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L’Italia del riciclo è cresciuta del 42% in 10 anni, ma ora il tasso di circolarità è in calo

Nel corso degli ultimi dieci anni, nonostante la più acuta crisi economica dal dopoguerra, la produzioni di rifiuti in Italia è cresciuta del 6% passando da 155 a 164 milioni di tonnellate prodotte all’anno. Ma se la prospettiva di un “azzeramento” dei rifiuti perde ogni consistenza alla luce dei dati raccolti nel rapporto L’Italia del riciclo 2019 – realizzato da Fise Unicircular insieme alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, e presentato oggi a Roma –, il documento mostra anche qual è la strada da seguire: quella del recupero. Nell’ultimo decennio l’avvio a riciclo è infatti cresciuto 7 volte più velocemente della produzione di rifiuti (+42%), passando da 76 a 108 milioni di tonnellate l’anno.

In particolare, i tassi di riciclo delle singole filiere dei rifiuti d’imballaggio hanno raggiunto livelli di avanguardia: carta (81% e terzo posto in Europa), vetro (76% e terzo posto), plastica (45% e terzo posto), legno (63%, secondo posto), alluminio (80%), acciaio (79%). In diversi casi hanno già superato gli obiettivi europei previsti per il 2025 (talvolta pure quelli per il 2030), e sensibili progressi si registrano anche sul fronte dell’organico: la raccolta di questa frazione è passata da 3,3 milioni di tonnellate nel 2008 a oltre 6,6 nel 2017 – una crescita del 100% – e ora per raggiungere gli obiettivi europei sarà necessario strutturare il settore sull’intero territorio nazionale garantendo lo sviluppo di un’adeguata rete impiantistica.

Fermarsi a questi numeri fornirebbe però solo una visione parziale dell’economia circolare nazionale: nel 2018 è vero che l’80,6% dei rifiuti di imballaggio è stato avviato a recupero, ma questi rifiuti (13,2 milioni le tonnellate immesse al consumo lo stesso anno) rappresentano solo una piccola percentuale delle 164 milioni di tonnellate sopracitate. E lo stesso vale per l’organico.

È adottando un approccio più ampio che è possibile far emergere le criticità che rimangono da affrontare. Innanzitutto «occorre abituarsi a considerare – si legge nel report – non solo il tasso di riciclo di un certo prodotto che diventa rifiuto, ma anche del contributo dei materiali riciclati alla domanda complessiva di materiali», ovvero il tasso di circolarità: da questo punto di vista l’Ue (dati 2016) è ferma all’11,7% appena, e l’Italia non fa molto meglio con il 17,1%, in quinta posizione in Europa. Un dato tra l’altro in peggioramento: dato che «nel periodo 2010-2016 il tasso di utilizzo circolare di materia è cresciuto per la Francia dal 17,5% al 19,5% e per il Regno Unito dal 14,6% al 17,2%, mentre in Italia è diminuito da 18,5 nel 2014 al 17,1% nel 2016, occorre tener presente un trend di circolarità che potrebbe mostrare delle difficoltà. Poiché – documenta il rapporto – negli stessi anni i tassi di riciclo dei rifiuti sono, come si è visto, aumentati, la riduzione del tasso di circolarità si spiega col fatto che materie prime provenienti dal riciclo hanno sostituito, in parte non corrispondente e inferiore alle quantità riciclate, materie prime vergini impiegate nella realizzazione dei prodotti».

Occorre poi sgombrare il campo d’osservazione da un altro falso mito, ovvero che avviando i rifiuti a riciclo questi poi magicamente spariscano, perché non è così. Quello del riciclo è a tutti gli effetti un processo industriale, vincolato come tutti gli altri al secondo principio della termodinamica, al termine del quale si hanno dunque un nuovo prodotto (le materie prime seconde, pronte a rientrare sul mercato) ma anche altri scarti, che occorre saper gestire.

La resa media delle attività di riciclo – calcolabile come rapporto tra la quantità di materiali secondari in output e quella di rifiuti in input – oggi si attesta al 67%, come informa il rapporto. «Il valore di resa più alto supera il 90% e riguarda la carta: questo vuol dire che mediamente a livello nazionale, sottoponendo a operazioni di recupero 100 kg di rifiuti (tipici e, in quota parte, misti), si ottengono circa 92 kg di materiali secondari classificabili come “carta”. Per vetro, plastica e legno la resa media si aggira tra il 75% e l’80%, per la gomma raggiunge quasi il 65% mentre il valore minimo si registra per l’organico che sfiora il 30%, conseguentemente alle peculiarità chimico-fisiche della matrice».

Se l’Italia crede nello sviluppo dell’economia circolare deve dunque dimostrarlo concretamente non solo avviando a riciclo un sempre maggior numero di rifiuti, ma garantendo alle materie prime seconde lo spazio di mercato che meritano e al contempo prendendo in carico la gestione dei crescenti scarti provenienti dal riciclo oltre a quelli legati alle frazioni non riciclabili. Il contrario di quanto sta succedendo finora, come dimostrano tutti gli ultimi studi condotti in materia (si veda ad esempio quiquiqui e qui), che testimoniano una forte carenza di impianti in grado di gestire in sicurezza i rifiuti che produciamo.

«Il nuovo pacchetto di direttive europee per i rifiuti e l’economia circolare contiene ambiziosi target di riciclo – commenta Andrea Fluttero, presidente di Fise Unicircular – Perché si raggiungano va affrontato il tema dell’eco-progettazione, deve essere certa la cessazione della qualifica di rifiuto dopo adeguato trattamento (End of Waste), va assicurato maggiore sbocco ai materiali recuperati attraverso un ‘pacchetto di misure’ finalizzate a promuovere lo sviluppo dei mercati del riutilizzo e dei prodotti realizzati con materiali riciclati: maggiori costi per lo smaltimento in discarica dei rifiuti indifferenziati (salvaguardando la possibilità di smaltire gli scarti delle attività di riciclo), estensione dell’uso di materiali riciclati negli appalti pubblici, agevolazioni fiscali per l’uso di materiali e prodotti riciclati, sostegno alla ricerca e all’innovazione tecnologica per il riciclo, eliminazione graduale delle sovvenzioni in contrasto con la gerarchia dei rifiuti».

