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Coronavirus, riapertura scuole: ‘Distribuiremo 11 milioni di mascherine al giorno, sono un’arma indispensabile’

La data fissata dal Ministero dell’Istruzione per la ripresa della scuola, salvo cambiamenti causati dall’innalzamento dei contagi, è il 14 settembre. Il 29 agosto il Comitato tecnico scientifico si riunirà per analizzare gli indici epidemiologici ed effettuare un bilancio regione per regione. Uno dei punti fondamentali per la ripresa delle lezioni in presenza è l’uso delle mascherine. Fino alla scorsa settimana il Cts aveva ribadito di considerarle “una misura emergenziale” e che il distanziamento fisico sarebbe rimasto “uno dei punti di primaria importanza nelle azioni di prevenzione del contenimento epidemico”. 

Adesso le cose son cambiate. Davanti al crescere dei contagi il Comitato, riunito con la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, il Commissario straordinario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri, i rappresentanti di Uffici scolastici regionali, Anci e sindacati della scuola, hanno deciso per un uso esteso delle mascherine in classe. “Sopra i sei anni – ha affermato il coordinatore del Cts Agostino Miozzo a SkyTg24 – sarà richiesto, in Italia come in altri Paesi, che ci imponiamo l’uso della mascherina e il distanziamento. Poi ci saranno condizioni particolari, come l’uso se c’è un ragazzo non udente in classe e momenti del contesto locale che saranno valutati”. La mascherina sarà abbassata durante una interrogazione, a mensa o mentre si farà ginnastica, ma l’indicazione generale è di usarla.

I numeri, chiaramente, sono esorbitanti: “Distribuiremo 11 milioni di mascherine gratuite al giorno alla totalità delle scuole del paese per metterle a disposizione di studenti e personale” – ha dichiarato il commissario all’emergenza Covid Domenico Arcuri – “Distribuiremo 170 mila litri di gel igienizzante la settimana così rispondendo ai 3 requisiti di base: protezione individuale igienizzazione mani e screening: una operazione che pochi paesi hanno attuato molto onerosa”. 

In un’intervista al Corriere della Sera Miozzo ha aggiunto: “Le mascherine sono un’arma indispensabile, sono uno dei pilastri della prevenzione. Come usarla correttamente? Se il docente è certo che i bambini siano seduti e distanziati, ad esempio durante un compito in classe o l’interrogazione, allora potrà consentire di abbassarla. Chi si muove in classe deve indossarla, i movimenti vanno protetti. C’è differenza tra staticità e mobilità. No la mascherina a mensa o in palestra, fermo restando il metro di distanza”.

Non è ancora chiaro se le mascherine distribuite saranno usa e getta oppure riutilizzabili, ma è quasi scontato che si tratterà di quelle chirurgiche monouso, anche se verrà data la possibilità ai ragazzi di usare mascherine in tessuto proprie, come scritto nel verbale del Cts del 12 agosto:

Tuttavia facendo un rapido calcolo sulle sole mascherine che verranno distribuite: una mascherina chirurgica pesa all’incirca cinque grammi, 11 milioni per cinque  fa 55 milioni di grammi, ovvero 55 tonnellate di mascherine al giorno. 

Fonte: Eco dalle Città

L’economia circolare nella Fase 3: ecco cosa prevede il ‘Piano Colao’

Tra le azioni che si prefigge di mettere in atto spiccano l’incentivazione a biocombustibili e bioplastiche, la legge Salvamare, la semplificazione delle normative sull’End of Waste, la regolazione della Responsabilità estesa del produttore

Il piano per la Fase 3 del “comitato di esperti in materia economica e sociale”, nominato dal governo Conte e guidato da Vittorio Colao, è stato appena pubblicato. Nelle 121 pagine del dossier, intitolato “Iniziative per il rilancio 2020-2022”, ci sono anche diverse misure green racchiuse nella sezione”Infrastrutture e Ambiente, volano del rilancio”. Ai punti 31 e 32 ce ne sono alcune dedicate a rifiuti ed economia circolare, tra cui spiccano l’incentivazione a  biocombustibili e bioplastiche, la legge Salvamare, la semplificazione delle normative sull’End of Waste, la regolazione della Responsabilità estesa del produttore. Ecco di seguito il testo:

