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Plastica, l’Italia sarà il primo paese europeo a bandire bicchieri e palloncini

La direttiva europea vieta piatti e posate in plastica monouso entro il 2021, ma il Parlamento italiano aggiunge anche bicchieri e palloncini.

L’Europa metterà al bando entro il 2021 piatti, posate e cannucce di plastica, ma l’Italia ha deciso di fare ancora di più, dicendo addio anche a bicchieri e palloncini. Il Parlamento italiano infatti andrà oltre quanto previsto dalla direttiva europea in fatto di single-use plastics, aggiungendo nel testo proposto un emendamento che amplia l’abolizione della plastica usa e getta anche a queste altre due tipologie di prodotti.

Miliardi di bicchieri buttati ogni anno

L’idea nasce dall’associazione ambientalista Marevivo, che questa estate ha lanciato la campagna di sensibilizzazione Anche la plastica usa e getta è un virus che soffoca il Pianeta e che ha proposto ad alcuni parlamentari di estendere il divieto anche a bicchieri e palloncini di plastica monouso, di quelli che si usano comunemente nelle feste dei bambini.

Solo in Italia infatti, spiega Marevivo, si consumano tra i 6 e i 7 miliardi di bicchieri di plastica monouso all’anno, cioè tra i 16 e i 20 milioni al giorno. Complessivamente nel mondo i bicchieri in plastica rappresentano circa il 20 per cento dei rifiuti marini. I palloncini, invece, sono al terzo posto tra i rifiuti più pericolosi per foche, tartarughe e uccelli marini.Leggi anche

Verso l’approvazione definitiva

L’emendamento è stato approvato in commissione Ambiente e in commissione Affari europei in Senato e inserito nel disegno di legge che passerà ora alle Camere per il voto, e in caso di approvazione finale consentirebbe all’Italia di essere all’avanguardia tra gli altri paesi europei.Leggi anche

La responsabile delle relazioni istituzionali di Marevivo, Raffaella Giugni, ha dichiarato di essere molto soddisfatta “di questo primo passo importante: i numeri legati al consumo dimostrano quanto sia importante sostituire questi prodotti con alternative riutilizzabili. È necessario cambiare le nostre abitudini se vogliamo tutelare il Pianeta”

Anche il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha salutato con favore l’iniziativa, spiegando che “grazie al grande lavoro che sta svolgendo il Parlamento, l’Italia è l’unico paese a recepire la direttiva europea sul divieto dell’usa e getta estendendolo anche ai bicchieri e ai palloncini”. Per l’ok definitivo sarà necessario attendere ancora qualche settimana, ma la strada sembra ormai segnata.

Fonte: LifeGate

Milano, Trento e Bologna sono le città più circolari d’Italia

Secondo la classifica del  report “Misurare gli obiettivi di economia circolare nei centri urbani”, stilata dai ricercatori del Centro studi in Economia e regolazione dei servizi, dell’industria e del settore pubblico (Cesip) dell’Università di Milano-Bicocca, Milano è la città più “circolare” d’Italia con un punteggio di 7,7 su 10. Seconda Trento (7,5). Terza Bologna (7,2). Se le prime 10 città classificate si collocano geograficamente al Nord o Centro-Nord, le ultime posizioni sono esclusivamente coperte da centri urbani del Sud Italia,con Catania(3,8)e Palermo(3,9) fanalini di coda. Le uniche città del Nord Italia ad avere un punteggio al di sotto della sufficienza sono Genova (5,8 punti), Verona (5,7 punti) e Aosta (5,2 punti).

La seconda edizione della classifica dei centri urbani più e meno virtuosi sul piano dell’economia circolare (ovvero quell’economia basata sul riutilizzo delle risorse e sulla riduzione degli sprechi, all’insegna dell’eco-sostenibilità) è stata presentata stamattina durante il webinar “Misurare l’economia circolare urbana” e quest’anno presenta due novità di rilievo: le città coinvolte (Aosta, Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Roma, Torino, Trento, Venezia e Verona), selezionate tra le città più popolose d’Italia e i capoluoghi di regione che disponessero delle informazioni richieste dall’indagine, sono salite da 10 a 20 e, per la prima volta, è stato realizzato un confronto a livello europeo.

I ricercatori hanno individuato cinque cluster rappresentativi: input sostenibili, condivisione sociale, uso di beni come servizi, end of life, estensione della vita dei prodotti, comprendenti a loro volta 28 indicatori di circolarità, tra cui i dati sulla raccolta differenziata e sull’utilizzo dei trasporti pubblici o dei servizi di sharing mobility, il livello di concentrazione di PM10, la diffusione di eco-brevetti e di imprese ascrivibili alla categoria dei green jobs. Al Cesip spiegano che «Per ogni indicatore è stata stilata una graduatoria parziale delle città, con punteggi da 0 a 10. Infine, la media ponderata dei punteggi parziali ha determinato un indice di circolarità urbana, in base al quale è stata stilata la classifica finale.

Massimo Beccarello e Giacomo Di Foggia, rispettivamente direttore scientifico e ricercatore del Cesisp, evidenziano che «Milano si conferma al primo posto anche grazie a sistemi di trasporto pubblico ramificati e apprezzati, servizi avanzati di car sharing, rete idrica efficiente, elevato livello di raccolta differenziata e alto fatturato delle attività di vendita dell’usato».  A stupire i ricercatori non è stato tanto «il divario ormai noto tra Nord e Sud, ma la differenza riscontrata tra Nord e Centro Italia. Le prime città del Centro sono Roma e Perugia che si classificano solamente al 12esimo e 13esimo posto, con un risultato al di sotto della sufficienza, rispettivamente 5,5 e 5,3. I risultati della graduatoria per indice globale di circolarità non sono incoraggianti: solo 8 Comuni sui 20 esaminati riescono a raggiungere un valore di piena sufficienza. Con differenze territoriali che rappresentano un vero e proprio ostacolo per la crescita dell’economia circolare in Italia».

Se Milano si conferma in cima al podio, Firenze e Torino, seconda e terza nel 2019, scendono e ora sono rispettivamente al quinto e settimo posto, sia perché superate da Bologna che per l’ingresso in classifica di Trento, Bergamo, quarta, e Brescia, sesta.

utilizzando gli stessi criteri di analisi usati per il contesto italiano, il Cesisp ha messo a confronto la città leader della circolarità in Italia, Milano, con altre grandi metropoli europee: Amsterdam, Berlino, Bruxelles, Copenaghen, Londra, Madrid, Parigi e Praga. La città più circolare d’Europa è Copenaghen con un punteggio medio di 3,26 su 5. Al secondo posto Parigi (3,21), al terzo Berlino (3,18). Milano è quarta con un punteggio medio di 3,13, davanti a Londra e Madrid (sesta e settima).

Beccarello e Di Foggia concludono:«L’intento della classifica delle città circolari è di proporre l’indice di circolarità urbana sviluppato come strumento di utile valutazione per le politiche ambientali dei centri urbani e per l’impatto delle nuove normative e regolamenti. La Commissione Europea, presentando l’ambizioso progetto Green New Deal lo scorso gennaio, ha collocato l’economia circolare al centro delle nuove politiche europee necessarie per raggiungere gli obiettivi che l’Europa ha sottoscritto a Parigi nel 2015. La sostenibilità è un tema al centro anche del Recovery Fund. Ecco perché è importante partire da una mappatura delle politiche di prossimità del cittadino e da una misurazione dell’efficacia delle aree urbane che sono oggi il motore dello sviluppo economico e sociale».