Fonte: Greenreport

Rifiuti, Sei Toscana sarà la prima utility toscana a trasformarsi in società benefit

Sei Toscana, il gestore del servizio integrato dei rifiuti urbani nei 104 Comuni dell’Ato sud, sarà la prima utility in Toscana ad adottare un modello di impresa for benefit, ovvero una società con duplice scopo: profitto e beneficio comune, nella consapevolezza che non vi può più essere spazio per un’impresa che ignori la necessità di migliorare le condizioni di vita, ambientali e sociali del territorio dov’è inserita. L’Italia è stato il primo Stato europeo a dotarsi di questa nuova qualifica giuridica, introdotta con la legge di Bilancio 2016, e adesso Sei Toscana è pronta al grande passo come dichiarato oggi  nella sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze in occasione della prima giornata nazionale delle società benefit organizzata da Assobenefit.

«La volontà di Sei Toscana, già espressa nel proprio piano industriale – spiega l’ad Marco Mairaghi (nella foto, ndr) –  è quella di trasformarsi in società benefit, ossia un’impresa che ha introiettato il modello dello sviluppo sostenibile nella propria strategia, bilanciando le scelte per ottenere risultati su tutti i fronti: economico-finanziario, ambientale, sociale e della governance, operando in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente. La società intende traguardare un futuro in cui il bene di Sei Toscana si intrecci sempre più strettamente con il bene dei territori in cui opera e con quello delle loro comunità».

Una mission che ha preso il via pochi mesi fa con il workshop “Società benefit: modello virtuoso per le Utilities”, al quale hanno partecipato i rappresentanti di alcune delle più importanti utility toscane e nazionali, assieme ad aziende, associazioni e istituti di credito. Dall’incontro è nata la proposta di Sei Toscana, in accordo con Utilitalia e Cispel Toscana, di dar vita a un percorso comune di co-progettazione per arrivare fattivamente a definire intenzioni, opportunità e modalità della trasformazione delle utility toscane in società benefit.

Nel frattempo, il gestore unico dell’Ato sud continua a portare avanti il suo impegno sociale sul territorio in molti modi. Ad esempio dopo il successo della quinta edizione di “RI-Creazione. Da oggetto a rifiuto e ritorno”, il progetto di educazione ambientale che in questo anno scolastico coinvolge circa 13.000 studenti delle primarie e secondarie del territorio, è tutto pronto adesso per un nuovo progetto didattico che si rivolge agli studenti delle scuole superiori. Per l’anno scolastico 2019-2020 infatti Sei Toscana ha proposto alle scuole secondarie di secondo grado (licei ed istituti superiori) “Ecoquiz: in missione per il Pianeta”, un progetto dedicato alla sensibilizzazione circa il corretto smaltimento dei Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche): sono dodici gli istituti scolastici che hanno aderito di nove Comuni.

«Sei Toscana crede molto nell’educazione ambientale rivolta alle giovani generazioni – commenta Leonardo Masi, presidente di Sei Toscana – e affianca con ogni sforzo possibile le Amministrazioni in un percorso volto alla crescita e alla formazione dei cittadini di domani. Oltre al progetto RI-Creazione abbiamo deciso di coinvolgere anche i ragazzi più grandi per cercare di offrire al territorio e al suo sistema scolastico un ulteriore strumento capace di promuovere quel salto di qualità culturale nell’affrontare le sfide che abbiamo di fronte che è imprescindibile nella necessaria transizione verso l’economia circolare. Da gennaio organizzeremo nelle scuole che partecipano al progetto raccolte straordinarie di piccoli Raee con contenitori appositi che consegneremo agli istituti».

Economia circolare, sostenibilità, benessere: dalla Regione Emilia Romagna 510 mila euro per 38 progetti

Dalla riqualificazione degli spazi pubblici a Vigolzone, nel reggiano, che ha ottenuto il più alto punteggio relativo alla qualità, fino ad altri progetti elaborati dalle Unioni dei Comuni come quello dell’Unione Rubicone e Mare (Forlì-Cesena)per stimolare la responsabilità delle imprese nel promuovere l’inclusione dei più deboli nel mondo del lavoro.

Crescita sostenibile, economia circolare, politiche green, inclusione sociale delle persone più fragili, salute e benessere: sono questi alcuni degli obiettivi che accomunano i 38 progetti che si sono aggiudicati il recente bando della Regione Emilia-Romagna sulla Partecipazione, che ha destinato 500 mila euro a enti locali, associazioni, imprese e altre realtà della società civile per la realizzazione di processi partecipativi che dovranno essere avviati entro il 15 gennaio del 2020.

Tra i progetti finanziati, che vedono rappresentate tutte le province emiliano-romagnole, diversi riguardano la riqualificazione e la rigenerazione urbanistica.

Si tratta di iniziative che valorizzano la sinergia tra pubblico e privato e che, a livello locale, agiscono per concorrere al raggiungimento di obiettivi Onu quali lo sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente e la promozione della salute e del benessere.