Economia circolare d’impresa, Gestione rifiuti e acque reflue

Adeguare norme, incentivi e fondi relativi al trattamento di rifiuti e scarti per favorire l’attivazione di progetti di economia circolare a livello aziendale, anche su piccola scala, attraverso un piano strategico specifico sul modello della transizione energetica (che includa anche finanziamenti a centri di ricerca dedicati e incentivi a fondi di Venture Capital che agevolino technology transfer tra aziende). Definire e finanziare investimenti infrastrutturali nel ciclo dei rifiuti urbani e industriali e nella depurazione e riutilizzo delle acque reflue, con particolare attenzione a quei comuni che rientrano in procedura infrazione UE

Contesto

▪ La gestione dei rifiuti e delle attività di depurazione dell’acqua non è equamente sviluppata sul territorio nazionale e non soddisfa per la maggior parte dei casi le direttive Cee imposte dall’UE (e.g, direttiva 91/271/Cee per la depurazione) esponendo lo Stato ad avvisi reiterati che si traducono in sanzioni pecuniarie e processi di moratoria

▪ La gestione dei rifiuti e l’economia circolare stanno assumendo sempre più rilevanza in quanto ogni anno l’Italia genera ca. 170 Mln di tonnellate di rifiuti in continua crescita (2-3x vs crescita Pil nel ’19) e a causa della mancanza di impianti per la gestione di rifiuti sono in aumento le quote esportate (+15%, di cui ca.40% esportato in Paesi del Far-east)

▪ È necessario ridurre e valorizzare i rifiuti (industriali e urbani) sfruttandoli in maniera virtuosa e incentivando spillover positivi con l’obiettivo di sviluppare un’economia circolare sostenibile e profittevole

Azioni specifiche:

a. Sviluppare un piano strategico specifico per l’economia circolare sul modello della transizione energetica comprensivo di norme, incentivi e fondi per la gestione e il riciclo dei rifiuti urbani e industriali

– Incentivare adeguatamente biocombustibili e bioplastiche, oltre alla gestione e conversione dei rifiuti sotto tutte le forme “waste-to” (-material, -energy, -fuel, -hydrogen, -chemical)

– Incentivare recupero e corretto smaltimento delle plastiche, non solo imballaggi, anche attraverso l’applicazione della cosiddetta legge Salvamare, opportunamente modificata

– Introdurre agevolazioni fiscali per aziende che utilizzano una quota minima di materiali riciclati rivedendo anche alcuni limiti normativi (e.g. percentuale del materiale riciclato, utilizzo del 50%+ di materia vergine nelle bottiglie di plastica -DM 21/03/1973, normative su prodotti con materie prime certificate)

– Finanziare investimenti di aziende/ centri di ricerca che innovano e sviluppano nuovi materiali eco-sostenibili, anche incentivando la nascita di fondi di Venture Capital a favore di technology transfer 

– Semplificare i requisiti per accesso a fondi R&D di nuove tecnologie, di valorizzazione di rifiuti e acque reflue, e il successivo impiego sperimentale1

– Semplificare e revisionare le normative esistenti al fine di rendere efficace sia il trattamento dei rifiuti che la gestione dell’End of Waste, favorendo il recupero e corretto smaltimento delle plastiche

– Regolare in modo puntuale la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per favorire riciclo e riutilizzo dei materiali in coerenza con gli obiettivi comunitari dell’economia circolare

– Rafforzare gli appalti verdi della PA (green public procurement), aggiornando i criteri ambientali minimi (CAM) seguendo i principi di circolarità

b. Adeguare l’infrastrutturazione degli impianti per il ciclo dei rifiuti e per la depurazione e riutilizzo delle acque reflue con priorità per i comuni che ne sono sprovvisti e che rientrano in procedura di infrazione EU

c. Definire iter alternativi ed efficienti per il riutilizzo delle acque reflue

– Privilegiare l’utilizzo di acque reflue nel settore agricolo per ridurre lo stress idrico, assicurando un piano di monitoraggio dei requisiti minimi qualitativi delle acque e incentivando l’utilizzatore finale

Fonte: Eco dalle Città

Emergenza coronavirus: mascherine riutlilizzabili invece che usa e getta

Le linee guida dell’ultimo Dpcm ammettono per le mascherine “di comunità” modelli lavabili e autoprodotti, in “materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e al tempo stesso a garantire comfort e respirabilità e che coprano dal mento a sopra il naso”

