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Banca Mondiale: un’economia circolare per ridurre lo spreco di rifiuti!

Secondo il nuovo Rapporto della Banca Mondiale, se non si avviano al più presto in tutti i Paesi adeguate politiche di gestione dei rifiuti, di riciclo e di economia circolare, nel 2050 la produzione globale di rifiuti arriverà a 3,14 miliardi di tonnellate, circa il 70% dell’attuale.

Senza un’azione urgente, fra 30 anni i rifiuti globali aumenteranno del 70% rispetto ai livelli attuali. È questo il messaggio contenuto nel nuovo Rapporto  del Gruppo della Banca Mondiale (WB) “What a Waste 2.0A Global Snapshot of Solid Waste Management to 2050” (Che spreco 2.0: un’istantanea globale sulla gestione dei rifiuti solidi al 2050).

Il Rapporto di oltre 200 pagine si basa sui dati dal 2012 al 2017, che provengono da 217 Paesi e 367 città, aggiornando in pratica le informazioni contenute nel precedente Rapporto che era uscito nel 2012.

Nel 2017 il mondo ha prodotto 2,01 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani (RSU), ma solo il 13,5% di questi viene riciclato e il 5,5% compostato. Si stima che il 40% dei rifiuti generati nel mondo sia gestito in modo inadeguato, disperso nell’ambiente o bruciato all’aperto. Se si continuasse business as usual, alla fine del 2050 si dovrebbero gestire 3,4 miliardi di tonnellate di rifiuti.

Rifiuti gestiti in malo modo – ha affermato Sameh Wahba, Direttore della divisione per lo sviluppo urbano e territoriale, la gestione del rischio di catastrofi e la resilienza della Banca Mondiale – contaminano gli oceani del mondo, intasano i corsi d’acqua causando inondazioni, provocano malattie per effetto dei problemi respiratori legati alla loro combustione, danneggiano animali che consumano i rifiuti scambiati per cibo e colpiscono lo sviluppo economico, come ad esempio impattando sul turismo“.

I dati sulla gestione dei rifiuti sono fondamentali per le politiche di gestione e pianificazione nel contesto locale. Conoscere la quantità e la tipologia dei rifiuti generati, in particolare nei Paesi a rapida urbanizzazione e crescita della popolazione, consente ai Governi locali di selezionare metodi di gestione appropriati e pianificare la domanda futura. Con dati accurati, i Governi possono allocare realisticamente budget e terreni, valutare le tecnologie adeguate e prendere in considerazione partner strategici per la fornitura di servizi, come il settore privato o le organizzazioni non governative.

Il Rapporto sottolinea che la gestione dei rifiuti solidi è fondamentale per città e comunità sostenibili, sane e inclusive, ma è spesso trascurata, in particolare nei Paesi a basso reddito. Mentre più di un terzo dei rifiuti nei Paesi ad alto reddito viene recuperato attraverso il riciclaggio e il compostaggio, solo il 4% dei rifiuti nei Paesi a basso reddito viene riciclato.

La gestione dei rifiuti rispettosa dell’ambiente tocca numerosi aspetti critici dello sviluppo – ha dichiarato Silpa Kaza, Specialista in sviluppo urbano della Banca mondiale e autrice principale del Rapporto –Tuttavia, la gestione dei rifiuti solidi è spesso trascurata quando si tratta di progettare città e comunità sostenibili, sane e inclusive. I Governi devono intraprendere azioni urgenti per affrontare la gestione dei rifiuti sia per la salute dei loro cittadini che per quella del Pianeta”.

Particolarmente problematici”, secondo gli autori, sono i rifiuti di plastica, che, se non vengono raccolti e gestiti correttamente, contamineranno i corsi d’acqua e gli ecosistemi per centinaia, se non migliaia, di anni. Nel 2016, il mondo ha generato 242 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, ovvero il 12% di tutti i rifiuti solidi, secondo il Rapporto, e il 90% dei rifiuti marini è costituito da plastica.

Sebbene rappresentino solo il 16% della popolazione mondiale, i Paesi ad alto reddito messi insieme generano più di un terzo (34%) dei rifiuti mondiali. Asia orientale e la regione del Pacifico generano circa un quarto (23%) dei rifiuti globali, mentre l’Europa e l’Asia centrale, pur generando 392 milioni di tonnellate di rifiuti, riescono a recuperare, attraverso il riciclo e il compostaggio, il 31% dei materiali scartati.
Medio Oriente e Nord Africa sono le regioni che attualmente producono meno rifiuti, 129 milioni di tonnellate, anche se le stime parlando di una produzione doppia entro il 2050, con l’Africa Subsahariana destinata a triplicarli.
Il Nord America è la regione con la produzione media di rifiuti più alta in assoluto, ma registra oltre il 55% di rifiuti riciclabili, inclusi cartone, carta, vetro, metallo e plastica.

Sulla base del volume di rifiuti generati, della loro composizione e di come vengono gestiti i rifiuti, si stima che 1,6 miliardi di tonnellate equivalenti di biossido di carbonio siano stati generati dal trattamento e dallo smaltimento dei rifiuti nel 2016, pari a circa il 5% del totale emissioni.

La cattiva gestione dei rifiuti sta danneggiando la salute umana e l’ambiente, oltre che contribuire alla sfida climatica – ha affermato Laura Tuck, Vicepresidente per lo Sviluppo Sostenibile della Banca mondiale – Sfortunatamente sono spesso i più poveri a subire l’impatto negativo di una gestione scorretta dei rifiuti. Non deve essere in questo modo. Le nostre risorse devono essere utilizzate e quindi riutilizzate continuamente in modo che non finiscano nelle discariche”. 

La sostenibilità è un altro aspetto necessario della gestione dei rifiuti, ma è ampiamente ignorata. Fattori come gli alti costi per la gestione sostenibile dei rifiuti, spesso scoraggiano le società. Ma lo studio dimostra che non solo è eticamente giusto, ma anche economicamente conveniente.

Se i rifiuti vengono trattati in modo sostenibile, ci sarebbe una significativa riduzione dei costi per la salute dei cittadini e dell’ambiente. Il costo per affrontare gli impatti della cattiva gestione dei rifiuti è ben maggiore di quello necessario per sviluppare e adottare corretti sistemi di gestione dei rifiuti, che, peraltro, riducono l’impronta del carbonio e le correlate calamità dovute ai cambiamenti climatici, che costano la perdita di vite umane, di risorse e denaro.

