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Economia Circolare in Europa: sono fondamentali obiettivi forti e monitoraggio serio

«L’introduzione di un monitoraggio e di obiettivi più solidi per stimolare il passaggio dell’Europa verso un’economia circolare contribuirebbe a migliorare l’efficienza delle risorse». E’ quanto emerge dal rapporto Resource efficiency and the circular economy in Europe 2019 — even more from less” pubblicato dall’European environment agency (Eea) che fornisce una panoramica e valuta i risultati di un sondaggio Eea del 2019 che ha coinvolto i 32 paesi dell’European Environmental Information and Observation Network (Eionet) ed esamina le politiche e gli approcci dei Paesi europei per migliorare l’efficienza delle risorse.

Il rapporto rileva che «Dal 2016 si è verificato un notevole spostamento nell’attenzione delle politiche dal miglioramento dell’efficienza delle risorse a una prospettiva più ampia dell’economia circolare. Molti di questi due aspetti si sovrappongono in politiche come la gestione dei rifiuti e la prevenzione dei rifiuti, insieme alle strategie di sviluppo ambientale e sostenibile, politiche di innovazione e programmi economici».

L’Eea prevede che questo spostamento di attenzione si consoliderà ulteriormente, «dato che è attualmente in corso un’azione più ampia dell’Ue in questo settore, in particolare con il piano d’azione per l’economia circolare recentemente adottato dall’Ue, che è una delle parti chiave dell’European Green Deal».

L’indagine che ha portato alla pubbicazione del rapporto ha rilevato che «Negli anni passati è stata riscontrata una generale mancanza di fissazione di obiettivi in ​​tutta Europa, necessaria per migliorare l’efficienza delle risorse e portare all’economia circolare». Nelle indagini svolte nei diversi Paesi Eea, è stato notato che «l’adozione di obiettivi nazionali è spesso politicamente difficile«. Inoltre, l’indagine è arrivata alla conclusione che «Indicatori universalmente accettati, che affrontino in modo coerente i diversi aspetti dell’economia circolare, contribuirebbero a migliorare sia l’adozione che l’uso degli obiettivi in ​​questo settore sia l’informazione di un sistema di monitoraggio più completo».

Come dimostra anche la scheda/profilo dell’Italia pubblicata già nell’agosto 2019, il rapporto evidenzia approcci e i livelli di progresso verso l’economia circolare molto diversi tra i paesi esaminati e fa notare che «Mentre le politiche in materia di efficienza delle risorse, fornitura di materie prime ed economia circolare hanno obiettivi diversi, tutti e tre sono fortemente correlati e si sostengono a vicenda. L’efficienza delle risorse e la fornitura di materie prime affronta i legami tra natura e sistema socioeconomico europeo, mentre l’economia circolare si rivolge al sistema socioeconomico stesso».

Costa: oltre la crisi, ambiente e salute al primo posto. No a logica usa e getta

“Il Covid19 è una tragedia immane, ci ha posto di fronte ad una sofferenza globale, ma dobbiamo ripartire con una speranza diversa”, lo ha affermato il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa intervenendo a Radio Cusano Campus.
 “Non vogliamo immaginare un mondo che non produca, ma che produca con una mentalità diversa – ha spiegato Costa – ponendo la tutela dell’ambiente al primo posto. Questo si può fare, scienziati ed economisti ce lo dicono, cambiamo il paradigma produttivo per produrre in modo più umano e ambientalmente sostenibile. Questa immane tragedia deve essere da insegnamento per il futuro”.
“La logica dell’usa e getta si inserisce in un meccanismo mentale sbagliato – ha aggiunto il Ministro – nel mondo dei rifiuti si può riciclare, riutilizzare, evitando di andare ad aggredire il nostro pianeta. Penso ai cambiamenti climatici, ora è tutto focalizzato sul Covid 19, ma approfittiamo di questa vicenda, che pur rimane una tragedia immane, per rivedere i nostri comportamenti e ripartire con una mentalità diversa. Il mondo di dopo non sarà più lo stesso”.
Il ministro ha poi parlato della campagna #ricicloincasa avviata dal Ministero dell’Ambiente: “In questo periodo siamo chiamati tutti a stare a casa – ha detto – riscoprendo le antiche tradizioni, qualcosa che fa parte della saggezza italiana, scoprendo nuovi percorsi, è un modo per guardare non solo alle piccole cose, ma anche per cambiare atteggiamento e costruire una mentalità nuova che comincia dalle famiglie e dai nostri comportamenti quotidiani”.
Parlando quindi, in senso più ampio, della gestione dei rifiuti, Costa ha affermato: “Non è solo una questione di mettere risorse in termini di fondi, che pur ci sono, quanto di modificare le norme e lo stiamo facendo: in queste settimane in cui il Ministero e la pubblica amministrazione in generale hanno rallentato le proprie attività, stiamo costruendo nuove norme per snellire la burocrazia che rende più fragile il sistema. Noi lo stiamo semplificando”.
“La criminalità organizzata si inserisce non solo dove c’è business, ma principalmente dove le norme sono fragili o dove il sistema non funziona in modo trasparente – ha aggiunto Costa – per trasparente intendo tracciabile, prevedendo anche la partecipazione dei cittadini. Questa nuova alleanza di trasparenza e tracciabilità non riguarda solo i rifiuti: dobbiamo costruire un nuovo paradigma ripartire con testa, mani e piedi nuovi”.
E rispondendo ad una domanda sull’invito rivolto a Greta Thunberg a venire in Italia, Costa ha affermato: “Lei era disponibile, poi è accaduta la tragedia che conosciamo. L’Italia ha avuto questa intuizione e il Ministero ha voluto costruire per la prima volta una Cop dei giovani, per invitarli a passare dalle proteste alle proposte. Ho costruito insieme al governo questo grande contenitore, lo Youth for Climate, un evento che era previsto a fine settembre primi di ottobre a Milano. Adesso vediamo che cosa succede però rimane l’idea, lo faremo il prima possibile, l’importante è farlo. Giovani di tutto il mondo verranno in Italia e per la prima volta proporranno il loro percorso ai grandi della Terra.
“È la prima volta nella storia del mondo in cui almeno nelle materie ambientali i giovani sono educatori dei genitori – ha aggiunto Costa – la loro sensibilità dei giovani è molto più alta di quella delle generazioni passate”.
E parlando di educazione ambientale, il Ministro ha poi concluso: “Da settembre 2020 la formazione ambientale entrerà in tutte le scuole, siamo il primo Paese ad averlo deliberato: questo vuol dire puntare sui giovani, costruire una coscienza ambientale per evitare di ripetere gli errori del passato”.

