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Piano Nazionale di Gestione dei Rifiuti: occasione per un’accelerazione virtuosa o l’ennesimo errore tecnocratico?

La nota congiunta di Legambiente, Greenpeace, WWF, Zero Waste Italy, Kyoto Club

In merito alla recente adozione del Dlgs 116, recepimento della nuova Direttiva Quadro (Direttiva 2018/851) e della nuova Direttiva Imballaggi (Direttiva 2018/852) incluse nel Pacchetto UE sulla Economia Circolare, alla cui “visione” ambiziosa le strategie nazionali dovranno  da ora in poi essere allineate, le Associazioni sottoscritte tengono a precisare modi e condizioni per la applicazione di alcune previsioni fondamentali

Ci riferiamo, in particolare, alla previsione di un “Programma  Nazionale per la Gestione dei Rifiuti” (PNGR di seguito), strumento non previsto obbligatoriamente dalla Direttiva, ed inserito invece nel Decreto di recepimento.

La lettura dell’articolo 28 della Direttiva, al cui dettaglio rimandiamo, recita infatti:

1.      Gli Stati membri provvedono affinché le rispettive autorità competenti predispongano, (…) uno o più piani di gestione dei rifiuti. Tali piani coprono, singolarmente o in combinazione tra loro, l’intero territorio geografico dello Stato membro interessato.

La fattispecie prevista dalla Direttiva è quella dei “Piani di settore”, sinora delegati alle Regioni, strumento attraverso il quale le Regioni hanno sinora governato e programmato le attività, individuando gli scenari e, nella loro generalità, assicurando l’evoluzione del sistema verso le attuali situazioni; situazioni che   descrivono una Italia che da Paese arretrato, ha scalato le classifiche europee e mondiali, diventando uno dei Paesi con prestazioni più avanzate in termini di raccolta differenziata, riciclo, e minimizzazione del RUR.

Tutto questo ci racconta una prima verità, da cui non si può prescindere nel valutare il ruolo del redigendo “Programma Nazionale”: molte Regioni, ed i territori che le stesse rappresentano, hanno consentito, nella media, di perseguire scenari ambiziosi, smentendo a più riprese lo scetticismo di molti operatori di settore, superando continuamente la narrazione di un Paese arretrato  e non in grado di raccogliere le sfide della agenda sulla Economia Circolare[1].

Insomma, qualcosa di profondamente diverso dalle letture che vediamo spesso generate, con una percezione sciatta e riduttiva, da parte diversi operatori: letture tutte finalizzate alla definizione delle “necessità impiantistiche” in particolare per la gestione del RUR  (e con tutti gli errori metodologici e concettuali che avremo modo di specificare più oltre)

In realtà, la lettura di dettaglio dello stesso articolo 28 della Direttiva Quadro, dà ulteriori indicazioni, che non possono essere trascurate: l’articolo descrive infatti, nei suoi diversi commi ed alinea, Piani che devono essere costituiti da una elaborazione armonica in merito a misure di prevenzione e riduzione, raccolta, ed impiantistica. C’è anche l’elemento della impiantistica, ma non è l’unico – né, sottolineiamo con forza, il principale, tanto meno in uno scenario dettato dalla agenda sulla “economia circolare”, in cui il “software di sistema” (nuovi modelli di attività, riprogettazione dei materiali, organizzazione dei circuiti) è più importante del cosiddetto ”hardware” (sistema impiantistico, ed in particolare quello per trattamento e smaltimento del RUR)

Questo dà la cifra dei “Piani” come individuati dalla Direttiva Quadro: strumenti articolati, il contenitore in cui i territori definiscono gli orizzonti delle loro azioni ed ambizioni, in un quadro coerente di azioni virtuose su

·       Riduzione

·       Raccolta differenziata

·       Riciclo e compostaggio

·       Pretrattamento del RUR

·       Smaltimento

Il PNGR può dunque essere occasione per ridefinire strategie nazionali, individuando le necessarie azioni di riduzione e minimizzazione del RUR, e le misure organizzative ed economiche in merito, ben prima ed al di là della definizione delle capacità impiantistiche, ed in particolare per la gestione del RUR. Il PNGR, in altri termini, non va usato per assumere decisioni monocratiche in sede centrale, senza confronto con i territori, e con le Regioni che li rappresentano in sede politico-istituzionale e che possono assumere (come spesso sta avvenendo!) obiettivi più ambiziosi di quelli minimi definiti nelle Direttive, perseguendoli nella operatività locale e nella definizione degli strumenti di supporto.

Un approccio del PNGR tutto impostato sulla definizione delle capacità (e delle tipologie!) impiantistiche, in particolare per il RUR, non farebbe che riproporre lo schema logico dello Sblocca Italia: il livello centrale decide per il tipo di tecnologie e le relative capacità, alle Regioni rimane solo la localizzazione. Uno schema già abbondantemente sconfessato dalla sostanziale sterilità delle misure a suo tempo ivi previste; nonché – ed in modo eloquente! –  dalle sentenze della Corte Europea di Giustizia e del TAR del Lazio.

Tale approccio è stato cassato in ambito legale per un elemento fondamentale: la mancanza della VAS; elemento critico che avevamo messo in risalto (al pari di molte Regioni) sin dall’inizio. E’ appena il caso di rilevare che l’assenza della VAS ha evitato quella analisi delle alternative, che avrebbe sconfessato di fatto l’approccio distorto adottato dall’allora Ministro pro-tempore, ossia pretrattamento = incenerimento.

In effetti, come segnalammo subito (assieme a diverse Regioni), lo Sblocca Italia, che dichiarava di volere superare le criticità determinate dalla incompleta applicazione della direttiva discariche, faceva un salto logico del tutto irragionevole, trasformando l’obbligo di pretrattamento, definito dalla Direttiva stessa e che ha innescato le procedure di infrazione contro l’Italia (una su tutte, il caso Malagrotta), in obbligo di incenerimento. Invece, la Direttiva 99/31 sulle discariche  prevede una varietà di possibili approcci al pretrattamento; approcci ognuno dotato dai suoi pro, dai suoi contro, e dalle relative condizioni di adozione – proprio quello che una VAS dovrebbe esaminare in modo completo ed equilibrato, cercando, in particolare, la coerenza con gli obiettivi ambiziosi dettati dalla agenda UE, e quelli ancora più ambiziosi che molti territori hanno dichiarato e stanno dimostrando di volere perseguire.

