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Sistemi cauzionali: perché servono agli enti locali

I comuni sono diffidenti nei confronti dei sistemi cauzionali per i contenitori di bevande principalmente perché temono di perdere gli introiti legati alla raccolta differenziata. Ma a conti fatti non è così: l’opzione dei DRS fa risparmiare

Gli esperti di sistemi cauzionali lo sanno bene: appena il governo centrale o la società civile ipotizzano l’adozione di un sistema di deposito cauzionale, gli enti locali alzano le barricate insieme alle loro associazioni di riferimento. Il primo istinto è quello di chiusura, per la paura di perdere gli introiti che arrivano dalla vendita di imballaggi di valore recuperati con la raccolta differenziata, come le bottiglie in PET e le lattine. Un timore in realtà poco giustificato, dal momento che i sistemi di raccolta domiciliari per gli imballaggi hanno costi che generalmente superano di gran lunga quanto si ricava dalla vendita dei materiali ai riciclatori.

Le campagne in Olanda e Belgio
Solamente in Olanda, dove esiste dal 2005 un DRS (Deposit Return System o Scheme) “a metà”, nel senso che interessa solamente le bottiglie di plastica con formato a partire da un litro, si è creato un fronte che unisce il 99% dei comuni, tutti schierati a favore di un DRS il più ampio possibile. Il merito va a Recycling Netwerk Benelux, che ha lanciato nel 2017 l’iniziativa Statiegeld Alliantie: i comuni di Olanda e Belgio, insieme ad associazioni e organizzazioni molto attive, hanno saputo sensibilizzare e coinvolgere sul tema governi, media e cittadini. Dal prossimo luglio rientreranno nel sistema DRS le bottigliette di formato inferiore al litro, mentre il 3 febbraio il ministero dell’Ambiente olandese ha annunciato la partenza del DRS anche per le lattine dal 31 dicembre 2022. Il deposito sarà di 15 centesimi di euro e si punta a raccoglierne 2 miliardi l’anno, in modo da arrivare a raccoglierne il 90% entro il 2024. La decisione è arrivata dopo che i produttori non avevano rispettato il tempi previsti per ridurre del 70% la presenza di lattine nel littering, i rifiuti dispersi nell’ambiente. Al contrario, le rilevazioni compiute dal governo durante il primo semestre del 2020 hanno registrato un aumento del 19% rispetto al 2016-2017 e le lattine rinvenute tra i rifiuti abbandonati sono tre volte più numerose delle bottigliette in plastica. Motivo per cui molti comuni hanno aderito alla campagna Yes we can, che con il suo gioco di parole chiedeva ai politici olandesi e belgi di introdurre rapidamente un deposito, promuovendola nel loro territorio.

Ridurre le lattine disperse nell’ambiente significa, peraltro, evitare il ferimento e talvolta la morte di migliaia di animali e capi di bestiame in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Francia e altri Paesi dove le lattine che finiscono nei prati di pascolo. Ragione per cui, tra le altre organizzazioni che aderiscono alla Statiegeld Alliantie, c’è anche l’associazione degli allevatori.

Superare le diffidenze iniziali 

Nonostante ci siano differenze anche consistenti tra i vari Paesi, i corrispettivi economici che i regimi di Epr nazionali (Extended producer responsability, ovvero la responsabilità estesa del  produttori) elargiscono alle municipalità europee per finanziare la raccolta differenziata per conto dei produttori e utilizzatori di imballaggi, non bastano di fatto a coprire i costi che queste ultime sostengono.

Rappresentano un’eccezione la Germania e la Svezia, dove vige un “modello  duale” dal nome del sistema tedesco (Duales system Deutschland – DsD) avviato a partire dal 1991. In questo modello, i soggetti che producono rifiuti da imballaggio sono obbligati a organizzare per proprio conto un sistema di intercettazione dei rifiuti derivanti dai “propri” imballaggi immessi sul mercato e a gestire le successive operazioni finalizzate al recupero di materia e di energia. In questo caso, i costi di raccolta e avvio a riciclo/recupero/smaltimento sono sostenuti per intero dalle organizzazioni che per conto delle imprese ottemperano agli obblighi in materia di responsabilità estesa del produttore.

I benefici del sistema cauzionale

Un documento prodotto dalla Piattaforma Reloop (che unisce produttori, distributori, riciclatori, istituzioni accademiche e varie associazioni non governative), intitolato Factsheet: Economic Savings for Municipalities, ha comparato 32 studi internazionali che hanno preso in esame i costi e i benefici seguiti all’adozione di un sistema cauzionale, rilevando che in tutti i casi si sono verificati risparmi consistenti per gli enti locali. Uno studio condotto dal Governo scozzese nel 2019 ha evidenziato che l’adozione di un deposito cauzionale avrebbe comportato per gli enti locali un risparmio lordo pari a 237,5 milioni di sterline (oltre 268 milioni di euro), principalmente dovuto alla forte riduzione della quantità di materiali da gestire. Sottraendo a tale importo il mancato introito della vendita dei materiali più nobili, che vale 46,3 milioni di sterline, il risparmio netto stimato dallo studio scozzese si attesta sui 191,1 milioni di sterline (oltre 215 milioni di euro). Un importo di tutto rispetto se consideriamo le difficoltà finanziarie che incontra la maggior parte degli enti locali.

Con il DRS meno rifiuti da gestire. E si risparmia

Perché ci sia un risparmio sui costi di gestione dei rifiuti e di avvio a riciclo per gli imballaggi è presto detto. Il sistema basato sul deposito con cauzione sottrae alla raccolta domiciliare una parte voluminosa del flusso complessivo di imballaggi e questo riduce per i comuni le quantità da gestire. Condizione che apre la strada alla riorganizzazione e ottimizzazione del servizio: si riduce, ad esempio, la frequenza delle raccolte, il numero dei veicoli utilizzati e la forza lavoro impiegata (compensata però dall’occupazione generata dal sistema di deposito, che non grava più sulle municipalità). Inoltre, non doversi occupare di una parte dei rifiuti potrebbe “liberare spazio”, permettendo agli enti locali di concentrarsi nell’affrontare la raccolta di altri flussi di rifiuti e materiali riutilizzabili e riciclabili, attualmente non gestiti e che costituiscono costi evitabili.

