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EU, nuovo piano d’azione per l’Economia circolare

Il 10 febbraio 2021, il Parlamento Europeo ha deliberato la Risoluzione del Parlamento europeo sul nuovo piano d’azione per l’economia circolare (2020/2077(INI)).

Nel documento (punto 3) si sottolinea l’opportunità intrinseca dell’economia circolare per tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea: “sottolinea che l’economia circolare può fornire soluzioni alle nuove sfide provocate e messe in evidenza dalla crisi della pandemia da COVID-19, rafforzando le catene del valore all’interno dell’UE e riducendone la vulnerabilità, e rendendo gli ecosistemi industriali europei più resilienti e sostenibili nonché competitivi e redditizi”.

Un passaggio fondamentale è quello al punto 8) dove il Parlamento EU “esorta la Commissione a introdurre entro il 2021 indicatori di circolarità armonizzati, comparabili e uniformi, che comprendano indicatori relativi all’impronta dei materiali e all’impronta dei consumi nonché una serie di sottoindicatori sull’efficienza delle risorse e i servizi ecosistemici; precisa che questi indicatori dovrebbero misurare il consumo di risorse e la produttività di queste ultime, includendo le importazioni e le esportazioni a livello dell’UE, degli Stati membri e dell’industria, nonché essere coerenti con metodologie armonizzate di valutazione del ciclo di vita e di contabilizzazione del capitale naturale; aggiunge che dovrebbero essere applicati in tutte le politiche dell’Unione e a livello degli strumenti finanziari e delle iniziative di regolamentazione“;

Inoltre al punto 96), viene nuovamente fatto riferimento alla gerarchia dei rifiuti, già segnalata e indicata nella Direttiva 98/2008 e si: “sottolinea l’importanza di assegnare la priorità innanzitutto alla prevenzione dei rifiuti, in linea con la gerarchia dei rifiuti dell’UE, nell’ambito delle politiche in materia sia di prodotti che di rifiuti; invita la Commissione a proporre obiettivi vincolanti per la riduzione complessiva dei rifiuti e per la riduzione dei rifiuti in specifici flussi di rifiuti e gruppi di prodotti, nonché obiettivi volti a limitare la produzione di rifiuti residui, nella revisione della direttiva quadro sui rifiuti e della direttiva sulle discariche, prevista per il 2024; ritiene che gli obiettivi relativi alla preparazione per il riutilizzo e quelli di riciclaggio dovrebbero essere separati al fine di attribuire alla preparazione per il riutilizzo la priorità che riveste nella gerarchia dei rifiuti”.

Un forte richiamo viene anche diretto agli Stati Membri dell’Unione Europea e anche alla Commissione europea, visto il loro significativo ruolo di coordinatori e promotori dell’economia circolare stessa. In particolare al punto 53) si:” sottolinea la necessità di coerenza politica tra le misure esistenti e quelle future a livello dell’UE e degli Stati membri, al fine di garantire il conseguimento degli obiettivi del piano d’azione e di assicurare la certezza economica e degli investimenti per le tecnologie, i prodotti e i servizi circolari, che favoriranno anche la competitività e l’innovazione dell’UE; invita la Commissione ad affrontare eventuali incoerenze o barriere normative esistenti o incertezze giuridiche che ostacolano la piena realizzazione di un’economia circolare; chiede incentivi economici quali la tariffazione delle emissioni di CO2, la responsabilità estesa del produttore con l’ecomodulazione delle tariffe e degli incentivi fiscali, nonché altri incentivi finanziari che promuovano scelte sostenibili da parte dei consumatori” (SC)

Scarica il testo della risoluzione

NextGenerationEU, ecco i criteri per usare i fondi “senza danneggiare gli obiettivi ambientali UE”

La Commissione europea ha presentato oggi (venerdì 12 febbario, ndr) le sue linee guida sull’attuazione del principio DNHS (Do not significant harm, ovvero “non causare danni significativi”, ndr) nel contesto del meccanismo di recupero e resilienza (RRF). L’RRF, lo strumento chiave al centro del NextGenerationEU, metterà a disposizione 672,5 miliardi di euro in prestiti e sovvenzioni per sostenere le riforme e gli investimenti negli Stati membri.

La presente guida mira a sostenere gli Stati membri nel garantire che tutti gli investimenti e le riforme che propongono di essere finanziati dal RRF non danneggino in modo significativo gli obiettivi ambientali dell’UE, ai sensi del regolamento sulla tassonomia. Delinea i principi chiave e una metodologia in due fasi per la valutazione DNHS nel contesto dell’RRF, come un modo per facilitare il lavoro degli Stati membri nella preparazione dei loro piani di recupero e resilienza. Il rispetto del principio “non nuocere in modo significativo” è una condizione preliminare per l’approvazione dei piani da parte della Commissione e del Consiglio che è stabilito nel regolamento RRF. Il personale della Commissione sta lavorando a stretto contatto con le autorità degli Stati membri per garantire che questo sia un processo fluido e rapido, che porti alla presentazione dei piani.

Facilitare la transizione verde è un obiettivo chiave della RRF. Le disposizioni DNHS sono uno strumento cruciale per questo, insieme al requisito che un minimo del 37% della spesa per investimenti e riforme contenute in ciascun piano nazionale di ripresa e resilienza dovrebbe sostenere gli obiettivi climatici. La presentazione di questa guida segue l’approvazione del Parlamento europeo dello strumento per il recupero e la resilienza all’inizio di questa settimana. La presidente Ursula von der Leyen ha partecipato questa mattina a una cerimonia di firma e conferenza stampa insieme al presidente del Parlamento europeo David Sassoli e al primo ministro António Costa per la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, in occasione dell’approvazione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio del Regolamento RFF.

La presidente Ursula von der Leyen ha dichiarato: “Desidero congratularmi con il Consiglio e il Parlamento per l’adozione definitiva ora del regolamento. Questo è davvero un momento molto storico. Stiamo combattendo questa pandemia e la grave crisi sanitaria con i vaccini. I vaccini sono il nostro alleato e la nostra speranza. Ma non dovremmo mai dimenticare la seconda enorme crisi che abbiamo, questa è la crisi economica. E lì, il nostro alleato e la nostra speranza è NextGenerationEU. 750 miliardi di euro per sostenere i nostri cittadini a mantenere il loro posto di lavoro, per sostenere le aziende a rimanere in attività e per sostenere le comunità a mantenere il loro tessuto sociale. Nessuno Stato membro da solo sarebbe stato in grado di gestire questa crisi economica da solo e da solo “. La dichiarazione completa della presidente Ursula von der Leyen è disponibile qui. La guida e gli allegati sono disponibili online.

Fonte: Eco dalle Città

Economia circolare: in che modo l’UE intende realizzarla entro il 2050? Il punto della situazione su piani e scadenze

Se si continuano a sfruttare le risorse allo stesso ritmo di oggi, entro il 2050 ci sarà bisogno delle risorse di tre pianeti. Le risorse limitate e i cambiamenti climatici rendono necessario il passaggio da una società del tipo “produzione-consumo-scarto” a una volta a un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale, libera dalle sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050.

