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La spesa del futuro si fa SBALLATA

Chissà che grazie alla partenza di un nuovo progetto Spesa Sballata non si riesca anche in Italia avere esperienze diffuse di acquisto senza imballaggi grazie all’uso di contenitori riutilizzabili. per dare attuazione all’art. 7 del Decreto Clima”, che prevede che ai clienti sia “consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.»

La possibilità di acquistare con contenitori riutilizzabili portati da casa, o messi a disposizione dal rivenditore a fronte di una cauzione, sia per prodotti alimentari che non alimentari, è diventata all’estero una pratica che negli ultimi due anni è letteralmente esplosa.

Non è ancora così in Italia, e non è un problema di tecnologia quanto di cultura e di legislazione. Basta guardare alle potenzialità offerte dai modelli di riuso dei contenitori che sono già una realtà consolidata e matura anche da noi grazie alle nuove tecnologie che permettono di affidare la gestione logistica e di sanificazione anche ad enti terzi. Ad esempio nel settore degli imballaggi/contenitori riutilizzabili ad uso industriale e commerciale.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Fatta eccezione per le possibilità di acquisto sfuse offerte da un decennio dai negozi zero waste o rete botteghe sfuse “indipendenti”, sparsi per la penisola, e da piccole catene come Negozio Leggero oppure la new entry VivoGreen a Terni, la normativa per la sicurezza alimentare nazionale (più restrittiva che in altri paesi EU) ha frenato molte iniziative in fase nascente.

Solamente un gruppo della DO in Italia : Moderna Distribuzione ha ad oggi avviato una sperimentazione di vendita assistita ai banchi interni che permette l’impiego di contenitori dei clienti e che coinvolge da circa un anno 8 punti vendita in totale:   6 punti di Sigma, uno di Ecu e uno di Economy. Un progetto fortemente voluto dall’AD Buna Lami di cui abbiamo raccontato qui.  

Finalmente si aggiunge in questo panorama “poco affollato” un progetto strutturato che potrebbe dare una spallata a tanti pregiudizi esistenti anche in Italia sulla maggiore sicurezza alimentare del contenitore monouso rispetto a quello riutilizzabile. (1)

Succede a Varese e provincia con la Spesa Sballata: un progetto che vede 33 Famiglie impegnate per la durata di un anno nell’acquisto di prodotti alimentari utilizzando propri contenitori che è stato presentato questa mattina alla stampa.

Le Famiglie potranno acquistare con contenitori riutilizzabili ai banchi di vendita assistita (panetteria, pescheria, gastronomia, macelleria) dei supermercati coinvolti e anche nei reparti ortofrutta. Una buona notizia dal momento che il provvedimento che nel 2018 imponeva la vendita esclusiva di sacchetti leggeri biodegradabili/compostabili ha indirettamente reso impossibile l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili. La GDO fatta eccezione per i negozi di NaturaSi. non ha ancora “sdoganato” l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili nei punti vendita, come avviene in altri paesi europei. Alle Famiglie coinvolte dalla sperimentazione è stato fornito un kit composto da contenitori riutilizzabile in plastica rigida, sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta e una sporta durevole. Il kit di sopravvivenza al monouso che abbiamo promosso oltre 10 anni fa con la nostra iniziativa Porta la Sporta, la prima a raccontare in quegli anni di attività al grande pubblico (2009-2014) sul problema della plastica nell’ambiente collegandolo al nostro modello di consumo.

Il valore aggiunto del progetto Spesa Sballata è che va oltre allo slogan Plastic Free a cui si sono ispirate molte iniziative nazionali imperniate sulla sostituzione dei materiali monouso e che si allinea così alle indicazioni contenute nella Strategia UE sulle Plastiche, e in particolare a vero spirito della Direttiva Europea sulle Plastiche Monouso ( considerando 2) che dovrà essere recepita a livello nazionale entro il 3 luglio del 2021.(1)

Il progetto è partito nel febbraio 2020 grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia ed è culminato con la partenza, 10 giorni fa, della sperimentazione che avrà luogo in 9 punti vendita delle due insegne della GDO. I dipendenti dei punti vendita accompagneranno l’attività fornendo supporto alle Famiglie partecipanti che potranno usufruire di buoni sconto.

La sperimentazione che durerà fino a fine aprile 2021 darà modo alle Famiglie di monitorare e misurare con attenzione il potenziale impatto positivo che l’acquisto di prodotti sfusi potrà avere sulla quantità di rifiuti da imballaggio usa e getta prodotta da ciascun nucleo.

I punti vendita Coop che aderiscono al progetto si trovano a: Busto Arsizio (viale Repubblica e viale Duca d’Aosta), Malnate, Varese, Laveno Mombello per un totale di 5 supermercati. Mentre per Carrefour aderiscono i punti vendita di Gallarate in viale Carlo Noè, di Varese in via Sanvito Silvestro e poi di Cocquio Trevisago e Tradate per un totale di 4 supermercati.

L’elemento interessante, e probabilmente chiave, che potrebbe permettere la partenza di altre esperienze simili, è stata la collaborazione con ATS Insubria per la redazione delle Linee guida Sanitarie per acquisti in contenitori riutilizzabili, che garantissero, anche in tempo di COVID 19, il rispetto delle norme igienico-sanitarie insieme alle buone prassi ambientali.(2)

Questo progetto permette finalmente di dare attuazione alla possibilità di fare la spesa con contenitori propri, puliti, idonei ad uso alimentare e con coperchio che in teoria sarebbe possibile in Italia dallo scorso dicembre, grazie all’approvazione della legge 12/12/2019 n. 141, il cosiddetto “Decreto Clima”. Il decreto all’art. 7 prevede che sia consentito ai clienti : « utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.» Il testo include poi anche una disposizione “di salvaguardia” per garantire che la pratica si svolga in sicurezza: «L’esercente può rifiutare l’uso di contenitori che ritenga igienicamente non idonei».

GLI ATTORI DEL PROGETTO

Il progetto che durerà sino a fine 2021 si è potuto realizzare grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia, che hanno attivato i punti vendita per la sperimentazione. Una scelta non casuale quella di queste due catene di supermercati, partendo dall’impegno che Coop ha sempre dimostrato sui temi ambientali e sociali (come la campagna “dall’olio all’olio” per citarne una) e da Carrefour che ha già portato avanti la medesima sperimentazione in altri paesi europei (FranciaSpagnaBelgio e Polonia), oltre che Taiwan.

Carrefour Belgium

Il progetto Spesa Sballata, finanziato da Fondazione Cariplo nel Bando Plastic Challenge 2019, vede come capofila Cooperativa Totem in partnership con Provincia di Varese – Osservatorio Provinciale Rifiuti e Green SchoolsScuola Agraria del Parco di Monza con ARS ambiente come partner tecnico e infine il Comune di Varese.