In particolare, riteniamo fondamentale sottolineare un approccio riduttivo che vediamo usare con insistente frequenza, e che include diversi errori metodologici e concettuali: diffidiamo, una volta per tutte, dall’usare la formula, inopinatamente proposta[2] e purtroppo ripetuta più volte senza i necessari approfondimenti e riflessioni in merito, per il calcolo della “necessità di incenerimento”: la formula  “100-65-10[3]”, fallace per diversi motivi, che rendono irricevibile, ed ai limiti del ridicolo, il ragionamento ogni volta che viene riproposto:

–          Anzitutto, perché è appena il caso di sottolineare che il 65% di riciclo netto è l’obiettivo minimo, non massimo, previsto dalle Direttive UE; e fino al 2035 c’è abbondanza di tempo per perseguire scenari più ambiziosi (peraltro, già conseguiti in territori, anche estesi) in confronto con i percorsi virtuosi che le Regioni e le altre Amministrazioni Locali possono/vogliono definire

–          Ma soprattutto, ed ancora una volta, va ribadito che l’incenerimento non è l’unica opzione di trattamento del RUR; né, in riferimento alle finalità di quel calcolo, l’unica opzione che consenta di ridurne l’avvio a discarica[4]!

Insomma, l’approccio metodologico a tale calcolo è profondamente riduttivo e distorto, e non reggerebbe alla prova dei fatti, su cui siamo pronti a sfidare, con evidenze, informazioni, e capacità di visione, chiunque se ne faccia latore, a livello istituzionale o di portatori di interesse.  

Ma vale la pena di rammentare, a chi cerca di sfruttare l’occasione del PNGR per ravvivare una agenda dell’incenerimento, che questa dovrebbe invece ormai volgere allo spegnimento progressivo, come hanno già dichiarato molti dei Paesi Nordici spesso citati da chi in modo pasticciato e confuso parla di coerenza tra incenerimento e scenari avanzati di recupero materia (e riduzione dei rifiuti!)

Basta appena citare (ma ulteriori evidenze e dettagli saranno disponibili per chi riterrà di approfondire):

–          Le indicazioni venute da Tema Nord (rete dei Ministeri dell’Ambiente dei Paesi Scandinavi) sulla necessità di definire piani di decommissioning, allo scopo di superare le contraddizioni con gli scenari incrementali del recupero materia previsti dal Pacchetto Economia Circolare[5]

–          Il recente annuncio del governo danese  relativo alla definizione di un piano di spegnimento di alcuni degli inceneritori esistenti[6], dal momento che la “Carbon intensity” della produzione energetica da incenerimento è ormai marcatamente superiore (causa la presenza di materiali fossili nel rifiuto residuo, come plastica e tessili artificiali) a quella della produzione energetica generale, e nel contesto di una agenda sulla decarbonizzazione, l’incenerimento è diventato un “outlayer”, qualcosa che sta fuori dal percorso previsto. Il problema è stato sollevato recentemente anche in Scozia[7].

–          La Comunicazione della EC del Gennaio 2017[8] sul “ruolo del waste-to-energy nella economia circolare” richiama ampiamente tutti i temi elencati, includendo nel suo complesso un appello a disinvestire dall’incenerimento, massimamente nei Paesi dove la capacità di incenerimento è già presente e sviluppata (ed è il caso dell’Italia). Coerentemente, le ultime disposizioni adottate in merito alla “Taxonomy” europea della finanza sostenibile, alla politica di finanziamento della BEI, ai meccanismi di erogazione delle sovvenzioni per l’energia rinnovabile, sono tutte intese ad escludere meccanismi di finanziamento all’incenerimento

Infine, ci corre l’obbligo di sottolineare un concetto, su cui la confusa riproposizione della formula “100-65-10” pare essere cieca: in discarica, mandiamo tonnellate, non percentuali; dunque, chi vuole davvero minimizzare il ricorso alla discarica, deve evitare di legare il territorio a capacità di incenerimento che, ingessando il sistema, impediscono di lavorare sulla minimizzazione del RUR, ossia (appunto) quei tonnellaggi a cui le percentuali si applicano. I territori che più di tutti sono riusciti a minimizzare i contributi specifici alla discarica (i kg/ab di RUR, che poi diventano le tonnellate smaltite) sono, guarda caso, quelli liberi dall’ingessamento causato dalla presenza di inceneritori che necessitano di tonnellaggi onde garantire il recupero degli investimenti[9].

Ormai lo scenario operativo abbonda di evidenze di questo tipo, in Italia ed a livello UE: e chi si occupa di programmazione non può più permettersi di ignorarle. 


[1] Al contempo, questa realtà descrive un Paese in grado di perseguire obiettivi sempre più ambiziosi, e deve agire da stimolo per quei territori e Regioni – non solo al Sud! – che ancor attestano una marcata arretratezza rispetto alla media nazionale ed agli obiettivi di legge. La presenza, anche nel contesto centro-meridionale, di Regioni con livelli avanzatissimi di raccolta differenziata e riciclo (es. Sardegna), ma anche  di vaste aree o singoli distretti nelle Regioni più arretrate, dimostra la percorribilità di scenari avanzati, non lascia scuse e deve stimolare una veloce evoluzione della situazione media regionale a qualunque latitudine

[2] Cfr. ad esempio: https://24plus.ilsole24ore.com/art/industria-riciclo-senza-impianti-22-milioni-tonnellate-rifiuti-ADnY5Bx e https://cesisp.unimib.it/wp-content/uploads/sites/42/2020/09/cesisp-instant-paper-circular-capacity-waste-08-2020.pdf. I contributi ivi citati o sviluppati, sembrano proprio volere dettare al Ministero una agenda distorta, basata sull’erroneo calcolo 100-65-10, per la redazione del PNGR, impostando in particolare su tale approccio un calcolo della “necessità di capacità aggiuntiva di incenerimento”. Calcolo fallace per quanto qui mostrato.