La crisi attuale ha evidenziato le debolezze nelle catene delle risorse e del valore, colpendo le PMI e l’industria. L’economia circolare taglierebbe le emissioni di CO2, stimolando allo stesso tempo la crescita economica e creando opportunità di lavoro.

Per saperne di più sulla definizione e i benefici dell’economia circolare.

Il piano d’azione dell’UE per l’economia circolare

In linea con l’obiettivo dell’UE di neutralità climatica entro il 2050 previsto dal Green Deal, nel marzo 2020 la Commissione europea ha proposto un nuovo piano d’azione per l’economia circolare. Tale piano è incentrato sulla prevenzione dei rifiuti e la loro gestione ottimale e promuove, inoltre, la crescita, la competitività e la leadership globale dell’UE nel settore.

Il 27 gennaio, la Commissione per l’ambiente ha approvato il piano e ha richiesto degli obiettivi vincolanti per l’uso e il consumo di materiali da raggiungere entro il 2030. Il rapporto sarà votato durante la sessione plenaria di febbraio.

Il passaggio ai prodotti sostenibili

Per realizzare un mercato europeo di prodotti sostenibili, neutrali per il clima ed efficienti dal punto di vista delle risorse, la Commissione ha proposto un’estensione della Direttiva per la progettazione ecocompatibile anche ai prodotti non connessi all’energia. È volontà dei deputati che le nuove regole entrino in vigore entro il 2021.

I deputati hanno approvato anche delle iniziative per combattere l’obsolescenza programmata, migliorare la durata e la riparabilità dei prodotti e rendere più forti i diritti dei consumatori con il “diritto alla riparazione“. È stata inoltre sottolineata l’importanza del diritto dei consumatori di essere correttamente informati sull’impatto ambientale dei prodotti e dei servizi che comprano ed è stato richiesto alla Commissione di preparare delle proposte per combattere la pratica scorretta del “greenwashing” (ossia la falsa politica di sostenibilità di un’azienda).

Il passaggio all’economia circolare dei settori cruciali

La circolarità e la sostenibilità devono essere integrate in tutte le fasi della catena del valore per raggiungere un’economia completamente circolare: dalla progettazione alla produzione, fino al consumatore. Il piano d’azione della Commissione europea ha stabilito sette aree chiave, essenziali per raggiungere un’economia circolare: plastica; tessile; rifiuti elettronici; cibo e acqua; imballaggi; batterie e veicoli; edifici e costruzioni.

Plastica

I deputati hanno promosso la strategia europea per la plastica nell’economia circolare, che eliminerebbe gradualmente anche l’uso delle microplastiche.

Per saperne di più sulla strategia dell’UE per ridurre i rifiuti di plastica.

Tessile

L’industria tessile fa uso di molte materie prime e di acqua, a fronte di meno dell’1% di materiale riciclato. I deputati si sono espressi a favore di nuove misure per contrastare la perdita di microfibre e introdurre standard più severi sull’uso dell’acqua.

Per saperne di più sull’impatto della produzione e dei rifiuti tessili sull’ambiente.

Elettronica e Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT)

I rifiuti elettronici ed elettrici rappresentano il flusso di rifiuti in più rapida crescita nell’UE, di cui meno del 40% viene riciclato. I deputati hanno richiesto che l’UE promuova una maggiore durata dei prodotti attraverso il riuso e la riparabilità.

Per saperne di più sui dati e le cifre dei rifiuti elettronici.

Cibo e acqua

Si stima che il 20% del cibo totale prodotto venga perso o sprecato nell’UE. I deputati si sono espressi a favore del dimezzamento degli sprechi alimentari entro il 2030, così come previsto dalla strategia per la sostenibilità alimentare.

Imballaggio

I rifiuti dell’industria dell’imballaggio in Europa hanno raggiunto un livello record nel 2017. Le nuove regole mirano a garantire che tutti gli imballaggi del mercato UE siano economicamente riutilizzabili o riciclabili entro il 2030.

Batterie & veicoli

Sono al vaglio dei deputati, invece, le proposte sulla produzione e sul tipo di materiali impiegati per tutte le batterie presenti nel mercato UE. Si richiede, in particolare, che abbiano una bassa impronta di carbonio e rispettino i diritti umani, nonché gli standard sociali ed ecologici.

Edifici e costruzioni

L’industria edile è responsabile di oltre il 35% dei rifiuti totali dell’UE. I deputati hanno richiesto che la durata del ciclo di vita degli edifici venga prolungata, che vengano stabiliti degli obiettivi di riduzione dell’impronta di carbonio dei materiali, così come dei requisiti minimi sull’efficienza energetica e delle risorse.

Gestione e spedizione dei rifiuti

L’UE produce più di 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno, per lo più di tipo domestico. La volontà dei deputati è di spingere i paesi dell’UE a incrementare il riciclaggio di alta qualità, ad abbandonare lo smaltimento in discarica e a ridurre al minimo l’utilizzo degli inceneritori.

Per saperne di più sulle statistiche e sui dati sulla gestione dei rifiuti nell’UE.

Fonte: Eco dalle Città

Circularity Gap Report 2021: ridurre il divario per gli obiettivi climatici

Il nuovo Circularity Gap Report attesta che il livello di circolarità dell’economia globale è stabile all’8,6%, mentre applicando strategie circolari in 3 settori chiave (edilizia, mobilità e alimentazione) le emissioni annuali si ridurrebbero del 70% e il riscaldamento globale sarebbe al di sotto dei 2 °C già entro il 2032.

Le strategie di economia circolare possono ridurre le emissioni annuali associate alla creazione di nuovi prodotti da materiali vergini, applicando strategie circolari che riducono drasticamente la quantità di minerali, combustibili fossili, metalli e biomasse consumata dall’economia mondiale.

È quanto afferma “The Circularity Gap Report 2021” di Circle Economy, think tank olandese sostenuto dall’UNEP e dal Global Environment Facility, che si propone di individuare i fattori chiave necessari per una transizione verso la circolarità entro la metà del secolo e di introdurre un nuovo quadro di valutazione basato su un approccio integrato, presentato il 26 gennaio 2021 al Word Economic Forum (WEF), evento online quest’anno a causa delle misure di contenimento del pandemia di Covid-19.     ..

Il Rapporto trae motivo della sua redazione dall’annuale Emission Gap Reportdell’UNEP, che monitora ogni anno, come richiesto dalle Parti della Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), gli impegni politici assunti dai Paesi per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi.

Le emissioni annuali hanno raggiunto il livello record di 59,1 Gt nel 2019, secondo l’ultimo Emission Gap Report, per mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 °C entro il 2030 devono diminuire di 15 Gt e di 32 Gt per raggiungere il limite più sicuro di 1,5 °C.

Il Circularity Gap Report rileva che 22,8 miliardi di tonnellate (Gt) di emissioni annuali associate alla creazione di nuovi prodotti da materiali vergini possono essere eliminate applicando strategie circolari che riducono drasticamente la quantità di minerali, combustibili fossili, metalli e biomasse consumati dall’economia mondiale.