Il Rapporto sottolinea che i buoni sistemi di gestione dei rifiuti sono essenziali per dar vita ad un’economia circolare, in cui i prodotti sono progettati per durare a lungo e per essere riutilizzati e riciclati. Qualora i Governi nazionali e locali adottassero l’economia circolare, i modi intelligenti e sostenibili per gestire i rifiuti contribuirebbero a promuovere una crescita economica efficiente, riducendo al minimo l’impatto ambientale.

Tra le soluzioni avanzate nel Rapporto, meritevoli di attenzione da parte della governance mondiale, si segnalano:
– il sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo per implementare adeguati sistemi di gestione dei rifiuti;
– il supporto ai principali Paesi produttori di rifiuti per ridurre il consumo delle plastiche attraverso programmi di riduzione e riciclaggio;
– la riduzione degli sprechi alimentari, educando e informando i consumatori, gestendo adeguatamente i prodotti organici e coordinando programmi specifici di gestione dei rifiuti alimentari.

Fonte: Regioni&Ambiente

RASSEGNA STAMPA – Camaiore verso rifiuti zero, approvato il piano

La giunta di Camaiore ha deliberato nella seduta di oggi (29 agosto) il piano industriale per la riduzione e gestione dei rifiuti urbani del Comune di Camaiore, redatto dalla società Esper sotto la supervisione del dottor Attilio Tornavacca. Il documento rappresenta la base di lavoro per la ridefinizione del servizio di raccolta dei rifiuti nell’ottica del progetto Camaiore verso Rifiuti Zero: partendo da valutazioni relative al contesto territoriale (analisi socioeconomica, geomorfologica, urbanistica e infrastrutturale) e all’attuale servizio, il piano introduce elementi innovativi per giungere in una fase intermedia (entro un anno dall’attuazione) al 70% del livello di raccolta differenziata e del 75% nella fase a regime.

Aspetto fondamentale è quello relativo alla partita economica: dalle valutazioni effettuate da Esper gli obiettivi sono raggiungibili allo stesso costo del servizio attuale (che raggiunge poco meno del 50% di rifiuto differenziato), con possibilità di risparmio negli anni successivi (si parla di un 4% nella fase transitoria e di circa l’8% nella fase a regime, valutazione comunque da accogliere in via prudenziale in particolare per i tempi attuazione).
Si tratta del primo documento di questo tipo nella storia del Comune di Camaiore: le prospettive tracciate diventano cruciali per la gestione del tema dei rifiuti e dei rapporti con il gestore in quanto definiscono le modalità con cui devono essere raggiunti gli obiettivi e i costi relativi. Le novità principali sono l’estensione del porta a porta su tutto il territorio comunale, un programma dettagliato e verificabile di spazzamento delle strade, incremento dei passaggi della raccolta dell’organico e della plastica nel periodo estivo per le utenze domestiche, aumento dei passaggi per tutte le altre frazioni nel periodo estivo per le utenze non domestiche. Strategie che comporteranno la modulazione di un servizio che possa essere più aderente alle esigenze dei cittadini, con una maggiore presenza dell’azienda che dovrà rispettare, nelle varie fasi del processo, criteri di qualità e flessibilità. A queste novità si affianca un progetto di sensibilizzazione e informazione che possa portare a una concreta riduzione del rifiuto prodotto anche attraverso incentivi.
“Oggi – ha detto il sindaco Alessandro Del Dotto – raggiungiamo un obiettivo fondamentale nella storia dei servizi pubblici perché mettiamo nero su bianco quello che vogliamo per i nostri cittadini ovvero un sistema di raccolta dei rifiuti preciso, efficace ed economico. Questa partita si gioca su un tavolo nuovo rispetto al passato, forti del lavoro fatto da Esper e dal dottor Tornavacca con la collaborazione fondamentale dell’Ufficio Ambiente che ha interpretato questa fase come occasione di crescita professionale”.
“Il piano – ha aggiunto l’assessore all’ambiente Sara Pescaglini – è di particolare importanza perché redatto da ESPER, ente di studio che fa dell’indipendenza un proprio pilastro. Non hanno rapporti economici con aziende del settore rifiuti e lavorano esclusivamente per le pubbliche amministrative. Una garanzia perché sia tutelato l’interesse pubblico e quindi dei cittadini camaioresi. Questo ci dà ancor più forza nei rapporti con il gestore perché abbiamo certificato quello sostenevamo da tempo ovvero che il servizio di raccolta rifiuti nel Comune di Camaiore non fosse né efficace, né tantomeno efficiente”.

Fonte: Luccaindiretta

Il ministero dell’Ambiente avvia una consultazione pubblica sull’economia circolare

Fino al 1 ottobre si potrà dire la propria sugli indicatori utili per misurare l’uso efficiente delle risorse

Minambiente e il Ministero dello Sviluppo economico hanno elaborato (con la collaborazione dell’Enea e di altri esperti in materia) il documento Economia circolare ed uso efficiente delle risorse – Indicatori per la misurazione dell’economia circolare.
Lo scritto ha l’obiettivo di individuare indicatori adeguati per misurare e monitorare la concreta circolarità dell’economia e l’uso efficiente delle risorse a livello macro (sistema paese), meso (regione, distretto, settore, ecc.) e micro (singola impresa, organizzazione, amministrazione).

Gli indicatori contenuti nel documento non sono tuttavia da considerarsi esaustivi: vogliono rappresentare la base da cui partire per arrivare ad individuare le migliori soluzioni perseguibili per il sistema Italia, attraverso un’economia circolare, in termini di massimizzazione dei benefici economici e di salvaguardia delle risorse naturali.

Un obiettivo a cui Minambiente vuole arrivare con un’operazione concertata: sono chiamati a partecipare ad una consultazione pubblica per dire la propria sul documento imprese, organizzazioni, istituzioni e altri soggetti pubblici o privati cittadini  c’è tempo fino al primo ottobre. Si può fornire il proprio contributo andando all’indirizzo:  http://indicatoricircolari.consultazione.minambiente.it/.