Economia circolare, Italia ancora prima ma perde punti. Il rapporto 2020

Ogni abitante della Terra utilizza più di 11.000 chili di materiali all’anno. Un terzo si trasforma in breve tempo in rifiuto e finisce per lo più in discarica; solo un altro terzo è ancora in uso dopo appena 12 mesi. Il consumo di materiali cresce a un ritmo doppio di quello della popolazione mondiale. Per uscire da quella che viene chiamata economia estrattivista – e che è responsabile di buona parte della crisi climatica e ambientale, a cominciare dall’invasione dell’usa e getta – la soluzione è ormai nota e si chiama economia circolare: materiali e anche oggetti che possono essere riciclati e riutilizzati più e più volte. Qui, il nostro Paese ha tradizionalmente una posizione di forza. 

Siamo infatti primi, tra le cinque principali economie europee, nella classifica per indice di circolarità, il valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzione, consumo, gestione rifiuti, mercato delle materie prime seconde, investimenti e occupazione. Sul podio, ancora ben distanziate, anche Germania e Francia, con 11 e 12 punti in meno. Ma stiamo perdendo posizioni: a minacciare un primato che è anche un asset per la nostra economia è la crescita veloce di Francia e Polonia, che migliorano la loro performance con, rispettivamente, più 7 e più 2 punti di tasso di circolarità nell’ultimo anno, mentre l’Italia segna il passo.

È quanto emerge dal “Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia” 2020, realizzato dal CEN-Circular Economy Network, la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da 14 aziende e associazioni di impresa, e da ENEA. Il Rapporto è stato presentato oggi in streaming dal presidente CEN Edo Ronchi e dal direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali ENEA Roberto Morabito.

“Nell’economia circolare, l’Italia è partita con il piede giusto e ancora oggi si conferma tra i Paesi con maggiore valore economico generato per unità di consumo di materia”, commenta Edo Ronchi, presidente del Circular Economy Network. “Sotto il profilo del lavoro, siamo secondi solo alla Germania, con 517.000 occupati contro 659.000. Percentualmente le persone che nel nostro Paese vengono impiegate nei settori ‘circolari’ sono il 2,06% del totale, valore superiore alla media UE 28 che è dell’1,7%. Ma oggi registriamo segnali di un rallentamento, precedente anche alla crisi del coronavirus, mentre altri Paesi si sono messi a correre: in Italia gli occupati nell’economia circolare tra il 2008 e il 2017 sono diminuiti dell’1%. È un paradosso che, proprio ora che l’Europa ha varato il pacchetto di misure per lo sviluppo dell’economia circolare, il nostro Paese non riesca a far crescere questi numeri”.

L’Italia di fatto utilizza al meglio le scarse risorse destinate all’avanzamento tecnologico e ha un buon indice di efficienza (per ogni chilo di risorsa consumata si generano 3,5 euro di Pil, contro una media europea di 2,24). Ma è penalizzata dalla scarsità degli investimenti – che si traduce in carenza di ecoinnovazione (siamo all’ultimo posto per brevetti) – e dalle criticità sul fronte normativo: mancano ancora la Strategia nazionale e il Piano di azione per l’economia circolare, due strumenti che potrebbero servire al Paese anche per avviare un percorso di uscita dai danni economici e sociali prodotti dall’epidemia del coronavirus ancora in corso.

“Il Rapporto che presentiamo oggi conferma come l’Italia sia ai primi posti tra le grandi economie europee in molto settori dell’economia circolare”, evidenzia Roberto Morabito Direttore del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali di ENEA. “Tuttavia, l’andamento temporale degli indicatori mostra purtroppo un peggioramento per il nostro Paese. Stiamo pericolosamente rallentando e se continuiamo così corriamo il rischio di essere presto superati dagli altri Paesi, che invece nel frattempo stanno accelerando. Serve un intervento sistemico con la realizzazione di infrastrutture e impianti, con maggiori investimenti nell’innovazione e, soprattutto, con strumenti di governance efficaci, quali l’Agenzia Nazionale per l’Economia Circolare”.