Ma il mondo rimane incatenato a pratiche obsolete, basate sul modello lineare di estrazione di risorse, basate sul modello di estrazione di risorse-produzione-consumo-scarto (take-make-dispose ) – si legge nel Rapporto – L’umanità ha ora superato altre due importanti soglie: consuma 100 miliardi di tonnellate di materiali ogni anno ed è già di 1 °C più caldo. A causa dell’irreperibilità dei dati, la ‘Circularity Metric’ non è stata aggiornata per quest’anno, ma tutti gli indicatori suggeriscono che il mondo è tuttora immerso nel modello di economia lineare, con le pratiche, i processi produttivi e i comportamenti insostenibili che essa comporta. Ciononostante, quando la pandemia da Covid-19 ha colpito il mondo nel 2020, abbiamo visto cieli e strade svuotarsi ed intere popolazioni sotto lockdown nazionali. Per quanto il calo di emissioni che ne è derivato sia stato temporaneo, ha però dimostrato che sarebbe possibile: governi e cittadini sono ora consapevoli che il cambiamento trasformativo può divenire realtà”. .

Attualmente solo l’8,6% dei materiali impiegati è stato riutilizzato, per lo più tramite compostaggio, riciclo o trattamento delle acque. Alla prima edizione del 2018 il gap di circolarità era 90, 9% ora è del 91,4%. Ciò è motivo di grande preoccupazione, dal momento che circa il 50% delle attuali emissioni mondiali di gas a effetto serra derivano dall’estrazione e dalla lavorazione di materie prime, la cui domanda in uno scenario “business-as-usual” è destinata a raddoppiarsi entro il 2060, secondo il “Global Resources Outlook” dell’International Resource Panel (IRP), il gruppo di 36 scienziati di fama mondiale, istituito dall’UNEP nel 2007.

Inoltre, il massiccio prelievo di materie prime è drammatico per la pressione che esercita sulla perdita di biodiversità e sul collasso degli ecosistemi. Non è casuale che l’ultimo “Global Risks Report” del WEF, pubblicato la scorsa settimana, abbia inserito la perdita di biodiversità al 4° posto e la scarsità di risorse naturali al 5° posto tra i rischi di maggiore impatto in termini di benessere per l’umanità.

Il Circularity Gap Report offre non solo un lucido avvertimento del pericolo dell’inazione climatica, ma una chiaro percorso da intraprendere – ha affermato Børge BrendePresidente del WEF –  È necessario uno sforzo di collaborazione tra governi, imprese e società civile per scalare l’economia circolare e ridurre le emissioni. Solo attraverso l’investimento collettivo e l’impegno a favore di pratiche circolari possiamo dare forma a un futuro più sostenibile e resiliente“.

Secondo gli autori, se si raddoppiasse il livello di circolaritàsi colmerebbe il Gap di emissioni entro il 2032, e l’utilizzo di risorse vergini del 28%. In particolare, intervenendo su 3 settori chiave con modelli circolari si taglierebbe il 70% delle emissioni globali.
1. Edilizia. L’edilizia residenziale, commerciale e industriale, genera 13,5 Gt di emissioni ogni anno, consuma grandi quantità di risorse vergini, fa un uso abbondante di materiali ad alta intensità di carbonio come cemento e acciaio, crea emissioni significative da riscaldamento e raffreddamento e genera enormi quantità di rifiuti. Con strategie circolari, 9,5 Gt di rifiuti da costruzione e demolizione (C&D) potrebbero essere deviati dalla discarica e riutilizzati, riducendo la necessità di materiali vergini; cemento e acciaio potrebbero essere sostituiti con materiali rigenerativi più leggeri; un passaggio all’energia rinnovabile ridurrebbe le emissioni da riscaldamento e raffreddamento. Nell’insieme si ridurrebbero le emissioni di 11,8 Gt e la domanda di materiali di 13,6 Gt.

2. Mobilità. La combustione di fonti fossili per il trasporto di passeggeri e merci, genera 17,1 Gt di emissioni all’anno. Nuovi approcci progettuali per rendere i veicoli più leggeri ridurranno i consumi, mentre strategie come il car sharing possono renderne l’uso più efficiente. Le strategie circolari possono ridurre le emissioni di 5,6 Gt e l’uso di materiali di 5,3 Gt.

3. AlimentazioneLa produzione di cibo genera circa 10Gt di emissioni all’anno, incluse le 4Gt per il cambio di uso del suolo. Man mano che la popolazione mondiale aumento e sempre più persone adottano diete occidentali, è necessaria più terra per le coltivazioni, specie per l’alimentazione animale e per i pascoli, causando una deforestazione. Agricoltura e acquacoltura rigenerative possono ridurre l’impatto ambientale delle coltivazioni, degli allevamenti e della piscicoltura, mentre passare a diete più ricche di frutta e verdura determinerà la riduzione dell’impronta ambientale del cibo. Le strategie circolari in questa area possono ridurre le emissioni di 4,3 Gt e l’utilizzo di risorse di 4,5 Gt.

Per miliardi di anni, il nostro Pianeta è stato in un ciclo perfetto: nuova vita emergeva costantemente dallo stesso carbonio che esisteva prima – ha commentato Martin Frick, Direttore senior per le politiche e il coordinamento dei programmi presso l’UNFCCC  Dobbiamo ripristinare questo equilibrio e raggiungere senza indugio la neutralità del carbonio. Per questo, dobbiamo eliminare gli sprechi e creare prodotti che durino, che possano essere riparati e infine trasformati in nuovi prodotti”.

Fonte: Circularity Gap Report 2021

Per colmare il divario attraverso la leadership e l’azione:
1. Formare una coalizione per un’azione che sia al tempo stesso diversificata e inclusiva. Riunendo una comunità eterogenea di imprese, governi, ONG e accademici, per aumentarne la capacità e l’abilità, si accelera l’azione collettiva verso la circolarità, al servizio del miglioramento dei fabbisogni della società e della salute ecologica globale. Ciò consentirà di agire per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi prima che sia troppo tardi e di iniziare a costruire le infrastrutture e le alleanze necessarie per raccogliere, recuperare e condividere la conoscenza in materia di economia circolare a livello globale.

2. Integrare l’economia circolare negli impegni nazionali sul clima (NDC). Le varie strategie circolari adattate alle diversità dei gruppi di Paesi, possono riportare le nazioni su un percorso atto a mantenere l’aumento delle temperature ben al di sotto dei 2 °C. L’integrazione di piani circolari su misura può anche consentire un miglioramento della definizione degli obiettivi, della misurazione e del benchmarking per i Paesi nel processo di revisione dei Contributi Determinati su Base Nazionale, garantendo che ogni nazione sia in grado di allineare le questioni globali con il proprio contesto locale, i propri incentivi e i propri mandati. Questo potrà anche supportare i settori chiave che dovranno sostenere il cambiamento.

