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Raccolta dell’organico obbligatoria. Ecco cosa cambia per i Comuni

Dal primo gennaio 2022 è scattato l’obbligo della raccolta differenziata dell’organico per tutti i Comuni d’Italia. Ma a che punto siamo sul territorio nazionale? Tra l’aumento di prodotti compostabili, uno sguardo a norme e buone pratiche che potrebbero fare la differenza

In Italia la raccolta differenziata dell’organico è a buon punto. L’organico rappresenta il 43% del quantitativo di rifiuti urbani avviato a riciclo nel 2020, e contribuisce notevolmente al raggiungimento del 65 per cento del totale di raccolta differenziata nel nostro Paese.

Tuttavia, in alcuni Comuni italiani non vi era ancora la possibilità per i cittadini di gettare in maniera differenziata resti di cibo e tutto ciò è compostabile, con un conseguente peggioramento della qualità dell’indifferenziato in cui viene conferito così il materiale organico putrescibile: avere invece un indifferenziato “libero” dall’organico permette ai Comuni di ridurne la frequenza di raccolta, con una riduzione dei costi complessivi. Senza contare il materiale e l’energia ricavati dal trattamento di rifiuti organici, rispettivamente compost e biometano, che possono assolvere a diverse funzioni.

Finalmente, lo scorso primo gennaio la raccolta differenziata dell’organico è diventata obbligatoria in tutti i comuni d’Italia. Lo prevede l’articolo 182 ter del decreto legislativo 152/2006 che recepisce in Italia la direttiva europea 851/2018 in materia di rifiuti. L’entrata in vigore dell’obbligo anticipa di due anni un analogo impegno che sarà introdotto nel resto della Unione Europea solo a inizio 2024.

A più di un mese dall’introduzione dell’obbligo, ci siamo chiesti se ci stiamo muovendo nella giusta direzione e quale potrebbero essere le difficoltà legate all’estensione della raccolta.

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Una raccolta virtuosa

La raccolta differenziata dell’organico, che in Italia nel 2020 è arrivata ad interessare oltre il 90% della popolazione, ha visto un progressivo miglioramento negli ultimi anni.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) sui rifiuti urbani, nel 2016 erano 6.516.938 le tonnellate della frazione organica, comprese le quote avviate a compostaggio domestico. Nel 2020, anno di inizio della pandemia, si è arrivati invece a 7.174.948 tonnellate, registrando però un leggero calo rispetto alle 7.300.000 tonnellate del 2019.

“Diminuzione che – fanno sapere dall’ufficio tecnico del Consorzio Italiano dei Compostatori (CIC) – è stata molto minore di quanto atteso, e che comunque non ha fatto recedere i comuni già attivi nella raccolta differenziata”.

Resta un divario tra Nord, Centro e Sud, che auspichiamo le nuove norme aiuteranno a colmare. Sempre secondo gli ultimi dati dell’Ispra, nel corso del 2020, a Nord erano 130 i chili della frazione organica prodotti per abitante (rappresentato da umido e scarti da manutenzione del verde, escluso il compostaggio domestico), al Centro 112 kg, mentre al Sud 111 chilogrammi.

Con l’introduzione dell’obbligo qualcosa sta cambiando, anche se, come prevedibile, non in maniera così netta.

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Cosa è cambiato dal primo gennaio?

“Non ci aspettavamo cambiamenti repentini : – spiegano dall’ufficio tecnico del CIC – l’attivazione della raccolta differenziata in un comune è un processo che richiede una pianificazione preventiva, con tempistiche programmate di implementazione; a cascata, le aziende deputate al riciclo dei rifiuti organici mediante compostaggio o con sistemi integrati con la digestione anaerobica adeguano la propria capacità di trattamento, o pianificano la costruzione di nuovi impianti. Anche a livello impiantistico ci aspettiamo quindi effetti più graduali e dilazionati nel tempo”.

È lecito chiedersi però a quali difficoltà vadano incontro quei Comuni che avviano per la prima volta una raccolta dell’umido. Su questo i tecnici del CIC non ha dubbi.

“In Italia – affermano – abbiamo un tale know-how sulla raccolta differenziata dei rifiuti organici, e in particolare della frazione umida (di cui siamo esportatori di conoscenza in tutta Europa, e non solo) che i Comuni ancora non attivi non dovrebbero avere nulla da temere sul piano organizzativo. Naturalmente, la filiera dei rifiuti organici può dirsi completa solo se alla raccolta fa seguito un’adeguata ed efficiente capacità di riciclo, ma oggi abbiamo ormai pressoché raggiunto tale capacità a livello nazionale”.

“Quello che ancora manca – sottolineano – è il potenziamento dell’impiantistica in alcune regioni del Centro-Sud; alcune, come la Sicilia, stanno per fortuna dando concreti e positivi segnali in questa direzione”.

