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Bioeconomia circolare: una tre giorni per fare il punto su plastiche rinnovabili, biodegradabili e compostabili

Dal 24 al 26 novembre la conferenza on line organizzata da Assobioplastiche, CNR, TICASS e Università degli Studi di Bologna nell’ambito del progetto europeo BIO-PLASTICS EUROPE, per parlare dello stato dell’arte della ricerca su materiali innovativi

Si parla tanto di bioeconomia circolare, di ecodesign, di fonti rinnovabili, di materiali innovativi ma a che punto siamo? L’Europa e l’Italia cosa stanno facendo? E con quali prospettive?

Sono solo alcuni dei quesiti cui si cercherà di dare risposta nel corso della conferenza organizzata da Assobioplastiche, CNR, TICASS e Università degli Studi di Bologna nell’ambito del progetto europeo BIO-PLASTICS EUROPE.

Finanziato dall’Unione Europea all’interno del programma Horizon 2020, il progetto affronta il tema delle soluzioni sostenibili per la produzione e l’uso di plastiche rinnovabili, biodegradabili e compostabili a tutela della qualità ambientale del mare e del suolo in Europa. 

22 tra centri di ricerca, università e imprese provenienti da 13 nazioni collaboreranno insieme fino al 30 settembre 2023 nella progettazione di prodotti innovativi e nell’analisi di modelli di business che facilitino strategie e soluzioni efficaci per l’utilizzo e il riciclo delle plastiche rinnovabili, biodegradabili e compostabili per i settori dell’imballaggio alimentare, dell’agricoltura, del foodservice e dei consumer goods, con una grande attenzione anche al tema della sicurezza dei materiali. Dal 24 al 26 novembre Assobioplastiche, CNR, TICASS e Università di Bologna faranno il punto in tre momenti successivi, dalle ore 09.20 alle ore 11.10:
– 24 novembre 2020: Bioeconomia circolare
– 25 novembre 2020: Applicazioni nel settore agrifood
– 26 novembre: Modelli di business per la sostenibilità.

La prima giornata sarà dedicata ad analizzare il quadro italiano della bioeconomia con, tra gli altri, l’intervento di Alfonso Pecoraro Scanio, presidente di Fondazione Univerde, di ISPRA, CIC-Consorzio Compostatori Italiani, AMIU e Cluster SPRING.

Il secondo giorno si focalizzerà su casi studio del settore agrifood: sfide nella produzione di packaging bio-based (con interventi dell’Istituto Italiano di Tecnologia, dell’Università di Milano e del CNA Genova) e produzione high-tech di film per uso agricolo (con interventi di Polyeur e Lirsa).

La conferenza si chiuderà il 26 novembre con il focus sui modelli di business per la sostenibilità. La giornata sarà coordinata dall’Università di Bologna e vedrà il coinvolgimento di aziende leader del settore, quali Novamont, Polycart, ILIP, UniCoop e Krill Design.

Il programma completo è consultabile all’indirizzo: http://www.assobioplastiche.org/eventi.html

La partecipazione è gratuita previa registrazione: http://www.assobioplastiche.org/partecipazioneevento.php 

Fonte: Eco dalle Città

Bioplastica. Approvato lo Statuto, Consorzio Biorepack pronto a partire

Con l’approvazione dello statuto da parte del Ministro dell’Ambiente e del Ministro dello Sviluppo Economico e la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, il consorzio Biorepack diventa ufficialmente il settimo consorzio di filiera CONAI.  

Costituito a Roma il 26 novembre 2018 da sei tra i principali produttori e trasformatori di bioplastiche – Ceplast, Ecozema-Fabbrica Pinze Schio, Ibi plast, Industria Plastica Toscana, Novamont e Polycart – Biorepack si occuperà della gestione a fine vita degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile che possono essere riciclati con la raccolta della frazione organica dei rifiuti e trasformati, con specifico trattamento industriale, in compost o biogas.