3. Creare un ambiente favorevole per facilitare la transizione all’economia circolare. I responsabili politici possono affrontare le carenze del mercato e delle normative che inibiscono le condizioni necessarie per un’ampia diffusione delle iniziative legate all’economia circolare, tra cui l’abbandono di modelli finanziari che supportano i soli progetti lineari. Sarà necessario mobilitare un ingente capitale verso iniziative di economia circolare per poter sbloccare tutto il loro potenziale per “ricostruire meglio” (Building Back Better).

Fonte: Regioni & Ambiente

Economia circolare, Costa: nei prossimi 5 anni 1,6 milioni di lavoratori necessari al settore riparazione

Secondo alcune stime “sono oltre 230mila le posizioni di lavoro che ora occorrerebbero per i cosiddetti riparatori”, in un più vasto “cambio di paradigma, dall’economia lineare all’economia circolare, che nel prossimo quinquennio si stima necessiti di oltre 1,6 milioni di nuovi lavoratori green nel settore”, cioè “circa il 60% oltre la richiesta lavoro esistente”. Così il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, intervenuto al webinar organizzato dal Movimento 5 Stelle dal titolo ‘2021 anno del diritto alla riparazione’. Insomma, “non è più banale parlare di economia circolare – dice Costa – va magnificato il tema che è emerso”.

“Sul tema della riparazione, all’esame del Senato c’è una proposta di legge per il contrasto all’obsolescenza programmata dei beni di consumo, mentre alla Camera ce n’è un’altra basata sul concetto di bene nella gestione del rifiuto. Sono proposte di legge che segnano questa sensibilità – aggiunge il ministro – oggi che ci sono le condizioni culturali, politiche e governative, si può fare ed è necessario fare questo salto di qualità”. 

“Il diritto alla riparazione si fonde ad altri diritti nell’ambito dell’economia circolare che cambiano il paradigma produttivo”, spiega Costa, “una visione nella quale nel resto della legislatura vogliamo costruire questo sistema”.

l ministro ha ricordato che nel 2018, poco dopo il suo insediamento al ministero dell’Ambiente, è stata assegnata al suo dicastero la competenza sull’economia circolare, insieme al ministero dello Sviluppo economico. Inoltre, nel 2020 è stata creata la Direzione generale per l’economia circolare. “Questo va di pari passo – ha osservato – con il quadro Ue”, al quale ha fatto riferimento la direttrice generale del ministero Laura D’Aprile. 

Costa ha ricordato che “nell’ambito del regolamento Ue sulla tassonomia, abbiamo costruito gli indici della green finance, tra cui l’indice della circolarità della materia: coloro che vi investono hanno un indice di rischio più basso. Siamo i primi in Europa ad applicare tutto questo in via sperimentale”.

Economia circolare: da ICESP piano di 9 priorità strategiche per la ripresa post COVID

Un piano di nove priorità per fare dell’economia circolare la leva strategica per la ripresa post pandemia. È questo l’obiettivo del documento Le priorità ICESP per la ripresa post COVID-19, presentato in occasione della 3a Conferenza annuale della Piattaforma italiana per l’economia circolare (ICESP) coordinata da ENEA, al quale hanno contribuito oltre 550 esperti, in rappresentanza di 200 organizzazioni. Rispetto allo scorso anno la Piattaforma ha visto un raddoppio dei partecipanti, tra i quali esponenti di istituzioni – i ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente – imprese, associazioni di categoria, della società civile e del mondo della ricerca – tra cui Confindustria, Unioncamere, grandi gruppi quali Eni, Enel e Novamont e i sindacati Cgil, Cisl e Uil.

I nove ambiti prioritari identificati dal Piano – che vede come primi destinatari i Ministeri dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e dello Sviluppo Economico – sono:  governance; formazione e cultura; infrastrutture; strumenti economici; strumenti normativi; strumenti di misurazione; eco-progettazione e consumo circolare; mercato dei sottoprodotti e riciclati; pianificazione integrata e gestione urbana-territoriale.

“L’Italia deve dotarsi di una strategia nazionale per l’economia circolare e di un piano di azione con chiari target e step di realizzazione e di un istituto di coordinamento dell’economia circolare, sfruttando competenze e strutture esistenti, con principale ruolo di supporto a PA centrale e locale, alle imprese e ai cittadini”, sottolinea Roberto Morabito, direttore del dipartimento ENEA di Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali e presidente ICESP. “Il piano di azione deve essere  basato su un approccio sistemico fondato su multidisciplinarietà e collaborazione tra tutti gli attori, dalle istituzioni alle imprese, dai centri di formazione e ricerca ai cittadini, in grado di intersecare trasversalmente diversi ambiti e settori della vita sociale ed economica nazionale e di aumentare la sostenibilità del Paese e la competitività delle nostre imprese”.

Tra i fattori strategici di una ripresa post COVID è emersa la necessità di orientare i sistemi di produzione e consumo verso nuovi modelli circolari che coinvolgano attivamente anche i consumatori, potenziando il diritto di accesso a informazioni e servizi trasparenti anche attraverso la digitalizzazione e l’IoT.

“Sarà fondamentale avviare un vero e proprio cambiamento culturale, intervenendo in modo trasversale a livello di educazione primaria, secondaria, accademica e aziendale allo scopo di creare nuove figure professionali, sia nel pubblico che nel privato”, aggiunge Morabito.

Un altro aspetto emerso durante la conferenza è la trasformazione di città e territori in modelli circolari con la cruciale partecipazione attiva di tutti gli stakeholder che possano favorire processi decisionali partecipativi, iniziative di citizen science e la costituzione di una cabina di regia nelle amministrazioni locali con azioni su obiettivi ambientali, sociali ed economici.

“La transizione dall’economia lineare all’economia circolare implica un cambio di paradigma che necessita di un cambiamento anche drastico dei sistemi e mezzi di produzione di beni e servizi, del nostro modo di consumare, delle politiche e degli approcci culturali relativi e del modo di consumare”, conclude Morabito.

Nata il 31 maggio 2018 come piattaforma italiana dell’iniziativa europea ECESP (European Circular Economy Stakeholder Platform), ICESP è stata promossa da ENEA e da altri importanti attori nazionali per promuovere “the Italian way for a circular economy”.

Fonte Eco dalle Città

La plastica siamo noi, ovvero il nostro modello di consumo

La plastica siamo noi, che partecipiamo a vario titolo e con un diverso contributo e grado di responsabilità, a un modello ormai anacronistico basato sullo spreco di risorse a discapito delle generazioni future.

Un modello ben lontano dall’essere sostenibile quello attuale se applichiamo la definizione uscita dal rapporto Brundtland (1)e che ci vede tutti coinvolti. I cittadini in primis che hanno un rapporto schizofrenico con la plastica, perché se da un lato la “detestano” – e giustamente – per l’inquinamento ambientale, dall’altro non vogliono rinunciare alle comodità che la versatilità e la funzionalità del materiale permettono.

Poi vengono i decisori aziendali che, in assenza di un contesto legislativo (Responsabilità Politica ahimè, qui non ancora pervenuta) che guidi verso modelli di economia circolare (ovvero sistemi che prevedono di cicli di utilizzo sostenibili). Invece di ripensare prodotti e modelli di commercializzazione/erogazione i grandi marchi rispondono al sentiment antiplastica con “false soluzioni”pur di non perdere vendite e fatturato.

