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“Basta fondi Ue a inceneritori e discariche”. L’Europa dà priorità all’economia circolare

Arriva lo stop dall’Europa all’utilizzo dei fondi strutturali per finanziare nuovi inceneritori e nuove discariche, ovvero la parte finale del ciclo indifferenziato dei rifiuti. La notizia era nell’aria da tempo ma ora c’è l’ufficialità: dopo un ampio confronto sono stati approvati i testi finali sui criteri di impiego del Just Transition Fund (Jtf) e dei nuovi criteri per i fondi regionali del Cohesion Fund. Un risultato epocale, che sarà applicato al periodo 2021-2027 e riguarderà tutti gli Stati membri, con particolare attenzione alle comunità meno sviluppate.

D’ora in poi si finanziano le vere priorità

“A ciò si è giunti dopo la cosiddetta trilaterazione – commenta Enzo Favoinoreferente scientifico di Zero Waste Europe – vale a dire il confronto tra le istituzioni comunitarie: Consiglio, Commissione e Parlamento. Si tratta di una decisione fondamentale perché in questo modo le istituzioni comunitarie colmano il disallineamento tra gli impegni contenuti nell’Agenda sulla Economia Circolare e sulla lotta al cambiamento climatico, da un lato, e i meccanismi di erogazione dei fondi, dall’altro, dato che questi ultimi invece continuavano a dare priorità a combustibili fossili e gestione lineare dei rifiuti. Vale la pena poi far notare che siamo di fronte a un notevole impegno di spesa. Fino a qualche anno fa i Fondi regionali, impiegati per le aree più arretrate e spesso anche per le regioni del Sud Italia, andavano soprattutto ai gradini più bassi della gerarchia dei rifiuti, ovvero discariche e inceneritori, rendendoli irragionevolmente convenienti. Ora invece sul capitolo rifiuti i fondi andranno ai livelli superiori della gerarchia, inclusi non solo riciclo e  compostaggio, ma anche azioni intese a riduzione e riuso”.

Per l’Italia 937 milioni 

Va ancora meglio col più noto Just Transition Fund, il Fondo nato nell’ambito del Meccanismo per la transizione equa per aiutare le regioni più povere dell’UE a muoversi verso un’economia a emissioni zero, attraverso una progressiva riduzione del consumo di combustibili fossili e il passaggio a tecnologie meno inquinanti in tutti i settori. Per il periodo 2021-2027 l’Italia potrebbe contare su 937 milioni di euro dal Just Transition Fund. Questo fondo stanzia 7,5 miliardi di euro e per ogni euro destinato a uno Stato ci si aspetta che sia integrato con una cifra tra gli 1,3 e i 3 euro derivanti dai fondi regionali per la coesione.

“Tutte le attività sostenute dovrebbero essere portate avanti nel pieno rispetto delle priorità climatiche e ambientali dell’Unione – si legge nel testo relativo al Jtf – L’elenco degli investimenti dovrebbe includere quelli che supportano le economie locali e sono sostenibili a lungo termine, tenendo conto di tutti gli obiettivi del Green Deal. I progetti finanziati dovrebbero contribuire a una transizione verso un’economia climaticamente neutra e circolare, comprese misure volte ad aumentare l’efficienza delle risorse. Tuttavia, le attività incluse nella gerarchia inferiore dell’economia circolare, come l’incenerimento dei rifiuti, non devono essere incluse”.

Sostegno alla transizione

“Per i settori in declino – si legge ancora nel documento – come la produzione di energia basata su carbone, lignite, torba e scisti bituminosi o attività di estrazione di questi combustibili fossili solidi, il sostegno dovrebbe essere collegato alla graduale eliminazione dell’attività e alla corrispondente riduzione del livello di occupazione. Per quanto riguarda i settori in trasformazione con elevati livelli di emissioni di gas a effetto serra, il sostegno dovrebbe promuovere nuove attività attraverso la diffusione di nuove tecnologie, nuovi processi o prodotti, portando a una significativa riduzione delle emissioni, in linea con gli obiettivi climatici dell’UE per il 2030 e la neutralità climatica dell’UE entro il 2050″.