Provincia di Varese si è distinta per aver accompagnato i propri Comuni nel raggiungimento di ambiziosi risultati di buona gestione rifiuti ed iniziative di sostenibilità lungo tutto l’ultimo decennio, quali il progetto Green Schools, la partecipazione costante alla Settimana Europea di Riduzione dei Rifiuti e dal 2018 il progetto Famiglie Sballate;

Enzo Favoino, referente scientifico di progetto per la Scuola Agraria del Parco di Monza, e coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, è attivo da tempo a livello internazionale e locale per lo sviluppo ed il consolidamento delle pratiche di raccolta differenziata, compostaggio, e prevenzione rifiuti, contribuendo a definire le politiche e strategie UE di settore.

Il Comune di Varese che, a partire dal progetto Plastic free, sta attivando numerose iniziative su questi temi, tra cui, oltre a Spesa Sballata, anche il progetto europeo Life RethinkWaste.

Il logo di progetto, apposto sui contenitori in uso alle Famiglie, è stato realizzato lo scorso anno scolastico dalla classe terza 3G2 Indirizzo Grafico del Liceo Artistico Statale Candiani Bausch di Busto Arsizio, assistiti dalla prof.ssa Alessia Recupero, in attività di Alternanza Scuola Lavoro.

Per restare aggiornati sul progetto si può seguire la pagina Facebook appositamente creata.

Note

(1) Direttiva SUP – Considerando (2): “La presente direttiva promuove approcci circolari che privilegiano prodotti e sistemi riutilizzabili sostenibili e non tossici, piuttosto che prodotti monouso, con l’obiettivo primario di ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Tale tipo di prevenzione dei rifiuti è in cima alla gerarchia dei rifiuti di cui alla direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio […]”

(2) In proposito, è opportuno sottolineare che l’attuale congiuntura sanitaria non incide negativamente, contrariamente a quanto spesso si ritiene e comunica, sulle opportunità di impiego di oggetti ed imballaggi riusabili. In effetti, le evidenze scientifiche ci segnalano che, lungi dall’essere “barriera di protezione”, è proprio il monouso che, aumentando il turnover di materiali che dall’esterno entrano nella nostra vita quotidiana, è maggiormente incline a moltiplicare i percorsi di contagio. In realtà, sia il monouso che il riusabile vanno soggetti agli stessi principi, condizioni e pratiche di igiene: ma il riusabile, essendo in genere “personale” (e massimamente nel caso dei contenitori per acquisti!), diminuisce, anziché aumentare, l’evenienza di contagi dall’esterno. Enzo Favoino

Fonte: Comuni Virtuosi

Pacchetto Ecodesign, quegli emendamenti pericolosi per il diritto a riparare

Presentati come correttivi ad aspetti tecnici minori, alcuni emendamenti all’insieme di norme sull’ecoprogettazione e riparabilità di dispositivi elettronici nascondono la possibilità di saldare alcune parti e dunque renderli non riparabili. Vallauri, Repair.eu: “A rischio il Right to repair”. Domani il voto degli Stati membri

Domani 10 novembre gli Stati membri dell’Unione europea sono chiamati a esprimersi sull’approvazione degli emendamenti al Pacchetto sull’ecodesign, quell’insieme di norme – approvato a ottobre del 2019 – che porterà molti prodotti a essere progettati in un’ottica circolare, sostenibile e a impatto zero. Secondo questo regolamento, che entrerà in vigore nella primavera del 2021, le aziende dovranno garantire la riparabilità di molti elettrodomestici e di alcuni dispostivi elettronici, contribuendo in questo modo alla riduzione dei rifiuti, all’efficienza energetica e al contrasto dell’obsolescenza programmata.

Riparabilità a rischio

Per i cittadini europei, un primo e reale riconoscimento del diritto alla riparazione passa anche per l’appuntamento in programma domani, con il voto a maggioranza qualificata degli Stati membri dell’Unione. Si tratta di una votazione a porte chiuse che coinvolge istituzioni di ricerca e tecnici delegati da ogni Paese, una tappa obbligata che ha l’obiettivo di facilitare l’attuazione del pacchetto ecodesign, attraverso una revisione dei testi e una correzione di “aspetti tecnici minori”, come riportato nella nota dell’UE.  Ma alcune proposte di emendamento, lungi dal correggere errori formali e questioni secondarie potrebbero diventare un ostacolo alla riparabilità e allo smontaggio dei prodotti. A segnalare questo rischio è stata Repair.eu, la coalizione che raccoglie più di 30 associazioni europee attive nella campagna Right to repair, una mobilitazione che in questi anni ha contribuito a dare centralità al tema della riparabilità in tanti tavoli istituzionali.

“Alcune modifiche sono il frutto delle pressioni di associazioni di categoria e delle aziende produttrici che puntano a escludere categorie di prodotti dai regolamenti sulla riparabilità”, spiega a EconomiaCircolare.com Ugo Vallauri, uno dei coordinatori di Repair.eu. Più che una correzione, dunque, secondo Repair.eu gli emendamenti proposti contengono un tentativo di riscrittura delle norme approvate a ottobre dell’anno scorso. Di fatto, tenendo in considerazione l’allarme lanciato dalla comunità dei riparatori, con una lettura approfondita di alcuni emendamenti si trovano termini ed elaborazioni che suggeriscono di rivedere alcuni obblighi dei produttori in materia di riparabilità e di smontaggio di alcuni componenti. “Per esempio c’è una revisione delle norme su alcuni pezzi di ricambio dei televisori – precisa Vallauri – che punta a non applicare l’obbligo della riparabilità per le batterie e gli accumulatori”. A livello pratico, se venisse approvato un emendamento del genere, i consumatori avrebbero grandi difficoltà a trovare pezzi di ricambio o a sostituire questi componenti dal proprio televisore, perché verrebbero saldati.

Quelle saldature sospette

Repair.eu, in un comunicato diffuso di recente, ha segnalato un altro emendamento, quello sul concetto di display professionale: in sostanza uno degli emendamenti propone di escludere dai criteri di riparabilità e di smontaggio i monitor “progettati e commercializzati per uso professionale per l’editing di video e immagini grafiche”. Inoltre, l’emendamento in questione propone di includere in questa categoria gli schermi utilizzati in luoghi pubblici e all’aperto.

Come si fa ad aiutare i cittadini con la riparabilità dei prodotti se alcune parti restano saldate? Perché si cerca di inserire questi emendamenti all’interno dei regolamenti che dovrebbero puntare ad allungare la vita dei prodotti? Sono queste le domande che si pongono i riparatori alla vigilia di un voto che potrebbe indebolire il pacchetto ecodesign. “Il testo sull’ecodesign è da migliorare, da rendere più leggibile in modo che possa essere recepito e attuato nei vari Paesi. Dobbiamo invece rifiutare gli emendamenti che riducono la riparabilità dei prodotti perché significa impoverire il testo e giocare al ribasso”, esorta Vallauri.