In effetti, secondo i dati Ispra177 impianti di compostaggio dei 293 operativi a livello nazionale, 30 dei 43 di trattamento integrato e 20 dei 23 di digestione anaerobica sono localizzati al Nord. La scarsità di impianti rilevata in alcune aree del Centro-Sud del Paese comporta la movimentazione di rilevanti quantità di rifiuti da queste aree verso gli impianti del Nord. Dunque, il pro capite nazionale di trattamento biologico dei rifiuti organici provenienti dalla raccolta differenziata nel 2020 varia molto in base all’area geografica -162 chili per abitante al Nord, 66 al Centro e 68 al Sud – e non è confrontabile con la quantità di raccolta, non corrispondendo necessariamente all’area di riferimento.

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La busta giusta

Per tutti quei cittadini che dovranno approcciarsi per la prima volta alla raccolta differenziata dell’organico, è importante tenere bene a mente che i rifiuti devono essere conferiti obbligatoriamente in buste compostabili, ma il rischio di fare confusione permane e una delle problematiche spesso riscontrate presso gli impianti di riciclo riguarda proprio la presenza di scarti costituiti da materiali plastici.

Non è raro imbattersi ancora in sacchetti non a norma, in particolare presso gli esercizi commerciali, al dettaglio e ambulanti: nel 2019 rappresentavano circa il 30% del totale dell’immesso al consumo. Ma secondo il rapporto L’Italia del Riciclo 2021 della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, ci sarebbe ormai la quasi totale scomparsa dagli impianti di compostaggio dei sacchetti orto-frutta in plastica convenzionale sostituiti, dopo l’introduzione nel 2018 dell’obbligo normativo, da borse in plastica biodegradabile e compostabile.

In questo, la crescita della raccolta differenziata della frazione umida rappresenta un ulteriore stimolo all’utilizzo di borse compostabili, idonee per l’appunto anche al riciclo dei rifiuti organici. D’altra parte, l’eliminazione degli imballaggi in plastica non compostabili contribuirà al miglioramento della conduzione dei processi biologici e ad arginare il rischio che venga intaccata la qualità del compost. Ma perché è importante che la busta sia compostabile?

“Se il sacchetto è realizzato in materiale certificato compostabile ai sensi della norma UNI EN 13432, come impone la legge, – prosegue l’ufficio tencnico del CIC – negli impianti di compostaggio subisce la stessa sorte dei rifiuti organici, venendo interamente degradato nel corso del processo. Laddove, in presenza di particolari tipi di tecnologie adottate, il sacchetto compostabile fosse scartato prima dell’inizio del processo biologico di produzione del compost (è il caso ad esempio di molti impianti che precedono il compostaggio con una fase di digestione anaerobica), si può comunque approfittare del fatto che il sacchetto è compostabile per rimuoverlo biologicamente attraverso un processo (chiamato biostabilizzazione o bioessiccazione), diminuendo il quantitativo di scarti che alla fine viene mandato a smaltimento”.

Data la variabilità delle tipologie di biopolimeri, per i cittadini sarà bene affidarsi dunque ad una corretta etichettatura che certifichi la busta sia a norma.

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Compostabile e biodegradabile

Come è noto, insieme ai residui di cibo sono raccolti nell’organico anche gli imballaggi in plastica compostabile: oltre ai sacchetti in bioplastica, anche gli imballaggi di frutta e verdura, piatti, bicchieri e stoviglie monouso.

Nell’indagine effettuata dal CIC tra il 2019 e il 2020 gli impianti di trattamento della frazione organica hanno gestito circa 83.000 tonnellate all’anno di bioplastiche, imballaggi e non, rispetto alle circa 27.000 tonnellate all’anno dell’indagine del 2016 e 2017. Si trattava quasi esclusivamente di sacchi per raccolta organico e per oltre il 70% da shopper e buste orto-frutta, e in quantità minore di imballaggi rigidi per cibo e capsule di caffè.

“Secondo la normativa nazionale sui rifiuti – ricordano ancora dal CIC – un manufatto compostabile per poter essere aggregato alla raccolta dei rifiuti organici, oltre che essere certificato secondo lo standard EN 14432, deve avere anche ‘analoghe proprietà di biodegradabilità e compostabilità rispetto ai rifiuti organici’ e solo in presenza di questi requisiti l’impianto di compostaggio è nelle condizioni di trattarlo”.

“È però un dato di fatto – precisano – che le tecnologie presenti oggi negli impianti di compostaggio sono molteplici e diverse fra loro, per cui gli impianti potrebbero avere diverse performance nei confronti di singole tipologie di manufatti compostabili e non si può escludere che alcuni di essi, qualora la loro presenza dovesse aumentare considerevolmente rispetto ai valori attuali, dovranno prevedere alcuni aggiustamenti dei percorsi di recupero oggi in essere”.

