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L’economia circolare dà lavoro a 575mila persone, ma nessuno la conosce (o la guida) davvero

L’economia circolare viene spesso confusa con la sola gestione e avvio a recupero dei rifiuti, che rappresenta in realtà solo una parte – benché importante – di un modello di sviluppo molto ampio, che parte dall’apice dei sistemi di produzione e consumo. Una ricerca di Ambiente Italia presentata oggi a Roma come risultato del lavoro del gruppo “Riciclo e recupero” del Kyoto club prova a dare conto di una prospettiva più ampia per quanto riguarda l’economia circolar nel nostro Paese.

Spaziando dalle azioni di prevenzione e riuso dei prodotti alle attività manifatturiere basate sui materiali di riciclo, dalle attività del ciclo idrico a quelle di servizio di noleggio e leasing, l’economia circolare italiana appare come un settore che dà lavoro a più di 575 mila persone e che vale oggi 88 miliardi di euro di fatturato e 22 di valore aggiunto, ossia l’1,5% del valore aggiunto nazionale; numeri che sostanzialmente equivalgono a quelli di tutto il settore energetico nazionale o di un settore industriale storico come quello dell’industria tessile, non molto distante dal valore aggiunto dell’agricoltura.

Lo studio, commissionato da Conai con i consorzi nazionali per il riciclo degli imballaggi (Cial, Comieco, Corepla, Ricrea) e dal Gruppo Cap, il gestore del servizio idrico della città metropolitana di Milano, sottolinea comunque che ad oggi nell’economia circolare italiana poco meno del 50% del valore aggiunto e circa il 35% degli occupati è riconducibile più specificamente alla filiera del riciclo, mentre la parte residua è essenzialmente riconducibile alla filiera della manutenzione e riparazione, con quote minori per ciclo idrico e servizi.

L’analisi di Ambiente Italia conferma come il nostro Paese possa già oggi vantare numerosi punti di forza – ma nessuna regia nazionale, purtroppo – nell’economia circolare. Secondo i dati raccolti l’economia italiana risulta in Europa l’economia più performante in materia di produttività d’uso delle risorse materiali: per ogni kg di risorsa consumata, l’Italia genera – a parità di potere d’acquisto (PPS) – 4 € di Pil, contro una media europea di 2,24 e valori tra 2,3 e 3,6 in tutte le altri grandi economie europee. Anche il tasso di “circolarità dell’economia”, fornito dalla misura del tasso di utilizzo di materia seconda rispetto alla materia prima, ci pone ai vertici europei, pur con un risultato che mostra tutti i suoi limiti: con il 18,5% di materia seconda sui consumi totali di materia l’Italia ha una prestazione largamente superiore alla media europea, il che la dice lunga sul quanto la nostra economia e quella dell’intera Unione siano lontane da un modello davvero circolare. Si tratta di una realtà che non solo pratichiamo, ma anche conosciamo ancora troppo poco.

Il rapporto di Ambiente Italia riconosce ad esempio che il vero motore dell’economia circolare e soprattutto della filiera del riciclo è l’industria manifatturiera, ma andando a indagare l’effettivo impiego di materie seconde nei propri cicli produttivi non ha potuto che basarsi su stime: «La nostra stima – con inevitabile semplificazione, talora giustificatamente, in altri casi forzando l’effettiva realtà del mercato – ha attribuito le grandezze economiche proporzionalmente alla quantità di materia seconda impiegata rispetto al prodotto del settore […] Purtroppo, l’aleatorietà di alcuni dati ci ha permesso di considerare solo l’impiego produttivo di circa 33 milioni di tonnellate di materia rispetto alle 46 milioni di tonnellate lavorate al netto delle esportazioni. Non sono state considerate neanche gli impieghi (minori, ma non irrilevanti) cosiddetti “open loop”, cioè in distinte filiere produttive rispetto a quelle originarie».

Il vero problema è che le buone performance registrate dall’economia circolare nazionale difettano di una regia nazionale che possa mettere pienamente a frutto le potenzialità del Paese: secondo Ambiente Italia «l’economia italiana risulta in Europa l’economia più performante in materia di produttività d’uso delle risorse materiali e di circolarità di materia. Non è un risultato ovvio, né verosimilmente percepito. Eppure, è un risultato che si conferma nel tempo e che, per certi versi, si accelera. Anche se sembra più il risultato di una fortunata combinazione di spinte e necessità dell’economia e di comportamenti personali, piuttosto che l’esito consapevole di politiche e culture pubbliche e private».

Il precedente Governo nazionale aveva iniziato a metterci una toppa predisponendo il documento Verso un modello di economia circolare per l’Italia, con l’obiettivo di fornire un inquadramento generale dell’economia circolare nonché di definire il posizionamento strategico del nostro Paese sul tema. Compito che ha però lasciato al Governo successivo, ovvero quello in carica, se e quando vorrà impegnarsi su questa strada. Al momento siamo lontani, e le esigenze dell’economia circolare rimangono inascoltate.

«Riteniamo che occasioni come la presentazione di questo studio possono rappresentare un ulteriore momento di confronto per evidenziare – commenta Andrea Bianchi, direttore area Politiche industriali di Confindustria – come sia opportuno porre in essere il giusto contesto normativo, tecnologico-impiantistico ed economico per “chiudere il cerchio”, affinché i nuovi obiettivi definiti a livello europeo e che l’Italia si dovrà traguardare siano uno stimolo a migliorare ulteriormente tali performance, confermando l’auspicio contenuto nel rapporto presentato oggi, ovvero che lo sviluppo dell’economia circolare comporta necessariamente una grande trasformazione industriale».

L. A.

Fonte: Greenreport

Torino: la 24 ore del riuso

Il 21 e 22 novembre si svolge a Torino la 24 Ore del Riuso, una maratona per evidenziare il valore del riuso nell’ambito dell’economia circolare e rappresentare le potenzialità del riuso in Piemonte e in Italia. L’evento è diviso in due parti: Night, dalle 16 alle 22 del 21 novembre, in via Regaldi 7/11, sede storica di Triciclo scs; Day, dalle 10 alle 18, del 22 novembre presso il Collegio Carlo Alberto in piazza Arbarello 8.

Night

Night è un evento pop, organizzato in collaborazione tra Tavolo del Riuso e Hub dell’Economia Circolare. Prevede un workshop di riparazione biciclette ed un dibattito alla scoperta delle 5R della circolarità: riusa, ripara, rigenera, riduci, ricicla. Gran finale con aperitivo e sfilata di abiti vintage provenienti dalle raccolte di ViviBalon e di Triciclo, curata da Humana onlus. Il momento della sfilata sarà animato da COP Collettivo Occasionale Promiscuo con Valentina Padovan e da Dj Booga-Luke che animerà la serata con dischi in vinile provenienti dal mercato del Balon.

