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Unificati i colori dei cassonetti per rifiuti urbani

L’UNI ha pubblicato la nuova norma 11686 per standardizzare in tutta Italia gli elementi visivi identificativi dei contenitori per la raccolta dei rifiuti urbani su cui finora i Comuni si erano autonomamente sbizzarriti nella scelta. La norma migliorerà i servizi di raccolta e la qualità dei materiali conferiti, contribuendo alla circular economy.

L’Ente Italiano di Normazione (UNI), Associazione privata senza scopo di lucro riconosciuta dalla Stato e dall’Unione europea, i cui oltre 4.000 sono imprese, liberi professionisti, associazioni, istituti scientifici e scolastici e realtà della pubblica amministrazione, ha pubblicato il 28 settembre 2017 la nuova norma UNI 11686 sui Waste Visual Elements, vale a dire sugli elementi visivi identificativi dei contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti urbani, che definisce un modo per identificare le varie frazioni mediante colori, simboli e testo. Essa è destinata a creare un modello unico operativo per identificare facilmente i contenitori per i rifiuti nel quale riporre la specifica tipologia, facilitando così i servizi di raccolta e di riciclaggio/recupero sia per i consumatori che per il gestore del servizio.

L’Italia è il primo Stato a livello europeo a dotarsi di questa norma, si legge nel comunicato dell’UNI, che intende, tra l’altro, favorire l’obiettivo UE di raggiungimento del 65% di raccolta differenziata e del 50% di reale avvio a recupero. La raccolta differenziata, infatti, non riguarda solo i cittadini che vivono in una determinata città, ma anche tutte le persone che viaggiano per motivi diversi e che dovrebbero trovare in ogni luogo gli stessi elementi visivi che caratterizzano i contenitori per la raccolta di rifiuti ai quali sono abituati: uno stesso colore e una stessa icona indicheranno con facilità a un turista dove gettare plastica, vetro, oppure l’umido. Attualmente in Italia i Comuni possono decidere autonomamente come “battezzare” i contenitori per la raccolta differenziata: a Milano, a Napoli e a Roma – per esempio – i colori dei cassonetti per raccogliere lo stesso tipo di rifiuto differiscono tra loro creando un caos multi-cromatico che mette in difficoltà le persone e penalizza – al tempo stesso – l’efficacia della raccolta differenziata. A Roma il cassonetto verde è sinonimo di indifferenziato mentre a Milano e Napoli accoglie solo ed esclusivamente il vetro. I romani gettano vetro plastica e metallo nel cassonetto blu che a Milano non esiste mentre a Napoli accoglie l’indifferenziato.

“La Direttiva europea 2008/98/CE e le leggi vigenti – ha osservato Giovanni Bragadina, esperto del gruppo di lavoro UNI “Attrezzature e macchine per la raccolta dei rifiuti” della Commissione Ambiente – impongono di raggiungere il 65% di raccolta differenziata e il 50% di reale avvio a recupero. Tali obiettivi hanno bisogno anche del sostegno di norme tecniche che aiutino a uniformare le attrezzature a favore del corretto utilizzo da parte del cittadino, del turista e degli operatori del settore della raccolta dei rifiuti urbani. Potranno essere riutilizzati con facilità i bidoni e i cassonetti già in uso“.

La norma – ha proseguito Bragadina – prevede infatti l’utilizzo di adesivi e di pannelli con colori e grafiche che caratterizzano ogni tipologia di rifiuto. Una semplice riqualificazione grafica migliora l’estetica e, soprattutto, spinge a migliorare la purezza dei materiali conferiti a tutto vantaggio del reale avvio al recupero di materiaStandardizzare significa anche omogeneizzare e abituare costruttori e utenti a produrre e usare oggetti che divengono consueti; ne derivano quindi le economie di scala di produzione, i minori stock di magazzino di componenti standard, la velocità di reperimento di ricambi“.

Nel corso dell’anno avevano visto la luce 3 parti della norma UNI 11664 dedicata ai servizi di pulizia delle strade e di gestione dei rifiuti urbani. La Parte 1 definisce – tra l’altro – i requisiti generali idonei a definire i livelli di prestazione e le modalità e condizioni di accettazione dei servizi di pulizia delle strade e di gestione dei rifiuti urbani; definisce inoltre i requisiti da prendere in considerazione per la stesura e la gestione dei contratti per lo svolgimento di tali servizi, al fine di ottenere i migliori risultati in termini di definizione e rilevamento delle prestazioni quantitative e qualitative, di formulazione di accordi di compensazione in caso di non conformità contrattuali, di ottimizzazione economica, di sostenibilità ambientale e di prevenzione dell’inquinamento. La Parte 2 definisce i livelli di prestazione, le modalità e le condizioni di accettazione e le esigenze da prendere in considerazione per definire i contenuti e per assicurare l’adempimento dei contratti di servizio per tutte le raccolte di rifiuti, a bassa o elevata intensità, di qualità adeguata o elevata, comprendenti o meno la misura dei livelli di riempimento dei contenitori; la pulizia e la manutenzione dei contenitori; la rimozione dei rifiuti abbandonati. Infine, la Parte 3 della norma definisce i livelli di prestazione, la modalità e le condizioni di accettazione e le esigenze da prendere in considerazione per definire i contenuti e assicurare l’adempimento dei contratti di servizio per:

– i servizi di spazzamento manuale e meccanico delle strade e dei marciapiedi; – i servizi di lavaggio delle strade e dei marciapiedi, nonché la pulizia delle superfici calpestabili di pregio;

– i servizi collaterali e addizionali allo spazzamento quali la messa in opera e la pulizia dei cestini gettarifiuti; il diserbo dei marciapiedi e dei cigli stradali, la rimozione degli escrementi animali, la pulizia dei mercati, la pulizia ordinaria delle fontane storiche o ornamentali, la raccolta di aghi e siringhe usate, la rimozione delle carcasse animali.

La norma definisce i parametri e gli elementi dei servizi considerati, le metodologie per controllarli e misurarli, il catalogo e la descrizione delle principali attività svolte, i sistemi da mettere in atto per controllare le prestazioni rese e la loro qualità, e le modalità per valutare i livelli di prestazione e di qualità offerti.

Quantunque le Norme tecniche non siano obbligatorie, ma “volontarie“per espressa dichiarazione del legislatore, vi sono altresì casi in cui il legislatore le richiama espressamente nei provvedimenti di legge, facendole acquisire un valore cogente.