La rete che ha lottato per il riconoscimento del Right to repair ricorda anche che le norme sull’ecodesign sono il risultato di mediazioni e negoziazioni con rappresentanti della società civile, imprese e istituzioni. “I regolamenti sulla progettazione ecocompatibile del 2019 sono stati discussi e adottati in modo partecipativo e già votati da tutti i paesi membri. La Commissione dovrebbe concentrarsi sulla difesa delle regole che hanno segnato l’inizio della fine della cultura dello scarto e dovrebbe introdurre soltanto i cambiamenti necessari a migliorare le regole concordate in precedenza”, scrive la comunità dei riparatori.

Il pressing di alcune case produttrici

Ma è proprio sul testo definitivo, su questo risultato di mediazioni che alcune case produttrici di elettrodomestici cercano un’ultima possibilità di revisione. La conferma arriva dai commenti presenti sulla nota dell’Unione europea che riporta le proposte da emendare. Società come Dell e LG, realtà leader nella produzione di monitor e server, in vista delle votazioni di domani stanno suggerendo di approvare le modifiche che escludono gli obblighi di riparabilità per alcuni prodotti. L’influenza e il peso delle aziende allontaneranno l’ambizione e il riconoscimento universale del Right to repair? La risposta a questa domanda sta nel risultato delle votazioni di domani, e il monito della rete dei riparatori è rivolto soprattutto a chi è chiamato a rappresentare gli Stati membri: “Ci auguriamo che gli Stati membri considerino queste proposte regressive e deludenti e dirigano il testo finale verso gli obiettivi ambientali e climatici che ci siamo posti a livello europeo”. E per quanto riguarda l’Italia Ugo Vallauri aggiunge che il nostro Paese “ha un ruolo molto importante da giocare nella votazione di martedì. Ci auguriamo che l’Enea, che rappresenta il Ministero per lo Sviluppo Economico in queste votazioni, faccia la sua parte e non sostenga emendamenti che riducano il nostro diritto a riparare”.

Fonte: Economia Circolare

Riciclo pannolini, a più di un anno dal decreto l’azienda aspetta ancora l’autorizzazione industriale

Ricordate il famoso decreto end of waste sui pannolini? Il provvedimento sul fine vita degli scarti derivanti dal riciclo dei prodotti assorbenti per la persona (PAP) era stato annunciato come un passaggio epocale per lo sviluppo dell’economia circolare italiana dal ministro Costa in persona, eppure il processo di produzione e commercializzazione, ad oggi, è ancora fermo. “Non solo non possiamo andare a piena capacità, ma non possiamo neppure mettere sul mercato le nostre materie prime seconde”, spiega in occasione dell’Ecoforum di Legambiente il general manager della FaterSmart, Giovanni Teodorani Fabbri, azienda che ha sviluppato una tecnologia “made in Italy” per trasformare pannoloni e pannolini usati in materiale per la produzione di imballaggi, mollette per il bucato, prodotti per l’edilizia e il settore automobilistico. 

L’azienda, insieme alla Contarina Spa, ha realizzato in provincia di Treviso un impianto in grado di trattare i prodotti assorbenti sottraendoli alle discariche e agli inceneritori. Ma a distanza di più di un anno dall’entrata in vigore del decreto, la produzione industriale si trova in una situazione di stallo, nonostante FaterSmart abbia già siglato alcuni contratti per la fornitura delle materie prime seconde. Teodorani Fabbri spiega che l’impianto non ha ancora ottenuto l’autorizzazione industriale e continua a lavorare su scala sperimentale: “Il che vuol dire che non possiamo andare a piena capacità e quindi non possiamo ancora commercializzare le nostre materie prime seconde. Che poi è l’obiettivo del nostro investimento. Le due procedure, l’end of waste sul piano nazionale e l’autorizzazione industriale che invece confluisce a livello locale, sono legate. Senza autorizzazione il decreto non può essere pienamente esecutivo. Questo impedimento sta rallentando il nostro sviluppo”. 

Il manager ripercorre le tappe: “É stato un anno di sviluppo della nostra tecnologia. Siamo entrati anche nella raccolta e adesso abbiamo tecnologie come i cassonetti intelligenti che non solo permettono il riciclo e il trattamento dei prodotti assorbenti per la persona usati, ma permettono anche di incentivarne la raccolta differenziata. Questi cassonetti sono stati già testati a Verona e ad Amsterdam. Stiamo installando un secondo impianto in India e presto ne faremo un altro ad Amsterdam. Dall’Olanda mandano questa tipologia di rifiuti presso il nostro impianto a Contarina. Abbiamo firmato contratti per la fornitura di materie prime seconde. La nostra tecnologia ha acquisito sempre maggiore visibilità sia in Italia che all’estero. Ricordo che è una tecnologia unica al mondo e, lo dico sempre con orgoglio, è completamente made in Italy. Questo conferma che il nostro paese è pioniere su un tema così importante come l’economia circolare”. 

Infine un appello alla politica: “Oltre al potenziamento delle infrastrutture per la raccolta differenziata occorre sicuramente snellire e accelerare i procedimenti autorizzativi, sempre nel rispetto delle regole e degli standard di sicurezza. Ma occorre accelerare se vogliamo veramente essere seri nell’ambito dell’economia circolare. Gli investimenti richiedono troppa pazienza da parte dell’investitore”.

Fonte: Eco dalle Città

Ecoforum Legambiente: l’economia circolare in Italia vale 88 miliardi e occupa 575mila lavoratori

L’economia circolare in Italia vale 88 miliardi di euro ed impiega circa 575mila lavoratori, in particolare tra i giovani. È quanto emerso dalla VII edizione dell’EcoForum organizzato da Legambiente, La Nuova Ecologia e Kyoto Club, dedicato quest’anno ai mercati dell’economia circolare e realizzato in collaborazione con Conai e Conou e con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Regione Lazio.

Con il 79% di rifiuti totali avviati a riciclo l’Italia presenta un’incidenza più che doppia rispetto alla media europea (solo il 38%) e ben superiore rispetto a tutti gli altri grandi Paesi europei: la Francia è al 55%, il Regno Unito al 49%, la Germania al 43% e la Spagna al 37%.