L’evoluzione del mercato dei prodotti monouso biodegradabili e compostabili potrebbe, inoltre, confondere i cittadini, ma l’unica soluzione sembra essere una periodica formazione ed informazione.

“Al momento – conclude l’ufficio tecnico del CIC – i quantitativi di manufatti compostabili diversi dai sacchetti, a cui i cittadini sono ormai abituati, è piuttosto esiguo. Va da sé, e ne abbiamo già prefigurato i rischi, che una crescita indiscriminata e confusa di manufatti biodegradabili e compostabili a fianco dei loro omologhi realizzati in plastica convenzionale accresce in modo rilevante i rischi di confusione, e quindi di contaminazione reciproca tra le filiere dell’organico e della plastica”.

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Cosa ne facciamo del compost?

Il compost, più correttamente definito ammendante compostato, è un prodotto che contribuisce ad accrescere la fertilità dei suoli, grazie all’elevata concentrazione di sostanza organica che lo caratterizza. In base alla tipologia di ammendante, viene destinato a diversi usi.

Se, ad esempio, deriva da soli scarti vegetali il compost viene prevalentemente venduto ad aziende che confezionano terricci per florovivaismo a livello hobbystico o professionale. Invece, l’ammendante derivato per esempio dagli scarti alimentari, cioè l’umido, viene in gran parte impiegato direttamente in agricoltura di pieno campo e in orticoltura.

Oggi in Italia si producono circa 2,2 milioni di tonnellate all’anno di compost, il cui sbocco principale, circa l’80%, è l’agricoltura di pieno campo; il restante 20% viene commercializzato per utilizzi nei settori del giardinaggio e del florovivaismo.

Fonte: Economia Circolare.com

Dal 1 gennaio, diventa obbligatoria la raccolta dell’umido in tutti i Comuni italiani

partire dal 1° gennaio 2022 in tutti i Comuni italiani diventa obbligatoria la raccolta differenziata dell’umido: gli scarti organici dovranno essere separati dagli altri rifiuti. Lo prevede l’articolo 182 ter del decreto legislativo 152/2006 che recepisce in Italia la direttiva europea 2018/851 in materia di rifiuti. L’entrata in vigore di questo obbligo anticipa di due anni un analogo impegno che sarà introdotto nel resto della Ue solo a inizio 2024.

L’entrata in vigore del provvedimento anticipa di due anni l’impegno degli altri Paesi europei

Ma non si parla solo degli scarti di cibo: nell’umido andranno conferiti anche gli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile certificati EN 13432. In questo modo, i sacchetti in bioplastica e gli imballaggi di frutta e verdura, le stoviglie , le posate e i bicchieri monouso compostabili potranno essere trasformati in compost. La disposizione impone ai Comuni italiani di attivare un servizio di raccolta differenziata dell’umido attraverso cestini riutilizzabili o sacchetti compostabili certificati a norma UNI EN 13432-2002.

Perchè la raccolta dell’organico è così importante?

Da un lato, aiuta la raccolta differenziata separando più rifiuti, dall’altro permette di buttare con meno frequenza l’indifferenziato, dal momento che la componente umida è quella che fa fermentare più velocemente i rifiuti nel cestino di casa. «La raccolta dell’organico è fondamentale perché offre un contributo essenziale alla massimizzazione dei tassi di raccolta differenziata. Senza l’organico non saremmo potuti arrivare al 65 per cento circa di raccolta differenziata raggiunto dall’Italia – spiega Enzo Favoino, ricercatore presso la Scuola Agraria del Parco di Monza e Coordinatore del Comitato Scientifico di Zero Waste Europe – Inoltre, separando bene l’organico, riduciamo la fermentescibilità dei rifiuti residui indifferenziati non riciclabili. Ciò permette ai Comuni di ridurne la frequenza di raccolta il che, oltre a ridurre i costi complessivi di raccolta, spinge i cittadini a separare meglio anche le altre frazioni riciclabili»

La classifica dei compost

Attualmente l’Italia è in cima alla classifica europea per la produzione di compost: la capacità del nostro sistema di compostaggio supera i 7 milioni di tonnellate, seconda solo alla Germania. Ad oggi, l’80% della popolazione è collegato con la raccolta dello scarto organico. Il nuovo obbligo renderà possibile estenderlo al 100%. «Dal punto di vista agronomico – prosegue Favoino – separare l’organico dal resto dei rifiuti è importante per restituire al terreno materia viva e fertile. La fertilità dei suoli dipende essenzialmente dalla presenza di sostanza organica. Non a caso, gli scienziati del suolo parlano di ‘stato di pre-desertificazione’ quando i terreni si impoveriscono eccessivamente di sostanza organica. Restituendo quest’ultima ai suoli, ne esaltiamo la fertilità sotto tutti i punti di vista: dalla capacità di ritenzione idrica, alle attività dei microorganismi del suolo, alla disponibilità degli elementi nutritivi».PUBBLICITÀ