Day

Day è un evento dedicato all’approfondimento. L’evento ospiterà “Gli stati generali del riuso”, proposti da Rete Onu per la seconda volta a Torino, dopo il 2011. Nel corso della giornata saranno messi in evidenza i molti aspetti dell’economia del riuso: il ruolo dell’informale nelle pratiche di riuso (dimensione Torino/Italia/Mondo); il ruolo della cooperazione sociale nelle pratiche del riuso (dimensione Piemonte); le potenzialità di altre pratiche, anche profit. Verrà anche fatto il punto dei lavori in Parlamento sul PdL 1065, legge di riordino del settore che è stata incardinata in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati.

Da sottolineare, inoltre, che l’aperitivo del 21 novembre e il pranzo del 22 novembre saranno offerti dalla cooperativa Su Misura e preparati utilizzando anche parte del cibo recuperato dalle Sentinelle dei Rifiuti – Ecomori al mercato di Porta Palazzo.

 

Di seguito il programma completo della 24 Ore del Riuso:

Programma 24 Ore del Riuso

21 novembre 2018

Hub economia circolare presenta 

Alla scoperta della circolarità

Cooperativa sociale Triciclo Via Regaldi 7/11, Torino

ore 16-18 Workshop

Riparare per recuperare: la bicicletta

ore 18,30-19,30

Le 5 R. Scopriamo l’alfabeto della circolarità (riusa, ripara, rigenera, riduci, ricicla).

Intervengono

  • Benvenuto da Hub Circolare e da Tavolo del Riuso – Pier Andrea Moiso
  • Design e prodotti circolari?- Professor Fabrizio Valpreda, Politecnico di Torino
  • Normativa rifiuti e loro recuperabilità – Dott.sa Stefania Alemani, Città Metropolitana
  • Esperienza di impresa La cooperativa sociale Triciclo – Lucia Mason
  • Esperienza di impresa Astelav srl – Giorgio Bertolino
  • Esperienza in Francia Assomelior di Parigi-Montreuil – Samuel Le Coeur

ore 19,30/22

Il Tavolo del Riuso presenta

 

LA NOTTE DEL RIUSO

APERITIVO

Aperitivo di recupero dall’ortofrutta di Porta Palazzo,

a cura della Cooperativa Sumisura e Sentinelle dei Rifiuti – Ecomori (Eco dalle città)

DJ BALON

Dj set con vinili provenienti dal Balon. DJ Booga-Luke

FASHION NIGHT

Second hands outfit, abiti e accessori usati provenienti dalla raccolta di ViviBalon, Triciclo e Humana People to People, indossati da personalità del mondo della cultura, della creazione artistica e dell’ecologia

 

 

22 novembre 2018

 

La 24 ore del Riuso presenta gli Stati Generali del Riuso

Collegio Carlo Alberto

Piazza Arbarello, 8 Torino

Realizzato da Tavolo del Riuso Piemonte e Rete ONU (Operatori Nazionali dell’Usato)

 Programma

  • 10,00 Accoglienza
  • 10,30 Saluti introduttivi di Pier Andrea Moiso, Coordinatore Tavolo del Riuso e di Alessandro Stillo, Presidente Rete ONU (Operatori Nazionali dell’Usato)
  • 10,45 Usato e cooperazione sociale in Piemonte, Antonio Castagna, Tavolo del Riuso
  • 11,15 Waste Pickers in Italia e nel mondo:

                  Alessandro Stillo, Presidente Rete ONU,

                  Massimo Castiglia, Presidente Circoscrizione 1, Ballarò, Palermo,

                  Aleramo Virgili, Rete di Sostegno ai Mercatini Rom, Roma,

                  Mauro Fedeli, Consorzio Equo, Piemonte

Sonja Barbul, Papusza, Austria/Nazione Rom

  • 12,00 Coffee Break
  • 12,15 Presentazione Progetto di Legge sul Riutilizzo (PdL1065/2018),

Onorevole Stefano Vignaroli, Commissione Ambiente Camera dei Deputati

  • 12,45 Domande dal pubblico
  • 13,00 Conclusione di PierAndrea Moiso

 

Pranzo

 

  • 15,00 Presentazione del Rapporto nazionale sul riutilizzo, Pietro Luppi, Occhio del Riciclone
  • 15,30 Riuso e vita quotidiana. Alessandro Giuliani, Mercatopoli
  • 15,45 L’impronta ambientale del riuso. Sebastiano Marinaccio, Mercatino srl

                  Case history dell’usato

  • 16,15 Riconvertire l’economia con il riuso Giorgio Bertolino, Astelav
  • 16,45 Riuso e solidarietà Renato Conca, Cooperativa Manitese e Alessandro Strada, Humana People to People
  • 17,15 Discussione e approfondimenti con il pubblico
  • 18,00 Conclusioni Alessandro Stillo e Pier Andrea Moiso

 

 

TAVOLO DEL RIUSO: Il “Tavolo del Riuso” nasce nel 2016, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, per aggregare alcune tra le esperienze più significative dell’area metropolitana torinese. Ne fanno parte associazioni culturali, cooperative sociali, testate giornalistiche. L’obiettivo del Tavolo è creare conoscenza, coordinamento e maggiori sinergie tra gli operatori dei diversi ambiti del riuso. www.tavolodelriuso.it

 

In collaborazione con

RETE ONU: Gli operatori e gli organizzatori dei mercati storici e delle pulci, delle fiere e delle strade, le cooperative sociali, le cooperative di produzione lavoro che lavorano nel sociale, le botteghe di rigatteria e dell’usato, i negozi in conto terzi si sono costituiti in un’unica grande associazione, la Rete ONU (Rete Nazionale Operatori dell’Usato). www.reteonu.it

 

HUB DI ECONOMIA CIRCOLARE: nasce da una iniziativa della Città di Torino all’interno del programma Urban Wins, vuole promuovere la conoscenza dell’economia circolare nelle sue articolazioni. hub.mercatocircolare.it

 

Toscana: cresce la differenziata; Capannori è l’eccellenza

La Regione Toscana ha appena pubblicato i dati certificati riguardo all’andamento della raccolta differenziata a livello regionale.