“Siamo estremamente soddisfatti – commenta Marco Versari, presidente di Biorepack – perché con l’approvazione dello Statuto viene riconosciuta la specificità di un materiale con un fine vita del tutto peculiare rispetto a quello degli altri presidiati dagli attuali sei consorzi di filiera del CONAI. Essere il primo consorzio europeo per il riciclo organico degli imballaggi in bioplastica significa fare un passo avanti senza confronti nel campo del riconoscimento del valore del riciclo biologico e consentire al nostro Paese di rafforzare la sua leadership nel settore della bioeconomia circolare. Siamo pronti sin da subito a collaborare con il CONAI, gli altri consorzi e l’ANCI per coordinare e ottimizzare la gestione del riciclo, affinché i cittadini possano conferire correttamente nella raccolta dell’umido domestico gli imballaggi in bioplastica e l’Italia incrementare i risultati di riciclo”.

È boom di plastica nella raccolta dell’umido, ma c’è una prima buona notizia

È boom di plastica nella raccolta dell’umido, ma c’è una qualche buona notizia: le bioplastiche – aumentate tantissimo pure loro – si compostano perfettamente. Sono tra le più interessanti questioni emerse dallo studio condotto da Consorzio italiano compostatori (Cic) e Corepla, nell’ambito dell’accordo annuale per le attività di monitoraggio relative alla quantità e qualità degli imballaggi in plastica e compostabili conferiti negli scarti di cucina e di giardino. Negli ultimi 3 anni – spiegano i due consorzi –  la presenza di bioplastiche compostabili nella raccolta degli scarti di cucina è più che triplicata (e va ricordato che in molte occasioni abbiamo sottolineato come questo stesse rappresentando anche un problema), passando dalle circa 27.000 t/anno (espresse sul secco) dell’indagine del 2016/2017 alle circa 83.000 t/anno di quella del 2019/2020.

Ma come detto aumenta – ed in peso è persino superiore – anche la plastica tradizionale che viene erroneamente conferita nell’umido, che passa dalle circa 65.000 t/anno (espresso sul secco) del 2016/2017 alle circa 90.000 t/anno del 2019/2020.

Lo studio, presentato dal direttore del Cic Massimo Centemero, ha monitorato la composizione del rifiuto organico così da quantificare la presenza di Materiale Compostabile (MC) quale scarti di cucina e di giardino, carta, plastica compostabile, e di Materiale Non Compostabile (MNC) rappresentato da plastica tradizionale, vetro, metalli, pannolini, cialde caffè, altro.

«Questo studio è fondamentale per capire come avviene la raccolta differenziata da parte dei cittadini. Di conseguenza, ci permette di valutare i comportamenti da adottare come consorzi per promuovere la corretta modalità di differenziazione sia degli imballaggi in plastica tradizionale che di quelli in plastica biodegradabile e compostabile, così da migliorare la raccolta differenziata e assicurare un riciclo di qualità da entrambe le parti», spiegano il presidente del Cic Flavio Bizzoni e il presidente del Corepla Antonello Ciotti.

Secondo l’analisi, l’umido proveniente dalle raccolte differenziate è costituito per il 94,8% da Materiale Compostabile. Le plastiche compostabili certificate UNI 13432 presenti nei rifiuti organici sono in aumento rispetto al 2016/2017: la loro incidenza è infatti passata dall’1,5% al 3,9%. Si tratta quasi esclusivamente di bioplastica flessibile rappresentata per oltre il 70% da imballaggi.

Lo studio ha confermato inoltre – ed è come dicevamo una prima buona notizia visto che, almeno in Toscana, le bioplastiche fino a un anno hanno dimostrato di mettere in difficoltà proprio il circuito di raccolta dei rifiuti organici –  l’assenza di bioplastiche nel compost a dimostrazione della effettiva degradazione della bioplastica negli impianti.

Secondo lo studio presentato da Cic e Corepla “non è stata rilevata bioplastica nel compost dei 27 impianti monitorati”, ma contando anche che in tutto il Paese ci sono 281 impianti di compostaggio, 35 di trattamento integrato aerobico e anaerobico e altri 23 di digestione anaerobica, è necessario sottolineare che non tutti gli impianti sono uguali. Così come non lo sono le bioplastiche.