Il compost fa bene all’ambiente

Ma a beneficiarne non è solo la produttività agricola: il compost gioca un ruolo anche nella lotta al cambiamento climatico. La sostanza organica, infatti, è fatta essenzialmente di carbonio, che se rilasciato nel suolo porta fertilità,quando viene rilasciato in atmosfera assume la forma di CO2, uno dei principali fattori che determinano l’effetto serra. «Maggiore sarà la quantità di compost prodotto e distribuito nei terreni, più efficace sarà la nostra lotta ai cambiamenti climatici», aggiunge Favoino.

Non dimentichiamo i sacchetti in bioplastica compostabile

Ma è importante ricordarsi di raccogliere l’umido sempre all’interno di sacchetti in bioplastica compostabile, o gli sforzi saranno inutili. Per supportare la raccolta differenziata e raggiungere gli obiettivi di riciclo organico, nel 2020 è stato costituito Biorepack, il consorzio di filiera del sistema Conai dedicato agli imballaggi in bioplastica compostabile, primo nel panorama europeo. «Biorepack deve fare in modo che gli imballaggi compostabili vengano raccolti assieme alla frazione umida e questo contribuisca al miglioramento qualitativo della raccolta – spiega Marco Versari, presidente di Biorepack – Biorepck ha recentemente firmato un accordo con ANCI che riconosce ai Comuni italiani, a fronte dell’organizzazione della raccolta differenziata, del trasporto e del trattamento dei rifiuti di imballaggi in bioplastica compostabile, determinati corrispettivi economici. Così facendo, garantiamo non solo vantaggi ai nostri concittadini ma garantiamo lo sviluppo di un’industria sostenibile, che realizza i prodotti in bioplastica compostabile e che rappresenta un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale».

Una scelta da leggere in ottica di bioeconomia

«La scelta compiuta dal Parlamento prima e dal Governo poi nel recepimento del pacchetto sull’economia circolare non è stata di certo casuale nè avventata – spiega Ilaria Fontana, sottosegretario al Ministero della Transizione Ecologica – Si tratta di una assunzione di responsabilità maturata dopo anni di virtuosa gestione della frazione organica nel nostro Paese che è in grado, già da anni, di trasformare residui (i cui impatti ambientali, odorigeni e climalteranti possono essere significativi), in una importante occasione di tutela delle nostre matrici ambientali e di transizione ecologica. Dobbiamo considerare tale passaggio legato alla raccolta obbligatoria dell’umido in tutto il Paese non solo in un’ottica di riciclo ma di bioeconomia»

Fonte: Corriere.it

È boom di plastica nella raccolta dell’umido, ma c’è una prima buona notizia

È boom di plastica nella raccolta dell’umido, ma c’è una qualche buona notizia: le bioplastiche – aumentate tantissimo pure loro – si compostano perfettamente. Sono tra le più interessanti questioni emerse dallo studio condotto da Consorzio italiano compostatori (Cic) e Corepla, nell’ambito dell’accordo annuale per le attività di monitoraggio relative alla quantità e qualità degli imballaggi in plastica e compostabili conferiti negli scarti di cucina e di giardino. Negli ultimi 3 anni – spiegano i due consorzi –  la presenza di bioplastiche compostabili nella raccolta degli scarti di cucina è più che triplicata (e va ricordato che in molte occasioni abbiamo sottolineato come questo stesse rappresentando anche un problema), passando dalle circa 27.000 t/anno (espresse sul secco) dell’indagine del 2016/2017 alle circa 83.000 t/anno di quella del 2019/2020.

Ma come detto aumenta – ed in peso è persino superiore – anche la plastica tradizionale che viene erroneamente conferita nell’umido, che passa dalle circa 65.000 t/anno (espresso sul secco) del 2016/2017 alle circa 90.000 t/anno del 2019/2020.

Lo studio, presentato dal direttore del Cic Massimo Centemero, ha monitorato la composizione del rifiuto organico così da quantificare la presenza di Materiale Compostabile (MC) quale scarti di cucina e di giardino, carta, plastica compostabile, e di Materiale Non Compostabile (MNC) rappresentato da plastica tradizionale, vetro, metalli, pannolini, cialde caffè, altro.