In particolare, l’obbligo di applicazione delle specifiche tecniche e i criteri ambientali minimi (CAM) per determinate categorie di servizi e forniture per la Pubblica Amministrazione, in base alla Legge 2 febbraio 2016 “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” (il cosiddetto “Collegato Ambientale” alla Legge di Stabilità) e il D.Lgs. 18 aprile 2016 attuativo delle Direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE (il cosiddetto “Codice degli Appalti“), richiamano espressamente alcune norme tecniche per l’aggiudicazione di appalti e servizi o vengono inserite nei punteggi premianti per l’affidamento dei lavori.

Il ruolo delle Norme tecniche per lo sviluppo e il progresso è stato recentemente ribadito nella Dichiarazione finale del G7 Ministeriale su Innovazione e Industria (Torino, 25-26 settembre 2017), dove c’è anche l’invito alle PMI a partecipare attivamente ai lavori di normazione (punti 40-43).

Fonte: Regioni & Ambiente

Cton Fest: un successo la serata sui rifiuti

Quello della gestione rifiuti è un tema che riscuote sempre maggior interesse, non solo fra amministratori ed operatori del settore. Se ci fosse stata la necessità di ulteriori conferme, è arrivata la serata dedicata all’argomento nell’ambito del Cton Fest – Festival del Paesaggio di Corigliano d’Otranto.

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Nella suggestiva cornice del Castello Volante, di fronte ad una nutrita platea hanno dibattuto del tema Rossano Ercolini, presidente di ZeroWaste Italia e ZeroWaste Europe e Attilio Tornavacca, direttore generale di ESPER, moderati da Raffaele Cesari.

Durante il dibattito si è parlato a lungo di Etica, dei conflitti di interesse che hanno finora penalizzato il settore (ai quali ESPER si è sottratta con l’adozione di uno stringente codice etico), di riduzione dei rifiuti, di tariffazione puntuale e di economia circolare. Best practices, analisi di criticità e propositi per il futuro prossimo sono stati il collante della serata. Scandita da numerosi applausi della platea.
Il CTON Festival è stato organizzato dalla Associazione Prendi Posizione

Economia circolare: Minambiente lancia due bandi per un totale di 2,1 milioni di euro

Novecento mila su tecnologie rifiuti elettrici-elettronici, 1,2 milioni su ecodesign e categorie non servite da consorzi. Il ministro: “Accettata sfida nel contesto europeo, puntare su innovazione”

Due bandi per un totale di 2,1 milioni destinati a finanziare le nuove tecnologie al servizio dell’economia circolare. Con la firma del ministro Gian Luca Galletti e la pubblicazione sul sito del ministero dell’Ambiente partono due iniziative di prevenzione e riduzione degli impatti negativi derivanti dalla gestione di alcuni particolari categorie dei rifiuti: il primo bando, da 900 mila euro, è destinato al cofinanziamento di progetti di ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie di recupero, riciclaggio e trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici (i RAEE), mentre il secondo da 1,2 milioni si rivolge a quelle categorie di rifiuti non rientranti tra quelle già servite dai consorzi di filiera, all’ecodesign dei prodotti e alla corretta gestione dei relativi rifiuti.

“L’Italia – afferma il ministro Gian Luca Galletti – ha già accettato la sfida dell’economia circolare, nel contesto del forte impegno continentale che si sta concretizzando nel Pacchetto europeo sulla ‘Circular Economy’: proprio per questo abbiamo bisogno di lavorare sull’innovazione e soprattutto in quei terreni nei quali c’è più bisogno di elevare le performance ambientali: apriamo dunque questa opportunità al settore pubblico e ai privati, contando di ricevere un grande riscontro e ottime idee per il nostro Paese”.

I bandi puntano all’uso efficiente delle materie prime, allo sviluppo e al potenziamento della circolarità tra la gestione dei rifiuti e il mercato di prodotti e materiali, favorendo il reimpiego in nuovi cicli produttivi. L’obiettivo è l’incentivazione su scala industriale di tecnologie innovative e sostenibili per il trattamento di materiali provenienti da prodotti complessi a fine vita, come anche lo sviluppo dell’ecodesign dei prodotti per facilitare l’industria dello smontaggio, la separazione delle singole componenti e l’avvio al riciclo delle matrici ambientali. I progetti finanziati dovranno essere caratterizzati da elevata replicabilità e dalla possibilità di un rapido trasferimento dei risultati all’industria per l’attuazione degli interventi.

Il contributo assegnato per ciascuna delle iniziative progettuali ammesse a finanziamento non può essere inferiore a centomila euro e superiore trecentomila, comprensivo di ogni onere. Le istanze di ammissione dovranno essere redatte utilizzando il Modulo scaricabile dal sito www.minambiente.it, alla sezione “Bandi e avvisi”.

Economia circolare, il Parlamento europeo chiede target più ambiziosi

Con 59 voti a favore, 7 contrari e 1 astensione oggi la commissione Ambiente del Parlamento europeo ha dato l’ok alla relazione sull’economia circolare portata avanti da Simona Bonafè (S&D), che chiede modifiche al pacchetto legislativo proposto dalla Commissione europea nel dicembre 2015, alzando l’asticella degli obiettivi.

L’europarlamentare italiana in questi mesi ha sottolineato più volte l’esigenza di «un quadro normativo trasparente e stabile» per il reale sviluppo dell’economia circolare, con target di riciclo chiari e modalità di calcolo uniformi sul territorio dell’Ue (quando ad oggi ancora mancano anche entro i confini italiani, nonostante le linee guida sulla raccolta differenziata pubblicate dal ministero dell’Ambiente).

In particolare, nella relazione a firma Bonafè si chiede vengano raggiunti al 2030 un tasso di avvio a riciclo pari al 70% per i rifiuti urbani (80% per gli imballaggi) e contemporaneamente una riduzione dei conferimenti in discarica al 5%, il dimezzamento dello spreco alimentare e una riduzione nella produzione dei rifiuti tutti intervenendo alla fonte: «Costruendo prodotti che siano più riciclabili, più facili da riparare e riusare».

