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Ragusa patrocina il progetto RiVending

Ragusa, con oltre il 72% di rifiuti differenziati raccolti, è uno dei comuni più virtuosi dell’intera Sicilia. Col progetto RiVending i distributori automatici diventeranno ‘green’ riciclando i bicchieri e le palette in plastica del caffè che si trasformeranno in nuovi prodotti.

Il Comune di Ragusa ha concesso il patrocinio al Progetto Rivending (www.rivending.eu), il circuito chiuso di raccolta e riciclo di bicchieri e palette del caffè dei distributori automatici, promosso da CONFIDA, COREPLA e UNIONPLAST.

La delibera della Giunta Comunale della Città di Ragusa, presieduta dal Sindaco, Avv. Giuseppe Cassì, ha ritenuto il progetto RiVending compatibile alle “politiche ambientali” che l’Amministrazione intende perseguire, vale a dire politiche di prevenzione che promuovono una cultura rivolta alla sostenibilità ambientale.

“Siamo particolarmente fieri – spiega il Presidente di CONFIDA Massimo Trapletti – del fatto che un comune virtuoso come Ragusa, da anni impegnato sul fronte ambientale, abbia riconosciuto il valore di un progetto di filiera che risolve in maniera efficace il tema del fine vita dei prodotti monouso di plastica nel settore della distribuzione automatica e ci auguriamo che altri Comuni e istituzioni italiane seguano l’esempio del capoluogo siciliano sostenendo il progetto”.

“Abbiamo scelto di aderire al progetto RiVending – dichiara il Sindaco Giuseppe Cassì – perché si sposa con gli obiettivi della nostra politica ambientale. Consideriamo infatti i traguardi raggiunti nell’ambito della raccolta differenziata come un punto di partenza per migliorare la qualità della stessa, guardando alla comodità dei cittadini e alla purezza dei materiali raccolti. RiVending si cala perfettamente in questa nostra visione.”

Attraverso RiVending, infatti, i consumatori dei distributori automatici, dopo aver gustato il proprio caffè, sono invitati a buttare bicchiere e paletta in un apposito contenitore che permette di isolare il materiale plastico di cui sono fatti dagli altri imballaggi in plastica e di semplificare così il processo di selezione del materiale, recuperando una plastica omogenea di altissima qualità con cui si possono creare tanti nuovi prodotti.Ragusa, con oltre il 72% di rifiuti differenziati raccolti (dati 06/2020 certificati dall’Ato Srr di Ragusa), è uno dei comuni più virtuosi dell’intera Sicilia, una regione purtroppo ancora ferma al 29,5% e fanalino di coda tra le regioni italiane. L’attenzione che la Giunta Comunale ha concesso ad un progetto di economia circolare come RiVending, certifica una volta di più il grande impegno della città sull’adozione di buone pratiche di sostenibilità ambientale.

Fonte: Eco dalle Città

È boom di plastica nella raccolta dell’umido, ma c’è una prima buona notizia

È boom di plastica nella raccolta dell’umido, ma c’è una qualche buona notizia: le bioplastiche – aumentate tantissimo pure loro – si compostano perfettamente. Sono tra le più interessanti questioni emerse dallo studio condotto da Consorzio italiano compostatori (Cic) e Corepla, nell’ambito dell’accordo annuale per le attività di monitoraggio relative alla quantità e qualità degli imballaggi in plastica e compostabili conferiti negli scarti di cucina e di giardino. Negli ultimi 3 anni – spiegano i due consorzi –  la presenza di bioplastiche compostabili nella raccolta degli scarti di cucina è più che triplicata (e va ricordato che in molte occasioni abbiamo sottolineato come questo stesse rappresentando anche un problema), passando dalle circa 27.000 t/anno (espresse sul secco) dell’indagine del 2016/2017 alle circa 83.000 t/anno di quella del 2019/2020.

Ma come detto aumenta – ed in peso è persino superiore – anche la plastica tradizionale che viene erroneamente conferita nell’umido, che passa dalle circa 65.000 t/anno (espresso sul secco) del 2016/2017 alle circa 90.000 t/anno del 2019/2020.