UN SEGNALE INCORAGGIANTE VIENE DALLA BIOECONOMIA

La bioeconomia cresce di valore e peso complessivo: secondo il Rapporto CEN, infatti, in Europa ha fatturato 2.300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati nell’anno 2015. In Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia registra un fatturato di oltre 312 miliardi di euro e circa 1,9 milioni di persone impiegate (177 volte i dipendenti dell’Ilva). I comparti che contribuiscono maggiormente al valore economico (63%) e occupazionale (73%) della bioeconomia sono l’industria alimentare, delle bevande e del tabacco e quello della produzione primaria (agricoltura, silvicoltura e pesca). Si tratta di settori di peso rilevante e di attività che hanno un ruolo fondamentale nel rapporto con il capitale naturale: indirizzarli in direzione della sostenibilità è essenziale.

Anche perché l’intervento umano – ricorda il Rapporto – negli ultimi cinquant’anni ha trasformato significativamente il 75% della superficie delle terre emerse. Il 33% dei suoli mondiali è degradato; in tutta Europa in media ogni anno un’area di 348 chilometri quadrati (maggiore della superficie di Malta) viene impermeabilizzata e cementificata. La bioeconomia è quindi un tassello fondamentale nella salvaguardia delle risorse naturali. Ma – avverte il Rapporto CEN – solo a condizione che sia rigenerativa, cioè basata su risorse biologiche rinnovabili e utilizzate difendendo la resilienza degli ecosistemi e non compromettendo il capitale naturale con prelievi e modalità di impiego che ne intacchino gli stock.

Da questo punto di vista è essenziale la tutela del suolo, elemento base della bioeconomia. Il suolo contiene oltre 2 mila miliardi di tonnellate di carbonio organico: è il secondo sink di assorbimento dei gas serra dopo gli oceani. Ma il continuo degrado del terreno e della vegetazione rappresenta oggi a livello globale un’importante sorgente netta di emissioni di gas serra. Secondo l’Ipcc in media nel decennio 2007-2016 la attività connesse ad agricoltura, silvicoltura e altri usi del suolo sono state responsabili ogni anno dell’emissione netta di circa 12 miliardi di tonnellate di CO2, circa un quarto dei gas serra globali. Se a queste si aggiungono quelle generate dal settore dall’industria alimentare e dal trasporto degli alimenti, le emissioni stimate per il settore food salgono al 37% del totale. La difesa del suolo, delle foreste, delle risorse marine è un punto essenziale nello sviluppo di una bioeconomia rigenerativa e dunque sostenibile, spiega il Circular Economy Network.

“Per quanto riguarda la connessione tra bioeconomia ed economia circolare, ad oggi non esiste un quadro definito e condiviso”, sottolinea Morabito. “Se per il monitoraggio dell’economia circolare bisogna ancora lavorare sull’individuazione di nuovi indicatori di prestazione e sullo sviluppo di strumenti armonizzati di raccolta ed elaborazione dati con cui popolarli, per la bioeconomia circolare dobbiamo cominciare dall’inizio, a partire dalla individuazione dei settori da prendere in considerazione. Tutto ciò va fatto subito, per misurare le prestazioni della bioeconomia in termini di circolarità e assicurarne una diretta connessione con l’economia circolare”, conclude Morabito.

“La transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia rigenerativa è sempre più urgente e indispensabile anche per la mitigazione della crisi climatica. Oggi esistono importanti strumenti normativi a livello europeo ma vanno incoraggiati. Penso al piano investimenti presentato alla Commissione europea il 14 gennaio scorso: un primo passo che però non è ancora sufficiente”, afferma Edo Ronchi, presidente del CEN. “Per rendere operativo il Green Deal occorre almeno il triplo delle risorse stanziate: bisogna arrivare a 3.000 miliardi di euro. Per raggiungere questo obiettivo serve un pacchetto di interventi molto impegnativi: una riforma dei regolamenti alla base del Patto di Stabilità per favorire gli investimenti pubblici; una nuova strategia per la finanza sostenibile in modo da incoraggiare la mobilitazione di capitali privati; una revisione delle regole sugli aiuti di Stato. Indispensabili, infine, la revisione della fiscalità e la riforma degli stessi meccanismi istituzionali dell’Unione Europea”, conclude.

Il rapporto è scaricabile dal sito del Circolar Economy Network.

Nuove energie, economia circolare e innovazione: 420 milioni di investimenti e 280 assunzioni nel piano ENEA 2020-2022

Investimenti per oltre 420 milioni di euro in nuove infrastrutture, 280 nuove assunzioni e rafforzamento delle attività di ricerca, di sostegno dell’innovazione e di trasferimento di tecnologie avanzate. Sono gli elementi strategici del Piano triennale di attività dell’ENEA, deliberato dal Consiglio di Amministrazione per il periodo 2020-2022 e trasmesso al Ministero dello Sviluppo Economico per l’approvazione. Fra i settori prioritari di attività, l’efficientamento energetico, la decarbonizzazione dell’economia, la sicurezza del territorio, i beni culturali, la mobilità sostenibile, i rifiuti,  la smart city, le misure di adattamento e di contrasto ai cambiamenti climatici,  l’economia circolare e l’organizzazione logistica delle spedizioni scientifiche in Antartide.