[3] La formula, nelle intenzioni di chi in modo pigro la propone, assume il conseguimento del 65% di riciclo netto (ossia, già sottraendo gli scarti dei processi di riciclo e compostaggio) come previsto dalla Direttiva-Quadro, e il 10% di “landfill cap” come previsto dalla nuova Direttiva Discariche, derivando – impropriamente, per quanto evidenziato in questo documento – la necessità di un 25% di incenerimento

[4] In merito, si può consultare ad esempio il documento “Building a Brige Strategy for Residual Waste” di Zero Waste Europe, peraltro redatto prendendo spunto da esempi presenti anche e soprattutto nel contesto nazionale: https://zerowasteeurope.eu/2020/06/building-a-bridge-strategy-for-residual-waste/

[5] https://www.compostnetwork.info/wordpress/wp-content/uploads/EUNOMIA-study-on-Nordic-Nations.pdf

[6] https://stateofgreen.com/en/partners/state-of-green/news/new-political-agreement-to-ensure-a-green-danish-waste-sector-by-2030/, l’articolo rimarca anche che la Danimarca, come da noi sempre segnalato, ha il poco commendevole primato di produzione pro-capite di RU in Europa, ben più di Paesi a vocazione turistica!

[7] https://www.zerowastescotland.org.uk/sites/default/files/ZWS%20%282020%29%20CC%20impacts%20of%20incineration%20SUMMARY%20REPORT%20FINAL.pdf. Vale la pena di sottolineare che “Zero Waste Scotland” è una organizzazione dello Scottish Executive, il Governo scozzese, delegata alla implementazione della Circular Economy.

[8] https://ec.europa.eu/environment/waste/waste-to-energy.pdf

[9] Cfr. Il documento https://zerowasteeurope.eu/wp-content/uploads/2020/03/zero_waste_europe_policybriefing_10landfill_en.pdf che include una analisi approfondita del tema, con relativi casi di studio. 

Crescono i ‘Comuni Rifiuti Free’ 2020, ecco i numeri del dossier Legambiente

Sono 598 i Comuni Rifiuti Free,quelli dove ogni cittadino produce al massimo 75 chili di secco residuo all’anno: 51 in più dello scorso anno. E questa è davvero una buona notizia, specialmente se si considera che la crescita maggiore è avvenuta nel Meridione. I comuni rifiuti free del Sud Italia sono passati, infatti, da 84 a 122 e pesano, ora, per il 20,4% sul totale dei comuni in graduatoria. Il merito di questa rimonta va, soprattutto, all’Abruzzo, che porta i comuni virtuosi da 15 a 38 (con un balzo dal 5 al 12% sul totale dei comuni della Regione), alla Campania che sale da 23 a 36 comuni (dal 4 al 7%) e alla Sicilia che passa da uno a otto comuni (da 0 a 2%), tra cui Misilmeri (PA) di oltre 30mila abitanti.

I comuni del Centro rappresentano il 6,5% del totale dei Comuni in classifica e il Nord, nonostante l’incremento in numeri assoluti, per la prima volta scende dal 77% al 73,1%. Da segnalare la Lombardia che cresce di 22 comuni (da 85 a 107).

Tra i capoluoghi di provinciasono solo 4 le città che rientrano nei parametri dei Comuni Rifiuti Free:Pordenone, Trento e Trevisoin testa, seguiti daBelluno.

Il Venetosi conferma la Regione con il numero più elevato di Comuni rifiuti free: 168 comuni per una percentuale sul totale del 30%, stabile rispetto allo scorso anno. Seguono il Trentino-Alto Adige con 78 comuni (28%), due in più rispetto al 2019 che lo aveva visto in forte crescita, e il Friuli-Venezia Giulia, che con 48 comuni rimane a quota 22%. Poi l’Abruzzo e il Molise che passa da nove a 13 comuni (dal 7% al 10%).

Questi i numeri principali di Comuni Ricicloni 2020, l’indaginepresentata oggi pomeriggio a Roma, durante la seconda giornata del talk show online EcoForum sull’Economia circolare dei rifiuti, organizzato da Legambiente, Editoriale La Nuova Ecologia e Kyoto Club.

La premiazione dei Comuni rifiuti free – trasmessa in diretta streamingsu eco-forum.it e sulle pagine Fb di Legambiente e de La Nuova Ecologia – è stata introdotta da Giorgio Zampetti Direttore Generale Legambiente e moderata da Laura Brambilla Responsabile Premio Comuni ricicloni. Sono intervenuti Alessia Rotta, Presidente Commissione Ambiente Camera dei Deputati, Luca Briziarelli, Vicepresidente Commissione d’Inchiesta sulle Attività Illecite Connesse al Ciclo dei Rifiuti e su Illeciti Ambientali, Maria Alessandra Gallone, Commissione Ambiente Senato della Repubblica, Paola Nugnes, Commissione Ambiente Senato della Repubblica, Enzo Favoino, Scuola Agraria del Parco di Monza e Lorenzo Barucca Responsabile Economia Civile Legambiente e Progetto Ecco.

Secondo gli ultimi dati ISPRA disponibili (2018), nel complesso in Italiala produzione dei rifiuti rimane ancora alta, con 499,7 kg/ab/anno,e sela raccolta differenziata intercetta, mediamente a livello nazionale,oltre la metà dei rifiuti prodotti conil 58,1%,si registra ancora un forte divario tra Nord (67,7%), Sud (46,1%) e CentroItalia (54,1%).

“Con il recepimento del pacchetto delle direttive europee sull’economia circolare – ha dichiarato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – si è definito il contesto in cui gli Stati devono muoversi da qui ai prossimi anni. Tra gli obiettivi principali: il limite massimo del 10% di rifiuti conferiti in discarica, percentuali molto ambiziose di riciclo dei rifiuti prodotti e un tetto per abitante di 100 chili di residuo secco (indifferenziato) prodotti annualmente. Come fotografa il nostro rapporto Comuni Ricicloni 2020, ad oggi la produzione dei rifiuti non recuperabili e conferiti in discarica al di sotto dei 75 chili per abitante all’anno è raggiunta solo da 598 Comuni: in aumento rispetto allo scorso anno ma ancora pochi. Proprio per questo è determinante applicare il sistema di tariffazione puntuale su tutto il territorio nazionale, in nome del principio chi inquina paga, supportando le amministrazioni che ce l’hanno fatta”.