L’Italia, inoltre, è il primo Paese in Europa sull’obbligatorietà dei criteri ambientali minimi. La sostituzione di materia seconda nell’economia italiana comporta un risparmio annuale pari a 21 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e a 58 milioni di tonnellate di CO2. Siamo primi tra i grandi Paesi Ue anche per riduzione dei rifiuti: 43,2 tonnellate per milione di euro prodotto: la Spagna ne produce 54,7, la Gran Bretagna 63,7, la Germania 67,4, la Francia 77,4 (media Ue 89,1).

Inoltre per ogni chilogrammo di risorsa consumata il nostro Paese genera, a parità di potere d’acquisto, 3,5 euro di Pil, poco meno della Gran Bretagna (3,7, che ha però un’economia trainata dalla finanza), meglio della media Ue (2,2) e di Spagna (3,1), Francia (2,7) e Germania (2,3).

L’Italia può poi contare su un importante strumento, quello del Green Public Procurement (Gpp). Circa 170 miliardi di euro di spesa pubblica possono essere orientati verso la sostenibilità. Oggi il Green Deal europeo vede nel Gpp uno strumento indispensabile, e l’Italia è il primo Paese in Europa che ha introdotto dal 2016 l’obbligatorietà dei Criteri Ambientali Minimi in tutte le gare d’appalto.

Si deve mantenere questo primato e far crescere il numero di comuni, enti di gestione di aree protette, amministrazioni e società pubbliche in generale che devono adottarlo, ma serve un grande progetto per la formazione della pubblica amministrazione e un’attività costante e diffusa di controllo del rispetto dei Cam

Fonte: Eco dalle Città

Economia circolare, Italia 2/a Europa per occupati

Ma è 20/ma nell’indice globale di sostenibilità ambientale

L’Italia è al secondo posto in Europa per tasso di occupazione nel settore dell’Economia Circolare (riparazione, riutilizzo e riciclo), con il 2,06% rispetto al dato totale, preceduta dalla Polonia che registra il 2,2% (la media europea è dell’1,7%). A livello globale, però, il ‘BelPaese’ è solo 20/o, insieme a Repubblica Ceca e Malta, nell’indice globale di sostenibilità ambientale. Se ne parla su ww.economiacircolare.com, il nuovo web magazine interamente dedicato alle sfide della transizione ecologica, realizzato da CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali in Italia – in collaborazione con Erion – Sistema multi-consortile per la gestione dei rifiuti associati ai prodotti elettronici (Raae).

“A fronte di una produzione di Raee che, entro il 2030, raggiungerà a livello mondiale un peso stimato di 74.7 milioni di tonnellate – spiega Andrea Fluttero, presidente di Erion Compliance Organization – riteniamo che l’economia circolare sia la chiave per introdurre un nuovo paradigma nella gestione e nel trattamento dei rifiuti. Inoltre, adottando strategie circolari in almeno cinque settori (alluminio, ferro, cemento, plastica e alimenti), le emissioni annuali di gas serra a livello europeo si ridurrebbero di 9,3 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2050”.

Il lancio di una nuova testata dedicata all’economia circolare, afferma Marica Di Pierri, fondatrice del CDCA e Direttrice Responsabile di EconomiaCircolare.com, “è per noi il modo di contribuire alla promozione di nuovi modelli economici e sociali. Attraverso notizie, approfondimenti, interventi, interviste e rubriche, offriremo aggiornamenti quotidiani sulle tendenze, le scoperte, gli indicatori, i progetti innovativi, le storie e le pratiche che rendono il campo dell’economia circolare un campo fertile, che vale la pena contribuire a dissodare e seminare”. (ANSA)

Rifiuti in plastica, continuando così non raggiungeremo gli obiettivi europei di riciclo

Con i nuovi e più rigidi criteri di misura il tasso di riciclaggio degli imballaggi di plastica dell’Ue potrebbe anzi diminuire, passando dal 42% attuale al 29% circa

La plastica è un materiale che come pochi altri ha rivoluzionato la modernità, e sembra che sia ormai impossibile farne a meno. Eclettica, economica e durevole, quasi tutta la plastica viene però ancora oggi prodotta da fonti non rinnovabili (petrolio) e pone serie sfide ambientali: senza sistemi di produzione e gestione post-consumo migliori – come evidenzia l’analisi della Corte dei conti europea pubblicata oggi – ne saremo presto sommersi.

«Facendo rinascere le abitudini dell’usa e getta a causa di preoccupazioni di ordine sanitario, la pandemia di Covid-19 – dichiara Samo Jereb, responsabile dell’analisi – dimostra che la plastica continuerà ad essere un pilastro delle nostre economie, ma anche una minaccia ambientale sempre più grave».

Qualche numero è necessario per inquadrare meglio la situazione. Nel mondo la domanda di plastica è quasi raddoppiata nell’ultimo ventennio, tanto che metà di tutta la plastica presente oggi sulla Terra è stata prodotta a partire dal 2005; le economie in via di sviluppo ne usano sempre di più, ma è in quelle avanzate – come la nostra – i consumi pro capite sono ancora 20 volte più alti.

Molta, troppa di questa plastica una volta usata finisce per inquinare. Ogni anno viene immessa nell’oceano una quantità di rifiuti di plastica compresa tra 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate, e anche in Europa l’85% circa dei rifiuti marini rinvenuti sulle spiagge è di plastica (per il 43% di tratta di plastica monouso, per il 27% da attrezzi da pesca).

Pur con tutti i suoi limiti, l’Ue già oggi può vantare il più elevato tasso di riciclaggio della plastica (per tutti i tipi di rifiuti di plastica considerati complessivamente) tra le economie avanzate, ma a guardarlo bene si tratta di un risultato assai modesto.

Il problema principale sta negli imballaggi: è in questo comparto che si concentra il 40% della produzione di plastica e il 61% del totale dei rifiuti di plastica generati nel Vecchio continente. I dati disponibili mostrano che il tasso di riciclaggio degli imballaggi di plastica europei potrebbe addirittura diminuire nel breve termine, passando dal 42% attuale al 29% circa a causa dei più rigorosi metodi di rendicontazione introdotti con la nuova direttiva sugli imballaggi (appena recepita in Italia): lo vedremo con le prime relazioni (concernenti il 2020) previste per giugno 2022.

Quel che già sappiamo è che la quantità di imballaggi in plastica non riciclati è rimasta relativamente stabile – circa 9,5 milioni di tonnellate all’anno – negli ultimi 5 anni, e che per raggiungere gli obiettivi stabiliti prima dalla strategia Ue sulla plastica e successivamente dalla già citata direttiva (riciclo al 50% nel 2025 e al 55% nel 2030) c’è molto da lavorare. Anche in Italia: nel 2019, secondo i dati comunicati da Corepla, il 43,39% degli imballaggi plastici immessi al consumo è stato avviato a riciclo e il 48,63% a recupero energetico.

