Non solo le onlus, inoltre, ma anche gli enti pubblici, potranno essere considerati “soggetti donatori”. Si possono poi donare anche i cibi e farmaci con etichette sbagliate, purché le irregolarità non riguardino la data di scadenza del prodotto o l’indicazione di sostanze che provocano allergie e intolleranze. Non sarà poi richiesta la forma scritta per le donazioni gratuite di cibo, farmaci e altri prodotti e saranno coinvolte nella prevenzione dello spreco anche le mense scolastiche, aziendali e ospedaliere. Infine più spazio alle cosiddette produzioni a ‘chilometro zero’, che dovranno essere promosse dal ministero delle Politiche agricole nel quadro di azioni mirate alla riduzione degli sprechi.

Le reazioni. “Abbiamo calcolato che se tutti i pubblici esercizi italiani mettessero a disposizione le loro eccedenze, con una media di 20 pasti al giorni, si potrebbero distribuire addirittura 7 milioni di pasti

quotidianamente. Noi – dice Gregorio Fogliani – che con il progetto no profit Pasto Buono abbiamo raggiunto i 500mila pasti recuperati all’anno, ci poniamo come obiettivo di recuperare e donarne almeno un milione”.

fonte: Repubblica.it

RAEE: pubblicato il decreto sul ritiro “uno contro zero”

Dall’entrata in vigore del provvedimento chi vorrà smaltire un piccolo elettrodomestico, come una lampada o un telefonino, potrà portarlo in un grande negozio e provvederanno i gestori dell’esercizio commerciale a smaltirlo a norma di legge. Questo, a differenza del passato, sarà possibile anche se non si acquisterà un nuovo prodotto analogo.
Infatti fino a pochi giorni fa vigeva per i rivenditori l’obbligo dell’uno-contro-uno. Il rivenditore da cui si acquistava, ad esempio, un tablet o un tostapane, doveva ritirare e smaltire il vecchio elettrodomestico che l’utente sostituiva. Con il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri entra in vigore “l’uno-contro-zero”, la possibilità cioè di conferire ai distributori con superficie di vendita di almeno 400 metri il vecchio elettrodomestico senza l’obbligo di comprarne uno nuovo.
“Ciò – sottolinea il Ministro – renderà molto più semplice la raccolta e ed il recupero dei materiali delle apparecchiature e più agevole per i cittadini un comportamento ambientalmente corretto e virtuoso”.
Il testo del provvedimento inoltre unifica in un unico corpo normativo quasi tutte le disposizioni in materia di RAEE, introduce anche altre novità nel settore. In particolare vengono progressivamente estesi gli effetti delle disposizioni a tutte le apparecchiature elettriche ed elettroniche, e sin da subito ai pannelli fotovoltaici, prima non previsti.
Sono stati inoltre innalzati e resi più ambiziosi gli obiettivi di raccolta, di recupero e di riciclaggio; si passa da un obiettivo annuale di raccolta stabilito in 4 kilogrammi per abitante, a due nuovi obiettivi da raggiungere nel 2016 e nel 2019, pari rispettivamente al 45 % ed al 65% , calcolato sul peso totale dei RAEE raccolti in relazione alla media delle apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato  nei tre anni precedenti.

Consulta qui il decreto

fonte: Minambiente.it

MInambiente: ecco le linee guida per uniformare a livello nazionale il calcolo della differenziata

Un decreto del ministro dell’Ambiente pubblicato nei giorni scorsi in Gazzetta Ufficiale introduce, per la prima volta, linee guida nazionali per un metodo di calcolo unico della raccolta differenziata dei rifiuti urbani e assimilati, cui tutte le Regioni dovranno attenersi nel dotarsi dei propri metodi di calcolo e di certificazione. Il decreto, che attua l’articolo 32 del Collegato Ambientale, permetterà un reale confronto dei risultati tra le diverse aree geografiche del territorio nazionale e tra i Comuni, calibrando i tributi comunali a seconda dei livelli di raccolta raggiunti e certificati dalle Regioni.