«I risultati della consultazione pubblica on line – spiegano dal Ministero – saranno presi in considerazione per la stesura del documento definitivo. A conclusione della consultazione, inoltre, saranno elaborati un resoconto e una nota illustrativa degli esiti. Il resoconto conterrà la descrizione dei dati relativi alla partecipazione, insieme ad una loro analisi di tipo quantitativo. Alla nota illustrativa saranno allegati tutti i contributi pervenuti, tutelando comunque la riservatezza dei dati personali, in modo da consentire la verifica delle elaborazioni e delle sintesi riportate nel documento stesso»*.

*dichiarazione rilasciata a GreenReport

Tra norme e sentenze confuse l’Italia frena sul recupero dei rifiuti

Tempi duri si annunciano per il riciclo dei rifiuti. Mentre l’Europa approva nuove direttive che spingono l’economia circolare, in Italia due recenti interventi stanno mettendo a dura prova gli impianti di recupero.

Una controversa sentenza del Consiglio di Stato, la n. 1229 del 28 febbraio 2018, ha stabilito che solo lo Stato può regolamentare i casi in cui i rifiuti cessano di essere tali e diventano “prodotti” da rivendere sul mercato, cosiddetto “end of waste” (fine del rifiuto). I giudici amministrativi, interpretando in maniera restrittiva l’art. 6 della direttiva 98/2008/Ce e l’art 184-ter del D.lvo 152/06, hanno stabilito che “il destinatario del potere di determinare la cessazione della qualifica di rifiuto è, per la Direttiva, lo Stato, la stessa Direttiva Ue non riconosce il potere di valutazione caso per caso ad enti e/o organizzazioni interne allo Stato”, interrompendo così una prassi che vedeva nelle autorizzazioni regionali/provinciali la regolamentazione di questo “caso per caso” che favoriva l’economia circolare.

Fatta eccezione per i pochissimi regolamenti comunitari, fino ad oggi sono state infatti queste autorizzazioni a prevedere che i rifiuti – attraverso un’operazione di recupero, cioè una trasformazione – possano diventare prodotti, se rispettano alcuni criteri, quali essere comunemente utilizzati per scopi specifici e avere un mercato, quindi una domanda.

Con la pronuncia del Consiglio di Stato tutto ciò non sarà più possibile allo scadere degli attuali titoli autorizzativi, sconfessando anche il ministero dell’Ambiente che nel 2016 aveva riconosciuto questa possibilità ai provvedimenti regionali, dopo essersi confrontato con la Commissione Ue.

Ciò rappresenta, oltre che un freno allo sviluppo dell’economia circolare, anche un danno economico per gli impianti. La categoria ha già lanciato il suo grido di allarme: Unicircular (l’Unione delle imprese dell’economia circolare) lamenta che “l’impossibilità per gli impianti di riciclo di trasformare i flussi di rifiuti non ancora regolamentati in ‘end of waste’ limiterà drasticamente gli sbocchi di mercato, provocando il blocco dei ritiri di migliaia di tonnellate di rifiuti da parte degli stessi impianti”.

Anche le Regioni hanno preso posizione. Il documento approvato nella Conferenza del 19 aprile riconosce che il principio dell’end of waste è stato alla base di molte autorizzazioni regionali e ha permesso di conseguire importanti risultati nel recupero rifiuti ma dopo questa sentenza “rilevanti e negative conseguenze si avrebbero sul ciclo dei rifiuti e sui costi degli operatori già autorizzati”. Da qui la richiesta al governo di modificare l’art. 184-ter aggiungendo un comma che preveda che “fino alla data di entrata in vigore del relativo decreto, i criteri specifici possono essere stabiliti dalle Regioni e dalle Province autonome  per il singolo caso”.

L’altro intervento che rischia di rallentare la corretta gestione del ciclo dei rifiuti viene dal ministero dell’Ambiente ed è una circolare, la n. 4064, recante linee guida per gli stoccaggi negli impianti di gestione rifiuti per la prevenzione dei rischi, al momento l’unica risposta per fronteggiare l’emergenza roghi che ha già colpito molti impianti in tutto il Paese. La circolare si traduce però in un elenco di adempimenti, alcuni già esistenti altri nuovi, che appesantiscono ulteriormente il settore, già ingessato nella palude della burocrazia e di una legislazione troppo rigida.

Essa prevede ad esempio l’estensione delle garanzie finanziarie anche agli impianti che operano in semplificata, cosa ad oggi non prevista in molte regioni, adeguata ventilazione degli ambienti e limite di altezza dei cumuli nonché limiti temporali allo stoccaggio. Il documento richiama in gran parte gli aspetti tecnico-operativi già esistenti della gestione dei rifiuti; accanto a questi, alcuni accorgimenti per prevenire il rischio incendi, come dispositivi antincendio adeguati, controlli, videosorveglianza h24, sistemi di rilevazione e allarmi, impianti idrici. Poco chiara poi la previsione che il direttore tecnico debba essere “sempre presente”, previsione che andrebbe meglio esplicitata, per’altro confondendo questa figura con il responsabile tecnico.

La circolare prevede infatti che il direttore tecnico debba avere i requisiti che la legge (Dm 120/2014) attribuisce alla figura del responsabile tecnico, ma quest’ultimo è previsto solo per le imprese tenute ad iscriversi all’Albo gestori ambientali, cosa che non vale per gli impianti. Anche questo passaggio dunque meriterebbe un chiarimento ma intanto ha già messo in allarme i gestori che, alle prese con il susseguirsi di incendi anche dolosi avrebbero avuto bisogno forse di qualcos’altro.

Fonte: Arcangelo Brancaccio  per Greenreport.it

Riutilizzo RSU, un tesoro da 600.000 tonnellate annue

Presentato a Roma il Rapporto Nazionale dell’Occhio del Riciclone. Il 2% potrebbe essere riutilizzato con un risparmio di 60 milioni di euro. Ma è necessario una quadro normativo che favorisca lo sviluppo delle filiere

Tra i rifiuti prodotti in Italia c’è un piccolo tesoro che non viene adeguatamente valorizzato. Si tratta dei beni durevoli, potenzialmente riutilizzabili, che potrebbero trovare nuova vita se esistesse il modo di reimmetterli in circolazione. Lo evidenzia il Rapporto Nazionale sul Riutilizzo 2018 presentato oggi a Roma e realizzato da Occhio del Riciclone in collaborazione con Utilitalia, la Federazione delle imprese italiane dei servizi idrici, energetici e ambientali.