Fonte: Greenreport.it

Economia circolare: come gestire con successo la transizione

Lo Studio Ambrosetti-Enel sullo stato dell’arte dell’Economia Circolare in Europa evidenzia che il passaggio dall’economia lineare ad un modello circolare, oltre ai benefici ambientali derivanti dall’impiego di energie e materie rinnovabili o provenienti da riuso e riciclo, ha impatti positivi su PIL, occupazione, investimenti, e produttività del lavoro, ma occorre un cambio di passo, ad iniziare dall’adozione di Strategie nazionali per lo sviluppo di un’economia circolare.

Impatti positivi sul Prodotto Interno Lordo; occupazione; investimenti, produttività del lavoro; benefici ambientali: se esiste un progetto capace di sviluppare una visione positiva e di lungo periodo per il futuro dell’Unione Europea, è senza dubbio quello dell’Economia Circolare.

È quanto emerge dallo Studio “Circular Europe. Come gestire con successo la transizione da un mondo lineare a uno circolare”, realizzato da Fondazione Enel e The European House – Ambrosetti in collaborazione con Enel Enel X,e  presentato nell’ambito del Forum di The European House – Ambrosetti (Cernobbio, 4-6 settembre 2020).

Il mondo si trova ad affrontare grandi sfide – ha affermato Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di The European House – Ambrosetti – Sono in atto profondi e rapidi cambiamenti economici, climatici e tecnologici che stanno modellando le società e gli stili di vita. Il momento dell’Europa è giunto. L’Economia Circolare ha le carte in regola per divenire un ‘catalizzatore per il bene comune’, attorno al quale sviluppare una grande visione per il futuro europeo”.

Il recente Green Deal europeo e il relativo Circular Economy Action Plan, adottato a marzo 2020 dalla Commissione UE, hanno stabilito obiettivi nuovi e più ambiziosi per l’Europa in relazione alla transizione verso modelli di Economia Circolare. Tuttavia, nei Paesi dell’Unione Europea, lo sviluppo dell’Economia Circolare è tutt’altro che omogeneo. Ad oggi, molti Paesi europei (tra i quali l’Italia) non hanno ancora una roadmap strategica nazionale, che riconosca nell’Economia Circolare un fattore determinante. Proprio la valutazione dello stato dell’arte dell’Economia Circolare in Europa è uno degli obiettivi principali della ricerca.

Lo Studio elabora un Circular Economy Scoreboard che utilizza una metodologia multilivello per fornire un’immagine esaustiva del grado di circolarità di ogni Paese. Contiene 23 metriche quantitative raffrontabili 10 indicatori principali per i 27 Paesi dell’Unione Europea e per il Regno Unito, dedicando particolare attenzione ai tre Paesi focus dello studio (ItaliaRomania e Spagna) lungo 4 pilastri:
– Sustainable inputs: riguarda l’uso di energie da fonti rinnovabili e di materiali rinnovabili, riciclabili, riciclati e biodegradabili per produrre beni e fornire servizi in cicli di vita consecutivi.;
– End-of-life: descrive modalità per recuperare il valore di fine vita di beni, prodotti e materiali attraverso il riutilizzo, la rigenerazione e il riciclo;
– Extension of useful life: riflette la capacità di incrementare la durata della vita utile rispetto al fine vita tipico di un prodotto o dei suoi componenti;
– Increase of the intensity of use: valuta l’incremento del fattore di utilizzo di un singolo articolo (per esempio con modelli product-as-a-service o di servizi di sharing) e misura l’aumento dei benefici ricavabili con ogni unità di input (materiale ed energia) utilizzata.

Ad oggi, l’Unione europea presenta risultati eterogenei in termini di transizione verso l’Economia Circolare: Italia e Spagna dimostrano un livello di sviluppo medio-alto, mentre la Romania si colloca agli ultimi posti della classifica. Per misurare la performance nel corso del tempo, il Circular Economy Scoreboard è stato analizzato lungo un arco temporale di 5 anni. La Romania ha mostrato un miglioramento elevato nel corso dell’ultimo quinquennio, la Spagna un progresso intermedio, mentre l’Italia si è mossa più lentamente nella transizione verso un modello circolare.

Tale conclusione è in linea con i risultati delRapporto sull’Economia Circolare in Italia, realizzato da Circular Economy Network (CEN) ed ENEA, secondo cui l’Italia mantiene ancora il primato in Europa per indice di circolarità, ma sta segnando il passo rispetto alla veloce crescita di altri Paesi.

L’adozione su larga scala dell’Economia Circolare richiede uno sforzo coordinato, volto a re-immaginare e riconfigurare, in ottica circolare, molti se non addirittura tutti gli schemi produttivi e i modelli di business; come sta accadendo attraverso la riprogettazione e la proposizione di un nuovo modello del sistema energetico, con il graduale abbandono dei combustibili fossili a favore delle rinnovabili e dell’elettricità come vettore per la completa decarbonizzazione di tutti i settori – ha  dichiarato Francesco Venturini, CEO di Enel X – La poca chiarezza su cosa significhi essere circolari e, di conseguenza, l’assenza di strumenti adeguati a misurare e monitorare l’Economia Circolare erano due dei principali ostacoli alla transizione circolare. Questo studio permette di muoversi verso una visione e una strategia chiara, con obiettivi misurabili, strumenti di cui l’Europa e tutte le aziende necessitano per porsi al centro non solo della transizione energetica, ma anche del passaggio da un modello di sviluppo lineare ad uno circolare”.

L’analisi del “grado di circolarità” dei 27 Paesi dell’Unione europea e del Regno Unito è stata integrata con un sondaggio che ha interpellato 300 business leader europei circa la necessità di intervenire a vantaggio di modelli circolari all’interno delle loro aziende. Il 95% del campione considera l’Economia Circolare una scelta strategica per la propria azienda: è soprattutto uno strumento per conquistare un vantaggio competitivo in termini di diversificazione, ampliamento del mercato e riduzione dei costi. Tuttavia, la maggior parte dei business leader europei ritiene che il proprio Paese non sia pronto per affrontare la sfida dell’Economia Circolare; l’incertezza circa la creazione di valore (43,6% delle risposte) e la mancanza di competenze (35,9%) sono le due risposte più frequenti circa i fattori ostativi per lo sviluppo dell’Economia Circolare in Europa.

Data la centralità conquistata dall’Economia Circolare nell’ambito del dibattito politico attuale a livello sia europeo sia nazionale, lo studio è arricchito dalla valutazione quantitativa dei benefici socio-economici e ambientali dell’Economia Circolare. È stato ideato un innovativo modello econometrico, unico nel suo genere, che si concentra sull’Unione Europea e sul Regno Unito nel loro insieme e sui tre Paesi di interesse dello studio: Italia, Romania e Spagna.

Lo studio mostra come, nel 2018, l’Economia Circolare è correlata a 300-380 miliardi di euro di PIL in Europa, a 27-29 miliardi di euro in Italia, a 10-12 miliardi di euro in Romania e 33-35 miliardi di euro in Spagna. Allo stesso tempo, l’Economia Circolare è legata a circa 200.000 posti di lavoro in Italia, 20.000 in Romania, 350.000 in Spagna e fino a 2,5 milioni in Europa sempre nel 2018. Lo studio stima inoltre un effetto sugli investimenti di 8-9 miliardi di euro in Italia, 1-2 miliardi di euro in Romania, 9-11 miliardi di euro in Spagna e un impatto complessivo di 90-110 miliardi di euro nell’Unione Europea nel 2018. Significativi benefici sono stimati anche sulla produttività del lavoro: circa 560-590 euro per addetto all’anno in Italia, 1.210-1.270 euro per addetto in Romania (il Paese che presenta l’impatto maggiore), 640-670 euro per addetto in Spagna e 570-940 euro per addetto complessivamente a livello europeo.