Ed ecco che entra in gioco tutta la narrazione sui materiali ecosostenibili che lo sarebbero, prevalentemente, perché si biodegradano, e in misura minore perché si riciclano all’infinito, come l’alluminio e il vetro. Non per nulla si trovano da due a tre volte in più lattine nel littering rispetto alle bottigliette di plastica negli ultimi anni…Peccato che gli stessi produttori di lattine siano i più grandi oppositori dei sistemi di deposito con cauzione che ridurrebbero il littering e la dispersione della plastica nell’ambiente. O meglio speriamo di poterne parlare al passato visto la recentissima apertura ai sistemi espressa da portavoce del settore. D’altronde nessuno è più in grado di confutare, alla luce di tanti casi di successo esistenti che i sistemi di deposito non siano uno degli strumenti più potenti per creare un’economia circolare per i contenitori di bevande (di qualunque tipo) e riportare in auge il vuoto a rendere con refill. Che cosa sta facendo la politica per promuovere il riuso e il riciclo?

Non è ancora dato saperlo ma quello che è certo è che nel DDL n. 1721, “Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea – Legge di delegazione europea 2019” recentemente approvato al Senato, (e che ora passa all’esame della Camera) è stato approvato un emendamento per aggiungere i bicchieri in plastica alla lista di articoli che dovranno essere vietati dalla Direttiva SUP.  “Nel DDL ci sono misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella che prevede l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti” dichiara infatti il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Questo nonostante il fatto che la direttiva SUP preveda per i bicchieri solamente una riduzione nel consumo, e che la stessa vieti, insieme alle plastiche tradizionali, anche le bioplastiche (per quella decina di prodotti che bandisce).

Sondaggi internazionali degli ultimi due anni, e lo studio SCELTA (2) in Italia, hanno evidenziato che la biodegradabilità/compostabilità – e quindi i materiali che sulla carta la dichiarano – viene percepita come un vantaggio ambientale persino a discapito della durevolezza e della potenzialità di riuso che questa caratteristica permette. Siamo arrivati la punto in cui “scomparire” è preferibile a durare. Forse perché così scompare la prova di un consumo o di una scelta “insostenibile” ? A ricordarci con la loro presenza che stiamo sbagliando qualcosa, visto che la natura non li produce, sono proprio i rifiuti, che li vogliamo lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Figli di questo “approccio ex post” che salta a piè pari le azioni prioritarie della gerarchia europea come prevenzione e riuso (azioni reali e misurabili) rispetto a riciclo/compostaggio ( dati spesso poco affidabili e trasparenti nei metodi di rilevazione da qui l’azione europea che si propone di definire sistemi di calcolo omogenei nei paesi membri) sono le innovazioni che agiscono sui materiali e non sul sistema che dovrà accoglierli: dalla paper bottle agli imballaggi in bioplastiche e poliaccoppiati.

Invece di risolvere i problemi che abbiamo con le plastiche, e decidere (applicazione per applicazione) quale sia il materiale che “funzioni meglio” in uno specifico sistema/contesto, oppure decidere di dematerializzare il packaging ove possibile, finiamo per buttare il bambino (ovvero la plastica) con l’acqua sporca. Per poi magari andare a fare con altri materiali gli stessi errori fatti con la plastica.

Queste sono alcune immagini di ipermercati che rappresentano quello che è diventato il nostro modello di consumo. Quindi non sono le immagini a slogan plastic-free che girano sui social, prese chissà dove, su cui indignarsi.

Dalle banane sbucciate in vaschetta del Marocco, all’uovo fritto in vaschetta, ai 12 acini di uva confezionati in astuccio di plastica della tradizione spagnola di fine anno. Solo per citare l’oggetto delle più recenti condivisioni avvenute su facebook.

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Parliamo di noi invece e chiediamoci se il problema è solamente la plastica, o se invece il problema siamo noi, che vorremmo salvare capra e cavoli (ovvero non rinunciare alle comodità di avere un pasto pronto in pochi minuti) cullandoci in comodi alibi per i quali la colpa è sempre di qualcun altro. In questo caso dei produttori di alimentari o dei supermercati.

I supermercati come appreso da loro referenti registrano già da qualche anno – e quindi ben prima che arrivasse la pandemia– una progressiva diminuzione degli acquisti di prodotti freschi fatti al taglio nei banchi interni a favore di un acquisto degli stessi prodotti confezionati nei banchi frigo. Parliamo ormai di un 70% di acquisti fatti dai banchi frigo self service e di un 30% ai banchi assistiti. Solamente al sud questo tendenza non si è ancora registrata considerato che il 70% degli acquisti di alimenti freschi avviene ancora presso ai banchi interni. Una conferma su questo trend arriva da un’indagine del Panel Ismea Nielsen di cui riporta il Fatto Quotidiano che rivela che nei primi nove mesi del 2020 a fare da traino fino a giugno sono stati i prodotti a largo consumo confezionati (+7,8%), a fronte di una crescita della spesa dei prodotti sfusi del 4,8%. Il 70,6% della spesa delle famiglie è costituita da prodotti confezionati.

Come anticipato nella premessa i materiali “sostenibili” non possono o smettono di esistere in cicli di consumo insostenibili. Chi asserisce il contrario – dal fronte della politica a quello ecologista e ambientalista – o di ambiente ne capisce poco, oppure sta difendendo gruppi di interesse che vogliono conquistare la fetta di mercato della plastica.

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I supermercati, per avere in assortimento tutta la vasta gamma di cibi freschi (dall’antipasto alla frutta) che il mercato richiede (3) devono approvvigionarsi di migliaia di banchi frigo con un impatto sulle emissioni di gas climalteranti che non potrà che peggiorare una situazione che è già drammatica. Ho cercato dati sull’impatto della refrigerazione in termini di emissioni climalteranti e credo si possa ipotizzare che aggiunga a spanne un aggravio di emissioni del 4% , includendo il trasporto. Uno studio dell’ Università di Manchester che ha comparato le emissioni di Co2 causate dei sandwich venduti dalla GDO inglese con quelle dei panini fatti in casa ha rilevato che l’impronta complessiva di carbonio di un panino, a seconda degli ingredienti, tra produzione della materia prima e processi produttivi vale dal 37%-67% dell’impatto complessivo. Se il materiale impiegato per il confezionamento pesa per l’ 8.5 %, l’impatto dovuto al trasporto e alla refrigerazione nei negozi, è responsabile di ben un quarto dell’impronta di carbonio complessiva di un panino. Va tenuto conto dell’effetto che sulla richiesta di energia avrà anche il maggiore ricorso al condizionamento nelle abitazioni private man mano che le temperature aumenteranno.

Va detto che l’informazioni ambientale verso i cittadini è inesistente su questo fronte. Infatti l’impatto che questo modello di consumo ha sul consumo di risorse, produzione di inquinamento e rifiuti viene notevolmente sottostimato, quando non sottaciuto.