Altri risparmi si possono poi ottenere sul fronte della minore frequenza con cui si dovranno svuotare i cestini stradali ed effettuare le pulizie ambientali di pertinenza comunale: diversi rilevamenti e studi di Ong internazionali, infatti, stimano che i contenitori di bevande abbandonati o presenti nei cestini stradali costituiscano il 45-50% in volume dei rifiuti totali.

La copertura dei costi della differenziata in Italia
Le stime sui risparmi per gli enti locali fatte negli altri Paesi spingono a chiedersi che cosa freni l’Italia dal provare a quantificare l’impatto economico e ambientale di una eventuale introduzione di un sistema cauzionale. Diversi studi, negli anni, hanno cercato di stimare i costi di gestione dei rifiuti da imballaggio nel nostro Paese, ma hanno trovato non pochi ostacoli per le notevoli difficoltà nel reperire e comparare, lungo tutto lo Stivale, dati disomogenei riferiti a sistemi di gestione della raccolta differenziata diversi tra loro.

Un recente studio del laboratorio Ref ricerche ha quantificato in un miliardo di euro il costo totale nazionale di gestione dei rifiuti da imballaggio e mostrato che i corrispettivi economici che i Comuni ricevono dai consorzi del Conai – regolati in base ad un Accordo quadro stipulato con Anci, l’associazione nazionale dei comuni italiani – non coprano i “maggiori oneri” della raccolta differenziata che i comuni finanziano. “Seppure a distanza di tanti anni dalla promulgazione delle norme in materia ambientale (D.lgs 152/2006), il reale costo della raccolta e del trasporto dei rifiuti da imballaggio in Italia è un dato non noto – recita lo studio di Ref dal titolo “EPR imballaggi: la ‘copertura’ dei costi” -. Le informazioni a disposizione sono poche e difficilmente confrontabili. La mancanza di una chiara contabilità dei costi si ripercuote sulla poca trasparenza al riguardo delle valorizzazioni riconosciute ai Comuni e, per complemento, sull’onere che rimane in capo agli utenti (la tassa sui rifiuti Tari), oltre che sulla congruità del contributo pagato dai produttori (il cosiddetto Cac)”.

Una domanda che non trova risposta

A quanto corrisponda pertanto la copertura media di questi costi da parte dell’attuale regime di Erp nazionale messo in capo al Conai e basato sulla “responsabilità condivisa del produttore” resta ancora una domanda che non trova una risposta univoca per tutti i Comuni italiani. Per avere un dato di confronto, va detto che i consorzi del Conai hanno erogato ai Comuni italiani, a copertura dei “maggiori oneri” della raccolta differenziata, 561 milioni di euro nel 2018 e 648 milioni nel 2019. L’importo corrisposto agli enti locali ogni anno aumenta anche in relazione alle quantità (espresse in tonnellate) di imballaggio che questi raccolgono e conferiscono alle piattaforme dei consorzi Conai per i vari materiali. Pertanto più imballaggi (in peso) vengono raccolti maggiori sono i costi per i Comuni che devono essere compensati dai corrispettivi del Conai. 

L’ultima indagine conoscitiva sul mercato dei rifiuti urbani dell’Agcom, risalente al 2016, concludeva: “I corrispettivi specificamente definiti dall’Accordo Anci-Conai (l’accordo quadriennale che regola i rapporti tra i consorzi ed i comuni e le somme che i primi devono versare a vantaggio dei secondi, ndr) coprono al più il 20% del costo dell’attività di raccolta differenziata” altre elaborazioni a cura di vari organismi esaminate da EconomiaCircolare.com convergono nell’indicare come realistica una copertura dei costi sostenuti dagli enti locali generalmente inferiore al 50% di quanto i comuni spendono. 

Il necessario passaggio alla responsabilità estesa

La Direttiva 852/2018 prevede che entro la fine del 2024 tutti gli Stati membri dovranno istituire regimi di responsabilità estesa del produttore per tutti gli imballaggi conformi all’art.8 e all’art. 8bis della direttiva rifiuti (Direttiva 2008/98/CE).

Si dovrà pertanto passare da una “responsabilità condivisa” a una più propriamente “estesa”, ove i produttori sono chiamati a farsi carico dei costi della raccolta differenziata dei propri rifiuti, ai costi del loro trasporto e del trattamento, necessari al raggiungimento dei target di riciclo, alle ulteriori attività necessarie per garantire la raccolta e la comunicazione dei dati, e ad una congrua informazione ai consumatori

Oltretutto sempre in riferimento agli aspetti economici, va rimarcato che il sistema di raccolta domiciliare della plastica – con i contenitori di bevande raccolti insieme ad altri imballaggi di minor pregio contaminati dai residui alimentari – determina conseguentemente una diminuzione del loro valore di mercato (che la raccolta selettiva dei DRS evita) con ripercussioni negative proprio sul valore economico dei corrispettivi che i comuni incassano dai consorzi Conai. 

Di Silvia Ricci da Economiacircolare.com

-39% di emissioni di gas serra se raddoppia l’attuale tasso di circolarità delle merci

Senza economia circolare non ci può essere transizione ecologica. E le possibilità di evitare una catastrofe climatica, onorando gli impegni al 2050 assunti al vertice Onu di Parigi del 2015, sono legate al rilancio dell’economia circolare da cui dipende il 39% dei tagli di CO2. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre, a livello globale, raddoppiare l’attuale tasso di circolarità delle merci passando dall’8,6% al 17%. È una sfida che vede l’Italia in prima linea: il nostro Paese per il terzo anno consecutivo è in testa nel confronto sulla circolarità tra le cinque principali economie dell’Unione europea (Germania, Francia, Italia, Spagna e la Polonia, che con l’uscita del Regno Unito dall’UE risulta la 5° economia).

Per questi 5 Paesi sono stati analizzati i risultati raggiunti nelle aree della produzione, del consumo, della gestione circolare dei rifiuti, degli investimenti e dell’occupazione nel riciclo, nella riparazione, nel riutilizzo. Sommando i punteggi di ogni settore, si ottiene un indice di performance sull’economia circolare che nel 2021 conferma la prima posizione dell’Italia con 79 punti, seguita dalla Francia con 68, dalla Germania e Spagna con 65 e dalla Polonia con 54.

È quanto emerge dal Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2021, giunto alla sua terza edizione, realizzato dal CEN-Circular Economy Network – la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile assieme a un gruppo di aziende e associazioni di impresa – in collaborazione con Enea. Il Rapporto è stato presentato oggi in streaming dal presidente CEN Edo Ronchi e dal direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali Enea Roberto Morabito.