“La partecipazione è diventata il fiore all’occhiello dell’Emilia-Romagna – dice l’assessora al Bilancio e al Riordino istituzionale Emma Petitti – solo negli ultimi 12 mesi vi è stato un investimento complessivo di circa 1,2 milioni di euro a sostegno di questi processi. La Regione da tempo investe e sostiene i progetti e le iniziative della cittadinanza, che è così sempre più protagonista delle decisioni e delle nostre scelte. Attraverso i contributi dedicati alla partecipazione puntiamo a coinvolgere gli enti locali, insieme ai soggetti pubblici e privati, nell’amministrazione della cosa pubblica per sostenere le attività e le iniziative volte al miglioramento della comunità. Un lavoro in sinergia tra istituzioni e società civile per lo sviluppo del nostro territorio.”

A questo link la pagina dedicata al bando Partecipazione con la graduatoria.

Fonte: Eco dalle Città

Ecco le Economie Circolari di Comunità, un progetto di Legambiente e Ministero del Lavoro per diffondere l’economia circolare

Il progetto ECCO (Economie Circolari di COmunità), coordinato da Legambiente e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, punta a «Diminuire la produzione di rifiuti e incentivare i cittadini ad adottare stili di vita sostenibili, formare i giovani verso i green jobs e stimolare l’imprenditoria giovanile nel settore dell’economia circolare. Il tutto dando alle attività una forte valenza di carattere sociale grazie al coinvolgimento di persone socialmente deboli e coinvolgendo disoccupati e neet».

Alla base della nascita di ECCO le nuove direttive europee in materia di economia circolare e gli incoraggianti dati in termini di fatturato ed occupazione del settore. In Italia oggi l’economia circolare vale 88 miliardi di euro di fatturato ed impiega circa 575mila lavoratori, in particolare tra i giovani (“L’Economia Circolare in Italia”, 2018). L’Unione europea con il pacchetto di direttive, con annessi investimenti, punta sull’economia circolare per raggiungere i target di riciclo (fino al 65% per i rifiuti solidi urbani e il 70% degli imballaggi entro il 2035). Inoltre dall’economia circolare si attendono risparmi per le imprese (600 miliardi ogni anno), nuova occupazione (da 500mila a un milione di nuovi posti di lavoro) e benefici per qualità dell’ambiente (tra il 2% e il 4% del taglio delle emissioni di gas serra). Nonostante questi cambiamenti di tipo normativo la promozione dei processi di riuso e riutilizzo dei beni non ha ancora trovato riscontro nelle politiche pubbliche né nelle pianificazioni regionali.

ECCO, che avrà una durata di 18 mesi, è stato avviato e presentato ufficialmente oggi a Campi Bisenzio (FI) e il nucleo principale delle sue attività saranno i Ri-hub, 13 poli di “cambiamento territoriale” che coinvolgeranno cittadini, insegnanti, studenti e rappresentanti di associazioni ed istituzioni in attività di educazione alla sostenibilità e di promozione dei principi dell’economia circolare, oltre che di formazione diretta all’attivazione di filiere economiche sostenibili. A gestire le attività saranno i Ri-hubber, giovani selezionati da Legambiente e formati a Campi Bisenzio in una quattro giorni che ha accompagnato il Festival dell’Economia civile. Il Cigno Verde spiega che «I Ri-Hub saranno dislocati in 13 diverse regioni italiane: Torino (Piemonte); Milano (Lombardia); Vicenza e San Stino di Livenza (Veneto); Gemona (Friuli Venezia Giulia); Bologna (Emilia Romagna); Campi Bisenzio (Toscana); Roma (Lazio); Pescara (Abruzzo); Grottammare (Marche); Succivo (Campania); Potenza (Basilicata); Maruggio (Puglia) e Palermo (Sicilia). Il modello di business del progetto è stato affinato con la collaborazione della Luiss Business School, che ha fornito la consulenza scientifica e in particolare si occuperà di valutare i risultati ottenuti dal Ri-hub di Roma in termini di ritorno sociale».

Serena Carpentieri, vicedirettrice di Legambiente, ha aggiunto. «Il progetto ECCO punta a migliorare la vivibilità delle nostre città riducendo la produzione di rifiuti e intercettando oggetti a cui dare una seconda ‘vita’ attraverso dei poli di comunità, i Ri-hub. Questi poli fungeranno da punto di riferimento dei territori dove diffondere e mettere in pratica i concetti dell’economia circolare. Qui i cittadini potranno indicare problematiche rilevanti a livello locale, in tema di rifiuti e qualità dell’ambiente. I Ri-hub non solo avranno un fine didattico ma con l’avanzamento del progetto diventeranno dei luoghi dove implementare attività sostenibili”. Infatti ECCO darà ai cittadini, insieme a scuole e associazioni, la possibilità di prendere parte ad iniziative pubbliche e ad attività di laboratorio per apprendere le pratiche del riuso e della rigenerazione dei beni, alla base dell’economia circolare. Vogliamo evidenziare quello che sarà il valore aggiunto del progetto ECCO, ovvero riuscire a reintegrare giovani nel mondo del lavoro attraverso nuove competenze verdi e l’attivazione di filiere economicamente sostenibili».

Legambiente evidenzia che «Quindi ECCO affronterà il tema dell’economia circolare da una diversa prospettiva che va oltre il recupero e la riduzione dei rifiuti: le attività sostenibili realizzate dai Ri-hub avranno come modelli esperienze virtuose di economia circolare applicata al sociale. Tra questi si può citare la cooperativa Insieme di Vicenza che si occupa di attività di recupero di materiale usato (vestiti, mobili, libri e oggetti) abbinata a percorsi educativi di inserimento al lavoro e di recupero di autonomie personali. La cooperativa Insieme è cresciuta a tal punto da riuscire ad ottenere le autorizzazioni per l’apertura del primo Centro di riuso in Italia. Ciclofficine, riparazione di elettrodomestici e materiali informatici, gestione di orti sociali e piattaforme di scambio di beni usati, sono solo alcuni esempi di economia civile che verranno messi a punto nel corso del progetto».