I diversi tempi di compostaggio industriale fra i prodotti in bioplastica flessibile, quelli in bioplastica rigida ed i rifiuti organici, l’oggettiva difficoltà in fase di compostaggio di gestire bioplastiche con spessori e forme diverse (uno shopper è diverso da una posata!), sono tutti elementi di criticità: è evidente che il circuito di raccolta dei rifiuti organici è concepito per raccogliere ed avviare a recupero questo tipo di materiali e non è predisposto per assorbire quote crescenti di altri manufatti che non siano i sacchetti in bioplastica in cui vengono conferiti i rifiuti organici. Per questo un approccio integrato di filiera, che sappia risolvere i colli di bottiglia rimanenti per questa importante fetta di economia circolare, è di grande importanza; in tale senso lo studio congiunto Cic-Corepla è un primo segno incoraggiante.

Tornando ad esaminare i suoi risultati, i Materiali Non Compostabili presenti nell’umido rappresentano invece il 5,2%, con un leggero aumento del +0,3% rispetto al monitoraggio 2016/2017. L’incidenza della plastica rappresenta il 3,1% del totale: il 90% della plastica presente nell’umido è flessibile e circa il 50% dei manufatti in plastica è rappresentato da imballaggi.

L’indagine ha consentito inoltre di approfondire e conoscere meglio le abitudini degli italiani in relazione ai sacchi e ai sacchetti utilizzati per il conferimento della frazione umida. Rispetto al 2017 si nota un aumento interessante del 7% dei manufatti conformi alla norma. Il 63,8% dei sacchi per contenere l’umido è infatti compostabile.

Il guaio come detto è principalmente la plastica e in generale la frazione estranea che viene ancora rinvenuta nel materiale raccolto: «Dobbiamo purtroppo constatare – precisa Bizzoni – l’aumento della presenza dei materiali non compostabili (MNC), di cui le plastiche tradizionali rappresentano il 60%, nelle raccolte differenziate degli scarti di cucina e giardino. Solo negli scarti di cucina i MNC sono passati dalle circa 190.000 t/a rilevate nella precedente indagine del 2016/2017, alle circa 240.000 t/a di quella attuale (2019/2020). I dati raccolti evidenziano che il pur considerevole aumento della presenza dei manufatti flessibili in bioplastica compostabile da solo non è bastato a garantire la diminuzione delle plastiche tradizionali. Questa consistente presenza dei MNC provoca a tutta la filiera enormi costi per il loro smaltimento che, nel solo 2019, possono essere stimati in una cifra che va dai 90 ai 120 milioni di euro, con l’effetto inoltre di ‘trascinare’ allo smaltimento rilevanti quantità di materiale organico sottraendolo così alla produzione di compost di qualità. Ridurre drasticamente i MNC nel settore del biowaste, che recupera ogni anno il 40,4% del rifiuto urbano differenziato».

«L’analisi svolta insieme al CIC – ha detto il presidente di Corepla Antonello Ciotti – dimostra come, nonostante gli evidenti passi avanti compiuti, occorra proseguire nell’azione di sensibilizzazione e di informazione dei cittadini rispetto alle prassi di differenziazione dei rifiuti, anche a fronte dell’aumento dell’utilizzo di plastiche monouso avvenuto in concomitanza con l’emergenza sanitaria. È evidente la necessità di rafforzare il sistema italiano di trattamento sia delle plastiche compostabili che di quelle tradizionali, ampliando la capacità del sistema paese di trattare questo tipo di rifiuto».

Ministro Gualtieri: ‘La plastic tax colpisce solo il monouso’

“L’imposta sulla plastica ha lo scopo di disincentivare i prodotti monouso e promuovere materie compostabili ed eco-compatibili. Non è un’imposta generalizzata sulla plastica, materiale di cui difficilmente riusciremo a fare a meno, ma ha l’obiettivo di limitare l’impiego di oggetti che usi una volta e rimangono nell’ambiente per centinaia di anni”. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nel corso del convegno organizzato dal Messaggero. “L’imposta sarà per esempio applicata sulla bottiglietta di acqua minerale ma non sulla borraccia che viene riempita più volte”.

E ancora, dice Gualtieri la plastic tax colpirà “la vaschetta per prodotti alimentari che si trovano al supermercato ma non i contenitori domestici per il frigorifero; il bicchiere di plastica usa e getta, ma non quello di plastica progettato per essere messo a tavola e utilizzato un numero indefinito di volte”. Inoltre, spiega il ministro, “è limitata e commisurata al peso della plastica e quindi volta a incentivare la riduzione di plastica monouso introdotta, mentre non tocca le bioplastiche”.