È salita di quasi 3 punti rispetto al 2016 la percentuale di raccolta differenziata e la produzione di rifiuti non differenziati è calata in modo sostanziale. Nel dettaglio, la percentuale della raccolta differenziata a scala regionale di attesta al 53,9%, con un incremento di 2,9 punti rispetto all’anno precedente. La produzione di rifiuti urbani è stata pari a 2,24 milioni di tonnellate in diminuzione del 2,9% rispetto all’anno precedente (- 67.000 tonnellate) con il dato pro capite che è passato da 617 a 600 kg/abitante (pur sempre un quantitativo molto elevato in confronto ai 497 kg/abitante anno medi a livello nazionale). Molto positiva la sostanziale diminuzione, pari a circa 98.000 t, della parte non differenziata dei rifiuti.

“I dati certificati – commenta l’assessore Federica Fratoni – ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta e le risorse messe a disposizione dalla Regione pari a 30 milioni di euro saranno utili a spingere in avanti le performance, così da raggiungere nei tempi stabiliti l’obiettivo che siamo posti di 70% di raccolta al 2020. Nei dati mi preme sottolineare – prosegue Fratoni – il calo dell’indifferenziato e quello della stessa produzione generale pro capite, a dimostrazione che la raccolta differenziata porta come effetto indotto la diminuzione di rifiuti”.*

Maglia nera della Toscana il Comune di Abetone Cutignano con duemila abitanti e 12 % di differenziata ma anche altri comuni ben più conosciuti, ad esempio Orbetello, sono fermi al 15% ed i peggiori capoluoghi rimangono Grosseto (34%) e Massa (32%).

A guidare invece la classifica dei virtuosi è tornato il Comune di Capannori che con un eccellente 88,1% mostra ancora una volta l’importanza di un lavoro continuo per mantenere alte la partecipazione e le performance ambientali. Questo risultato mostra anche la centralità del meccanismo della tariffazione puntuale (implementata con la collaborazione di ESPER) che, quando ben strutturata, spinge continuamente verso il miglioramento i comportamenti delle famiglie e delle imprese. Non è un caso che le altre amministrazioni che con Capannori condividono il podio ed i primi posti, abbiano attivato meccanismi di tariffazione puntuale per le utenze in funzione dei rifiuti non riciclabili prodotti.

 

*fonte: e-Gazette

 

Banca Mondiale: un’economia circolare per ridurre lo spreco di rifiuti!

Secondo il nuovo Rapporto della Banca Mondiale, se non si avviano al più presto in tutti i Paesi adeguate politiche di gestione dei rifiuti, di riciclo e di economia circolare, nel 2050 la produzione globale di rifiuti arriverà a 3,14 miliardi di tonnellate, circa il 70% dell’attuale.

Senza un’azione urgente, fra 30 anni i rifiuti globali aumenteranno del 70% rispetto ai livelli attuali. È questo il messaggio contenuto nel nuovo Rapporto  del Gruppo della Banca Mondiale (WB) “What a Waste 2.0A Global Snapshot of Solid Waste Management to 2050” (Che spreco 2.0: un’istantanea globale sulla gestione dei rifiuti solidi al 2050).

Il Rapporto di oltre 200 pagine si basa sui dati dal 2012 al 2017, che provengono da 217 Paesi e 367 città, aggiornando in pratica le informazioni contenute nel precedente Rapporto che era uscito nel 2012.

Nel 2017 il mondo ha prodotto 2,01 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani (RSU), ma solo il 13,5% di questi viene riciclato e il 5,5% compostato. Si stima che il 40% dei rifiuti generati nel mondo sia gestito in modo inadeguato, disperso nell’ambiente o bruciato all’aperto. Se si continuasse business as usual, alla fine del 2050 si dovrebbero gestire 3,4 miliardi di tonnellate di rifiuti.

Rifiuti gestiti in malo modo – ha affermato Sameh Wahba, Direttore della divisione per lo sviluppo urbano e territoriale, la gestione del rischio di catastrofi e la resilienza della Banca Mondiale – contaminano gli oceani del mondo, intasano i corsi d’acqua causando inondazioni, provocano malattie per effetto dei problemi respiratori legati alla loro combustione, danneggiano animali che consumano i rifiuti scambiati per cibo e colpiscono lo sviluppo economico, come ad esempio impattando sul turismo“.

I dati sulla gestione dei rifiuti sono fondamentali per le politiche di gestione e pianificazione nel contesto locale. Conoscere la quantità e la tipologia dei rifiuti generati, in particolare nei Paesi a rapida urbanizzazione e crescita della popolazione, consente ai Governi locali di selezionare metodi di gestione appropriati e pianificare la domanda futura. Con dati accurati, i Governi possono allocare realisticamente budget e terreni, valutare le tecnologie adeguate e prendere in considerazione partner strategici per la fornitura di servizi, come il settore privato o le organizzazioni non governative.

Il Rapporto sottolinea che la gestione dei rifiuti solidi è fondamentale per città e comunità sostenibili, sane e inclusive, ma è spesso trascurata, in particolare nei Paesi a basso reddito. Mentre più di un terzo dei rifiuti nei Paesi ad alto reddito viene recuperato attraverso il riciclaggio e il compostaggio, solo il 4% dei rifiuti nei Paesi a basso reddito viene riciclato.

La gestione dei rifiuti rispettosa dell’ambiente tocca numerosi aspetti critici dello sviluppo – ha dichiarato Silpa Kaza, Specialista in sviluppo urbano della Banca mondiale e autrice principale del Rapporto –Tuttavia, la gestione dei rifiuti solidi è spesso trascurata quando si tratta di progettare città e comunità sostenibili, sane e inclusive. I Governi devono intraprendere azioni urgenti per affrontare la gestione dei rifiuti sia per la salute dei loro cittadini che per quella del Pianeta”.

Particolarmente problematici”, secondo gli autori, sono i rifiuti di plastica, che, se non vengono raccolti e gestiti correttamente, contamineranno i corsi d’acqua e gli ecosistemi per centinaia, se non migliaia, di anni. Nel 2016, il mondo ha generato 242 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, ovvero il 12% di tutti i rifiuti solidi, secondo il Rapporto, e il 90% dei rifiuti marini è costituito da plastica.

Sebbene rappresentino solo il 16% della popolazione mondiale, i Paesi ad alto reddito messi insieme generano più di un terzo (34%) dei rifiuti mondiali. Asia orientale e la regione del Pacifico generano circa un quarto (23%) dei rifiuti globali, mentre l’Europa e l’Asia centrale, pur generando 392 milioni di tonnellate di rifiuti, riescono a recuperare, attraverso il riciclo e il compostaggio, il 31% dei materiali scartati.
Medio Oriente e Nord Africa sono le regioni che attualmente producono meno rifiuti, 129 milioni di tonnellate, anche se le stime parlando di una produzione doppia entro il 2050, con l’Africa Subsahariana destinata a triplicarli.
Il Nord America è la regione con la produzione media di rifiuti più alta in assoluto, ma registra oltre il 55% di rifiuti riciclabili, inclusi cartone, carta, vetro, metallo e plastica.

