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Plastica: servono nuovi impianti per il riciclo

Si sono chiuse il 12 giugno a Pisa le Giornate della ricerca promosse da Corepla – il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli Imballaggi in plastica –  in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna, offrendo un’importante occasione di confronto e di analisi, per stimolare ricerca e innovazione nell’ambito dell’economia circolare.

Ad oggi infatti c’è ampio spazio per migliorare: nonostante il fiorire di iniziative “plastic free” nell’ultimo anno l’Italia ha consumato 2.292.000 tonnellate di imballaggi in plastica, più dell’anno precedente. Una volta che questi materiali sono divenuti rifiuti, secondo i dati Corepla solo il 44,5% è stato avviato a riciclo, il restante 55,5% è andato a smaltimento, fra incenerimento e discarica.

Il problema della riciclabilità degli imballaggi messi in circolazione è risultato evidente: «Per una maggiore circolarità – spiega Marco Frey, direttore del master sull’economia circolare della Scuola Sant’Anna – occorre trasformare il ciclo di vita dei prodotti/servizi in tutte le loro fasi, a partire dal design per chiudere con il riciclo, mettendo in campo tutta la creatività di cui noi italiani siamo capaci».

E gli esempi non mancano, molti dei quali a livello locale. Loredana Giannini del gruppo Idrotherm 2000  ha presentato ad esempio un innovativo progetto realizzato in collaborazione con il gruppo Hera: una tubazione in plastica riciclata per la protezione dei cavi elettrici ad alta tensione e scarico di acque reflue. Sulla base del conteggio dei metri di nuove tubazioni che vengono mediamente posati da Hera nell’arco di un anno, l’utilizzo di plastica riciclata potrebbe garantire un risparmio di CO2 di circa 126,6 ton stimato per la sola rete elettrica.

Alessando Canovai, direttore generale di Revet, ha illustrato in proposito il nuovo granulo realizzato valorizzando la componente poliolefinica del plasmix, derivato dagli imballaggi in plastica raccolti in Toscana, utilizzato recentemente anche per la stampa 3D.

Dal confronto è risultato evidente come il riciclo non possa essere considerato un argomento astratto, ma un processo industriale che ha necessità di input di qualità per alimentare i propri impianti sul territorio senza i quali, è bene sottolinearlo, l’economia circolare rimane una chimera. «Il problema degli impianti va affrontato – conclude nel merito Alessandro Bratti, direttore generale dell’Ispra – Si può discutere sulla tipologia, ma vanno realizzati, riequilibrando una situazione nazionale che vede un’impiantistica variegata al Nord/Centronord e deficitaria al Sud».

La tipologia di impianti è ben chiara a Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente «Bisogna passare dalla predica alla pratica. Vale per tutti, dalla politica a chi sul territorio combatte perché non vuole discariche, ma blocca anche la possibilità di realizzare impianti di riciclo. Serve una normativa che semplifichi al massimo il riciclo, occorre l’approvazione rapida di tutti i decreti ministeriali che permettono la qualifica dei rifiuti quando possono essere adatti per il riciclo. Serve poi riempire il Paese d’impianti di riciclo, nella logica “zero rifiuti, impianti mille».

ISPRA 2018: calano i rifiuti, solo 4 regioni rispettano i target EU

Si attesta a 29,6 milioni di tonnellate la produzione di rifiuti urbani, segnando una riduzione dell’1,7% rispetto al 2016. Dopo l’aumento riscontrato tra il 2015 e il 2016, sul quale aveva peraltro anche influito il cambiamento della metodologia di calcolo (inclusione nella quota degli RU dei rifiuti inerti derivanti da piccoli interventi di manutenzione delle abitazioni), si rileva dunque una nuova contrazione della produzione. Raffrontando il dato 2017 con quello 2013 si riscontra, nel quinquennio, una sostanziale stabilità della produzione (+0,08%). Dopo il brusco calo del biennio 2011/2012 – concomitante con la contrazione dei valori del prodotto interno lordo e dei consumi delle famiglie – la produzione si mantiene su valori quasi sempre inferiori a 30 milioni di tonnellate.