All’incontro online è intervenuto con un video il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani. Hanno inoltre partecipato al dibattito l’eurodeputata Simona BonafèStefano Ciafani, presidente di Legambiente; Maurizio Landini, Segretario generale CGIL; Maria Cristina Piovesana, vicepresidente di Confindustria. L’evento in streaming – al quale si sono iscritte oltre 2.500 persone – è stato introdotto dal vice presidente CEN Luca Dal Fabbro, e moderato dal giornalista La7 Andrea Purgatori.

Il focus del rapporto di quest’anno riguarda il contributo che l’economia circolare dà alla lotta ai cambiamenti climatici. Secondo il Circularity Gap Report 2021 del Circle Economy – che misura la circolarità dell’economia mondiale – raddoppiando l’attuale tasso di circolarità dall’8,6% (dato 2019) al 17%, si possono ridurre i consumi di materia dalle attuali 100 a 79 gigatonnellate e tagliare le emissioni globali di gas serra del 39% l’anno. Avvicinandosi così all’obiettivo zero emissioni al 2050 previsto dall’Unione europea per rispettare l’Accordo di Parigi.

In questa direzione, indicata dalla Ue, l’Italia ha compiuto alcuni importanti passi avanti. Nel settembre 2020 sono stati approvati i decreti legislativi di recepimento delle direttive in materia di rifiuti contenute nel Pacchetto economia circolare mirato a prevenire la produzione di rifiuti, incrementare il recupero di materie prime seconde, portare il riciclo dei rifiuti urbani ad almeno il 65% entro il 2035, ridurre a meno del 10% entro la stessa data lo smaltimento in discarica. Entro il marzo 2022 dovrà inoltre essere approvato il Programma nazionale di gestione dei rifiuti. E il nuovo Piano Transizione 4.0, più orientato alla sostenibilità rispetto al precedente Piano Industria 4.0, prevede specifiche agevolazioni per gli investimenti delle imprese finalizzati all’economia circolare. Misure importanti ma non ancora sufficienti.

“Presi dalle emergenze, in Italia stiamo sottovalutando la portata del cambiamento europeo in atto verso l’economia circolare. La sfida più importante che abbiamo ora di fronte – dichiara Edo Ronchi, presidente del CEN – è la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il nuovo governo e in particolare il nuovo Ministero della Transizione ecologica hanno il compito di migliorare e completare l’attuale bozza: bisogna rafforzare le misure per l’economia circolare. Occorre assegnarle un ruolo strategico nel Piano nazionale per la Transizione ecologica.

Nella corsa verso un nuovo modello circolare il nostro Paese è tra i paesi leader in Europa, ma stiamo perdendo posizioni. E’ un’occasione che non possiamo mancare, non solo per l’ambiente ma anche per la competitività delle aziende italiane. Il PNRR può dare pertanto una spinta importante per superare gli ostacoli che frenano l’innovazione e valorizzare al meglio le potenzialità italiane, e per la ripresa degli investimenti e dell’occupazione”.

“L’economia circolare – dichiara Roberto Morabito, Direttore del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali di ENEA – riveste certamente un ruolo fondamentale nel percorso verso sistemi produttivi e territori, a partire dalle città, più sostenibili, ma anche nel raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica: oltre il 45% delle emissioni sono associate all’utilizzo dei prodotti e alla gestione del territorio in tutte le sue componenti e la transizione circolare può portare all’abbattimento fino a circa il 40% del totale delle emissioni globali. È necessario però da una parte essere più ambiziosi nella parte dedicata alla transizione circolare del PNRR, proprio in quanto occasione unica e imperdibile, e dall’altra mettere in campo da subito tutti gli strumenti necessari, tecnologici, regolatori, finanziari e soprattutto di governance a partire dalla Strategia Nazionale per l’Economia Circolare che, come recentemente comunicato dal Ministro Cingolani, sarà elaborata nei prossimi mesi dal Ministero della Transizione Ecologica, in collaborazione con il Mise e con il supporto di Ispra ed Enea”.

Il rapporto è scaricabile dal sito del Circular Economy Network a questo link.

Fonte: Eco dalle Città

L’economia circolare italiana per il next generation EU: il caso della filiera cartaria

Riciclo, economia circolare e uso di materiali rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale anche per conseguire obbiettivi di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni di CO2 come raccontato nel dossier “L’economia circolare italiana per il Next Generation EU” realizzato da Fondazione Symbola e Comieco

L’Italia è il paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti pari al 79% con una incidenza più che doppia rispetto alla media UE e ben superiore a tutti gli altri grandi paesi europei (la Francia è al 56%, il Regno Unito al 50%, la Germania al 43%). Non solo. L’Italia è anche uno dei pochi paesi europei che dal 2010 al 2018 – nonostante un tasso di riciclo già elevato – ha comunque migliorato le sue prestazioni (+8,7%).

Nel riciclo industriale delle cosiddette frazioni riciclabili classiche (acciaio, alluminio, carta, vetro, plastica, legno, tessili) ed è il paese europeo con la maggiore capacità di riciclo anche in valore assoluto, superiore alla stessa Germania. A differenza di altri grandi paesi europei, l’Italia è un importatore netto di materie seconde ed ha esportazioni molto contenute sia di plastiche che di carta.  L’intera filiera del riciclo – dalla raccolta alla preparazione fino al riciclo industriale – in termini economici ed occupazionali, vale complessivamente oltre 70 miliardi di euro di fatturato, 14,2 miliardi di valore aggiunto e oltre 213.000 occupati. Il recupero di materia nei cicli produttivi permette un risparmio annuo pari a 23 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e a 63 milioni di tonnellate di CO2. L’insieme delle emissioni di CO2eq evitate (dirette e indirette) attraverso il riciclo di materia operato in Italia vale l’85% delle emissioni dirette di gas climalteranti generate dalla produzione elettrica dell’Italia (63 Mt di CO2eq dal riciclo contro 74,5 Mt CO2eq dalla produzione elettrica 2020).

