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EU, nuovo piano d’azione per l’Economia circolare

Il 10 febbraio 2021, il Parlamento Europeo ha deliberato la Risoluzione del Parlamento europeo sul nuovo piano d’azione per l’economia circolare (2020/2077(INI)).

Nel documento (punto 3) si sottolinea l’opportunità intrinseca dell’economia circolare per tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea: “sottolinea che l’economia circolare può fornire soluzioni alle nuove sfide provocate e messe in evidenza dalla crisi della pandemia da COVID-19, rafforzando le catene del valore all’interno dell’UE e riducendone la vulnerabilità, e rendendo gli ecosistemi industriali europei più resilienti e sostenibili nonché competitivi e redditizi”.

Un passaggio fondamentale è quello al punto 8) dove il Parlamento EU “esorta la Commissione a introdurre entro il 2021 indicatori di circolarità armonizzati, comparabili e uniformi, che comprendano indicatori relativi all’impronta dei materiali e all’impronta dei consumi nonché una serie di sottoindicatori sull’efficienza delle risorse e i servizi ecosistemici; precisa che questi indicatori dovrebbero misurare il consumo di risorse e la produttività di queste ultime, includendo le importazioni e le esportazioni a livello dell’UE, degli Stati membri e dell’industria, nonché essere coerenti con metodologie armonizzate di valutazione del ciclo di vita e di contabilizzazione del capitale naturale; aggiunge che dovrebbero essere applicati in tutte le politiche dell’Unione e a livello degli strumenti finanziari e delle iniziative di regolamentazione“;

Inoltre al punto 96), viene nuovamente fatto riferimento alla gerarchia dei rifiuti, già segnalata e indicata nella Direttiva 98/2008 e si: “sottolinea l’importanza di assegnare la priorità innanzitutto alla prevenzione dei rifiuti, in linea con la gerarchia dei rifiuti dell’UE, nell’ambito delle politiche in materia sia di prodotti che di rifiuti; invita la Commissione a proporre obiettivi vincolanti per la riduzione complessiva dei rifiuti e per la riduzione dei rifiuti in specifici flussi di rifiuti e gruppi di prodotti, nonché obiettivi volti a limitare la produzione di rifiuti residui, nella revisione della direttiva quadro sui rifiuti e della direttiva sulle discariche, prevista per il 2024; ritiene che gli obiettivi relativi alla preparazione per il riutilizzo e quelli di riciclaggio dovrebbero essere separati al fine di attribuire alla preparazione per il riutilizzo la priorità che riveste nella gerarchia dei rifiuti”.

Un forte richiamo viene anche diretto agli Stati Membri dell’Unione Europea e anche alla Commissione europea, visto il loro significativo ruolo di coordinatori e promotori dell’economia circolare stessa. In particolare al punto 53) si:” sottolinea la necessità di coerenza politica tra le misure esistenti e quelle future a livello dell’UE e degli Stati membri, al fine di garantire il conseguimento degli obiettivi del piano d’azione e di assicurare la certezza economica e degli investimenti per le tecnologie, i prodotti e i servizi circolari, che favoriranno anche la competitività e l’innovazione dell’UE; invita la Commissione ad affrontare eventuali incoerenze o barriere normative esistenti o incertezze giuridiche che ostacolano la piena realizzazione di un’economia circolare; chiede incentivi economici quali la tariffazione delle emissioni di CO2, la responsabilità estesa del produttore con l’ecomodulazione delle tariffe e degli incentivi fiscali, nonché altri incentivi finanziari che promuovano scelte sostenibili da parte dei consumatori” (SC)

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Usa e getta o permanenti? LCA definitiva

Il tema del “Plastic free”, oggetto dell’ultimo volume monografico di ESPER “Plastic Free? Lotta al monouso e corretta gestione della plastica“, ha animato l’ultima estate pre-covid, con un alto numero di ordinanze Comunali (spesso oggetto di ricorsi e sottoposte a revisioni). L’individuazione di un nemico in un materiale e non nel suo utilizzo rischia di portare ad una sostituzione 1 a 1 con materiali compostabili che allevierebbero leggermente il problema, senza tuttavia risolverlo.
Nelle ultime settimane, hanno inoltre fatto scalpore (e si sono guadagnate grandi titoli su giornali e una significativa evidenza su tutti i media) analisi LCA con cui si affermava che l’usa e getta fosse ambientalmente più vantaggioso del permanente. Un’analisi assai discutibile e basata su premesse opinabili a cui ha fatto seguito la risposta di Zero Waste Europe.

Oggi arriva la risposta istituzionale.