Fonte: Economia Circolare

Pacchetto Ecodesign, quegli emendamenti pericolosi per il diritto a riparare

Presentati come correttivi ad aspetti tecnici minori, alcuni emendamenti all’insieme di norme sull’ecoprogettazione e riparabilità di dispositivi elettronici nascondono la possibilità di saldare alcune parti e dunque renderli non riparabili. Vallauri, Repair.eu: “A rischio il Right to repair”. Domani il voto degli Stati membri

Domani 10 novembre gli Stati membri dell’Unione europea sono chiamati a esprimersi sull’approvazione degli emendamenti al Pacchetto sull’ecodesign, quell’insieme di norme – approvato a ottobre del 2019 – che porterà molti prodotti a essere progettati in un’ottica circolare, sostenibile e a impatto zero. Secondo questo regolamento, che entrerà in vigore nella primavera del 2021, le aziende dovranno garantire la riparabilità di molti elettrodomestici e di alcuni dispostivi elettronici, contribuendo in questo modo alla riduzione dei rifiuti, all’efficienza energetica e al contrasto dell’obsolescenza programmata.

Riparabilità a rischio

Per i cittadini europei, un primo e reale riconoscimento del diritto alla riparazione passa anche per l’appuntamento in programma domani, con il voto a maggioranza qualificata degli Stati membri dell’Unione. Si tratta di una votazione a porte chiuse che coinvolge istituzioni di ricerca e tecnici delegati da ogni Paese, una tappa obbligata che ha l’obiettivo di facilitare l’attuazione del pacchetto ecodesign, attraverso una revisione dei testi e una correzione di “aspetti tecnici minori”, come riportato nella nota dell’UE.  Ma alcune proposte di emendamento, lungi dal correggere errori formali e questioni secondarie potrebbero diventare un ostacolo alla riparabilità e allo smontaggio dei prodotti. A segnalare questo rischio è stata Repair.eu, la coalizione che raccoglie più di 30 associazioni europee attive nella campagna Right to repair, una mobilitazione che in questi anni ha contribuito a dare centralità al tema della riparabilità in tanti tavoli istituzionali.

“Alcune modifiche sono il frutto delle pressioni di associazioni di categoria e delle aziende produttrici che puntano a escludere categorie di prodotti dai regolamenti sulla riparabilità”, spiega a EconomiaCircolare.com Ugo Vallauri, uno dei coordinatori di Repair.eu. Più che una correzione, dunque, secondo Repair.eu gli emendamenti proposti contengono un tentativo di riscrittura delle norme approvate a ottobre dell’anno scorso. Di fatto, tenendo in considerazione l’allarme lanciato dalla comunità dei riparatori, con una lettura approfondita di alcuni emendamenti si trovano termini ed elaborazioni che suggeriscono di rivedere alcuni obblighi dei produttori in materia di riparabilità e di smontaggio di alcuni componenti. “Per esempio c’è una revisione delle norme su alcuni pezzi di ricambio dei televisori – precisa Vallauri – che punta a non applicare l’obbligo della riparabilità per le batterie e gli accumulatori”. A livello pratico, se venisse approvato un emendamento del genere, i consumatori avrebbero grandi difficoltà a trovare pezzi di ricambio o a sostituire questi componenti dal proprio televisore, perché verrebbero saldati.

Quelle saldature sospette

Repair.eu, in un comunicato diffuso di recente, ha segnalato un altro emendamento, quello sul concetto di display professionale: in sostanza uno degli emendamenti propone di escludere dai criteri di riparabilità e di smontaggio i monitor “progettati e commercializzati per uso professionale per l’editing di video e immagini grafiche”. Inoltre, l’emendamento in questione propone di includere in questa categoria gli schermi utilizzati in luoghi pubblici e all’aperto.