Sulla base del volume di rifiuti generati, della loro composizione e di come vengono gestiti i rifiuti, si stima che 1,6 miliardi di tonnellate equivalenti di biossido di carbonio siano stati generati dal trattamento e dallo smaltimento dei rifiuti nel 2016, pari a circa il 5% del totale emissioni.

La cattiva gestione dei rifiuti sta danneggiando la salute umana e l’ambiente, oltre che contribuire alla sfida climatica – ha affermato Laura Tuck, Vicepresidente per lo Sviluppo Sostenibile della Banca mondiale – Sfortunatamente sono spesso i più poveri a subire l’impatto negativo di una gestione scorretta dei rifiuti. Non deve essere in questo modo. Le nostre risorse devono essere utilizzate e quindi riutilizzate continuamente in modo che non finiscano nelle discariche”. 

La sostenibilità è un altro aspetto necessario della gestione dei rifiuti, ma è ampiamente ignorata. Fattori come gli alti costi per la gestione sostenibile dei rifiuti, spesso scoraggiano le società. Ma lo studio dimostra che non solo è eticamente giusto, ma anche economicamente conveniente.

Se i rifiuti vengono trattati in modo sostenibile, ci sarebbe una significativa riduzione dei costi per la salute dei cittadini e dell’ambiente. Il costo per affrontare gli impatti della cattiva gestione dei rifiuti è ben maggiore di quello necessario per sviluppare e adottare corretti sistemi di gestione dei rifiuti, che, peraltro, riducono l’impronta del carbonio e le correlate calamità dovute ai cambiamenti climatici, che costano la perdita di vite umane, di risorse e denaro.

Il Rapporto sottolinea che i buoni sistemi di gestione dei rifiuti sono essenziali per dar vita ad un’economia circolare, in cui i prodotti sono progettati per durare a lungo e per essere riutilizzati e riciclati. Qualora i Governi nazionali e locali adottassero l’economia circolare, i modi intelligenti e sostenibili per gestire i rifiuti contribuirebbero a promuovere una crescita economica efficiente, riducendo al minimo l’impatto ambientale.

Tra le soluzioni avanzate nel Rapporto, meritevoli di attenzione da parte della governance mondiale, si segnalano:
– il sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo per implementare adeguati sistemi di gestione dei rifiuti;
– il supporto ai principali Paesi produttori di rifiuti per ridurre il consumo delle plastiche attraverso programmi di riduzione e riciclaggio;
– la riduzione degli sprechi alimentari, educando e informando i consumatori, gestendo adeguatamente i prodotti organici e coordinando programmi specifici di gestione dei rifiuti alimentari.

Fonte: Regioni&Ambiente

RASSEGNA STAMPA – Camaiore verso rifiuti zero, approvato il piano

La giunta di Camaiore ha deliberato nella seduta di oggi (29 agosto) il piano industriale per la riduzione e gestione dei rifiuti urbani del Comune di Camaiore, redatto dalla società Esper sotto la supervisione del dottor Attilio Tornavacca. Il documento rappresenta la base di lavoro per la ridefinizione del servizio di raccolta dei rifiuti nell’ottica del progetto Camaiore verso Rifiuti Zero: partendo da valutazioni relative al contesto territoriale (analisi socioeconomica, geomorfologica, urbanistica e infrastrutturale) e all’attuale servizio, il piano introduce elementi innovativi per giungere in una fase intermedia (entro un anno dall’attuazione) al 70% del livello di raccolta differenziata e del 75% nella fase a regime.

Aspetto fondamentale è quello relativo alla partita economica: dalle valutazioni effettuate da Esper gli obiettivi sono raggiungibili allo stesso costo del servizio attuale (che raggiunge poco meno del 50% di rifiuto differenziato), con possibilità di risparmio negli anni successivi (si parla di un 4% nella fase transitoria e di circa l’8% nella fase a regime, valutazione comunque da accogliere in via prudenziale in particolare per i tempi attuazione).
Si tratta del primo documento di questo tipo nella storia del Comune di Camaiore: le prospettive tracciate diventano cruciali per la gestione del tema dei rifiuti e dei rapporti con il gestore in quanto definiscono le modalità con cui devono essere raggiunti gli obiettivi e i costi relativi. Le novità principali sono l’estensione del porta a porta su tutto il territorio comunale, un programma dettagliato e verificabile di spazzamento delle strade, incremento dei passaggi della raccolta dell’organico e della plastica nel periodo estivo per le utenze domestiche, aumento dei passaggi per tutte le altre frazioni nel periodo estivo per le utenze non domestiche. Strategie che comporteranno la modulazione di un servizio che possa essere più aderente alle esigenze dei cittadini, con una maggiore presenza dell’azienda che dovrà rispettare, nelle varie fasi del processo, criteri di qualità e flessibilità. A queste novità si affianca un progetto di sensibilizzazione e informazione che possa portare a una concreta riduzione del rifiuto prodotto anche attraverso incentivi.
“Oggi – ha detto il sindaco Alessandro Del Dotto – raggiungiamo un obiettivo fondamentale nella storia dei servizi pubblici perché mettiamo nero su bianco quello che vogliamo per i nostri cittadini ovvero un sistema di raccolta dei rifiuti preciso, efficace ed economico. Questa partita si gioca su un tavolo nuovo rispetto al passato, forti del lavoro fatto da Esper e dal dottor Tornavacca con la collaborazione fondamentale dell’Ufficio Ambiente che ha interpretato questa fase come occasione di crescita professionale”.
“Il piano – ha aggiunto l’assessore all’ambiente Sara Pescaglini – è di particolare importanza perché redatto da ESPER, ente di studio che fa dell’indipendenza un proprio pilastro. Non hanno rapporti economici con aziende del settore rifiuti e lavorano esclusivamente per le pubbliche amministrative. Una garanzia perché sia tutelato l’interesse pubblico e quindi dei cittadini camaioresi. Questo ci dà ancor più forza nei rapporti con il gestore perché abbiamo certificato quello sostenevamo da tempo ovvero che il servizio di raccolta rifiuti nel Comune di Camaiore non fosse né efficace, né tantomeno efficiente”.