«Per raggiungere i nuovi valori-obiettivo in materia di riciclaggio degli imballaggi di plastica, l’Ue – sottolinea Jereb – deve invertire l’attuale situazione, nella quale le quantità incenerite sono maggiori di quelle riciclate. Si tratta di una sfida difficilissima».

Questo, beninteso, non significa rinunciare alla termovalorizzazione bensì rimetterla al suo posto individuato dalla gerarchia Ue (dopo il riciclo e prima della discarica). Come ricorda al proposito la stessa Corte, il “rilascio di alcune emissioni (dovute alla combustione della plastica, ndr) può essere compensato dalla produzione di energia, che riduce il bisogno di altre forme di generazione di energia”.

Come migliorare la situazione? Una bacchetta magica naturalmente non c’è. Secondo il report, ad esempio, il riciclo chimico è per ora nella fase di ricerca: “Non si tratta ancora di un’opzione per il trattamento dei rifiuti percorribile, né in termini tecnologici né in termini economici”. E i sistemi di cauzione-rimborso per alcuni imballaggi, come le bottiglie in Pet? Permettono di aumentare la raccolta differenziata e anche migliorare la qualità di questa frazione raccolta, tuttavia possono “comportare dei costi, diretti e indiretti, e rendere più complessi i sistemi di gestione dei rifiuti degli Stati membri”: il costo annuale della gestione del sistema tedesco di cauzione-rimborso è stimato ad esempio in circa 800 milioni di euro, e al contempo come noto nel Paese c’è un ampio ricorso alla termovalorizzazione per gestire le frazioni plastiche che restano fuori dal circuito e sono più difficili da riciclare.

Quel che serve è dunque un approccio ad ampio spettro: ridurre la produzione di plastica monouso (come peraltro stabilito dalla direttiva Ue in materia), intervenire a livello di ecodesign dei prodotti (oltre l’80% di tutti gli impatti ambientali connessi ai prodotti hanno origine nella fase di progettazione), migliorare i regimi di responsabilità estesa del produttore (Epr), e creare un mercato adeguato per i prodotti in plastica riciclata (in Italia la normativa sul Gpp è storicamente disattesa).

Soprattutto, per l’immediato quanto per il futuro, è necessario investire in educazione civica – pochi incivili determinano la dispersione dei rifiuti plastici nell’ambiente, a danno di tutti – e in una dotazione impiantistica adeguata per riciclare e/o smaltire i nostri scarti. Ad oggi ad oggi le spedizioni di rifiuti di imballaggio di plastica rappresentano addirittura un terzo del tasso di riciclaggio, nonostante nei fatti il trattamento nei paesi terzi provochi spesso pressioni ambientali maggiori.

Raggiungere un’economia più circolare, del resto, porterebbe a grandi vantaggi non “solo” dal punto di vista ambientale ma anche da quello occupazionale: come osserva la Corte “L’ulteriore sviluppo dell’industria del riciclaggio e l’adattamento del mercato a princìpi di circolarità più rigorosi, soprattutto con l’integrazione della plastica riciclata nei nuovi prodotti, potrebbe creare posti di lavoro e offrire alle imprese dell’Ue, in alcuni settori, i vantaggi riservati ai primi arrivati”.

Fonte: Greenreport

Anche in Italia sarà possibile produrre bottiglie in plastica 100% riciclata

L’emendamento Feerrazzi prevede per il 2021 una fase transitoria e sperimentale dell’applicazione delle nuove norme che superano il limite del 50% di Pet vergine obbligatorio. Con il sistema Xtreme renew per la produzione di bottiglie si ridurranno i consumi di materiale e di energia nonché i costi di processo e logistici

Il passaggio ad una gestione dei rifiuti ad “economia circolare” è un importante pilastro della green economy con la trasformazione dell’attuale sistema economico “lineare” di produzione e consumo in un nuovo sistema “circolare”, basato su un modello di sviluppo industriale il cui obiettivo è quello di preservare e mantenere il più a lungo possibile il valore dei prodotti e dei materiali nell’economia, riducendo al contempo la generazione di rifiuti non riciclabili, nonché l’eccessivo consumo di risorse primarie.

Un elemento essenziale della transizione ecologica al nuovo modello di sviluppo sostenibile è rappresentato senza dubbio dalla necessità di favorire l’aumento della percentuale di imballaggi riutilizzabili avviati al riciclo, e in particolare del polietilentereftalato (PET), materiale con il quale sono oggi realizzate la maggior parte delle bottiglie e degli altri contenitori in plastica in commercio.

Il PET è un materiale riciclabile al 100 per cento, non perde le sue proprietà fondamentali durante il processo di recupero e si può così utilizzare ripetutamente per la realizzazione di prodotti ed è di gran lunga la plastica per bevande e alimenti più usata (in Europa si producono 115 miliardi di bottiglie all’anno). Considerato il fabbisogno mondiale di bottiglie e di altri contenitori in plastica, la possibilità di un riciclaggio al 100 per cento della materia permette di limitare il consumo delle oltre 450.000 tonnellate di petrolio e di oltre 1,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica necessarie a produrre PET vergine ogni anno.

L’Unione europea ha approvato un programma per ridurre la plastica in circolazione, innanzitutto limitando quella usa e getta, e fissando l’obiettivo di raccolta del 90 per cento delle bottiglie di plastica al 2025. Il riciclo del PET ha dunque un ruolo cruciale e significativo nel raggiungere gli obiettivi di riciclo della plastica. In Italia l’impiego del polietilentereftalato riciclato (RPET) anche nella produzione di imballaggi per il contatto con tutti i tipi di alimenti e di vaschette per alimenti è possibile.

Tuttavia la normativa vigente nel nostro Paese stabilisce che le bottiglie e vaschette per alimenti in polietilentereftalato debbano contenere almeno il 50 per cento di polietilentereftalato vergine. Tale limitazione non ha però una motivazione sanitaria, anche perché la normativa italiana stabilisce oltre che regole ferree per la produzione di tali contenitori anche che il limite non si applica alle bottiglie in plastica riciclata realizzate in altri Paesi dell’Unione europea. Tale disposizione rappresenta dunque oggi esclusivamente una limitazione dannosa all’utilizzo del PET riciclato e un freno alla filiera del riciclo estremamente fiorente nel nostro Paese, producendo un danno ambientale ma anche economico per le numerose aziende dell’economia circolare che operano in questo campo.

Per questo è molto importante che sia stato approvato l’emendamento Ferrazzi, sottoscritto da tutte le forze politiche, al decreto legge “Agosto” che rende finalmente anche in Italia possibile produrre bottiglie in plastica riciclata (rPet) al 100% e che ci allinea al resto dell’Europa. Su questa approvazione bisogna dare merito anche eprcomunicazione che ha sempre spinto affinché questo oramai anacronistico divieto, tutto italiano, fosse superato.