«Questo studio è fondamentale per capire come avviene la raccolta differenziata da parte dei cittadini. Di conseguenza, ci permette di valutare i comportamenti da adottare come consorzi per promuovere la corretta modalità di differenziazione sia degli imballaggi in plastica tradizionale che di quelli in plastica biodegradabile e compostabile, così da migliorare la raccolta differenziata e assicurare un riciclo di qualità da entrambe le parti», spiegano il presidente del Cic Flavio Bizzoni e il presidente del Corepla Antonello Ciotti.

Secondo l’analisi, l’umido proveniente dalle raccolte differenziate è costituito per il 94,8% da Materiale Compostabile. Le plastiche compostabili certificate UNI 13432 presenti nei rifiuti organici sono in aumento rispetto al 2016/2017: la loro incidenza è infatti passata dall’1,5% al 3,9%. Si tratta quasi esclusivamente di bioplastica flessibile rappresentata per oltre il 70% da imballaggi.

Lo studio ha confermato inoltre – ed è come dicevamo una prima buona notizia visto che, almeno in Toscana, le bioplastiche fino a un anno hanno dimostrato di mettere in difficoltà proprio il circuito di raccolta dei rifiuti organici –  l’assenza di bioplastiche nel compost a dimostrazione della effettiva degradazione della bioplastica negli impianti.

Secondo lo studio presentato da Cic e Corepla “non è stata rilevata bioplastica nel compost dei 27 impianti monitorati”, ma contando anche che in tutto il Paese ci sono 281 impianti di compostaggio, 35 di trattamento integrato aerobico e anaerobico e altri 23 di digestione anaerobica, è necessario sottolineare che non tutti gli impianti sono uguali. Così come non lo sono le bioplastiche.

I diversi tempi di compostaggio industriale fra i prodotti in bioplastica flessibile, quelli in bioplastica rigida ed i rifiuti organici, l’oggettiva difficoltà in fase di compostaggio di gestire bioplastiche con spessori e forme diverse (uno shopper è diverso da una posata!), sono tutti elementi di criticità: è evidente che il circuito di raccolta dei rifiuti organici è concepito per raccogliere ed avviare a recupero questo tipo di materiali e non è predisposto per assorbire quote crescenti di altri manufatti che non siano i sacchetti in bioplastica in cui vengono conferiti i rifiuti organici. Per questo un approccio integrato di filiera, che sappia risolvere i colli di bottiglia rimanenti per questa importante fetta di economia circolare, è di grande importanza; in tale senso lo studio congiunto Cic-Corepla è un primo segno incoraggiante.

Tornando ad esaminare i suoi risultati, i Materiali Non Compostabili presenti nell’umido rappresentano invece il 5,2%, con un leggero aumento del +0,3% rispetto al monitoraggio 2016/2017. L’incidenza della plastica rappresenta il 3,1% del totale: il 90% della plastica presente nell’umido è flessibile e circa il 50% dei manufatti in plastica è rappresentato da imballaggi.

L’indagine ha consentito inoltre di approfondire e conoscere meglio le abitudini degli italiani in relazione ai sacchi e ai sacchetti utilizzati per il conferimento della frazione umida. Rispetto al 2017 si nota un aumento interessante del 7% dei manufatti conformi alla norma. Il 63,8% dei sacchi per contenere l’umido è infatti compostabile.

Il guaio come detto è principalmente la plastica e in generale la frazione estranea che viene ancora rinvenuta nel materiale raccolto: «Dobbiamo purtroppo constatare – precisa Bizzoni – l’aumento della presenza dei materiali non compostabili (MNC), di cui le plastiche tradizionali rappresentano il 60%, nelle raccolte differenziate degli scarti di cucina e giardino. Solo negli scarti di cucina i MNC sono passati dalle circa 190.000 t/a rilevate nella precedente indagine del 2016/2017, alle circa 240.000 t/a di quella attuale (2019/2020). I dati raccolti evidenziano che il pur considerevole aumento della presenza dei manufatti flessibili in bioplastica compostabile da solo non è bastato a garantire la diminuzione delle plastiche tradizionali. Questa consistente presenza dei MNC provoca a tutta la filiera enormi costi per il loro smaltimento che, nel solo 2019, possono essere stimati in una cifra che va dai 90 ai 120 milioni di euro, con l’effetto inoltre di ‘trascinare’ allo smaltimento rilevanti quantità di materiale organico sottraendolo così alla produzione di compost di qualità. Ridurre drasticamente i MNC nel settore del biowaste, che recupera ogni anno il 40,4% del rifiuto urbano differenziato».

«L’analisi svolta insieme al CIC – ha detto il presidente di Corepla Antonello Ciotti – dimostra come, nonostante gli evidenti passi avanti compiuti, occorra proseguire nell’azione di sensibilizzazione e di informazione dei cittadini rispetto alle prassi di differenziazione dei rifiuti, anche a fronte dell’aumento dell’utilizzo di plastiche monouso avvenuto in concomitanza con l’emergenza sanitaria. È evidente la necessità di rafforzare il sistema italiano di trattamento sia delle plastiche compostabili che di quelle tradizionali, ampliando la capacità del sistema paese di trattare questo tipo di rifiuto».