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Il calo si riscontra in tutte le macroaree geografiche, risultando pari al -2,2% nel Sud, al -2% nel Centro e al – 1,4% nel Nord. La maggiore contrazione si osserva per l’Umbria (-4,2%), seguita da Molise (-3,1%), Basilicata (-2,8%) e Toscana (-2,7%). Sono tutte in Emilia Romagna le province dove si producono più rifiuti urbani per abitante: in testa Rimini con 727 chilogrammi, un dato comunque in calo rispetto ai 740 kg del 2016; seguono Ravenna (721), Forlì-Cesena (710) e Reggio Emilia (708). Va specificato che i dati dell’Emilia Romagna, così come quelli del centro Italia, risentono di regolamenti comunali in base ai quali vengono assimilati ai rifiuti urbani anche tipologie similari di rifiuti speciali derivanti da attività commerciali, aziende artigianali e di servizio.

OLTRE LA METÀ DEI RIFIUTI PRODOTTI VIENE DIFFERENZIATA.

Nel 2017 la raccolta differenziata in Italia raggiunge la percentuale di 55,5%. Più alti i valori al Nord (66,2%), più bassi al Sud (41,9%), mentre il Centro Italia si colloca poco al di sotto della media nazionale (51,8%). Guardando alle diverse situazioni territoriali, sono 13 le regioni che raccolgono in maniera differenziata oltre la metà dei rifiuti urbani annualmente prodotti. È sempre il Veneto la regione con la più alta percentuale di raccolta differenziata pari al 73,6%, seguita da Trentino Alto Adige con il 72%, Lombardia con il 69,6% e Friuli Venezia Giulia con il 65,5%.

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IN 5 REGIONI BUONE PERFORMANCE DI CRESCITA DELLA RACCOLTA DIFFERENZIATA. 

Sono 5 le regioni italiane che tra 2016 e 2017 hanno fatto un salto di oltre 6 punti nella percentuale di raccolta differenziata, anche se rimangono sotto il valore medio nazionale (55,5%): si tratta diBasilicata (45,3%), Puglia (40,4%), Calabria (39,7%), Molise (30,7%) e Sicilia (21,7%).

TREVISO VERSO QUOTA 90. 

Il valore più alto in Italia di raccolta differenziata viene raggiunto dalla provincia di Treviso con l’87,8%, seguita da Mantova (86,6%), Belluno (83,4%) e Pordenone (81,6%). Tutte in Sicilia, invece, le più basse percentuali di raccolta differenziata provinciali: è ancora Enna fanalino di coda (11,3%), mentre a Siracusa (15,3%) e Palermo (17,3%) si è avuta una crescita delle percentuali di 6 punti nell’ultimo anno.

RALLENTA LA RACCOLTA DELLUMIDO.

Per la prima volta dal 2010 si registra un lieve incremento della frazione organica raccolta in modo differenziato: cresce solo dell’1,6% nel 2017, mentre, negli ultimi sette anni era aumentata di quasi 8 punti percentuali l’anno, con picchi del 9,6% tra il 2013 e il 2014.

SI RACCOGLIE PIÙ LEGNO E METALLO.

Per i rifiuti in legno, il cui ammontare raccolto è di 800 mila tonnellate, la crescita è pari all’8,2%. Un aumento percentuale analogo si osserva, tra il 2016 e il 2017, per la raccolta dei rifiuti metallici (+8%), il cui quantitativo si attesta, nell’ultimo anno, a quasi 320 mila tonnellate.

OBIETTIVI UE DI RICICLAGGIO ANCORA DA RAGGIUNGERE. 

Con l’emanazione della direttiva 2018/851/UE sono stati introdotti ulteriori obiettivi per la preparazione, il riutilizzo e il riciclaggio dei rifiuti. Gli obiettivi sono: 50% al 2020, 60% al 2030 e 65% al 2035. In Italia, la percentuale di preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio si attesta al 43,9%, considerando tutte le frazioni contenute nei rifiuti urbani, e al 49,4%, effettuando il calcolo per le seguenti specifiche frazioni: organico, carta e cartone, vetro, metallo, plastica e legno.

COSA ACCADE AI RIFIUTI RACCOLTI: IMPIANTI DI TRATTAMENTO, DISCARICHE, INCENERITORI

Non tutte le regioni sono dotate delle necessarie infrastrutture di trattamento dei rifiuti. La scarsità degli impianti fa sì che in molti contesti territoriali si assista ad un trasferimento dei rifiuti raccolti in altre regioni o all’estero.

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I rifiuti urbani prodotti nel 2017 sono stati gestiti in 644 impianti. Lo smaltimento in discarica, pari a6,9 milioni di tonnellate, interessa il 23% dei rifiuti urbani prodotti, evidenziando una riduzione del 6,8%.Le discariche operative, nel 2017, sono 123, 11 in meno rispetto all’anno precedente.