I beni durevoli riutilizzabili (considerando solo quelli in buono stato e facilmente collocabili sul mercato) presenti nel flusso dei rifiuti urbani superano le 600.000 tonnellate annue, circa il 2% della produzione nazionale di rifiuti. Si tratta di mobili, elettrodomestici, libri, giocattoli e oggettistica che, in mancanza di un quadro normativo capace di favorire la strutturazione di vere e proprie filiere, quasi mai vengono riutilizzati: il danno ammonta a circa 60 milioni di euro l’anno relativo ai costi di smaltimento, senza considerare il valore degli oggetti di seconda mano.

Molte sono le iniziative che possono essere messe in campo per valorizzare adeguatamente questo tesoro. Ad esempio raccolte dedicate e centri di riuso interni o adiacenti ai centri di raccolta in grado di intercettare i beni durevoli riutilizzabili. Ma al di là dei sistemi di intercettazione, sono necessari impianti di “preparazione per il riutilizzo” che funzionino su scala industriale: attraverso un’autorizzazione al trattamento, un impianto può ricevere rifiuti provenienti dai centri di raccolta comunali e dalle raccolte domiciliari degli ingombranti e reimmetterli in circolazione dopo igienizzazione, controllo ed eventuale riparazione. La fattibilità di questi impianti è stata dimostrata in provincia di Vicenza dal progetto europeo PRISCA, che ha implementato un impianto capace   avviare a riutilizzo circa 400 tonnellate l’anno di rifiuti provenienti da centri di raccolta, raccolte di ingombranti e servizi di sgombero locali.

Questa possibilità di strutturazione della filiera è però inibita dalla mancanza dei Decreti Ministeriali che dovrebbero mettere in chiaro le procedure semplificate per compiere questo tipo di trattamento.  “In Italia – spiega Pietro Luppi, Direttore del Centro di Ricerca Occhio del Riciclone – già da alcuni anni si parla di integrare il settore del riutilizzo alle politiche ambientali, e i tempi sembrano essere maturi perché si arrivi a un punto di svolta a partire dal quale le filiere si articoleranno, struttureranno e regolarizzeranno. Bisogna però insistere sulla professionalizzazione e sulla pianificazione, nella coscienza che il riutilizzo non è un gioco ma un enorme opportunità per generare sviluppo locale e risultati ambientali”.

L’INIZIATIVA PRIVATA E QUELLA PUBBLICA

Nel nostro Paese i negozi dell’usato conto terzi e il commercio ambulante si confermano come leader nella vendita dell’usato. Si contano circa 2.000-3.000 negozi in conto terzi distribuiti sull’intero territorio nazionale, una formula commerciale praticata soprattutto al Nord e al Centro, dove è presente circa un negozio ogni 31.000 abitanti, mentre al Sud se ne conta uno ogni 87.000. I mercatini che ospitano commercianti ambulanti sono invece almeno 550, senza contare quelli informali o abusivi: 337 al Nord, 152 al Centro e 61 al Sud. Il totale degli operatori ambulanti dell’usato è difficile da calcolare ma si presume si aggiri tra le 50.000 e le 80.000 unità.

L’iniziativa privata trova oggi grande diffusione nonostante siano scarse le sinergie con gli Enti Locali. Sono solo 9 le Regioni – Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Umbria, Abruzzo e Campania – che hanno incluso nella loro pianificazione ambientale l’avvio di Centri di Riuso da affiancare ai Centri di Raccolta dei Rifiuti Urbani, ma in questi anni tali esperienze non sono mai decollate. Eppure non mancano gli esempi positivi, come il progetto “Cambia il finale” di Hera (la multiutility leader in Emilia-Romagna) che è riuscita a riutilizzare 530 tonnellate di beni durevoli in un anno a fronte di un bacino di circa 2 milioni di abitanti, coinvolgendo 25 Onlus e un centinaio di soggetti svantaggiati. “Le aziende di igiene urbana – sottolinea Filippo Brandolini, vicepresidente Utilitalia –  svolgono un ruolo cruciale nella transizione verso un’economia circolare. Sempre più spesso, infatti, non si limitano a gestire i rifiuti conferiti dai cittadini ma diventano promotrici di iniziative innovative che, come nel caso del riutilizzo, alimentano filiere al alto valore (umano, ambientale, economico e sociale) aggiunto. Per questo Utilitalia, da sempre in prima fila nella promozione di politiche di prevenzione dei rifiuti, dialoga apertamente con le amministrazioni e il mondo dell’usato per cercare insieme modelli, sinergie e forme e di collaborazione che sappiano promuovere un utilizzo efficiente e sostenibile delle risorse ambientali ed umane”.

IL CASO DEGLI ABITI USATI

Al momento, nel nostro Paese, le filiere degli indumenti usati sono senza alcun dubbio le più articolate e strutturate: nel 2016 sono state infatti raccolte 133.300 tonnellate di rifiuti tessili, il 65% delle quali è stato riutilizzato (il rimanente 35% è stato avviato a riciclo, recupero o smaltimento). Ma il potenziale di riutilizzo della frazione tessile in realtà è molto più elevato: in presenza di azioni capaci di comunicare la finalità solidale delle raccolte e la trasparenza delle filiere, il risultato   potrebbe raddoppiare superando i 5 kg di raccolta ad abitante. “Chi dona abiti usati consegnandoli nei contenitori stradali – evidenzia Alessandro Strada di Humana People to People Italia – lo fa con intenzioni solidali nell’84% dei casi, e ciò dimostra come il cittadino chieda che le considerazioni di carattere sociale trovino spazio all’interno degli affidamenti del servizio di raccolta differenziata e recupero della frazione tessile”. Eppure non mancano le criticità che spaziano dai reati ambientali all’infiltrazione mafiosa: gli operatori sani hanno sollevato il problema chiedendo strumenti di controllo più rigorosi e criteri di affidamento del servizio più attenti al funzionamento delle filiere. Utilitalia, Rete ONU e centro Nuovo Modello di Sviluppo hanno aperto un Tavolo di confronto con il settore per individuare linee guida finalizzate a prevenire tali criticità.