Organico, Centemero: ‘In Italia mancano una cinquantina di impianti di compostaggio”

Ma cresce meno dell’anno precedente, mentre si mantiene cronica la mancanza di impianti, soprattutto al Centro e al Sud.

Sono 6,6 milioni le tonnellate di rifiuti organici (umido, verde e altre matrici organiche) provenienti dalla raccolta differenziata raccolti in Italia nel 2017. La raccolta dell’organico aumenta così dell’1,6%, che è però un incremento minore rispetto all’anno precedente. In ogni caso, quella dell’organico si conferma la frazione più importante per la Raccolta Differenziata del nostro Paese, rappresentando il 40,3% di tutte le raccolte. Lo calcola il CIC, Consorzio Italiano Compostatori, nell’annuale analisi sulla raccolta differenziata del rifiuto organico e degli impianti italiani, realizzata a partire dai dati del Rapporto Rifiuti ISPRA 2018. La buona notizia è che, in generale, «si è riscontrato un calo nella produzione dei rifiuti in Italia, scesi a 29,6 milioni di tonnellate (1,7% rispetto all’anno precedente) e la raccolta differenziata ha raggiunto una percentuale del 55,5%», spiega Massimo Centemero, direttore del CIC.

A livello nazionale il rifiuto organico pro capite intercettato si mantiene sopra i 100 kg, passando da 107 a 108: i quantitativi maggiori sono quelli delle regioni settentrionali (127 kg/abitante per anno), seguite dal Centro (114 kg/abitante per anno) e dal Sud (83 kg/abitante per anno).

«Bisogna continuare a lavorare soprattutto nelle regioni del Centro e del Sud per raggiungere l’obiettivo di 9.150.000 tonnellate di rifiuto organico raccolte al 2025, ovvero 150 kg/ab/anno», ribadisce Alessandro Canovai, Presidente CIC. «Sicuramente una spinta arriverà grazie al recepimento del Pacchetto sull’Economia Circolare approvato dalla Unione Europea nel giugno 2018 e che ha imposto come obbligatoria la raccolta differenziata del rifiuto organico entro il 2023».

Tuttavia, come abbiamo spesso sottolineato, è inutile o dannoso spingere ad aumentare la raccolta differenziata di qualsiasi tipo se prima non vengono potenzianti gli impianti di trattamento, che infatti mancano anche per i rifiuti organici.

Secondo il CIC, l’impiantistica in Italia è passata da 326 a 338 strutture, e ha consentito di trattare nel 2017 circa 7,4 milioni di tonnellate (+4%) considerando il trattamento, oltre all’umido e al verde, anche di altri materiali di scarto a matrice organica.

«L’impiantistica dedicata al trattamento del rifiuto organico al momento è in grado di soddisfare le esigenze di produzione nazionale, tuttavia emerge una concentrazione geografica degli impianti soprattutto nel Nord Italia», sottolinea Alessandro Canovai. «Questo squilibrio costringe il Centro e il Sud Italia a trasferire i propri rifiuti organici in altre regioni, con enorme dispendio di denaro e CO2. Per risolvere questo problema – aggiunge Canovai – stiamo lavorando insieme al Ministero dell’Ambiente per delineare un percorso strategico che definisca le aree in cui mancano gli impianti e su cui intervenire con tempestività».

Inoltre, emerge in particolare l’andamento della digestione anaerobica, che nel 2017 ha trattato più del 50% dell’umido raccolto in forma differenziata. «Il trattamento delle frazioni organiche selezionate con la digestione anaerobica permette non soltanto di recuperare materia ma anche energia: oltre al compost che si utilizza come fertilizzante naturale si ottiene infatti anche il biogas, che può essere trasformato in biometano per l’immissione in rete», sottolinea Massimo Centemero. «Recentemente il CIC si è fatto promotore di un’altra filiera di potenziale sviluppo per il settore: la produzione di Biometano. I risultati non hanno tardato ad arrivare, tra il 2017 e il 2018 sono entrati in funzione, primi in Italia, 8 impianti consorziati CIC (di cui 2 sperimentali) in grado di produrre biometano esclusivamente dal trattamento dei rifiuti organici della raccolta differenziata urbana e di immettere il biometano nella rete di nazionale o di impiegarlo per l’autotrazione».