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Il riciclaggio delle diverse frazioni provenienti dalla raccolta differenziata o dagli impianti di trattamento meccanico biologico dei rifiuti urbani raggiunge, nel suo complesso, il 47% della produzione: il 20% è costituito dal recupero di materia della frazione organica (umido+verde) e oltre il 27% dal recupero delle altre frazioni merceologiche.

Due inceneritori in meno nel 2017: scendono a 39 gli impianti operativi (erano 41 l’anno precedente).Nel 2017, i rifiuti urbani inceneriti, comprensivi del CSS, della frazione secca e del bioessiccato ottenuti dal trattamento meccanico dei rifiuti urbani stessi, sono quasi 5,3 milioni di tonnellate (-2,5% rispetto al 2016). Il 70% circa dei rifiuti viene trattato al Nord, l’11% al Centro e quasi il 19% al Sud. Va precisato che in Italia tutti gli impianti di incenerimento recuperano energia, elettrica o termica; complessivamente vengono recuperati nel 2017 quasi 4,5 milioni di MWh di energia elettrica e 2 milioni di MWh di energia termica.

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EXPORT, MA ANCHE IMPORT

Nel 2017 l’Italia ha esportato 355 mila tonnellate di rifiuti urbani. Il 40% è stato trasferito in Austria (27,8%) e Ungheria (13,1%): si tratta soprattutto di Combustibile Solido Secondario (CSS) derivante dal trattamento di rifiuti urbani (rappresenta il 37,1% dei rifiuti esportati).

Sono circa 213 mila tonnellate i rifiuti del circuito urbano importati nel 2017. Il maggior quantitativo proviene dalla Svizzera, con circa 72 mila tonnellate, corrispondente al 33,6% del totale importato;seguono la Francia con il 19,7% e la Germania con il 15,2%. Circa la metà dei rifiuti provenienti dallaSvizzera, costituiti prevalentemente da rifiuti di imballaggio in vetro, sono destinati ad impianti di recupero e lavorazione del vetro situati perlopiù in Lombardia.

QUANTO CI COSTA IL CICLO DEI RIFIUTI URBANI

L’analisi economica condotta sui dati MUD, per l’anno 2017, su un totale di 6.345 comuni, rileva, a livello nazionale, che il costo totale medio pro capite annuo è pari, nel 2017, 171,19 euro/abitante per anno. A livello territoriale il costo totale annuo pro capite, del servizio, risulta pari a 151,16 euro/abitante per anno al Nord, a 206,88 euro/abitante per anno al Centro ed a 182,27 euro/abitante per anno al Sud.

Il Rapporto contiene anche uno studio sui comuni che applicano il regime di Tariffazione puntuale basato sull’utilizzo di sistemi di rilevazione e quantificazione della produzione dei rifiuti riferiti a ogni singola utenza servita. L’analisi economica, che ha riguardato un campione di 341 comuni aventi una popolazione 2.520.117 abitanti, mostra che, in generale, i comuni che applicano il regime della tariffazione puntuale presentano un costo totale medio pro-capite a carico del cittadino inferiore rispetto ai comuni a Tari normalizzata.

ITALIA A CONFRONTO CON LA MEDIA UE28

I valori pro capite dell’Italia, relativi a produzione e gestione dei rifiuti urbani nel 2016, mostrano differenze rispetto alla media dell’Unione a 28. Produciamo più rifiuti, ne destiniamo di meno alle quattro forme di trattamento finale individuate da Eurostat. Conferiamo in discarica una percentuale di rifiuti urbani trattati maggiore della media UE28, ma anche la percentuale avviata a compostaggio e digestione anaerobica superiore alla media dell’Unione. Da rilevare che il ricorso alla discarica vede un enorme divario tra i paesi europei: si va da un valore percentuale pari a 1% di Belgio, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svezia, all’82% della Grecia e al 92% di Malta.