Attraverso casi studio specifici e analisi “what if”, lo studio evidenzia come l’Economia Circolare, oltre a essere vantaggiosa in termini economici, generi contemporaneamente importanti benefici ambientali. Tra i diversi effetti positivi, si evidenzia che il passaggio da materiali primari a secondari consenta di ridurre notevolmente le emissioni di gas serra (GHG): considerando 4 materiali (ferro, alluminio, zinco e piombo), la riduzione media delle emissioni di GHG per kg di materiale prodotto è pari al 73,5%. Inoltre, un aumento della penetrazione delle fonti rinnovabili nella produzione energetica di un punto percentuale riduce le GHG fino a 72,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente in Europa e 6,3 in Italia (-50% delle emissioni annuali di gas serra nel Comune di Roma).

Nonostante il modello di valutazione proposto dallo studio mostri che la transizione verso l’Economia Circolare offra svariati vantaggi economici, sociali e ambientali, il passaggio dal modello di sviluppo lineare a quello circolare deve tenere conto di alcune criticità. In quest’ottica, il Rapporto suggerisce 10 aree di intervento, con specifiche azioni di policy, al fine di far fronte alle sfide correlate alla transizione circolare e di coglierne i benefici in modo efficace:
– definire per gli Stati membri dell’Unione Europea delle Strategie nazionali per uno sviluppo economico circolare;
– ridefinire la governance dell’Economia Circolare per supportare una transizione a 360° in tutti i settori;
– fare leva sulla legislazione per promuovere la transizione circolare;
– creare condizioni di competitività rispetto alle soluzioni non circolari;
– utilizzare la finanza come una leva per promuovere la Ricerca e Sviluppo e le buone pratiche in ambito di Economia Circolare;
– affrontare la mancanza di una definizione chiara e di metriche omogenee ed esaustive;
– trasformare i modelli di business che generano rifiuti in modelli circolari;
– promuovere misure trasversali e di coordinamento per tutti i settori interessati dalla transizione verso l’Economia Circolare;
– fare leva sull’Economia Circolare per ripensare le città e gli spazi urbani;
– promuovere la cultura e la consapevolezza circa i vantaggi derivanti dall’Economia Circolare.

Puntare allo sviluppo di un’Economia Circolare rappresenta una straordinaria opportunità per rendere l’Europa più competitiva, modernizzandone l’economia, rivitalizzando l’industria e creando al contempo occupazione attraverso una crescita sostenibile e duratura – ha commentato Francesco Starace, CEO e General Manager di Enel – In questo contesto, la crescente penetrazione delle fonti rinnovabili, unitamente al maggiore ricorso al vettore elettrico nei consumi finali, è in grado di amplificare le opportunità derivanti dall’Economia Circolare e rappresenta il modo più efficiente per decarbonizzare l’economia e la società in cui viviamo”.

Pacchetto economia circolare, pubblicato il decreto rifiuti e imballaggi

Recepite due delle direttive che andranno a modificare il Testo Unico Ambientale per quanto riguarda la definizione di rifiuto urbano, di rifiuti speciali assimilabili, di tracciabilità e responsabilità estesa

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore il prossimo 26 settembre il decreto legislativo 116/20  che recepisce due delle direttive approvate due anni fa dall’Unione europea in materia di rifiuti e imballaggi e, in particolare, quella che tratta la riduzione degli scarti e il recupero di risorse. Tra gli obiettivi del provvedimento, il raggiungimento entro il 2025 del 55% di riciclo dei rifiuti urbani, mentre già nel 2030 per i soli imballaggi bisognerà aver raggiunto complessivamente il 70%. Per quanto riguarda i conferimenti in discarica, il tetto massimo dovrà essere del 10% entro il 2035.
 
Definizioni di rifiuto e responsabilità estesa –  Il decreto pubblicato va a modificare la parte quarta del decreto legislativo 152 del 2006, che si occupa di disciplinare la gestione dei rifiuti. Alla revisione del Testo unico ambientale saranno tenuti ad adeguarsi tutti i soggetti pubblici e privati che producono, raccolgono, trasportano e gestiscono rifiuti. Cambiano molte delle definizioni, a partire da quella di “rifiuto urbano”, così come cambiano le discipline di legge relative al deposito temporaneo, alla classificazione, ai criteri di ammissibilità in discarica dei rifiuti. I rifiuti speciali assimilati a quelli urbani diventano semplicemente urbani quando sono “simili per natura e composizione ai rifiuti domestici”, un’assimilazione che deriva dall’incrocio tra 15 tipologie di rifiuti (dagli organici ad “altri rifiuti non biodegradabili”) con 29 categorie di attività che li producono e che sottrae ai Comuni la possibilità di assimilazione. Ma cambia anche il ruolo dei produttori di beni di consumo, con un rafforzamento dell’istituto della responsabilità estesa, tra i principi cardine dell’impalcatura normativa disegnata dall’Ue e oggi entrata definitivamente nell’ordinamento italiano. L’entrata in vigore del decreto legislativo di recepimento della direttiva europea sui rifiuti riscrive infatti il quadro normativo nazionale in materia, preparando l’avvento del nuovo sistema di tracciabilità, si legge infatti nel decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che sarà “integrato nel Registro Elettronico Nazionale” istituito a seguito della conversione del Decreto Legge n. 135/2018 (e della contestuale abolizione del Sistri) e sarà gestito dall’Albo Nazionale Gestori Ambientali.

Consorzi – Il nuovo decreto inciderà profondamente sui meccanismi che regolano il sistema italiano di raccolta e gestione. Cambiano, ad esempio, le logiche di finanziamento delle differenziate, con i sistemi Epr, ovvero i consorzi afferenti al Conai nel caso dei rifiuti da imballaggio, che saranno obbligati a coprire il 100% dei “costi efficienti” di gestione (l’80% in deroga) entro il 2024.
Novità sugli impianti, decide il Ministero – Il decreto rifiuti demanda al Ministero dell’Ambiente, con il supporto tecnico di Ispra, la definizione di un “Programma nazionale di gestione dei rifiuti” con gli obiettivi, i criteri e le linee strategiche cui le Regioni e Province autonome si dovranno attenere nell’elaborazione dei Piani regionali di gestione dei rifiuti. Il programma dovrà contenere, tra l’altro, la “ricognizione impiantistica nazionale”, indicando il fabbisogno di recupero e smaltimento da soddisfare. Una misura che ridimensionerà la potestà degli enti locali, con le Regioni che dal canto loro avranno la possibilità di definire accordi per “l’individuazione di macro aree” che consentano “la razionalizzazione degli impianti dal punto di vista localizzativo, ambientale ed economico, sulla base del principio di prossimità”. 

Reazioni – “Recependo il Pacchetto Economia Circolare, il Governo dimostra attenzione nei confronti delle prospettive sostenibili per il futuro del Paese e sensibilità nei confronti delle istanze avanzate durante l’iter legislativo dal settore del recupero e riciclo dei rifiuti. Il principio dell’obbligo della detassazione va nella giusta direzione di sostenere le imprese della Green Economy e contribuisce allo sviluppo di un comparto industriale tra i più competitivi a livello europeo.” Lo dichiara in una nota Francesco Sicilia, Direttore Generale di Unirima, Unione Nazionale Imprese Recupero e Riciclo Maceri.