Lo studio, presentato dal direttore del Cic Massimo Centemero, ha monitorato la composizione del rifiuto organico così da quantificare la presenza di Materiale Compostabile (MC) quale scarti di cucina e di giardino, carta, plastica compostabile, e di Materiale Non Compostabile (MNC) rappresentato da plastica tradizionale, vetro, metalli, pannolini, cialde caffè, altro.

«Questo studio è fondamentale per capire come avviene la raccolta differenziata da parte dei cittadini. Di conseguenza, ci permette di valutare i comportamenti da adottare come consorzi per promuovere la corretta modalità di differenziazione sia degli imballaggi in plastica tradizionale che di quelli in plastica biodegradabile e compostabile, così da migliorare la raccolta differenziata e assicurare un riciclo di qualità da entrambe le parti», spiegano il presidente del Cic Flavio Bizzoni e il presidente del Corepla Antonello Ciotti.

Secondo l’analisi, l’umido proveniente dalle raccolte differenziate è costituito per il 94,8% da Materiale Compostabile. Le plastiche compostabili certificate UNI 13432 presenti nei rifiuti organici sono in aumento rispetto al 2016/2017: la loro incidenza è infatti passata dall’1,5% al 3,9%. Si tratta quasi esclusivamente di bioplastica flessibile rappresentata per oltre il 70% da imballaggi.

Lo studio ha confermato inoltre – ed è come dicevamo una prima buona notizia visto che, almeno in Toscana, le bioplastiche fino a un anno hanno dimostrato di mettere in difficoltà proprio il circuito di raccolta dei rifiuti organici –  l’assenza di bioplastiche nel compost a dimostrazione della effettiva degradazione della bioplastica negli impianti.

Secondo lo studio presentato da Cic e Corepla “non è stata rilevata bioplastica nel compost dei 27 impianti monitorati”, ma contando anche che in tutto il Paese ci sono 281 impianti di compostaggio, 35 di trattamento integrato aerobico e anaerobico e altri 23 di digestione anaerobica, è necessario sottolineare che non tutti gli impianti sono uguali. Così come non lo sono le bioplastiche.

I diversi tempi di compostaggio industriale fra i prodotti in bioplastica flessibile, quelli in bioplastica rigida ed i rifiuti organici, l’oggettiva difficoltà in fase di compostaggio di gestire bioplastiche con spessori e forme diverse (uno shopper è diverso da una posata!), sono tutti elementi di criticità: è evidente che il circuito di raccolta dei rifiuti organici è concepito per raccogliere ed avviare a recupero questo tipo di materiali e non è predisposto per assorbire quote crescenti di altri manufatti che non siano i sacchetti in bioplastica in cui vengono conferiti i rifiuti organici. Per questo un approccio integrato di filiera, che sappia risolvere i colli di bottiglia rimanenti per questa importante fetta di economia circolare, è di grande importanza; in tale senso lo studio congiunto Cic-Corepla è un primo segno incoraggiante.

Tornando ad esaminare i suoi risultati, i Materiali Non Compostabili presenti nell’umido rappresentano invece il 5,2%, con un leggero aumento del +0,3% rispetto al monitoraggio 2016/2017. L’incidenza della plastica rappresenta il 3,1% del totale: il 90% della plastica presente nell’umido è flessibile e circa il 50% dei manufatti in plastica è rappresentato da imballaggi.

L’indagine ha consentito inoltre di approfondire e conoscere meglio le abitudini degli italiani in relazione ai sacchi e ai sacchetti utilizzati per il conferimento della frazione umida. Rispetto al 2017 si nota un aumento interessante del 7% dei manufatti conformi alla norma. Il 63,8% dei sacchi per contenere l’umido è infatti compostabile.