Tra le novità, anche la possibilità di conteggiare il compostaggio domestico nella raccolta differenziata e di considerare nel calcolo tutti i rifiuti che sono conferiti nei centri di raccolta comunali: ciò, è specificato nel testo, potrà avvenire solo nei comuni che abbiano con proprio atto disciplinato questa attività, garantendo dunque la tracciabilità e il controllo.

“L’Italia della raccolta differenziata – afferma il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – viaggia ancora a diverse velocità, anche a causa della confusione generata da strumenti di calcolo differenti da una Regione all’altra, cui segue un’ovvia difficoltà nel rendere omogenea l’applicazione del tributo. Queste linee guida nazionali sono funzionali a portare tutto il nostro Paese verso l’economia circolare, adeguandolo agli standard europei di differenziata e superando la realtà delle discariche in cui purtroppo va ancora gran parte dei rifiuti nazionali”.

Il decreto in Gazzetta

Porta a porta e maggior concorrenza: la via tracciata dall’Antitrust

Nell’agosto del 2014, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha
avviato un’Indagine conoscitiva nel settore della gestione dei rifiuti urbani, a seguito di numerose segnalazioni che suggerivano la presenza di diverse criticità concorrenziali nel settore.

L’analisi fatta si basa su alcuni paradigmi che riportiamo testualmente. Paradigmi che vanno a smentire i luoghi comuni che per troppi anni abbiamo sentito ripetere.

1. La raccolta porta a porta è la miglior opzione: “la quota di differenziata e di riciclo, in base alle indicazioni contenute nell’Indagine, potrebbe essere ulteriormente incrementata attraverso la raccolta “porta a porta”: questa risulta al momento la più costosa, ma complessivamente realizza una gestione dei rifiuti più economica (perché produce valore) e più ecologica (perché promuove l’uso di prodotti riciclati).

2. IL sistema CONAI deve essere superato e si deve creare un mercato 
Questo modello ha contribuito significativamente all’avvio e al primo sviluppo della raccolta differenziata urbana e del riciclo in Italia. Ma ormai sembra aver esaurito la propria capacità propulsiva e produce risultati non più al passo con le aspettative. Il finanziamento da parte dei produttori (attraverso il sistema CONAI) dei costi della raccolta differenziata non supera il 20% del totale, laddove invece, dovrebbe essere per intero a loro carico. Inoltre, anche se in Italia si ricicla nel complesso il 68% degli imballaggi immessi al consumo (dati 2014), l’intervento diretto di CONAI riguarda solo poco più della metà di tale attività (il 33%, infatti, sarebbe riciclato comunque attraverso un sistema “spontaneo”).
L’esperienza di altri Paesi Europei offre utili suggerimenti per una riforma che ampli gli spazi per la concorrenza in coerenza con gli obblighi ambientali dei produttori. Il modello verso il quale muoversi dovrebbe essere la creazione di un mercato dei sistemi di gestione (cosiddetti compliance scheme) che, in concorrenza tra loro, offrano ai produttori di imballaggi il servizio di gestione dei relativi rifiuti.
Nel medio-lungo periodo, e mantenendo gli opportuni obblighi di servizio pubblico, sarebbe poi opportuno conferire ai compliance scheme, finanziati dai produttori, la piena responsabilità finanziaria e gestionale della frazione della raccolta differenziata costituita dagli imballaggi confluiti nella raccolta urbana, inclusa la gestione della raccolta, lasciando nella responsabilità degli Enti Locali (e – in sostanza – dei cittadini utenti) soltanto la gestione e i costi della raccolta della frazione indifferenziata e della frazione organica.

Leggi la nota stampa dell’AGCM

Scarica una sintesi dell’indagine

Scarica il testo integrale dell’indagine

Sprechi alimentari: in Francia i supermercati doneranno per legge il cibo avanzato

Lo scorso maggio la Francia ha presentato una proposta di legge per obbligare i supermercati a donare il cibo avanzato. Ora il piano per ridurre gli sprechi alimentari si concretizza e i deputati francesi hanno votato la nuova legge all’unanimità.

Il Parlamento francese sembra davvero intenzionato a portare i supermercati verso un cambiamento, dato che la Francia getta letteralmente nei rifiuti 7,8 milioni di tonnellate di cibo ogni anno. Tra i maggiori responsabili degli sprechi alimentari troviamo ristoranti, negozi e supermercati.