In risposta alla richiesta degli Stati membri alla quarta sessione dell’Assemblea dell’Ambiente delle Nazioni Unite nel marzo 2019, il rapporto “Addressing Single-Use Plastic Products Pollution using a Life Cycle Approach” descrive le azioni intraprese dagli Stati membri per affrontare l’inquinamento da prodotti in plastica monouso (SUPP) e
una sintesi delle raccomandazioni di una serie di meta-studi LCA sugli impatti ambientali dell’intero ciclo di vita dei prodotti in plastica monouso rispetto alle loro alternative.
Una scoperta critica di questo lavoro è che il “monouso” è più problematico della “plastica”. Gli Stati membri sono incoraggiati a sostenere, promuovere e incentivare le azioni che portano a mantenere le risorse nell’economia al loro massimo valore il più a lungo possibile, sostituendo i prodotti di plastica monouso con prodotti riutilizzabili come parte di un approccio di economia circolare. Questo richiederà un cambiamento dei sistemi. (SC)

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Plastica, cresce la preoccupazione per ambiente e clima: quali strategie può adottare l’Europa per invertire la tendenza?

Sebbene negli ultimi anni la consapevolezza, la preoccupazione e le iniziative in materia di smaltimento della plastica nell’ambiente marino e altrove siano cresciute enormemente, sono numerosi gli ulteriori (e meno noti) impatti della plastica, tra cui il suo ruolo nel determinare i cambiamenti climatici e le nuove problematiche connesse alla pandemia di COVID-19. A questa conclusione giunge la relazione dell’AEA dal titolo «Plastics, the circular economy and Europe′s environment – A priority for action» (La plastica, l’economia circolare e l’ambiente in Europa: un ambito di intervento prioritario).

La relazione analizza la produzione, il consumo e il commercio di plastica nonché il relativo impatto ambientale e climatico durante il suo ciclo di vita, oltre a esaminare le possibilità di una transizione verso un’economia circolare di tale materiale attraverso tre percorsi che coinvolgono i responsabili politici, il settore di produzione e i consumatori.

«Le sfide poste dalla plastica sono dovute in larga misura al fatto che i nostri sistemi di produzione e di consumo non sono sostenibili. La pandemia di COVID-19 e i cambiamenti climatici hanno amplificato l’attenzione dell’opinione pubblica verso la crisi causata dai rifiuti in plastica che ci troviamo ad affrontare. È chiaro che la strategia migliore debba prevedere il passaggio a un’economia della plastica fondamentalmente sostenibile e circolare, in cui la utilizziamo in modo molto più responsabile, migliorandone il riutilizzo e il riciclaggio. Inoltre, quanto sopra dovrebbe iniziare da una produzione di plastica a partire da materie prime rinnovabili», ha dichiarato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA.

La relazione evidenzia che la produzione, l’uso e il commercio di plastica non smettono di crescere. Un numero crescente di politiche e iniziative dell’UE sono in atto per affrontare le problematiche poste dalla plastica, in particolare quella monouso, è già in atto. Nel 2018 la Commissione europea ha presentato la prima strategia globale al mondo sulla plastica in un’economia circolare, che delinea l’approccio dell’UE per affrontare le problematiche poste da tale materiale, seguita nel 2019 dalla direttiva sui prodotti di plastica monouso.

La relazione dell’AEA ipotizza tre percorsi per il futuro: un uso più intelligente della plastica, una maggiore circolarità e il ricorso a materie prime rinnovabili. Adottate insieme, tali strategie possono contribuire a un uso sistematico della plastica sostenibile e circolare. Oltre alla relazione vengono pubblicate oggi due note informative su questioni correlate: plastica e materie tessili e attuazione di modelli economici circolari.

Pandemia di COVID-19 e plastica

La pandemia di coronavirus ha provocato cambiamenti a livello di produzione e consumo di plastica nonché dei relativi rifiuti. Le mascherine di plastica svolgono un ruolo essenziale nel limitare l’ulteriore diffusione della COVID-19. Tuttavia, il brusco aumento dei rifiuti di plastica dovuto alla domanda di mascherine e guanti nonché l’evoluzione della produzione e dell’uso di prodotti di plastica monouso (come i contenitori da asporto per alimenti e gli imballaggi di plastica usati per le vendite online) possono compromettere a breve termine l’impegno dell’UE inteso a ridurre l’inquinamento da plastica e passare a un uso sistematico di tale materiale più sostenibile e circolare.

Produzione industriale di plastica: un ulteriore fattore di accelerazione dei cambiamenti climatici

Il consumo e la produzione di plastica comportano il ricorso a grandi quantità di combustibili fossili, con gravi conseguenze per l’ambiente e l’evoluzione dei cambiamenti climatici. A ciò si aggiunge il fatto che il rallentamento dell’attività economica ha determinato un brusco calo dei prezzi mondiali del petrolio; ne è conseguito un notevole decremento dei costi di produzione degli articoli in plastica a partire da materiali fossili grezzi rispetto all’utilizzo di plastica riciclata. Se la produzione e l’utilizzo di plastica continueranno ad aumentare come previsto, entro il 2050 sarà ascrivibile a tale settore industriale il 20 % del consumo mondiale di petrolio: un netto aumento rispetto all’attuale 7 %.