Scarica il rapporto

End of waste, il Consiglio di Stato: non spetta alle regioni stabilire i criteri

Il Consiglio di Stato mette la parola fine alla lunga querelle sulla definizione di criteri “end of waste” per la cessazione della qualifica di rifiuto. È stata pubblicata ieri, 28 febbraio, la sentenza n. 1129/2018 con la quale i giudici della IV sezione hanno stabilito che spetta allo Stato e non alle Regioni il potere di individuare, sulla base di analisi caso per caso e ad integrazione di quanto già previsto dalle direttive comunitarie, le ulteriori tipologie di materiale da non considerare più come rifiuti ma come “materia prima secondaria” a valle delle operazioni di riciclo.

Un provvedimento che potrebbe avere ricadute pesanti sul mondo della green economy. «La competenza esclusiva dello Stato di decidere caso per caso, con notifica della decisione assunta alla Commissione Europea – spiega Tiziana Cefis, consulente ambientale, tra i maggiori esperti in materia a livello nazionale – comporta tempi biblici incompatibili con le esigenze degli imprenditori».  Il rischio, infatti, è che si paralizzi il rilascio delle autorizzazioni per il riciclo di tutte le categorie di rifiuto che non siano già contemplate da criteri “end of waste” nazionali o comunitari (ovvero rottami, vetro, rame e combustibili solidi da rifiuto) o contenute nel decreto del Ministero dell’Ambiente del 5 febbraio 1998, che stabilisce i parametri guida di circa 200 procedure di recupero per altrettante tipologie di rifiuti. Si tratta in realtà di procedure “agevolate”, nate per permettere alle imprese, in particolare condizioni, di riutilizzare i propri scarti di produzione, ma l’elenco viene utilizzato ormai da venti anni da province e regioni come testo di riferimento anche per valutare le richieste di autorizzazione per gli impianti di riciclo.

Così succede che se un progetto per un impianto di riciclo prevede la trasformazione di una tipologia di rifiuto non contemplata dall’elenco del ’98, in assenza di un apposito criterio “eow” la procedura autorizzativa nella maggior parte dei casi si arena. E se si considera il fatto che negli ultimi venti anni l’elenco non è mai stato aggiornato tenendo conto dell’evolversi delle tecnologie per il riciclo e dei nuovi studi sulle proprietà dei materiali, si fa presto a capire come queste impasse finiscano quasi sempre per penalizzare i progetti di riciclo più ambiziosi e innovativi. Uno stato di cose sul quale la sentenza del Consiglio di Stato potrebbe calare come una autentica pietra tombale. Il tutto proprio mentre l’Europa si prepara ad adottare il nuovo, ambizioso pacchetto di misure sull’Economia Circolare che chiederà agli Stati membri di spingere sempre di più su riuso e riciclo. «Non si può che constatare – prosegue Cefis – la debolezza di un sistema che a parole declama l’importanza dell’end of waste come strumento necessario e imprescindibile dell’economia circolare, ma nei fatti non consente alle imprese del settore del recupero di investire in innovazionecon la certezza di poter vedere autorizzato un ciclo di recupero tecnologicamente avanzato».

La vicenda che sta dietro la sentenza del Consiglio di Stato è emblematica. Il provvedimento infatti è giunto al termine di un procedimento partito nel 2016, con un ricorso presentato dal consorzio Contarina contro la Regione Veneto, che nell’agosto di quell’anno aveva negato l’autorizzazione al riciclo all’impianto sperimentale di recupero materia dai prodotti assorbenti costruito dal consorzio in partnership con Fater a Lovadina di Spresiano, in provincia di Treviso. Un impianto tuttora unico al mondo nel suo genere, capace di recuperare da una tonnellata di prodotti assorbenti usati ben 150kg di cellulosa, 75kg di plastica e 75kg di polimero super assorbente. Secondo la Regione, però, dal momento che non esiste ancora uno specifico criterio “end of waste” sui prodotti assorbenti, il processo di riciclo di Contarina non avrebbe potuto essere valutato né tanto meno autorizzato.

Non secondo i giudici del Tar Veneto, che nel dicembre 2016 avevano dato ragione a Contarina, annullando la delibera di giunta regionale con la quale era stata negata l’autorizzazione all’impianto. Il provvedimento di primo grado, però, è stato ribaltato dal Consiglio di Stato, che nella sentenza pubblicata ieri sconfessa anche il Ministero dell’Ambiente. Con una circolare datata luglio 2016 e firmata dal direttore generale Mariano Grillo, il ministero aveva infatti comunicato come «in via residuale, le Regioni – o gli enti da queste individuati – possono, in sede di rilascio dell’autorizzazione prevista agli articoli 208, 209 e 211, e quindi anche in regime di autorizzazione integrata ambientale (Aia), definire criteri end of waste previo riscontro della sussistenza delle condizioni indicate al comma I dell’articolo 184-ter, rispetto a rifiuti che non sono stati oggetto di regolamentazione dei succitati regolamenti comunitari o decreti ministeriali».

Il Consiglio di Stato ha invece osservato, alle luce dell’art. 6 della direttiva 19 novembre 2008 n. 2008/98/CE riguardante la “cessazione della qualifica di rifiuto” che la disciplina della cessazione della qualifica di “rifiuto” è riservata alla normativa comunitaria e che quest’ultima ha previsto che sia comunque possibile per gli Stati membri valutare altri casi di possibile cessazione. Tale prerogativa, si precisa nelle motivazioni della sentenza. compete tuttavia allo Stato e precisamente al Ministero dell’Ambiente, che deve provvedere con propri regolamenti.