La legge dovrebbe entrare in vigore a partire da gennaio 2016. Permetterà ai cittadini di organizzarsi per la raccolta e la distribuzione del cibo che i supermercati dovranno tenere da parte in modo che venga donato in beneficenza, anziché gettarlo tra i rifiuti.

A Parigi già 100 ristoranti si stanno organizzando per mettere a punto un programma per la distribuzione del cibo avanzato alle famiglie povere e agli affamati. Nel frattempo la catena di supermercati Carrefour ha presentato il marchio Tous AntiGaspi con cui metterà in vendita i cibi imperfetti dal punto di vista estetico ad un prezzo scontato, per ridurre gli sprechi alimentari. Un’iniziativa simile aveva preso il via lo scorso anno sempre in Francia nei punti vendita Intermarché.

Ora che i deputati hanno votato a favore della nuova legge per ridurre gli sprechi alimentari, i supermercati potranno dedicarsi alla distribuzione gratuita degli alimenti invenduti e lo stesso potranno fare i ristoranti.

I supermercati, in particolare, saranno obbligati a firmare un protocollo per la donazione del cibo invenduto. La merce non dovrà assolutamente finire tra i rifiuti. In Francia però non si pensa soltanto alla soluzione dei problemi ma anche alla loro prevenzione all’origine.

Infatti ci si occuperà di educazione contro gli sprechi alimentari già a partire dalle scuole. La legge verrà presentata al Senato entro l’inizio del 2016 e la sua entrata in vigore avverrà nel minor tempo possibile. A quando una decisione analoga anche per l’Italia?

Fonte: greenbiz.it

La sorpresa di Ferragosto: 12 nuovi inceneritori? La petizione per dire di no!

Un decreto all’interno della legge “Sblocca Italia”, imporrebbe la costruzione di 12 nuovi impianti di incenerimento rifiuti in Italia. La via del Governo Renzi per la gestione “virtuosa” dei rifiuti passa dunque dall’incenerimento. E solo da quello. In barba alle normative europee (direttiva 2008/98/CE) che impongono un ordine di priorità nella gestione dei rifiuti (e l’incenerimento viene solo dopo la riduzione, il riutilizzo e il riciclo di materia), in barba alle normative Italiane che impongono il 65% di RD entro il 2020 (obietivo che era già stato fissato e mai raggiunto per il 2012) ed il 50% di recupero di materia.

Le reazioni sono già molte, e tutte negative. A partire dai commenti dei presidenti delle regioni interessate dal provvedimento.

Il presidente della Puglia, Michele Emiliano, fa sapere di “non aver ricevuto alcuna comunicazione al riguardo”, ma garantisce che sul suo territorio non sarà costruito nessun inceneritore: “È uno degli impegni che abbiamo preso in campagna elettorale: abbiamo costruito il nostro programma dal basso e gli elettori si sono espressi chiaramente contro la costruzione di impianti di incenerimento”. Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, è altrettanto risoluto: “Di inceneritori ne abbiamo uno e ci basta: il termovalorizzatore del Gerbido, alle porte di Torino, brucia quasi 416 mila tonnellate di rifiuti l’anno. Non ne sono previsti altri”.

Rosario Crocetta, governatore siciliano: “Io i termovalorizzatori non li farò mai. Li vuole Renzi? Il piano sui rifiuti ce lo facciamo da soli”. Per Luca Ceriscioli, eletto a fine maggio nelle Marche, un nuovo impianto sarebbe inconcepibile: “Quello di Macerata – spiegano i suoi collaboratori – è stato spento un anno fa proprio perché non ce n’è alcun bisogno. La raccolta differenziata è già al 63 per cento e si avvicina a rapidi passi al 70. Mancherebbero proprio i rifiuti con cui alimentare il termovalorizzatore: non abbiamo spazzatura da bruciare”. Anche Enrico Rossi, come i governatori precedenti, è stato eletto nel Pd. E nemmeno lui conosce il frutto avvelenato dello Sblocca Italia: “Non sapevo che il decreto prevedesse inceneritori in Toscana, né che da noi debbano essere addirittura due. Non è prevista la costruzione di alcun impianto”.