Inoltre ECCO entrerà in contatto con insegnanti e studenti grazie all’organizzazione di giornate di orientamento professionale e le possibilità fornite dall’Alternanza scuola-lavoro. Questi incontri saranno le occasioni per presentare ai giovani le possibilità occupazionali offerte dai comparti dell’economia circolare e per spiegare le opportunità di collaborazione con i Ri-Hub.

Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente Toscana, ha concluso: «Sono particolarmente orgoglioso che il lancio del progetto ECCO avvenga in Toscana, terra di antiche tradizioni civiche, perché è qui, nel cuore della Toscana, a Campi Bisenzio, che abbiamo fatto nascere il primo Distretto dell’Economia Civile del nostro Paese».

Fonte: Greenreport

La BEI non finanzierà l’inceneritore di Belgrado per non confliggere con prevenzione e riciclo dei rifiuti

Dalla Serbia arriva una nuova conferma che in Europa l’incenerimento dei rifuti è un procedimento in fase di inesorabile dismissione, con buona pace di chi ancora ne sostiene la necessità. Questa volta è la finanza a ribadire che bruciare l’immondizia non è più sostenibile.

Lunedì 28 ottobre la Banca europea per gli investimenti (BEI) – l’istituzione finanziaria dell’Ue nata nel ’57 per sostenere economicamente gli obiettivi politici dell’Unione in diversi campi tra cui i trasporti, l’energia, le telecomunicazioni, l’istruzione – si è astenuta dal finanziare il progetto dell’inceneritore di rifiuti urbani di Belgrado, previsto nella municipalità di Vinča. A riferirlo una lettera inviata a Ne Davimo Beograd, un movimento politico di cittadinanza attiva impegnato sul fronte dei diritti civili e dell’uso equo delle risorse comuni e naturali, che è tra i principali oppositori all’opera.

La BEI ha affermato che la sua valutazione, unitamente ad un parere della Commissione Europea, abbiano riscontrato che l’attività dell’inceneritore di Vinča avrebbe impedito alla Serbia di raggiungere gli obiettivi ambientali in termini di riciclo e di economia circolare previsti dall’Unione Europea. Obiettivi di cui il paese deve tener conto nella sua istruttoria per il suo eventuale ingresso nell’Unione richiesto a dicembre 2009.

Al contrario, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), l’International Finance Corporation (IFC) e l’Austrian Development Bank (OeEB) hanno recentemente firmato prestiti per il progetto. A questo proposito Ne Davimo Beograd e Bankwatch hanno recentemente presentato un reclamo ufficiale alla BERS dicendo che il sostegno al progetto viola le politiche stesse della banca, che avrebbe più coerentemente potuto finanziare pratiche ambientali più sostenibili come la prevenzione, il riutilizzo, il compostaggio e il riciclo dei rifiuti, che a Belgrado sono ad un livello estremamente basso.

Il reclamo sottolinea anche una cosa risaputa e cioè che gli inceneritori tendono a depotenziare le misure di prevenzione e riciclo a causa di lunghi contratti che richiedono alle autorità cittadine di consegnare agli impianti consistenti quantità di rifiuti.

Pippa Gallop della CEE Bankwatch Network ha dichiarato: “La BERS e l’IFC hanno insistentemente affermato che l’inceneritore non avrebbe influito sul riciclo, senza fornire però alcuna prova. Ora la BEI e la Commissione affermano il contrario. Queste banche, ora, ci devono molte spiegazioni.”

Aleksa Petković di Ne Davimo Beograd dice: “Accogliamo con favore la decisione della BEI e il parere della Commissione sul fatto che Belgrado non dovrebbe dare la priorità all’incenerimento. Soffriamo già di bassi livelli di riciclo e di una terribile qualità dell’aria. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un’altra fonte di inquinamento e un’altra deviazione dall’istituzione di un sistema di riciclo funzionale. La BERS, l’IFC e l’OeEB devono ritirarsi da questo progetto finchè sono in tempo.”

Fonte: Bruno Casula per Eco dalle Città

Ellen McArthur: Clima, senza economia circolare non rispetteremo l’Accordo di Parigi

La transizione energetica dalle fonti fossili alle rinnovabili, assieme ai progressi sul fronte dell’efficienza energetica, rappresenta il passo indispensabile da compiere per rispettare l’Accordo di Parigi sul clima: restare entro i +2°C di riscaldamento globale per evitare cambiamenti climatici devastanti, e fare tutto il possibile per limitare il surriscaldamento a +1,5°C rispetto all’era preindustriale. Da sola, la transizione energetica non sarà però sufficiente per raggiungere questi target, come mostra l’ultima ricerca dell’Ellen MacArthur fondation.

Secondo il report Completing the picture: how the circular economy tackles climate change, il passaggio alle rinnovabili potrebbe garantire fino al 55% della riduzione di gas serra necessaria a raggiungere i target dell’Accordo di Parigi, perché anche la gestione della materia – e non solo dell’energia – ha un ruolo centrale nella lotta ai cambiamenti climatici. E per dimostrare che l’economia circolare potrebbe permettere di tagliare il rimanente 45% di emissioni l’Ellen MacArthur fondation esamina cinque industrie chiave: acciaio, plastica, alluminio, cemento e produzione di cibo. I cui impatti, per inciso, vanno ben oltre il solo profilo climatico.

L’estrazione e la lavorazione delle risorse naturali è responsabile ad esempio per il 90% degli impatti antropici legati all’uso del suolo e dell’acqua, con l’agricoltura come primo attore protagonista. Un tratto che rende ancora più evidente come sia necessario ripensare al nostro modo di produrre, consumare e usare il territorio. «Per raggiungere gli obiettivi climatici è fondamentale trasformare il modo in cui progettiamo, realizziamo e utilizziamo prodotti e alimenti – argomenta Ellen MacArthur – Il completamento della transizione verso un’economia circolare può consentirci di soddisfare le esigenze di una popolazione globale in crescita, creando al contempo un’economia prospera e resiliente che può funzionare a lungo termine».