Fonte: Luccaindiretta

Il ministero dell’Ambiente avvia una consultazione pubblica sull’economia circolare

Fino al 1 ottobre si potrà dire la propria sugli indicatori utili per misurare l’uso efficiente delle risorse

Minambiente e il Ministero dello Sviluppo economico hanno elaborato (con la collaborazione dell’Enea e di altri esperti in materia) il documento Economia circolare ed uso efficiente delle risorse – Indicatori per la misurazione dell’economia circolare.
Lo scritto ha l’obiettivo di individuare indicatori adeguati per misurare e monitorare la concreta circolarità dell’economia e l’uso efficiente delle risorse a livello macro (sistema paese), meso (regione, distretto, settore, ecc.) e micro (singola impresa, organizzazione, amministrazione).

Gli indicatori contenuti nel documento non sono tuttavia da considerarsi esaustivi: vogliono rappresentare la base da cui partire per arrivare ad individuare le migliori soluzioni perseguibili per il sistema Italia, attraverso un’economia circolare, in termini di massimizzazione dei benefici economici e di salvaguardia delle risorse naturali.

Un obiettivo a cui Minambiente vuole arrivare con un’operazione concertata: sono chiamati a partecipare ad una consultazione pubblica per dire la propria sul documento imprese, organizzazioni, istituzioni e altri soggetti pubblici o privati cittadini  c’è tempo fino al primo ottobre. Si può fornire il proprio contributo andando all’indirizzo:  http://indicatoricircolari.consultazione.minambiente.it/.

«I risultati della consultazione pubblica on line – spiegano dal Ministero – saranno presi in considerazione per la stesura del documento definitivo. A conclusione della consultazione, inoltre, saranno elaborati un resoconto e una nota illustrativa degli esiti. Il resoconto conterrà la descrizione dei dati relativi alla partecipazione, insieme ad una loro analisi di tipo quantitativo. Alla nota illustrativa saranno allegati tutti i contributi pervenuti, tutelando comunque la riservatezza dei dati personali, in modo da consentire la verifica delle elaborazioni e delle sintesi riportate nel documento stesso»*.

*dichiarazione rilasciata a GreenReport

Tra norme e sentenze confuse l’Italia frena sul recupero dei rifiuti

Tempi duri si annunciano per il riciclo dei rifiuti. Mentre l’Europa approva nuove direttive che spingono l’economia circolare, in Italia due recenti interventi stanno mettendo a dura prova gli impianti di recupero.

Una controversa sentenza del Consiglio di Stato, la n. 1229 del 28 febbraio 2018, ha stabilito che solo lo Stato può regolamentare i casi in cui i rifiuti cessano di essere tali e diventano “prodotti” da rivendere sul mercato, cosiddetto “end of waste” (fine del rifiuto). I giudici amministrativi, interpretando in maniera restrittiva l’art. 6 della direttiva 98/2008/Ce e l’art 184-ter del D.lvo 152/06, hanno stabilito che “il destinatario del potere di determinare la cessazione della qualifica di rifiuto è, per la Direttiva, lo Stato, la stessa Direttiva Ue non riconosce il potere di valutazione caso per caso ad enti e/o organizzazioni interne allo Stato”, interrompendo così una prassi che vedeva nelle autorizzazioni regionali/provinciali la regolamentazione di questo “caso per caso” che favoriva l’economia circolare.

Fatta eccezione per i pochissimi regolamenti comunitari, fino ad oggi sono state infatti queste autorizzazioni a prevedere che i rifiuti – attraverso un’operazione di recupero, cioè una trasformazione – possano diventare prodotti, se rispettano alcuni criteri, quali essere comunemente utilizzati per scopi specifici e avere un mercato, quindi una domanda.

Con la pronuncia del Consiglio di Stato tutto ciò non sarà più possibile allo scadere degli attuali titoli autorizzativi, sconfessando anche il ministero dell’Ambiente che nel 2016 aveva riconosciuto questa possibilità ai provvedimenti regionali, dopo essersi confrontato con la Commissione Ue.

Ciò rappresenta, oltre che un freno allo sviluppo dell’economia circolare, anche un danno economico per gli impianti. La categoria ha già lanciato il suo grido di allarme: Unicircular (l’Unione delle imprese dell’economia circolare) lamenta che “l’impossibilità per gli impianti di riciclo di trasformare i flussi di rifiuti non ancora regolamentati in ‘end of waste’ limiterà drasticamente gli sbocchi di mercato, provocando il blocco dei ritiri di migliaia di tonnellate di rifiuti da parte degli stessi impianti”.

Anche le Regioni hanno preso posizione. Il documento approvato nella Conferenza del 19 aprile riconosce che il principio dell’end of waste è stato alla base di molte autorizzazioni regionali e ha permesso di conseguire importanti risultati nel recupero rifiuti ma dopo questa sentenza “rilevanti e negative conseguenze si avrebbero sul ciclo dei rifiuti e sui costi degli operatori già autorizzati”. Da qui la richiesta al governo di modificare l’art. 184-ter aggiungendo un comma che preveda che “fino alla data di entrata in vigore del relativo decreto, i criteri specifici possono essere stabiliti dalle Regioni e dalle Province autonome  per il singolo caso”.

L’altro intervento che rischia di rallentare la corretta gestione del ciclo dei rifiuti viene dal ministero dell’Ambiente ed è una circolare, la n. 4064, recante linee guida per gli stoccaggi negli impianti di gestione rifiuti per la prevenzione dei rischi, al momento l’unica risposta per fronteggiare l’emergenza roghi che ha già colpito molti impianti in tutto il Paese. La circolare si traduce però in un elenco di adempimenti, alcuni già esistenti altri nuovi, che appesantiscono ulteriormente il settore, già ingessato nella palude della burocrazia e di una legislazione troppo rigida.

Essa prevede ad esempio l’estensione delle garanzie finanziarie anche agli impianti che operano in semplificata, cosa ad oggi non prevista in molte regioni, adeguata ventilazione degli ambienti e limite di altezza dei cumuli nonché limiti temporali allo stoccaggio. Il documento richiama in gran parte gli aspetti tecnico-operativi già esistenti della gestione dei rifiuti; accanto a questi, alcuni accorgimenti per prevenire il rischio incendi, come dispositivi antincendio adeguati, controlli, videosorveglianza h24, sistemi di rilevazione e allarmi, impianti idrici. Poco chiara poi la previsione che il direttore tecnico debba essere “sempre presente”, previsione che andrebbe meglio esplicitata, per’altro confondendo questa figura con il responsabile tecnico.