Come si fa ad aiutare i cittadini con la riparabilità dei prodotti se alcune parti restano saldate? Perché si cerca di inserire questi emendamenti all’interno dei regolamenti che dovrebbero puntare ad allungare la vita dei prodotti? Sono queste le domande che si pongono i riparatori alla vigilia di un voto che potrebbe indebolire il pacchetto ecodesign. “Il testo sull’ecodesign è da migliorare, da rendere più leggibile in modo che possa essere recepito e attuato nei vari Paesi. Dobbiamo invece rifiutare gli emendamenti che riducono la riparabilità dei prodotti perché significa impoverire il testo e giocare al ribasso”, esorta Vallauri.

La rete che ha lottato per il riconoscimento del Right to repair ricorda anche che le norme sull’ecodesign sono il risultato di mediazioni e negoziazioni con rappresentanti della società civile, imprese e istituzioni. “I regolamenti sulla progettazione ecocompatibile del 2019 sono stati discussi e adottati in modo partecipativo e già votati da tutti i paesi membri. La Commissione dovrebbe concentrarsi sulla difesa delle regole che hanno segnato l’inizio della fine della cultura dello scarto e dovrebbe introdurre soltanto i cambiamenti necessari a migliorare le regole concordate in precedenza”, scrive la comunità dei riparatori.

Il pressing di alcune case produttrici

Ma è proprio sul testo definitivo, su questo risultato di mediazioni che alcune case produttrici di elettrodomestici cercano un’ultima possibilità di revisione. La conferma arriva dai commenti presenti sulla nota dell’Unione europea che riporta le proposte da emendare. Società come Dell e LG, realtà leader nella produzione di monitor e server, in vista delle votazioni di domani stanno suggerendo di approvare le modifiche che escludono gli obblighi di riparabilità per alcuni prodotti. L’influenza e il peso delle aziende allontaneranno l’ambizione e il riconoscimento universale del Right to repair? La risposta a questa domanda sta nel risultato delle votazioni di domani, e il monito della rete dei riparatori è rivolto soprattutto a chi è chiamato a rappresentare gli Stati membri: “Ci auguriamo che gli Stati membri considerino queste proposte regressive e deludenti e dirigano il testo finale verso gli obiettivi ambientali e climatici che ci siamo posti a livello europeo”. E per quanto riguarda l’Italia Ugo Vallauri aggiunge che il nostro Paese “ha un ruolo molto importante da giocare nella votazione di martedì. Ci auguriamo che l’Enea, che rappresenta il Ministero per lo Sviluppo Economico in queste votazioni, faccia la sua parte e non sostenga emendamenti che riducano il nostro diritto a riparare”.

Fonte: Economia Circolare

Il Parlamento UE chiede per i consumatori il “diritto alla riparazione”

La Commissione per il mercato interno di Strasburgo ha proposto una serie di misure per rafforzare la protezione dei consumatori e migliorare sicurezza e sostenibilità dei prodotti

Un diritto alla riparazione dei prodotti, ma anche chiare date di scadenza e standard di sicurezza più alti. Queste le nuove richieste provenienti dal Parlamento Europeo e indirizzate a Bruxelles.

L’ultime norme europee sull’ecodesign ha dato una vigorosa smossa alla sostenibilità del mercato, introducendo nuove etichette energetiche e criteri riparabilità. Peccato che i regolamenti in questione riguardassero solo 10 classi dieci di apparecchi elettrici ed elettronici. Per tutti gli altri beni e prodotti, si dovranno attendere i frutti del Piano d’azione per l’economia circolare UE. Parliamo del pacchetto di misure annunciato dalla Commissione Europea lo scorso 11 marzo. Il piano contiene una serie di interventi, anche legislativi, da attuare nei prossimi anni e inerenti l’intero ciclo di vita del prodotto; con l’obiettivo di migliorarne durabilità, riusabilità, riparabilità e sicurezza.