Il caso della filiera cartaria

Il sistema cartario è uno dei settori industriali leader nell’economia circolare, nell’uso di risorse rinnovabili e nella capacità di riciclo. Riciclo, economia circolare e uso di materiali rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale anche per conseguire obbiettivi di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni di CO2 come raccontato nel dossier “L’economia circolare italiana per il Next Generation EU” realizzato da Fondazione Symbola e Comieco. Il dossier è stato introdotto dai portavoce del Manifesto di Assisi Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, Padre Enzo Fortunato, direttore Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, con la partecipazione del Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Hanno partecipato Catia Bastioli, Amministratore Delegato Novamont; Duccio Bianchi Fondatore Ambiente Italia; Innocenzo Cipolletta Presidente ASSONIME; Carlo Montalbetti Direttore Generale Comieco; Girolamo Marchi Presidente della Federazione Carta e Grafica, Maria Cristina Piovesana Vicepresidente Confindustria con delega alla sostenibilità; Luca Ruini Presidente Conai; Francesco Starace Amministratore Delegato Enel; Patrizia Toia Vicepresidente Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia Parlamento Europeo. Ha coordinato i lavori Paola Pierotti, Architetto, giornalista PPAN.

Il recupero e riciclo della materia seconda riveste un ruolo fondamentale per l’industria manifatturiera nazionale. Le materie prime dell’industria manifatturiera italiana sono prevalentemente “materie prime seconde” recuperate dalla differenziazione di rottami, maceri, rifiuti recuperati post-produzione o post-consumo. Se guardiamo all’insieme delle produzioni siderurgiche e metallurgiche scopriamo ad esempio che la quota di materia prima seconda supera il 90%. Crescente e talora dominante è anche il ricorso a materia seconda nella produzione cartaria, vetraria, plastica e in alcuni settori dell’arredamento.

L’alta percentuale di riciclo è decisiva dal punto di vista della sostenibilità ambientale non solo per la riduzione delle quantità di rifiuti da smaltire e per la riduzione dei consumi di materie prime. È molto rilevante anche perché – attraverso l’impiego di materia già trasformata – determina consistenti risparmi nel consumo di energia e conseguentemente nelle emissioni climalteranti. Un corretto risparmio di materia prima e un innalzamento sensibile dell’uso di materia prima seconda può concorrere infatti al raffreddamento globale del pianeta. Considerando solo il riciclo di 44 milioni di tonnellate di materia infatti, i consumi energetici evitati e le emissioni evitate rispetto ad una produzione da materia prima vergine sono pari a 23 milioni di Tep e a 63 milioni di t di CO2eq. (dati 2018). Per apprezzare il significato delle emissioni evitate con il riciclo si faccia un paragone con le emissioni generate dalla produzione di energia elettrica. L’insieme delle emissioni di CO2eq evitate (dirette e indirette) attraverso il riciclo di materia operato in Italia vale l’85% delle emissioni dirette di gas climalteranti generate dalla produzione elettrica dell’Italia (63 Mt di CO2eq dal riciclo contro 74,5 Mt CO2eq dalla produzione elettrica 2020). 

In particolare la filiera cartaria made in Italy genera un fatturato di circa 25 miliardi di euro, pari all’1,4% del PIL nazionale, occupa circa 200.000 addetti diretti e con un tasso di circolarità medio pari al 57%, rappresenta uno dei settori leader dell’economia circolare in Italia (la fibra vergine rappresenta solo il 33% della materia prima impiegata).  Un risultato raggiunto anche grazie ad alti livelli di recupero della carta e cartone, ben oltre 5 milioni di tonnellate, un vantaggio importante, se si considera che ogni punto percentuale di crescita del riciclo di carta equivale ad una riduzione 84.000 tonnellate di rifiuti da smaltire.  Nel 2018, il riciclo industriale della carta in Italia ha consentito di evitare consumi energetici pari a 1,5 milioni di Tep ed emissioni climalteranti pari a 4,4 milioni di tonnellate di CO2. Il Next Generation UE è anche una eccezionale opportunità per una espansione del sistema cartario in nuovi mercati e per una ulteriore conversione ecologica del sistema stesso.

Il dossier completo si può scaricare su www.symbola.net

Fonte: Eco dalle Città

CPME: nel 2020 la raccolta europea di Pet ha superato i 2 milioni di tonnellate

CPME (Commissione Europea dei Produttori di PET) riporta che nel 2020 la raccolta europea di PET da post consumo ha superato i 2 milioni di tonnellate e che, già dal 2009, i produttori europei di questo materiale stanno usando il riciclato di PET nelle loro formulazioni.

“Il PET è una resina totalmente riciclabile comunemente usata nelle bottiglie delle acque minerali o delle bevande gassate. Una volta raccolte, le bottiglie di PET sono riciclate principalmente in nuove bottiglie o nel settore tessile ma anche in altre numerose applicazioni – ha dichiarato Antonello Ciotti, presidente di CPME -. La nostra attenzione verso il riciclo è molto alta, perché siamo consapevoli che solo così possiamo aiutare l’ambiente riducendo la quantità di rifiuti generata e la quantità di gas emessa nell’atmosfera. Nel 2020 l’insieme dei sistemi della Responsabilità Estesa del Produttore in Italia ha raccolto poco meno di 300 mila tonnellate di contenitori in PET, equivalente a circa il 69% dell’immesso al consumo, ponendo l’Italia nelle condizioni di poter raggiungere nel 2025 l’obiettivo del 77% definito dalla Direttiva Europea SUP (Single Use Plastic). La raccolta delle bottiglie di PET aumenterà, come prescritto dalle direttive EU, da 6 su 10 bottiglie nel 2020 a 9 su 10 nel 2029, attraverso un coinvolgimento sempre maggiore del consumatore finale e nuovi sistemi di raccolta. Ciò che vogliamo sottolineare è che le bottiglie attualmente in commercio sono prodotte con la plastica più riciclata in Europa e nel mondo.

Fonte: Eco dalle Città

Esperti in economia circolare: in Emilia-Romagna primo corso di istruzione tecnica superiore internazionale

Si chiama Jece – Junior Expert in Circular Economy – il primo corso di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (Ifts)per tecnici esperti in economia circolare. Un percorso di formazione innovativo che punta su uno dei temi portanti delle politiche regionali, l’economia circolare, e che prevede 480 ore di lezioni in lingua inglese interattive on line, integrate da formazione in presenza a Ferrara e 320 ore di stage. Sono 26 i giovani partecipanti, provenienti da Italia, Finlandia, Estonia, Svizzera e Germania e sono aperte le candidature per le imprese e le organizzazioni interessate ad ospitare i ragazzi in stage.