In base alla relazione, i dati dell’inventario dei gas a effetto serra dell’AEA evidenziano che le emissioni annue connesse alla produzione di plastica nell’UE ammontano a circa 13,4 milioni di tonnellate di CO2, pari a circa il 20 % delle emissioni dell’industria chimica in tutta l’Unione. La sostenibilità economica del mercato europeo e mondiale del riciclaggio della plastica è attualmente sottoposta a forti pressioni. Anche la riduzione della domanda di plastica riciclata da parte del mercato ha reso più difficile a molti comuni europei gestire in modo sostenibile le proprie prassi in materia di rifiuti; di conseguenza, opzioni di smaltimento dei rifiuti meno adeguate sono utilizzate per quantità notevoli di rifiuti di plastica.

Tessuti sintetici: un problema crescente

Il problema della plastica è attribuibile in parte alla produzione di tessuti in fibre sintetiche come il poliestere e il nylon. Secondo una nota informativa separata dell’AEA relativa alla plastica nei tessuti, i consumatori dell’UE gettano circa 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili l’anno (più o meno 11 chilogrammi a persona), di cui circa due terzi sono in fibre sintetiche. In base ai dati disponibili dal 2017, le famiglie europee hanno consumato circa 13 milioni di tonnellate di prodotti tessili (abbigliamento, calzature e tessili per la casa). I tessuti a base di plastica rappresentano circa il 60 % dell’abbigliamento e il 70 % dei tessili per uso domestico. La promozione di scelte sostenibili in materia di fibre e il controllo delle emissioni di microplastiche, nonché il miglioramento della raccolta differenziata, del riutilizzo e del riciclaggio, hanno il potenziale per migliorare la sostenibilità e la circolarità dei tessuti sintetici in un’economia circolare.

Modelli economici circolari: un possibile fattore di contrasto alla produzione e al consumo non sostenibili di plastica

Cambiare i modelli economici tradizionali per renderli più circolari, consentendo il riutilizzo di materiali e prodotti e la loro permanenza nell’economia il più a lungo possibile, suscita un interesse crescente e racchiude opportunità interessanti. Una nota informativa dell’AEA dal titolo «A framework for enabling circular business models in Europe» (Un quadro verso l’attuazione di modelli economici circolari in Europa), anch’essa pubblicata oggi, individua le iniziative che possono servire ad attuare efficacemente modelli economici circolari, delineando inoltre i fattori che ne consentano l’attuazione su vasta scala nell’ambito del passaggio atteso a un’economia circolare. Prerogativa di tale transizione sarà l’esistenza di politiche di sostegno adeguate e l’adozione di comportamenti forieri di cambiamento a livello di consumi e politiche di informazione.

Fonte: Eco dalle Città

Plastic Tax, pubblicato il regolamento in Gazzetta Ufficiale UE

Scatterà da gennaio in Europa e da luglio nel nostro Paese; 80 centesimi al kg sui rifiuti plastici non riciclati

La plastic tax costerà 0,80 euro per chilogrammo da applicare ai rifiuti plastici da imballaggi non riciclati e dovrà essere versata dai Paesi UE a partire da gennaio.  Lo segnala il regolamento pubblica sulla Gazzetta Ufficiale europea.

Come funziona
I contributi, applicati a livello di singolo stato, saranno calcolati dalla Commissione Europea e l’introito verrà utilizzato per finanziare il piano di ripresa economica in seguito alla pandemia Covid-19. La plastic tax può essere pagata dal Paese, invece che dai singoli individui o società. I singoli stati-nazione, tuttavia, possono cercare di reintegrare la quota versata mediante l’imposizione di tasse. Entro il 15 aprile di ogni anno, ogni stato dovrà trasmettere alla Commissione, le previsioni concernenti il peso dei rifiuti di imballaggio di plastica che non saranno riciclati per l’anno in corso e l’anno successivo. Entro il 31 luglio di ogni anno, ogni stato membro trasmette alla Commissione un estratto annuale relativo al secondo anno precedente l’anno corrente che fornisce i dati statistici relativi al peso dei rifiuti di imballaggio di plastica prodotti e il peso di tali rifiuti di imballaggio di plastica che sono stati riciclati, in chilogrammi.

Come è noto in Italia si è deciso di far scattare la plastic tax a partire dal mese di luglio 2021, così sollecitato da diverse associazioni di categoria come la Federazione Gomma Plastica/Unionplast e le stesse Organizzazioni Sindacali Filctem/Cgil, Femca/Cisl e Uiltec/Uil.

Fonte: e-gazette

“Basta fondi Ue a inceneritori e discariche”. L’Europa dà priorità all’economia circolare

Arriva lo stop dall’Europa all’utilizzo dei fondi strutturali per finanziare nuovi inceneritori e nuove discariche, ovvero la parte finale del ciclo indifferenziato dei rifiuti. La notizia era nell’aria da tempo ma ora c’è l’ufficialità: dopo un ampio confronto sono stati approvati i testi finali sui criteri di impiego del Just Transition Fund (Jtf) e dei nuovi criteri per i fondi regionali del Cohesion Fund. Un risultato epocale, che sarà applicato al periodo 2021-2027 e riguarderà tutti gli Stati membri, con particolare attenzione alle comunità meno sviluppate.