“Introdurremmo anche un incentivo per l’innovazioni dei processi produttivi che sostenga la riconversione verso la produzione di bioplastiche o di plastiche compostabili, che non saranno soggette all’imposta”, ha detto ancora Gualtieri.

Per il ministro, l’aumento di investimenti pubblici contenuto nella manovra è distribuito in tre fondi, uno per le amministrazioni centrali, uno gli enti territoriali e un fondo speciale ‘green new deal’ che sarà anche alimentato anche dall’emissione di ‘green bond’, ovvero di titoli pubblici che noi emetteremo vincolati specificatamente alla sostenibilità dell’economia”.

Costa, accordo per non tassare plastica compostabile. Sull’ipotesi di plastic tax “c’e’ un bell’accordo nella compagine di governo sul non toccare tutto cio’ che e’ compostabile, riciclabile e biodegradabile, e sul diminuire il packaging di plastica. Credo che l’accordo su questo sia raggiunto”. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa (M5S), a margine di un convegno del Messaggero a Roma.

Fonte: Ansa Ambiente

CIC – Compatibilità del recupero dei manufatti compostabili con il sistema del compostaggio

Premessa

La recente Direttiva Europea SUP (Single Use Plastics), che impone il divieto di commercializzazione dei manufatti monouso in plastica per la somministrazione di cibi e
bevande (piatti, bicchieri, posate, capsule caffè, ecc. ecc.), e che dovrà essere recepita dai Paesi membri entro il 2021, provocherà a breve significativi cambiamenti nelle abitudini e
nei consumi dei cittadini europei, in particolare degli italiani, che ne fanno largo uso.
Tra le possibili ipotesi di sostituzione dei manufatti monouso in plastica tradizionale vietati dalla Direttiva, è stata avanzata quella dell’impiego di materiali compostabili quali carta,
legno e plastiche compostabili, che dovrebbero trovare il loro fine-vita nella filiera del recupero dei rifiuti organici, previa raccolta differenziata insieme agli scarti di cucina.

Alcuni punti fermi

Facciamo innanzitutto chiarezza sui termini: parliamo di plastiche compostabili, termine che preferiamo in quanto aderente alla norma tecnica di riferimento (la UNI EN 13432),
più adatto a caratterizzare destinazione, ruolo e comportamento di questi materiali, rispetto ad altri termini a volte utilizzati quali “plastica biodegradabile” o “bioplastica”, troppo
generici e confusivi.
Ricordiamo che la produzione e l’utilizzo di manufatti compostabili in Italia ha inizio più di 25 anni fa con l’impiego dei sacchetti compostabili quale strumento di facilitazione della
raccolta differenziata dell’umido. Tale impiego ha sicuramente contribuito in maniera positiva alla crescita e all’ottimizzazione del sistema della raccolta differenziata della frazione umida fino a farlo diventare uno dei più avanzati al mondo per diffusione territoriale, e per quantitativi e qualità dei rifiuti raccolti.
A riprova dell’efficacia dell’utilizzo dei sacchetti compostabili nella filiera di recupero dell’umido, il nostro Paese ha imposto l’obbligo già dal 2010 – primo caso in Europa – di utilizzare per la raccolta dei rifiuti organici esclusivamente sacchetti compostabili, arrivando poi nel 2011 a vietare l’immissione in consumo di shopper monouso (quelli con spessore < 100μm) in plastica tradizionale.
Nello specifico le plastiche compostabili, purché certificate secondo il citato standard europeo UNI EN 13432, hanno caratteristiche tali da poter essere incorporate, in senso generale, nei processi di compostaggio industriale. Infatti, durante il processo di compostaggio, questi materiali si comportano in maniera analoga allo scarto organico, ossia vengono in parte convertiti in acqua ed anidride carbonica e in parte trasformati in compost, prodotto finale dei nostri impianti in grado di contribuire alla fertilizzazione dei suoli.
Sottolineiamo che lo standard europeo di compostabilità EN 13432 prevede sia il test di biodegradabilità (prova in laboratorio di degradazione del manufatto in acqua ed anidride carbonica) che quello di disintegrabilità (prova di effettiva disintegrazione nel corso di un processo di compostaggio), il che costituisce una sicura garanzia perché tali materiali siano considerati adatti ad essere recuperati attraverso i sistemi industriali di compostaggio.
Il CIC, da parte sua, nel 2006 ha creato un marchio (Compostabile CIC) il cui ottenimento prevede che la prova di disintegrabilità sia effettuata in scala reale, ossia in un impianto di compostaggio; questa prova garantisce dunque, una volta di più, la compatibilità dei manufatti compostabili con i sistemi industriali di compostaggio.
Su questi temi il CIC si era già espresso nel 2018 con la Nota che può essere scaricata dal sito al link https://www.compost.it/wp-content/uploads/2019/08/Comunicato-stampa-1-
Sacchetti-biodegradabili-otto-verit%C3%A0-per-una-migliore-raccoltadell%E2%80%99umido.pdf