Sul tema sono tornati ieri gli eurodeputati della Commissione per il mercato interno. Il gruppo parlamentare ha votato una nuova risoluzione che chiede all’esecutivo UE precisi elementi da inserire nelle sue future politiche circolari. A cominciare dall’introduzione di un “diritto alla riparazione”: le aziende devono granire ai consumatori l’acquisto di prodotti riparabili. Questo significa accessibili e dotati di pezzi di ricambio facilmente reperibili. “Per contrastare l’obsolescenza pianificata – si legge nella nota stampa del Parlamento UE – è necessario prendere in considerazione la limitazione delle pratiche che intenzionalmente riducono la durata di un prodotto”.

Chiedono inoltre a Bruxelles di considerare l’etichettatura di beni e servizi in base alla loro durata. Ad oggi questo elemento, se si esclude il comparto alimentare, è previsto unicamente per gli apparecchi elettrici ed elettroni e solo a partire dal prossimo anno. Ma per i deputati, estendere l’obbligo di etichettatura permetterebbe di sostenere i mercati di seconda mano, promuovendo pratiche di produzione più sostenibili. E per ridurre i rifiuti elettronici, i deputati insistono ancora su un sistema di ricarica comune per telefoni cellulari, tablet, lettori di e-book e altri dispositivi portatili.

Un occhio finisce anche sul mondo della pubblicità. Gli eurodeputati spingono su pratiche di marketing e pubblicità responsabili. Per ottenere ciò, l’UE dovrebbe adottare chiare linee guida per produttori che dichiarano di essere rispettosi dell’ambiente, assieme all’introduzione di uno specifico marchio certificato di “qualità ecologica” per i beni.

In una seconda risoluzione, gli europarlamentari hanno affrontato la questione dei prodotti non sicuri, in particolare quelli venduti sui mercati online. In questo contesto deputati chiedono le piattaforme e i mercati digitali adottino misure proattive per contrastare le pratiche fuorvianti; e che le norme comunitarie sulla sicurezza siano applicate in modo rigoroso. 

Fonte: Rinnovabili.it

Progetti verdi in UE, l’analisi di E&Y: 14 milioni di posti di lavoro

Secondo il Rapporto della Società di consulenza, con i progetti verdi già in fase di sviluppo in Europa che attendono i finanziamenti per partire potrebbero essere reimpiegati i 12 milioni di lavoratori a tempo pieno che hanno perso il loro lavoro a causa del Covid-19 e creare più di 2 milioni di nuovi posti di lavoro, evitando al contempo 2,3Gt di emissioni di gas serra. Dei 1.000 presi in esame, che rappresentano solo il 10% dei progetti di decarbonizzazione e presuppongono 200 miliardi di investimenti per partire, l’Italia vi concorre con 95 progetti, di cui 29 nel settore energetico, 15 nei trasporti, 13 di progetti di uso del suolo e agricoltura, 23 per l’industria e l’economia circolare, 16 nel settore delle costruzioni, con cui si potrebbero creare subito 120mila posti di lavoro.

La Commissione UE sta aspettando che gli Stati membri dell’UE preparino i piani di ripresa nazionali che saranno sottoposti a Bruxelles per il controllo e l’approvazione da parte di tutti i Paesi dell’Unione, secondo quanto convenuto nel Consiglio europeo (17-21 luglio 2020) che ha deciso le risorse da mettere in campo per il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e l’associato Piano di recupero del  Programma “Next Generation EU”, proposto inizialmente dalla Commissione UE a maggio, le cui risorse sono state portate a 750 miliardi di euro.

In occasione della riuonine dei Capi di Stato e di Governo, l’AgenziaReuters aveva riferito di aver esaminato prima della sua pubblicazione in settembre un Rapporto che individua più di 1.000 progetti verdi ammissibili al Fondo di recupero, immediatamente “cantierabili”, che potrebbero aiutare a stimolare l’economiacreare nuovi posti di lavoro e accelerare la spinta verso le emissioni nette zero entro la metà del secolo.

Ora, ilRapporto “A Green Covid-19 Recovery and Resilience Plan for Europe”, condotto da Ernst & Young (E&Y), il gigante dei servizi professionali di revisione e di organizzazione contabile, fiscalità, transaction e advisory e commissionato dall’European Climate Foundation, iniziativa per aiutare l’Europa a promuovere sul territorio una società a basse emissioni di carbonio e a svolgere un ruolo di leadership internazionale per mitigare i cambiamenti climatici, è stato diffuso il 3 settembre 2020.