L’emendamento approvato prevede per il 2021 una fase transitoria e sperimentale dell’applicazione delle nuove norme che si stabilizzeranno poi con la successiva Legge di bilancio, sarà possibile produrre in Italia bottiglie interamente riciclate, rispettando dunque l’ambiente e abbattendo le emissioni nocive. Questo fornirà un grande impulso anche alle aziende italiane che sono leader nel riciclo.

A tal proposito si evidenzia che le bottiglie e, in generale, gli imballaggi per gli alimenti ottenuti interamente in polietilentereftalato (PET) riciclato per uso alimentare, direttamente da scarti industriali e, dunque, senza transitare per la materia prima intermedia dei granuli, grazie a speciali macchinari prodotti in Italia, fino ad oggi, non si potevano usare.

La ragione per cui questa tecnologia non può essere impiegata in Italia risiede nel fatto che la quota di materiale vergine obbligatorio per la produzione di nuovi contenitori plastici a uso alimentare è del 50 per cento.

Questa innovazione tecnologica dimostra, per l’ennesima volta, che in Italia siamo in grado di fare cose straordinarie. Ma, per la legge italiana, fino all’approvazione di questo emendamento, vigeva l’obbligo di produrre gli imballaggi con la citata quota del 50 per cento di materiale vergine, obbligo che appare necessario superare, consentendo la produzione con materiali riciclati al 100 per cento.

L’Europa afferma che bisogna avviare al riciclo tutti i rifiuti che possono essere riciclati e la normativa italiana, in questo quadro, è un’anomalia che deve essere rimossa. È del tutto evidente che, se vogliamo favorire lo sviluppo dell’economia circolare, si doveva innanzitutto intervenire sulla normativa vigente, in modo da semplificare il riciclo del materiale, perché ci sono troppi ostacoli, non di tipo tecnologico, ma tecnico-burocratico, che bloccano tale sviluppo.

Questo sistema, denominato «Xtreme renew», consente anche una riduzione del 18 per cento, rispetto al sistema tradizionale di produzione, di contenitori in PET riciclato in granuli. A questo si aggiungerebbe un aumento dell’efficienza nella gestione del magazzino, con una contrazione del 20 per cento dello spazio di stoccaggio.

Questo sistema di riciclo della plastica per la produzione di bottiglie sarebbe, quindi, in grado di ridurre i consumi di materiale e di energia nonché i costi di processo e logistici, grazie alla possibilità di realizzarle al 100 per cento in PET riciclato.

Ora tutto questo, grazie all’emendamento Ferrazzi e alla spinta di eprcomunicazione, è possibile.

Si ricorda che su tale materia Andrea Ferrazzi, come Rossella Muroni, avevano già presentato dei disegni di legge.

Il testo dell’emendamento Ferrazzi

95.0.11 (testo 2)

La Commissione

Dopo l’articolo, inserire il seguente:

«Art. 95-bis.

(Disposizioni per favorire i processi di riciclaggio del polietilentereftalato utilizzato negli imballaggi per alimenti)

1. In via sperimentale, per il periodo dal 1º gennaio 2021 al 31 dicembre 2021, per le bottiglie in polietilentereftalato di cui all’articolo 13-ter, comma 1, del decreto del Ministro della sanità 21 marzo 1973, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 104 del 20 aprile 1973, non trova applicazione la percentuale minima di polietilentereftalato vergine prevista dal comma 2 del medesimo articolo 13-ter. Restano ferme, per le predette bottiglie, le altre condizioni e prescrizioni previste dal predetto articolo 13-ter.

2. Il Ministero della Salute provvede a modificare, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge, i I citato decreto 21 marzo 1973, adeguandolo alle disposizioni di cui al comma 1.

3. Il Fondo di cui all’articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, è incrementato di 3,6 milioni di euro per l’anno 2022.

4. Ai maggiori oneri di cui al presente articolo, valutati in 9,5 milioni di euro per l’anno 2021 e 1,6 milioni di euro per l’anno 2023 e pari a 3,6 milioni di euro per l’anno 2022, si provvede mediante corrispondente riduzione del fondo di cui all’articolo 114, comma 4, per gli anni 2021 e 2023 e mediante utilizzo delle maggiori entrate derivanti dai commi 1 e 2 per l’anno 2022.»

Fonte: Eco dalle Città

La gestione circolare dei rifiuti nel Sud Italia: luci ed ombre

Workshop Green City Network, Fondazione Sviluppo Sostenibile, Conai: esaminate 7 regioni e 31 città per produzione di rifiuti urbani, raccolta differenziata e riciclo. Stabile la produzione di RU. Per Raccolta differenziata, 14 città sopra la media nazionale, spicca Oristano con il 75%%, seguita da Cagliari e Avellino. Abruzzo e Sardegna superano la media nazionale per raccolta differenziata.

Una fotografia con luci ed ombre quella scattata alle Regioni e alle città del sud Italia sulla gestione circolare dei rifiuti urbani La produzione di rifiuti è restata stabile con Calabria, Molise e Basilicata che registrano una diminuzione; la raccolta differenziata è cresciuta del 18% tra il 2013 e il 2018, 5 Regioni però registrano dati inferiori alle media nazionale, ma c’è una città, Oristano che arriva addirittura al 75%; ancora basso il tasso di riciclo. Le città svolgono un ruolo sempre maggiore nell’economia circolare e nella gestione dei rifiuti per raggiungere gli obiettivi fissati dall’ Unione Europea e si trovano di fronte nuove sfide. La gestione dei rifiuti urbani nelle città italiane ha operato, infatti, grandi cambiamenti nei decenni trascorsi con lo sviluppo delle raccolte differenziate, il sistema dei Consorzi, l’affermazione di attività industriali di riciclo.

Per approfondire la gestione circolare dei rifiuti in 6 Regioni del sud Italia (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria) e in Sardegna e in 31 città si è svolto il terzo dei workshop on line che stanno attraversando l’ Italia da nord a sud “Gestione circolare dei rifiuti nelle città e le nuove direttive europee” organizzato dal Green City Network, iniziativa della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, in collaborazione con Conai, in cui è stato presentato il Rapporto sui rifiuti urbani e l’economia circolare nel Sud Italia.

Il Rapporto sul sud Italia e sulla Sadegna

Per la redazione del Rapporto, il Green City Network ha svolto un’indagine qualitativa a campione fra le città Capoluogo di provincia e tra quelle medie e piccole (tra i 50.000 e i 15.000 abitanti). Dal Rapporto emerge che la produzione dei Rifiuti Urbani (RU) nel corso degli ultimi anni (2013-2018) è cresciuta: a livello nazionale, nelle Regioni studiate invece è restata pressoché stabile. La Puglia ha il maggior incremento (+6 kg/ab/anno), seguita da Abruzzo e Sardegna (+3 kg/ab/anno) e Campania (+1 kg/ab/anno). Calabria, Molise e Basilicata registrano invece una riduzione dei rifiuti rispettivamente di -10, -15 e -21 kg/ab/anno.