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ISPRA presenta il Rapporto Rifiuti Urbani 2016

Il Rapporto Rifiuti Urbani 2016 dell’Ispra fotografa un’Italia che tende a produrre sempre meno rifiuti. Nel 2015 sono stati 29,5 milioni di tonnellate i rifiuti urbani, -0,4% rispetto al 2014 e un calo complessivo, rispetto al 2011, di quasi 1,9 milioni di tonnellate (-5,9%).
A calare di più è il Centro Italia (-0,8%), che in valori assoluti produce 6,6 milioni di tonnellate di rifiuti, mentre il Nord si mantiene sulla media nazionale (-0,4%) con un quantitativo prodotto pari a 13,7 milioni di tonnellate; al Sud la produzione si contrae dello 0,2% (9,2 milioni di tonnellate).
Sono 11 le regioni italiane a segnare una riduzione della produzione dei rifiuti urbani nel 2015. In particolare, una decrescita di poco inferiore al 3% si osserva per l’Umbria e cali superiori o pari al 2% per la Liguria, il Veneto e il Lazio. Il Trentino Alto Adige, la Basilicata e la Calabria mostrano riduzioni rispettivamente pari all’1,4%, 1,1% e 1%, mentre per Lombardia, Marche, Puglia e Sardegna la contrazione risulta inferiore all’1%.
Nel 2015, la percentuale di raccolta differenziata in Italia raggiunge il 47,5% della produzione nazionale, facendo rilevare una crescita di + 2,3 punti rispetto al 2014 (45,2%), superando i 14 milioni di tonnellate.
Nel Nord il quantitativo si attesta al di sopra di 8 milioni di tonnellate, nel Centro a quasi 2,9 milioni di tonnellate e nel Sud a 3,1 milioni di tonnellate. Tali valori si traducono in percentuali, calcolate rispetto alla produzione totale dei rifiuti urbani di ciascuna macroarea, pari al 58,6% per le regioni settentrionali, al 43,8% per quelle del Centro e al 33,6% per le regioni del Mezzogiorno.
Alla regione Veneto va la palma della raccolta differenziata nel 2015 grazie al 68,8%, seguita dal Trentino Alto Adige con il 67,4%. Entrambe le regioni sono già dal 2014 al di sopra dell’obiettivo del 65% fissato dalla normativa per il 2012. Seguono, tra le regioni più virtuose, il Friuli Venezia Giulia (62,9%), seguita da Lombardia, Marche, Emilia Romagna, Sardegna e Piemonte, queste ultime cinque con tassi superiori al 55%. Tra 45% e 50% si collocano Abruzzo, Umbria, Campania, Valle d’Aosta e Toscana. Liguria e Lazio sono di poco al di sopra del 35%, mentre superano il 30% la Basilicata e la Puglia. La Calabria è la regione che fa segnare la maggiore crescita della percentuale di raccolta differenziata, +6 punti rispetto al 2014, anche se il 25% la colloca ancora al penultimo posto tra le regioni, seguita solo dalla Sicilia (12,8%). Sfiorano i 5 punti di crescita Valle d’Aosta e Lazio.
I servizi di igiene urbana in Italia costano in media 168 euro l’anno pro capite, per l’esattezza 167,97.
Il Rapporto Rifiuti Urbani 2016 dell’Ispra che contiene i dati dell’indagine condotta su un campione di circa 5.800 Comuni (corrispondenti a oltre 48,6 milioni di abitanti).
Di questi 168 euro, i costi di gestione dei rifiuti indifferenziati e delle raccolte differenziate ammontano rispettivamente a 58,98 e a 46,35 euro l’anno; lo spazzamento e lavaggio delle strade a 22,53 euro l’anno; i costi comuni a 32,09 euro l’anno e, infine, i costi di remunerazione del capitale a 8,01 euro l’anno.
Aumentano, con il crescere della dimensione comunale, i costi annui pro capite, passando dai 131,76 euro per abitante l’anno per i Comuni con una popolazione inferiore ai 5mila abitanti ai 191,03 euro per i Comuni con più di 50mila abitanti.

L’indagine dell’Ispra ha determinato anche i costi di gestione delle raccolte differenziate delle principali tipologie di materiali. In particolare, i costi specifici in eurocentesimi/kg, calcolati come medie nazionali, risultano, nel 2015, di 15,7 per la carta e cartone; 10,7 per il vetro; 16,5 per la plastica; 21,1 per la raccolta multimateriale. E ancora: 10,6 per i metalli; 9,4 per il legno; 18,6 per i tessili; 22,1 per la frazione umida; 9,2 per la frazione verde; 38,3 per gli oli commestibili esausti; 33 per gli pneumatici usati; 18,1 per i Raee e 86,9 eurocentesimi/kg per le batterie e gli accumulatori esausti.

Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2016

Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2016 Estratto

ISPRA: presentato rapporto rifiuti speciali 2016

L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha presentato il 6 luglio 2016 presso l’Auditorium del Ministero dell’Ambiente (MATTM), la XV edizione del “Rapporto Rifiuti Speciali”, relativo alla produzione e gestione dei rifiuti speciali non pericolosi e pericolosi nel 2014, frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Servizio Rifiuti dell’ISPRA, che fornisce un quadro di informazioni oggettivo, puntuale e sempre aggiornato di supporto al legislatore per orientare politiche e interventi adeguati, per monitorarne l’efficacia, introducendo, se necessario, eventuali misure correttive.Si definiscono “speciali” tutti i rifiuti non urbani, prodotti da industrie e aziende, suddivisi in “non pericolosi” e “pericolosi”: i primi appartengono prevalentemente al settore manifatturiero, delle costruzioni e demolizioni e di alcune tipologie di trattamento dei rifiuti; i “pericolosi” sono generati dalle attività produttive che contengono al loro interno sostanze pericolose in concentrazioni tali da conferire pericolo (ad esempio, raffinazione del petrolio, processi chimici, industria fotografica, industria metallurgica, produzione conciaria e tessile, impianti di trattamento dei rifiuti, ricerca medica e veterinaria).Nel 2014, a fronte di un aumento limitato dei rifiuti urbani (+0,3%), gli speciali sono cresciuti del 5%, superando i 130 milioni di tonnellate, il quadruplo degli urbani su cui, peraltro, si concentra l’attenzione dei media. È questo il dato più eclatante (in senso negativo) del Rapporto, perché nello stesso anno il PIL rispetto al 2013 è calato e, conseguentemente, ci si sarebbe aspettata una diminuzione anche della produzione dei rifiuti.Secondo l’ISPRA, la crescita sarebbe imputabile prevalentemente ai rifiuti speciali non pericolosi da operazioni di costruzione e demolizione e da quelli derivanti dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue, dal momento che i rifiuti speciali pericolosi si sono mantenuti sostanzialmente stabili (+0,3%). Tuttavia, si deve osservare che la considerazione dell’Istituto non convince appieno, stante il trend negativo che anche nel 2014 ha caratterizzato il comparto delle costruzioni, per cui le ragioni dovrebbero essere ricondotte ad altri fattori.Resta il fatto che nel 2014 sono stati gestiti (riciclati, smaltiti, ecc.) più rifiuti di quelli prodotti (3,3%): 133,8 imilioni di tonnellate contro una produzione di 130,5. Va rilevato che i rifiuti nell’anno di riferimento vengono sottoposti ad operazioni intermedie di gestione (trattamento chimico-fisico,stoccaggio, ecc.) prima di essere avviati al trattamento finale.