Il corso, completamente gratuito e finanziato dall’Istituto europeo per l’innovazione e la tecnologia (Eit), verrà presentato dall’assessore regionale allo Sviluppo economico e green economy, lavoro formazione, Vincenzo Colla, il 5 marzo alle ore 15, durante un evento on line al quale parteciperanno anche alcuni degli studenti italiani ed europei che racconteranno il loro percorso e i loro progetti lavorativi.

All’incontro interverranno inoltre Marina Silverii, direttore Operativo di Art-ER, Pierluigi Franceschini, Co-Location Center Eit Raw Material, Chiara Pancaldi, direttore di Centoform, Morena Diazzi, direttore generale Economia della conoscenza del lavoro e dell’impresa della Regione, e Daniela Sani, coordinatrice del progetto Eit Raw Material, Art-ER.

Come per gli altri corsi Ift che costituiscono la Rete Politecnica, Jece è autorizzato dalla Regione Emilia-Romagna e, al termine, rilascerà un certificato di specializzazione tecnica superiore, corrispondente al 4° livello del Quadro Europeo delle Qualifiche.

Il percorso è stato progettato insieme alle imprese, partendo da un’analisi dei loro fabbisogni e inserendo rappresentanti delle stesse nella didattica. Si tratta quindi di un caso di successo per la capacità di aggregare reti internazionali e modelli formativi su tematiche innovative e prioritarie per i diversi contesti di produzione industriale. Tra le imprese partecipano grandi gruppi emiliano-romagnoli come CaviroAimag e Hera insieme a startup come Sfridoo e partner internazionali tra cui la Fondazione MyClimate e Rytec Circular AG svizzere, il Wuppertal Institute for Climate, ente di ricerca tedesco, l’Università di Oulu e la Yara Suomi Oy finlandesi.

La partecipazione delle aziende testimonia, inoltre, la richiesta di nuove figure professionali green in grado di condurre e guidare le aziende nella transizione verso un’economia circolare.

Al termine del percorso i partecipanti diventeranno Tecnici per la Sostenibilità e l’Economia Circolare dei Processi Industriali, ossia figure con competenze tecnico-specialistiche e trasversali applicabili in diversi contesti professionali: dall’industria alla manifattura alle aziende di consulenza. Dunque una figura professionale in grado di introdurre sistemi di produzione con criteri di sostenibilità e di economia circolare, scegliendo piani di approvvigionamento da fonti rinnovabili, adottando sistemi di automazione industriale che consentano l’uso razionale delle risorse o di recupero e riciclo degli scarti.

I partecipanti acquisiranno le competenze necessarie a monitorare e valutare l’impatto ambientale delle produzioni, attraverso l’applicazione di metodologie di Life Cycle Assessment e saranno quindi in grado di rispondere ai nuovi bisogni del processo di progettazione, design e sviluppo del prodotto che dovrà sempre di più introdurre, in ogni sua fase, criteri di sostenibilità ed economia circolare. Inoltre, grazie all’impostazione del corso, i nuovi tecnici potranno operare in contesti internazionali.

Sono inoltre aperte le candidature per le imprese e le organizzazioni interessate ad ospitare i ragazzi in stage che possono contattare l’ente di formazione Centoform scrivendo a: contact@studycirculareconomy.com

Fonte: Eco dalle Città

I nuovi modelli di business circolari: quanto conta l’eco-innovazione?

Lo studio “Which innovations for circular business models? A Product life-cycle approach” analizza il ruolo dell’eco-innovazione nell’implementazione dei modelli di business circolari.

Gli ultimi decenni hanno dato prova della necessità di separare la crescita economica dallo sfruttamento delle risorse e dall’accumulo di rifiuti. L’aumento della popolazione, dell’urbanizzazione e degli standard di ricchezza hanno compromesso la quantità, la qualità e l’accessibilità delle materie prime.

Se da un lato la crescita economica ha fornito prosperità e alleviato la povertà in molti paesi, dall’altro ha dato vita a un “debito ecologico” che minaccia la capacità del sistema naturale di continuare a garantire il futuro benessere umano.

I nuovi processi di produzione rappresentano un aspetto fondamentale nella determinazione della sostenibilità delle risorse future, e stanno attraversando una profonda trasformazione aiutati dal nuovo paradigma economico e culturale che si sta facendo strada: in un contesto così delineato l’economia circolare propone un approccio cruciale e puntuale nella transizione verso un’economia sostenibile, proponendo un sistema compatibile con aziende e Paesi per ridurre i costi di input, e contraddistinto da un carattere multidisciplinare che comprende: sistemi sostenibili di produzione-consumo, catene di approvvigionamento a circuito chiuso e sistemi product-service.

Dato che i rifiuti di un processo di produzione e consumo circolano come nuovo ingresso nello stesso o in un differente processo, ne deriva un approccio conservativo in cui tutta l’energia presente nei rifiuti viene sfruttata e diventa nuova risorsa utilizzabile, sostituendo il concetto di “fine vita” con quello di riuso della materia.

L’obiettivo principale dell’economia circolare è di ridisegnare il ciclo di vita del prodotto al fine di avere una minimizzazione degli input produttivi e degli sprechi durante l’intero processo produttivo. Si richiede, quindi, che le imprese adottino nuove strategie fondate sulla progettazione e produzione di beni che prevedono l’utilizzo di risorse rinnovabili, riciclate e riciclabili, l’estensione della vita, il recupero e l’eliminazione di sostanze dannose per l’ambiente.

I nuovi modelli di business circolari, perciò, non saranno esclusivamente finalizzati alla creazione di valore attraverso un prodotto, ma al mantenimento del valore stesso all’interno del sistema economico il più a lungo possibile. Diventa così protagonista il ruolo dell’eco-innovazione: la sua capacità di promuovere i cambiamenti nei modelli di business, infatti, risulta strumentale nel processo di conversione circolare.

Gli sforzi innovativi delle aziende devono essere incanalati verso una dimensione circolare; questo significa che le aziende non hanno semplicemente bisogno di innovazioni verdi per modificare prodotti, processi e struttura organizzativa, ma hanno bisogno di innovazioni che siano in grado di portarle in linea con una strategia orientata alla circolarità. Alla luce di questo legame si rende necessaria, quindi, l’identificazione di quali siano le strategie innovative legate alle innovazioni circolari che le aziende dovrebbero implementare per ridefinire le loro scelte manageriali e di business, e a quale fase del ciclo di vita del prodotto esse si riferiscano maggiormente.