Al primo posto per quantità di frazione organica raccolta si conferma la Lombardiacon 1,2 milioni di tonnellate annue, nonostante una leggera flessione rispetto all’anno precedente quando la raccolta si attestava su 1,3 milioni. In calo, ma stabile al secondo posto, anche il Veneto con 764.000 tonnellate. Al terzo posto l’Emilia Romagna (708.000 t), seguita a breve distanza dalla Campania (678.000 t). Interessanti i dati registrati nel Lazio (532.000 t) e in Sicilia (208.000 t), dove la raccolta della frazione organica è aumentata rispettivamente di 27.000 t e 67.000 t.

Secondo le stime del CIC, dai rifiuti organici raccolti nel corso del 2017 sono stati prodotte quasi 2 milioni di tonnellate di compost, il 64% da compostaggio e il restante 36% da digestione anaerobica e successivo compostaggio, che hanno contribuito a stoccare nel terreno 600mila tonnellate di sostanza organica e risparmiare 3,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalente/anno rispetto all’avvio in discarica. «Il compost è uno strumento efficace contro erosione, impermeabilizzazione, perdita di materia organica, perdita di biodiversità e contaminazione», sottolinea Massimo Centemero. «Promuovere le buone pratiche per la raccolta dei rifiuti organici significa anche difendere il suolo: entro il 2025 si produrrà 1 milione di tonnellate di compost in più all’anno».

Il Biometano si sta affermando come un altro prodotto della filiera del riciclo organico. I biodigestori possono produrre oltre al compost anche biometano, che rappresenta una fonte di combustibile naturale e chiaramente una preziosa e innovativa fonte di energia rinnovabile. Si prevedono sviluppi ulteriori per questo prodotto che potrebbe, entro il 2019, raggiungere una produzione nazionale 200 milioni di metri cubi.

Il settore biowaste ha infine importanti ricadute economiche e occupazionali: nel 2016, secondo le proiezioni del Consorzio Italiano Compostatori, il volume d’affari generato dal biowaste è stato pari a 1.8 Mld di euro di fatturato, mentre i posti di lavoro generati sono stati 9.800 (+9% rispetto all’anno precedente): in pratica 1,5 posti di lavoro ogni 1.000 t di rifiuto organico. «La filiera del rifiuto organico coinvolge numerose attività, dai servizi di raccolta e trasporto, ai servizi di studio, ricerca e progettazione e delle tecnologie per il trattamento del rifiuto organico. Con una raccolta differenziata a regime in tutta Italia si potrebbe arrivare a 13.000 addetti e 2,56 Mld di euro, comprensivi dell’indotto generato», conclude Centemero.

Fonte: Michela Dell’Amico per People for Planet

Raccolta, impianti e riciclo, tutti i numeri dell’organico

Cresce la raccolta dei rifiuti organici. In particolare, nel 2017 sono 6,6 milioni le tonnellate di rifiuti organici (umido, verde e altre matrici organiche) provenienti dalla raccolta differenziata, con un aumento dell’1,6%. E’ quanto emerge dall’annuale analisi sulla raccolta differenziata del rifiuto organico e degli impianti italiani, realizzata dal Cic, Consorzio Italiano Compostatori, a partire dai dati del Rapporto Rifiuti Ispra 2018.

La raccolta dell’organico registra un minore incremento rispetto all’anno precedente anche se si segnala che il trend della raccolta della frazione umido mantiene gli stessi andamenti mentre è la frazione verde che rimane costante nei due anni a confronto. In ogni caso quella dell’organico (umido e verde) si conferma la frazione più importante per la Raccolta Differenziata nel Paese rappresentando il 40,3% di tutte le raccolte.

“In generale, si è riscontrato un calo nella produzione dei rifiuti in Italia, scesi a 29,6 milioni di tonnellate (-1,7% rispetto all’anno precedente) e la raccolta differenziata ha raggiunto una percentuale del 55,5%”, spiega Massimo Centemero, direttore del Cic.

A livello nazionale il dato procapite di rifiuto organico intercettato si man-tiene sopra i 100 kg, passando da 107 a 108: i quantitativi maggiori sono quelli delle regioni settentrionali (127 kg/abitante per anno), seguite dal Centro (114 kg/abitante per anno) e dal Sud (83 kg/abitante per anno).

“Bisogna continuare a lavorare soprattutto nelle regioni del Centro e del Sud per raggiungere l’obiettivo di 9.150.000 tonnellate di rifiuto organico raccolte al 2025, ovvero 150 kg/ab/anno”, ribadisce Alessandro Canovai, presidente Cic. “Sicuramente una spinta arriverà grazie al recepimento del Pacchetto sull’Economia Circolare approvato dalla Unione Europea nel giugno 2018 e che ha imposto come obbligatoria la raccolta differenziata del rifiuto organico entro il 2023”.