In grande evidenza anche la realizzazione del polo scientifico-tecnologico nel Centro Ricerche di Frascati per la realizzazione della macchina DTT (Divertor Tokamak Test), uno dei progetti europei più ambiziosi nel campo della fusione nucleare, con 600 milioni di euro di investimenti, ricadute stimate in 2 miliardi di euro e creazione di 1500 nuovi posti di lavoro diretti e indiretti, in aggiunta alle 280 assunzioni sopraccitate.

Il Piano Triennale di Attività è il principale documento programmatico di carattere strategico dell’ENEA per illustrare gli obiettivi del triennio, della prima annualità, le risorse finanziarie necessarie e il fabbisogno di personale; viene predisposto con tempi e modalità che lo rendono complementare e coerente con il bilancio di previsione dell’Agenzia e con il Piano delle Performance.

Il Piano si compone di un documento principale e di due allegati. I primi due capitoli del documento principale contengono un quadro di insieme dell’Agenzia e una breve analisi del contesto nazionale e internazionale nei settori di competenza. Gli stessi obiettivi sono presentati sulla base delle Classi ANVUR, in conformità all’atto di indirizzo del Ministro dello Sviluppo economico del 14 settembre 2017. Nel capitolo terzo sono presentati le strategie e gli Obiettivi Generali dell’Agenzia declinati in Obiettivi triennali, che definiscono le priorità programmatiche per il triennio 2020-2022 e i principali Obiettivi Organizzativi dell’Agenzia. Il capitolo 4 illustra le modalità di attuazione dei programmi con riferimento alle risorse umane, finanziarie e strumentali necessarie mentre l’ultimo analizza i possibili fattori di rischio del Piano e delle flessibilità che consentono la loro gestione. Completa il Piano una appendice in cui è illustrato il quadro delle partecipazioni

Per il Piano Triennale 2020-2022 completo: https://www.enea.it/it/amministrazione-trasparente/disposizioni-generali/atti-generali/documenti-di-programmazione-strategico-gestionale-1/piano-triennale-di-attivita

Fonte: Eco dalle Città

Economia circolare, l’Ue raddoppierà l’impiego di materiali riciclati in un decennio

L’estrazione e la trasformazione delle materie prime è responsabile della metà delle emissioni di gas a effetto serra a livello globale, oltre che del 90% della perdita di biodiversità e dello stress idrico: per questo la Commissione europea ha adottato ieri un nuovo piano d’azione per l’economia circolare, ponendolo tra i principali pilastri chiamati a sostenere l’obiettivo della neutralità climatica previsto dal Green deal entro il 2050.

Il nuovo piano introduce una serie di misure legislative e non che dovranno concretizzarsi da qui ai prossimi anni, individuando al contempo i settori prioritari in cui l’intervento è indispensabile per rendere più circolare l’economia europea. «Se vogliamo raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, preservare il nostro ambiente naturale e rafforzare la competitività della nostra economia, la nostra economia deve diventare pienamente circolare – spiega Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue responsabile per il Green deal – Il nostro modello economico di oggi è ancora, per lo più, lineare: solo il 12% delle materie secondarie e delle risorse vengono reintrodotti nell’economia».

In realtà, il tasso di circolarità nell’Ue a 27, secondo i dati riportati oggi da Eurostat (aggiornati al 2017) è leggermente più basso: 11,2%. Questo significa che solo che l’11,2% delle risorse materiali utilizzate nell’Ue proviene da prodotti riciclati e materiali di recupero, e anche l’Italia non fa molto meglio piazzandosi in quarta posizione a livello Ue (dopo Paesi Bassi, Francia e Belgio, senza contare il Regno Unito) con una percentuale pari al 17,7%: il nostro è il maggior incremento registrato a livello europeo a partire dal 2010 (+6%), ma i progressi stanno rallentando sensibilmente visto che rispetto al 2016 la performance è migliorata di appena lo 0,2%.

In questo contesto, l’obiettivo previsto dal nuovo piano d’azione europeo sull’economia circolare appare sfidante ma non troppo: l’Ue infatti è chiamata a raddoppiare la percentuale di utilizzo di materiali da recupero nel corso del prossimo decennio, ma questo significherà comunque arrivare al 2030 con un tasso di circolarità fermo al 22,4%, e un’economia europea per oltre tre quarti ancora non circolare. Se la neutralità climatica dovrà essere raggiunta entro il 2050, è evidente che gli sforzi dovranno essere maggiori.

Rimane apprezzabile l’approccio ad ampio spettro proposto dalla Commissione, che si concentrerà su molteplici settori d’intervento, a partire dall’ecodesign: la Commissione proporrà infatti un atto legislativo sulla strategia per i prodotti sostenibili volta a garantire che i prodotti immessi sul mercato dell’Ue siano progettati per durare più a lungo, siano più facili da riutilizzare, riparare e riciclare, e contengano il più possibile materiali riciclati anziché materie prime primarie. Le misure limiteranno inoltre i prodotti monouso, si occuperanno dell’obsolescenza programmata e vieteranno la distruzione di beni durevoli invenduti. I consumatori avranno inoltre accesso a informazioni attendibili su questioni come la riparabilità e la durabilità dei prodotti, così che possano compiere scelte più sostenibili e beneficeranno (entro il 2021) di un vero e proprio “diritto alla riparazione”.