In materia di cessazione della qualifica di rifiuto, insomma, saranno solo l’Ue e il Ministero dell’Ambiente a potersi pronunciare. Proprio sui prodotti assorbenti è attualmente all’esame di Bruxelles un decreto “end of waste” messo a punto nei mesi scorsi dal Ministero di concerto con i tecnici dell’Ispra. Alla luce della sentenza del Consiglio di Stato, solo con la sua pubblicazione l’impianto di Contarina potrà essere valutato e, infine, autorizzato. Curiosamente, solo qualche giorno fa proprio la Regione Veneto aveva approvato i primi indirizzi operativi per la definizione “caso per caso” di criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto. Un documento che avrebbe potuto fare da guida per tutte le altre Regioni dello Stivale e che adesso, invece, è solo carta straccia. «All’indomani della pubblicazione della Delibera della Regione Veneto – conclude Tiziana Cefis – la sentenza del Consiglio di Stato, benché da un punto di vista strettamente giuridico sia ineccepibile, rappresenta sicuramente un ostacolo al decollo dell’economia circolare, impedendo di fatto ad imprenditori coraggiosi di perfezionare cicli  di recupero innovativi al fine di ottenere materiali che hanno perso la qualifica di rifiuti».

Fonte: RiciclaNews

Raccolta differenziata: in Italia copertura quasi totale

La raccolta differenziata in Italia si svolge con il contributo fondamentale dell’accordo quadro Anci- Conai. Lo confermano i dati del settimo rapporto sulla banca dati Anci-Conai, presentati oggi nella sede dell’Anci a Roma da Ivan Stomeo (delegato Anci ai rifiuti e sindaco di Melpignano), Giorgio Quagliuolo, (presidente del Conai) e Filippo Brandolini (vice presidente di Utilitalia) e dal vice segretario dell’Anci, Stefania Dota. Con loro, alcuni degli amministratori protagonisti delle migliori pratiche nei territori: il sindaco di Chieti Umberto Di Primio, il sindaco di Albairate Giovanni Pioltini, l’assessore alle Politiche del Territorio di Fiumicino, Ezio Di Genesio Pagliuca (fotogallery)
Il rapporto conferma la capillarità dell’accordo Anci-Conai, basato su convenzioni per la raccolta e l’avvio a riciclo dei rifiuti di imballaggio che interessano nel 2016 il 97,7% dei Comuni italiani (7.813) e il 99,5% della popolazione (60.314.369), con un aumento in quest’ultimo caso del 2% rispetto al 2015; inoltre, il 51% dei Comuni italiani ha almeno cinque convenzioni. (Scarica Rapporto integrale, leggi la sintesi).
Il rapporto evidenzia poi che i Comuni stipulano soprattutto convenzioni per il riciclo della plastica (consorzio Corepla) e del vetro (consorzio CoReVe), con rispettivamente il 99% e 91% della popolazione nazionale coinvolta; minore è la diffusione territoriale delle convenzioni per il recupero di alluminio (consorzio CiAl) e legno (consorzio Rilegno), che interessano circa il 64-65% della popolazione.
Il Nord si conferma la macro area con le più elevate performance di raccolta: qui si intercetta il 54% di tutta la raccolta conferita al Conai e si concentra il 56% degli importi totali riconosciuti dai consorzi. Anche il Centro e il Sud peraltro, con una resa media pro capite tra gli 86 e i 77 chili per abitante all’anno, fanno registrare dati confortanti. Nelle regioni delle isole si registra il contributo minore alle raccolte conferite al Conai (6,2% del totale) e la resa media pro capite più bassa (50 chili per abitante all’anno.
Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), nel 2016 sono stati ritirate nei punti di raccolta 283.075 tonnellate, con una riduzione dello 0,4% rispetto al 2015. Anche per questa categoria di rifiuti i risultati della raccolta variano sensibilmente sul territorio, sia dal punto di vista dei quantitativi che della composizione: le regioni del Nord-Ovest intercettano il 30% del totale nazionale (la Lombardia, da sola, quasi il 19%).
“Il rapporto – sostiene il delegato Anci ai rifiuti Ivan Stomeo – conferma gli importanti risultati raggiunti, ma ci dà anche la fotografia di un’Italia a due velocità. Un Nord sempre più veloce ed un Sud, invece, molto meno. Da questo quadro bisogna ripartire nello scrivere il nuovo accordo con il Conai. Dobbiamo sforzarci tutti quanti a portare tutte le regioni d’Italia allo stesso livello. Altro tema è il costo del servizio: è necessario potenziare il principio del “chi inquina paga”, perché attualmente il costo di gestione degli imballaggi non viene pagato da chi li produce ma dalla collettività, con la Tari. Abbiamo di fronte una bella sfida nello scrivere il nuovo accordo: una sfida in cui le nostre comunità dovranno essere protagoniste”.
“Il quadro presentato oggi ci offre l’immagine di una sensibilità crescente verso la raccolta differenziata e l’economia circolare, pur con difformità territoriali ”, ha sottolineato la vice segretaria dell’Anci Stefania Dota. “Il tema dei rifiuti è strategico per i Comuni e come associazione vogliamo perseguirlo rafforzando la nostra collaborazione con il Conai grazie a  misure sempre più efficaci il raggiungimento degli obiettivi fissati per la raccolta differenziata a livello nazionale”.
“La banca dati Anci-Conai – afferma il presidente del Conai Giorgio Quagliuolo – è ormai diventata un punto di riferimento per quanto riguarda i dati di gestione dei rifiuti urbani, in particolare di imballaggio. I dati sulla raccolta differenziata presentati quest’anno confermano la centralità dell’accordo quadro Anci-Conai per i Comuni italiani, in un’ottica di sussidiarietà rispetto al mercato. Per il futuro, consolideremo la nostra collaborazione con Anci, concentrandoci sulle aree con maggiori margini di crescita e dialogando in maniera più diretta con i Comuni”.
“Il rapporto presentato dimostra  – afferma il vice presidente di Utilitalia Filippo Brandolini –  che quando c’è la volontà si possono raggiungere risultati importanti in materia di raccolta differenziata e di riciclo rifiuti. Questi risultati sono il presupposto migliore per la sfida che ci pone il pacchetto per l’economia circolare. La filiera tra comuni, consorzi e aziende di gestione è un punto di partenza per lo sviluppo industriale del comparto. Sono questi stessi soggetti a poter testimoniare l’effettivo bisogno di impianti industriali e a poter valutare insieme i processi che possono portare alla loro realizzazione”.
Fonte: Anci.it

Premiate a Davos cinque idee di packaging sostenibile

Durante il Forum Economico Mondiale di Davos, che si tiene in questi giorni in Svizzera, Ellen MacArthur Foundation (EMF) e NineSigmahanno annunciato cinque nuovi vincitori del New Plastics Economy Innovation Prize, premio alle innovazioni sviluppate da privati, progettisti scienziati o imprenditori con l’obiettivo di sviluppare imballaggi capaci di contrastare la dispersione di materie plastiche nell’ambiente marino e favorire l’economia circolare.