«Non possiamo più costruire il nostro futuro su un modello ‘usa e getta’ – commenta Bonafè – ma prepararci ad una transizione che, considerando l’intero ciclo del prodotto, genera non solo nuove risorse produttive, ma opportunità di lavoro, innovazione e protezione per le persone e per l’ambiente». La commissione Ambiente ha espresso dunque il suo favore, e il voto in plenaria è atteso il 13-16 marzo, in vista del negoziato con Commissione e Consiglio. Quello di oggi è «un primo importante passo verso un’ambiziosa riforma della politica europea dei rifiuti finalmente in grado di trasformare l’emergenza in una grande opportunità economica e occupazionale», commenta la presidente di Legambiente Rossella Muroni, sottolineando che «nel frattempo anche il nostro governo deve fare la sua parte. L’Italia, in sede di Consiglio, deve sostenere con forza una riforma ambiziosa della politica comune dei rifiuti che faccia da volano per l’economia circolare europea, senza nascondersi dietro le posizioni di retroguardia di alcuni governi che si oppongono a un accordo ambizioso con il Parlamento. Nel nostro Paese sono in gioco almeno 190 mila nuovi posti di lavoro, che possono essere creati grazie allo sviluppo dell’economia circolare, al netto dei posti persi a causa del superamento dell’attuale sistema produttivo».

Al momento l’Italia è ancora molto lontana dal raggiungere i target richiesti dalla relatrice Bonafé, come mostra l’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani – e tacendo sulla gestione dei rifiuti speciali, che nel nostro Paese sono il quadruplo degli urbani ma non vengono neanche toccati dal pacchetto legislativo sull’economia circolare avanzato dalla Commissione europea (qui le quattro direttive in ballo).

A livello europeo, secondo le stime della Commissione Ue il raggiungimento degli obiettivi approvati dalla commissione dell’Europarlamento potrebbe significare la creazione di 580mila posti di lavoro entro il 2030, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese Ue grazie a un uso più efficiente delle risorse e quindi ad una riduzione delle importazioni di materie prime. Anche autorevoli analisi indipendenti – come quella della Ellen MacArthur Foundation contenuta nel rapporto Growth within: a circular economy vision for a competitive Europe – confermano l’impatto straordinariamente positivo che un’economia più circolare potrebbe avere sul Vecchio continente, non da ultimo tagliando in modo significativo l’emissione di gas serra.

Eppure l’attuale Commissione Ue guidata da Jean-Claude Juncker ha proposto obiettivi meno ambiziosi rispetto a quella precedente, sotto l’egida Barroso: proprio gli obiettivi rilanciati oggi da Simona Bonafè non fanno che riprendere in gran parte i vecchi target europei, mostrando in modo plastico i passi indietro compiuti dall’Ue negli ultimi anni in fatto di leadership ambientale.

 

Fonte: Luca Aterini per Green Report

Lavori verdi contro la disoccupazione giovanile, si può fare

Con 13 milioni di Neet (giovani che non studiano, non lavorano, non sono inseriti in un percorso di formazione) in Europa, l’Italia vanta il primato di capitale umano sprecato: i Neet ammontano a oltre 2 milioni, la popolazione più vasta in tutta l’Unione europea. Ragazze e ragazzi formati, in grande maggioranza all’interno della scuola pubblica, per poi essere lasciati a casa. Quanti di loro potrebbero essere valorizzati all’interno di percorsi professionali qualificati, che possano al contempo sostenere e indirizzare la crescita del Paese non solo a livello economico, ma anche sociale e ambientale?

Una piccola ma significativa risposta arriva da Green Jobs, il progetto di Fondazione Cariplo e gestito da Actl – Associazione per la cultura e il tempo –, i cui risultati sono stati presentati ieri a Milano. Da giugno 205 a giugno 2016 e attraverso il servizio “Sportello Stage”, Green Jobs ha coinvolto 85 aziende e 1.300 giovani, permettendo a 150 di loro di attivarsi all’interno di uno stage inserendosi così nel mondo del lavoro, e al contempo in quello della tutela dell’ambiente.

I giovani coinvolti svolgono infatti mansioni direttamente connesse all’ambito della tutela ambientale e della promozione del territorio, ma anche legate all’informatica, alla comunicazione e al marketing: 150 laureati svolgono così il loro stage di 6 mesi in funzioni o attività green all’interno di imprese industriali, commerciali, di consulenza e organizzazioni del terzo settore.

«Grazie a questo progetto promosso da Fondazione Cariplo – sostiene Marina Verderajme, presidente di Actl – la nostra Associazione con Sportellostage.it, ha dato la possibilità concreta a tanti giovani di fare uno stage nei settori e professioni della Green Economy che rappresentano un’importante porta di accesso al mondo del lavoro».

Obiettivi principali dell’iniziativa sono stati quelli di aumentare la consapevolezza dei giovani sulle opportunità, le competenze e i profili richiesti dalle professioni verdi; migliorare l’offerta formativa dell’istruzione secondaria e terziaria in linea con le competenze richieste dalla green economy; favorire l’incontro tra domanda e offerta di Green Jobs e lo sviluppo dell’imprenditorialità in campo ambientale. Vari i settori delle aziende aderenti, da quello manifatturiero, a quello di distribuzione di energia fino al settore informatico, dimostrando che l’interesse nei confronti dell’ambiente è trasversale a tutti i settori economici. I green jobs rappresentano la più concreta possibilità di futuro per i nostri giovani: chissà perché a non averci ancora pensato, dopo iniziative di successo come quella presentata ieri a Milano, rimane proprio la mano pubblica.

Fonte: Green Report

Lampedusa verso una economia circolare

Il Sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini ha reso noto che un altro importante obbiettivo è stato raggiunto sulla strada verso un’economia circolare: il trattamento in loco degli sfalci e potature ed il riutilizzo per il nutrimento del terreno.
Come ben sappiamo dopo l’avvenuta colonizzazione della nostra isola, si è innescato un processo che ha portato alla desertificazione di gran parte del territorio ed il ripristino del terreno può passare solo attraverso azioni di riforestazione e fertilizzazione del suolo.
L’Amministrazione Comunale, grazie al supporto tecnico della ESPER nella persona dell’Ing. Salvatore Genova, tra le diverse azioni intraprese per migliorare il servizio relativo alla gestione dei rifiuti nelle isole, ha raggiunto un importante accordo con la Forestale che permetterà di riutilizzare i resti degli sfalci e delle potature dei giardini pubblici e privati, come nutrimento per il suolo, nel programma di rimboschimento portato avanti dall’azienda Forestale.
I residui degli sfalci erbosi e potature che giornalmente vengono prodotti nel territorio comunale, saranno trattati, trasformati e riutilizzati nella stessa isola, creando così un processo circolare con importanti ritorni dal punto di vista ambientale, ma soprattutto economico. Infatti, gli scarti erbosi venivano trasferiti in Sicilia con importanti costi per il Comune in termini di trasferimento e trattamento.
Oggi l’Assessore all’Ambiente Stefano Greco e l’Ing. Salvatore Genova hanno presenziato durante le operazioni di scarico coordinate dal Signor Andrea Almanzo, del prodotto triturato presso il Sito di Cala Francese gestito dalla Forestale.