La Commissione esaminerà inoltre la possibilità di introdurre un modello armonizzato a livello Ue per la raccolta differenziata dei rifiuti, mentre l’accento sarà posto sia sulla necessità di ridurre a monte la produzione di rifiuti sia di riciclarli per immetterli in un mercato delle materie prime seconde davvero efficiente: ad esempio, nuove misure aumenteranno il ricorso agli appalti pubblici verdi (che continuano a latitare nel nostro Paese, nonostante le misure di legge previste in materia), con l’introduzione di obiettivi o criteri minimi obbligatori in materia.

Il piano europeo concentra la propria attenzione in particolare sui settori che utilizzano più risorse e che hanno un elevato potenziale di circolarità, con la Commissione che è chiamata ad avviare interventi nei comparti elettronica e Ict, batterie e veicoli, imballaggi, plastica, tessile, costruzione ed edilizia, alimenti. Qualche esempio? In settori come quello degli imballaggi, dei materiali da costruzione e dei veicoli saranno proposte disposizioni vincolanti relative al contenuto di plastica riciclata nei prodotti, e tutti gli imballaggi immessi sul mercato dell’Ue saranno riutilizzabili o riciclabili in modo economicamente sostenibile entro il 2030.

«Molti prodotti – osserva Timmermans – si rompono troppo facilmente, non possono essere riutilizzati, riparati o riciclati, o sono monouso. Esiste un enorme potenziale da sfruttare sia per le imprese che per i consumatori e con il piano odierno abbiamo avviato una serie di interventi volti a trasformare il modo in cui i prodotti sono fabbricati e consentire ai consumatori di effettuare scelte sostenibili a proprio vantaggio e a beneficio dell’ambiente».

E anche dell’economia: secondo le stime della Commissione, l’attuazione in Europa di misure ambiziose in materia di economia circolare può far crescere il Pil dell’Ue di un ulteriore 0,5% entro il 2030 e creare circa 700mila nuovi posti di lavoro.

Fonte: Greenreport.it

L’economia circolare potrebbe creare 500mila posti di lavoro in Italia nei prossimi dieci anni

Oltre «500mila posti di lavoro» in soli 10 anni, ovvero entro il 2030: sono queste le potenzialità occupazionali legate all’economia circolare evidenziate nel III rapporto elaborato da Federmanager insieme all’Aiee (l’Associazione italiana economisti dell’energia) e presentato ieri a Roma, con titolo Transizione verde e sviluppo. Può l’economia circolare contribuire al rilancio del sistema Italia?.

Naturalmente, non si tratta però di un risultato acquisito quanto di un auspicio legato alla necessità di adeguate politiche industriali e formative dedicate al comparto: la carenza di competenze specialistiche e la mancanza di know how, insieme all’eccesso di burocrazia, la difficoltà di accesso al credito e l’esistenza di una legislazione ancora stratificata e poco omogenea rappresentano infatti – secondo quanto emerso nel report – i principali ostacoli alla transizione verde del nostro Paese.

Il rapporto cita inoltre le recenti rilevazioni dell’Eurobarometro (2017), secondo cui il 60% delle Pmi italiane ha deciso di puntare sulla riduzione dei rifiuti attraverso processi di economia circolare. «Le imprese italiane stanno esprimendo una crescente consapevolezza delle opportunità e dei rischi legati alla questione ambientale – sottolinea  Stefano Cuzzilla, presidente Federmanager – ma non è pensabile che l’imprenditore possa, da solo, far fronte alle nuove necessità». In quest’ottica sono circa 100 i professionisti che Federmanager certificherà entro la fine del 2020 come manager per la sostenibilità, attraverso il percorso di certificazione delle competenze manageriali “BeManager”: si tratta di figure manageriali che, in esito a un percorso di assessment e di aggiornamento rispetto agli eventuali gap formativi, sono valutate idonee a riconvertire i processi di produzione industriale e a realizzare in concreto gli obiettivi di economia circolare.

In quest’ottica, un volano di sviluppo decisivo dovrà essere colto in campo europeo. La Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen ha infatti proposto un piano di investimenti da 1.000 miliardi di in 10 anni per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, un Green deal all’interno del quale anche l’economia circolare dovrà rivestire un ruolo primario; di fronte a questo piano, lo studio Federmanager-Aiee calcola che rimuovendo i già citati fattori che bloccano lo sviluppo dell’economia circolare italiana e investendo in competenze manageriali adeguate si potrebbe aumentare la produttività del 6,5% in termini di valore aggiunto e aumentare l’occupazione nel settore green portandola all’11,4%.

«L’Italia vanta grandi player nel settore energetico – ricorda Cuzzilla – Tuttavia più del 95% della nostra economia è costituito da micro e piccole imprese. L’obiettivo che ci dobbiamo porre, dunque, è quello di managerializzare le nostre Pmi, immettendo competenze che generino positivi sulla produttività italiana». E con importanti risultati per l’intero sistema-Paese.

Secondo la Ellen Mc Arthur Foundation, presa a riferimento dallo studio, la transizione verso un’economia circolare in tutti i settori consentirà all’Ue un risparmio netto annuo fino a 640 miliardi di dollari sul costo di approvvigionamento dei materiali per il sistema manifatturiero dei beni durevoli (circa il 20% del costo attualmente sostenuto), del quale non potrà che trarre giovamento anche un Paese storicamente povero di materie prime seconde come l’Italia.