DUE SFIDE DA 1 MILIONE DI DOLLARI. Due le sezioni previste, ognuna con un montepremi di un milione di dollari, finanziato da Wendy Schmidt, filantropa e sponsor principale dell’iniziativa New Plastics Economy. Nel Circular Design Challenge (premiato lo scorso ottobre) i ricercatori sono stati invitati a ripensare e riprogettare gli imballaggi per minimizzare i rifiuti plastici. Si tratta di quelle confezioni, spesso di piccolo formato come flaconi di cosmetici, film da imballaggio, cannucce o coperchi di tazze monouso, che oggi vengono scarsamente riciclate e che sono quindi suscettibili di dispersione nell’ambiente.
La seconda sfida lanciata da EMF, Circular Materials Challenge – oggetto della premiazione a Davos -, punta invece a sviluppare tecnologie e materiali per rendere tutti gli imballaggi in plastica riciclabili o compostabili, soprattutto i packaging multimateriale e multistrato, più complessi da gestire a fine vita.
Ai cinque vincitori del Circular Materials Challenge , selezionati in collaborazione con NineSigma, sono stati assegnati premi da 200.00 euro ognuno e l’accesso per dodici mesi all’incubatore tecnologico gestito da Think Beyond Plastic.

Davos VTT

I VINCITORI. L’University of Pittsburgh è stata premiata dalla Giuria per l’applicazione delle nanotecnologie allo sviluppo di un materiale riciclabile in grado di sostituire le strutture multistrato degli imballaggi flessibili utilizzate per buste e pouches per alimenti, più difficili, se non impossibili, da riciclare. La soluzione si ispira al modo in cui la natura utilizza un numero limitato di strutture molecolari per creare una grande varietà di materiali. La struttura si basa su un solo polimero, il polietilene (facilmente riciclabile), funzionalizzato in modo differente per ogni strato, grazie ad una modifica a livello nanometrico.
La spagnola Aronax Technologies si è classificata nella top-five per lo sviluppo di un additivo magnetico destinato all’imballaggio di prodotti sensibili come caffè e farmaci, in sostituzione del rivestimento di alluminio. A base di silicati e ossidi di ferro, l’additivo migliora la barriera a ossigeno, ma la ridotta quantità necessaria rende il materiale riciclabile e, eventualmente, anche compostabile. Le proprietà magnetiche ne consentono, in ogni caso, una facile identificazione e separazione negli impianti di selezione e riciclo di imballaggi.

Fraunhofer Institute for Silicate Research (ISC)

Full Cycle BioplasticsElk Packaging e Associated Labels and Packaging si dividono il premio da 200mila dollari per un materiale compostabile a base PHA (poli-idrossi-alcanoati) per imballaggio multistrato ottenuto da materie prime rinnovabili, sottoprodotti dell’agricoltura e residui alimentari, indicato per imballare una vasta gamma di prodotti che vanno dalle barrette di cereali ai salatini, fino ai detersivi per le lavatrici.
Il centro di ricerca finlandese VTT ha ottenuto il riconoscimento per un multistrato per imballaggi basato su un materiale cellulosico ‘simil-plastica’ ottenuto da sottoprodotti agricoli e forestali. Infine, il quinto premio è stato assegnato al Fraunhofer Institute for Silicate Research (ISC) per un nuovo rivestimento compostabile in silicato e biopolimeri che può essere utilizzato per proteggere imballaggi alimentari base bioplastica da una prematura degradazione, aumentando così la shelf-life del contenuto.

Fonte: Polimerica.it

Unificati i colori dei cassonetti per rifiuti urbani

L’UNI ha pubblicato la nuova norma 11686 per standardizzare in tutta Italia gli elementi visivi identificativi dei contenitori per la raccolta dei rifiuti urbani su cui finora i Comuni si erano autonomamente sbizzarriti nella scelta. La norma migliorerà i servizi di raccolta e la qualità dei materiali conferiti, contribuendo alla circular economy.

L’Ente Italiano di Normazione (UNI), Associazione privata senza scopo di lucro riconosciuta dalla Stato e dall’Unione europea, i cui oltre 4.000 sono imprese, liberi professionisti, associazioni, istituti scientifici e scolastici e realtà della pubblica amministrazione, ha pubblicato il 28 settembre 2017 la nuova norma UNI 11686 sui Waste Visual Elements, vale a dire sugli elementi visivi identificativi dei contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti urbani, che definisce un modo per identificare le varie frazioni mediante colori, simboli e testo. Essa è destinata a creare un modello unico operativo per identificare facilmente i contenitori per i rifiuti nel quale riporre la specifica tipologia, facilitando così i servizi di raccolta e di riciclaggio/recupero sia per i consumatori che per il gestore del servizio.

L’Italia è il primo Stato a livello europeo a dotarsi di questa norma, si legge nel comunicato dell’UNI, che intende, tra l’altro, favorire l’obiettivo UE di raggiungimento del 65% di raccolta differenziata e del 50% di reale avvio a recupero. La raccolta differenziata, infatti, non riguarda solo i cittadini che vivono in una determinata città, ma anche tutte le persone che viaggiano per motivi diversi e che dovrebbero trovare in ogni luogo gli stessi elementi visivi che caratterizzano i contenitori per la raccolta di rifiuti ai quali sono abituati: uno stesso colore e una stessa icona indicheranno con facilità a un turista dove gettare plastica, vetro, oppure l’umido. Attualmente in Italia i Comuni possono decidere autonomamente come “battezzare” i contenitori per la raccolta differenziata: a Milano, a Napoli e a Roma – per esempio – i colori dei cassonetti per raccogliere lo stesso tipo di rifiuto differiscono tra loro creando un caos multi-cromatico che mette in difficoltà le persone e penalizza – al tempo stesso – l’efficacia della raccolta differenziata. A Roma il cassonetto verde è sinonimo di indifferenziato mentre a Milano e Napoli accoglie solo ed esclusivamente il vetro. I romani gettano vetro plastica e metallo nel cassonetto blu che a Milano non esiste mentre a Napoli accoglie l’indifferenziato.