Le buone pratiche e le innovazioni legate all’uso di fonti energetiche rinnovabili e al design del prodotto si riferiscono, ad esempio, al primo livello del ciclo di vita del prodotto mentre, processi di upcycling recycling si riferiscono alla fine della vita utile del prodotto.

Una considerazione separata meritano le pratiche circolare che afferiscono alla fase dell’uso. Questi modelli integrano beni fisici con servizi intangibili in grado di soddisfare i bisogni dei clienti, le aziende offrono l’uso (use-oriented) o i risultati (result-oriented) del prodotto e i consumatori pagano per accedere o sfruttare le sue funzionalità. In sostanza, invece di pagare per la proprietà, gli utenti pagano per l’uso o pagano tariffe per l’accesso al bene stesso.

In questi casi, poiché i produttori mantengono la proprietà sul prodotto, il flusso di ritorno dei beni usati è facilitato, quindi queste imprese, sostenendo le pratiche di riparazione, rigenerazione, aggiornamento e riciclaggio, si mostrano in linea con i principi circolare. In particolare, questa tipologia di pratica innovativa pone l’attenzione sul ruolo centrale che ricopre il consumatore, il quale è invitato a partecipare attivamente all’implementazione del modello contribuendo così ad un cambiamento radicale dei modelli di acquisto e consumo.

La scelta delle imprese in merito a quale strategia innovativa attuare per realizzare i nuovi modelli di business dipende da diversi fattori (come la dimensione e la struttura giuridica, il settore, le caratteristiche del mercato, etc), ma ciò che si richiede è senza dubbio uno sforzo per un radicale ripensamento del vecchio  modo di produrre e consumare. In un contesto così delineato, quindi, l’eco-innovazione rappresenta la chiave di volta per oltrepassare la distanza che ci separa dalla chiusura del ciclo.

Fonte: GreenReport

Eco-design: al via il nuovo Bando CONAI. In palio 500.000 euro

L’ottava edizione parte il 3 marzo, Giornata Mondiale della Natura Selvatica. Le aziende che hanno rivisto i loro imballaggi in chiave sostenibile hanno tempo fino al 31 maggio per candidarsi. Poi una giuria di tecnici sceglierà i vincitori

Un nuovo invito alla sostenibilità: l’emergenza sanitaria non frena la nuova call-to-action rivolta da CONAI alle aziende italiane che hanno rivisto in chiave green i loro pack.

L’ottava edizione del Bando CONAI per l’eco-design degli imballaggi nell’economia circolare si apre domani, 3 marzoGiornata Mondiale della Natura Selvatica (World Wildlife Day). «Quest’anno vogliamo sottolineare come la difesa dell’ambiente passi anche dalla prevenzione» commenta il presidente CONAI Luca Ruini. «Produrre packaging con impatti sempre più bassi è una delle strade verso il rispetto delle risorse naturali del nostro pianeta».

Il Bando nasce per valorizzare le soluzioni di imballo più innovative in termini di sostenibilità. È aperto a tutte le aziende consorziate che hanno rivisto i propri imballaggi con interventi di eco-design adottando almeno una fra queste sette leve di prevenzione: riutilizzo, facilitazione delle attività di riciclo, utilizzo di materie provenienti da riciclo, risparmio di materia prima, ottimizzazione della logistica, semplificazione del sistema imballo e ottimizzazione dei processi produttivi.

In palio, anche quest’anno, ci sono 500.000 euro.

450.000 saranno suddivisi fra tutti i casi premiati sulla base di una graduatoria ottenuta valutando l’adozione delle sette leve di prevenzione.

50.000 euro saranno invece destinati a cinque super premi per l’innovazione circolare da 10.000 euro. Riconosceranno gli sforzi di cinque aziende, e ognuna sarà premiata per uno di questi incentivi: la facilitazione delle attività di riciclo di un imballaggio, la possibilità di riutilizzarlo, l’uso di materiale riciclato nel crearlo, l’implementazione di nuove tecnologie o applicazioni progettuali di grande portata innovativa, e le novità di imballaggi meno impattanti ideate per l’e-commerce e per l’home delivery.

Uno fra i cinque casi premiati per l’innovazione circolare riceverà – novità 2021 – anche una menzione speciale da parte di Legambiente.

Per presentare le candidature c’è tempo fino al 31 maggio 2021.

I nuovi casi di pack “virtuosi” devono essere presentati tramite il form on line disponibile su www.ecotoolconai.org.

Saranno poi analizzati attraverso l’Eco Tool CONAI, uno strumento di Life Cycle Assessment semplificato in grado di calcolare gli effetti delle azioni di prevenzione in termini di risparmio energetico, di risparmio idrico e di riduzione delle emissioni di CO₂, oltre che (solo per i casi di imballaggi che facilitano le attività di riciclo) di quantità di materia prima seconda generata.

«Sono molto legato al Bando: ne ho seguito l’ideazione e la nascita otto anni fa. Per questo sono orgoglioso che il numero  dei casi di imballaggi presentati sia cresciuto ogni anno» aggiunge il presidente Ruini. «Nemmeno il lockdown e la pandemia hanno frenato le adesioni delle aziende: l’edizione 2020 ha visto 289 casi presentati e 160 ammessi, in crescita rispetto ai 145 del 2019 nonostante una situazione socio-economica di grave criticità. È la prova che lo sguardo delle imprese italiane non rinuncia ad essere sostenibile. Il passaggio verso un sistema di economia circolare sempre più virtuoso si realizza anche attraverso la prevenzione: del resto, la maggior parte degli impatti che un packaging avrà nel corso del suo ciclo di vita si definisce nella fase della sua progettazione».

L’EcoD Tool

Fra le armi che il Consorzio Nazionale Imballaggi mette a disposizione di ogni azienda consorziata per vincere la sfida dell’eco-design c’è l’EcoD Tool, il software on-line che permette di valutare l’impatto di ciascuna fase del ciclo di vita del pack analizzato e di simulare interventi di miglioramento per renderlo più sostenibile. Elabora i dati forniti dalle aziende mediante un questionario guidato e dà indicazioni sull’impatto dell’imballaggio in tutte le fasi del suo ciclo di vita prendendo in considerazione il consumo di acqua, il consumo di energia e le emissioni di anidride carbonica. In relazione a questi tre indicatori, l’EcoD Tool suggerisce anche azioni di eco-design personalizzate per ridurre l’impatto dell’imballaggio stesso, ed è in grado di effettuare simulazioni confrontabili mostrando le caratteristiche ambientali dell’imballaggio prima e dopo gli interventi di eco-design suggeriti.