Fonte: Greenreport.it

Plastics tax più snella da luglio 2020

Il vertice di maggioranza dello scorso 5 dicembre ha portato ad una leggera riformulazione della plastics tax, sotto la pressione di Italia Viva, che aveva minacciato una crisi di Governo qualora il provvedimento non fosse stato stralciato dalla Manovra economica all’esame del Senato insieme all’altrettanto contestata sugar tax.

L’accordo raggiunto faticosamente in serata tra i partiti di maggioranza, che dovrà essere formalizzato lunedì 9 al Senato,  prevede – secondo indiscrezioni – una tassa di 50 centesimi per chilo di imballaggio ( e non 40 centesimi come si ipotizzava) e il rinvio dell’entrata in vigore da aprile a luglio 2020 (a ottobre 2020 per la sugar tax), con primo versamento in ottobre.  “Ci siamo resi conto che la tassa sulla plastica poteva avere impatto problematico, sono arrivate segnalazioni dalle imprese del settore – ha spiegato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte -. Pur considerandola una tassa di scopo, abbiamo ritenuto di doverne ridurre l’impatto dell’85%, mentre lo spostamento a luglio offrirà alle imprese l’agio per adottare strategie imprenditoriali conseguenti”.

La nuova rimodulazione dell’imposta non piace però all’associazione dei trasformatori di materie plastiche Unionplast (Federazione Gomma Plastica), che la giudica “una soluzione di facciata”. “Lunedì cercheremo, con i sindacati, di replicare al Governo con proposte di sostenibilità concreta tentando di mantenere l’occupazione e il primato industriale italiano nella trasformazione della plastica”, spiega Angelo Bonsignori, Direttore Generale di Federazione Gomma Plastica.

Il correttivo giunge a 24 ore dalla presentazione del maxi emendamento del Governo che aveva già dimezzato l’importo della tassa, da 1 euro a 50 centesimi per chilogrammo di plastica utilizzata nei MACSI (imballaggi monouso in plastica), escludendo dal conto bioplastiche (secondo la norma UNI EN 13432), materiali riciclati (anche per quota parte nel manufatto finale), dispositivi medicali e manufatti in plastica con singolo impiego adibiti a contenere e proteggere preparati medicinali (leggi articolo).

Federazione Gomma Plastica chiede al Governo di revocare il provvedimento e sostituirlo con un meccanismo di premialità che incentivi la transizione del settore verso l’economia circolare.

“La nostra proposta è quella di un credito d’imposta a premialità crescente per le imprese che propongono soluzioni innovative di eco-design, facilitando l’avvio a riciclo e ospitando al proprio interno quote crescenti di materia prima frutto di riciclo – spiega Angelo Bonsignori, Direttore Generale di Federazione Gomma Plastica -. Grazie a questa proposta, il nostro settore potrebbe consolidare la propria posizione di eccellenza in Europa e nel mondo, contribuendo a quel Green New Deal, il piano green per le imprese, su cui il Governo dice di voler investire consistenti energie e risorse”.

Secondo la Federazione, già oggi il 15% della plastica utilizzata proviene da economia circolare. Con un adeguato supporto da parte del Governo, l’industria potrebbe raddoppiare questa quota entro il 2030.

Andando avanti con la tassa sugli imballaggi in plastica (MACSI), invece, si metterebbe a rischio la sopravvivenza di 3mila imprese sull’intero territorio nazionale, con 50.000 addetti e 12 miliardi di fatturato.

“Più in generale – sostiene il Presidente di Unionplast, Luca Iazzolino -, chiediamo di fondare ogni provvedimento legislativo su dati oggettivi e certificati provenienti dall’analisi del ciclo di vita dei prodotti, sulla base di un concetto di sostenibilità globale, che prende in considerazione sia il rispetto dell’ambiente sia la sicurezza e la qualità della vita dei cittadini”.

 

L’Italia del riciclo è cresciuta del 42% in 10 anni, ma ora il tasso di circolarità è in calo

Nel corso degli ultimi dieci anni, nonostante la più acuta crisi economica dal dopoguerra, la produzioni di rifiuti in Italia è cresciuta del 6% passando da 155 a 164 milioni di tonnellate prodotte all’anno. Ma se la prospettiva di un “azzeramento” dei rifiuti perde ogni consistenza alla luce dei dati raccolti nel rapporto L’Italia del riciclo 2019 – realizzato da Fise Unicircular insieme alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, e presentato oggi a Roma –, il documento mostra anche qual è la strada da seguire: quella del recupero. Nell’ultimo decennio l’avvio a riciclo è infatti cresciuto 7 volte più velocemente della produzione di rifiuti (+42%), passando da 76 a 108 milioni di tonnellate l’anno.

In particolare, i tassi di riciclo delle singole filiere dei rifiuti d’imballaggio hanno raggiunto livelli di avanguardia: carta (81% e terzo posto in Europa), vetro (76% e terzo posto), plastica (45% e terzo posto), legno (63%, secondo posto), alluminio (80%), acciaio (79%). In diversi casi hanno già superato gli obiettivi europei previsti per il 2025 (talvolta pure quelli per il 2030), e sensibili progressi si registrano anche sul fronte dell’organico: la raccolta di questa frazione è passata da 3,3 milioni di tonnellate nel 2008 a oltre 6,6 nel 2017 – una crescita del 100% – e ora per raggiungere gli obiettivi europei sarà necessario strutturare il settore sull’intero territorio nazionale garantendo lo sviluppo di un’adeguata rete impiantistica.