Nell’indagine Comuni Rifiuti Free 2020, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Veneto sono le uniche tre regioni che si vedono rappresentate in tutte e quattro le categorie del concorso: i comuni sotto i 5.000 abitanti, tra i 5.000 e i 15.000, oltre i 15.000 e Capoluoghi. Come a dire che nel triveneto la raccolta differenziata è di qualità indipendentemente dalla dimensione demografica, grazie a un sistema di raccolta e gestione efficace basato, nella maggior parte dei casi, su sistemi consortili, raccolta porta a porta e tariffazione puntuale.

All’altro capo della classifica, con zero comuni rifiuti free, troviamo la Valle d’Aosta (stazionaria sullo zero), con la Liguria e la Puglia che perdono entrambe i loro due comuni virtuosi.

Tra i comuni non capoluogo sopra i 15 mila abitanti, oltre a Misilmeri (PA), i vincitori di quest’anno sono Baronissi (SA), Castelfranco Emilia (MO), Porcia (PN), Porto Mantovano (MN), Castelfidardo (AN), Certaldo (FI), Pergine Valsugana (TN) e Vedelago (TV). Carpi(71mila abitanti) tra i vincitori 2019 passa invece in seconda linea.

Nel dossier, i dati accorpati per consorzio indicano ai primi posti quelli al di sotto dei 100mila abitanti.In testai due consorzi trentini Amnu Spa e Asia (Azienda Speciale per l’Igiene Ambientale), seguiti dal consorzio veneto Unione Montana Agordina. Per quanto riguarda i consorzi più grandi, quelli sopra i 100mila abitanti, troviamo al primo postoil Consorzio di Bacino Priula (TV), al secondo il Consiglio di Bacino Sinistra Piave (TV) e al terzo il consorzio A&T 2000 S.p.A (UD).

Comuni Ricicloni è un concorso volontario(cui concorrono le realtà che inviano i dati di produzione dei rifiuti nei tempi e nei modi stabiliti dagli organizzatori) e un dossier a cura di Legambiente, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in collaborazione con CONAI, Comieco, Corepla, CIAL, CoReVe, RICREA, Rilegno, Consorzio Italiano Compostatori e Assobioplastiche. Partner: FaterSmart e Eurosintex.

L’EcoForum è il primo di 7 incontri tematici organizzati da Legambiente con istituzioni, imprese e associazioni per individuare le migliori proposte per il Piano nazionale di ripresa e resilienza che il Governo italiano dovrà presentare in Europa entro aprile 2021. I prossimi appuntamenti in programma saranno: Forum Acqua sul ciclo idrico integrato (28 ottobre), Forum Agroecologia  circolare sulla sostenibilità in agricoltura (12 novembre), Forum Bioeconomia delle Foreste sulla gestione forestale sostenibile (19 novembre), Conferenza Città Clima sull’adattamento climatico in ambito urbano (25 novembre), Forum QualEnergia sulla lotta alla crisi climatica e sulla mobilità sostenibile (2-3 dicembre), Rapporto Ecomafia (11 dicembre).

Rinviata al 2021 l’entrata in vigore di sugar e plastic tax

“Sapevamo che il Paese era in attesa ma è stato un lavoro con un tempo necessario. La parola passerà al Parlamento. Penso e spero che questo lavoro potrà essere migliorato. È la manovra per fronteggiare questa fase di emergenza”. Così il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante la conferenza dopo l’approvazione del dl Rilancio. “Ci siamo impegnati al massimo. Facendosi carico alla sofferenza” degli italiani, ha detto il premier. Molte le misure approvate per un totale di 55 miliardi. In tutto 256 articoli e 464 pagine di decreto. Tra misure c’è il rinvio al 2021 dell’entrata in vigore della tassa sullo zucchero e sulla plastica. Una decisione che molti si aspettavano, ma già fortemente criticata da diversi ambientalisti.

Di seguito i commenti che avevamo raccolto nelle scorse settimane:

Gianluca Bertazzoli, amministratore unico di Hub15: “Già prima del Covid19 c’erano forti pressioni affinché questa misura venisse rinviata. È quasi scontato che in questa situazione di crisi sanitaria si vada in quella direzione. Non è comunque un bel segnale rispetto a tutta un’altra serie di disposizioni ambientali che vanno al di là della plastic tax. Tutti coloro che hanno interesse a bloccare un determinato tipo di processo e di tendenza, agitando il Coronavirus a tutti i livelli, sia italiano che europeo, cercano di cambiare il corso delle cose per ‘riaprire la partita’: dalle disposizioni sulle emissioni di CO2 nel settore automobilistico, fino ad arrivare, nel suo piccolo, alla plastic tax. Tuttavia, non mi scandalizza che quest’ultima venga rinviata di qualche mese, l’importante – evidenzia Bertazzoli – è che l’emergenza sanitaria non diventi il ‘Cavallo di Troia’ dove tutti quelli che hanno interesse a rimettere in discussione un percorso più green sfruttino questa situazione per cercare di ribaltare le decisioni”.

“Il tema a mio avviso – afferma Roberto Cavallo, amministratore delegato di ERICA – non è il rinvio o meno della tassa sulla plastica, ma il fatto che nonostante si ripeta a mo’ di aforisma, un po’ da tutte le parti, che non potremo uscire dalla crisi come ci siamo entrati, assisto in realtà in modo reiterato a approcci identici al sistema dal quale proveniamo. Esattamente come dopo la crisi finanziaria del 2008 si ripeteva e si leggeva che il capitalismo era finito e che la finanza avrebbe cambiato radicalmente modo di funzionare, ma poi non è cambiato nulla, temo, nonostante io sia un inguaribile ottimista, che non stiamo imparando nulla da questo periodo. Nel merito la plastica è indubbiamente utile per certe funzioni, come è indubbio che ci sia un’overproduzione e soprattutto un abuso. Dunque qui non si tratta solo di ragionare di plastic tax, che era una proposta ante-Covid19, ma se dovesse essere confermata la correlazione tra particolato e diffusione del virus e sua letalità (si veda il recentissimo studio dell’Università di Harvard) alcune plastiche non andrebbero proprio più prodotte” conclude Cavallo.