Catiuscia Marini (sempre Pd), governatrice dell’Umbria, conosce i piani del governo per la sua Regione, ma non ha nessuna intenzione di autorizzarli: “Non avrebbe senso. Abbiamo una differenziata, in crescita, al 50 per cento, con picchi del 70 a Perugia. Restano solo 100 mila tonnellate da smaltire: troppo poche per giustificare un termovalorizzatore. Il governo lo sa. Magari un impianto in Umbria può servire a smaltire i rifiuti di altre Regioni, ma noi non ci stiamo”. L’area individuata, quella di Terni, “ha già seri problemi di inquinamento”, aggiunge il direttore dell’Arpa umbra, Walter Ganapini.

Pure la Campania di Vincenzo De Luca dice no. Dal suo staff arriva una risposta netta: per costruire un termovalorizzatore a trazione secca servono almeno quattro anni. Tra quattro anni, secondo le stime, ci saranno 700 mila tonnellate di rifiuti da smaltire. Per questa cifra basta l’impianto di Acerra: non ce ne vuole un altro. La previsione del governo è basata su dati superati, numeri vecchi. Nel Veneto del leghista Luca Zaia di inceneritori ce ne sono già tre. Anche qui, degli inceneritori di Renzi nessuno sa nulla: “Il 25 maggio c’è stata inviata una comunicazione sul monitoraggio degli impianti esistenti. Di eventuali nuovi impianti nessuno ci ha detto nulla. Abbiamo tre inceneritori e non ne costruiremo altri: siamo una Regione ‘riciclona’ e puntiamo dritti sul compostaggio”.*

Ma non solo i Presidenti di Regioni: anche i movimenti ecologisti si muovono per dire No a nuovi impianti. Zero Waste Lazio ha indetto una raccolta firme che nei giorni a cavallo di ferragosto ha avuto un successo insperato: oltre 1200 firme.
Chi fosse interessato ad aggiungere la propria può farlo a questo indirizzo:

https://www.change.org/p/al-presidente-della-giunta-regionale-nicola-zingaretti-a-tutti-i-presidenti-delle-giunte-regionali-s%C3%AC-chiede-di-non-approvare-lo-schema-di-decreto-attuativo-ai-sensi-dell-art-35-comma-1-del-d-l-n-133-2014-detto-sblocca-italia
*fonte: Il Fatto Quotidiano 

 

Le conseguenze dello Sblocca Italia

di Luca Fioretti, membro del direttivo nazionale dell’Associazione Comuni Virtuosi

La possibile realizzazione di un inceneritore da 200.000 tonnellate nella regione Marche, prevista dal Decreto del Presidente del Consiglio 29/07/2015 in attuazione dell’Art. 35 del D.L. 133/2014, il cosiddetto “sblocca Italia”, si prefigura come una scelta scellerata per i nostri territori.

Nella nostra regione sono ormai decine i Comuni, piccoli medi e grandi, partendo dal capoluogo regionale, che gestiscono con successo la raccolta dei rifiuti con il metodo “porta a porta”, rispettando così l’obbiettivo comunitario del 65% di raccolta differenziata.

Tra i vari passaggi del Decreto, si richiama la Direttiva CE 98/2008, che stabilisce una precisa gerarchia dei rifiuti, partendo direttamente dal punto 4 di tale gerarchia, il “recupero di energia”, saltando così i primi tre punti che, trattandosi appunto di una gerarchia, devono essere invece applicati: 1 prevenzione; 2 preparazione per il riutilizzo; 3 riciclaggio. Attraverso l’applicazione di tale gerarchia infatti, si può evitare il cosiddetto “recupero energetico” e ridurre di conseguenza in modo sostanziale lo “smaltimento” (p.5).

Alla luce di tale gerarchia, i punti chiave della CE 98/2008 sono:

il principio “chi inquina paga”, per cui il produttore iniziale di rifiuti deve pagare i costi di gestione dei rifiuti; il concetto di “responsabilità estesa del produttore”;

la gestione dei rifiuti deve essere effettuata senza creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo, la flora o la fauna, senza causare inconvenienti da rumori o odori, o senza danneggiare il Paesaggio o i siti di particolare interesse.