Fermarsi a questi numeri fornirebbe però solo una visione parziale dell’economia circolare nazionale: nel 2018 è vero che l’80,6% dei rifiuti di imballaggio è stato avviato a recupero, ma questi rifiuti (13,2 milioni le tonnellate immesse al consumo lo stesso anno) rappresentano solo una piccola percentuale delle 164 milioni di tonnellate sopracitate. E lo stesso vale per l’organico.

È adottando un approccio più ampio che è possibile far emergere le criticità che rimangono da affrontare. Innanzitutto «occorre abituarsi a considerare – si legge nel report – non solo il tasso di riciclo di un certo prodotto che diventa rifiuto, ma anche del contributo dei materiali riciclati alla domanda complessiva di materiali», ovvero il tasso di circolarità: da questo punto di vista l’Ue (dati 2016) è ferma all’11,7% appena, e l’Italia non fa molto meglio con il 17,1%, in quinta posizione in Europa. Un dato tra l’altro in peggioramento: dato che «nel periodo 2010-2016 il tasso di utilizzo circolare di materia è cresciuto per la Francia dal 17,5% al 19,5% e per il Regno Unito dal 14,6% al 17,2%, mentre in Italia è diminuito da 18,5 nel 2014 al 17,1% nel 2016, occorre tener presente un trend di circolarità che potrebbe mostrare delle difficoltà. Poiché – documenta il rapporto – negli stessi anni i tassi di riciclo dei rifiuti sono, come si è visto, aumentati, la riduzione del tasso di circolarità si spiega col fatto che materie prime provenienti dal riciclo hanno sostituito, in parte non corrispondente e inferiore alle quantità riciclate, materie prime vergini impiegate nella realizzazione dei prodotti».

Occorre poi sgombrare il campo d’osservazione da un altro falso mito, ovvero che avviando i rifiuti a riciclo questi poi magicamente spariscano, perché non è così. Quello del riciclo è a tutti gli effetti un processo industriale, vincolato come tutti gli altri al secondo principio della termodinamica, al termine del quale si hanno dunque un nuovo prodotto (le materie prime seconde, pronte a rientrare sul mercato) ma anche altri scarti, che occorre saper gestire.

La resa media delle attività di riciclo – calcolabile come rapporto tra la quantità di materiali secondari in output e quella di rifiuti in input – oggi si attesta al 67%, come informa il rapporto. «Il valore di resa più alto supera il 90% e riguarda la carta: questo vuol dire che mediamente a livello nazionale, sottoponendo a operazioni di recupero 100 kg di rifiuti (tipici e, in quota parte, misti), si ottengono circa 92 kg di materiali secondari classificabili come “carta”. Per vetro, plastica e legno la resa media si aggira tra il 75% e l’80%, per la gomma raggiunge quasi il 65% mentre il valore minimo si registra per l’organico che sfiora il 30%, conseguentemente alle peculiarità chimico-fisiche della matrice».

Se l’Italia crede nello sviluppo dell’economia circolare deve dunque dimostrarlo concretamente non solo avviando a riciclo un sempre maggior numero di rifiuti, ma garantendo alle materie prime seconde lo spazio di mercato che meritano e al contempo prendendo in carico la gestione dei crescenti scarti provenienti dal riciclo oltre a quelli legati alle frazioni non riciclabili. Il contrario di quanto sta succedendo finora, come dimostrano tutti gli ultimi studi condotti in materia (si veda ad esempio quiquiqui e qui), che testimoniano una forte carenza di impianti in grado di gestire in sicurezza i rifiuti che produciamo.

«Il nuovo pacchetto di direttive europee per i rifiuti e l’economia circolare contiene ambiziosi target di riciclo – commenta Andrea Fluttero, presidente di Fise Unicircular – Perché si raggiungano va affrontato il tema dell’eco-progettazione, deve essere certa la cessazione della qualifica di rifiuto dopo adeguato trattamento (End of Waste), va assicurato maggiore sbocco ai materiali recuperati attraverso un ‘pacchetto di misure’ finalizzate a promuovere lo sviluppo dei mercati del riutilizzo e dei prodotti realizzati con materiali riciclati: maggiori costi per lo smaltimento in discarica dei rifiuti indifferenziati (salvaguardando la possibilità di smaltire gli scarti delle attività di riciclo), estensione dell’uso di materiali riciclati negli appalti pubblici, agevolazioni fiscali per l’uso di materiali e prodotti riciclati, sostegno alla ricerca e all’innovazione tecnologica per il riciclo, eliminazione graduale delle sovvenzioni in contrasto con la gerarchia dei rifiuti».

Fonte: Greenreport

Rifiuti, Sei Toscana sarà la prima utility toscana a trasformarsi in società benefit

Sei Toscana, il gestore del servizio integrato dei rifiuti urbani nei 104 Comuni dell’Ato sud, sarà la prima utility in Toscana ad adottare un modello di impresa for benefit, ovvero una società con duplice scopo: profitto e beneficio comune, nella consapevolezza che non vi può più essere spazio per un’impresa che ignori la necessità di migliorare le condizioni di vita, ambientali e sociali del territorio dov’è inserita. L’Italia è stato il primo Stato europeo a dotarsi di questa nuova qualifica giuridica, introdotta con la legge di Bilancio 2016, e adesso Sei Toscana è pronta al grande passo come dichiarato oggi  nella sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze in occasione della prima giornata nazionale delle società benefit organizzata da Assobenefit.