Per affrontare la Fase 2 dell’emergenza Coronavirus è fondamentale rispettare le norme di distanziamento sociale e utilizzare dispositivi di protezione individuale (DPI) come guanti e mascherine. L’utilizzo delle mascherine è imposto dal Dpcm per la Fase 2 firmato il 26 aprile 2020 dal premier Giuseppe Conte, il cui Art. 3 comma 2 recita:

“Ai fini del contenimento della diffusione del virus COVID-19, è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di usare protezioni delle vie respiratorie nei luoghi chiusi accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto e comunque in tutte le occasioni in  cui non sia possibile garantire continuativamente il mantenimento della distanza di sicurezza.”

Il rischio però è quello di creare un’emergenza nell’emergenza, a causa dell’enorme quantitativo di mascherine usa e getta, ormai ampiamente diffuse, che necessitano di essere smaltite quasi con la stessa velocità con cui vengono prodotte. Secondo il rapporto “Imprese aperte, lavoratori protetti”, del Politecnico di Torino, per la ripartenza serviranno circa un miliardo di mascherine al mese. Numeri impressionanti, soprattutto alla luce delle numerose segnalazioni, in Italia e in gran parte del mondo, di tantissimi casi di abbandono per terra, sui marciapiedi, fuori da supermercati e vicino alle fermate dei mezzi pubblici. Per arginare il problema una soluzione potrebbe essere quella di promuovere l’uso di mascherine riutilizzabili, come per altro contemplato dal Governo stesso. 

Le linee guida dell’ultimo Dpcm ammettono infatti per le “mascherine di comunità“, modelli lavabili e autoprodotti, in “materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e al tempo stesso a garantire comfort e respirabilità e che coprano dal mento a sopra il naso”.

Per rispondere a questa esigenza sono diverse le aziende che hanno riconvertito la propria produzione per creare dispositivi di protezione individuale in tessuto lavabile per essere riutilizzate. Ma non solo. Come riporta Marinella Correggia sul Manifesto ci sono anche alcuni laboratori non profit che si sono messi a cucire modelli lavabili in stoffa, come il circolo Island a Perugia che con la sua sartoria realizza e distribuisce gratis mascherine di cotone, oppure il laboratorio tessile Colariage di Roma che coinvolge artigiani in difficoltà, richiedenti asilo e migranti per produrre colorati double face con disegni africani, tessuto impermeabile nel mezzo, e ancora in Sardegna una signora ottantenne ne ha prodotte 1.300 per la protezione civile, di tessuto non tessuto (Tnt), lavabili.
Sull’efficacia di questi dispositivi ci sono diversi pareri, non del tutto concordi. Uno studio di alcuni ricercatori dell’Università di San Francisco, tradotto dalla Fondazione Gimbe, ha messo in evidenze le prove attualmente a disposizione sull’efficacia dei DPI. In particolare viene affermato che: “Se un soggetto COVID-19 positivo tossisce su qualcuno a una distanza di 20 cm, indossare una mascherina di cotone riduce di 36 volte la quantità di virus trasmessa, ed è addirittura più efficace della mascherina chirurgica: ovvero si trasmette solo 1 trentaseiesimo della quantità di virus, diminuendo la carica virale e riducendo verosimilmente la probabilità del contagio, oppure determinando sintomi più lievi”.

Sebbene queste mascherine, come quelle chirurgiche, proteggono gli altri dalla persona che le indossa, non sono in grado di filtrare l’aria esterna. Le uniche che hanno questo tipo di protezione sono le Ffp2 e le loro equivalenti Kn95, che hanno una proprietà di filtraggio pari al 92% e le Ffp3 che arrivano fino al 98%. Il problema di questo tipo di mascherine è la loro natura di essere monouso, anche se recentemente, diverse aziende, anche italiane, si stanno muovendo per produrre dispositivi che abbiamo tale efficacia protettiva e che siano allo stesso tempo lavabili e riutilizzabili. Così non solo fornirebbero un alto livello di protezione dal Covid-19, ma permetterebbero anche di ridurre notevolmente la produzione di rifiuti derivante dalla necessità di smaltimento.