La circolare prevede infatti che il direttore tecnico debba avere i requisiti che la legge (Dm 120/2014) attribuisce alla figura del responsabile tecnico, ma quest’ultimo è previsto solo per le imprese tenute ad iscriversi all’Albo gestori ambientali, cosa che non vale per gli impianti. Anche questo passaggio dunque meriterebbe un chiarimento ma intanto ha già messo in allarme i gestori che, alle prese con il susseguirsi di incendi anche dolosi avrebbero avuto bisogno forse di qualcos’altro.

Fonte: Arcangelo Brancaccio  per Greenreport.it

Riutilizzo RSU, un tesoro da 600.000 tonnellate annue

Presentato a Roma il Rapporto Nazionale dell’Occhio del Riciclone. Il 2% potrebbe essere riutilizzato con un risparmio di 60 milioni di euro. Ma è necessario una quadro normativo che favorisca lo sviluppo delle filiere

Tra i rifiuti prodotti in Italia c’è un piccolo tesoro che non viene adeguatamente valorizzato. Si tratta dei beni durevoli, potenzialmente riutilizzabili, che potrebbero trovare nuova vita se esistesse il modo di reimmetterli in circolazione. Lo evidenzia il Rapporto Nazionale sul Riutilizzo 2018 presentato oggi a Roma e realizzato da Occhio del Riciclone in collaborazione con Utilitalia, la Federazione delle imprese italiane dei servizi idrici, energetici e ambientali.

I beni durevoli riutilizzabili (considerando solo quelli in buono stato e facilmente collocabili sul mercato) presenti nel flusso dei rifiuti urbani superano le 600.000 tonnellate annue, circa il 2% della produzione nazionale di rifiuti. Si tratta di mobili, elettrodomestici, libri, giocattoli e oggettistica che, in mancanza di un quadro normativo capace di favorire la strutturazione di vere e proprie filiere, quasi mai vengono riutilizzati: il danno ammonta a circa 60 milioni di euro l’anno relativo ai costi di smaltimento, senza considerare il valore degli oggetti di seconda mano.

Molte sono le iniziative che possono essere messe in campo per valorizzare adeguatamente questo tesoro. Ad esempio raccolte dedicate e centri di riuso interni o adiacenti ai centri di raccolta in grado di intercettare i beni durevoli riutilizzabili. Ma al di là dei sistemi di intercettazione, sono necessari impianti di “preparazione per il riutilizzo” che funzionino su scala industriale: attraverso un’autorizzazione al trattamento, un impianto può ricevere rifiuti provenienti dai centri di raccolta comunali e dalle raccolte domiciliari degli ingombranti e reimmetterli in circolazione dopo igienizzazione, controllo ed eventuale riparazione. La fattibilità di questi impianti è stata dimostrata in provincia di Vicenza dal progetto europeo PRISCA, che ha implementato un impianto capace   avviare a riutilizzo circa 400 tonnellate l’anno di rifiuti provenienti da centri di raccolta, raccolte di ingombranti e servizi di sgombero locali.

Questa possibilità di strutturazione della filiera è però inibita dalla mancanza dei Decreti Ministeriali che dovrebbero mettere in chiaro le procedure semplificate per compiere questo tipo di trattamento.  “In Italia – spiega Pietro Luppi, Direttore del Centro di Ricerca Occhio del Riciclone – già da alcuni anni si parla di integrare il settore del riutilizzo alle politiche ambientali, e i tempi sembrano essere maturi perché si arrivi a un punto di svolta a partire dal quale le filiere si articoleranno, struttureranno e regolarizzeranno. Bisogna però insistere sulla professionalizzazione e sulla pianificazione, nella coscienza che il riutilizzo non è un gioco ma un enorme opportunità per generare sviluppo locale e risultati ambientali”.

L’INIZIATIVA PRIVATA E QUELLA PUBBLICA

Nel nostro Paese i negozi dell’usato conto terzi e il commercio ambulante si confermano come leader nella vendita dell’usato. Si contano circa 2.000-3.000 negozi in conto terzi distribuiti sull’intero territorio nazionale, una formula commerciale praticata soprattutto al Nord e al Centro, dove è presente circa un negozio ogni 31.000 abitanti, mentre al Sud se ne conta uno ogni 87.000. I mercatini che ospitano commercianti ambulanti sono invece almeno 550, senza contare quelli informali o abusivi: 337 al Nord, 152 al Centro e 61 al Sud. Il totale degli operatori ambulanti dell’usato è difficile da calcolare ma si presume si aggiri tra le 50.000 e le 80.000 unità.

L’iniziativa privata trova oggi grande diffusione nonostante siano scarse le sinergie con gli Enti Locali. Sono solo 9 le Regioni – Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Umbria, Abruzzo e Campania – che hanno incluso nella loro pianificazione ambientale l’avvio di Centri di Riuso da affiancare ai Centri di Raccolta dei Rifiuti Urbani, ma in questi anni tali esperienze non sono mai decollate. Eppure non mancano gli esempi positivi, come il progetto “Cambia il finale” di Hera (la multiutility leader in Emilia-Romagna) che è riuscita a riutilizzare 530 tonnellate di beni durevoli in un anno a fronte di un bacino di circa 2 milioni di abitanti, coinvolgendo 25 Onlus e un centinaio di soggetti svantaggiati. “Le aziende di igiene urbana – sottolinea Filippo Brandolini, vicepresidente Utilitalia –  svolgono un ruolo cruciale nella transizione verso un’economia circolare. Sempre più spesso, infatti, non si limitano a gestire i rifiuti conferiti dai cittadini ma diventano promotrici di iniziative innovative che, come nel caso del riutilizzo, alimentano filiere al alto valore (umano, ambientale, economico e sociale) aggiunto. Per questo Utilitalia, da sempre in prima fila nella promozione di politiche di prevenzione dei rifiuti, dialoga apertamente con le amministrazioni e il mondo dell’usato per cercare insieme modelli, sinergie e forme e di collaborazione che sappiano promuovere un utilizzo efficiente e sostenibile delle risorse ambientali ed umane”.