Concretizzare il passaggio all’economia circolare nei cinque comparti chiave esaminati nel rapporto potrebbe ridurre le emissioni di CO2 del 40% (equivalenti a 3,7 miliardi di tonnellate) al 2050, attraverso un approccio integrato: la riduzione dei rifiuti lungo l’intero arco produttivo si stima che potrebbe contribuire con -0,9 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, il riuso di prodotti e componenti garantirebbe -1,1 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, e il riciclo un taglio di altre -1,7 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno. Altri cambiamenti sono poi necessari non solo nel nostro modo di produrre, ma anche quello di consumare beni materiali: si stima ad esempio che in media le automobili europee siano parcheggiate per il 92% del tempo, e che in media solo 1,5 dei 5 posti al loro interno vengano occupati. La diffusione del car sharing o altre forme di mobilità condivisa potrebbero dunque portare evidenti vantaggi sotto questo profilo, consentendo un minor spreco di risorse per la produzione di auto.

Emilia-Romagna. Nuovi obiettivi per il Green Public Procurement: acquisti verdi al 100% entro il 2022

Acquisti verdi al 100%, entro il 2022, per arredi degli uffici, carta, cartucce per stampanti, apparecchiature informatiche, servizi di pulizia e di cura del verde negli enti pubblici. E ancora: edilizia, decoro urbano, illuminazione pubblica, mezzi di trasporto, ristorazione collettiva, così come per tutti gli altri beni e i servizi coperti dai Cam, i criteri ambientali minimi definiti a livello nazionale. Una sorta di “marchio di qualità” dei prodotti, che certifica la sostenibilità del loro intero processo produttivo, fino allo smaltimento.

È l’obiettivo fissato per tutte le pubbliche amministrazioni dell’Emilia-Romagna dal terzo Piano triennale per il Green Public Procurement, approvato in Assemblea legislativa. Ad accompagnarlo, anche il traguardo del 50% indicato per gli acquisti di beni e servizi per i quali non sono stati ancora definiti i Cam a livello nazionale ma che la Regione ha aggiunto tra i suoi traguardi. Il Piano si applica, oltre alle strutture regionali, anche a Province, Comuni e Unioni di Comuni, Acer, Università, Aziende Usl, Istituti assistenziali, Consorzi di bonifica e società a partecipazione pubblica.

“Il passaggio verso un’economia sempre più attenta agli obiettivi di sostenibilità ambientale previsti dall’agenda 2030 dell’Onu, più circolare e con minori emissioni di gas serra dipende anche dalle scelte di consumo degli enti pubblici- afferma l’assessore regionale all’Ambiente, Paola Gazzolo-. L’Emilia-Romagna è da sempre all’avanguardia in questo campo, fin dall’approvazione della prima legge di settore nel 2009. Dieci anni dopo, alziamo ulteriormente l’asticella per rendere gli acquisti e le forniture sempre più green: siamo sicuri di riuscirci, forti dei risultati già conseguiti con le azioni messe in campo dal Piano precedente. Introdurre gli acquisti verdi in un ente significa ripensare i fabbisogni di un’amministrazione e riorientare i processi di consumo in una prospettiva di riduzione degli sprechi e di ottimizzazione delle risorse. A tal fine- chiude Gazzolo- è fondamentale l’informazione, la formazione e la sensibilizzazione del personale che opera nelle strutture pubbliche del territorio: il loro lavoro e le loro scelte sono, infatti, lo snodo per affermare una svolta verde nelle amministrazioni della regione”.

Nell’ultimo triennio, secondo il monitoraggio condotto dalla Regione, gli acquisti sostenibili con l’utilizzo dei Cam hanno raggiunto il 41% del totale per 1 milione e mezzo di euro. L’agenzia regionale Intercenter ha attivato 32 convenzioni quadro contenenti principi di sostenibilità ambientale e 19 con criteri di sostenibilità sociale; gli ordini per forniture emessi dalle pubbliche amministrazioni del territorio regionale nell’ambito di Convenzioni con elementi green hanno toccato quota 1 miliardo 389 milioni di euro nel triennio 2016-2019.

Le azioni del Piano

Tra le azioni previste dal Piano per il Green public procurement, ampia è la rilevanza attribuita alle attività di sensibilizzazione, formazione e informazione del personale pubblico. Si prevede di continuare con la promozione di incontri specifici come i 12 eventi organizzati nell’ultimo triennio, che hanno visto la partecipazione di oltre 900 dipendenti di amministrazioni statali e locali.

Si punta, inoltre, alla promozione degli acquisti verdi nell’ambito dell’utilizzo delle risorse comunitarie di Por e Psr, all’assistenza tecnica da parte della Regione alle stazioni appaltanti nella predisposizione e adozione dei criteri ambientali e sociali nelle proprie gare e al coinvolgimento delle associazioni di categoria degli operatori economici. Continuerà poi l’attività per predisporre strumenti operativi e di approfondimento a disposizione degli uffici acquisti: manuali tecnico-operativi dedicati ai Cam, guide pratiche per fare acquisti verdi, assistenza tecnica per fornire risposte tempestive e accurate alle richieste degli stakeholder.

Il raggiungimento degli obiettivi fissati dal Piano continuerà a essere sottoposto a un costante monitoraggio che interesserà sia le direzioni regionali e IntercentER, sia le amministrazioni territoriali, grazie alla collaborazione con l’Osservatorio regionale dei contratti pubblici.