Fonte: Eco dalle Città

Mascherine e guanti usa e getta: pericolo per l’ambiente e per il ciclo rifiuti

La pandemia causata dal COVID-19 ha costretto il mondo a fermarsi: chiuse le scuole, fermato il traffico, città vuote. Le specie selvatiche hanno iniziato a riappropriarsi di spazi prima occupati, aria è diventata più pulita, le acque limpide. Ora però dobbiamo fare attenzione ad una nuova minaccia: i dispositivi di protezione individuale che, dopo essere stati utilizzati diventano rifiuti, devono essere smaltiti correttamente per evitare che invadano le nostre strade, i nostri marciapiede e i nostri parchi.

Inoltre  quantitativi crescenti di mascherine e di guanti sono avvistatati in mare dove rischiano di diventare letali per tartarughe e pesci che li scambiano per prede di cui nutrirsi.
Una stima del Politecnico di Torino dice che per la Fase 2, in cui verranno progressivamente riavviate attività produttive e sociali, serviranno 1 miliardo di mascherine e mezzo miliardo di guanti al mese. Si tratta di quantitativi molto elevati che impongono un’assunzione di responsabilità da parte di chi utilizzerà questi dispositivi di protezione: bisogna che ognuno di noi faccia uno sforzo per far sì che si proceda con uno smaltimento corretto e con il minor impatto possibile sulla natura.

Se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e magari disperso in natura questo si tradurrebbe in ben 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente. Considerando che il peso di ogni mascherina è di circa 4 grammi questo comporterebbe la dispersione di oltre 40mila chilogrammi di plastica in natura: uno scenario pericoloso che va disinnescato.

“Così come i cittadini si sono dimostrati responsabili nel seguire le indicazioni del governo per contenere il contagio restando a casa, ora è necessario che si dimostrino altrettanto responsabili nella gestione dei dispostivi di protezione individuale che vanno smaltiti correttamente e non dispersi in natura”. A lanciare l’appello è la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi che aggiunge: “È necessario evitare che questi dispositivi, una volta diventati rifiuti, abbiano un impatto devastante sui nostri ambienti naturali e soprattutto sui nostri mari. Proprio per difendere il Mediterraneo che ogni anno già deve fare i conti con 570 mila tonnellate di plastica che finiscono nelle sue acque (è come se 33.800 bottigliette di plastica venissero gettate in mare ogni minuto) chiediamo alle istituzioni di predisporre opportuni raccoglitori per mascherine e guanti nei pressi dei porti dove i lavoratori saranno costretti ad usare queste protezioni per operare in sicurezza. Ma sarebbe opportuno che raccoglitori dedicati ai dispositivi di protezione fossero istallati anche anche nei parchi, nelle ville e nei pressi dei supermercati: si tratterebbe di un vantaggio per la nostra salute e per quella dell’ambiente”.

“Ci arrivano le prime segnalazioni di abbandoni per strada e nelle vicinanze di alcuni supermercati di guanti e di mascherine chirurgiche monouso. In previsione di una fase 2 con la riapertura di piccole e medie aziende, di alcuni uffici facciamo appello al senso civico e alla responsabilità dei cittadini ma soprattutto è importante far partire una campagna di informazione e sensibilizzazione seguendo le indicazione dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss)dove viene specificato come smaltire i presidi anti infezione quali mascherine e guanti”. Lo chiede Mariateresa Imparato, presidente Legambiente Campania. “Questi articoli – aggiunge – sono tutti da conferire nella raccolta indifferenziata. E’ bene avvolgere questi rifiuti in due o tre sacchetti, per essere sicuri che niente fuoriesca, e chiuderli bene. Per chiudere il sacchetto è bene usare dei guanti monouso, che poi andranno in un altro sacchetto che andrà sempre nella raccolta indifferenziata. Ricordiamo che i dispositivi sanitari sono molto resistenti e potrebbero durare nell’ambiente decine di anni come accade per le buste di plastica più spesse o i flaconi di liquidi più resistenti”.