A questi indicatori, il Tool aggiunge quello della circolarità: una sorta di valutazione complessiva dell’imballaggio, tanto più circolare quanto più usa materia riciclata, quanto più è riciclabile e quanto più è riutilizzabile.

Il regolamento completo del Bando CONAI per l’eco-design degli imballaggi nell’economia circolare è disponibile su www.conai.org e su www.ecotoolconai.org.

Fonte: Conai.org

EU, nuovo piano d’azione per l’Economia circolare

Il 10 febbraio 2021, il Parlamento Europeo ha deliberato la Risoluzione del Parlamento europeo sul nuovo piano d’azione per l’economia circolare (2020/2077(INI)).

Nel documento (punto 3) si sottolinea l’opportunità intrinseca dell’economia circolare per tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea: “sottolinea che l’economia circolare può fornire soluzioni alle nuove sfide provocate e messe in evidenza dalla crisi della pandemia da COVID-19, rafforzando le catene del valore all’interno dell’UE e riducendone la vulnerabilità, e rendendo gli ecosistemi industriali europei più resilienti e sostenibili nonché competitivi e redditizi”.

Un passaggio fondamentale è quello al punto 8) dove il Parlamento EU “esorta la Commissione a introdurre entro il 2021 indicatori di circolarità armonizzati, comparabili e uniformi, che comprendano indicatori relativi all’impronta dei materiali e all’impronta dei consumi nonché una serie di sottoindicatori sull’efficienza delle risorse e i servizi ecosistemici; precisa che questi indicatori dovrebbero misurare il consumo di risorse e la produttività di queste ultime, includendo le importazioni e le esportazioni a livello dell’UE, degli Stati membri e dell’industria, nonché essere coerenti con metodologie armonizzate di valutazione del ciclo di vita e di contabilizzazione del capitale naturale; aggiunge che dovrebbero essere applicati in tutte le politiche dell’Unione e a livello degli strumenti finanziari e delle iniziative di regolamentazione“;

Inoltre al punto 96), viene nuovamente fatto riferimento alla gerarchia dei rifiuti, già segnalata e indicata nella Direttiva 98/2008 e si: “sottolinea l’importanza di assegnare la priorità innanzitutto alla prevenzione dei rifiuti, in linea con la gerarchia dei rifiuti dell’UE, nell’ambito delle politiche in materia sia di prodotti che di rifiuti; invita la Commissione a proporre obiettivi vincolanti per la riduzione complessiva dei rifiuti e per la riduzione dei rifiuti in specifici flussi di rifiuti e gruppi di prodotti, nonché obiettivi volti a limitare la produzione di rifiuti residui, nella revisione della direttiva quadro sui rifiuti e della direttiva sulle discariche, prevista per il 2024; ritiene che gli obiettivi relativi alla preparazione per il riutilizzo e quelli di riciclaggio dovrebbero essere separati al fine di attribuire alla preparazione per il riutilizzo la priorità che riveste nella gerarchia dei rifiuti”.

Un forte richiamo viene anche diretto agli Stati Membri dell’Unione Europea e anche alla Commissione europea, visto il loro significativo ruolo di coordinatori e promotori dell’economia circolare stessa. In particolare al punto 53) si:” sottolinea la necessità di coerenza politica tra le misure esistenti e quelle future a livello dell’UE e degli Stati membri, al fine di garantire il conseguimento degli obiettivi del piano d’azione e di assicurare la certezza economica e degli investimenti per le tecnologie, i prodotti e i servizi circolari, che favoriranno anche la competitività e l’innovazione dell’UE; invita la Commissione ad affrontare eventuali incoerenze o barriere normative esistenti o incertezze giuridiche che ostacolano la piena realizzazione di un’economia circolare; chiede incentivi economici quali la tariffazione delle emissioni di CO2, la responsabilità estesa del produttore con l’ecomodulazione delle tariffe e degli incentivi fiscali, nonché altri incentivi finanziari che promuovano scelte sostenibili da parte dei consumatori” (SC)

Scarica il testo della risoluzione

NextGenerationEU, ecco i criteri per usare i fondi “senza danneggiare gli obiettivi ambientali UE”

La Commissione europea ha presentato oggi (venerdì 12 febbario, ndr) le sue linee guida sull’attuazione del principio DNHS (Do not significant harm, ovvero “non causare danni significativi”, ndr) nel contesto del meccanismo di recupero e resilienza (RRF). L’RRF, lo strumento chiave al centro del NextGenerationEU, metterà a disposizione 672,5 miliardi di euro in prestiti e sovvenzioni per sostenere le riforme e gli investimenti negli Stati membri.

La presente guida mira a sostenere gli Stati membri nel garantire che tutti gli investimenti e le riforme che propongono di essere finanziati dal RRF non danneggino in modo significativo gli obiettivi ambientali dell’UE, ai sensi del regolamento sulla tassonomia. Delinea i principi chiave e una metodologia in due fasi per la valutazione DNHS nel contesto dell’RRF, come un modo per facilitare il lavoro degli Stati membri nella preparazione dei loro piani di recupero e resilienza. Il rispetto del principio “non nuocere in modo significativo” è una condizione preliminare per l’approvazione dei piani da parte della Commissione e del Consiglio che è stabilito nel regolamento RRF. Il personale della Commissione sta lavorando a stretto contatto con le autorità degli Stati membri per garantire che questo sia un processo fluido e rapido, che porti alla presentazione dei piani.

Facilitare la transizione verde è un obiettivo chiave della RRF. Le disposizioni DNHS sono uno strumento cruciale per questo, insieme al requisito che un minimo del 37% della spesa per investimenti e riforme contenute in ciascun piano nazionale di ripresa e resilienza dovrebbe sostenere gli obiettivi climatici. La presentazione di questa guida segue l’approvazione del Parlamento europeo dello strumento per il recupero e la resilienza all’inizio di questa settimana. La presidente Ursula von der Leyen ha partecipato questa mattina a una cerimonia di firma e conferenza stampa insieme al presidente del Parlamento europeo David Sassoli e al primo ministro António Costa per la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, in occasione dell’approvazione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio del Regolamento RFF.