Il guaio come detto è principalmente la plastica e in generale la frazione estranea che viene ancora rinvenuta nel materiale raccolto: «Dobbiamo purtroppo constatare – precisa Bizzoni – l’aumento della presenza dei materiali non compostabili (MNC), di cui le plastiche tradizionali rappresentano il 60%, nelle raccolte differenziate degli scarti di cucina e giardino. Solo negli scarti di cucina i MNC sono passati dalle circa 190.000 t/a rilevate nella precedente indagine del 2016/2017, alle circa 240.000 t/a di quella attuale (2019/2020). I dati raccolti evidenziano che il pur considerevole aumento della presenza dei manufatti flessibili in bioplastica compostabile da solo non è bastato a garantire la diminuzione delle plastiche tradizionali. Questa consistente presenza dei MNC provoca a tutta la filiera enormi costi per il loro smaltimento che, nel solo 2019, possono essere stimati in una cifra che va dai 90 ai 120 milioni di euro, con l’effetto inoltre di ‘trascinare’ allo smaltimento rilevanti quantità di materiale organico sottraendolo così alla produzione di compost di qualità. Ridurre drasticamente i MNC nel settore del biowaste, che recupera ogni anno il 40,4% del rifiuto urbano differenziato».

«L’analisi svolta insieme al CIC – ha detto il presidente di Corepla Antonello Ciotti – dimostra come, nonostante gli evidenti passi avanti compiuti, occorra proseguire nell’azione di sensibilizzazione e di informazione dei cittadini rispetto alle prassi di differenziazione dei rifiuti, anche a fronte dell’aumento dell’utilizzo di plastiche monouso avvenuto in concomitanza con l’emergenza sanitaria. È evidente la necessità di rafforzare il sistema italiano di trattamento sia delle plastiche compostabili che di quelle tradizionali, ampliando la capacità del sistema paese di trattare questo tipo di rifiuto».

Aumenta il Contributo Ambientale CONAI per gli imballaggi in carta e vetro

Il Consiglio di amministrazione CONAI, valutate le richieste dei consorzi di filiera Comieco e Coreve, ha deliberato l’aumento del contributo ambientale per gli imballaggi in carta e in vetro. La decisione è stata presa per continuare a garantire un equilibrio economico che assicuri le risorse necessarie al raggiungimento degli obiettivi di recupero e riciclo dei rifiuti di imballaggio su tutto il territorio nazionale.

Il contributo per gli imballaggi in carta passerà da 35 EUR/tonnellata a 55 EUR/tonnellata a partire dal 1° giugno 2020. Resterà invece invariato il contributo aggiuntivo (20 EUR/tonnellata) per i poliaccoppiati a prevalenza carta idonei al contenimento di liquidi, per i quali il contributo ambientale sarà quindi di 75 EUR/tonnellata.

La rimodulazione del contributo è dovuta principalmente a due fattori: l’incremento delle quantità previsionali del 20% nel 2020 degli imballaggi derivanti dalla raccolta differenziata comunale e affidati a Comieco, con conseguenti ricadute sui costi di raccolta e trattamento, e la forte diminuzione dei valori economici del macero, in alcuni casi addirittura azzerati.

Il contributo ambientale per gli imballaggi in vetro passerà da 27 EUR/tonnellata a 31 EUR/tonnellata a partiredal 1° luglio 2020.

L’aumento è determinato dalle maggiori quantità di materiale proveniente dalla raccolta differenziata, soprattutto dalle aree del Sud, con le inevitabili conseguenze economiche dovute principalmente ai costi di trasporto e trattamento per l’avvio a riciclo del materiale negli impianti, situati prevalentemente nel nord del Paese.

Tali aumenti avranno effetti anche sulle procedure forfettarie/semplificate, i cui valori saranno comunicati entro la fine di marzo.

Per il 2020, in Italia il sistema rappresentato da CONAI e dai Consorzi di filiera prevede di recuperare l’83% dei rifiuti di imballaggio immessi al consumo. Di questi, la parte avviata a riciclo dovrebbe superare il 71%.

Per domande e chiarimenti è a disposizione il numero verde CONAI 800 337799.

Plastica: servono nuovi impianti per il riciclo

Si sono chiuse il 12 giugno a Pisa le Giornate della ricerca promosse da Corepla – il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli Imballaggi in plastica –  in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna, offrendo un’importante occasione di confronto e di analisi, per stimolare ricerca e innovazione nell’ambito dell’economia circolare.

Ad oggi infatti c’è ampio spazio per migliorare: nonostante il fiorire di iniziative “plastic free” nell’ultimo anno l’Italia ha consumato 2.292.000 tonnellate di imballaggi in plastica, più dell’anno precedente. Una volta che questi materiali sono divenuti rifiuti, secondo i dati Corepla solo il 44,5% è stato avviato a riciclo, il restante 55,5% è andato a smaltimento, fra incenerimento e discarica.