“I dispositivi di protezione individuale saranno fondamentali per il prossimo anno finché, grazie al lavoro della scienza, non ci sarà un vaccino o una cura – dice Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – Noi stimiamo che con il Paese in piena attività serviranno circa 100 milioni di mascherine usa e getta al giorno perché bisognerà cambiarne più di una al giorno. Per i guanti sarà la stessa cosa.  Quindi, visto questo uso massiccio, sarà importante promuovere per quanto possibile mascherine riutilizzabili, e l’Istituto superiore di sanità ne sta certificando, perché se nella prima fase abbiamo fatto come potevamo adesso è importante usare dispositivi certificati». Il ricorso alle mascherine riutilizzabili, sottolinea Ciafani, avrà due effetti: «Da una parte eviterà di appesantire troppo il ciclo dei rifiuti, nel caso tutte venissero conferite nel posto giusto e con le modalità giuste; dall’altra permetterà di limitare il fenomeno del littering, l’abbandono dei rifiuti, che stiamo già monitorando in tutta Italia. Abbiamo moltissime segnalazioni: i cittadini maleducati che li lasciano dove capita come viene fatto con qualsiasi altro rifiuto. Ma in questo caso stiamo parlando di rifiuto potenzialmente infettivo. Sarà il nuovo rifiuto plastico che si troverà nei parchi nelle strade e che poi, come succede sempre, attraverso le piogge finirà nelle fognature e da lì in corsi d’acqua fino al mare, aggravando ulteriormente un problema già grave.  Bisogna spingere su dispositivi riutilizzabili, ma anche fare una campagna di sensibilizzazione, utilizzando se serve anche le multe. Perché in questo caso c’è anche un problema di salute».

«Gravi criticità nell’incasso della Tari» causa Covid-19, l’allarme delle Ato toscane

La Tari è una tassa che per legge deve finanziare integralmente i costi – di investimento e di esercizio – dei servizi di raccolta e smaltimento rifiuti, ad esclusione di quelli relativi ai rifiuti speciali (alla cui gestione provvedono a proprie spese i relativi produttori, sebbene di fatto i rifiuti speciali assimilati si stima oscillino tra il 16% e la metà di tutti i rifiuti urbani). Cosa succede però quando, come in questa fase di emergenza sanitaria, la gestione rifiuti viene garantita in quanto servizio essenziale ma gli introiti della Tari calano in modo brusco? Che a rischio sono le imprese di settore, i Comuni e il servizio stesso.

Per questo i presidenti delle tre Ato toscane – ovvero le Autorità d’ambito costituite dai Comuni presenti sul territorio di riferimento – hanno scritto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e al presidente di Anci Toscana Matteo Biffoni, per chiedere di per sostenere i Comuni toscani nel far fronte alle gravi criticità nell’incasso della Tari.

«Le Autorità di ambito toscane per la gestione dei rifiuti, in rappresentanza di tutti i Comuni toscani, vogliono portare all’attenzione di governo, Regione Toscana e Anci le gravi criticità nell’incasso della Tari che costituisce per i comuni l’unica fonte di entrata per il finanziamento dei costi di raccolta e smaltimento dei rifiuti», spiegano i presidenti Luca Salvetti (Ato Toscana Costa), Cecilia Del Re (Ato Toscana Centro) e Alessandra Biondi e Alessandro Ghinelli (Ato Toscana Sud).

«Gli oneri per il pagamento della Tari generano su molti contribuenti un carico tributario oggettivamente non sopportabile in questa fase – argomentano i presidenti –, soprattutto presso le utenze di numerose categorie produttive gravemente penalizzate dalle conseguenze dirette e indirette della pandemia e del lockdown. Le gravi ripercussioni della pandemia sul gettito della Tari esporranno i comuni a un pesante deficit di liquidità per la copertura dei costi dei gestori della raccolta rifiuti e degli impianti di smaltimento, i cui livelli incomprimibili di servizio per garantire l’igiene urbana richiedono l’esigenza di continuità nei flussi di cassa per il pagamento delle maestranze e dei fornitori diretti e indiretti. Criticità analoghe si presentano anche nei comuni che applicano la tariffa a corrispettivo (Tarip)».

Per questo le Ato chiedono «da un lato l’istituzione di un fondo con risorse statali e regionali per coprire il deficit della Tari, dall’altro l’istituzione di uno speciale plafond creditizio a tasso zero per finanziare i gestori di servizi e impianti».