Non viene quasi mai evocato quando si parla, ad esempio, di dover ridurre le emissioni climalteranti del 55 % al 2030 (obiettivo europeo ) che il Politecnico di Milano dice comporti tagliare altri 94 milioni di tonnellate di CO2. (4)

Serve dunque – ha ribadito Chiesa –raddoppiare la potenza installata per l‘eolico e aumentare di quasi tre volte quella per il fotovoltaico“.

Ma siamo seri, crediamo davvero di potere ricoprire l’Italia e il mondo di pale eoliche, pannelli fotovoltaici ed altre tecnologie per poi sprecare tutto il risparmio energetico che potremmo conseguire da misure come l’efficientamento energetico degli edifici (e simili ) per poi andare ad alimentare modelli come questo? E per i 10 miliardi di abitanti che diventeremo ?

(1) Il rapporto Brundtland nel 1987 definisce come sostenibile un modello di sviluppo in grado di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. (WCED,1987)

(2) SCELTA Sviluppare la Circular Economy facendo Leva sulle Tendenze di Acquisto Gruppo di Lavoro della Scuola Superiore Sant’Anna.

(3) Monoporzioni, è boom di acquisti dal formaggio alla frutta

Boom del confezionato, verdura regina della Gdo

(4) Politecnico di Milano, l’Italia deve tagliare 94 milioni di tonnellate di CO2

“Basta fondi Ue a inceneritori e discariche”. L’Europa dà priorità all’economia circolare

Arriva lo stop dall’Europa all’utilizzo dei fondi strutturali per finanziare nuovi inceneritori e nuove discariche, ovvero la parte finale del ciclo indifferenziato dei rifiuti. La notizia era nell’aria da tempo ma ora c’è l’ufficialità: dopo un ampio confronto sono stati approvati i testi finali sui criteri di impiego del Just Transition Fund (Jtf) e dei nuovi criteri per i fondi regionali del Cohesion Fund. Un risultato epocale, che sarà applicato al periodo 2021-2027 e riguarderà tutti gli Stati membri, con particolare attenzione alle comunità meno sviluppate.

D’ora in poi si finanziano le vere priorità

“A ciò si è giunti dopo la cosiddetta trilaterazione – commenta Enzo Favoinoreferente scientifico di Zero Waste Europe – vale a dire il confronto tra le istituzioni comunitarie: Consiglio, Commissione e Parlamento. Si tratta di una decisione fondamentale perché in questo modo le istituzioni comunitarie colmano il disallineamento tra gli impegni contenuti nell’Agenda sulla Economia Circolare e sulla lotta al cambiamento climatico, da un lato, e i meccanismi di erogazione dei fondi, dall’altro, dato che questi ultimi invece continuavano a dare priorità a combustibili fossili e gestione lineare dei rifiuti. Vale la pena poi far notare che siamo di fronte a un notevole impegno di spesa. Fino a qualche anno fa i Fondi regionali, impiegati per le aree più arretrate e spesso anche per le regioni del Sud Italia, andavano soprattutto ai gradini più bassi della gerarchia dei rifiuti, ovvero discariche e inceneritori, rendendoli irragionevolmente convenienti. Ora invece sul capitolo rifiuti i fondi andranno ai livelli superiori della gerarchia, inclusi non solo riciclo e  compostaggio, ma anche azioni intese a riduzione e riuso”.

Per l’Italia 937 milioni 

Va ancora meglio col più noto Just Transition Fund, il Fondo nato nell’ambito del Meccanismo per la transizione equa per aiutare le regioni più povere dell’UE a muoversi verso un’economia a emissioni zero, attraverso una progressiva riduzione del consumo di combustibili fossili e il passaggio a tecnologie meno inquinanti in tutti i settori. Per il periodo 2021-2027 l’Italia potrebbe contare su 937 milioni di euro dal Just Transition Fund. Questo fondo stanzia 7,5 miliardi di euro e per ogni euro destinato a uno Stato ci si aspetta che sia integrato con una cifra tra gli 1,3 e i 3 euro derivanti dai fondi regionali per la coesione.

“Tutte le attività sostenute dovrebbero essere portate avanti nel pieno rispetto delle priorità climatiche e ambientali dell’Unione – si legge nel testo relativo al Jtf – L’elenco degli investimenti dovrebbe includere quelli che supportano le economie locali e sono sostenibili a lungo termine, tenendo conto di tutti gli obiettivi del Green Deal. I progetti finanziati dovrebbero contribuire a una transizione verso un’economia climaticamente neutra e circolare, comprese misure volte ad aumentare l’efficienza delle risorse. Tuttavia, le attività incluse nella gerarchia inferiore dell’economia circolare, come l’incenerimento dei rifiuti, non devono essere incluse”.

Sostegno alla transizione

“Per i settori in declino – si legge ancora nel documento – come la produzione di energia basata su carbone, lignite, torba e scisti bituminosi o attività di estrazione di questi combustibili fossili solidi, il sostegno dovrebbe essere collegato alla graduale eliminazione dell’attività e alla corrispondente riduzione del livello di occupazione. Per quanto riguarda i settori in trasformazione con elevati livelli di emissioni di gas a effetto serra, il sostegno dovrebbe promuovere nuove attività attraverso la diffusione di nuove tecnologie, nuovi processi o prodotti, portando a una significativa riduzione delle emissioni, in linea con gli obiettivi climatici dell’UE per il 2030 e la neutralità climatica dell’UE entro il 2050″.

Fonte: Economia Circolare

La spesa del futuro si fa SBALLATA

Chissà che grazie alla partenza di un nuovo progetto Spesa Sballata non si riesca anche in Italia avere esperienze diffuse di acquisto senza imballaggi grazie all’uso di contenitori riutilizzabili. per dare attuazione all’art. 7 del Decreto Clima”, che prevede che ai clienti sia “consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.»

La possibilità di acquistare con contenitori riutilizzabili portati da casa, o messi a disposizione dal rivenditore a fronte di una cauzione, sia per prodotti alimentari che non alimentari, è diventata all’estero una pratica che negli ultimi due anni è letteralmente esplosa.

Non è ancora così in Italia, e non è un problema di tecnologia quanto di cultura e di legislazione. Basta guardare alle potenzialità offerte dai modelli di riuso dei contenitori che sono già una realtà consolidata e matura anche da noi grazie alle nuove tecnologie che permettono di affidare la gestione logistica e di sanificazione anche ad enti terzi. Ad esempio nel settore degli imballaggi/contenitori riutilizzabili ad uso industriale e commerciale.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Fatta eccezione per le possibilità di acquisto sfuse offerte da un decennio dai negozi zero waste o rete botteghe sfuse “indipendenti”, sparsi per la penisola, e da piccole catene come Negozio Leggero oppure la new entry VivoGreen a Terni, la normativa per la sicurezza alimentare nazionale (più restrittiva che in altri paesi EU) ha frenato molte iniziative in fase nascente.