Questa è un’enorme opportunità per i leader dell’UE, che ora hanno l’opportunità di ripensare e riorientare l’economia dopo la pandemia con investimenti tempestivi che siano climaticamente resilienti e in grado di creare posti di lavoro, contribuendo a garantire il futuro del nostro Pianeta per le prossime generazioni – ha affermato il responsabile globale della Sostenibilità di E&Y, Steve Varley – Non si può restare fermi quando si tratta di proteggere l’ambiente e creare opportunità di crescita veramente sostenibili“.

I progetti individuati da E&Y che ha intervistato imprese, parti interessate, funzionari pubblici e investitori in ogni Stato membro ed esaminato le domande di pianificazione e le richieste di finanziamento, e che implicano investimenti pubblici e privati per circa 200 miliardi di euro, rappresentano solo il 10% dei progetti di decarbonizzazione, attualmente in fase di sviluppo in Europa, e potrebbero impiegare in attività produttive e sostenibili tutti i 12 milioni di lavoratori a tempo pieno che hanno perso il loro lavoro a causa del Covid-19 e creare più di 2 milioni di nuovi posti di lavoro, evitando al contempo le emissioni di 2,3Gt di gas serra.

Oltre il 20% dei progetti esaminati è stato sviluppato da start-up e piccole e medie imprese (PMI) che lavorano in piccola scala, richiedendo investimenti fino a 5 milioni di euro, su schemi innovativi in ​​settori come il trasporto sostenibile, l’idrogeno verde, il ripristino della natura e materiali da costruzione a basso tenore di carbonio, migliorando la qualità dell’aria, riducendo l’inquinamento acustico, garantendo l’indipendenza energetica e la sicurezza alimentare.

Francia, Italia, SpagnaGermania e Svezia sono I Paesi che rappresentano 466 degli oltre 1.000 progetti esaminati da E&Y, ma i Paesi dell’Europa centrale e orientale ottengono ottimi risultati quanto a progetti di decarbonizzazione, con Croazia e Slovacchia che hanno il più alto rapporto di progetti pro capite, molti dei quali localizzati in aree carbonifere, suggerendo chiare opportunità per trasformare tali regioni in modo verde e resiliente, secondo gli obiettivi del Fondo per la transizione giusta.

L’Italia concorre con 95 progetti, di cui 29 nel settore energetico15 nei trasporti13 di progetti di uso del suolo e agricoltura23 per l’industria e l’economia circolare16 nel settore delle costruzioni, con cui si potrebbero creare subito 120mila posti di lavoro.

Tra i progetti verdi italiani esaminati da E&Y, spiccano :
– per il settore Industrie, di Enel Green Power “3SUN Gigafactory: an Italian sustainable Gigafactory for PV modules” per la creazione di una fabbrica che dovrebbe aumentare la produzione di 3SUN di EGP a oltre 3 GW l’anno dagli attuali 200 MW l’anno, cogliendo la straordinaria opportunità offerta dalla tecnologia a eterogiunzione, che richiede un investimento di 403 milioni di euro;
– per il settore Energia, il Progetto di Terna SpA con Elektro Slovenija “New HVDC link between Salgareda (Italy) and Divaca/Bericevo (Slovenia)per il collegamento ad altissima tensione in corrente continua (HVDC) tra l’Italia e Slovenia, per un investimento di 755 milioni di euro;
–  per il settore TrasportiSeri Industrial SpA (FAAM) e altri “IPCEI (Important Project of Common European Interest), già approvato, per la produzione di celle agli ioni di litio e il riciclaggio delle batterie agli ioni di litio a fine vita, per una fabbrica a Teverola (Caserta) per applicazioni del settore automobilistico (“mass market”), per un investimento di 505 milioni di euroComune di Milano, “Strengthening of public transport”, per l’acquisto di nuovi bus elettrici e la dismissione di quelli esistenti a gasolio, e il rinnovo delle stazioni di deposito, manutenzione e ricarica, per 1,5 miliardi di euro;
– per il settore Uso del territorio,  Comune di Milano, “Innovative afforestation project in urban context, with the final aim of planting 3 million trees within the Metropolitan City of Milan by 2030”, per un investimento di 2 miliardi di euro.