D’ora in poi si finanziano le vere priorità

“A ciò si è giunti dopo la cosiddetta trilaterazione – commenta Enzo Favoinoreferente scientifico di Zero Waste Europe – vale a dire il confronto tra le istituzioni comunitarie: Consiglio, Commissione e Parlamento. Si tratta di una decisione fondamentale perché in questo modo le istituzioni comunitarie colmano il disallineamento tra gli impegni contenuti nell’Agenda sulla Economia Circolare e sulla lotta al cambiamento climatico, da un lato, e i meccanismi di erogazione dei fondi, dall’altro, dato che questi ultimi invece continuavano a dare priorità a combustibili fossili e gestione lineare dei rifiuti. Vale la pena poi far notare che siamo di fronte a un notevole impegno di spesa. Fino a qualche anno fa i Fondi regionali, impiegati per le aree più arretrate e spesso anche per le regioni del Sud Italia, andavano soprattutto ai gradini più bassi della gerarchia dei rifiuti, ovvero discariche e inceneritori, rendendoli irragionevolmente convenienti. Ora invece sul capitolo rifiuti i fondi andranno ai livelli superiori della gerarchia, inclusi non solo riciclo e  compostaggio, ma anche azioni intese a riduzione e riuso”.

Per l’Italia 937 milioni 

Va ancora meglio col più noto Just Transition Fund, il Fondo nato nell’ambito del Meccanismo per la transizione equa per aiutare le regioni più povere dell’UE a muoversi verso un’economia a emissioni zero, attraverso una progressiva riduzione del consumo di combustibili fossili e il passaggio a tecnologie meno inquinanti in tutti i settori. Per il periodo 2021-2027 l’Italia potrebbe contare su 937 milioni di euro dal Just Transition Fund. Questo fondo stanzia 7,5 miliardi di euro e per ogni euro destinato a uno Stato ci si aspetta che sia integrato con una cifra tra gli 1,3 e i 3 euro derivanti dai fondi regionali per la coesione.

“Tutte le attività sostenute dovrebbero essere portate avanti nel pieno rispetto delle priorità climatiche e ambientali dell’Unione – si legge nel testo relativo al Jtf – L’elenco degli investimenti dovrebbe includere quelli che supportano le economie locali e sono sostenibili a lungo termine, tenendo conto di tutti gli obiettivi del Green Deal. I progetti finanziati dovrebbero contribuire a una transizione verso un’economia climaticamente neutra e circolare, comprese misure volte ad aumentare l’efficienza delle risorse. Tuttavia, le attività incluse nella gerarchia inferiore dell’economia circolare, come l’incenerimento dei rifiuti, non devono essere incluse”.

Sostegno alla transizione

“Per i settori in declino – si legge ancora nel documento – come la produzione di energia basata su carbone, lignite, torba e scisti bituminosi o attività di estrazione di questi combustibili fossili solidi, il sostegno dovrebbe essere collegato alla graduale eliminazione dell’attività e alla corrispondente riduzione del livello di occupazione. Per quanto riguarda i settori in trasformazione con elevati livelli di emissioni di gas a effetto serra, il sostegno dovrebbe promuovere nuove attività attraverso la diffusione di nuove tecnologie, nuovi processi o prodotti, portando a una significativa riduzione delle emissioni, in linea con gli obiettivi climatici dell’UE per il 2030 e la neutralità climatica dell’UE entro il 2050″.

Fonte: Economia Circolare

Pacchetto Ecodesign, quegli emendamenti pericolosi per il diritto a riparare

Presentati come correttivi ad aspetti tecnici minori, alcuni emendamenti all’insieme di norme sull’ecoprogettazione e riparabilità di dispositivi elettronici nascondono la possibilità di saldare alcune parti e dunque renderli non riparabili. Vallauri, Repair.eu: “A rischio il Right to repair”. Domani il voto degli Stati membri

Domani 10 novembre gli Stati membri dell’Unione europea sono chiamati a esprimersi sull’approvazione degli emendamenti al Pacchetto sull’ecodesign, quell’insieme di norme – approvato a ottobre del 2019 – che porterà molti prodotti a essere progettati in un’ottica circolare, sostenibile e a impatto zero. Secondo questo regolamento, che entrerà in vigore nella primavera del 2021, le aziende dovranno garantire la riparabilità di molti elettrodomestici e di alcuni dispostivi elettronici, contribuendo in questo modo alla riduzione dei rifiuti, all’efficienza energetica e al contrasto dell’obsolescenza programmata.

Riparabilità a rischio

Per i cittadini europei, un primo e reale riconoscimento del diritto alla riparazione passa anche per l’appuntamento in programma domani, con il voto a maggioranza qualificata degli Stati membri dell’Unione. Si tratta di una votazione a porte chiuse che coinvolge istituzioni di ricerca e tecnici delegati da ogni Paese, una tappa obbligata che ha l’obiettivo di facilitare l’attuazione del pacchetto ecodesign, attraverso una revisione dei testi e una correzione di “aspetti tecnici minori”, come riportato nella nota dell’UE.  Ma alcune proposte di emendamento, lungi dal correggere errori formali e questioni secondarie potrebbero diventare un ostacolo alla riparabilità e allo smontaggio dei prodotti. A segnalare questo rischio è stata Repair.eu, la coalizione che raccoglie più di 30 associazioni europee attive nella campagna Right to repair, una mobilitazione che in questi anni ha contribuito a dare centralità al tema della riparabilità in tanti tavoli istituzionali.