Il mancato rispetto di tale gerarchia, e del raggiungimento degli obbiettivi fissati per la percentuale di raccolta differenziata, provoca automaticamente procedura di infrazione, che il nostro Paese sta già pagando per varie centinaia di milioni di euro

L’Art. 35 dello “sblocca Italia”, brutta copia della famigerata “Legge Obbiettivo” di Berlusconi, scavalca di fatto i Territori e le loro Comunità, dalla Regione fino al Comune più piccolo, distruggendo ogni meccanismo di partecipazione e condivisione, individuando in modo autonomo e non condiviso “infrastrutture ed insediamenti strategici di preminente interesse nazionale”, tra cui appunto gli inceneritori.

La nostra regione dovrebbe quindi ospitare un “mostro” in grado di bruciare rifiuti, urbani e non, per una capacità di 200.000 tonnellate/anno, sopperendo all’incapacità delle altre regioni di attuazione di efficaci piani di gestione dei rifiuti. Praticamente verrebbero gettati via anni di programmazione e di buone pratiche realizzate concretamente dai nostri Territori (penso ad esempio al consorzio Cosmari della provincia di Macerata, con una raccolta media di oltre il 70% e il recente spegnimento dell’unico inceneritore regionale di Tolentino), e i passi concreti compiuti dalla nostra regione sul piano legislativo, con il Piano regionale di gestione dei rifiuti da poco realizzato.

Oltre l’enorme impatto ambientale, e le previste – giuste – azioni dei cittadini e, spero, delle Istituzioni locali, derivati dalla individuazione e realizzazione di tale impianto, si assisterebbe al traffico di centinaia di camion in giro per l’Italia, con migliaia di tonnellate di rifiuti trasportati, anche di indubbia matrice e provenienza. Il tutto, a costi esorbitanti, insostenibili (l’inceneritore di Parma, l’ultimo realizzato, dove tra l’altro si è giocata una partita politica devastante per il Partito Democratico, già in perdita e con poco più di 100.000 tonnellate di portata, è costato quasi 300 milioni di soldi pubblici…). Cifre folli con cui si potrebbero realizzare impianti di compostaggio e gestione del secco residuo in tutte le provincie, mantenendo a livelli adeguati le attuali discariche, chiudendo in modo assolutamente virtuoso il ciclo dei rifiuti, creando molta più occupazione fissa ed impatti ambientali enormemente minori.

L’incenerimento dei rifiuti è ormai da tempo pratica obsoleta, antieconomica, in forte contrasto con i Territori e dai pesantissimi impatti ambientali, riguardo emissioni e indotto. Molti non lo sanno, ma l’Italia è Paese virtuoso e all’avanguardia, a livello locale, nella gestione della “risorsa rifiuto”, con Comuni, piccoli medi e grandi, che raggiungono punte dell’80-90% di raccolta differenziata, con una costante diminuzione della produzione dei rifiuti e smaltimento in discarica. Cicli gestiti da società locali interamente pubbliche, che operano ad esclusivo vantaggio e crescita, ambientale ed economica, delle loro Comunità.

In Europa inceneritori praticamente non se ne costruiscono più, si tengono in vita solo per coprire i costi esorbitanti di gestione: forni del genere devono poter funzionare “h24” per avere un minimo di resa economica, e tengono praticamente “in ostaggio” i Territori dove sono stati realizzati. In Italia, l’impianto di Brescia ne rappresenta il caso più eclatante. Ci si ostina a bruciare, ad emettere, a gestire ceneri e scorie, in una visione obsoleta, quasi ottocentesca. Di concetti avanzati e altrettanto acquisiti, come quello di ?”economia circolare”, ci si riempie la bocca, al solito, nei convegni e nei post, di politici e di municipalizzate.

Azioni che vanno nella direzione opposta a tutto quello che dovrebbe essere fatto per rimettere in sesto e restituire dignità e bellezza ad un Paese e alle nostre Marche, al loro Paesaggio ed al loro ricchissimo patrimonio paesaggistico e culturale, autentiche risorse per la crescita e la ripresa dell’economia.