IL CASO DEGLI ABITI USATI

Al momento, nel nostro Paese, le filiere degli indumenti usati sono senza alcun dubbio le più articolate e strutturate: nel 2016 sono state infatti raccolte 133.300 tonnellate di rifiuti tessili, il 65% delle quali è stato riutilizzato (il rimanente 35% è stato avviato a riciclo, recupero o smaltimento). Ma il potenziale di riutilizzo della frazione tessile in realtà è molto più elevato: in presenza di azioni capaci di comunicare la finalità solidale delle raccolte e la trasparenza delle filiere, il risultato   potrebbe raddoppiare superando i 5 kg di raccolta ad abitante. “Chi dona abiti usati consegnandoli nei contenitori stradali – evidenzia Alessandro Strada di Humana People to People Italia – lo fa con intenzioni solidali nell’84% dei casi, e ciò dimostra come il cittadino chieda che le considerazioni di carattere sociale trovino spazio all’interno degli affidamenti del servizio di raccolta differenziata e recupero della frazione tessile”. Eppure non mancano le criticità che spaziano dai reati ambientali all’infiltrazione mafiosa: gli operatori sani hanno sollevato il problema chiedendo strumenti di controllo più rigorosi e criteri di affidamento del servizio più attenti al funzionamento delle filiere. Utilitalia, Rete ONU e centro Nuovo Modello di Sviluppo hanno aperto un Tavolo di confronto con il settore per individuare linee guida finalizzate a prevenire tali criticità.

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End of waste, il Consiglio di Stato: non spetta alle regioni stabilire i criteri

Il Consiglio di Stato mette la parola fine alla lunga querelle sulla definizione di criteri “end of waste” per la cessazione della qualifica di rifiuto. È stata pubblicata ieri, 28 febbraio, la sentenza n. 1129/2018 con la quale i giudici della IV sezione hanno stabilito che spetta allo Stato e non alle Regioni il potere di individuare, sulla base di analisi caso per caso e ad integrazione di quanto già previsto dalle direttive comunitarie, le ulteriori tipologie di materiale da non considerare più come rifiuti ma come “materia prima secondaria” a valle delle operazioni di riciclo.

Un provvedimento che potrebbe avere ricadute pesanti sul mondo della green economy. «La competenza esclusiva dello Stato di decidere caso per caso, con notifica della decisione assunta alla Commissione Europea – spiega Tiziana Cefis, consulente ambientale, tra i maggiori esperti in materia a livello nazionale – comporta tempi biblici incompatibili con le esigenze degli imprenditori».  Il rischio, infatti, è che si paralizzi il rilascio delle autorizzazioni per il riciclo di tutte le categorie di rifiuto che non siano già contemplate da criteri “end of waste” nazionali o comunitari (ovvero rottami, vetro, rame e combustibili solidi da rifiuto) o contenute nel decreto del Ministero dell’Ambiente del 5 febbraio 1998, che stabilisce i parametri guida di circa 200 procedure di recupero per altrettante tipologie di rifiuti. Si tratta in realtà di procedure “agevolate”, nate per permettere alle imprese, in particolare condizioni, di riutilizzare i propri scarti di produzione, ma l’elenco viene utilizzato ormai da venti anni da province e regioni come testo di riferimento anche per valutare le richieste di autorizzazione per gli impianti di riciclo.

Così succede che se un progetto per un impianto di riciclo prevede la trasformazione di una tipologia di rifiuto non contemplata dall’elenco del ’98, in assenza di un apposito criterio “eow” la procedura autorizzativa nella maggior parte dei casi si arena. E se si considera il fatto che negli ultimi venti anni l’elenco non è mai stato aggiornato tenendo conto dell’evolversi delle tecnologie per il riciclo e dei nuovi studi sulle proprietà dei materiali, si fa presto a capire come queste impasse finiscano quasi sempre per penalizzare i progetti di riciclo più ambiziosi e innovativi. Uno stato di cose sul quale la sentenza del Consiglio di Stato potrebbe calare come una autentica pietra tombale. Il tutto proprio mentre l’Europa si prepara ad adottare il nuovo, ambizioso pacchetto di misure sull’Economia Circolare che chiederà agli Stati membri di spingere sempre di più su riuso e riciclo. «Non si può che constatare – prosegue Cefis – la debolezza di un sistema che a parole declama l’importanza dell’end of waste come strumento necessario e imprescindibile dell’economia circolare, ma nei fatti non consente alle imprese del settore del recupero di investire in innovazionecon la certezza di poter vedere autorizzato un ciclo di recupero tecnologicamente avanzato».

La vicenda che sta dietro la sentenza del Consiglio di Stato è emblematica. Il provvedimento infatti è giunto al termine di un procedimento partito nel 2016, con un ricorso presentato dal consorzio Contarina contro la Regione Veneto, che nell’agosto di quell’anno aveva negato l’autorizzazione al riciclo all’impianto sperimentale di recupero materia dai prodotti assorbenti costruito dal consorzio in partnership con Fater a Lovadina di Spresiano, in provincia di Treviso. Un impianto tuttora unico al mondo nel suo genere, capace di recuperare da una tonnellata di prodotti assorbenti usati ben 150kg di cellulosa, 75kg di plastica e 75kg di polimero super assorbente. Secondo la Regione, però, dal momento che non esiste ancora uno specifico criterio “end of waste” sui prodotti assorbenti, il processo di riciclo di Contarina non avrebbe potuto essere valutato né tanto meno autorizzato.

Non secondo i giudici del Tar Veneto, che nel dicembre 2016 avevano dato ragione a Contarina, annullando la delibera di giunta regionale con la quale era stata negata l’autorizzazione all’impianto. Il provvedimento di primo grado, però, è stato ribaltato dal Consiglio di Stato, che nella sentenza pubblicata ieri sconfessa anche il Ministero dell’Ambiente. Con una circolare datata luglio 2016 e firmata dal direttore generale Mariano Grillo, il ministero aveva infatti comunicato come «in via residuale, le Regioni – o gli enti da queste individuati – possono, in sede di rilascio dell’autorizzazione prevista agli articoli 208, 209 e 211, e quindi anche in regime di autorizzazione integrata ambientale (Aia), definire criteri end of waste previo riscontro della sussistenza delle condizioni indicate al comma I dell’articolo 184-ter, rispetto a rifiuti che non sono stati oggetto di regolamentazione dei succitati regolamenti comunitari o decreti ministeriali».

Il Consiglio di Stato ha invece osservato, alle luce dell’art. 6 della direttiva 19 novembre 2008 n. 2008/98/CE riguardante la “cessazione della qualifica di rifiuto” che la disciplina della cessazione della qualifica di “rifiuto” è riservata alla normativa comunitaria e che quest’ultima ha previsto che sia comunque possibile per gli Stati membri valutare altri casi di possibile cessazione. Tale prerogativa, si precisa nelle motivazioni della sentenza. compete tuttavia allo Stato e precisamente al Ministero dell’Ambiente, che deve provvedere con propri regolamenti.