“Il Rapporto di E&Y dimostra che gli sviluppatori di progetti di piccole, medie e grandi dimensioni hanno progetti verdi ‘pronti per l’uso’ che possono ripristinare e trasformare mezzi di sussistenza e comunità in una ripresa resiliente – ha dichiarato Laurence Tubiana, CEO di European Climate Foundation, che ha avuto un ruolo chiave alla COP 21 di Parigi che ha portato all’Accordo per limitare l’aumento della temperatura media globale alla fine del secolo, ben al di sotto dei 2 °C – Non ci possono quindi essere scuse per gli Stati membri che non spendono i fondi per il recupero e la resilienza in opportunità di investimento verde vantaggiose per tutti“.

In futuro – si legge nel Report – E&Y e partner presenteranno questo elenco ai team negli Stati membri più colpiti per preparare i loro piani di recupero e resilienza e impegnandosi con loro per fornire input e prospettive chiare a sostegno di una ripresa verde che offra un forte impatto ambientale e valore sociale“.

Fonte: Regioni&Ambiente

Economia Circolare in Europa: sono fondamentali obiettivi forti e monitoraggio serio

«L’introduzione di un monitoraggio e di obiettivi più solidi per stimolare il passaggio dell’Europa verso un’economia circolare contribuirebbe a migliorare l’efficienza delle risorse». E’ quanto emerge dal rapporto Resource efficiency and the circular economy in Europe 2019 — even more from less” pubblicato dall’European environment agency (Eea) che fornisce una panoramica e valuta i risultati di un sondaggio Eea del 2019 che ha coinvolto i 32 paesi dell’European Environmental Information and Observation Network (Eionet) ed esamina le politiche e gli approcci dei Paesi europei per migliorare l’efficienza delle risorse.

Il rapporto rileva che «Dal 2016 si è verificato un notevole spostamento nell’attenzione delle politiche dal miglioramento dell’efficienza delle risorse a una prospettiva più ampia dell’economia circolare. Molti di questi due aspetti si sovrappongono in politiche come la gestione dei rifiuti e la prevenzione dei rifiuti, insieme alle strategie di sviluppo ambientale e sostenibile, politiche di innovazione e programmi economici».

L’Eea prevede che questo spostamento di attenzione si consoliderà ulteriormente, «dato che è attualmente in corso un’azione più ampia dell’Ue in questo settore, in particolare con il piano d’azione per l’economia circolare recentemente adottato dall’Ue, che è una delle parti chiave dell’European Green Deal».

L’indagine che ha portato alla pubbicazione del rapporto ha rilevato che «Negli anni passati è stata riscontrata una generale mancanza di fissazione di obiettivi in ​​tutta Europa, necessaria per migliorare l’efficienza delle risorse e portare all’economia circolare». Nelle indagini svolte nei diversi Paesi Eea, è stato notato che «l’adozione di obiettivi nazionali è spesso politicamente difficile«. Inoltre, l’indagine è arrivata alla conclusione che «Indicatori universalmente accettati, che affrontino in modo coerente i diversi aspetti dell’economia circolare, contribuirebbero a migliorare sia l’adozione che l’uso degli obiettivi in ​​questo settore sia l’informazione di un sistema di monitoraggio più completo».

Come dimostra anche la scheda/profilo dell’Italia pubblicata già nell’agosto 2019, il rapporto evidenzia approcci e i livelli di progresso verso l’economia circolare molto diversi tra i paesi esaminati e fa notare che «Mentre le politiche in materia di efficienza delle risorse, fornitura di materie prime ed economia circolare hanno obiettivi diversi, tutti e tre sono fortemente correlati e si sostengono a vicenda. L’efficienza delle risorse e la fornitura di materie prime affronta i legami tra natura e sistema socioeconomico europeo, mentre l’economia circolare si rivolge al sistema socioeconomico stesso».