Giorgio Prino, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta: “E’ profondamente scorretto e strumentale approfittare di un’emergenza sanitaria per cercare di smontare norme e indicazioni che vanno verso una maggiore tutela ambientale. Soprattutto quando il tentativo di affossarle risale a ben prima della contingente emergenza sanitaria. E’ necessario uscire dall’impostazione che vede attività economiche e tutela ambientale come antagonisti. Non è possibile continuare a crogiolarsi in un modello di sviluppo che prevede cantierizzazione e cementificazione come unico modello di sviluppo possibile. L’emergenza sanitaria non cancella quella climatica e ambientale: va ad aggiungersi ad essa e da essa non può prescindere”.

Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Italy: ” Ancora una volta il partito trasversale dell’industria dello spreco messo all’angolo dai disastri ambientali e dalla mobilitazione mondiale in primis dei giovani e dei ragazzi strumentalizzando la crisi del covid cerca la rivincita.  Non solo la lobby dell’incenerimento “ringalluzzita” da tutta l’ondata di usa e getta falsamente sponsorizzato come necessaria dal punto di vista sanitario (mascherine, guanti, dispositivi di protezione) cerca di riaccreditarsi come “necessaria” per “gestire” i rifiuti di “questa nuova fase” ma adesso sembra che tutto l’universo politico si unisca per dare l’ultima spallata anche alla non irresistibile “plastic tax”. È una vergogna e sintomo di un modo di concepire l’attuale crisi in modo sbagliato. non si esce dalla crisi covid 19 concependo un “ritorno alla normalità” sinonimo di inquinamento e avvelenamento delle città e dei mari! la normalita’ non puo’ essere distruggere l’ambiente e sprecare risorse naturali! la crisi dev’essere una grande opportunita’ per cambiere registro nel segno di quella transizione ecologica che ormai sembrava acquisita a partire dall’unione europea”.

Fonte: Eco dalle Città

Assocarta e Legambiente: “Riciclo e raccolta differenziata della carta attività essenziali”

Assocarta e Legambiente sono usciti sui quotidiani nazionali del 23 aprile con una dichiarazione congiunta per chiedere al Governo che la raccolta differenziata e riciclo della carta vengano riconosciute come attività essenziali e strategiche per l’Italia.

Chiediamo al Governo e alle Autorità che le raccolte differenziate della carta vengano considerate essenziali nella gestione dei rifiuti, anche in questa fase di emergenza, e per lo sviluppo dell’Economia circolare italiana. In questo modo sarà possibile mantenere i livelli produttivi richiesti di carte per imballaggio per usi alimentari e farmaceutici, la consegna delle carte per uso igienico sanitario, quelle per uso medicale, per l’informazione e assicurare che l’Economia circolare continui a svolgere il suo ruolo al servizio del Paese nella fase dell’emergenza e in quella successiva della ripresa”affermano, nella dichiarazione congiunta, il Presidente di Assocarta, Girolamo Marchi e il Presidente di Legambiente, Stefano Ciafani che ringraziano cittadini, comuni e imprese che contribuiscono alle raccolta differenziata e all’ Economia circolare in Italia.

Nell’attuale contesto di emergenza, le raccolte differenziate della carta stanno rallentando per motivi organizzativi, mentre alcuni flussi, a causa del fermo imposto alla stragrande maggioranza della attività, sono venuti a mancare.

A fianco della dichiarata essenzialità dell’industria cartaria, le raccolte differenziate della carta devono essere considerate centrali nelle azioni del Governo e delle diverse Autorità.

Il ‘principio di prossimità’ previsto dalla normativa vigente, non solo è un criterio per ridurre i movimenti di rifiuti, ma anche per sviluppare l’Economia circolare nel nostro Paese. L’industria della carta svolge un ruolo strategico nell’economia circolare del Paese: ogni anno più di 5 milioni di tonnellate vengono riciclate dagli stabilimenti italiani (10 tonnellate al minuto) e nell’imballaggio in carta il riciclo supera ormai l’80%. Con investimenti in via di completamento che amplieranno la capacità di riciclo, l’industria della carta italiana realizza concretamente e quotidianamente l’Economia circolare nel nostro Paese.

Fiumicino è Comune Riciclone

È stato presentato lo scorso 17 dicembre, durante il Terzo Ecoforum di Legambiente Lazio che si è tenuto a Roma nelle sale dell’Hotel Quirinale e con il contributo della Regione Lazio, l’annuale dossier “Comuni Ricicloni e Ciclo dei Rifiuti nel Lazio”. Dossier che l’associazione ambientalista pubblica per analizzare lo stato di avanzamento delle buone pratiche dell’economia circolare, la quantità di Comuni Ricicloni che hanno superato il 65% di raccolta differenziata, il numero di Comuni Plastic Free dove si producono meno di 10 kg/abitante all’anno di rifiuti in plastic, i Comuni Rifiuti Free quelli cioè dove vengono prodotti meno di 75 kg/abitante all’anno di indifferenziato.

Il Comune di Fiumicino, per il secondo anno consecutivo viene premiato come Riciclone, con una percentuale del 74,97%. Ma la vera novità è che per la prima volta viene premiato come il COmune che più di ogni altro ha raccolto in maniera differenziata: oltre 25.100 tonnellate di materiali raccolti differenziatamente.

Un risultato assolutamente esaltante se si tiene conto che solo nel 2017 il Comune di Fiumicino non aveva ancora raggiunto il 40% di RD.

Siamo orgogliosi di questo nuovo premio” dichiara l’assessore all’Ambiente Roberto Cini che oggi ha ritirato il premio. “Siamo partiti con 40 mila tonnellate di indifferenziata, sei anni fa – ha spiegato Cini -, siamo arrivati all’80% di differenziata e oggi conferiamo un quarto di secco residuo. Nel nuovo bando della abbiamo previsto che maggiore sarà la percentuale di differenziata, maggiore sarà l’utile dell’azienda che vincerà la gara e, soprattutto, partirà la tariffa puntuale che renderà visibili i risultati a tutti i cittadini. Più riusciremo ad abbassare i costi di conferimento, più sarà possibile abbassare la tassa”.