“La Direttiva europea 2008/98/CE e le leggi vigenti – ha osservato Giovanni Bragadina, esperto del gruppo di lavoro UNI “Attrezzature e macchine per la raccolta dei rifiuti” della Commissione Ambiente – impongono di raggiungere il 65% di raccolta differenziata e il 50% di reale avvio a recupero. Tali obiettivi hanno bisogno anche del sostegno di norme tecniche che aiutino a uniformare le attrezzature a favore del corretto utilizzo da parte del cittadino, del turista e degli operatori del settore della raccolta dei rifiuti urbani. Potranno essere riutilizzati con facilità i bidoni e i cassonetti già in uso“.

La norma – ha proseguito Bragadina – prevede infatti l’utilizzo di adesivi e di pannelli con colori e grafiche che caratterizzano ogni tipologia di rifiuto. Una semplice riqualificazione grafica migliora l’estetica e, soprattutto, spinge a migliorare la purezza dei materiali conferiti a tutto vantaggio del reale avvio al recupero di materiaStandardizzare significa anche omogeneizzare e abituare costruttori e utenti a produrre e usare oggetti che divengono consueti; ne derivano quindi le economie di scala di produzione, i minori stock di magazzino di componenti standard, la velocità di reperimento di ricambi“.

Nel corso dell’anno avevano visto la luce 3 parti della norma UNI 11664 dedicata ai servizi di pulizia delle strade e di gestione dei rifiuti urbani. La Parte 1 definisce – tra l’altro – i requisiti generali idonei a definire i livelli di prestazione e le modalità e condizioni di accettazione dei servizi di pulizia delle strade e di gestione dei rifiuti urbani; definisce inoltre i requisiti da prendere in considerazione per la stesura e la gestione dei contratti per lo svolgimento di tali servizi, al fine di ottenere i migliori risultati in termini di definizione e rilevamento delle prestazioni quantitative e qualitative, di formulazione di accordi di compensazione in caso di non conformità contrattuali, di ottimizzazione economica, di sostenibilità ambientale e di prevenzione dell’inquinamento. La Parte 2 definisce i livelli di prestazione, le modalità e le condizioni di accettazione e le esigenze da prendere in considerazione per definire i contenuti e per assicurare l’adempimento dei contratti di servizio per tutte le raccolte di rifiuti, a bassa o elevata intensità, di qualità adeguata o elevata, comprendenti o meno la misura dei livelli di riempimento dei contenitori; la pulizia e la manutenzione dei contenitori; la rimozione dei rifiuti abbandonati. Infine, la Parte 3 della norma definisce i livelli di prestazione, la modalità e le condizioni di accettazione e le esigenze da prendere in considerazione per definire i contenuti e assicurare l’adempimento dei contratti di servizio per:

– i servizi di spazzamento manuale e meccanico delle strade e dei marciapiedi; – i servizi di lavaggio delle strade e dei marciapiedi, nonché la pulizia delle superfici calpestabili di pregio;

– i servizi collaterali e addizionali allo spazzamento quali la messa in opera e la pulizia dei cestini gettarifiuti; il diserbo dei marciapiedi e dei cigli stradali, la rimozione degli escrementi animali, la pulizia dei mercati, la pulizia ordinaria delle fontane storiche o ornamentali, la raccolta di aghi e siringhe usate, la rimozione delle carcasse animali.

La norma definisce i parametri e gli elementi dei servizi considerati, le metodologie per controllarli e misurarli, il catalogo e la descrizione delle principali attività svolte, i sistemi da mettere in atto per controllare le prestazioni rese e la loro qualità, e le modalità per valutare i livelli di prestazione e di qualità offerti.

Quantunque le Norme tecniche non siano obbligatorie, ma “volontarie“per espressa dichiarazione del legislatore, vi sono altresì casi in cui il legislatore le richiama espressamente nei provvedimenti di legge, facendole acquisire un valore cogente.

In particolare, l’obbligo di applicazione delle specifiche tecniche e i criteri ambientali minimi (CAM) per determinate categorie di servizi e forniture per la Pubblica Amministrazione, in base alla Legge 2 febbraio 2016 “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” (il cosiddetto “Collegato Ambientale” alla Legge di Stabilità) e il D.Lgs. 18 aprile 2016 attuativo delle Direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE (il cosiddetto “Codice degli Appalti“), richiamano espressamente alcune norme tecniche per l’aggiudicazione di appalti e servizi o vengono inserite nei punteggi premianti per l’affidamento dei lavori.

Il ruolo delle Norme tecniche per lo sviluppo e il progresso è stato recentemente ribadito nella Dichiarazione finale del G7 Ministeriale su Innovazione e Industria (Torino, 25-26 settembre 2017), dove c’è anche l’invito alle PMI a partecipare attivamente ai lavori di normazione (punti 40-43).

Fonte: Regioni & Ambiente

Cton Fest: un successo la serata sui rifiuti

Quello della gestione rifiuti è un tema che riscuote sempre maggior interesse, non solo fra amministratori ed operatori del settore. Se ci fosse stata la necessità di ulteriori conferme, è arrivata la serata dedicata all’argomento nell’ambito del Cton Fest – Festival del Paesaggio di Corigliano d’Otranto.

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Nella suggestiva cornice del Castello Volante, di fronte ad una nutrita platea hanno dibattuto del tema Rossano Ercolini, presidente di ZeroWaste Italia e ZeroWaste Europe e Attilio Tornavacca, direttore generale di ESPER, moderati da Raffaele Cesari.

Durante il dibattito si è parlato a lungo di Etica, dei conflitti di interesse che hanno finora penalizzato il settore (ai quali ESPER si è sottratta con l’adozione di uno stringente codice etico), di riduzione dei rifiuti, di tariffazione puntuale e di economia circolare. Best practices, analisi di criticità e propositi per il futuro prossimo sono stati il collante della serata. Scandita da numerosi applausi della platea.
Il CTON Festival è stato organizzato dalla Associazione Prendi Posizione