Fonte: E-Gazette

Pacchetto economia circolare, in Gazzetta Ufficiale anche la direttiva sulle discariche

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale anche il provvedimento sulle discariche, l’ultimo dei quattro D. Lgs per il recepimento delle direttive Ue del “pacchetto economia circolare” che contiene i decreti relativi anche a veicoli fuori uso, Raee e imballaggi. Il 14 settembre è stato infatti pubblicato il D.Lgs 3 settembre 2020 n. 121 “Attuazione della direttiva Ue 2018/850, che modifica la direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti”.

Il D.Lgs per il recepimento della direttiva 2018/850 introduce una nuova disciplina sul conferimento dei rifiuti per arrivare a una riduzione del ricorso alle discariche. Il decreto (che entra in vigore il 29 settembre) riforma infatti i criteri di ammissibilità dei rifiuti negli impianti. Vengono inoltre definite le modalità, i criteri generali e gli obiettivi, anche in coordinamento con le Regioni, per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla direttiva in termini di percentuali massime di rifiuti urbani conferibili negli impianti.
L’obiettivo principale è la riduzione del conferimento dei rifiuti urbani a meno del 10% entro il 2035. Il decreto legislativo, al fine di raggiungere anche l’obiettivo specifico relativo alle percentuali massime di rifiuti urbani conferibili in discarica, intende riformare il sistema dei criteri di ammissibilità dei rifiuti nelle discariche, definendo modalità, criteri ed obiettivi progressivi, anche in coordinamento con le regioni ed adeguare al progresso tecnologico i criteri di realizzazione e di chiusura delle discariche.

Rifiuti urbani, rapporto dell’Università Bicocca: ‘In Italia pochi impianti e distribuiti male’

Il Centro di economia e regolazione dei servizi, dell’industria e del settore pubblico (Cesisp) dell’Università Milano-Bicocca ha pubblicato un rapporto sulla gestione dei rifiuti urbani in Italia in merito agli aspetti giuridico-amministrativi connessi al tema della dotazione impiantistica: inceneritori, tmb, impianti di compostaggio. Un documento che espone dati e risultati relativi da una parte alla capacità di trattamento dei rifiuti a livello regionale e dall’altra all’attività di programmazione nazionale e regionale. Il tutto alla luce quattro decreti legislativi del “pacchetto economia circolare” approvati lo scorso 7 agosto dal Consiglio dei ministri, con cui vengono modificate e aggiornate la Direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti e la Direttiva 1994/62/CE sugli imballaggi e rifiuti da imballaggio.
 
Ebbene le conclusioni del paper del Cesisp (che riportiamo per intero sotto) confermano che, al netto di una situazione molto eterogenea tra le diverse aree del paese, l’Italia dal punto di vista impiantistico è decisamente carente e gli impianti esistenti sono mal distribuiti sul territorio. In alcuni territori c’è una sovracapacità, in altri un’assenza totale o quasi.


Ecco il testo: 
Nella nostra valutazione siamo partiti dalle evidenze statistiche, pubblicamente disponibili, che fotografano un Paese con performance estremamente eterogenee lungo il territorio nazionale in relazione alla gestione dei rifiuti urbani
Rispetto ai nuovi obiettivi ambientali stabiliti nel nuovo pacchetto di Economia Circolare al 2035 – 65% di raccolta differenziata e 10% di conferimento in discarica – la situazione regionale italiana presenta un forte circular divide con regioni settentrionali che hanno già raggiunto gli obiettivi comunitari e regioni meridionali che presentano gravi ritardi.
Il Paese dovrà presentare nei prossimi mesi una pianificazione strategica sia nazionale (PNGR) che regionale (PRGR) per identificare le linee di azione finalizzate al raggiungimento degli obiettivi europei. Accanto al rafforzamento della raccolta differenziata gli obiettivi di Economia Circolare rappresentano una sfida importante anche in termini tecnologici e impiantistici relativi alla capacità di trattamento e smaltimento dei rifiuti.
Il nostro contributo ha provato a sviluppare in modo semplificato una prima valutazione del fabbisogno impiantistico necessario per raggiungere gli obiettivi europei che abbiamo definito circular capacity. Sul piano metodologico, le valutazioni condotte hanno voluto portare all’attenzione anche alcune considerazioni sul piano dell’efficienza economica con riferimento al principio di autosufficienza e prossimità (ex art. 182-bis Codice dell’Ambiente) adottato dal nostro legislatore con riferimento alla gestione dei rifiuti urbani.
Abbiamo quindi stimato la circular capacity con due modalità: 
1) forte, considerando l’adeguatezza impiantistica dei diversi territori in una logica di totale autosufficienza regionale; 
2) debole, stimando l’adeguatezza secondo una logica di benchmark con le regioni più virtuose.
Nelle nostre valutazioni di merito economico è emerso quanto segue:
1) l’adozione di un concetto di circular capacity in senso stretto, nella programmazione della gestione nazionale e regionale dei rifiuti, rischia di generare delle forti diseconomie di scala nello sviluppo di nuovi impianti. In molti casi potrebbero emergere degli stranded cost paradossalmente nelle regioni attualmente più virtuose;
2) l’adozione di un concetto di circular capacity in senso esteso, nella programmazione della gestione nazionale e regionale dei rifiuti, consentirebbe di ottimizzare le economie di scala nello sviluppo dei nuovi impianti che potrebbero essere gestiti in modo più efficiente su macroaree regionali.
La nostra proposta di stima di circular capacity in senso esteso ottenuta su base comparativa consente di traguardare gli obiettivi comunitari al 2035 (65% differenziata, 10% discarica) e promuovere la convergenza di tutte le regioni italiane a quelle più virtuose (performance: 69,93% raccolta differenziata, 6,57% conferimento in discarica) attraverso una programmazione che stimi un incremento potenziale della capacità di trattamento FORSU di circa 1 Mln/Tonnellate e della capacità di termovalorizzazione di circa 2,7 Mln/Tonnellate. 
Congiuntamente all’incremento della raccolta differenziata, abbiamo stimato un eccesso di capacità installata in impianti di TMB per quasi 5 milioni di tonnellate qualora si riducesse di 4,5 milioni di tonnellate il conferimento dei rifiuti urbani in discarica (condizione che dalle nostre analisi si verificherebbe se le regioni operassero sulla frontiera di efficienza pari al 6,57% come i best performer).
Sulla base di queste prime evidenze, tuttavia, si rende necessario considerare sul piano economico un necessario trade-off tra i principi generali per la gestione in prossimità dei rifiuti urbani e quelli di efficienza economica rispetto alla dimensione impiantistica. 
Con particolare riferimento ad alcune tipologie di impianti (ad esempio i termovalorizzatori) il perimetro di prossimità previsto dall’articolo 182-bis potrebbe essere adeguato ad un perimetro di riferimento a livello di macroarea regionale al fine di garantire maggiori benefici di economie di scala connesse alla dimensione degli impianti. 
Naturalmente i benefici dovranno essere considerati al netto delle esternalità ambientali connesse alla movimentazione dei rifiuti stessi su distanze maggiori di quelle che si avrebbero con l’adozione di un principio di stretta prossimità.