Fonte: Regione Emilia Romagna

Premio di eccellenza “Verso un’economia circolare” – Edizione 2019

Il premio di eccellenza “Verso una economia circolare” compie ormai tre anni e di fatto si conferma come uno dei concorsi più attesi nel panorama nazionale sia per gli Enti locali sia per le imprese. Forte di numeri sempre in crescita, il premio in questi anni ha accompagnato un’evoluzione culturale e di tendenza sempre più significativa anche grazie ad una rinnovata opera di sensibilizzazione rispetto alle questioni ambientali, sempre più orientata alle politiche di riutilizzo. E su queste tematiche appunto il bando appena pubblicato vuole puntare ancora l’attenzione, dando spazio a quelle realtà, Enti locali, Aziende, Università e centri di ricerca che, nel biennio 2018-19, abbiano realizzato, avviato, o anche solo approvato ed autorizzato, interventi di diminuzione dei rifiuti e di uso efficiente dei materiali di scarto, favorendo percorsi verso sistemi eco-industriali che limitino al massimo i sottoprodotti non utilizzati, il loro smaltimento e la conseguente dispersione nell’ambiente.

Nelle scorse edizioni il numero dei partecipanti è cresciuto mano a mano che l’iniziativa prendeva piede, grazie anche alle numerose collaborazioni e patrocini intrapresi sin dagli esordi e che oggi contemplano ancora le due Università di Brescia (Università degli studi e Cattolica del Sacro Cuore), Kyoto Club, Anci, Associazione Borghi autentici, Agenda 21, oltre al sostegno inedito della Fondazione Vittorio e Mariella Moretti e di Apindustria. Mai scontato il patrocinio del Ministero dell’Ambiente insieme al più “contiguo” supporto di Cogeme Spa e Acque Bresciane.

Il Premio vede, come per le passate edizioni, la media partnership de La Stampa Tuttogreen.

“Non è semplice proseguire un percorso a seguito un finanziamento concluso, nel caso specifico quello di Fondazione Cariplo. Aver confermato questa iniziativa, coinvolgendo anche altri attori sul territorio, rappresenta per la nostra Fondazione un ulteriore stimolo a diffondere al meglio i principi dell’economia circolare” così il Presidente di Fondazione Cogeme Onlus, Gabriele Archetti, membro del comitato scientifico all’insegna della continuità e competenza, composto inoltre da Gianni Silvestrini Direttore scientifico Kyoto Club e QualEnergia, Sergio Andreis Direttore esecutivo di Kyoto Club, Maurizio Tira Rettore dell’Università degli Studi di Brescia, Douglas Sivieri Presidente Apindustria Brescia, Gianluca Delbarba Presidente di Acque Bresciane e Dario Lazzaroni Presidente di Cogeme Spa.

Di seguito si riportano in breve alcune caratteristiche del Premio che prevede la suddivisione in due categorie:

Comuni

comuni fino a 30.000 abitanti

comuni oltre 30.000 abitanti

Aziende:

fatturato fino a 30 milioni

fatturato oltre i 30 milioni.

Il termine per la presentazione delle candidature è fissato per giovedì 31 ottobre 2019.

Per ulteriori informazioni visitare il sito www.versounaeconomiacircolare.it oppure scrivere a  info@versounaeconomiacircolare.it.

Premio di eccellenza nazionale (pdf)

Domanda di partecipazione (pdf)

Scheda riepilogativa dell’intervento proposto per il Premio (pdf)

Il Pacchetto UE sull’Economia Circolare e il paradosso dei termovalorizzatori

di 

Il quadro nazionale relativo al governo dei rifiuti urbani deve affrontare a breve un profondo rinnovamento a seguito della pubblicazione nel luglio 2018 nella sua versione definitiva del “Pacchetto sull’Economia Circolare”, significativamente sottotitolato “un programma Rifiuti Zero per l’Europa” a testimoniare il solido legame reciproco tra visione circolare di una economia efficientata a livello UE e l’implementazione delle strategie Rifiuti Zero, che ne possono essere lo strumento attuativo nei programmi locali.

Il percorso istituzionale di tale pacchetto era iniziato nel 2014 ed include obiettivi e previsioni qualificanti circa il riuso e riciclo dei rifiuti urbani (65% entro il 2035 senza considerare il compostaggio) e dei rifiuti da imballaggio (70% al 2035), la minimizzazione del ricorso alla discarica (massimo 10% al 2035). A questi si aggiungono l’obbligo di raccolta differenziata dell’organico in tutta Europa a partire dal 2024 nonché un’armonizzazione dei criteri di calcolo per il conseguimento di tali obiettivi.

Inoltre, sempre a livello comunitario è attualmente in atto la revisione della Direttiva sulle Fonti Energetiche Rinnovabili, che prevede condizioni più restrittive per la concessione di sussidi al trattamento termico dei rifiuti (che dovrebbero rispettare la gerarchia UE con la priorità alle opzioni superiori) e la revisione dei criteri di erogazione dei Fondi Regionali UE per escludere dai finanziamenti qualunque tecnologia di trattamento del rifiuto residuo, proprio per renderla meno economicamente vantaggiosa rispetto agli interventi di riduzione e recupero. Il tramonto delle politiche di sussidio e finanziamento determinerà quindi un significativo peggioramento del quadro economico per i business plan di nuovi impianti di incenerimento.