Si ricorda che il Centro di Raccolta Comunale resta a disposizione della cittadinanza tutti i giorni feriali, dal Lunedì al Sabato (dalle 8.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00), l’Amministrazione invita i cittadini a collaborare per rendere l’isola più pulita ed accogliente.

Basta rifiuti: in Svezia sgravi fiscali a chi ripara anziché buttare

Hai una bicicletta rotta? Una lavatrice da cambiare? Uno smarthpone da rottamare? Se abiti in Svezia pensaci due volte prima di correre a comprare un prodotto nuovo, relegando il vecchio al cassonetto. Il governo svedese è intenzionato ad incentivare l’economia circolare, mostrando come dalle buone pratiche tutti possano ottenere un guadagno tangibile. Come? Predisponendo delle agevolazioni fiscali per quanti decideranno di riparare gli oggetti rotti anziché trasformarli in rifiuti.

La proposta di legge, presentata ieri in parlamento, se approvata introdurrebbe nuove misure fiscali a favore del recupero di abiti, calzature, bici ed elettrodomestici. “In questo modo siamo convinti di poter abbassare notevolmente i costi e quindi rendere economicamente più razionale la scelta di riparare la merce”, ha spiegato Per Bolund, ministro svedese delle Finanze.

L’idea contenuta nella proposta normativa è quella di tagliare l’aliquota IVA sulle riparazioni di biciclette, vestiti e scarpe dal 25% al 12%; si introdurrebbe la possibilità di chiedere un rimborso del costo delle riparazioni di elettrodomestici quali frigoriferi, forni, lavastoviglie e lavatrici, da scaricare sull’imposta sul reddito. Per Bolund la misura ridurrebbe di oltre il 10% le spese sostenute, stimolando il mercato nazionale del recupero.

Gli incentivi sono parte degli sforzi del governo per ridurre la propria impronta di carbonio. Nonostante, complessivamente, la nazione abbia ridotto del 23% le proprie emissioni di CO2 (rispetto a valori del 1990), quelle legate al consumo hanno continuato a crescere.
“Le emissioni dei gas serra che influenzano il clima sono in diminuzione, ma quelle da consumo sono in aumento”, afferma Bolund. “Ma assistiamo ad un crescente interesse verso un consumo più sostenibile da parte del consumatore svedese e questo è un modo con cui il governo può renderlo più accessibile.”
La proposta sarà presentata in parlamento come parte del disegno di legge sul bilancio di governo e, se approvato a dicembre di quest’anno, diventerà legge dal 10 gennaio 2017.

Fonte: Rinnovabili.it

Economia circolare, “recuperare i rifiuti può valere fino a 4.500 miliardi di dollari. L’alternativa? Un ambiente devastato”

Il saggio Circular economy – Dallo spreco al valore, di Peter Lacy, Jakob Rutqvist e Beatrice Lamonica, delinea un modello economico basato sull’uso efficiente delle risorse e l’eliminazione degli sprechi. La Commissione Ue ha calcolato che così facendo il pil del continente potrebbe aumentare “fino al 3,9%”. Ci sono già casi virtuosi, sia tra le onlus sia nel profit
Non solo buone notizie per l’ambiente, ma anche un impatto positivo per l’economia stessa. Con una crescita potenziale, da qui al 2030, che può valere 4.500 miliardi di dollari a livello globale. Sono le opportunità aperte dall’economia circolare, secondo il libro Circular economy – Dallo spreco al valore (edizioni Egea) scritto da Peter Lacy, Jakob Rutqvist e Beatrice Lamonica, dirigenti della divisione Sustainability services della società di consulenza Accenture. D’altra parte, sostengono gli autori, non è più sostenibile continuare con l’attuale modello economico del “prendere, produrre e buttare“: se non cambieremo registro, ci troveremo con un ambiente devastato, un’impennata dei prezzi e sommersi dai rifiuti. In Italia, la strada indicata nel saggio è già stata imboccata con successo da diverse onlus e anche da qualche azienda profit.
Ma nel concreto cosa si intende per economia circolare? Si tratta un sistema ideato per rigenerarsi in autonomia, dove i rifiuti diventano risorsa. “Nella circular economy, – si legge nel volume – le imprese puntano a crescere senza fare affidamento sull’estrazione e sul consumo di risorse della Terra, senza sprecare energia, senza generare un flusso costante di prodotti che finiscono in discarica o danneggiano l’ambiente in altro modo”.
Insomma, una strada maestra per preservare il pianeta. Ma anche, sottolineano gli autori, per dare una spinta all’economia, con una crescita potenziale stimata appunto in 4.500 miliardi di dollari nei prossimi 15 anni. Nel dettaglio, gli esperti prevedono che 1.700 miliardi possano derivare dall’eliminazione di risorse sprecate, introducendo energia rinnovabile e combustibili, agenti chimici e materiali di natura biologica. A questi si aggiungono 1.300 miliardi risultato dell’incremento del riciclo e del recupero di componenti ed energia, 900 miliardi ricavati cancellando gli sprechi nei cicli di vita dei prodotti, rimettendo sul mercato, rigenerando, riparando. Infine, si potranno ottenere 600 miliardi di dollari grazie allo sviluppo di pratiche di condivisione, comproprietà, coutilizzo.
Anche la Commissione europea, in un rapporto del 2014, ha stimato che grazie all’economia circolare “un uso più efficiente delle risorse lungo l’intera catena di valore potrebbe ridurre il fabbisogno di fattori produttivi materiali del 17-24% entro il 2030, con risparmi per l’industria europea dell’ordine di 630 miliardi di euro l’anno”. E ancora, il settore “potrebbe realizzare notevoli risparmi sul costo delle materie e innalzare potenzialmente il Pil dell’Ue fino al 3,9%”.
Quella dell’economia circolare, fanno capire gli autori del volume, sarà presto una scelta obbligata. “L’attuale sistema economico è insostenibile – scrivono Lacy, Rutqvist e Lamonica – La crescita economica, considerata a suo tempo una panacea contro una gamma di mali, è oggi la fonte dei problemi più spinosi del pianeta”. Gli autori ricordano che  “molti esperti pensano che le commodity fondamentali (petrolio, rame, cobalto, litio, argento, piombo e stagno) rischino di esaurirsi tra 50-100 anni”. Ma tra le risorse sempre più carenti c’è anche l’acqua: nel 2050, oltre il 40 per cento della popolazione mondiale (quasi 4 miliardi di persone) vivrà in zone afflitte da una grave carenza d’acqua”. Interventi umani, quali l’incremento dei gas serra e l’utilizzo dei fertilizzanti nelle coltivazioni, “stanno minacciando i serbatoi di assorbimento planetari”, cioè foreste, atmosfera, oceani.
Al quadro si aggiunge la questione rifiuti, che gli studiosi trattano in un capitolo intitolato “Sommersi dalla spazzatura”. Se continueremo con l’attuale modello di crescita, sostengono gli autori, entro il 2025 i rifiuti urbani aumenteranno di oltre il 75% e quelli industriali del 35%. E finora siamo arrivati a quota 11 miliardi di tonnellate di scarti generati in un anno. Gli esperti prevedono “tensioni sui mercati delle commodity e una volatilità degli stessi, oltre a situazioni di stress in relazione all’acqua e alla sicurezza dei generi alimentari, il che creerebbe tensioni geopolitiche e instabilità”.
Così il libro indica l’economia circolare come la via per evitare uno scenario tutt’altro che rassicurante. E alcune realtà hanno già intrapreso questa strada. Come nel caso della cooperativa sociale Alpi di Trento, che porta avanti il progetto Ausili Off. In precedenza, la Provincia di Trento cedeva ausili sanitari (stampelle, deambulatori, sostegni per il bagno) alla società perché li smaltisse. Poi la cooperativa ha deciso di recuperare i materiali sia mettendoli a disposizione attraverso un’attività filantropica in Paesi del Sud del mondo sia rimettendoli in vendita sul mercato locale.
A Matera, invece, il consorzio La città essenziale ha realizzato il progetto “Energia solidale“. Si tratta di installare impianti fotovoltaici o realizzare interventi di efficientamento energetico che permettono alle amministrazioni pubbliche di risparmiare energia e ridurre l’impatto ambientale: le risorse economiche risparmiate sono interamente reinvestite in servizi di welfare per la comunità.
Infine, esempi virtuosi di economia circolare si trovano anche presso le aziende profit. E’ il caso di CartaCrusca, il progetto realizzato da Barilla e dalla cartiera Favini. La frazione di crusca derivante dalla macinazione del grano Barilla è consegnata alla cartiera, che trasforma il materiale di scarto in carta di alta qualità, usata dal marchio della pasta per realizzare packaging ma anche documenti istituzionali