Riportiamo di seguito la proposta di articolo di legge inviata al presidente del Consiglio, al presidente della Regione e al presidente Anci dalle Autorità di ambito toscane:

Misure in materia di Tassa Rifiuti

  1. I Comuni potranno disporre esenzioni o riduzioni della TARI o della Tari corrispettivo, per l’anno 2020, a favore delle attività economiche e produttive assoggettate agli obblighi di chiusura di cui al DPCM dell’11 marzo 2020 e successive proroghe.
  2. Al fine di garantire la continuità del servizio di igiene urbana, il minor gettito dovuto alle previsioni di cui al comma 1 viene rimborsato dallo Stato ai Comuni in regime di Tari o ai gestori in caso di Tari corrispettivo, tramite l’istituzione di un apposito fondo, che potrà essere integrato dalle Regioni con la destinazione dei proventi dell’Ecotassa.
  3. Ai fini dei commi precedenti, con successivo decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze, da emanarsi entro 60 giorni dall’entrata in vigore del presente provvedimento, saranno stabiliti i termini e le modalità con cui i Comuni in regime di Tari e i soggetti gestori in caso di regime di Tari corrispettivo, potranno presentare la domanda per l’erogazione del finanziamento del minor gettito.
  4. I Comuni potranno altresì disporre slittamenti e/o dilazioni dei pagamenti del tributo e/o della tariffa dovuti dalle utenze domestiche e non domestiche per l’esercizio 2020.
  5. Al fine di fronteggiare i problemi di liquidità derivanti agli Enti locali dall’applicazione delle misure di cui al punto 4 è istituito uno speciale plafond creditizio presso la Cassa Depositi e Prestiti Spa, e/o società da essa controllate, con la funzione di erogare finanziamenti con durata fino a 180 giorni ai gestori dei servizi rifiuti e degli impianti di trattamento e smaltimento, anche mediante l’acquisto dei loro crediti per fatturazioni nei confronti dei Comuni, con conseguente slittamento di pari durata dei termini di pagamento delle fatture.
  6. Gli interessi passivi sui finanziamenti di cui al comma 5 sono a carico dello Stato.

Fonte: GreenReport.it

Coronavirus: Costa, in prima linea sul fronte rifiuti

“Siamo in prima linea in questi giorni anche per affrontare i problemi che l’emergenza Covid-19 sta determinando nel campo dei rifiuti”. Così il ministro dell’ Ambiente, Sergio Costa, sottolineando il lavoro svolto di concerto con Iss, Ispra e Agenzie regionali per l’ambiente. In tal senso, dice Costa “determinante è la competenza delle Regioni per la corretta gestione”.

Intervenendo alla cerimonia online di Premiazione dell’11/a Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, Costa ha spiegato che si tratta di gestire la raccolta dei rifiuti ospedalieri, oppure le raccolte che vengono fatte a casa e nei condomini dove ci sono persone covid-positive o che anche sono in quarantena in attesa dei risultati dei test.

“Noi come ministero – ha detto Costa – abbiamo prodotto una serie di indicazioni, considerando le linee guida dell’Iss, insieme a Ispra e al sistema agenziale regionale. Proprio le agenzie regionali hanno approvato all’unanimità le linee tecniche per far confluire questi rifiuti nel sistema di gestione che conosciamo”. 

“La situazione è continuamente monitorata. Ecco perché il ministero non si ferma e io sono sempre qui, insieme al mio staff”, ha detto il ministro dell’Ambiente nel messaggio trasmesso in streaming.

A margine il ministro ha anche tenuto a sottolineare che “le Regioni devono fare di tutto per una tempestiva quanto straordinaria gestione dei rifiuti, intervenendo con tutte quelle misure che sono di loro stretta competenza secondo l’articolo 191 del Codice ambientale. Come d’altronde hanno già fatto, per esempio, la Regione Emilia Romagna e Lazio e come sono certo che anche altre Regioni non tarderanno a fare”.

Coronavirus: Conai,a rischio raccolta rifiuti da imballaggio

L’emergenza coronavirus potrebbe mettere a rischio la raccolta dei rifiuti da imballaggio. E’ l’allarme del Consorzio nazionale imballaggi (Conai), che parla di “problemi indifferibili per l’intera filiera della gestione della raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio”. Per questo il Consorzio, alla luce del suo ruolo nel supporto dei Comuni italiani e cittadini nelle operazioni di raccolta, riciclo e recupero di questi rifiuti, ha già inviato una lettera al premier, al Capo della Protezione Civile, ai ministri competenti e al Presidente dell’Anci. Obiettivo: un immediato confronto con Governo e Regioni per scongiurare il pericolo della saturazione delle filiere.