A Terni nasce Urban Re-Generation

Promosso da Confindustria Umbria, con il sostegno dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni, è stato lanciato a Terni Urban Re-Generation,  primo progetto di Distretto italiano della Sostenibilità, dell’Economia circolare e della Rigenerazione urbana.
Otto le aziende che fanno parte del primo nucleo di adesioni: Acciai Speciali Terni, Beaulieu Fibres International, Exolon Group, ERG Hydro, Fucine Umbre, Sangraf International, Novamont e Tarkett.

Il progetto punta alla valorizzazione del territorio in chiave di sviluppo sostenibile, promuovendo una rigenerazione non soltanto legata ad aspetti urbanistici, ma all’insieme delle dinamiche produttive e sociali. Verrà anche avviato un dialogo aperto con le comunità locali e promosse iniziative di comunicazione a livello nazionale e internazionale finalizzate alla promozione del territorio e al confronto con le migliori pratiche europee.

Nel primo semestre di quest’anno, presso le prime otto imprese aderenti al progetto è stata realizzata una ricerca finalizzata alla mappatura delle buone pratiche in materia di sostenibilità ambientale e di economia circolare. La ricerca ha individuato, in coerenza con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda ONU 2030, 32 obiettivi già raggiunti dalle aziende aderenti, e 17 progetti di ulteriore miglioramento delle performance di sostenibilità, da attuare nella successiva fase del progetto.

Tra gli obiettivi raggiunti:

  • Abbattimento, nel 2019, di circa 25.000 tonnellate di CO2 emesse in atmosfera pari a circa il 7% del totale delle emissioni del comparto industriale del ternano.
  • Riduzione fino al 60% dei consumi energetici per l’illuminazione, grazie all’utilizzo di illuminazione a LED.
  • Fino all’80% del totale dei materiali impiegati nella produzione proveniente da materiale riciclato.
  • Fino al 100% degli scarti di produzione reimpiegati come materia prima nel ciclo produttivo o avviati al compostaggio.
  • Produzione in loco di energia elettrica e termica attraverso cogenerazione, con riduzioni fino al 30% del combustibile utilizzato.
  • Investimento, dal 5% al 20%, degli utili in Ricerca e Sviluppo per la riduzione delle emissioni in atmosfera e lo sviluppo di prodotti innovativi e sostenibili.
  • Abbattimento del consumo di acqua potabile grazie al ricircolo acque di processo e al recupero delle acque piovane.
  • Coinvolgimento dei fornitori in progetti per la riduzione dei rifiuti e l’ottimizzazione dei processi di produzione/fornitura delle materie prime.
  • Progetti di dematerializzazione e digitalizzazione per la riduzione del consumo di carta.
  • Analisi del ciclo di vita dei prodotti, riconosciute da certificazioni quali EPD (Dichiarazione Ambientale di Prodotto), Carbon Footprint ed Eco-Label, per identificare i punti critici presenti e definire opportune strategie di miglioramento.

Fonte: Polimerica

Perché non possiamo insistere con modelli di consumo basati sull’usa e getta

Progettare un nuovo imballaggio senza ripensare tutto il ciclo di vita del prodotto, applicando opzioni innovative a basso impatto di carbonio può rivelarsi per le aziende un’occasione persa sotto l’aspetto ambientale ed economico. Cambiare invece l’approccio al packaging andando oltre ad una pura sostituzione del materiale per trovare nuove modalità per fare arrivare i prodotti ai propri clienti può aprire la strada a progetti innovativi in linea con la crisi climatica e di risorse che dobbiamo affrontare.

Quando si tratta di ridurre i rifiuti di plastica, e non si cercano scappatoie come la sostituzione della plastica con altri materiali, il riciclaggio è la strategia su cui si focalizzano gli impegni della maggior parte delle aziende
che lavorano alla sostenibilità del packaging.
Questo perché lavorare sulla riciclabilità, reale o presunta che sia, è di fatto la strategia più semplice da perseguire perché permette alle aziende di non cambiare il modello di business e/o processi produttivi. Condizione che rende più che accettabile per le aziende investire risorse nella ricerca e sviluppo di nuovi materiali che sostituiscano la plastica, e persino sostenere un aumento medio nel costo del packaging del 25-30%, come da stime di esperti del settore. Al contrario, applicare strategie di prevenzione e riuso per il packaging, può comportare in molti casi un ripensamento del prodotto stesso e/o dei modelli di produzione e commercializzazione. Oltre a richiedere il coinvolgimento degli altri attori della filiera di riferimento con il relativo carico di lavoro che rende ogni operazione doppiamente complessa.
Va detto che la crescente attenzione da parte delle aziende alla riciclabilità o compostabilità del packaging è storia recente, che va soprattutto interpretata come una risposta delle aziende alla crescente preoccupazione sull’inquinamento ambientale causato dalla plastica nell’opinione pubblica. In seconda battuta gioca un ruolo importante l’approssimarsi dell’entrata in vigore delle nuove direttive europee del pacchetto Economia Circolare e della Direttiva SUP sulle plastiche monouso. Resta da vedere se i governi le recepiranno conservandone lo spirito e gli obiettivi che vanno nella direzione di un cambiamento dell’attuale modello di consumo, oppure cederanno alle pressioni dei gruppi di interesse. Eventualità poi non così remota come hanno allertato recentemente la Piattaforma Reloop e Zero Waste Europe sulla base di uno studio di Eunomia Research and Consulting.

LIMITI DEL RICICLO

Sebbene il riciclo sia un’opzione preferibile alle varie opzioni di smaltimento, perché permette di produrre uno stesso bene con minori emissioni climalteranti e un ridotto consumo di materie prime ed energia, è evidente che non possiamo affidarci a questa sola strategia . Ma questo vale sia per la plastica che per tutti i materiali di cui facciamo un solo utilizzo.

L’aumento della popolazione e del livello di benessere nei paesi dalle economie emergenti spinge inesorabilmente verso l’alto i consumi, aumenta i ritmi di prelievo di tutte le risorse, accelerando così la distruzione degli ambienti naturali e della biodiversità.

Se consideriamo che la produzione mondiale di plastica è destinata a quadruplicare entro il 2050 (e non solamente per il settore del packaging) è evidente che per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili si deve schiacciare l’acceleratore sulla prevenzione a tavoletta, e a più livelli.
Nel caso della plastica dobbiamo pertanto ridurre al massimo il suo consumo usa e getta e riciclarla tutta perché impiegare plastica riciclata fa risparmiare circa il 61% delle emissioni di gas ad effetto serra rispetto all’utilizzo di plastica vergine.

Questo perché, secondo un recente studio dell’Imperial College quasi due terzi delle emissioni totali di gas climalteranti dovute alla produzione di un manufatto in plastica avvengono durante la fase di estrazione e produzione delle resine. La restante parte delle emissioni (pari ad 1/3) è determinata dalla fase di produzione e smaltimento del manufatto.

Sostituire la plastica con alternative biodegradabili può sembrare in prima battuta un’opzione più sostenibile, se non fosse che anche queste risorse non possono considerarsi illimitate. Un loro utilizzo a pari quantità di consumo richiesta dalla sostituzione delle stesse applicazioni in plastica tenendo conto del trend attuale di maggior consumo di prodotti confezionati significa produrre maggiori impatti ambientali su altri fronti. Ad esempio il crescente consumo di biomasse —che soddisfa la domanda proveniente da più settori come si può vedere dall’infografica— contribuisce, anche attraverso il fenomeno detto IULC Indirect Land Use Changes (cambiamento indiretto dell’uso del suolo) alla deforestazione e conseguente perdita di biodiversità.