Azioni che vanno in direzione opposta rispetto soprattutto alla tecnologia e alle ormai acquisite gestioni avanzate della “risorsa rifiuto”, che permettono di ridurre drasticamente la produzione, creare economia e abbattere gli impatti ambientali sulle Comunità.

Questo Decreto attuativo va direttamente a contrastare il programma politico presentato da Luca Ceriscioli ai cittadini marchigiani per le elezioni regionali dello scorso 31 maggio. Anche per questi motivi, l’auspicio è quello di una forte presa di posizione della Regione Marche, come già fatto in merito alle trivellazioni petrolifere nelle nostre coste, già all’interno del “tavolo tecnico” del prossimo 9 settembre al Ministero dell’Ambiente, che dovrà discutere sullo schema del Decreto attuativo, per la redazione del parere che sullo stesso dovrà essere rilasciato dalla Conferenza Stato/Regioni. Su tale questione ci si gioca un pezzo di futuro della nostra regione, futuro che deve avere la Sostenibilità e la tutela del Paesaggio come priorità.

fonte: comunivirtuosi.org

Decreto legge sui rifiuti, Legambiente: “Ennesimo condono che premia i furbi”

Il Ministero dell’ Ambiente è al lavoro su un nuovo decreto che, tra le altre cose, riscrive gli obiettivi di legge su raccolta differenziata, riciclo e recupero dei rifiuti. Per Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente, è un ennesimo condono che premia chi non rispetta le norme e creerà danni alle Regioni
“Per noi è una follia”. Sono lapidarie le parole con cui il vicepresidente di Legambiente, Stefano Ciafani, commenta la notizia che vuole il Ministero dell’Ambiente al lavoro su un decreto legge che, tra le altre cose, riscrive obiettivi e scadenze per la raccolta differenziata e il riciclaggio dei rifiuti.

“Il 65% come limite minimo di raccolta differenziata per i comuni, che si sarebbe dovuto raggiungere entro il 2012, scompare completamente. Viene posto al 31 dicembre 2016 il raggiungimento del 50%, che era quanto la normativa vigente prevedeva a fine 2009, ed entro la stessa scadenza si impone il riciclo e il recupero di almeno il 65% dei rifiuti. Ma con recupero si intende anche il recupero energetico, quindi anche gli inceneritori”. “È un condono – prosegue – l’ennesimo condono che come tutti i condoni premia i furbi. Penalizza coloro che hanno rispettato la legge, come gli oltre 1300 comuni che Legambiente ha premiato poco tempo fa per averrispettato i limiti previsti del 65% di raccolta differenziata. Perchè questi comuni non devono pagare l’ecotassa come quelli che non hanno rispettato le norme?”

Il nuovo decreto creerà notevoli problemi alla finanza pubblica: “Le multe sull’ecotassa non si pagheranno fino al 2017 e le pagheranno soltanto i comuni che faranno registrare percentuali di raccolta differenziata al di sotto del 50%. In questo modo le Regioni perderanno un sacco di soldi”.

Da cosa deriva le necessità di un nuovo decreto in materia dunque? Ciafani ha una spiegazione: “L’Anci da tempo chiede di risolvere il problema relativo ad alcuni amministratori locali condannati per danni erariali dovuti al mancato rispetto delle norme sulla raccolta differenziata. (Il caso di Recco in Liguria ad esempio, ndr). È un problema siamo d’accordo, ma bisogna cercare di risolverlo con una norma ad hoc, non con un decreto del genere che allarga le maglie. Così facendo tutti i buoi scappano dal recinto”.

Fonte: Eco dalle Città

Cala la produzione di rifiuti, ora serve una strategia nazionale

In Italia in tre anni è sparita una collinetta di rifiuti larga alla base poco più di un campo di calcio, e alta 250 metri circa. Le tonnellate di rifiuti prodotte in Italia sono scese costantemente, a partire dalle 31,4 milioni del 2011 alle 29,6 milioni del 2013. Italico virtuosismo? In parte, ma soprattutto una conseguenza della crisi. L’obiettivo di decoupling, ossia il disaccoppiamento della produzione di rifiuti dalla crescita del Pil, non è ancora stato raggiunto (nonostante qualche segnale tra il 2010 e il 2011), dato che «la riduzione dei RU (rifiuti urbani, ndr) degli ultimi anni è da attribuire più alla recessione che a cambiamenti strutturali».