Il problema della riciclabilità degli imballaggi messi in circolazione è risultato evidente: «Per una maggiore circolarità – spiega Marco Frey, direttore del master sull’economia circolare della Scuola Sant’Anna – occorre trasformare il ciclo di vita dei prodotti/servizi in tutte le loro fasi, a partire dal design per chiudere con il riciclo, mettendo in campo tutta la creatività di cui noi italiani siamo capaci».

E gli esempi non mancano, molti dei quali a livello locale. Loredana Giannini del gruppo Idrotherm 2000  ha presentato ad esempio un innovativo progetto realizzato in collaborazione con il gruppo Hera: una tubazione in plastica riciclata per la protezione dei cavi elettrici ad alta tensione e scarico di acque reflue. Sulla base del conteggio dei metri di nuove tubazioni che vengono mediamente posati da Hera nell’arco di un anno, l’utilizzo di plastica riciclata potrebbe garantire un risparmio di CO2 di circa 126,6 ton stimato per la sola rete elettrica.

Alessando Canovai, direttore generale di Revet, ha illustrato in proposito il nuovo granulo realizzato valorizzando la componente poliolefinica del plasmix, derivato dagli imballaggi in plastica raccolti in Toscana, utilizzato recentemente anche per la stampa 3D.

Dal confronto è risultato evidente come il riciclo non possa essere considerato un argomento astratto, ma un processo industriale che ha necessità di input di qualità per alimentare i propri impianti sul territorio senza i quali, è bene sottolinearlo, l’economia circolare rimane una chimera. «Il problema degli impianti va affrontato – conclude nel merito Alessandro Bratti, direttore generale dell’Ispra – Si può discutere sulla tipologia, ma vanno realizzati, riequilibrando una situazione nazionale che vede un’impiantistica variegata al Nord/Centronord e deficitaria al Sud».

La tipologia di impianti è ben chiara a Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente «Bisogna passare dalla predica alla pratica. Vale per tutti, dalla politica a chi sul territorio combatte perché non vuole discariche, ma blocca anche la possibilità di realizzare impianti di riciclo. Serve una normativa che semplifichi al massimo il riciclo, occorre l’approvazione rapida di tutti i decreti ministeriali che permettono la qualifica dei rifiuti quando possono essere adatti per il riciclo. Serve poi riempire il Paese d’impianti di riciclo, nella logica “zero rifiuti, impianti mille».

Sacchetti monouso di plastica: in Francia divieto in vigore dal 1 luglio 2016

Posticipato di qualche mese rispetto alla data iniziale, il 1 luglio 2016, in Francia, entrerà in vigore il divieto alla vendita e distribuzione (gratuita o a pagamento) degli shopper monouso in plastica per asporto merci e dal 1 gennaio 2017 il divieto si estenderà anche ai sacchi per il confezionamento di frutta e verdura. Sono esclusi dal divieto i sacchi frutta e verdura compostabili (seconda la norma NFT51-800), ottenuti da materie prime rinnovabili e idonei al compostaggio domestico.

Il decreto di attuazione è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale francese il 30 marzo 2016. La messa al bando riguarda gli shopper in plastica con spessore sotto i 50 micron. Gli shopper compostabili, invece, dovranno gradualmente aumentare la percentuale di materie prime rinnovabili: 30% a partire dal 1 gennaio 2017, 40% dal 1 gennaio 2018, per poi salire al 50% dopo il 1 gennaio 2020 e al 60% a partire dal 1 gennaio 2025.
Positivo il commento dell’associazione delle bioplastiche francese Club Bio-plastiques. “Accolgo con favore – ha sottolineato il presidente Christophe Doukhi-de Boissoudy –  la pubblicazione del decreto attuativo della legge “transition énergétique” e l’implementazione della misura sugli shopper monouso che aspettavamo da molto tempo. I sacchetti compostabili – si legge ancora nella nota – contribuiscono in modo efficace all’ottimizzazione della raccolta differenziata del rifiuto organico, promossa peraltro dalla legge transition énergétique”.
Il decreto è stato fortemente promosso e sostenuto dal Ministro dell’Ambiente Ségolène Royal, con l’obiettivo di ridurre gli impatti ambientali connessi alla produzione, distribuzione e dispersione dei sacchi di plastica. Inoltre con la sostituzione dei sacchi di plastica con quelli compostabili, gli operatori del settore prevedono una crescita del comparto delle bioplastiche da fonti rinnovabili e la creazione di 3000 nuovi posti di lavoro.