L’attualità

A seguito della pubblicazione della Direttiva Europea SUP, si sta assistendo in Italia ad una rapida ed impetuosa comparsa sul mercato di numerose altre tipologie di manufatti realizzati in materiali compostabili (carta, legno e plastiche compostabili, sia in matrice singola che accoppiata), che si propongono quali alternative agli omologhi manufatti in plastica tradizionale quali piatti, bicchieri, posate, capsule caffè, ecc. ecc.., e non è insensato prevedere una loro imminente rapida diffusione. Attualmente questi manufatti rappresentano meno del 10% del mercato delle plastiche compostabili, ma potrebbero assumere dimensioni ben più rilevanti proprio a seguito dell’imminente recepimento della Direttiva Europea SUP.
La rapida diffusione di manufatti monouso compostabili porterà alla determinazione di alcune sicure criticità che il CIC ritiene debbano essere debitamente governate al fine di evitare la possibilità che venga messa in crisi l’intera filiera del recupero dei rifiuti organici, che oggi garantisce la gestione di quasi 7.000.000 di tonnellate di rifiuti.

Queste le principali criticità che si presenteranno:

  • la confusione che si genererà nei cittadini-consumatori artefici della raccolta differenziata, derivante dalla compresenza sul mercato di manufatti compostabili e quelli realizzati in materiali plastici convenzionali, porterà come conseguenza il rischio di un forte trascinamento di questi ultimi nella raccolta differenziata dei rifiuti organici, con un conseguente pesante decadimento della qualità della stessa. A questa difficoltà di riconoscimento sono naturalmente soggetti anche gli operatori che effettuano le raccolte e gli addetti al riciclo dei rifiuti organici.
  • La presenza di “manufatti compostabili” che non siano certificati in base alla norma unificata UNI EN 13432 porterebbe ad un pericoloso decadimento della qualità delle raccolte differenziate con un conseguente pesante aggravio dei costi dell’intera filiera del recupero del rifiuto organico che ricadrebbe inevitabilmente sulle spalle dei cittadini.
  • L’aumento dei quantitativi relativi ai manufatti compostabili delle più diverse fogge e dimensioni all’interno degli scarti di cucina, fino ad oggi presenti in quantitativi quasi trascurabili, avrà come inevitabile conseguenza un significativo cambiamento delle caratteristiche merceologiche e fisiche dei rifiuti organici che gli impianti devono trattare. Dovranno certamente essere messi in atto adeguamenti tecnici e procedurali per gestire al meglio questi cambiamenti; tali adeguamenti necessiteranno, oltre che di investimenti, anche di collaborazione tra tutti i  4
    rappresentanti della filiera (produttori dei manufatti, grande distribuzione, consumatori, amministratori pubblici, aziende di raccolta, impianti di riciclo).

Alla luce delle preoccupazioni sopra esposte e in previsione dell’imminente recepimento (2021) della direttiva Europea SUP (Single Use Plastics), il CIC chiede al Governo e alle Istituzioni che:

  • i manufatti compostabili abbiano una immediata e facile riconoscibilità attraverso l’apposizione di uno specifico simbolo che identifichi la filiera di recupero a cui devono essere avviati, di cui potranno beneficiare nelle varie fasi del ciclo sia il cittadino, sia il raccoglitore che, in fine, il compostatore;
  • si lavori sull’“ecodesign”, di cui si parla spesso, per facilitare il recupero/riciclo di un manufatto immesso al consumo. Questo potrebbe costituire un esempio di progettazione ecologica di un bene in funzione del riciclo del bene stesso quando assumerà lo status di rifiuto;
  • vengano messe a disposizione le necessarie risorse per una capillare ed efficace informazione ai cittadini sulle novità provocate dalla Direttiva Europea;
  • il rilascio del simbolo identificativo debba essere previsto all’interno di un percorso definito che garantisca almeno la presenza dei necessari requisiti di compatibilità con il sistema del compostaggio industriale, primo fra tutti la certificazione secondo lo standard europeo EN 13432, e che garantiscano la tracciabilità;
  • vengano previste adeguate risorse per effettuare gli eventuali investimenti che gli impianti di compostaggio dovranno affrontare per far fronte al cambiamento delle caratteristiche merceologiche e fisiche dei rifiuti organici, prodotto dall’aumentata presenza dei nuovi manufatti compostabili.

Il Consorzio Italiano Compostatori è come sempre disponibile a dare il proprio contributo
ad una discussione serena sul tema, che:
● rimetta al centro la verità scientifica ed operativa secondo i punti elencati in
precedenza,
● consenta uno sviluppo governato e non pervasivo dell’uso dei manufatti
compostabili.
Chi è il CIC
Il CIC (Consorzio Italiano Compostatori) Il Consorzio Italiano Compostatori è un’organizzazione senza fini di lucro che si occupa di promuovere e valorizzare le attività di riciclo della frazione organica dei rifiuti e ha come finalità la produzione di compost e biometano.
Il Consorzio, che conta circa centotrenta consorziati, riunisce e rappresenta soggetti pubblici e privati produttori o gestori di impianti di compostaggio e di digestione anaerobica, associazioni di categoria, studi tecnici, laboratori, enti di ricerca, produttori di macchine e attrezzature e altre aziende interessate alle attività di compostaggio e di gestione dei rifiuti organici.
Il CIC è impegnato in numerose iniziative volte alla prevenzione della produzione di rifiuti organici e alla diffusione di una raccolta differenziata di qualità che permetta l’effettivo recupero degli scarti organici negli impianti di trattamento biologico. A tal fine, oltre a monitorare costantemente la qualità della frazione organica in ingresso agli impianti di compostaggio – o agli impianti integrati di digestione anaerobica e compostaggio – ha ideato programmi di qualità e sviluppato partnership con numerose associazioni nazionali ed internazionali.
Nel 2003 il CIC ha avviato il programma volontario Marchio Compost di Qualità CIC che, attraverso verifiche continue sul prodotto, attesta la qualità dei fertilizzanti organici prodotti negli impianti delle aziende consorziate.
Nel 2006 nasce poi il Marchio Compostabile CIC, un servizio fornito agli impianti consorziati che oggi garantisce l’oggettiva compostabilità dei manufatti biodegradabili durante il recupero del rifiuto organico negli impianti di compostaggio su scala industriale.
Oggi, oltre alle attività legate alla qualità di matrici e prodotti, il CIC è costantemente impegnato in numerose iniziative rivolte al raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Unione Europea nell’ambito del pacchetto dell’Economia Circolare recentemente approvato.
Maggiori informazioni sul sito istituzionale: www.compost.it

Puglia, il Tar sospende l’ordinanza regionale contro la plastica monouso nei lidi balneari

Un’altra sospensione delle ordinanze contro la plastica usa e getta da parte di un Tribunale Amministrativo. Questa volta succede in Puglia e non riguarda un piccolo comune o una città bensì tutti gli stabilimenti balneari della regione – circa 250 – che a marzo avevano ricevuto ordine da parte dell’ente guidato da Michele Emiliano di eliminare la plastica tradizionale e usare solamente piatti, bicchieri e posate in plastica compostabile. Una misura accolta favorevolmente dalla maggior parte dei lidi, ma non da alcune associazioni (Confida, Assobibe, Mineralacqua, Italgrob e Spinel Cafe) di produttori e distributori di bevande e prodotti da bar, che fecero subito ricorso sostenendo che il divieto non fosse previsto da alcuna norma di legge.

I giudici amministrativi, presieduti da Giuseppina Adamo, hanno stabilito che la Regione Puglia ha, di fatto, anticipato con la propria ordinanza l’entrata in vigore della Direttiva europea entrata in vigore a giugno ma che ha, come termine di recepimento per gli Stati membri, il 3 luglio 2021. “La direttiva comunitaria necessita di misure di recepimento – scrive il tribunale amministrativo – perché incide sulla tutela della concorrenza , nella parte in cui la disciplina impone le restrizioni al mercato dei prodotti monouso”. L’udienza per discutere del merito della questione è stata fissata dal Tar per il 19 febbraio 2020.