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Stop allo spreco di materie prime: il piano di Amsterdam è circolare

Riportiamo l’articolo scritto da Silvia Ricci per Comunivirtuosi.org

Come una regione metropolitana può prendere in mano il suo destino riprogettando e riconvertendo, settore per settore, l’attuale gestione lineare dei materiali che crea diseconomia e problemi ambientali.
Come abbiamo raccontato in precedenti occasioni, l’Olanda è uno dei paesi dove negli ultimi anni sta avvenendo un vivace dibattito nel campo dell’economia circolare e diversi progetti pilota si stanno sviluppando. Lo scopo di questo e precedenti approfondimenti pubblicati è quello di offrire spunti progettuali operativi che possano ispirare gli amministratori delle nostre città ma soprattutto spingere il nostro governo e i ministeri competenti ad elaborare un piano di sviluppo sostenibile per il nostro paese.
Questo approfondimento è dedicato all’area metropolitana di Amsterdam AMA che sotto la guida dell’Amsterdam Economic Board ambisce a diventare entro il 2025 una delle 3 regioni più innovative d’Europa. Il Board è composto da rappresentanti del mondo aziendale, istituti di ricerca e dei Comuni dell’area metropolitana. Una delle cinque “sfide urbane” alle quali è dedicato il programma del Board al 2025 è l’Economia circolare.

Ecco a seguire la traduzione di un recente documento scritto da Jacqueline Cramer *.

La transizione verso un uso circolare delle risorse nella regione metropolitana di Amsterdam : più valore per economia, salute e ambiente

La regione metropolitana di Amsterdam possiede delle caratteristiche uniche per diventare un hub di sperimentazione circolare per prodotti e materie prime. Tra i vantaggi il miglioramento della qualità ambientale, uno stimolo importante verso l’innovazione e un rafforzamento dell’economia della regione con 4000 nuovi posti di lavoro stimabili che potrebbero diventare 8-10.000 nel 2030 .
Per rispondere a queste aspettative aziende, istituzioni governative e cittadini lavorano insieme in una modalità innovativa per applicare nuovi modelli di business adeguati alle nuove necessità del contesto.
Per l’Europa che importa da paesi extra europei il 90% del suo fabbisogno di materie prime e risorse in genere, la transizione verso un uso efficiente e circolare delle risorse è una strada obbligata e non più procrastinabile. L’economia circolare rappresenta la migliore risposta in quanto il sistema economico circolare è basato sulla riusabilità di prodotti e materie e sulla rigenerazione ( e resilienza) delle risorse naturali. Questo approccio permette di creare e mantenere il valore in ogni anello/passaggio del sistema economico eliminando gli effetti indesiderati dell’attuale sistema lineare. Se si interviene nella fase di progettazione dei beni e dei processi produttivi è possibile contrastare l’esaurimento delle risorse naturali, prevenire la produzione di rifiuti, le emissioni di gas serra e l’utilizzo di sostanze nocive. Allo stesso tempo l’economia circolare prevede una completa riconversione energetica dalle fonti fossili responsabili del cambiamento climatico verso fonti rinnovabili che siano sostenibili (1).
L’Amsterdam Economic Board ha pertanto sviluppato per la regione, all’interno del progetto “Economia Circolare” due programmi per promuovere una transizione sul piano energetico verso le rinnovabili (energietransitie) e un uso sostenibile delle materie prime (grondstoffentransitie).