Rifiuti: 355 milioni di sanzioni per le violazioni delle norme europee

WWF Italia ha presentato il rapporto “Italia chiama Europa – L’ambiente ritrovato”, in cui si ricorda come, sul piano istituzionale, l’80% della legislazione ambientale del nostro Paese sia di derivazione comunitaria, con evidenti benefici per l’ambiente e per il benessere dei cittadini. E come, sul piano economico e sociale, i posti di lavoro verdi abbiano registrato una crescita dal 2000 al 2015  di ben 7 volte superiore a quella del resto dell’economia (nonostante la crisi esplosa nel 2008).

Leggi recepite dall’Europa, ma normative europee ampiamente disattese:  sono ancora aperte ben 17 procedure d’infrazione (che sono il 23% del totale delle procedure a carico dell’Italia)  ed è sotto sorveglianza con 43 istruttorie EU Pilot (al primo posto in Europa) aperte per sospetta violazione delle norme ambientali – dato aggiornato al 2017. Non solo: al 31 dicembre 2018 il nostro Paese ha pagato oltre 548 milioni di euro di multe per il mancato rispetto della normativa comunitaria (dei quali più di 204 mln solo per le discariche abusive, oltre 151 mln per la gestione dei rifiuti in Campania e 25 mln per il mancato trattamento delle acque reflue urbane).

Nel dossier si rileva come i punti di debolezza del nostro Paese continuino ad essere la gestione dei rifiuti (con le procedure d’infrazione aperte sulla gestione dei rifiuti urbani, delle discariche, dei rifiuti pericolosi e dell’emergenza rifiuti in Campania), la gestione delle acque interne e marine (con le procedure  di infrazione aperte sulla mancata depurazione delle acque reflue urbane, per la non corretta applicazione della Direttive Acque e Alluvioni e sull’Ambiente marino), la qualità dell’aria (per mancato rispetto dei limiti per il PM 10 e delle soglie massime per il biossido di azoto) e la migliore tutela degli ecosistemi (come dimostrano le procedure d’infrazione sulla governance e la conservazione della Rete Natura 2000).

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Dall’Europa segnali chiari sulla necessità di minimizzare il ricorso all’incenerimento: la Comunicazione della CE sul ‘Waste to Energy’

La Commissione Europea ha invitato gli Stati membri a considerare più attentamente la gerarchia di gestione dei rifiuti, suggerendo di rivedere il ruolo e le potenzialità dell’incenerimento e soprattutto i fondi che lo sostengono. Le indicazioni sono raccolte nella Comunicazione sul Waste to Energy pubblicata giovedì 26 gennaio, in cui è contenuta una guida per gli Stati dell’Unione su come assicurare un’equilibrata capacità di energia da rifiuti (EFW) che eviti di danneggiare lo sviluppo di un’economia circolare. “Il documento non include prese di posizione nette contro l’incenerimento – ci spiega Enzo Favoino, coordinatore scientifico di Zero Waste Europe – né d’altronde questo poteva essere tra le finalità della Comunicazione; ma è chiaro che il ruolo futuro dell’incenerimento viene fortemente ridimensionato rispetto alla situazione attuale, con un invito a considerare con attenzione i piani futuri di nuovi inceneritori e le relative politiche di finanziamento”.

I punti fondamentali del documento della Commissione sono:
la necessità di reindirizzare gli investimenti,a partire da quelli della Banca Europea degli Investimenti – BEI, verso i più alti livelli della gerarchia di gestione dei rifiuti quali la riduzione, il riutilizzo e il riciclaggio. “Questo è un punto importantissimo” sottolinea Favoino “Sinora i programmi di finanziamento ed i fondi strutturali e di coesione sono andati soprattutto ad inceneritori e discariche, e questo distorce le economie della gestione dei rifiuti a favore dei sistemi peggiori e più in basso nella gerarchia delle opzioni. È un problema che abbiamo a più riprese sollevato insieme ai colleghi di Bankwatch” (il network ambientalista che monitora le attività di banche e fondazioni per evitare investimenti dannosi per il pianeta, ndr).