“Alcune modifiche sono il frutto delle pressioni di associazioni di categoria e delle aziende produttrici che puntano a escludere categorie di prodotti dai regolamenti sulla riparabilità”, spiega a EconomiaCircolare.com Ugo Vallauri, uno dei coordinatori di Repair.eu. Più che una correzione, dunque, secondo Repair.eu gli emendamenti proposti contengono un tentativo di riscrittura delle norme approvate a ottobre dell’anno scorso. Di fatto, tenendo in considerazione l’allarme lanciato dalla comunità dei riparatori, con una lettura approfondita di alcuni emendamenti si trovano termini ed elaborazioni che suggeriscono di rivedere alcuni obblighi dei produttori in materia di riparabilità e di smontaggio di alcuni componenti. “Per esempio c’è una revisione delle norme su alcuni pezzi di ricambio dei televisori – precisa Vallauri – che punta a non applicare l’obbligo della riparabilità per le batterie e gli accumulatori”. A livello pratico, se venisse approvato un emendamento del genere, i consumatori avrebbero grandi difficoltà a trovare pezzi di ricambio o a sostituire questi componenti dal proprio televisore, perché verrebbero saldati.

Quelle saldature sospette

Repair.eu, in un comunicato diffuso di recente, ha segnalato un altro emendamento, quello sul concetto di display professionale: in sostanza uno degli emendamenti propone di escludere dai criteri di riparabilità e di smontaggio i monitor “progettati e commercializzati per uso professionale per l’editing di video e immagini grafiche”. Inoltre, l’emendamento in questione propone di includere in questa categoria gli schermi utilizzati in luoghi pubblici e all’aperto.

Come si fa ad aiutare i cittadini con la riparabilità dei prodotti se alcune parti restano saldate? Perché si cerca di inserire questi emendamenti all’interno dei regolamenti che dovrebbero puntare ad allungare la vita dei prodotti? Sono queste le domande che si pongono i riparatori alla vigilia di un voto che potrebbe indebolire il pacchetto ecodesign. “Il testo sull’ecodesign è da migliorare, da rendere più leggibile in modo che possa essere recepito e attuato nei vari Paesi. Dobbiamo invece rifiutare gli emendamenti che riducono la riparabilità dei prodotti perché significa impoverire il testo e giocare al ribasso”, esorta Vallauri.

La rete che ha lottato per il riconoscimento del Right to repair ricorda anche che le norme sull’ecodesign sono il risultato di mediazioni e negoziazioni con rappresentanti della società civile, imprese e istituzioni. “I regolamenti sulla progettazione ecocompatibile del 2019 sono stati discussi e adottati in modo partecipativo e già votati da tutti i paesi membri. La Commissione dovrebbe concentrarsi sulla difesa delle regole che hanno segnato l’inizio della fine della cultura dello scarto e dovrebbe introdurre soltanto i cambiamenti necessari a migliorare le regole concordate in precedenza”, scrive la comunità dei riparatori.

Il pressing di alcune case produttrici

Ma è proprio sul testo definitivo, su questo risultato di mediazioni che alcune case produttrici di elettrodomestici cercano un’ultima possibilità di revisione. La conferma arriva dai commenti presenti sulla nota dell’Unione europea che riporta le proposte da emendare. Società come Dell e LG, realtà leader nella produzione di monitor e server, in vista delle votazioni di domani stanno suggerendo di approvare le modifiche che escludono gli obblighi di riparabilità per alcuni prodotti. L’influenza e il peso delle aziende allontaneranno l’ambizione e il riconoscimento universale del Right to repair? La risposta a questa domanda sta nel risultato delle votazioni di domani, e il monito della rete dei riparatori è rivolto soprattutto a chi è chiamato a rappresentare gli Stati membri: “Ci auguriamo che gli Stati membri considerino queste proposte regressive e deludenti e dirigano il testo finale verso gli obiettivi ambientali e climatici che ci siamo posti a livello europeo”. E per quanto riguarda l’Italia Ugo Vallauri aggiunge che il nostro Paese “ha un ruolo molto importante da giocare nella votazione di martedì. Ci auguriamo che l’Enea, che rappresenta il Ministero per lo Sviluppo Economico in queste votazioni, faccia la sua parte e non sostenga emendamenti che riducano il nostro diritto a riparare”.

Fonte: Economia Circolare

Il Parlamento UE chiede per i consumatori il “diritto alla riparazione”

La Commissione per il mercato interno di Strasburgo ha proposto una serie di misure per rafforzare la protezione dei consumatori e migliorare sicurezza e sostenibilità dei prodotti

Un diritto alla riparazione dei prodotti, ma anche chiare date di scadenza e standard di sicurezza più alti. Queste le nuove richieste provenienti dal Parlamento Europeo e indirizzate a Bruxelles.