Materie prime: a che punto siamo del processo di transizione?
Non si tratta di partire da zero in quanto il riutilizzo di prodotti e materiali è qualcosa che già conosciamo e pratichiamo da tempo. Il problema è che attualmente la maggior parte delle applicazioni perde in qualità dando origine a prodotti di qualità inferiore. Si potrebbe fare di meglio e di più. Impegnandoci maggiormente sul riuso dei prodotti e su un riciclo di qualità (upcycle) dei flussi di materiale, otterremo più business, occupazione, innovazione e vantaggi ambientali. Le perdite di valore dei flussi economici possono essere prevenute perseguendo sistematicamente le opzioni che si trovano ai primi posti della scaletta della circolarità.
Uno studio di TNO ha quantificato che l’applicazione di modelli circolari ad una parte del comparto industriale potrebbe generare ogni anno ulteriori benefici economici nell’ordine di grandezza di 7 miliardi di dollari all’anno nei Paesi Bassi (2) e di 380-630 miliardi di dollari nell’UE solamente per una parte dei comparti industriali (3).

Microsoft Word – KansenCEMetropoolregioAmsterdam.docx* Jaqueline Cramer ex ministro del governo, professore in Innovazione Sostenibile presso l’Università di Utrecht, è anche un membro di Het Groene Brein “Cervello verde”, un panel che conta oltre cento scienziati e studiosi nel campo dello sviluppo sostenibile.

Pensare globalmente, agire localmente
Città e aree metropolitane giocano un ruolo cruciale per una transizione verso un uso circolare delle materie prime. A livello locale trovano infatti esecuzione le politiche formulate a livello nazionale, europeo e internazionale. Che cosa accade sul territorio in materia di riutilizzo e riprogettazione dei prodotti e di gestione dei flussi di materiali da riciclare? E dove è necessario compiere sforzi supplementari per accelerare questa transizione ?

Riuso e riprogettazione dei prodotti
Le iniziative in materia di riuso e riprogettazione dei prodotti avvengono principalmente a livello di quartiere o di comune. Il numero è ancora limitato ma in crescita nell’ultimo periodo. Lo dimostrano iniziative condotte da start up come il progetto Peerby dove gli utenti privati possono noleggiare utensili e oggetti vari da altri iscritti al sito, la nascita del ristorante antispreco InStock, ecc .
Le possibilità di riutilizzo, riparazione e rigenerazione dei prodotti sono lungi dall’essere esaurite e possono creare nuove imprese a livello locale. Le stime sulla quantità di posti di lavoro che il settore può creare nella regione metropolitana variano, ma possono facilmente arrivare a 2000 nuovi posti di lavoro nel 2025. Se poi si prende in considerazione il segmento che può essere generato dal noleggio e dal leasing di prodotti (che non è più necessario comprare) i numeri dell’occupazione possono ancora salire. Ad esempio un’azienda potrebbe affidare ad un fornitore il compito di fornirgli il sistema di illuminazione completo e pagare per il servizio di manutenzione senza entrare in possesso delle lampade. Il fornitore rimane il soggetto responsabile per l’avviamento al riciclo delle proprie apparecchiature a fine vita. Alla fine una riprogettazione in chiave circolare dei prodotti genera business e innovazione e quindi occupazione. Un esempio è lo sviluppo di nuovi materiali a base biologica rinnovabile. A partire da risorse vegetali come canapa, erba elefantina, bambù, lino, sfalci erbosi, piante acquatiche si possono realizzare ingredienti per realizzare carta, tessuti, vernici, ecc. Tutte le forme citate di reimpiego e di riprogettazione sono potenzialmente un enorme motore economico in un’economia circolare. Le aziende che operano nel campo della riparazione e manutenzione possono acquisire un ruolo sempre più importante, così come i tradizionali centri di riciclaggio per il rifiuto urbano ingombranti che possono essere trasformati in stazioni circolari intorno alle quali lanciare tutta una serie di attività.
Pensiamo solamente alle possibilità di recupero offerte dall’arredamento dismesso. I Comuni possono dare un notevole impulso al settore del riutilizzo e riprogettazione dei prodotti: mettendo a disposizione degli spazi per tali iniziative; costituendo fondi destinati all’innovazione e promuovere/ prevedere l’acquisto di prodotti circolari all’interno delle politiche di approvvigionamento pubblico, appalti inclusi.
Per evitare che le autorità locali e ciascun soggetto potenzialmente coinvolto all’interno dell’area metropolitana parta da zero sui potenziali settori già individuati è necessario lavorare insieme, scambiandosi conoscenze, esperienze e buone pratiche. Per sostenere questo approccio l’Economic Board ha costituito una learning community con focus sulle potenzialità derivanti dalle colture vegetali prima citate e sugli acquisti/appalti pubblici circolari. La struttura fornirà allo stesso tempo su richiesta assistenza sul tema del riuso e riprogettazione e offrirà visibilità alle start up che forniscono prodotti e servizi circolari.

Riciclaggio dei flussi di materiali
I Comuni svolgono un ruolo importante ai fini del riciclo dei flussi di materiali. Essi provvedono alla raccolta dei rifiuti domestici e attraverso le indicazioni presenti negli affidamenti dei servizi di raccolta o nei capitolati di appalto determinano le modalità di gestione e trattamento dei rifiuti. Compito dei Comuni é anche la verifica sul territorio del rispetto delle norme in materia di raccolta e gestione dei rifiuti industriali. Attualmente gran parte dei rifiuti domestici e industriali viene incenerita ma questa situazione, in linea con le rigorose linee politiche nazionali e dell’UE, dovrà essere ribaltata a favore del riciclaggio.
Anche se l’innovazione tecnologica applicata al riciclo ha aumentato le possibilità di riciclo dei materiali soprattutto ai fini della qualità, le maggiori opportunità esistenti non sono automaticamente attuabili o adottate. Questo perché molte delle iniziative di riciclo di qualità dei flussi di materiale possono avere successo solo se le comunità collaborano. Ogni flusso di materiale richiede di fatto investimenti spesso ingenti in impianti avanzati di riciclaggio. Le aziende del settore sono sicuramente interessate ad investire a condizione che ci sia sufficiente certezza sui volumi dei materiali raccolti in entrata e un mercato per il materiale riciclato.
Quando non esistono queste condizioni i flussi di materiali raccolti vengono convertiti in applicazioni di basso grado. Un chiaro esempio è rappresentato dalla frazione organica composta da da frutta, verdura e sfalci da giardini (GFT) che viene termovalorizzata (al 97% ad Amsterdam) o nel migliore dei casi trasformata in compost . In realtà questa frazione potrebbe fornire prodotti di qualità per l’industria chimica e farmaceutica proteine vegetali e composti bio-aromatici. Le opzioni sono già note e testate a livello di laboratorio, ora è il momento di passare ad un impiego su grande scala.