Un recente studio dell’Imperial College commissionato da Veolia “Examining Material Evidence the Carbon Fingerprint” ha comparato le valutazioni sul ciclo di vita (LCA) di una settantina di imballaggi di diversa tipologia e materiale. Le prestazioni relative ai diversi imballaggi in termini di emissioni di gas climalteranti rivelano che un puro cambio di materiale non equivale ad un impatto ambientale minore senza interventi sul ciclo di utilizzo di un manufatto.

IL PROBLEMA E’ IL MODELLO DI CONSUMO
Le aziende che hanno sostituito gli imballaggi in plastica non lo hanno fatto, —come verrebbe logico pensare— sulla base di valutazioni del ciclo di vita e di utilizzo delle varie opzioni di packaging. Né tanto meno hanno tenuto conto delle diverse infrastrutture di raccolta e riciclo presenti sui mercati ove l’opzione veniva introdotta, oppure degli sbocchi di mercato per le materie prime seconde originate. Come accennato in apertura le decisioni che hanno portato ad un cambio di packaging sono state spesso intraprese, in risposta al “sentiment plastic free” dell’opinione pubblica che il marketing aziendale ha cavalcato come vantaggio competitivo. Con il risultato che le nuove opzioni non sempre si sono rivelate migliorative sotto il profilo ambientale. Oppure prive di un maggiore impatto economico sul sistema di avvio a riciclo del packaging, che è finanziato in larga parte dai contribuenti. Oltre all’aumento medio del 3% annuo circa nel consumo di imballaggi che le relazioni dei consorzi Conai registrano (quasi) ogni anno ci sono anche studi di settore che riportano nel dettaglio i segmenti di prodotto dove il consumo di alimenti confezionati aumenta. Per quanto riguarda il settore ortofrutta cresce il consumo di prodotto confezionato a peso fisso che rappresenta il 47% del totale venduto dalla Gdo, di prodotti di IV gamma e di Primi Piatti Pronti Freschi (classificati come Ecr -ovvero le zuppe e tutte le loro declinazioni) che vengono principalmente venduti nello scaffale refrigerato. Ad esacerbare l’impatto del packaging c’è l’aumento nelle vendite dei formati monodose che riguarda tantissimi prodotti freschi. La tendenza nei paesi avanzati da anni ormai va in direzione di una costante riduzione dei formati, di pari passo con un’evoluzione sociale che riguarda tanto la dimensione dei nuclei familiari, quanto le abitudini, le modalità e le occasioni di consumo.

AZIENDE IN FUGA DALLA PLASTICA

Tra gli esempi più ricorrenti di sostituzione della plastica nel settore delle bevande da parte delle aziende abbiamo il passaggio alle lattine o al Tetra Pak anche per l’acqua minerale.

In altri settori abbiamo il maggiore ricorso a materiali compostabili per il packaging, lo stovigliame e altri articoli che è stato confermato dall’ultimo 6° rapporto annuale di Assobioplastiche , curato da Plastic Consult.

Agli effetti collaterali dovuti ad una costante crescita di manufatti in bioplastiche compostabili che hanno come destinazione gli impianti di trattamento del rifiuto organico abbiamo dedicato una scheda di approfondimento a fine articolo.

C’è, a seconda dei prodotti e del settore una consistente parte di imballaggi in plastica che sono in fase di ripensamento che si sta orientando verso imballaggi a prevalenza cellulosica, spesso accoppiata a film barriera, che sarebbero riciclabili con la carta. Ma questo cambiamento di materiale non investe solamente imballaggi “classici” come involucri o scatole. Esiste infatti nel packaging contemporaneo un filone di ricerca e sviluppo che anni fa sarebbe stato impensabile per applicazioni come tubi o flaconi per prodotti liquidi o semiliquidi. E’ il caso di progetti come quello della “Plant bottle” o “Paper Bottle ” che vede varie multinazionali interessate come Carlsgroup, Coca Cola, Danone, L’Oreal e altre industrie della cosmetica. Poi c’è il filone dell’industria dei dolciumi, barrette e snack vari che vede multinazionali come Nestlé, Mondelez e altri brand sostituire gli involucri in plastica con opzioni in carta anche qui abbinata a film barriera. Per restare nel campo nazionale c’è il caso di Misura che è passata per sei prodotti ( linea di pasta integrale e snack) ad involucri in bioplastica e in carta. Tra le aziende italiane che hanno aderito al Global Commitment di cui si occupa il capitolo seguente ci sono invece Barilla e Ferrero. Quest’ultima, come i suoi competitor del settore snack e dolciumi prima citati, ha un compito particolarmente arduo qualora l’obiettivo finale fosse la sostenibilità. Questo perché il problema di questo segmento di mercato è l’imballaggio eccessivo o overpackaging, (più che il materiale con cui viene realizzato il packaging) largamente dovuto alle mini porzioni di prodotto.

Un esempio possiamo trovarlo negli espositori di prodotti vari della Ferrero che si trovano nei supermercati e in particolare se proviamo a fare un “bilancio materico” tra la quantità totale di prodotto in peso contenuta da uno specifico contenitore rapportata al peso complessivo degli imballaggi.

Nel computo andrebbero contabilizzati l’imballaggio primario, secondario e terziario includendo anche gli espositori. Il risultato visto come rapporto tra quantità di prodotto e di imballo darà sicuramente la misura di cosa si intende per imballaggio eccessivo e spreco di risorse. Senza parlare dell’impatto ambientale delle sorpresine in plastica degli ovetti Kinder, che potrebbe essere il momento di “dematerializzare” e rivisitare perché anche i bambini di oggi non sono più quelli di 20 – 30 anni fa.

THE NEW PLASTICS ECONOMY GLOBAL COMMITMENT

Il 24 ottobre 2019, la Fondazione Ellen MacArthur (EMAF) e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente hanno pubblicato “ The New Plastics Economy Global Commitment: 2019 Progress Report”, il primo rapporto annuale sullo stato di avanzamento dell’impegno globale per un’economia sostenibile della plastica. Sono oltre 450 organizzazioni di varia natura che hanno sottoscritto il Global Commitment , un impegno globale per affrontare il problema dei rifiuti di plastica nell’ambiente lanciato nell’ottobre del 2018 in occasione della Ocean Conference di Bali . Tra i firmatari figurano Apple, Coca Cola, Danone, H&M, Mars, Nestlè, Pepsi, Unilever e altre aziende che sono responsabili del 20% degli imballaggi in plastica prodotti a livello globale. L’impegno generale dei firmatari, che si trova schematizzato nell’infografica consiste nel ridurre l’imballaggio in eccesso e lo spreco rendendo tutti gli imballaggi in plastica immessi al commercio, riutilizzabili, riciclabili o compostabili al 2025, prevenendo la dispersione dei rifiuti plastici nell’ambiente.
Nonostante l’impegno profuso dalla EMAF con il programma The New Plastics Economy nella promozione di modelli basati sul riuso e sul Product as a Service, anche la relazione più recente sullo stato di avanzamento degli impegni da parte dei partecipanti al GC, non rileva ancora progressi significativi su questo fronte.

Infatti, nonostante un terzo dei firmatari abbia dei progetti pilota in corso basati sul riuso dei contenitori, meno del 3% in peso degli imballaggi che immettono al commercio è riutilizzabile. Sono 43 le aziende che stanno testando modelli di riuso in più mercati e per diversi prodotti tra aziende produttrici di imballaggi, di prodotti confezionati o del settore della distribuzione, ma poche in larga scala. Solamente il 13% tra le grandi aziende firmatarie sta sperimentando modelli di riuso per una parte significativa del loro portfolio di prodotti mentre il 3,36% sta ancora iniziando ad identificare quali potrebbero essere le potenzialità da esprimere in questo settore.