La presidente Ursula von der Leyen ha dichiarato: “Desidero congratularmi con il Consiglio e il Parlamento per l’adozione definitiva ora del regolamento. Questo è davvero un momento molto storico. Stiamo combattendo questa pandemia e la grave crisi sanitaria con i vaccini. I vaccini sono il nostro alleato e la nostra speranza. Ma non dovremmo mai dimenticare la seconda enorme crisi che abbiamo, questa è la crisi economica. E lì, il nostro alleato e la nostra speranza è NextGenerationEU. 750 miliardi di euro per sostenere i nostri cittadini a mantenere il loro posto di lavoro, per sostenere le aziende a rimanere in attività e per sostenere le comunità a mantenere il loro tessuto sociale. Nessuno Stato membro da solo sarebbe stato in grado di gestire questa crisi economica da solo e da solo “. La dichiarazione completa della presidente Ursula von der Leyen è disponibile qui. La guida e gli allegati sono disponibili online.

Fonte: Eco dalle Città

Economia circolare: in che modo l’UE intende realizzarla entro il 2050? Il punto della situazione su piani e scadenze

Se si continuano a sfruttare le risorse allo stesso ritmo di oggi, entro il 2050 ci sarà bisogno delle risorse di tre pianeti. Le risorse limitate e i cambiamenti climatici rendono necessario il passaggio da una società del tipo “produzione-consumo-scarto” a una volta a un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale, libera dalle sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050.

La crisi attuale ha evidenziato le debolezze nelle catene delle risorse e del valore, colpendo le PMI e l’industria. L’economia circolare taglierebbe le emissioni di CO2, stimolando allo stesso tempo la crescita economica e creando opportunità di lavoro.

Per saperne di più sulla definizione e i benefici dell’economia circolare.

Il piano d’azione dell’UE per l’economia circolare

In linea con l’obiettivo dell’UE di neutralità climatica entro il 2050 previsto dal Green Deal, nel marzo 2020 la Commissione europea ha proposto un nuovo piano d’azione per l’economia circolare. Tale piano è incentrato sulla prevenzione dei rifiuti e la loro gestione ottimale e promuove, inoltre, la crescita, la competitività e la leadership globale dell’UE nel settore.

Il 27 gennaio, la Commissione per l’ambiente ha approvato il piano e ha richiesto degli obiettivi vincolanti per l’uso e il consumo di materiali da raggiungere entro il 2030. Il rapporto sarà votato durante la sessione plenaria di febbraio.

Il passaggio ai prodotti sostenibili

Per realizzare un mercato europeo di prodotti sostenibili, neutrali per il clima ed efficienti dal punto di vista delle risorse, la Commissione ha proposto un’estensione della Direttiva per la progettazione ecocompatibile anche ai prodotti non connessi all’energia. È volontà dei deputati che le nuove regole entrino in vigore entro il 2021.

I deputati hanno approvato anche delle iniziative per combattere l’obsolescenza programmata, migliorare la durata e la riparabilità dei prodotti e rendere più forti i diritti dei consumatori con il “diritto alla riparazione“. È stata inoltre sottolineata l’importanza del diritto dei consumatori di essere correttamente informati sull’impatto ambientale dei prodotti e dei servizi che comprano ed è stato richiesto alla Commissione di preparare delle proposte per combattere la pratica scorretta del “greenwashing” (ossia la falsa politica di sostenibilità di un’azienda).

Il passaggio all’economia circolare dei settori cruciali

La circolarità e la sostenibilità devono essere integrate in tutte le fasi della catena del valore per raggiungere un’economia completamente circolare: dalla progettazione alla produzione, fino al consumatore. Il piano d’azione della Commissione europea ha stabilito sette aree chiave, essenziali per raggiungere un’economia circolare: plastica; tessile; rifiuti elettronici; cibo e acqua; imballaggi; batterie e veicoli; edifici e costruzioni.

Plastica

I deputati hanno promosso la strategia europea per la plastica nell’economia circolare, che eliminerebbe gradualmente anche l’uso delle microplastiche.

Per saperne di più sulla strategia dell’UE per ridurre i rifiuti di plastica.

Tessile

L’industria tessile fa uso di molte materie prime e di acqua, a fronte di meno dell’1% di materiale riciclato. I deputati si sono espressi a favore di nuove misure per contrastare la perdita di microfibre e introdurre standard più severi sull’uso dell’acqua.

Per saperne di più sull’impatto della produzione e dei rifiuti tessili sull’ambiente.

Elettronica e Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT)

I rifiuti elettronici ed elettrici rappresentano il flusso di rifiuti in più rapida crescita nell’UE, di cui meno del 40% viene riciclato. I deputati hanno richiesto che l’UE promuova una maggiore durata dei prodotti attraverso il riuso e la riparabilità.

Per saperne di più sui dati e le cifre dei rifiuti elettronici.

Cibo e acqua

Si stima che il 20% del cibo totale prodotto venga perso o sprecato nell’UE. I deputati si sono espressi a favore del dimezzamento degli sprechi alimentari entro il 2030, così come previsto dalla strategia per la sostenibilità alimentare.

Imballaggio

I rifiuti dell’industria dell’imballaggio in Europa hanno raggiunto un livello record nel 2017. Le nuove regole mirano a garantire che tutti gli imballaggi del mercato UE siano economicamente riutilizzabili o riciclabili entro il 2030.

Batterie & veicoli

Sono al vaglio dei deputati, invece, le proposte sulla produzione e sul tipo di materiali impiegati per tutte le batterie presenti nel mercato UE. Si richiede, in particolare, che abbiano una bassa impronta di carbonio e rispettino i diritti umani, nonché gli standard sociali ed ecologici.

Edifici e costruzioni

L’industria edile è responsabile di oltre il 35% dei rifiuti totali dell’UE. I deputati hanno richiesto che la durata del ciclo di vita degli edifici venga prolungata, che vengano stabiliti degli obiettivi di riduzione dell’impronta di carbonio dei materiali, così come dei requisiti minimi sull’efficienza energetica e delle risorse.

Gestione e spedizione dei rifiuti

L’UE produce più di 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno, per lo più di tipo domestico. La volontà dei deputati è di spingere i paesi dell’UE a incrementare il riciclaggio di alta qualità, ad abbandonare lo smaltimento in discarica e a ridurre al minimo l’utilizzo degli inceneritori.

Per saperne di più sulle statistiche e sui dati sulla gestione dei rifiuti nell’UE.

Fonte: Eco dalle Città