Le principali determinanti della nuova “Waste Policy” comunitaria, cui dovranno essere conformate le strategie e politiche nazionali nei prossimi decenni, possono dunque essere sintetizzate come di seguito:

1.  Si va nella direzione di un forte incremento dei livelli di ambizione a livello UE, in particolare per l’innalzamento degli obiettivi complessivi di riuso e riciclaggio, minimizzando i cosiddetti “leakage (decadimenti) di materiali dai modelli circolari, come sarebbe nel caso di incenerimento e discarica;

2.  La raccolta differenziata obbligatoria dell’organico conferma strategie già ampiamente diffuse sul territorio nazionale, ne consolida ruolo ed effetto, e – per quanto riguarda le implicazioni operative sulla gestione del RUR – determinerà un sempre maggiore drenaggio di matrici putrescibili dal rifiuto residuo, determinandone una maggiore inclinazione alla lavorabilità nell’ottica del recupero dei materiali valorizzabili ancora ivi inclusi (es. plastiche non da imballaggio, che non sono incluse nei circuiti di raccolta differenziata e tendono dunque a concentrarsi nel RUR);

3.  L’effetto combinato di quanto sopra sarà una minimizzazione progressiva del rifiuto urbano residuo (RUR), il che comporta condizioni di rischio per gli investimenti in tecnologie che richiedono flussi costanti di RUR (tipicamente, l’incenerimento), e determina la necessità di tecnologie flessibili, ossia in grado di adattarsi a scenari con diminuzione progressiva del RUR e parallelo aumento delle frazioni da RD, sia quelle compostabili che quelle riciclabili.

In relazione all’ultimo punto, ha recentemente determinato ampia risonanza l’analisi critica della situazione nei Paesi del Nord Europa commissionata dai Ministeri dell’Ambiente di tali Paesi che ha dimostrato che in tale area il largo ricorso alla termovalorizzazione con recupero energetico (termine che nel resto d’Europa viene tradotto semplicemente con “incenerimento”) ha sostanzialmente “ingessato” il sistema frenando lo sviluppo dei tassi di riciclo e delle politiche di riduzione.

Il paradosso degli Stati membri del Nord Europa che hanno praticamente eliminato le discariche è infatti che la rigidità del sistema impiantistico a servizio dell’incenerimento e dei suoi contratti ventennali o trentennali, vincola le comunità e i territori serviti a conferire determinati quantitativi di rifiuti ogni anno. A causa di questi vincoli contrattuali gli interessi dei soggetti pubblici o privati detentori e gestori degli impianti di incenerimento risultano inevitabilmente in contrasto con le politiche di riduzione e prevenzione che tendono a limitare ulteriormente i quantitativi prodotti ed a aumentare oltre certi livelli i tassi di riciclo.

Lo scenario tendenziale nazionale deve dunque mostrare una forte propensione evolutiva, con innalzamento dei tassi di raccolta differenziatariciclo e di recupero materia ben oltre i livelli medi attuali, ed allineati con le buone pratiche operative che abbondano in Italia e fanno spesso da modello a livello mondiale. Per applicare correttamente le suddette strategie europee anche dal punto di vista impiantistico, risulta quindi necessario: realizzare rapidamente l’impiantistica necessaria ad accompagnare l’aumento dei livelli di riciclo e recupero (ad es. gli impianti di compostaggio); garantire la capacità di pretrattamento del RUR, come previsto dalla Direttiva 1999/31 sulle discariche, e dai suoi recepimenti in ambito nazionale; questo va fatto privilegiando le tipologie impiantistiche connotate da intrinseca flessibilità operativa, per garantirne la compatibilità e l’adattamento, diretto o con modifiche organizzative ed operative di entità marginale, a scenari con riduzione progressiva del rifiuto urbano residuo (RUR) ed aumento delle frazioni derivanti da una raccolta differenziata sempre più incisiva ed efficiente.

Tali principi sono stati recepiti anche nel programma del Governo Conte Bis appena insediato che si è impegnato “a promuovere politiche volte a favorire la realizzazione di impianti di riciclaggio e, conseguentemente, a ridurre il fabbisogno degli impianti di incenerimento, rendendo non più necessarie nuove autorizzazioni per la loro costruzione”. Prima di questo importante impegno strategico in Italia si era invece cercato di imporre alle Regioni la realizzazione di 12 nuovi inceneritori con recupero energetico. L’art. 35 del Dl 133/14, noto come “Sblocca Italia” aveva individuato infatti l’incenerimento come unico sistema possibile per il pretrattamento dei rifiuti anche se, come da più parti rilevato, tale scelta risultava in contraddizione con il testo della stessa Direttiva 1999/31, che all’articolo 2 include il trattamento termico (incenerimento, trattamenti termici non convenzionali, co-incenerimento) tra i trattamenti possibili, ma non lo individua come unica opzione. In sede di Conferenza Stato-Regioni è stata inoltre evidenziata la mancanza di una procedura di una VAS (Valutazione Ambientale Strategica) che risultava invece necessaria a corredo del suddetto Decreto in quanto lo stesso si configurava come un vero e proprio atto programmatorio integrativo.

Non a caso, dopo le prese di posizione di diverse Regioni che hanno resa esplicita (con dichiarazioni di Governatori ed Assessori, o con l’adozione di disposizioni o Piani regionali) l’intenzione di non seguire le indicazioni dello “Sblocca-Italia”, è arrivato il rinvio, da parte della Giustizia Amministrativa, del Decreto alla Corte di Giustizia Europea, su iniziative di alcune ONG e proprio in relazione alla debole argomentazione sulle scelte operate e alla mancanza di valutazioni a supporto (oltre che alla potenziale contraddizione con gerarchie UE e previsioni del Pacchetto Economia Circolare). La Corte di Giustizia Europea ha in seguito sostanzialmente confermato la debolezza dell’impianto dello Sblocca-Italia, per l’assenza di una VAS con relativa analisi delle alternative.