Per dare a Cesare quel che è di Cesare va detto che dietro alla partecipazione di gran parte dei grandi marchi internazionali a modelli di riutilizzo dei contenitori c’è lo zampino di Tom Szaky, fondatore di Terracycle, che ha saputo coinvolgerli nella piattaforma Loop di cui ci occuperemo in un successivo articolo che passa in rassegna le esperienze più significative del momento.

OBIETTIVO CONSERVAZIONE DELLE RISORSE E MITIGAZIONE CLIMATICA

Per una conservazione delle risorse e una mitigazione climatica serve, come abbiamo introdotto, un approccio olistico nel ripensare prodotti, packaging e sistemi di erogazione/commercializzazione dei prodotti in modo da eliminare o ridurne gli impatti ambientali complessivi.

Tali impatti si possono ridurre concretamente liberandosi dai falsi miti e dalle narrazione del marketing correnti che inducono a credere nell’esistenza di materiali sostenibili in assoluto, quanto sono invece i cicli di utilizzo a determinare la sostenibilità complessiva.
Se l’obiettivo è ridurre urgentemente il consumo di materia come dovrebbe essere, che si tratti di plastiche o meno, la strategia del riutilizzo e della dematerializzazione del packaging ha un ruolo cruciale. La strategia dei piccoli passi incrementali di riduzione del danno che domina oggi il business, e che si traduce nel settore del packaging a tentativi di riduzione dell’impatto ambientale lavorando su qualche indicatore, non è sufficiente a produrre miglioramenti di scala e sul lungo periodo. Soprattutto quando le aziende compiono scelte senza basarsi su evidenza scientifica che certifichi che le nuove opzioni apporteranno reali e significativi benefici ambientali rispetto a quelli esistenti.

L’approfondimento sui modelli di riuso prosegue con altri due articoli in prossima uscita. Il primo ad uscire sarà dedicato ai modelli di riuso già sperimentati e quali sono le opportunità da cogliere e le barriere barriere da superare. Chiuderà la serie una recensione delle esperienze in essere di maggiore rilevanza. La foto in evidenza è riferita ad un progetto di Algramo una nota start up cilena che comparirà tra le esperienze citate nel terzo articolo di questa serie.

Fonte: Comuni Virtuosi

CEN: proposte per l’economia circolare nel Recovery Plan nazionale

Circular Economy Network (CEN) propone di inserire nel Piano nazionale di ripresa, da presentare alla Commissione UE per l’accesso ai Fondi europei, 20 proposte, tra investimenti e riforme, per un piano di rilancio dell’economia circolare, quale volano per la ripresa dell’Italia.  

– Contributi per finanziare la trasformazione di prodotti non riciclabili;
– prorogare per 5 anni il sostegno alle imprese “circolari”;
– raddoppiare il credito di imposta e alzare a 3 milioni annui il limite per gli investimenti agevolabili.

Sono queste alcune delle proposte elaborate dal Circular Economy Network (CEN), la rete promossa dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile (FoSS), assieme a esperti e rappresentanti delle imprese, da attuare immediatamente per trasformare il Recovery Fund in un piano di lancio per l’economia a basso consumo di materie prime, suddivise tra investimenti e riforme per l’economia circolare.

Il Governo deve presentare rapidamente il Recovery Plan nazionale alla Commissione UE per l’accesso ai fondi del Recovery fund “Next Generation Eu” . Il Piano, secondo le indicazioni europee, dovrà essere in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo e, quindi, anche con il nuovoPiano europeo per l’economia circolare. Circular Economy Network, confrontandosi con numerose imprese, organizzazioni ed esperti, ha definito 20 proposte, suddivise tra investimenti e riforme per l’economia circolare, da inserire nel Recovery Plan nazionale.

L’economia circolare può essere il volano per la ripresa del nostro Paese – ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente del CEN, in occasione della presentazione del nuovo documento di proposta per il Recovery Fund in ottica di rilancio dell’economia circolare – Ce lo chiede l’Europa sottolineando la necessità di riconvertire in chiave sostenibile le nostre produzioni: è un treno che non possiamo perdere. Ma finora la risposta che è venuta dal governo in questo campo non è stata adeguata alla sfida che abbiamo di fronte. Bisogna fare di più. E senza perdere tempo perché occorre elaborare rapidamente progetti dettagliati e convincenti per l’utilizzo dei 209 miliardi di euro del recovery Fund”.

Secondo il CEN, in primo luogo bisogna aumentare i finanziamenti pubblici del Piano transizione 4.0 per le imprese che investono nell’economia circolare. E poi di dare, nel 2021 e nel 2022, contributi a fondo perduto pari alla metà dei fondi necessari per la riconversione dei prodotti difficili da riciclare in prodotti facilmente riciclabili. In questo modo si potrà stimolare la progettazione di filiere di produzione più avanzate. Ma per realizzarle servono gli impianti. È necessario perciò riformare e semplificare il sistema delle autorizzazioni. Inoltre vanno accelerate le procedure amministrative per la realizzazione delle infrastrutture di cui l’economia circolare e la sharing economy hanno bisogno.

Il Rapporto sull’Economia Circolare in Italia, presentato dal CEN lo scorso marzo, pur confermando che il nostro Paese rimane leader in UE per indice di circolarità, valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzioneconsumogestione rifiutimercato delle materie prime secondeinvestimenti e occupazione, tuttavia sta segnando il passo, rispetto alla crescita veloce di altri Paesi membri.

Per riprendere nuovo slancio, servono sia investimenti che strumenti operativi in modo da rendere la vita più facile a chi sceglie l’innovazione nel campo dell’economia circolare. Da una parte si chiede quindi di “promuovere misure di fiscalità ecologica tese a incentivare l’utilizzo di materie prime seconde derivate dal riciclo e, in particolare, coordinare a livello europeo misure di IVA agevolata per l’economia circolare”. Dall’altra di “aumentare il tasso di circolarità della manifattura introducendo l’obbligo di un contenuto minimo di materiali riciclati in determinati prodotti, privilegiando le materie riciclate di provenienza nazionale ed europea”.

Inoltre bisogna allargare il principio della responsabilità estesa del produttore. Servono obiettivi minimi di riciclaggio ai settori del tessile e dell’edilizia e di tutti gli altri prodotti elencati nella Direttiva sulle plastiche monouso.

Sul fronte legislativo, il CEN lancia la proposta di semplificare la procedura per il riciclo dei rifiuti (End of Waste), rendendo più efficaci i controlli ordinari, eliminando il doppio sistema di controllo a campione delle autorizzazioni caso per caso.

Inoltre, si costituisca l’Agenzia nazionale per l’uso efficiente delle risorse nell’ambito dell’ENEA, uno strumento di coordinamento, mettendo a sistema enti di ricerca, università, poli finalizzati al trasferimento tecnologico verso le imprese.

Si chiede infine di “completare l’iter per il recepimento e l’attuazione del pacchetto di direttive rifiuti – economia circolare”, e di creare due fondi per dare continuità al processo di innovazione e migliorare il dialogo tra il settore pubblico e quello privato:
– il primo è destinato a incentivare nel 2021 e 2022 la ricerca e lo sviluppo per l’economia circolare;
– il secondo ha come obiettivo la formazione del personale delle pubbliche amministrazioni in materia di economia circolare.