L’ultime norme europee sull’ecodesign ha dato una vigorosa smossa alla sostenibilità del mercato, introducendo nuove etichette energetiche e criteri riparabilità. Peccato che i regolamenti in questione riguardassero solo 10 classi dieci di apparecchi elettrici ed elettronici. Per tutti gli altri beni e prodotti, si dovranno attendere i frutti del Piano d’azione per l’economia circolare UE. Parliamo del pacchetto di misure annunciato dalla Commissione Europea lo scorso 11 marzo. Il piano contiene una serie di interventi, anche legislativi, da attuare nei prossimi anni e inerenti l’intero ciclo di vita del prodotto; con l’obiettivo di migliorarne durabilità, riusabilità, riparabilità e sicurezza.

Sul tema sono tornati ieri gli eurodeputati della Commissione per il mercato interno. Il gruppo parlamentare ha votato una nuova risoluzione che chiede all’esecutivo UE precisi elementi da inserire nelle sue future politiche circolari. A cominciare dall’introduzione di un “diritto alla riparazione”: le aziende devono granire ai consumatori l’acquisto di prodotti riparabili. Questo significa accessibili e dotati di pezzi di ricambio facilmente reperibili. “Per contrastare l’obsolescenza pianificata – si legge nella nota stampa del Parlamento UE – è necessario prendere in considerazione la limitazione delle pratiche che intenzionalmente riducono la durata di un prodotto”.

Chiedono inoltre a Bruxelles di considerare l’etichettatura di beni e servizi in base alla loro durata. Ad oggi questo elemento, se si esclude il comparto alimentare, è previsto unicamente per gli apparecchi elettrici ed elettroni e solo a partire dal prossimo anno. Ma per i deputati, estendere l’obbligo di etichettatura permetterebbe di sostenere i mercati di seconda mano, promuovendo pratiche di produzione più sostenibili. E per ridurre i rifiuti elettronici, i deputati insistono ancora su un sistema di ricarica comune per telefoni cellulari, tablet, lettori di e-book e altri dispositivi portatili.

Un occhio finisce anche sul mondo della pubblicità. Gli eurodeputati spingono su pratiche di marketing e pubblicità responsabili. Per ottenere ciò, l’UE dovrebbe adottare chiare linee guida per produttori che dichiarano di essere rispettosi dell’ambiente, assieme all’introduzione di uno specifico marchio certificato di “qualità ecologica” per i beni.

In una seconda risoluzione, gli europarlamentari hanno affrontato la questione dei prodotti non sicuri, in particolare quelli venduti sui mercati online. In questo contesto deputati chiedono le piattaforme e i mercati digitali adottino misure proattive per contrastare le pratiche fuorvianti; e che le norme comunitarie sulla sicurezza siano applicate in modo rigoroso. 

Fonte: Rinnovabili.it

Progetti verdi in UE, l’analisi di E&Y: 14 milioni di posti di lavoro

Secondo il Rapporto della Società di consulenza, con i progetti verdi già in fase di sviluppo in Europa che attendono i finanziamenti per partire potrebbero essere reimpiegati i 12 milioni di lavoratori a tempo pieno che hanno perso il loro lavoro a causa del Covid-19 e creare più di 2 milioni di nuovi posti di lavoro, evitando al contempo 2,3Gt di emissioni di gas serra. Dei 1.000 presi in esame, che rappresentano solo il 10% dei progetti di decarbonizzazione e presuppongono 200 miliardi di investimenti per partire, l’Italia vi concorre con 95 progetti, di cui 29 nel settore energetico, 15 nei trasporti, 13 di progetti di uso del suolo e agricoltura, 23 per l’industria e l’economia circolare, 16 nel settore delle costruzioni, con cui si potrebbero creare subito 120mila posti di lavoro.

La Commissione UE sta aspettando che gli Stati membri dell’UE preparino i piani di ripresa nazionali che saranno sottoposti a Bruxelles per il controllo e l’approvazione da parte di tutti i Paesi dell’Unione, secondo quanto convenuto nel Consiglio europeo (17-21 luglio 2020) che ha deciso le risorse da mettere in campo per il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e l’associato Piano di recupero del  Programma “Next Generation EU”, proposto inizialmente dalla Commissione UE a maggio, le cui risorse sono state portate a 750 miliardi di euro.

In occasione della riuonine dei Capi di Stato e di Governo, l’AgenziaReuters aveva riferito di aver esaminato prima della sua pubblicazione in settembre un Rapporto che individua più di 1.000 progetti verdi ammissibili al Fondo di recupero, immediatamente “cantierabili”, che potrebbero aiutare a stimolare l’economiacreare nuovi posti di lavoro e accelerare la spinta verso le emissioni nette zero entro la metà del secolo.

Ora, ilRapporto “A Green Covid-19 Recovery and Resilience Plan for Europe”, condotto da Ernst & Young (E&Y), il gigante dei servizi professionali di revisione e di organizzazione contabile, fiscalità, transaction e advisory e commissionato dall’European Climate Foundation, iniziativa per aiutare l’Europa a promuovere sul territorio una società a basse emissioni di carbonio e a svolgere un ruolo di leadership internazionale per mitigare i cambiamenti climatici, è stato diffuso il 3 settembre 2020.