Per la raccolta differenziata 5 Regioni hanno una RD inferiore alla media nazionale (58%), solo Abruzzo e Sardegna superano la media nazionale col 60% e 67%. Tra le città, 14 Città hanno RD superiore alla media nazionale, con Oristano che arriva al 75%, seguita da Cagliari (74%), Avellino (72%), mentre 13 città hanno la RD minore del 50%, con Crotone ferma all’8% e Taranto al 18% .Per quanto riguarda la raccolta differenziata delle plastica 9 Capoluoghi (su 31) hanno una performance superiore alla media nazionale con il testa Lecce con il 57,2%, Isernia con il 52,6% e Oristano con il 41,1%. Rispetto alla RD pro capite del 2013, l’incremento maggiore si registra a Catanzaro, che incrementa la sua raccolta da 0,2 a 10 kg/ab*anno. Il tasso di riciclo dei rifiuti urbani nel Sud è pari al 39% contro il 45% di media nazionale, nessuna Regione ha raggiunto l’obiettivo di riciclo previsto per il 2025 (55%), la Sardegna arriva al 54% ed è l’unica Regione che supera il 50%. Abruzzo e Campania hanno un riciclo tra il 40 e il 50%. Lo sforzo maggiore di incremento del riciclo dovrà essere compiuto dal Molise perché parte dai tassi di RD più bassi (25%). Lo smaltimento in discarica al Sud è pari al 26%, con punte del 52% in Calabria.

Le novità del 2020 per la transizione verso un’economia circolare delle città 

L’economia circolare e il nuovo pacchetto di Direttive europee forniscono importanti e innovativi riferimenti per la gestione dei rifiuti nelle città: per sviluppare iniziative di prevenzione per ridurre la produzione di rifiuti, per rafforzare il riutilizzo, per migliorare quantità e qualità delle raccolte differenziate, le attività di riciclo e l’utilizzo dei materiali e dei prodotti ricavati dal riciclo. Queste attività richiedono anche l’adeguamento delle infrastrutture, delle tecniche e delle buone pratiche, necessarie a supportarle.

Tra le novità del 2020, il Piano d’azione europeo sull’economia circolare che approfondisce il tema della necessità di creare città più circolari; il recepimento delle quattro Direttive del “pacchetto economia circolare e rifiuti” che modificano le precedenti Direttive su rifiuti, imballaggi, discariche, rifiuti elettrici ed elettronici, veicoli fuori uso e pile; l’attuazione del nuovo Accordo di Programma Quadro nazionale ANCI-CONAI per la gestione dei rifiuti di imballaggio.

Al seminario sono intervenuti i rappresentanti di alcune amministrazioni:

Anci Puglia – Florenza Pascazio, Delegato all’Ambiente e rifiuti; Anci Campania – Francesco Morra, Delegato all’Ambiente; Comune di Altamura – Loretta Moramarco, Assessore all’Ambiente; Comune di Assemini – Alessia Meloni, Assessore all’Igiene Urbana; Comune di Barletta – Ruggiero Passero, Assessore all’Ambiente¸

Comune di Cagliari – Alessandro Guarracino, Assessore all’Ambiente;

Comune di Napoli – Raffaele Del Giudice, Assessore all’Ambiente;

Comune di Potenza – Alessandro Galella, Assessore all’Ambiente¸

Comune di Santeramo in Colle – Maria Anna Labarile, Vicesindaco con delega all’Ambiente;

Ecolan Spa – Massimo Ranieri, Presidente

La gestione circolare dei rifiuti: dove funziona meglio nel Nord Italia

Workshop Green City Network, Fondazione Sviluppo Sostenibile, Conai. Esaminate 38 città di 9 regioni del settentrione per produzione di rifiuti, raccolta differenziata e riciclo

Un maggior ruolo delle città nell’economia circolare e nella gestione dei rifiuti per raggiungere gli obiettivi fissati dall’ Unione Europea. La gestione dei rifiuti urbani nelle città italiane ha operato, infatti, grandi cambiamenti nei decenni trascorsi con lo sviluppo delle raccolte differenziate, il sistema dei Consorzi, l’affermazione di attività industriali di riciclo di grandi quantità di rifiuti, ma permangono tuttavia ancora alcune difficoltà e si pongono nuove sfide. Regioni e città del nord Italia hanno accettato queste sfide e mostrano performnaces superiori alla media nazionale.

Per approfondire la gestione circolare dei rifiuti nelle Regioni del nord, si è svolto a Milano il primo di quattro Workshop che attraverseranno l’ Italia da nord a sud “Gestione circolare dei rifiuti nelle città e le nuove direttive europee” organizzato dal Green City Network, iniziativa della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, in collaborazione con Conai, in cui è stato presentato il Rapporto sui rifiuti urbani e l’economia circolare nel Nord Italia.

I trend di crescita della raccolta differenziata dei rifiuti urbani e le stime regionali sull’attuale tasso di riciclo dei rifiuti urbani e degli imballaggi mostrano il Nord con una buona performance, superiore al dato medio nazionale – ha dichiarato il Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi, presentando il Rapporto- Questi risultati portano le Regioni del Nord ad aver raggiunto una quota del riciclo del 55% dei rifiuti urbani nel 2019, anticipando il nuovo target europeo che fissa tale quota al 2025Nel modello di economia circolare occorrerà prestare maggiore attenzione alla prevenzione della produzione dei rifiuti migliorando la durata, la riparabilità e il riutilizzo dei prodotti . Crescendo il riciclo occorrerà aumentare anche lo sbocco di mercato delle materie prime seconde

Il Nord si conferma l’area del Paese con le performance migliori anche per quel che riguarda recupero e riciclo dei rifiuti di imballaggio – ha spiegato il nuovo Presidente di CONAI Luca Ruini – Nella top5 delle Regioni italiane più virtuose, tre sono settentrionali: Veneto, Lombardia e Trentino. Nonostante performance già ottime, nel 2019 le Regioni del Nord hanno messo a segno un ulteriore +12% di raccolta in convenzione con il sistema CONAI. Stiamo parlando di un’area geografica avvantaggiata anche da un sistema di impianti più capillare rispetto a quello di molte aree del Mezzogiorno, che purtroppo ne sono prive. Il Settentrione, del resto, traina le ottime performance del Paese in termini di economia circolare e riciclo degli imballaggi: l’Europa impone un tasso di riciclo degli imballaggi pari al 65% entro il 2025, e lo scorso anno il sistema ha già raggiunto il 70%.”