Dal 2014 ad oggi, grazie alla raccolta differenziata, siamo riusciti a ridurre drasticamente il volume del Rifiuto Secco Residuo, di una quota pari all’80% circa. In questo modo abbiamo ridimensionato le quantità di rifiuti che finiscono in discarica, con un enorme beneficio ambientale. In base a ciò, si è resa necessaria una razionalizzazione del calendario di raccolta: la quantità di rifiuti raccolti non giustificava un passaggio bisettimanale. Abbiamo valutato un passaggio a settimana per il secco residuo più che sufficiente, ed i risultati ci stanno dando ragione: dopo i primi mugugni la cittadinanza si è facilmente adeguata ai nuovi calendari di raccolta. Non dobbiamo comunque dimenticare che i cittadini (le sole utenze domestiche ndr) hanno a disposizione due centri comunali di raccolta, uno a Fiumicino e uno a Fregene dove possono conferire alcune tipologie di rifiuti. Per venire incontro alle esigenze dei cittadini abbiamo anche predisposto delle Postazioni Ecologiche Mobili: contenitori scarrabili che, posizionati periodicamente in varie zone del Comune di Fiumicino, permettono ai cittadini di smaltire gratuitamente alcune tipologie di rifiuti

 

 

Fiumicino ha un tessuto urbanistico complesso: si va dalle abitazioni monofamiliari a condomini di dimensioni titaniche. Come gestite queste differenze?

La gestione delle case monofamiliari o dei palazzi con poche unità abitative, come potete immaginare, non crea particolari difficoltà. Dobbiamo però far fronte anche a condomini di grandissime dimensioni, in particolare in Parco Leonardo. La scelta di non utilizzare contenitori condominiali, in questo caso ha reso ancor più ardua la sfida. Il rischio era quello di trovarsi, nei giorni di conferimento, di fronte ad enormi mucchi di mastelli, con conseguenti difficoltà in fase di ritiro da parte dei cittadini ed un’altissima probabilità di scambio dei mastelli stessi fra condomini. Abbiamo optato, su consiglio di ESPER, per l’installazione di rastrelliere con posti pre-assegnati così da consentire da una parte ad ogni cittadino di ritrovare con facilità il proprio mastello, dall’altra di preservare il decoro urbano nei giorni di conferimento.

 

Ecco le Economie Circolari di Comunità, un progetto di Legambiente e Ministero del Lavoro per diffondere l’economia circolare

Il progetto ECCO (Economie Circolari di COmunità), coordinato da Legambiente e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, punta a «Diminuire la produzione di rifiuti e incentivare i cittadini ad adottare stili di vita sostenibili, formare i giovani verso i green jobs e stimolare l’imprenditoria giovanile nel settore dell’economia circolare. Il tutto dando alle attività una forte valenza di carattere sociale grazie al coinvolgimento di persone socialmente deboli e coinvolgendo disoccupati e neet».

Alla base della nascita di ECCO le nuove direttive europee in materia di economia circolare e gli incoraggianti dati in termini di fatturato ed occupazione del settore. In Italia oggi l’economia circolare vale 88 miliardi di euro di fatturato ed impiega circa 575mila lavoratori, in particolare tra i giovani (“L’Economia Circolare in Italia”, 2018). L’Unione europea con il pacchetto di direttive, con annessi investimenti, punta sull’economia circolare per raggiungere i target di riciclo (fino al 65% per i rifiuti solidi urbani e il 70% degli imballaggi entro il 2035). Inoltre dall’economia circolare si attendono risparmi per le imprese (600 miliardi ogni anno), nuova occupazione (da 500mila a un milione di nuovi posti di lavoro) e benefici per qualità dell’ambiente (tra il 2% e il 4% del taglio delle emissioni di gas serra). Nonostante questi cambiamenti di tipo normativo la promozione dei processi di riuso e riutilizzo dei beni non ha ancora trovato riscontro nelle politiche pubbliche né nelle pianificazioni regionali.

ECCO, che avrà una durata di 18 mesi, è stato avviato e presentato ufficialmente oggi a Campi Bisenzio (FI) e il nucleo principale delle sue attività saranno i Ri-hub, 13 poli di “cambiamento territoriale” che coinvolgeranno cittadini, insegnanti, studenti e rappresentanti di associazioni ed istituzioni in attività di educazione alla sostenibilità e di promozione dei principi dell’economia circolare, oltre che di formazione diretta all’attivazione di filiere economiche sostenibili. A gestire le attività saranno i Ri-hubber, giovani selezionati da Legambiente e formati a Campi Bisenzio in una quattro giorni che ha accompagnato il Festival dell’Economia civile. Il Cigno Verde spiega che «I Ri-Hub saranno dislocati in 13 diverse regioni italiane: Torino (Piemonte); Milano (Lombardia); Vicenza e San Stino di Livenza (Veneto); Gemona (Friuli Venezia Giulia); Bologna (Emilia Romagna); Campi Bisenzio (Toscana); Roma (Lazio); Pescara (Abruzzo); Grottammare (Marche); Succivo (Campania); Potenza (Basilicata); Maruggio (Puglia) e Palermo (Sicilia). Il modello di business del progetto è stato affinato con la collaborazione della Luiss Business School, che ha fornito la consulenza scientifica e in particolare si occuperà di valutare i risultati ottenuti dal Ri-hub di Roma in termini di ritorno sociale».

Serena Carpentieri, vicedirettrice di Legambiente, ha aggiunto. «Il progetto ECCO punta a migliorare la vivibilità delle nostre città riducendo la produzione di rifiuti e intercettando oggetti a cui dare una seconda ‘vita’ attraverso dei poli di comunità, i Ri-hub. Questi poli fungeranno da punto di riferimento dei territori dove diffondere e mettere in pratica i concetti dell’economia circolare. Qui i cittadini potranno indicare problematiche rilevanti a livello locale, in tema di rifiuti e qualità dell’ambiente. I Ri-hub non solo avranno un fine didattico ma con l’avanzamento del progetto diventeranno dei luoghi dove implementare attività sostenibili”. Infatti ECCO darà ai cittadini, insieme a scuole e associazioni, la possibilità di prendere parte ad iniziative pubbliche e ad attività di laboratorio per apprendere le pratiche del riuso e della rigenerazione dei beni, alla base dell’economia circolare. Vogliamo evidenziare quello che sarà il valore aggiunto del progetto ECCO, ovvero riuscire a reintegrare giovani nel mondo del lavoro attraverso nuove competenze verdi e l’attivazione di filiere economicamente sostenibili».