“Le decisioni della magistratura non si commentano, si applicano e si fanno applicare, almeno fin quando l’intero corso della giustizia non sarà completato”. Così l’assessore all’Ambiente della Regione Puglia, Gianni Stea a proposito dell’ordinanza con cui il Tar Puglia ha sospeso l’ordinanza balneare della Regione proprio nella parte in cui ha imposto ai bar degli stabilimenti l’utilizzo di piatti, bicchieri e posate in materiali compostabili.

“Detto questo rivolgo un appello a tutti i gestori degli stabilimenti balneari e a tutti gli  utenti degli stessi, che già al tempo avevano accolto con grande entusiasmo questa decisione della Regione Puglia, affinché si utilizzino da subito e il più possibile posate e stoviglie di materiale compostabile al  posto di quelle di plastica che rappresentano un vero e proprio veleno per l’ambiente e l’ecosistema marino. La Puglia e i pugliesi hanno il diritto e il dovere di mostrare un elevato grado di civiltà e lungimiranza sulla questione. Ricordo che secondo i dati Ispra l’inquinamento sulle spiagge italiane ha raggiunto valori impressionanti a cui occorrerà porre un immediato freno: esattamente è stata calcolata una media di circa 770 oggetti ogni 100 metri di spiaggia, dei quali l’80% è rappresentato da plastica, ormai la regina degli inquinanti marini. Situazione che non cambia molto sui fondali in prossimità delle coste: si contano, infatti, circa 100 oggetti ogni chilometro quadrato mentre i rifiuti e micro-rifiuti che galleggiano nelle acque nazionali risultano essere ben 28 miliardi. Una situazione che non fa decisamente onore al nostro territorio”.

Fonte: Eco dalle Città

Toscana, 900 stabilimenti balneari pronti a dire addio alla plastica monouso tradizionale

Il Consiglio europeo ha approvato oggi in via definitiva la direttiva Ue che prevede il bando per alcuni prodotti in plastica monouso a partire dal 2021, e la Regione Toscana – prima ancora che la direttiva venga recepita a livello nazionale – si porta avanti:  i novecento stabilimenti balneari che si snodano lungo la costa, dai confini con la Liguria fino alla Maremma, dovranno dire addio a piatti, bicchieri, cannucce e posate in plastica monouso tradizionale. «Potranno smaltire le scorte già acquistate, ma poi – spiegano dalla Regione – dovranno essere sostituite da piatti, cannucce e bicchieri biodegradabili o biocompostabili. E chi non lo fa rischia una multa».

Non solo: «La Toscana si sta preparando perché già a partire da settembre si preveda l’esclusione della plastica monouso presso le mense delle strutture della Regione, degli enti e delle agenzie regionali e dagli enti del Servizio sanitario regionale. Si aggiungono le sedi dei beneficiari di finanziamenti regionali, primo fra tutti, il mondo della scuola». Il bando non comprenderà però per adesso «le sole bottigliette in plastica. Per ora infatti c’è una sola azienda in Italia che le produce in materiale ecologico: con un divieto si creerebbe un monopolio, con un danno peraltro che subirebbero anche da aziende locali. Tutto è rinviato in questo caso al 2020: intanto però, trovando un accordo con le imprese, si potrebbe iniziare con alcune sperimentazioni, magari con la fornitura di distributori d’acqua da riempire con borracce lavabili e riutilizzabili. In alcuni bagni del Forte dei Marmi già si fa».

Ma è proprio da iniziative come quest’ultima che è possibile trarre la lezione più importante: per difendere il mare dall’invasione di rifiuti – in larga parte composti da materiali plastici – cui è sottoposto, i pilastri su cui intervenire sono principalmente due. Una migliore gestione dei rifiuti a terra e una riduzione del consumo di prodotti monouso, che siano in plastica tradizionale o biodegradabile.