Questa è un’enorme opportunità per i leader dell’UE, che ora hanno l’opportunità di ripensare e riorientare l’economia dopo la pandemia con investimenti tempestivi che siano climaticamente resilienti e in grado di creare posti di lavoro, contribuendo a garantire il futuro del nostro Pianeta per le prossime generazioni – ha affermato il responsabile globale della Sostenibilità di E&Y, Steve Varley – Non si può restare fermi quando si tratta di proteggere l’ambiente e creare opportunità di crescita veramente sostenibili“.

I progetti individuati da E&Y che ha intervistato imprese, parti interessate, funzionari pubblici e investitori in ogni Stato membro ed esaminato le domande di pianificazione e le richieste di finanziamento, e che implicano investimenti pubblici e privati per circa 200 miliardi di euro, rappresentano solo il 10% dei progetti di decarbonizzazione, attualmente in fase di sviluppo in Europa, e potrebbero impiegare in attività produttive e sostenibili tutti i 12 milioni di lavoratori a tempo pieno che hanno perso il loro lavoro a causa del Covid-19 e creare più di 2 milioni di nuovi posti di lavoro, evitando al contempo le emissioni di 2,3Gt di gas serra.

Oltre il 20% dei progetti esaminati è stato sviluppato da start-up e piccole e medie imprese (PMI) che lavorano in piccola scala, richiedendo investimenti fino a 5 milioni di euro, su schemi innovativi in ​​settori come il trasporto sostenibile, l’idrogeno verde, il ripristino della natura e materiali da costruzione a basso tenore di carbonio, migliorando la qualità dell’aria, riducendo l’inquinamento acustico, garantendo l’indipendenza energetica e la sicurezza alimentare.

Francia, Italia, SpagnaGermania e Svezia sono I Paesi che rappresentano 466 degli oltre 1.000 progetti esaminati da E&Y, ma i Paesi dell’Europa centrale e orientale ottengono ottimi risultati quanto a progetti di decarbonizzazione, con Croazia e Slovacchia che hanno il più alto rapporto di progetti pro capite, molti dei quali localizzati in aree carbonifere, suggerendo chiare opportunità per trasformare tali regioni in modo verde e resiliente, secondo gli obiettivi del Fondo per la transizione giusta.

L’Italia concorre con 95 progetti, di cui 29 nel settore energetico15 nei trasporti13 di progetti di uso del suolo e agricoltura23 per l’industria e l’economia circolare16 nel settore delle costruzioni, con cui si potrebbero creare subito 120mila posti di lavoro.

Tra i progetti verdi italiani esaminati da E&Y, spiccano :
– per il settore Industrie, di Enel Green Power “3SUN Gigafactory: an Italian sustainable Gigafactory for PV modules” per la creazione di una fabbrica che dovrebbe aumentare la produzione di 3SUN di EGP a oltre 3 GW l’anno dagli attuali 200 MW l’anno, cogliendo la straordinaria opportunità offerta dalla tecnologia a eterogiunzione, che richiede un investimento di 403 milioni di euro;
– per il settore Energia, il Progetto di Terna SpA con Elektro Slovenija “New HVDC link between Salgareda (Italy) and Divaca/Bericevo (Slovenia)per il collegamento ad altissima tensione in corrente continua (HVDC) tra l’Italia e Slovenia, per un investimento di 755 milioni di euro;
–  per il settore TrasportiSeri Industrial SpA (FAAM) e altri “IPCEI (Important Project of Common European Interest), già approvato, per la produzione di celle agli ioni di litio e il riciclaggio delle batterie agli ioni di litio a fine vita, per una fabbrica a Teverola (Caserta) per applicazioni del settore automobilistico (“mass market”), per un investimento di 505 milioni di euroComune di Milano, “Strengthening of public transport”, per l’acquisto di nuovi bus elettrici e la dismissione di quelli esistenti a gasolio, e il rinnovo delle stazioni di deposito, manutenzione e ricarica, per 1,5 miliardi di euro;
– per il settore Uso del territorio,  Comune di Milano, “Innovative afforestation project in urban context, with the final aim of planting 3 million trees within the Metropolitan City of Milan by 2030”, per un investimento di 2 miliardi di euro.

“Il Rapporto di E&Y dimostra che gli sviluppatori di progetti di piccole, medie e grandi dimensioni hanno progetti verdi ‘pronti per l’uso’ che possono ripristinare e trasformare mezzi di sussistenza e comunità in una ripresa resiliente – ha dichiarato Laurence Tubiana, CEO di European Climate Foundation, che ha avuto un ruolo chiave alla COP 21 di Parigi che ha portato all’Accordo per limitare l’aumento della temperatura media globale alla fine del secolo, ben al di sotto dei 2 °C – Non ci possono quindi essere scuse per gli Stati membri che non spendono i fondi per il recupero e la resilienza in opportunità di investimento verde vantaggiose per tutti“.