«La volontà di Sei Toscana, già espressa nel proprio piano industriale – spiega l’ad Marco Mairaghi (nella foto, ndr) –  è quella di trasformarsi in società benefit, ossia un’impresa che ha introiettato il modello dello sviluppo sostenibile nella propria strategia, bilanciando le scelte per ottenere risultati su tutti i fronti: economico-finanziario, ambientale, sociale e della governance, operando in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente. La società intende traguardare un futuro in cui il bene di Sei Toscana si intrecci sempre più strettamente con il bene dei territori in cui opera e con quello delle loro comunità».

Una mission che ha preso il via pochi mesi fa con il workshop “Società benefit: modello virtuoso per le Utilities”, al quale hanno partecipato i rappresentanti di alcune delle più importanti utility toscane e nazionali, assieme ad aziende, associazioni e istituti di credito. Dall’incontro è nata la proposta di Sei Toscana, in accordo con Utilitalia e Cispel Toscana, di dar vita a un percorso comune di co-progettazione per arrivare fattivamente a definire intenzioni, opportunità e modalità della trasformazione delle utility toscane in società benefit.

Nel frattempo, il gestore unico dell’Ato sud continua a portare avanti il suo impegno sociale sul territorio in molti modi. Ad esempio dopo il successo della quinta edizione di “RI-Creazione. Da oggetto a rifiuto e ritorno”, il progetto di educazione ambientale che in questo anno scolastico coinvolge circa 13.000 studenti delle primarie e secondarie del territorio, è tutto pronto adesso per un nuovo progetto didattico che si rivolge agli studenti delle scuole superiori. Per l’anno scolastico 2019-2020 infatti Sei Toscana ha proposto alle scuole secondarie di secondo grado (licei ed istituti superiori) “Ecoquiz: in missione per il Pianeta”, un progetto dedicato alla sensibilizzazione circa il corretto smaltimento dei Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche): sono dodici gli istituti scolastici che hanno aderito di nove Comuni.

«Sei Toscana crede molto nell’educazione ambientale rivolta alle giovani generazioni – commenta Leonardo Masi, presidente di Sei Toscana – e affianca con ogni sforzo possibile le Amministrazioni in un percorso volto alla crescita e alla formazione dei cittadini di domani. Oltre al progetto RI-Creazione abbiamo deciso di coinvolgere anche i ragazzi più grandi per cercare di offrire al territorio e al suo sistema scolastico un ulteriore strumento capace di promuovere quel salto di qualità culturale nell’affrontare le sfide che abbiamo di fronte che è imprescindibile nella necessaria transizione verso l’economia circolare. Da gennaio organizzeremo nelle scuole che partecipano al progetto raccolte straordinarie di piccoli Raee con contenitori appositi che consegneremo agli istituti».

Economia circolare, sostenibilità, benessere: dalla Regione Emilia Romagna 510 mila euro per 38 progetti

Dalla riqualificazione degli spazi pubblici a Vigolzone, nel reggiano, che ha ottenuto il più alto punteggio relativo alla qualità, fino ad altri progetti elaborati dalle Unioni dei Comuni come quello dell’Unione Rubicone e Mare (Forlì-Cesena)per stimolare la responsabilità delle imprese nel promuovere l’inclusione dei più deboli nel mondo del lavoro.

Crescita sostenibile, economia circolare, politiche green, inclusione sociale delle persone più fragili, salute e benessere: sono questi alcuni degli obiettivi che accomunano i 38 progetti che si sono aggiudicati il recente bando della Regione Emilia-Romagna sulla Partecipazione, che ha destinato 500 mila euro a enti locali, associazioni, imprese e altre realtà della società civile per la realizzazione di processi partecipativi che dovranno essere avviati entro il 15 gennaio del 2020.

Tra i progetti finanziati, che vedono rappresentate tutte le province emiliano-romagnole, diversi riguardano la riqualificazione e la rigenerazione urbanistica.

Si tratta di iniziative che valorizzano la sinergia tra pubblico e privato e che, a livello locale, agiscono per concorrere al raggiungimento di obiettivi Onu quali lo sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente e la promozione della salute e del benessere.

“La partecipazione è diventata il fiore all’occhiello dell’Emilia-Romagna – dice l’assessora al Bilancio e al Riordino istituzionale Emma Petitti – solo negli ultimi 12 mesi vi è stato un investimento complessivo di circa 1,2 milioni di euro a sostegno di questi processi. La Regione da tempo investe e sostiene i progetti e le iniziative della cittadinanza, che è così sempre più protagonista delle decisioni e delle nostre scelte. Attraverso i contributi dedicati alla partecipazione puntiamo a coinvolgere gli enti locali, insieme ai soggetti pubblici e privati, nell’amministrazione della cosa pubblica per sostenere le attività e le iniziative volte al miglioramento della comunità. Un lavoro in sinergia tra istituzioni e società civile per lo sviluppo del nostro territorio.”

A questo link la pagina dedicata al bando Partecipazione con la graduatoria.

Fonte: Eco dalle Città