Il blocco delle attività produttive non strategiche, denuncia il Conai, sta determinando la cancellazione di molti ordini d’acquisto di materia prima seconda, ossia la materia ottenuta da riciclo. Un problema che potrebbe, in tempi brevi, costringere i riciclatori a bloccare – almeno in parte – i ritiri dei rifiuti selezionati utilizzati per produrre materia riciclata: stanno aumentando gli stoccaggi in tutte le piattaforme di conferimento e selezione dei rifiuti, i cui limiti autorizzati determineranno a breve la sospensione delle attività di raccolta. “La compromissione delle attività presidiate da Conai può mettere a repentaglio la raccolta differenziata, inficiando i positivi risultati ottenuti negli anni e determinando conseguenze gravissime sul sistema di gestione dei rifiuti urbani, già congestionato”, afferma Giorgio Quagliuolo, presidente Conai. «Auspichiamo l’urgente adozione di interventi specifici e utili a preservare il comparto ma soprattutto l’ambiente”. (ANSA).

Coronavirus: imprese rifiuti, rischio stop raccolta

“Altissimo rischio di possibili interruzioni del servizio” di raccolta dei rifiuti “a partire dalle prossime 24 ore”, nel pieno dell’emergenza per il Covid-19, se non viene “inserito nella rosa dei settori strategici ed essenziali al pari del Sistema Sanitario, Forze dell’Ordine, Armate, Protezione Civile e approvvigionamenti alimentari ed essenziali” e se ad esso non vengano “garantite le forniture degli strumenti di protezione individuale e delle attrezzature di sanificazione oggi irreperibili sul mercato”. L’allarme arriva da Confindustria Cisambiente, che raggruppa le imprese di tutto il settore della ecologia, dell’igiene ambientale e dell’energia rinnovabile da rifiuto, che esprime “sconcerto” per essere stato “dimenticato nel Decreto Cura Italia”. L’associazione chiede “con forza l’aiuto e l’attenzione del Governo” per “scongiurare gravi problemi per la comunità che dovessero derivare dalle fermate del settore” ricordando che “la raccolta dei rifiuti urbani è un servizio pubblico essenziale reso alla comunità: è essenziale garantire, nel pieno dell’emergenza per il Covid-19, il servizio della raccolta e gestione dei rifiuti che non può essere interrotto pena l’insorgere di gravi conseguenze per la salute pubblica. Non possiamo permetterci di avere i rifiuti per le strade con il rischio sanitario che questo comporta in un momento così delicato per il Paese”, avverte Confindustria Cisambiente. “Ai lavoratori del nostro comparto ‘essenziale e prioritario per il Paese al pari dei servizi sanitari’ va il doveroso ringraziamento per la professionalità e abnegazione” prosegue l’associazione ribadendo che “le aziende e sindacati si sono impegnati con i lavoratori, ma rimane altissimo il rischio oggettivo di possibili interruzioni del servizio a partire dalle prossime 24 ore”.

Le attività di igiene ambientale e gestione dei rifiuti rischiano di “bloccarsi in diverse aree del Paese a causa dell’assenza” di mascherine “per tutti i 90mila addetti del settore che ogni giorno, anche in piena emergenza Covid-19, stanno continuando a garantire i servizi pubblici ed essenziali di raccolta e gestione dei rifiuti urbani e speciali” afferma Fise Assoambiente (l’associazione che rappresenta le imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali) in una lettera inviata al ministro dell’Ambiente Sergio Costa sulle condizioni di lavoro del settore nel corso della pandemia coronavirus.  L’associazione chiede al Governo di “assicurare un adeguato rifornimento di questi dispositivi alle imprese del settore e di valutare in questa fase di emergenza misure fiscali sui dispositivi di protezione individuali”; cioè “di valutare l’imposizione di un’Iva agevolata al 4% per questi dispositivi e la possibilità di detrarre i costi relativi in forma maggiorata”. Inoltre chiede al ministero dell’Ambiente, “ad oggi assente, di attivarsi urgentemente” per “fornire disposizioni chiare e coordinate”. La situazione di “criticità – osserva Fise Assoambiente – richiede un indirizzo chiaro, uniforme e concreto da parte delle autorità centrali e la garanzia di adeguato stock” di mascherine “alle aziende” per “poter operare in piena sicurezza. Il problema non è più rinviabile; senza la garanzia di adeguati rifornimenti di questi strumenti, le imprese non potranno assicurare il servizio”.

Fonte: Ansa