In futuro – si legge nel Report – E&Y e partner presenteranno questo elenco ai team negli Stati membri più colpiti per preparare i loro piani di recupero e resilienza e impegnandosi con loro per fornire input e prospettive chiare a sostegno di una ripresa verde che offra un forte impatto ambientale e valore sociale“.

Fonte: Regioni&Ambiente

Economia Circolare in Europa: sono fondamentali obiettivi forti e monitoraggio serio

«L’introduzione di un monitoraggio e di obiettivi più solidi per stimolare il passaggio dell’Europa verso un’economia circolare contribuirebbe a migliorare l’efficienza delle risorse». E’ quanto emerge dal rapporto Resource efficiency and the circular economy in Europe 2019 — even more from less” pubblicato dall’European environment agency (Eea) che fornisce una panoramica e valuta i risultati di un sondaggio Eea del 2019 che ha coinvolto i 32 paesi dell’European Environmental Information and Observation Network (Eionet) ed esamina le politiche e gli approcci dei Paesi europei per migliorare l’efficienza delle risorse.

Il rapporto rileva che «Dal 2016 si è verificato un notevole spostamento nell’attenzione delle politiche dal miglioramento dell’efficienza delle risorse a una prospettiva più ampia dell’economia circolare. Molti di questi due aspetti si sovrappongono in politiche come la gestione dei rifiuti e la prevenzione dei rifiuti, insieme alle strategie di sviluppo ambientale e sostenibile, politiche di innovazione e programmi economici».

L’Eea prevede che questo spostamento di attenzione si consoliderà ulteriormente, «dato che è attualmente in corso un’azione più ampia dell’Ue in questo settore, in particolare con il piano d’azione per l’economia circolare recentemente adottato dall’Ue, che è una delle parti chiave dell’European Green Deal».

L’indagine che ha portato alla pubbicazione del rapporto ha rilevato che «Negli anni passati è stata riscontrata una generale mancanza di fissazione di obiettivi in ​​tutta Europa, necessaria per migliorare l’efficienza delle risorse e portare all’economia circolare». Nelle indagini svolte nei diversi Paesi Eea, è stato notato che «l’adozione di obiettivi nazionali è spesso politicamente difficile«. Inoltre, l’indagine è arrivata alla conclusione che «Indicatori universalmente accettati, che affrontino in modo coerente i diversi aspetti dell’economia circolare, contribuirebbero a migliorare sia l’adozione che l’uso degli obiettivi in ​​questo settore sia l’informazione di un sistema di monitoraggio più completo».

Come dimostra anche la scheda/profilo dell’Italia pubblicata già nell’agosto 2019, il rapporto evidenzia approcci e i livelli di progresso verso l’economia circolare molto diversi tra i paesi esaminati e fa notare che «Mentre le politiche in materia di efficienza delle risorse, fornitura di materie prime ed economia circolare hanno obiettivi diversi, tutti e tre sono fortemente correlati e si sostengono a vicenda. L’efficienza delle risorse e la fornitura di materie prime affronta i legami tra natura e sistema socioeconomico europeo, mentre l’economia circolare si rivolge al sistema socioeconomico stesso».

Rifiuti: 355 milioni di sanzioni per le violazioni delle norme europee

WWF Italia ha presentato il rapporto “Italia chiama Europa – L’ambiente ritrovato”, in cui si ricorda come, sul piano istituzionale, l’80% della legislazione ambientale del nostro Paese sia di derivazione comunitaria, con evidenti benefici per l’ambiente e per il benessere dei cittadini. E come, sul piano economico e sociale, i posti di lavoro verdi abbiano registrato una crescita dal 2000 al 2015  di ben 7 volte superiore a quella del resto dell’economia (nonostante la crisi esplosa nel 2008).

Leggi recepite dall’Europa, ma normative europee ampiamente disattese:  sono ancora aperte ben 17 procedure d’infrazione (che sono il 23% del totale delle procedure a carico dell’Italia)  ed è sotto sorveglianza con 43 istruttorie EU Pilot (al primo posto in Europa) aperte per sospetta violazione delle norme ambientali – dato aggiornato al 2017. Non solo: al 31 dicembre 2018 il nostro Paese ha pagato oltre 548 milioni di euro di multe per il mancato rispetto della normativa comunitaria (dei quali più di 204 mln solo per le discariche abusive, oltre 151 mln per la gestione dei rifiuti in Campania e 25 mln per il mancato trattamento delle acque reflue urbane).

Nel dossier si rileva come i punti di debolezza del nostro Paese continuino ad essere la gestione dei rifiuti (con le procedure d’infrazione aperte sulla gestione dei rifiuti urbani, delle discariche, dei rifiuti pericolosi e dell’emergenza rifiuti in Campania), la gestione delle acque interne e marine (con le procedure  di infrazione aperte sulla mancata depurazione delle acque reflue urbane, per la non corretta applicazione della Direttive Acque e Alluvioni e sull’Ambiente marino), la qualità dell’aria (per mancato rispetto dei limiti per il PM 10 e delle soglie massime per il biossido di azoto) e la migliore tutela degli ecosistemi (come dimostrano le procedure d’infrazione sulla governance e la conservazione della Rete Natura 2000).

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