Indipendentemente dal materiale con cui sono prodotti, se i rifiuti vengono gettati irresponsabilmente dai cittadini all’aria aperta anziché conferiti negli appositi contenitori per essere avviati a recupero o smaltimento a seconda dei casi, finiranno per inquinare. Tant’è che anche la direttiva appena approvata dal Consiglio Ue mette sì al bando prodotti in plastica monouso tradizionale e oxo-biodegradabile, ma mette in guardia sul fatto che anche quelli biodegradabili dovrebbero essere considerati pur sempre come “plastica”: la concreta declinazione di queste diposizioni arriverà solo con l’adozione della direttiva all’interno dell’ordinamento normativo dei vari Stati membri.

La Regione Toscana – che in fatto di contrasto all’inquinamento marino è già stata pioniera attraverso il progetto Arcipelago pulito – ha comunque deciso di muoversi in anticipo con interventi ad ampio raggio: all’interno dell’accordo “Spiagge sostenibili” firmato da Regione, Anci Toscana e associazioni dei balneari «si ragiona anche – aggiungono dalla Giunta – di campagne di comunicazione e sensibilizzazione rivolte a chi frequenta il litorale, per invitarlo ad una gestione dei rifiuti più rispettosa dell’ambiente e del mare, compresa la cattiva abitudine di abbandonare in spiaggia mozziconi di sigaretta. A vigilare sul rispetto delle norme, che saranno recepite con ordinanze dai Comuni, ci penseranno gli agenti di polizia municipale. L’accordo prevede anche l’installazione di contenitori per la raccolta differenziata nelle spiagge ‘libere’, non oggetto di concessione demaniale. Ovunque saranno installati cartelli che riepilogheranno divieti e regole sull’abbandono e la raccolta dei rifiuti. È previsto anche un premio per la spiaggia toscana più sostenibile».

Fonte: GreenReport

In Puglia si studiano biopackaging da scarti caseari

Avviato nell’ambito del bando della Regione Puglia Innonetwork e finanziato con 1,4 milioni di euro dal Programma Operativo Regionale POR-FESR 2014-2020, il progetto Biocosì punta a riutilizzare le acque reflue della filiera casearia per produrre una bioplastica biodegradabile e compostabile destinata all’imballaggio alimentare.

Un progetto sviluppato dall’Enea in collaborazione con la start-up pugliese EggPlant, che vede tra i partner anche l’Università di Bari e le aziende CSQA, RL Engineering, Caseificio Colli Pugliesi, Compost Natura e la rete di laboratori pubblici di ricerca Microtronic, coordinata dall’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del CNR.

Il programma di ricerca Biocosì – spiegano i ricercatori – presenta un duplice aspetto innovativo: da un lato, il processo di separazione a membrana sviluppato dall’Enea nel Centro ricerche di Brindisi per il frazionamento del siero di latte, che consente sia il recupero differenziato di tutte le componenti (sieroproteine/peptidi, lattosio e sali minerali) e di acqua ultrapura; dall’altro, la partnership tra EggPlant ed Enea per la produzione di una bioplastica biodegradabile a base PHA (poliidrossialcanoati) ottenuta dal lattosio estratto dai reflui, con benefici anche in termini di riduzione degli inquinanti dell’industria casearia.

“Un progetto ispirato ai principi dell’economia circolare con l’obiettivo ‘zero rifiuti a fine processo’ – così lo definisce Valerio Miceli della Divisione Biotecnologie e agroindustria dell’Enea -, che risponde non solo ad esigenze di natura etica e ambientale, ma anche economiche, legate ai costi elevati dello smaltimento dei reflui caseari, consentendo oltretutto di tagliare di circa il 23% il costo unitario di produzione del biopolimero”.

Oltre ad occuparsi del processo di estrazione del lattosio e dei peptidi bioattivi da impiegare come integratori nei nuovi prodotti e fornire supporto tecnico scientifico per la messa a punto della produzione di bioplastica (PHA – poliidrossialcanoati) per via fermentativa, Enea avrà anche il compito della successiva caratterizzazione del biopolimero.

Segnalata tra le dieci migliori imprese nell’ambito del Premio per lo Sviluppo Sostenibile, EggPlant è una start-up fondata da Domenico Centrone, Vito Emanuele Carofiglio e Paolo Stufano per sviluppare un processo che consente di trattare e depurare acque reflue contenenti scarichi organici e di utilizzare i composti così ottenuti come materia prima per la sintesi di biopolimeri.

Fonte: Polimerica