i rifiuti speciali in italia Il recupero di materia da rifiuti speciali (ad esempio, il riciclo dei metalli, il recupero dei materiali da demolizione per opere stradali, ecc.) si conferma la forma di gestione più utilizzata (62,4%). Nonostante la diminuzione nel 2014 (-737 mila tonnellate, attribuibile per lo più a “spandimento sul suolo a beneficio dell’agricoltura o dell’ecologia), il dato conferma le buone performance dell’Italia in UE quanto a riciclo dei rifiuti speciali (oltre il 75%), se si considera che la media UE 28 è del 45,7%. Migliore dell’Italia è la Slovenia (80,3%) e subito dopo Belgio (oltre 73%), Germania (70% circa).Scendendo nel dettaglio del recupero di materia, è soprattutto l’operazione di “riciclo/recupero di altre sostanze inorganiche” a incidere sul totale (47,1%): tali rifiuti sono, perlopiù, derivanti da attività di costruzione e demolizione.Si registra una lieve diminuzione nell’utilizzo dei rifiuti speciali per produrre energia (-4,7% rispetto al 2013): 2,1 milioni di tonnellate quelli avviati a recupero energetico. Tra le risorse più utilizzate, il biogas (36,3%) ovvero il gas metano derivante dalla decomposizione dei rifiuti; a seguire i rifiuti della lavorazione del legno, carta ed affini (33,5%), dal trattamento meccanico di rifiuti (11,1%) e i rifiuti combustibili (6,4%).Sono soprattutto 7 le regioni italiane a trasformare in energia i rifiuti speciali (insieme arrivano al 78,5%): Lombardia (23,3% del totale), Emilia Romagna (15,7%), Piemonte con(10,7%), Veneto (8,0%), Umbria (7,2%), Puglia (7,1%), Friuli Venezia Giulia (6,5%). Nel complesso non si sono registrate variazioni significative in quasi tutte le regioni. Sono pressoché tutti non pericolosi (96,3% del totale degli speciali) i rifiuti utilizzati per il recupero energetico.Gli impianti di incenerimento in esercizio nel 2014, che hanno trattato rifiuti speciali, sono stati 85, di cui 43 destinati principalmente al trattamento di rifiuti urbani. La gran parte degli inceneritori è localizzata al Nord (51), al Centro sono presenti 11 impianti, al Sud 23.L’incenerimento dei rifiuti speciali interessa complessivamente, considerando anche quelli trattati in impianti per rifiuti urbani, circa 1,4 milioni di tonnellate. Nel 2014 si è registrato un significativo incremento di circa 540 mila tonnellate da attribuirsi prevalentemente a due tipologie di rifiuti (quelli prodotti dal trattamento dei rifiuti stessi e i rifiuti combustibili).Coerentemente con il numero degli impianti presenti nelle regioni, i dati mostrano che nel 2014 in Lombardia sono stati inceneriti il 56,2% del totale dei rifiuti speciali trattati in Italia e il 39,4% dei rifiuti pericolosi; in Emilia Romagna sono inceneriti il 17,1% dei rifiuti speciali totali e il 18,1% di quelli pericolosi; in Veneto il 4,7% dei rifiuti totali e il 9,1% di quelli pericolosi; in Calabria il 3,2% dei rifiuti totali.Ad essere inceneriti sono soprattutto i rifiuti non pericolosi (70,8%).Sono diminuite le discariche operative nel 2014 che hanno smaltito rifiuti speciali, passando da 404 del 2013 a 392 del 2014, dato attribuibile non esclusivamente alla chiusura definitiva di impianti, ma anche alla  temporanea non operatività di discariche soprattutto di medie e piccole dimensioni. Tale prassi è stata riscontrata soprattutto per quanto riguarda le discariche di rifiuti inerti (calcinacci, macerie, ecc) la cui operatività è spesso legata a situazioni contingenti come l’apertura e chiusura di cantieri. I 12 impianti in meno sono localizzati soprattutto al Sud (8), poi al Nord (3) e uno al Centro.La maggior parte delle discariche è localizzata al Nord con 228 impianti, 58 al Centro e 106 al Sud.Nonostante sia diminuito il numero di discariche, è cresciuta la quantità smaltita a livello nazionale: 11,4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, con un aumento di 460 mila tonnellate rispetto al 2013, pari a +4,2%. La crescita è maggiore a Nord (+6,1%) e al Centro (+4,8%), mentre scendono al Sud (- 1,1%). L’88,9% dei rifiuti totali sono non pericolosi (10,1 milioni di tonnellate) e il restante 11,1% sono rifiuti pericolosi (1,3 milioni di tonnellate).
Le regioni che più hanno aumentato l’utilizzo della discarica sono la Basilicata con +40,3% (+17 mila tonnellate), il Lazio con +34,2% (+185 mila tonnellate), la Liguria con +27,6% (+90 mila tonnellate). Quelle che lo hanno diminuito maggiormente sono il Molise (- 56,4%, – 10 mila tonnellate), l’Umbria (- 27,3%, – 162 mila tonnellate), il Trentino Alto Adige (- 19,3%, – 21 mila tonnellate).Nel Rapporto viene  ricordato che la Campania, nell’anno 2014, non ha smaltito rifiuti speciali in discarica a causa dell’assenza sul territorio di discariche autorizzate allo smaltimento di tale tipologia di rifiuti chevengono, quindi, trattati fuori regione o all’estero.Sono diminuiti i rifiuti speciali esportati e sono contestualmente aumentati quelli importati: -4,7% tra 2013 e 2014 i primi, passando da 3,4 a 3,2 milioni di tonnellate, +7,6% i secondiI Paesi dove vengono esportati sono prevalentemente Germania, Cina e Grecia.