Ad Enzo Favoino, della Scuola Agraria del Parco di Monza, abbiamo chiesto un parere sul requisito francese che prevede l’idoneità dei sacchetti al compostaggio domestico. “Su questo punto – ha spiegato Favoino ad Eco dalle Città – la Francia, a differenza dell’Italia, ha scelto un requisito più elevato. A livello pratico però questo elemento non è fondamentale per lo scopo prefissato. Nel caso del compostaggio domestico il sacchetto non serve. A livello industriale, invece, i bioshopper in regola con la norma italiana sono pienamente compostabili”.

Fonte: Eco dalle Città

Rifiuti, chi produce un imballaggio difficile da riciclare pagherà di più: si parte dalla plastica

Da quando l’italiano Giulio Natta ottenne il premio Nobel per aver inventato nel 1954 il polipropilene (la prima plastica, commercializzata poi come moplen), l’evoluzione dei materiali plastici nel mondo è stata a dir poco esplosiva, in quantità e qualità: per averne un’idea basta guardarsi attorno. Non esiste una sola plastica, ma molte plastiche, e per tutti questi prodotti si è reso oggi urgente disegnare un ciclo di vita più sostenibile, più circolare. Sotto questo profilo, in Italia continuano a convivere punte d’eccellenza (ad esempio nel recupero di materia da alcune frazioni critiche, come anche nello sviluppo di materiali innovativi bioispirati) in scenari paradossali: non ultimo quello che vede circa la metà delle plastiche raccolte tramite raccolta differenziata dirette a termovalorizzazione (godendo di incentivi) e non a recupero di materia (che di incentivi non ne ha). D’altra parte, le istanze di sostenibilità e gli effetti del calo dei prezzi delle commodity – ma non della loro volatilità – a livello globale suggeriscono la necessità di cambiamenti profondi nel settore.

Pochi giorni fa, il Conai (Consorzio nazionale imballaggi) ha annunciato una piccola rivoluzione: raggiunta ormai la maggiore età – la sua istituzione risale a 18 anni fa – il Consorzio ha lanciato un progetto di diversificazione contributiva per gli imballaggi in plastica, con l’obiettivo dichiarato di incentivare l’uso di imballaggi maggiormente riciclabili secondo le «tecnologie disponibili industrialmente note». Una volta giunta la definitiva implementazione (presumibilmente entro 12 mesi), verranno anche definiti i diversi valori del Cac. Sarà interessante osservare le conseguenti evoluzioni di mercato: che fine faranno i rifiuti plastici da imballaggio meno nobili, verranno spinti fuori mercato a favore di quelli più facilmente riciclabili, oppure cambieranno le modalità di raccolta e gestione? Il sistema-Italia si indirizzerà verso modelli prevalenti fuori confine, dove i materiali riciclabili con profitto vengono intercettati direttamente dal mercato (e non da consorzi) mentre gli altri vengono indirizzati a termovalorizzazione? I quantitativi riferibili al recupero effettivo di materia diminuiranno o aumenteranno? A questi e molti altri interrogativi sarà possibile dare una risposta certa soltanto valutando l’evoluzione del progetto lanciato da Conai. Già ora però è possibile delineare quest’avvio come un potenziale punto di svolta: ne abbiamo parlato con Walter Facciotto, direttore generale del Conai.