Il Rapporto sull’ Italia del nord

Per la redazione del Rapporto, il primo di un’iniziativa nazionale, il Green City Network ha svolto un’indagine qualitativa a campione fra le città Capoluogo di provincia e tra quelle medie e piccole (tra i 50.000 e i 15.000 abitanti) di 7 Regioni : Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta.. Dal Rapporto emerge che la produzione pro capite media nelle province del nord Italia è di 513 kg/ab/anno e la più virtuosa è la provincia di Treviso con una produzione pro capite inferiore a 400 kg/ab/anno. Più alta la produzione nei capoluoghi: 522/kg/ab/anno. Per quanto riguarda la raccolta differenziata (RD) 9 città (Treviso, Pordenone, Mantova, Belluno, Trento, Biella, Verbania, Vicenza, Cremona) hanno superato il 75%, con Treviso che arriva all’87% e Pordenone, Mantova, Belluno e Trento che superano l’80%, mentre in 6 città è inferiore al 50% con Genova ferma al 33%. I trend complessivi di crescita della raccolta differenziata dei rifiuti urbani, avvicinano le Regioni del Nord agli obiettivi di riciclo dei rifiuti urbani fissati a livello europeo per il 2025, 2030 e 2035. L’unica Regione che registra qualche ritardo nelle raccolte differenziate e, conseguentemente, del riciclo dei rifiuti urbani è la Liguria. Per quanto riguarda gli imballaggi in plastica 14 capoluoghi arrivano e superano il 30% con in testa Verbania con il 53%. L’ incremento maggiore si è registrato a La Spezia che ha incrementato dal 2013 al 2018 la raccolta di oltre tre volte arrivando al 22%. Sul fronte del riciclo, il Rapporto evidenzia che Veneto, Trentino e Lombardia hanno tassi di riciclo maggiori e hanno già raggiunto e superato l’obiettivo 2025. Il Friuli Venezia Giulia si ferma al 54%, Valle d’Aosta, Piemonte e Liguria hanno un riciclo inferiore al 50%. Per il riciclo degli imballaggi in plastica, la Valle d’Aosta ha già raggiunto l’obiettivo 2025 del 50%.

Le novità del 2020 per la transizione verso un’economia circolare delle città

Tra le novità del 2020, il Piano d’azione europeo sull’economia circolare che approfondisce il tema della necessità di creare città più circolari; il recepimento delle quattro Direttive del “pacchetto economia circolare e rifiuti” che modificano le precedenti Direttive su rifiuti, imballaggi, discariche, rifiuti elettrici ed elettronici, veicoli fuori uso e pile; l’attuazione del nuovo Accordo di Programma Quadro nazionale ANCI-CONAI per la gestione dei rifiuti di imballaggio.

Queste novità forniscono importanti e innovativi riferimenti per la gestione dei rifiuti nelle città: in

particolare per sviluppare iniziative di prevenzione per ridurre la produzione di rifiuti, per rafforzare il riutilizzo, per migliorare quantità e qualità delle raccolte differenziate, le attività di riciclo e l’utilizzo dei materiali e dei prodotti ricavati dal riciclo. Queste attività richiedono anche l’adeguamento delle infrastrutture, delle tecniche e delle buone pratiche, necessarie a supportarle.

Al seminario sono intervenuti i rappresentanti di alcune amministrazioni:

Comune di Milano – Marco Granelli, Assessore all’Ambiente; ANCI – Franco Bonesso, Comitato di Coordinamento ANCI/CONAI; Regione Lombardia – Mario Nova, Direttore Generale Ambiente e clima; Comune di Asti – Renato Berzano, Assessore all’Ambiente; Comuni di Cologno Monzese, Cormano, Pioltello, Segrate e Sesto San Giovanni – Marco Cipriano,Amministratore unico di CORE SpA; Comune di Padova – Chiara Gallani, Assessore all’Ambiente; Comune di Pordenone – Stefania Boltin, Assessore all’Ambiente; Comune di Verona – Loretta Castagna, Direzione Affari Generali – Responsabile Ecosportello -Centro di Riuso.

Fonte: Eco dalle Città

Plastica, l’Italia sarà il primo paese europeo a bandire bicchieri e palloncini

La direttiva europea vieta piatti e posate in plastica monouso entro il 2021, ma il Parlamento italiano aggiunge anche bicchieri e palloncini.

L’Europa metterà al bando entro il 2021 piatti, posate e cannucce di plastica, ma l’Italia ha deciso di fare ancora di più, dicendo addio anche a bicchieri e palloncini. Il Parlamento italiano infatti andrà oltre quanto previsto dalla direttiva europea in fatto di single-use plastics, aggiungendo nel testo proposto un emendamento che amplia l’abolizione della plastica usa e getta anche a queste altre due tipologie di prodotti.

Miliardi di bicchieri buttati ogni anno

L’idea nasce dall’associazione ambientalista Marevivo, che questa estate ha lanciato la campagna di sensibilizzazione Anche la plastica usa e getta è un virus che soffoca il Pianeta e che ha proposto ad alcuni parlamentari di estendere il divieto anche a bicchieri e palloncini di plastica monouso, di quelli che si usano comunemente nelle feste dei bambini.

Solo in Italia infatti, spiega Marevivo, si consumano tra i 6 e i 7 miliardi di bicchieri di plastica monouso all’anno, cioè tra i 16 e i 20 milioni al giorno. Complessivamente nel mondo i bicchieri in plastica rappresentano circa il 20 per cento dei rifiuti marini. I palloncini, invece, sono al terzo posto tra i rifiuti più pericolosi per foche, tartarughe e uccelli marini.Leggi anche

Verso l’approvazione definitiva

L’emendamento è stato approvato in commissione Ambiente e in commissione Affari europei in Senato e inserito nel disegno di legge che passerà ora alle Camere per il voto, e in caso di approvazione finale consentirebbe all’Italia di essere all’avanguardia tra gli altri paesi europei.Leggi anche

La responsabile delle relazioni istituzionali di Marevivo, Raffaella Giugni, ha dichiarato di essere molto soddisfatta “di questo primo passo importante: i numeri legati al consumo dimostrano quanto sia importante sostituire questi prodotti con alternative riutilizzabili. È necessario cambiare le nostre abitudini se vogliamo tutelare il Pianeta”

Anche il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha salutato con favore l’iniziativa, spiegando che “grazie al grande lavoro che sta svolgendo il Parlamento, l’Italia è l’unico paese a recepire la direttiva europea sul divieto dell’usa e getta estendendolo anche ai bicchieri e ai palloncini”. Per l’ok definitivo sarà necessario attendere ancora qualche settimana, ma la strada sembra ormai segnata.

Fonte: LifeGate