In materia di cessazione della qualifica di rifiuto, insomma, saranno solo l’Ue e il Ministero dell’Ambiente a potersi pronunciare. Proprio sui prodotti assorbenti è attualmente all’esame di Bruxelles un decreto “end of waste” messo a punto nei mesi scorsi dal Ministero di concerto con i tecnici dell’Ispra. Alla luce della sentenza del Consiglio di Stato, solo con la sua pubblicazione l’impianto di Contarina potrà essere valutato e, infine, autorizzato. Curiosamente, solo qualche giorno fa proprio la Regione Veneto aveva approvato i primi indirizzi operativi per la definizione “caso per caso” di criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto. Un documento che avrebbe potuto fare da guida per tutte le altre Regioni dello Stivale e che adesso, invece, è solo carta straccia. «All’indomani della pubblicazione della Delibera della Regione Veneto – conclude Tiziana Cefis – la sentenza del Consiglio di Stato, benché da un punto di vista strettamente giuridico sia ineccepibile, rappresenta sicuramente un ostacolo al decollo dell’economia circolare, impedendo di fatto ad imprenditori coraggiosi di perfezionare cicli  di recupero innovativi al fine di ottenere materiali che hanno perso la qualifica di rifiuti».

Fonte: RiciclaNews

Raccolta differenziata: in Italia copertura quasi totale

La raccolta differenziata in Italia si svolge con il contributo fondamentale dell’accordo quadro Anci- Conai. Lo confermano i dati del settimo rapporto sulla banca dati Anci-Conai, presentati oggi nella sede dell’Anci a Roma da Ivan Stomeo (delegato Anci ai rifiuti e sindaco di Melpignano), Giorgio Quagliuolo, (presidente del Conai) e Filippo Brandolini (vice presidente di Utilitalia) e dal vice segretario dell’Anci, Stefania Dota. Con loro, alcuni degli amministratori protagonisti delle migliori pratiche nei territori: il sindaco di Chieti Umberto Di Primio, il sindaco di Albairate Giovanni Pioltini, l’assessore alle Politiche del Territorio di Fiumicino, Ezio Di Genesio Pagliuca (fotogallery)
Il rapporto conferma la capillarità dell’accordo Anci-Conai, basato su convenzioni per la raccolta e l’avvio a riciclo dei rifiuti di imballaggio che interessano nel 2016 il 97,7% dei Comuni italiani (7.813) e il 99,5% della popolazione (60.314.369), con un aumento in quest’ultimo caso del 2% rispetto al 2015; inoltre, il 51% dei Comuni italiani ha almeno cinque convenzioni. (Scarica Rapporto integrale, leggi la sintesi).
Il rapporto evidenzia poi che i Comuni stipulano soprattutto convenzioni per il riciclo della plastica (consorzio Corepla) e del vetro (consorzio CoReVe), con rispettivamente il 99% e 91% della popolazione nazionale coinvolta; minore è la diffusione territoriale delle convenzioni per il recupero di alluminio (consorzio CiAl) e legno (consorzio Rilegno), che interessano circa il 64-65% della popolazione.
Il Nord si conferma la macro area con le più elevate performance di raccolta: qui si intercetta il 54% di tutta la raccolta conferita al Conai e si concentra il 56% degli importi totali riconosciuti dai consorzi. Anche il Centro e il Sud peraltro, con una resa media pro capite tra gli 86 e i 77 chili per abitante all’anno, fanno registrare dati confortanti. Nelle regioni delle isole si registra il contributo minore alle raccolte conferite al Conai (6,2% del totale) e la resa media pro capite più bassa (50 chili per abitante all’anno.
Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), nel 2016 sono stati ritirate nei punti di raccolta 283.075 tonnellate, con una riduzione dello 0,4% rispetto al 2015. Anche per questa categoria di rifiuti i risultati della raccolta variano sensibilmente sul territorio, sia dal punto di vista dei quantitativi che della composizione: le regioni del Nord-Ovest intercettano il 30% del totale nazionale (la Lombardia, da sola, quasi il 19%).
“Il rapporto – sostiene il delegato Anci ai rifiuti Ivan Stomeo – conferma gli importanti risultati raggiunti, ma ci dà anche la fotografia di un’Italia a due velocità. Un Nord sempre più veloce ed un Sud, invece, molto meno. Da questo quadro bisogna ripartire nello scrivere il nuovo accordo con il Conai. Dobbiamo sforzarci tutti quanti a portare tutte le regioni d’Italia allo stesso livello. Altro tema è il costo del servizio: è necessario potenziare il principio del “chi inquina paga”, perché attualmente il costo di gestione degli imballaggi non viene pagato da chi li produce ma dalla collettività, con la Tari. Abbiamo di fronte una bella sfida nello scrivere il nuovo accordo: una sfida in cui le nostre comunità dovranno essere protagoniste”.
“Il quadro presentato oggi ci offre l’immagine di una sensibilità crescente verso la raccolta differenziata e l’economia circolare, pur con difformità territoriali ”, ha sottolineato la vice segretaria dell’Anci Stefania Dota. “Il tema dei rifiuti è strategico per i Comuni e come associazione vogliamo perseguirlo rafforzando la nostra collaborazione con il Conai grazie a  misure sempre più efficaci il raggiungimento degli obiettivi fissati per la raccolta differenziata a livello nazionale”.
“La banca dati Anci-Conai – afferma il presidente del Conai Giorgio Quagliuolo – è ormai diventata un punto di riferimento per quanto riguarda i dati di gestione dei rifiuti urbani, in particolare di imballaggio. I dati sulla raccolta differenziata presentati quest’anno confermano la centralità dell’accordo quadro Anci-Conai per i Comuni italiani, in un’ottica di sussidiarietà rispetto al mercato. Per il futuro, consolideremo la nostra collaborazione con Anci, concentrandoci sulle aree con maggiori margini di crescita e dialogando in maniera più diretta con i Comuni”.
“Il rapporto presentato dimostra  – afferma il vice presidente di Utilitalia Filippo Brandolini –  che quando c’è la volontà si possono raggiungere risultati importanti in materia di raccolta differenziata e di riciclo rifiuti. Questi risultati sono il presupposto migliore per la sfida che ci pone il pacchetto per l’economia circolare. La filiera tra comuni, consorzi e aziende di gestione è un punto di partenza per lo sviluppo industriale del comparto. Sono questi stessi soggetti a poter testimoniare l’effettivo bisogno di impianti industriali e a poter valutare insieme i processi che possono portare alla loro realizzazione”.
Fonte: Anci.it