Solamente un gruppo della DO in Italia : Moderna Distribuzione ha ad oggi avviato una sperimentazione di vendita assistita ai banchi interni che permette l’impiego di contenitori dei clienti e che coinvolge da circa un anno 8 punti vendita in totale:   6 punti di Sigma, uno di Ecu e uno di Economy. Un progetto fortemente voluto dall’AD Buna Lami di cui abbiamo raccontato qui.  

Finalmente si aggiunge in questo panorama “poco affollato” un progetto strutturato che potrebbe dare una spallata a tanti pregiudizi esistenti anche in Italia sulla maggiore sicurezza alimentare del contenitore monouso rispetto a quello riutilizzabile. (1)

Succede a Varese e provincia con la Spesa Sballata: un progetto che vede 33 Famiglie impegnate per la durata di un anno nell’acquisto di prodotti alimentari utilizzando propri contenitori che è stato presentato questa mattina alla stampa.

Le Famiglie potranno acquistare con contenitori riutilizzabili ai banchi di vendita assistita (panetteria, pescheria, gastronomia, macelleria) dei supermercati coinvolti e anche nei reparti ortofrutta. Una buona notizia dal momento che il provvedimento che nel 2018 imponeva la vendita esclusiva di sacchetti leggeri biodegradabili/compostabili ha indirettamente reso impossibile l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili. La GDO fatta eccezione per i negozi di NaturaSi. non ha ancora “sdoganato” l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili nei punti vendita, come avviene in altri paesi europei. Alle Famiglie coinvolte dalla sperimentazione è stato fornito un kit composto da contenitori riutilizzabile in plastica rigida, sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta e una sporta durevole. Il kit di sopravvivenza al monouso che abbiamo promosso oltre 10 anni fa con la nostra iniziativa Porta la Sporta, la prima a raccontare in quegli anni di attività al grande pubblico (2009-2014) sul problema della plastica nell’ambiente collegandolo al nostro modello di consumo.

Il valore aggiunto del progetto Spesa Sballata è che va oltre allo slogan Plastic Free a cui si sono ispirate molte iniziative nazionali imperniate sulla sostituzione dei materiali monouso e che si allinea così alle indicazioni contenute nella Strategia UE sulle Plastiche, e in particolare a vero spirito della Direttiva Europea sulle Plastiche Monouso ( considerando 2) che dovrà essere recepita a livello nazionale entro il 3 luglio del 2021.(1)

Il progetto è partito nel febbraio 2020 grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia ed è culminato con la partenza, 10 giorni fa, della sperimentazione che avrà luogo in 9 punti vendita delle due insegne della GDO. I dipendenti dei punti vendita accompagneranno l’attività fornendo supporto alle Famiglie partecipanti che potranno usufruire di buoni sconto.

La sperimentazione che durerà fino a fine aprile 2021 darà modo alle Famiglie di monitorare e misurare con attenzione il potenziale impatto positivo che l’acquisto di prodotti sfusi potrà avere sulla quantità di rifiuti da imballaggio usa e getta prodotta da ciascun nucleo.

I punti vendita Coop che aderiscono al progetto si trovano a: Busto Arsizio (viale Repubblica e viale Duca d’Aosta), Malnate, Varese, Laveno Mombello per un totale di 5 supermercati. Mentre per Carrefour aderiscono i punti vendita di Gallarate in viale Carlo Noè, di Varese in via Sanvito Silvestro e poi di Cocquio Trevisago e Tradate per un totale di 4 supermercati.

L’elemento interessante, e probabilmente chiave, che potrebbe permettere la partenza di altre esperienze simili, è stata la collaborazione con ATS Insubria per la redazione delle Linee guida Sanitarie per acquisti in contenitori riutilizzabili, che garantissero, anche in tempo di COVID 19, il rispetto delle norme igienico-sanitarie insieme alle buone prassi ambientali.(2)

Questo progetto permette finalmente di dare attuazione alla possibilità di fare la spesa con contenitori propri, puliti, idonei ad uso alimentare e con coperchio che in teoria sarebbe possibile in Italia dallo scorso dicembre, grazie all’approvazione della legge 12/12/2019 n. 141, il cosiddetto “Decreto Clima”. Il decreto all’art. 7 prevede che sia consentito ai clienti : « utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.» Il testo include poi anche una disposizione “di salvaguardia” per garantire che la pratica si svolga in sicurezza: «L’esercente può rifiutare l’uso di contenitori che ritenga igienicamente non idonei».

GLI ATTORI DEL PROGETTO

Il progetto che durerà sino a fine 2021 si è potuto realizzare grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia, che hanno attivato i punti vendita per la sperimentazione. Una scelta non casuale quella di queste due catene di supermercati, partendo dall’impegno che Coop ha sempre dimostrato sui temi ambientali e sociali (come la campagna “dall’olio all’olio” per citarne una) e da Carrefour che ha già portato avanti la medesima sperimentazione in altri paesi europei (FranciaSpagnaBelgio e Polonia), oltre che Taiwan.

Carrefour Belgium

Il progetto Spesa Sballata, finanziato da Fondazione Cariplo nel Bando Plastic Challenge 2019, vede come capofila Cooperativa Totem in partnership con Provincia di Varese – Osservatorio Provinciale Rifiuti e Green SchoolsScuola Agraria del Parco di Monza con ARS ambiente come partner tecnico e infine il Comune di Varese.

Provincia di Varese si è distinta per aver accompagnato i propri Comuni nel raggiungimento di ambiziosi risultati di buona gestione rifiuti ed iniziative di sostenibilità lungo tutto l’ultimo decennio, quali il progetto Green Schools, la partecipazione costante alla Settimana Europea di Riduzione dei Rifiuti e dal 2018 il progetto Famiglie Sballate;

Enzo Favoino, referente scientifico di progetto per la Scuola Agraria del Parco di Monza, e coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, è attivo da tempo a livello internazionale e locale per lo sviluppo ed il consolidamento delle pratiche di raccolta differenziata, compostaggio, e prevenzione rifiuti, contribuendo a definire le politiche e strategie UE di settore.

Il Comune di Varese che, a partire dal progetto Plastic free, sta attivando numerose iniziative su questi temi, tra cui, oltre a Spesa Sballata, anche il progetto europeo Life RethinkWaste.

Il logo di progetto, apposto sui contenitori in uso alle Famiglie, è stato realizzato lo scorso anno scolastico dalla classe terza 3G2 Indirizzo Grafico del Liceo Artistico Statale Candiani Bausch di Busto Arsizio, assistiti dalla prof.ssa Alessia Recupero, in attività di Alternanza Scuola Lavoro.

Per restare aggiornati sul progetto si può seguire la pagina Facebook appositamente creata.