Ciò che serve al Paese è lo sviluppo di un nuovo ciclo di investimenti per la realizzazione di impianti di gestione dei rifiuti – ha concluso Ronchi – Anche per l’economia circolare chiediamo strategie per superare gravi squilibri territoriali nella dotazione impiantistica. Solo così consentiremo il raggiungimento sull’intero territorio nazionale degli obiettivi indicati dalle direttive europee”.

Fonte: Regioni&Ambiente

Rigenerazione, innovazione, inclusione: le parole chiave dell’economia circolare

Dal seminario Itelyum nuovi spunti e idee per definire un percorso di sostenibilità per il sistema economico circolare.

Tanti relatori impegnati a cercare le parole chiave della nuova “economia circolare”, priorità numero uno del prossimo Green New Deal: esperti, rappresentanti delle istituzioni e imprese hanno discusso oggi sul web dei prodotti, processi, servizi e le soluzioni imprescindibili per un il futuro sistema economico circolare.

A chiamarli al confronto è stata Itelyum, leader europeo per la rigenerazione degli oli usati, la produzione e purificazione dei solventi e i servizi ambientali per l’industria, nel webinar “Recupero di materia: sostenibilità ed innovazione per la resilienza delle filiere”.

“Per noi parola chiave – ha dichiarato il Presidente esecutivo di Itelyum Antonio Lazzarinetti – è rigenerazione, che vuol dire nuova vita e nuove opportunità di riutilizzo per i residui delle lavorazioni industriali, teoricamente all’infinito, come nel mito della Fenice. Come Itelyum continuiamo a rigenerare e affrontiamo le nuove sfide del mercato grazie all’innovazione continua; e abbiamo affrontato anche l’emergenza sanitaria, con grande senso di responsabilità verso i territori in cui operiamo, rafforzando in particolare i nostri servizi verso il settore farmaceutico. Dare nuova vita ai rifiuti è quello che Itelyum da anni fa con successo contribuendo, con le proprie attività di riciclo, ad evitare, tra l’altro, l’emissione di quasi 500.000 tonnellate di CO₂.

“La ricetta che proponiamo – ha detto nel corso del suo intervento Marco Codognola, Amministratore Delegato di Itelyum –  è tecnologia e logica industriale, per consolidare la raccolta e il trattamento nel segno della sostenibilità dei rifiuti speciali. Anche durante la crisi abbiamo fatto acquisizioni, perché perseguiamo quello in cui crediamo per crescere: aggregare competenze e know how, per portare valore sostenibile alle filiere industriali nelle quali siamo inseriti. Abbiamo adottato, nel settore dei solventi usati, lo stesso approccio che applichiamo da anni in quelli della gestione degli oli usati e delle emulsioni, specialmente grazie a partnership col settore farmaceutico, e vogliamo estenderlo ad altri settori. Noi possiamo dare un contributo importante all’economia circolare in Italia e anche in Europa, perché abbiamo dato benchmark importanti nel nostro settore“.  Nel suo intervento Codognola ha voluto ricordare altre parole chiave come semplificazione, “perché c’è bisogno di nuovi impianti e di sistemi di controllo che siano rapidi ed efficienti” e trasformazione alla base della mission di Itelyum.

Il Ceo ha infine ricordato che, con le varie acquisizioni già finalizzate, Itelyum ormai gestisce complessivamente oltre 1 milione di tonnellate di rifiuti speciali, generando ricavi per 330 milioni di euro, con oltre 600 dipendenti, e più di 20 siti operativi, inviando la gran parte dei rifiuti gestiti ad operazioni di recupero e valorizzazione o restituendoli all’ambiente come acqua depurata.

“L’economia circolare e la transizione energetica sono gli obiettivi sfidanti per il paese, e quello che occorre è pragmatismo da parte della politica, perché per fare economia circolare servono gli impianti” – è il concetto espresso dal senatore Paolo Arrigoni, componente della Commissione Ambiente. “Servono termovalorizzatori – ne servono 4 o 5 – e servono impianti di compostaggio. Serve pragmatismo per contrastare le emissioni di CO2 perché portare i rifiuti da sud a nord non favorisce di certo il risultato. Inoltre l’assenza di impianti favorisce gli ecoreati e la criminalità. Le aziende che trattano i rifiuti in Italia in un quadro normativo incerto hanno fatto un grande lavoro in favore del paese in questi mesi così difficili. Nell’ottica del pragmatismo e della semplificazione ci stiamo battendo per far approvare un disegno legge, condiviso con tutti i gruppi parlamentari, affinché i contenitori di Pet ad uso alimentare possano essere fatti col 100% di plastica riciclata”.

La Politica è stata rappresentata nel corso del webinar anche dall’europarlamentare Simona Bonafè, che ha rimarcato come i temi discussi si inseriscano perfettamente nell’ottica del recovery plan: “non partiamo da zero, abbiamo promosso già misure importanti su riciclaggio rifiuti e utilizzo di materie prime seconde. La sfida decisiva – ha detto Bonafè – è il legame tra economia circolare e ripresa economica. Si possono creare 700mila nuovi posti di lavoro, spostando risorse dalle materie prime alle persone”.

Sulla posizione italiana, con esperienze all’avanguardia in materia di economia circolare, è stato improntato anche l’intervento di Marco Frey. “Sviluppare competenze come quelle di Itelyum, con la capacità di collegare i diversi attori, in una perfetta simbiosi industriale, è il processo che dovrà essere sempre più replicato. Tre sono le parole chiave: inclusione, sostenibilità e innovazione. Le aziende che fanno e applicano innovazione sono un fattore propulsivo, per affrontare la sfida della sostenibilità. E non c’è sostenibilità senza inclusione, perchè tutte le diversità che caratterizzano un territorio devono essere valorizzate”, ha dichiarato il Presidente della Fondazione Global Compact Network Italia.

Maria Cristina Piovesana, Vice Presidente Confindustria con delega per l’ambiente ha detto che “l’Italia ha bisogno di visione, di maggiori impianti, di incentivare l’offerta, di abbattere barriere tecnologiche e non: tutto ciò è fondamentale, specialmente ora che dall’Europa arriveranno fondi. Come Confindustria siamo convinti, e lo dimostra anche la distribuzione delle deleghe del Presidente Bonomi, che l’ambiente debba essere protagonista, grazie anche ad imprese che promuovono l’innovazione. Occorre valorizzare le capacità delle imprese e soprattutto superare il concetto retrogrado della contrapposizione tra impresa e ambiente. Occorre un’operazione verità, accompagnata da ottimismo”.

La sfida ad utilizzare al meglio le risorse europee è stata sottolineata anche da Mario Scino, Capo del Dipartimento per la Programmazione e il Coordinamento della Politica Economica, poiché “abbiamo il compito di monitorare gli investimenti pubblici, di recuperare progettualità e di saper riprogrammare le risorse che non sono state utilizzate, con una governance attenta e attiva”.

Il tema dell’innovazione attraverso l’intelligenza artificiale è stato al centro dell’intervento di Alessandro Piva, Direttore Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano – di cui Itelyum è partner – che ha descritto un mercato in crescita, ma con ancora grandi spazi da riempire. “Ci sono due grosse famiglie di imprese, solo il 50% si sta muovendo su intelligenza artificiale. Il maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale presuppone cambiare competenze, cambiare il modo dell’azienda di interfacciarsi con propri clienti. Parola chiave non può che essere il tema della gestione del cambiamento, che è la sfida centrale nell’evoluzione del prossimo futuro”.

Fonte: Rinnovabili.it