È questa la fotografia scattata dal primo WAS Annual Report, dedicato a “L’industria italiana del waste management e del riciclo tra strategie aziendali e politiche di sistema” e presentato oggi a Roma da Althesys. Immortala il quadro di una gestione ancora troppo legata a non-scelte, dove la discarica la fa da padrona: nell’ultimo triennio i conferimenti sono scesi del 5,2%, ma in media il 37% dei rifiuti urbani prodotti in Italia finisce ancora in discarica, con punte di oltre il 90%. Il risultato è che con i ritmi attuali di smaltimento le discariche italiane si esauriranno addirittura entro i prossimi due anni. È sensazione diffusa, leggendo il rapporto, che le conseguenza di questo trend non siano ancora ben chiare ai policy maker, locali e non.
La revisione delle principali direttive UE che regolano il settore fisserà obiettivi al 2030 molto sfidanti, come l’aumento del riciclo al 70% e l’eliminazione delle discariche. Cogliere tali obiettivi richiederà l’industrializzazione e il consolidamento del settore, ad oggi frammentato ma con pesi specifici molto concentrati: delle 4.761 aziende autorizzate alla raccolta e al trasporto dei rifiuti urbani (dati dell’Albo nazionale dei Gestori ambientali) i 70 maggiori operatori, pubblici e privati – protagonisti nell’ultimo triennio di investimenti pari a 1 miliardo di euro – coprono il 58% dei ricavi e il 54% dei rifiuti urbani raccolti, servendo oltre la metà della popolazione.

Quello che serve a questo macrosistema è «una vera e propria strategia nazionale per i rifiuti, chiara e di lungo periodo, che sappia valorizzare – sottolinea il rapporto – le competenze e le risorse industriali italiane». Ai primi posti di questa auspicata strategia si piazza una «maggior chiarezza e stabilità normativa» seguita da «una revisione delle politiche fiscali che incentivi le soluzioni in cima alla gerarchia di gestione dei rifiuti», in particolare una «riduzione dell’imposizione indiretta sui prodotti riciclati e crediti d’imposta per gli investimenti in innovazione» che «possono essere sostenuti con maggiori oneri sulle modalità più impattanti come la discarica, a carico fiscale complessivo invariato». Soprattutto, è necessario allargare lo sguardo ai flussi di materia nel loro complesso, senza fossilizzarci solamente sulla loro coda (i rifiuti, appunto). Senza questa svolta in primis culturale non si faranno mai sostanziali progressi, se non si adotta una strategia sui flussi di materia e sulle politiche industriali necessarie a dominare il mercato delle materie in generale, come oramai da anni ripete l’Unione  europea.

Tutto questo ancora in Italia non c’è – mentre in altri Paesi, vedi Germania, le cose vanno diversamente – e scorrendo il rapporto di Althesys si ha l’impressione di un sistema-paese ben lontano da quello evidenziato in altri qualificati dossier come il recente GreenItaly, dove si parla di Italia come «campione europea nell’industria del riciclo». Le ragioni di questa diversa versione dei fatti stanno probabilmente nel focus. Se si guarda al recupero interno al mondo dell’industria, il riciclo è prassi quotidiana: le imprese italiane sono effettivamente pronte e portate per riciclare all’interno dei propri processi produttivi tutto quanto risulta loro possibile con un margine di guadagno (risparmio di materia prima) economico. È tutto il resto che ancora latita.

Ma ad alimentare questa profonda discrepanza, che alimenta confusione, è una carenza di fondo che tutti i rapporti sul macrosettore dei rifiuti – e tutte le politiche economiche che vi si basano – non possono sopperire da soli. I dati cui fanno riferimento non sono affidabili, verificati, omogenei o confrontabili a livello nazionale. Uno scoglio contro cui la stessa Unione europea è andata a sbattere, che mina alla base la possibilità di organizzare politiche industriali coerenti. Senza buoni dati oggi non è possibile fare buona economia, e i rifiuti non possono sfuggire a questa logica.

Di Luca Aterini – Greenreport