Note

(1) Direttiva SUP – Considerando (2): “La presente direttiva promuove approcci circolari che privilegiano prodotti e sistemi riutilizzabili sostenibili e non tossici, piuttosto che prodotti monouso, con l’obiettivo primario di ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Tale tipo di prevenzione dei rifiuti è in cima alla gerarchia dei rifiuti di cui alla direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio […]”

(2) In proposito, è opportuno sottolineare che l’attuale congiuntura sanitaria non incide negativamente, contrariamente a quanto spesso si ritiene e comunica, sulle opportunità di impiego di oggetti ed imballaggi riusabili. In effetti, le evidenze scientifiche ci segnalano che, lungi dall’essere “barriera di protezione”, è proprio il monouso che, aumentando il turnover di materiali che dall’esterno entrano nella nostra vita quotidiana, è maggiormente incline a moltiplicare i percorsi di contagio. In realtà, sia il monouso che il riusabile vanno soggetti agli stessi principi, condizioni e pratiche di igiene: ma il riusabile, essendo in genere “personale” (e massimamente nel caso dei contenitori per acquisti!), diminuisce, anziché aumentare, l’evenienza di contagi dall’esterno. Enzo Favoino

Fonte: Comuni Virtuosi

Pacchetto Ecodesign, quegli emendamenti pericolosi per il diritto a riparare

Presentati come correttivi ad aspetti tecnici minori, alcuni emendamenti all’insieme di norme sull’ecoprogettazione e riparabilità di dispositivi elettronici nascondono la possibilità di saldare alcune parti e dunque renderli non riparabili. Vallauri, Repair.eu: “A rischio il Right to repair”. Domani il voto degli Stati membri

Domani 10 novembre gli Stati membri dell’Unione europea sono chiamati a esprimersi sull’approvazione degli emendamenti al Pacchetto sull’ecodesign, quell’insieme di norme – approvato a ottobre del 2019 – che porterà molti prodotti a essere progettati in un’ottica circolare, sostenibile e a impatto zero. Secondo questo regolamento, che entrerà in vigore nella primavera del 2021, le aziende dovranno garantire la riparabilità di molti elettrodomestici e di alcuni dispostivi elettronici, contribuendo in questo modo alla riduzione dei rifiuti, all’efficienza energetica e al contrasto dell’obsolescenza programmata.

Riparabilità a rischio

Per i cittadini europei, un primo e reale riconoscimento del diritto alla riparazione passa anche per l’appuntamento in programma domani, con il voto a maggioranza qualificata degli Stati membri dell’Unione. Si tratta di una votazione a porte chiuse che coinvolge istituzioni di ricerca e tecnici delegati da ogni Paese, una tappa obbligata che ha l’obiettivo di facilitare l’attuazione del pacchetto ecodesign, attraverso una revisione dei testi e una correzione di “aspetti tecnici minori”, come riportato nella nota dell’UE.  Ma alcune proposte di emendamento, lungi dal correggere errori formali e questioni secondarie potrebbero diventare un ostacolo alla riparabilità e allo smontaggio dei prodotti. A segnalare questo rischio è stata Repair.eu, la coalizione che raccoglie più di 30 associazioni europee attive nella campagna Right to repair, una mobilitazione che in questi anni ha contribuito a dare centralità al tema della riparabilità in tanti tavoli istituzionali.

“Alcune modifiche sono il frutto delle pressioni di associazioni di categoria e delle aziende produttrici che puntano a escludere categorie di prodotti dai regolamenti sulla riparabilità”, spiega a EconomiaCircolare.com Ugo Vallauri, uno dei coordinatori di Repair.eu. Più che una correzione, dunque, secondo Repair.eu gli emendamenti proposti contengono un tentativo di riscrittura delle norme approvate a ottobre dell’anno scorso. Di fatto, tenendo in considerazione l’allarme lanciato dalla comunità dei riparatori, con una lettura approfondita di alcuni emendamenti si trovano termini ed elaborazioni che suggeriscono di rivedere alcuni obblighi dei produttori in materia di riparabilità e di smontaggio di alcuni componenti. “Per esempio c’è una revisione delle norme su alcuni pezzi di ricambio dei televisori – precisa Vallauri – che punta a non applicare l’obbligo della riparabilità per le batterie e gli accumulatori”. A livello pratico, se venisse approvato un emendamento del genere, i consumatori avrebbero grandi difficoltà a trovare pezzi di ricambio o a sostituire questi componenti dal proprio televisore, perché verrebbero saldati.

Quelle saldature sospette

Repair.eu, in un comunicato diffuso di recente, ha segnalato un altro emendamento, quello sul concetto di display professionale: in sostanza uno degli emendamenti propone di escludere dai criteri di riparabilità e di smontaggio i monitor “progettati e commercializzati per uso professionale per l’editing di video e immagini grafiche”. Inoltre, l’emendamento in questione propone di includere in questa categoria gli schermi utilizzati in luoghi pubblici e all’aperto.

Come si fa ad aiutare i cittadini con la riparabilità dei prodotti se alcune parti restano saldate? Perché si cerca di inserire questi emendamenti all’interno dei regolamenti che dovrebbero puntare ad allungare la vita dei prodotti? Sono queste le domande che si pongono i riparatori alla vigilia di un voto che potrebbe indebolire il pacchetto ecodesign. “Il testo sull’ecodesign è da migliorare, da rendere più leggibile in modo che possa essere recepito e attuato nei vari Paesi. Dobbiamo invece rifiutare gli emendamenti che riducono la riparabilità dei prodotti perché significa impoverire il testo e giocare al ribasso”, esorta Vallauri.

La rete che ha lottato per il riconoscimento del Right to repair ricorda anche che le norme sull’ecodesign sono il risultato di mediazioni e negoziazioni con rappresentanti della società civile, imprese e istituzioni. “I regolamenti sulla progettazione ecocompatibile del 2019 sono stati discussi e adottati in modo partecipativo e già votati da tutti i paesi membri. La Commissione dovrebbe concentrarsi sulla difesa delle regole che hanno segnato l’inizio della fine della cultura dello scarto e dovrebbe introdurre soltanto i cambiamenti necessari a migliorare le regole concordate in precedenza”, scrive la comunità dei riparatori.

Il pressing di alcune case produttrici

Ma è proprio sul testo definitivo, su questo risultato di mediazioni che alcune case produttrici di elettrodomestici cercano un’ultima possibilità di revisione. La conferma arriva dai commenti presenti sulla nota dell’Unione europea che riporta le proposte da emendare. Società come Dell e LG, realtà leader nella produzione di monitor e server, in vista delle votazioni di domani stanno suggerendo di approvare le modifiche che escludono gli obblighi di riparabilità per alcuni prodotti. L’influenza e il peso delle aziende allontaneranno l’ambizione e il riconoscimento universale del Right to repair? La risposta a questa domanda sta nel risultato delle votazioni di domani, e il monito della rete dei riparatori è rivolto soprattutto a chi è chiamato a rappresentare gli Stati membri: “Ci auguriamo che gli Stati membri considerino queste proposte regressive e deludenti e dirigano il testo finale verso gli obiettivi ambientali e climatici che ci siamo posti a livello europeo”. E per quanto riguarda l’Italia Ugo Vallauri aggiunge che il nostro Paese “ha un ruolo molto importante da giocare nella votazione di martedì. Ci auguriamo che l’Enea, che rappresenta il Ministero per lo Sviluppo Economico in queste votazioni, faccia la sua parte e non sostenga emendamenti che riducano il nostro diritto a riparare”.

Fonte: Economia Circolare