Legambiente evidenzia che «Quindi ECCO affronterà il tema dell’economia circolare da una diversa prospettiva che va oltre il recupero e la riduzione dei rifiuti: le attività sostenibili realizzate dai Ri-hub avranno come modelli esperienze virtuose di economia circolare applicata al sociale. Tra questi si può citare la cooperativa Insieme di Vicenza che si occupa di attività di recupero di materiale usato (vestiti, mobili, libri e oggetti) abbinata a percorsi educativi di inserimento al lavoro e di recupero di autonomie personali. La cooperativa Insieme è cresciuta a tal punto da riuscire ad ottenere le autorizzazioni per l’apertura del primo Centro di riuso in Italia. Ciclofficine, riparazione di elettrodomestici e materiali informatici, gestione di orti sociali e piattaforme di scambio di beni usati, sono solo alcuni esempi di economia civile che verranno messi a punto nel corso del progetto».

Inoltre ECCO entrerà in contatto con insegnanti e studenti grazie all’organizzazione di giornate di orientamento professionale e le possibilità fornite dall’Alternanza scuola-lavoro. Questi incontri saranno le occasioni per presentare ai giovani le possibilità occupazionali offerte dai comparti dell’economia circolare e per spiegare le opportunità di collaborazione con i Ri-Hub.

Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente Toscana, ha concluso: «Sono particolarmente orgoglioso che il lancio del progetto ECCO avvenga in Toscana, terra di antiche tradizioni civiche, perché è qui, nel cuore della Toscana, a Campi Bisenzio, che abbiamo fatto nascere il primo Distretto dell’Economia Civile del nostro Paese».

Fonte: Greenreport

End of Waste. Associazioni ambientaliste: ‘Servono interventi urgenti’

Le associazioni ambientaliste Greenpeace, Legambiente e WWF Italia esprimono la loro preoccupazione per le difficoltà e le situazioni di crisi di numerose attività di riciclo dei rifiuti generate da carenze normative in materia di autorizzazione per la cessazione della qualifica di rifiuto dopo adeguato trattamento (End of Waste).

Il riciclo dei rifiuti è un’attività centrale dell’economia circolare che consente di ridurre gli impatti del prelievo di risorse naturali, dei consumi di energia e di emissioni di gas serra, nonché di diminuire la quantità dei rifiuti da smaltire in discarica o mediante incenerimento.

Riteniamo – dichiarano le associazioni – sia necessario intervenire con urgenza attraverso l’introduzione di una nuova norma che consenta alle Regioni di autorizzare il riciclo “caso per caso”, nel pieno rispetto dei criteri dettati dal paragrafo 2, dell’art. 6 della direttiva 98/2008/UE, per le attività non ancora regolate da decreti nazionali o da regolamenti europei, sostenendo così la continua eco-innovazione, sbloccando il recupero di importanti quantità di rifiuti in condizioni di sicurezza ambientale e permettendo all’Italia di raggiungere i nuovi target europei in materia.

Riteniamo, altresì, che tali autorizzazioni regionali debbano confluire in un apposito Registro nazionale presso il Ministero dell’Ambiente in modo da poter essere sottoposte a specifici controlli al fine di garantire il rispetto delle condizioni  e dei criteri citati nonché di assicurare un’applicazione uniforme nell’intero territorio nazionale.

Occorre, infine, accelerare l’emanazione dei decreti nazionali di cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste), rafforzare le strutture ministeriali dedicate alla predisposizione di tali decreti e semplificare i procedimenti in modo da ridurre la durata degli stessi, sino ad oggi eccessiva, senza, tuttavia, diminuire le garanzie di protezione per l’ambiente e per la salute.

Isole Minori: l’Italia è plastic free

E’ stato presentato il rapporto “ Isole SOSTENIBILI-Osservatorio sulle isole minori”, realizzato da Legambiente e dal CNR-IIA. Obiettivo del lavoro è quello di evidenziare come oggi sia possibile e necessario realizzare un profondo e positivo cambiamento ambientale in questi particolari territori. Dall’indipendenza energetica, alla gestione dei rifiuti, sono moltissime le azioni che si possono mettere in campo per procedere ad una transizione verso la sostenibilità ambientale.

Il rapporto analizza con numeri e analisi, schede specifiche, la situazione di ogni isola italiana e in particolare delle 20 isole minori abitate e non interconnesse con la rete elettrica. Alla situazione ad oggi, si affianca una serie di buone pratiche, divise fra internazionali ed italiane. Quattro sono le macroaree d’intervento: gli obiettivi che vanno ottenuti sulle isole minori nei prossimi anni sono molto chiari e anche concreti. Il primo è far crescere la produzione di energia da fonti rinnovabili e accompagnarla con interventi di efficienza energetica in tutti gli usi, in modo da arrivare progressivamente a ridurre le centrali da fonti fossili esistenti fino a chiuderle definitivamente entro qualche anno. Il secondo è puntare alla chiusura del ciclo dei materiali, attraverso una attenta filiera di raccolta differenziata, di recupero e riutilizzo che riguardi tutti i materiali possibili (carta, plastiche, metalli, ecc.) e la valorizzazione della frazione organica per la produzione di compost e biometano/biogas. Il terzo è la realizzazione di un modello virtuoso di gestione delle risorse idriche; proprio perché l’acqua è una risorsa scarsa e quanto mai preziosa sulle isole e la sua attenta gestione, recupero e depurazione è fondamentale. Quarto obiettivo riguarda la mobilità sostenibile, perché nelle isole minori si hanno problemi di accessibilità e di gestione degli spostamenti in particolare nei mesi più frequentati dai turisti diventa fondamentale investire nelle innovazioni e nelle integrazioni oggi possibili tra mobilità elettrica, collettiva, sharing, ciclabile e pedonale.

Salta subito all’occhio come sia riscontrabile una differenza d’approccio: il fattore energetico è quello più lavorato all’estero, con l’intenzione di arrivare ad un’indipendenza totale dalle fonti non rinnovabili, e producendo direttamente sull’isola (e a bassissimo impatto) l’energia necessaria per la sussistenza. In Italia invece è il tema del plastic free a farla da padrone. Sono infatti dieci le amministrazioni che hanno scelto di mettere al bando i prodotti in plastica usa e getta: Anacapri, Capri, Favignana, Lampedusa e Linosa, Lipari, Malfa, Pantelleria, Tremiti, Ustica, Ventotene. Le ordinanze approvate vietano il commercio di sacchetti e contenitori per la spesa e l’asporto monouso, insieme a posate, piatti e bicchieri che non siano in materiale biodegradabile e compostabile. Obbligano altresì i residenti a dotarsi di buste in carta o altro materiale biodegradabile e compostabile, ovvero borse riutilizzabili a rete in stoffa o tessuto. I trasgressori subiscono una sanzione amministrativa.