Lombardia in testa

Al primo posto per quantità di frazione organica raccolta si conferma la Lombardia, con 1,2 milioni di tonnellate annue, nonostante una leggera flessione rispetto all’anno precedente quando la raccolta si attestava su 1,3 milioni. In calo, ma stabile al secondo posto, anche il Veneto con 764.000 tonnellate. Al terzo posto l’Emilia Romagna (708.000 t), seguita a breve distanza dalla Campania (678.000 t). Interessanti i dati registrati nel Lazio (532.000 t) e in Sicilia (208.000 t), dove la raccolta della frazione organica è aumentata rispettivamente di 27.000 t e 67.000 t.

Al centro sud pochi impianti

L’impiantistica dedicata al trattamento del rifiuto organico in Italia è passata da 326 a 338 strutture ed ha consentito di trattare nel 2017 circa 7,4 milioni di tonnellate (+4%) considerando il trattamento, oltre all’umido e al verde, anche di altri materiali di scarto a matrice organica. “L’impiantistica dedicata al trattamento del rifiuto organico al momento è in grado di soddisfare le esigenze di produzione nazionale, tuttavia emerge una concentrazione geografica degli impianti soprattutto nel Nord Italia”, sottolinea Alessandro Canovai.

“Questa squilibrio costringe il Centro e il Sud Italia a trasferire i propri ri-fiuti organici in altre regioni con enorme dispendio di denaro e CO2. Per risolvere questo problema – aggiunge Canovai – stiamo lavorando insieme al Ministero dell’Ambiente per delineare un percorso strategico che definisca le aree in cui mancano gli impianti e su cui intervenire con tempestività”.

Inoltre, emerge in particolare l’andamento della digestione anaerobica, che nel 2017 ha trattato più del 50% dell’umido raccolto in forma differenziata. “Il trattamento delle frazioni organiche selezionate con la di-gestione anaerobica permette non soltanto di recuperare materia ma anche energia: oltre al compost che si utilizza come fertilizzante naturale si ottiene infatti anche il biogas, che può essere trasformato in biometano per l’immissione in rete”, sottolinea Massimo Centemero.

“Recentemente il Cic si è fatto promotore di un’altra filiera di potenziale sviluppo per il settore: la produzione di Biometano. I risultati non hanno tardato ad arrivare, tra il 2017 e il 2018 sono entrati in funzione, primi in Italia, 8 impianti consorziati Cic (di cui 2 sperimentali) in grado di produrre biometano esclusivamente dal trattamento dei rifiuti organici della raccolta differenziata urbana e di immettere il biometano nella rete di nazionale o di impiegarlo per l’autotrazione”.

Dall’organico 2 mln di t di compost nel 2017

Secondo stime del Cic dai rifiuti organici raccolti nel corso del 2017 sono stati prodotte quasi 2 milioni di tonnellate di compost, il 64% da compostaggio e il restante 36% da digestione anaerobica e successivo compostaggio, che hanno contribuito a stoccare nel terreno 600.000 t di sostanza organica e risparmiare 3,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalente/anno rispetto all’avvio in discarica.

“Il compost è uno strumento efficace contro erosione, impermeabilizzazione, perdita di materia organica, perdita di biodiversità e contaminazione”, sottolinea Massimo Centemero. “Promuovere le buone pratiche per la raccolta dei rifiuti organici significa anche difendere il suolo: entro il 2025 si produrrà 1 milione di tonnellate di compost in più all’anno”.

Il biometano si sta affermando come un altro prodotto della filiera del riciclo organico. I biodigestori possono produrre oltre al compost anche biometano che rappresenta una fonte di combustibile naturale e chiara-mente una preziosa ed innovativa fonte di energia rinnovabile. Si prevedono sviluppi ulteriori per questo prodotto che potrebbe, entro il 2019, raggiungere una produzione nazionale 200 milioni di m3.

Ogni cittadino italiano che si impegna per la raccolta del rifiuto organico può vedere trasformato questo rifiuto in un prodotto, il biometano, necessario a percorrere circa 100-120 km/anno. Il settore biowaste ha importanti ricadute economiche ed occupazionali: nel 2016, secondo le proiezioni del Consorzio Italiano Compostatori, il volume d’affari generato dal biowaste è stato pari a 1.8 miliardi di euro di fatturato, mentre i posti di lavoro generati 9.800 (+9% rispetto all’anno precedente): in pratica 1,5 posti di lavoro ogni 1.000 t di rifiuto organico.

“La filiera del rifiuto organico coinvolge numerose attività, dai servizi di raccolta e trasporto, ai servizi di studio, ricerca e progettazione e delle tecnologie per il trattamento del rifiuto organico. Con una raccolta differenziata a regime in tutta Italia si potrebbe arrivare a 13.000 addetti e 2,56 miliardi di euro comprensivi dell’indotto generato”, conclude Centemero.

Fonte: ADN Kronos