La regione metropolitana produce enormi flussi di rifiuti che non vengono valorizzati al meglio, soprattutto quando si considerano quelli industriali.
Dovendo stabilire delle priorità nell’approccio di tali flussi è naturale iniziare con i rifiuti urbani che presentano grandi volumi e potenziale per un riciclo di qualità superiore riducendo così il loro impatto negativo sull’ambiente. In quest’ottica l’Economic Board insieme ai comuni della regione metropolitana ha scelto i seguenti nove flussi di materiali che saranno oggetto di intervento per permettere una loro fruizione circolare:
1. Materiali C&D : rendere circolari i processi di costruzione e demolizione
2. Tessile non più indossabile: selezione e smistamento per tipologia, sfilacciatura e tessitura
3. Plastiche: selezione per tipologia ai fini di un riciclo/smaltimento per qualsiasi tipo di plastica
4. Biomasse: riciclaggio di alta qualità per alcuni specifici flussi di biomassa come i rifiuti organici, fanghi da depurazione, rifiuti prodotti dal settore agro-alimentare e gli sfalci da aree verdi pubbliche (ivi comprese le piante acquatiche).
5. Rifiuti elettrici ed elettronici: disassemblaggio degli apparecchi e riciclo / smaltimento dei flussi di materiale ottenuti
6. Pannolini e pannoloni per l’incontinenza: per un riciclo di qualità
7. Materassi: per un riciclo di qualità
8. Server del settore ICT: per un riutilizzo o un riciclo di qualità
9. Metalli: a partire dallo sviluppo di nicchie di mercato per il riciclaggio di alta qualità di specifici flussi/tipologie di metalli.

Per ciascuno di questi flussi di materiale sono state sviluppate specifiche strategie insieme all’industria, esperti del settore e rappresentanti del governo locale che hanno indicato quali condizioni siano necessarie per una transizione verso un riciclo/riutilizzo di qualità che sia economicamente sostenibile.
Si tratta di condizioni che vertono su aspetti come: la certezza/sicurezza sulle quantità dei volumi di materiali in entrata, gli sbocchi di mercato per le materie riciclate/riprocessate, lo sviluppo delle conoscenze, la cooperazione tra le imprese con lo stesso tipo di flusso di rifiuti, e/o la necessità di introdurre un diverso modello finanziario, ecc. Nei prossimi mesi l’Amsterdam Economic Board insieme ai comuni della regione metropolitana sigleranno degli accordi commerciali circolari “circular deals” con imprese che si occuperanno di gestire specifici flussi di materiale. In linea di massima l’intervento del Board si conclude una volta che le parti interessate nella gestione di un particolare flusso di materiale raggiungono un accordo, senza entrare nella fase attuativa. In questo modo il Board può dedicarsi ad affrontare la gestione di nuovi flussi.

Approccio per flussi di materiale
Per gestire i diversi flussi di materiale è necessario definire a priori un approccio per ciascun flusso. Questo perché il ruolo che i governi locali e l’industria devono giocare nella sottoscrizione e poi gestione di uno specifico deal varia a seconda del materiale. Sulla base dell’approccio gestionale richiesto abbiamo definito a grandi linee tre categorie di appartenenza per i flussi di materiale:

1. Flussi di materiali che permettono “una chiusura del cerchio” a livello di Comune. Un buon esempio sono i rifiuti da costruzione e demolizione (C&D). Nel comune di Amsterdam questo flusso di materiale rappresenta il 40% dei rifiuti complessivi. I materiali frutto di demolizioni vengono riutilizzati in Olanda al 90% in applicazioni di basso livello come sottofondazione stradale. Eppure ripensando in chiave circolare il settore C&D si possono ottenere benefici economici complessivi pari ad 85 milioni di euro all’anno e 700 nuovi posti di lavoro nella sola Amsterdam per soggetti con un basso livello di scolarizzazione (4).

Rispetto alla divisione dei ruoli tra governo e industria per approcciare questo flusso è evidente che è in primis il committente (pubblico e privato) a giocare un ruolo cruciale inserendo il parametro della circolarità nelle politiche di acquisto. Inoltre se è l’impresa edile che deve demolire con modalità circolari (per un recupero selettivo e di valore dei materiali) è necessaria la collaborazione delle autorità locali per lo stoccaggio provvisorio dei materiali o la costruzione di un database digitale.
Un altro esempio per questa categoria sono i flussi provenienti dai rifiuti elettrici ed elettronici. Il disassemblaggio dei Raee può avvenire a livello comunale mentre il riciclaggio dei materiali ottenuti deve avvenire a livello di regione metropolitana o addirittura sovra-regionale.
La creazione di centri locali dedicati al disassemblaggio possono favorire in particolare l’occupazione dei lavoratori che hanno difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro.

2. Flussi di materiali da raccogliere a livello di regione metropolitana per raggiungere i volumi necessari alla creazione di un mercato redditizio per il materiale riciclato. In questa categoria rientrano i rifiuti organici, il tessile non più utilizzabile/indossabile, i rifiuti di plastica non selezionati per tipologia polimerica e i prodotti assorbenti per l’incontinenza. Il compito delle autorità pubbliche è quello di mettere in comune i flussi di materie prime attraverso le politiche degli acquisti pubblici mentre spetta al mercato investire in un riciclaggio di alta qualità.
Anche in questo caso, la divisione dei ruoli tra aziende e autorità locali deve essere rimodulata ai fini di un riciclo/riutilizzo di qualità. Prendiamo come esempio, il flusso dei rifiuti organici che include oltre all’organico prodotto nelle case gli scarti della filiera agro-alimentare, i fanghi di depurazione e gli sfalci erbosi provenienti da spazi verdi pubblici (comprese le piante acquatiche) che richiede un approccio diversificato per tipologia. Una collaborazione tra governo e industria nella gestione di questi flussi può apportare ogni anno sino a 150 milioni di euro di ulteriore valore e almeno 1.200 nuovi posti di lavoro (5).