Fonte: RiEnergia

Appello delle imprese per sbloccare il riciclo dei rifiuti in italia

Il mondo imprenditoriale e associativo fa un appello a Governo e Parlamento per trovare una soluzione al blocco delle operazioni di riciclo dei rifiuti nel nostro Paese.
CONFINDUSTRIA, CIRCULAR ECONOMY NETWORK, CNA, FISEUNICIRCULAR, FISE ASSOAMBIENTE, CONFEDERAZIONE ITALIANA AGRICOLTORI, CONFARTIGIANATO IMPRESE, CONFCOOPERATIVE, LEGACOOP PRODUZIONE E SERVIZI, CISAMBIENTE, FEDERCHIMICA, FEDERACCIAI, FEDERAZIONE GOMMA PLASTICA, ASSOMINERARIA, CONAI, CONOU, ECOPNEUS, CONFEDERAZIONE LIBERE ASSOCIAZIONI ARTIGIANE ITALIANE, GREEN ECONOMY NETWORK DI ASSOLOMBARDA, UTILITALIA, CASARTIGIANI, CONFAPI, ASSOVETRO, CONFAGRICOLTURA, CONSORZIO ITALIANO COMPOSTATORI, ECOTYRE, COBAT, CONSORZIO RICREA, ANCO, AIRA, GREENTIRE, ASSOBIOPLASTICHE, ASCOMAC COGENA, ECODOM, AMIS, COMIECO, ASSOCARTA, FEDERAZIONE CARTA E GRAFICA, CENTRO DI COORDINAMENTO RAEE, SITEB, ASSOREM, FIRI, FEDERBETON, AITEC, CONOE, COREPLA, FEDERESCO, ANGAM, CENTRO DI COORDINAMENTO NAZIONALE PILE E ACCUMULATORI, UCINA – CONFINDUSTRIA NAUTICA, ASSOFOND, CONSORZIO CARPI, ASSOFERMET, AGCI-SERVIZI
riunite oggi a Roma presso lo Spazio Eventi Spagna di Roma, hanno lanciato un grido d’allarme per denunciare le pesanti ricadute sull’ambiente, sulla salute dei cittadini e sui costi di gestione dei rifiuti per famiglie e imprese, in seguito alla battuta d’arresto del settore dell’economia circolare.

Una sentenza del Consiglio di Stato ha di fatto paralizzato le operazioni di riciclo dei rifiuti. La misura dello Sblocca Cantieri in materia di cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste) non ha risolto la situazione, limitandosi a salvaguardare le tipologie e le attività di riciclo previste e regolate dal DM 5 febbraio 1998 e successivi, escludendo quindi quelle che sono state sviluppate nel frattempo. Questo quadro normativo di fatto impedisce diverse attività di riciclo di rifiuti di origine sia urbana che industriale e la realizzazione di nuove attività e impianti.
Come è noto la raccolta differenziata è una precondizione per gestire in modo virtuoso i rifiuti attraverso il loro corretto conferimento verso impianti preposti al riciclo. Ma non basta. Gli impianti devono essere autorizzati a far cessare la qualifica di rifiuto (End of waste) in modo che dopo il trattamento restituiscano prodotti, materiali e oggetti destinati al mercato.

L’invio dei nostri rifiuti all’estero ha costi troppo elevati per i cittadini e le imprese ed è proprio un Paese povero di materie prime come l’Italia, a dover valorizzare i materiali di scarto per essere competitivo nel confronto internazionale e rafforzare la propria base imprenditoriale.  Il blocco delle autorizzazioni ci costa 2 miliardi di euro in più all’anno.

Lo sviluppo di processi e prodotti legati all’economia circolare rappresenta una sfida strategica per garantire un uso razionale delle risorse naturali, quindi la situazione di stallo denunciata oggi dalle imprese, e più volte rappresentata alle Istituzioni, è un richiamo all’attenzione generale. Con l’appello di oggi infatti il mondo imprenditoriale si rivolge non solo alle Istituzioni ma anche ai cittadini. Se le operazioni di riciclo non vengono rapidamente sbloccate, la crisi in atto che già colpisce la gestione dei rifiuti, urbani e speciali, si aggraverà e porterà a situazioni critiche in molte città su tutto il territorio nazionale, con il rischio di sovraccaricare le discariche e gli inceneritori.

Le attività più colpite sono proprio quelle che impiegano modalità e tecnologie più innovative per il riciclo e recupero dei rifiuti e quindi paradossalmente anche le più efficaci per la tutela ambientale e lo sviluppo dell’economia circolare.

La soluzione per porre fine a questa emergenza è stata indicata dall’Europa con il Pacchetto di Direttive in materia di economia circolare, pubblicato a giugno 2018. Le imprese e le Associazioni hanno richiesto con forza di recepire tali Direttive per garantire una gestione sicura ed efficiente dei rifiuti e affrontare le sfide ambientali ed economiche a livello globale.
L’impresa italiana, con i suoi impianti, vuole continuare a rendere concreta la transizione verso l’economia circolare, consolidando la sua leadership a livello europeo nel guidare il processo di crescita verso la de-carbonizzazione e l’uso efficiente delle risorse naturali.

“Il settore industriale del riciclo italiano”, ha affermato il Presidente di FISE Unicircular (Unione Imprese dell’Economia Circolare) Andrea Fluttero a margine della conferenza stampa, “è leader a livello europeo e rappresenta una solida base sulla quale costruire l’Economia circolare del futuro. Da oltre un anno e mezzo denunciamo in ogni sede che la mancata soluzione da parte di Parlamento e Governo del “problema End of Waste”, aperto dal Consiglio di Stato e aggravato dallo Sblocca Cantieri, rischia di demolire queste solide basi facendo chiudere centinaia di aziende con evidenti danni economici, occupazionali ed ambientali. Impianti di riciclo chiusi vuol dire più rifiuti in discariche ed inceneritori. La soluzione, che il Governo si rifiuta ostinatamente di attuare, è la reintroduzione delle autorizzazioni “caso per caso”, sulla base di precise condizioni e di criteri uguali per tutta l’Europa, affidate alle Regioni, che in Italia sono preposte a tali autorizzazioni”.
“Senza questa semplice soluzione”, conclude Fluttero, “il Governo ed il Parlamento si assumono la responsabilità di una sempre più vicina e devastante crisi del sistema rifiuti nel nostro Paese.”

Fonte: Unicircular