La CE sottolinea inoltre la presenza di un eccesso di capacità di incenerimento che già oggi riguarda molti Paesi e zone d’Europa. Per queste situazioni la Comunicazione suggerisce l’adozione di una serie di strumenti quali la tassazione dell’incenerimento, la terminazione dei sussidi, la moratoria sulla costruzione di nuovi inceneritori e lo spegnimento progressivo di quelli esistenti.
Incidentalmente, l’Italia è elencata (con Svezia, Olanda, Germania, Francia ed altri) tra i Paesi che hanno molti inceneritori, non tra quelli in cui mancano e questo oggettivamente porta a riconsiderare le affermazioni secondo le quali “dobbiamo portarci al passo di altri Paesi”. Per le aree sprovviste di capacità di incenerimento, la Comunicazione raccomanda di esplorare prima tutte le opzioni prioritarie, inclusive della realizzazione di capacità di riciclo e compostaggio come strumento prioritario di riduzione dello smaltimento a discarica, e della valutazione degli effetti a 20-30 anni della crescita della raccolta differenziata, onde evitare realizzazione di capacità di incenerimento in eccesso. Allo scopo di evitare tali sovracapacità, preoccupazione che ricorre in tutto il documento, la Comunicazione fa addirittura un accenno all’utilizzo eventuale delle capacità in eccesso dei Paesi contermini, anziché la realizzazione di nuovi inceneritori in aree sprovviste.
Ulteriore punto del documento: si ribadisce la necessità che gli Stati Membri e le Autorità che si occupano di pianificazione prendano in considerazione, quando programmano la costruzione di nuovi inceneritori, l’evoluzione a lungo termine di raccolta differenziata e riciclaggio. Dunque si dovrebbe prendere in considerazione, come obiettivo minimo, il 65 o più probabilmente il 70% (secondo la proposta recentemente approvata in Commissione ENVI dell’Europarlamento) al 2030, come previsto dalla discussione in corso sul Pacchetto Economia Circolare, e non la situazione attuale. Senza dimenticare che tali obiettivi sono quelli minimi ed è nello spirito stesso della Economia Circolare puntare progressivamente a massimizzare il recupero di materia, ben al di là di questi. “Si tratta di un punto fondamentale – dice Favoino – che riprende gli argomenti che da tempo mettiamo in evidenza, ossia la necessità di prevedere le potenzialità a medio e lungo termine del sistema delle raccolte differenziate; e come sappiamo l’Italia ospita tantissimi esempi, anche a livello di area vasta, che mostrano che si può puntare a scenari decisamente più ambiziosi, rispetto agli obiettivi minimi di raccolta differenziata”.

Infine, vi è un forte mandato alla BEI ed ai Paesi Membri per rivedere le proprie politiche di finanziamento per la realizzazione delle infrastrutture di settore, comprimendone fortemente la quota destinata all’incenerimento ed allineandoli invece con l’evoluzione prevista della politica di rifiuti ispirata all’economia circolare.

“La Comunicazione con ogni probabilità determinerà effetti immediati in quelle situazioni dove gli attuali piani per l’incenerimento eccedono la crescita prevista della raccolta differenziata nel medio termine – segnala Favoino – Ad esempio in Polonia, ove da tempo abbiamo segnalato le distorsioni di una programmazione massicciamente impostata sull’incenerimento. Ma non sfuggirà che la Comunicazione fornisce molti elementi che mettono ancora una volta in discussione l’impianto complessivo dello Sblocca-Italia, fornendo argomenti sia alle Regioni che intendono opporsi alle previsioni di nuovi inceneritori in esso contenute, che a quelle , come la Lombardia, che avevano già tabellato il decommissioning, ossia lo spegnimento progressivo di quelli in eccesso; il che è in linea con quanto la Comunicazione stessa esplicita per le aree con sovracapacità”.

 

Fonte: Eco dalle Città