Quelli diretti in Germania (27,7%) derivano dagli impianti di trattamento dei rifiuti, delle acque reflue, della potabilizzazione dell’acqua, dalle operazioni di costruzione e demolizione, e sono destinati per lo più alle miniere di sale, in particolare a quella di Stetten in Baviera, nella quale i rifiuti vengono utilizzati per la messa in sicurezza delle cavità a seguito dell’attività estrattiva.Per quanto attiene la Cina, invece, nel 2014, come per gli anni precedenti, l’importazione dall’Italia, pari a 278 mila tonnellate (-11%), è costituita dai soli rifiuti non pericolosie e sono costituiti da rifiuti di carta e cartone prodotti dal trattamento meccanico di rifiuti (79 mila tonnellate).Significativa è stata l’esportazione dei rifiuti verso la Grecia, con oltre 242 mila tonnellate, costituite per il 98% da “ceneri leggere di carbone” destinate ai cementifici, utilizzate al posto della sabbia, per creare materiali edili cementizi.esportazione rifiuti pericolosiNel 2014, in Italia sono state prodotte circa 426 mila tonnellate di Pneumatici fuori uso (PFU), di queste, circa 365 mila tonnellate sono state gestite in Italia dove sono state avviate per il 70,4% a recupero di materia, per il 9,5% a recupero energetico e il 16% è rimasto in giacenza. Una quantità considerevole di PFU è stata esportata (oltre 125 mila tonnellate) verso altrei Paesi, dei quali Germania e Coreadel Sud sono stati quelli che ne hanno ricevuto i maggiori quantitativi , rispettivamente circa 32 mila tonnellate e oltre 23 mila tonnellate. La Germania recupera soprattutto materia dagli pneumatici, mentre la Corea, al contrario, ne ricava energia.
I rifiuti contenenti amianto, costituiti prevalentemente da cemento amianto, sono smaltiti in discarica, all’interno di celle ad hoc, in 22 impianti nazionali. L’amianto viene avviato solo a smaltimento e non a recupero, salvo alcune operazioni di pretrattamento.Nel 2014, la quantità prodotta è stata pari a 340 mila tonnellate, per lo più costituiti da materiali da costruzione  (92,7%), il restante 7% da materiali isolanti e in minima parte (,36%) da imballaggi metallici, pastiglie per freni e apparecchiature fuori uso contenenti amianto n fibre libere.Nel complesso, il Rapporto evidenzia un andamento altalenante nella produzione di questi rifiuti. Dopo una tendenziale crescita dal 2007 al 2010 e un picco nel 2012, il trend appare in forte diminuzione (-36%). Tale dato farebbe pensare ad una diminuzione delle demolizioni di strutture contenenti amianto, ma l’ISPRA non è in grado di affermarlo con certezza dal momento che non esiste un censimento delle strutture contenenti amianto. La Lombardia si conferma la regione che produce il maggior quantitativo pari a 119 mila tonnellate, il 35% del totale nazionale.Come accade per le altre tipologie di rifiuti speciali, anche per l’amianto la somma di quelli gestiti (237 mila tonnellate) e di quelli esportati (156 mila tonnellate) è superiore alla quantità prodotta, perché si assommano a quelli in giacenza dall’anno precedente o provenienti da altri trattamenti. I rifiuti gestiti vanno soprattutto in discarica (194 mila tonnellate), mentre quote minori sono gestite in altre forme (27 mila al pretrattamento, 15 mila stoccati).Le 156 mila tonnellate di rifiuti esportati vengono inviatei tutte in Germania, dove sono smaltite nelle miniere dismesse. Non ci sono rilevanti variazioni nei livelli di riciclaggio/recupero nell’ultimo triennio 2012-2014 per i rifiuti speciali da veicoli fuori uso. A partire dal 2006, anno in cui l’ISPRA ha effettuato il primo monitoraggio, emerge che, dopo l’iniziale miglioramento dovuto forse ad una risposta positiva dell’intera filiera alla nuova legislazione e ai target europei, negli anni successivi si assiste ad una sostanziale stabilità.Nonostante la percentuale di reimpiego e riciclaggio raggiunga l’83% del peso medio del veicolo, superando il target dell’80% previsto per il 2006, si è ancora lontani dall’obiettivo previsto al 1°gennaio 2015 (95%). I 1.510 impianti operativi sono soprattutto al Nord (666, il 44% del totale) e al Sud (543, il 37%), sono di meno al Centro (290, il 19%).In totale, negli impianti censiti, sono stati trattate circa 950 mila tonnellate di veicoli, 9 mila tonnellate in meno rispetto all’anno 2013 (-1%).

Fonte: Regioni e Ambiente