Il nuovo contributo ambientale (Cac) per la plastica sarà modulato su tre parametri fondamentali: il primo è la facilità di selezione. Quanto è durato il lavoro di catalogazione delle 60 tipologie di imballaggi in plastica, e quali aziende e associazioni di categoria sono state coinvolte?
«La diversificazione del contributo ambientale – per il momento limitata alla sola plastica – è un passo importante e che ha richiesto una fase preparatoria articolata e che andrà ulteriormente verificata alla prova dei fatti. A quasi 20 anni dalla fondazione del Consorzio nazionale imballaggi, abbiamo ritenuto opportuno – in un’ottica di continuo miglioramento – agire ulteriormente sulla leva del contributo ambientale per incentivare la riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi, completando un percorso che ha prima collegato l’onere contributivo al peso, e in seguito introdotto incentivi per il riutilizzo degli imballaggi all’interno di circuiti controllati che garantiscono benefici ambientali.

Il primo passaggio è stato l’identificazione e la condivisione dei criteri guida da utilizzare per la diversificazione del Cac che ha portato a scegliere la selezionabilità, la riciclabilità e il circuito di destinazione; solo successivamente ha avuto inizio la fase di applicazione dei criteri guida e la valutazione di circa 60 tipologie di imballaggi in plastica. L’analisi, ad oggi ancora in corso, è stata effettuata tramite un apposito gruppo di lavoro costituito dai consiglieri Conai – espressione di produttori e utilizzatori di imballaggi – dalle strutture tecniche di Conai e Corepla e da un panel di aziende che si occupano di selezione e riciclo dei rifiuti. Inoltre nel corso degli incontri, iniziati a luglio 2014, sono state coinvolte a più riprese le associazioni di categoria del settore plastica, dai produttori delle materie prime agli utilizzatori finali.

L’obiettivo è quello di incentivare la produzione di imballaggi più facilmente riciclabili che possano essere utilizzati come materie prime seconde nei processi produttivi, esattamente in linea con le indicazioni comunitarie del pacchetto dell’economia circolare. Impegno che Conai sta già perseguendo da anni con diverse iniziative rivolte alle imprese, come ad esempio il bando prevenzione, che premia le aziende che più si distinguono nella progettazione di imballaggi green, e le altre iniziative all’interno del progetto “Pensare futuro”».

La rimodulazione del Cac potrebbe in futuro riguardare anche altri materiali con cui sono realizzati gli imballaggi? Chi potrebbe essere il prossimo in lista?

«Al momento l’iniziativa riguarda la sola filiera degli imballaggi in plastica, che è il materiale più complesso per la varietà delle tipologie e per le tecnologie di selezione e di riciclo, ma i criteri guida scelti per la diversificazione, come la selezionabilità, la riciclabilità e il circuito di destinazione sono già pensati per l’applicazione futura agli altri materiali di imballaggio. Al momento, non abbiamo comunque una programmazione definita in questo senso».

Una delle cose più difficili da spiegare al cittadino che vuole fare la raccolta differenziata è perché una bottiglia di plastica vada differenziata e la bambola di plastica che si rompe invece no: questo anche perché per altri materiali questa distinzione fra imballaggio e prodotto non esiste (vedi la carta). È ancora possibile e auspicabile l’evoluzione verso i “consorzi per il recupero della materia”, anziché solo degli imballaggi?

«Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci: l’organizzazione della raccolta differenziata dipende unicamente dalle amministrazioni comunali, che definiscono le modalità di raccolta dei rifiuti urbani anche in funzione del raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata a loro assegnati  dalla legge (65% di RD complessiva al 31.12.2012).

Fatta questa premessa, non dobbiamo dimenticare che il contributo ambientale Conai, che serve a coprire i maggiori oneri della raccolta differenziata comunale, viene applicato sui soli imballaggi e non sulla totalità dei beni realizzati con i sei materiali – acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro – e che quindi ogni ipotesi di estensione del campo d’azione dei Consorzi deve tener conto di costi di raccolta, di selezione e lavorazione maggiori.

Ad esempio nel caso della carta, il Consorzio di riferimento (Comieco) riconosce al Comune, che abbia deciso di sottoscrivere la convenzione prevista dall’Accordo quadro Anci Conai, il corrispettivo sulla percentuale di imballaggio raccolta congiuntamente alla carta grafica, lasciando così la possibilità all’amministrazione comunale di potere scegliere quale sia la strada migliore per valorizzare la frazione merceologica similare in carta non da imballaggio».

Fonte: Green Report