3. Flussi di materiali prodotti in piccole quantità da singole aziende. Per questa tipologia di scarti è necessario raccolti e sommati a flussi simili provenienti da altre aziende per arrivare alle quantità necessarie per un riciclo di alta qualità che offra un utile alle aziende partecipanti. Per arrivare a questo obiettivo serve sviluppare uno schema di organizzazione e un modello finanziario che renda l’operazione economicamente sostenibile e redditizia. Un esempio per questo flusso è quello dell’argilla sbiancante utilizzata nella produzione alimentari che viene smaltita dalle aziende come scarto. All’interno della catena agroalimentare ci sono diversi altri flussi che attuamente vengono bruciati e che le aziende potrebbero invece sfruttare come valore aggiunto, stimolando crescita sostenibile ed occupazione.

La crescita di molteplici nuove attività volte al riciclaggio di alta qualità comporta una progressiva riduzione del rifiuto residuo e quindi un ridimensionamento della capacità degli impianti che trattano i rifiuti.
Attraverso questo processo di costruzione di un’economia circolare e una riduzione delle attuali capacità di incenerimento che vengono modulate a livello di area metropolitana, si potrà prevenire la distruzione di capitale naturale ed economico. Lo squilibrio può essere colmato in via provvisoria importando rifiuti provenienti da altri paesi europei, tra cui l’Inghilterra.
Complessivamente questo passaggio ad un riciclo di qualità dei flussi di materiale porterà un aumento delle attività commerciali e dei posti di lavoro, più innovazione e sviluppo della conoscenza e maggiori benefici ambientali. Le stime sugli impatti economici previsti per la regione metropolitana variano, ma 2.000 posti di lavoro entro il 2025 pare un traguardo raggiungibile. La maggior parte delle iniziative in materia di riciclaggio di alta qualità dei flussi di materiali comporta notevoli investimenti in nuovi impianti. Questo requisito attrarrà pertanto investitori con grandi capitali. Ma ci sarà ampio spazio anche per le start-up che troveranno terreno fertile per il loro potenziale di idee innovative nello scenario che verrà a crearsi.

La cooperazione nella regione metropolitana: una condizione per il successo
L’impegno e le energie che i Comuni, il mondo imprenditoriale e i cittadini mettono in campo per arrivare ad un uso efficiente delle risorse nella regione metropolitana acquisiscono maggiore forza dalla collaborazione. Ogni Comune/territorio all’interno della regione metropolitana ha una sua potenzialità economica che soddisfa specifiche parti dell’intero programma “grondstoffentransitie”.
Ogni territorio potrà scegliere il proprio posizionamento sulla base delle sue potenzialità economiche, e specifiche priorità educative, culturali e sociali. In una fase di coordinamento tra i Comuni si arriverà a stabilire uno o più cluster di attività circolari sui quali ogni territorio concentrerà i propri sforzi. Ad esempio, il Western Harbour (Westelijk Havengebied) è estremamente adatto attività industriali di grandi dimensioni, Zaandam per un riciclaggio di alta qualità di flussi agroalimentari, Haarlemmermeer per le colture vegetali prima citate e per applicazioni circolari nel settore edile (costruzioni e demolizioni) e Almere / Lelystad per il riciclo del tessile. Un progetto di cluster circolare complessivo e dettagliato per la regione metropolitana è in fase di preparazione in concerto con le amministrazioni locali.
L’unione delle forze tra autorità locali, cittadini, imprese, mondo accademico e della ricerca può fare decollare nella regione metropolitana un hub circolare per beni e materiali di rilevanza europea. Lo spin – off di questa iniziativa è enorme: 4000 nuovi posti di lavoro al 2025 ( con l’impiego di persone con difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro) ; (extra) crescita economica capace di generare almeno 1 miliardo di euro in più ogni anno; sviluppo di innovazione e conoscenza; e una significativa riduzione nel consumo di risorse e
emissioni di gas climalteranti. Per dirla in breve questo progetto di transizione ha l’effetto di creare uno scenario culturale ed economico che fa appello alla creatività e alla volontà di innovare. Creando allo stesso tempo valore aggiunto per cittadini e imprese a livello di economia, salute e ambiente .

(1) Bastein-Roelofs-Rietveld-Hoogendoorn: Kansen voor de Circulaire Economie in Nederland, TNO rapport R10864 2013.
(2) Idem come sopra
(3) Ellen MacArthur Foundation, Towards the Circular Economy; Economic and Business Rationale for an Accelerated Transition, UK 2013
(4) Circle Economy, TNO, Fabric, Amsterdam Circulair; Een visie en routekaart voor de Stad en Regio- Oktober 2015
(5) Idem come sopra

ACR+ propone le linee guida per l’economia circolare

“General Guidelines for Integrated Circular Economy Strategies at Local and Regional Level” è il manuale edito da ACR+ (Association of Cities and Regions for Recycling and sustainable Resource management) nel quale vengono proposte delle linee guida per strategie di economia circolare focalizzate in particolar modo sul livello di azione locale e regionale. Nella prima sezione di questo manuale, uscito a maggio 2015, viene spiegato ed approfondito il concetto di economia circolare, mentre nella seconda sezione vengono delineati gli aspetti salienti e gli strumenti concreti per pianificare strategie di economia circolare nella pratica. La versione italiana di questo manuale, curata da AICA (Associazione Internazionale Comunicazione Ambientale), è stata arricchita da 8 casi esemplari italiani di applicazione reale del concetto di economia circolare, permettendo così una contestualizzazione nello scenario italiano dei macro concetti discussi nel manuale. Queste buone pratiche presentano realtà molto diverse tra loro, dall’esperienza di aziende come Mercatino, Novamont e Relight, a progetti promossi da istituzioni pubbliche come “Comieco e vino sostenibile”, “European Week for Waste Reduction”, “compostiAMO” e “100% Campania”, a piattaforme come il forum permanente Liguria Circular.

Da quando la Commissione europea ha adottato il pacchetto sull’economia circolare nel dicembre 2015 si è spesso parlato di questo concetto. È difficile stabilire un’origine precisa per la nozione di economia circolare, che può essere ricondotta a diverse correnti di pensiero. Tuttavia, le applicazioni pratiche di questa idea ai sistemi economici moderni e ai processi industriali risalgono agli anni ’70. L’economia circolare propone in generale un paradigma nel quale il prodotto al termine del suo ciclo di vita non diventa rifiuto, ma al contrario diventa una risorsa per lo stesso oppure per un altro circuito produttivo. Essa è ricostituente e rigenerante di per se stessa, mirando a mantenere i prodotti, i componenti e i materiali al più alto livello di utilità e di valore in ogni fase del processo.

Fonte: envi.info