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Comuni rifiuti-free crescono

Proprio nel momento in cui si torna a parlare con insistenza della crisi rifiuti per Roma Capitale, Legambiente premia i comuni laziali virtuosi, che crescono di numero e di dimensione.
Durante Ecoforum Nazionale 2019 l’associazione ambientalista, dopo aver premiato nello scorso dicembre i cento “Comuni Ricicloni” che hanno superato quota 65% di raccolta differenziata, ha premiato tutti i Comuni Rifiuti Free, quelli cioè che hanno registrano un secco residuo nel 2018 inferiore a 75kg per abitante. Dieci i Comuni del Lazio: miglior piccolo comune sotto i 5.000 abitanti è Colle San Magno (FR) e migliore nella categoria tra 5.000 e 15.000 abitanti è Aquino (FR). Per la prima volta premiato nel Lazio anche un grande comune sopra i 15.000 abitanti, quello di Fonte Nuova (RM).

“Nella nostra Regione, sulla gestione dei rifiuti, al disastro totale di Roma si contrappongono realtà virtuose che stanno raggiungendo picchi di eccellenza – dichiara Roberto Scacchi presidente di Legambiente Lazio -, questi comuni dimostrano che una gestione virtuosa è possibile per tutti, con porta a porta, isole ecologiche e cittadinanze virtuose: congratulazioni a tutti i premiati, comuni grandi al confine con la capitale come Fonte Nuova (RM), località turistiche della costa come Itri (LT), piccoli comuni del territorio e comuni come Castelnuovo di Porto (RM) che da oltre dieci anni viene premiato come virtuoso e rischia di ritrovarsi la discarica della capitale alle sue porte, contra la quale combattiamo. I comuni rifiuti free sono eccellenze che riescono a ridurre al minimo l’indifferenziato e quindi il conferimento in discarica o termovalizzazione, dimostrando contemporaneamente l’inutilità di progetti per nuovi inceneritori o discariche come quello di Pian dell’Olmo. Queste buone amministrazioni devono essere anche un forte segnale per il Campidoglio, in giorni di crisi totale con immondizia su tutte le strade, rischio sanitario e immagini che stanno girando il mondo facendo crollare ulteriormente l’immagine della bellezza di Roma”. Legambiente ricorda che il dato del secco residuo annuo di Roma è superiore ai 330 kg per abitante, 5 volte di più rispetto ai comuni rifiuti free, con un  complessivo di 960.000 tonnellate di indifferenziata che ogni anni dalla capitale va in discarica e incenerimento.

ESPER collabora con Fonte Nuova ormai da tre anni. Siamo orgogliosi dei risultati raggiunti con grandissimo merito dall’Amministrazione!

 

Plastica: servono nuovi impianti per il riciclo

Si sono chiuse il 12 giugno a Pisa le Giornate della ricerca promosse da Corepla – il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli Imballaggi in plastica –  in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna, offrendo un’importante occasione di confronto e di analisi, per stimolare ricerca e innovazione nell’ambito dell’economia circolare.

Ad oggi infatti c’è ampio spazio per migliorare: nonostante il fiorire di iniziative “plastic free” nell’ultimo anno l’Italia ha consumato 2.292.000 tonnellate di imballaggi in plastica, più dell’anno precedente. Una volta che questi materiali sono divenuti rifiuti, secondo i dati Corepla solo il 44,5% è stato avviato a riciclo, il restante 55,5% è andato a smaltimento, fra incenerimento e discarica.

Il problema della riciclabilità degli imballaggi messi in circolazione è risultato evidente: «Per una maggiore circolarità – spiega Marco Frey, direttore del master sull’economia circolare della Scuola Sant’Anna – occorre trasformare il ciclo di vita dei prodotti/servizi in tutte le loro fasi, a partire dal design per chiudere con il riciclo, mettendo in campo tutta la creatività di cui noi italiani siamo capaci».

E gli esempi non mancano, molti dei quali a livello locale. Loredana Giannini del gruppo Idrotherm 2000  ha presentato ad esempio un innovativo progetto realizzato in collaborazione con il gruppo Hera: una tubazione in plastica riciclata per la protezione dei cavi elettrici ad alta tensione e scarico di acque reflue. Sulla base del conteggio dei metri di nuove tubazioni che vengono mediamente posati da Hera nell’arco di un anno, l’utilizzo di plastica riciclata potrebbe garantire un risparmio di CO2 di circa 126,6 ton stimato per la sola rete elettrica.

Alessando Canovai, direttore generale di Revet, ha illustrato in proposito il nuovo granulo realizzato valorizzando la componente poliolefinica del plasmix, derivato dagli imballaggi in plastica raccolti in Toscana, utilizzato recentemente anche per la stampa 3D.

Dal confronto è risultato evidente come il riciclo non possa essere considerato un argomento astratto, ma un processo industriale che ha necessità di input di qualità per alimentare i propri impianti sul territorio senza i quali, è bene sottolinearlo, l’economia circolare rimane una chimera. «Il problema degli impianti va affrontato – conclude nel merito Alessandro Bratti, direttore generale dell’Ispra – Si può discutere sulla tipologia, ma vanno realizzati, riequilibrando una situazione nazionale che vede un’impiantistica variegata al Nord/Centronord e deficitaria al Sud».

La tipologia di impianti è ben chiara a Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente «Bisogna passare dalla predica alla pratica. Vale per tutti, dalla politica a chi sul territorio combatte perché non vuole discariche, ma blocca anche la possibilità di realizzare impianti di riciclo. Serve una normativa che semplifichi al massimo il riciclo, occorre l’approvazione rapida di tutti i decreti ministeriali che permettono la qualifica dei rifiuti quando possono essere adatti per il riciclo. Serve poi riempire il Paese d’impianti di riciclo, nella logica “zero rifiuti, impianti mille».