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Dall’olio usato per friggere (ri)nasce la bioplastica, grazie all’innovazione italiana

In Italia si producono ogni anno circa 280.000 tonnellate di oli esausti da cucina, che per oltre il 50% arrivano dalle nostre case; ognuno di noi consuma in media circa 2.3 kg di olio all’anno, una quantità rilevante e che dunque è necessario gestire in modo responsabile. Basti pensare che 1 kg di olio vegetale sarebbe infatti sufficiente a coprire circa 1.000 metri quadrati di qualsiasi specchio d’acqua, con conseguenze immaginabili se decidessimo di sbarazzarcene gettandolo nel sistema fognario. Per questo è importate conferire correttamente tra i rifiuti – a seconda delle modalità di raccolta attive sul proprio territorio – gli oli esausti da cucina. Che fine faranno, una volta raccolti? Le possibilità di recupero sono molteplici: come spiega il Consorzio di settore (Conoe), si va dalla produzione di biodiesel ai biolubrificanti, dalla produzione di energia in impianti di co-generazione alle cere per auto. E adesso c’è una chance in più: quella di riciclare l’olio di frittura usato trasformandolo in bioplastica.

 

Un innovazione resa possibile dall’azienda italiana Bio-on, frutto di due anni di ricerche condotte dalla business unit Raf (Recovery and fermentation) nella nuova sede di Bio-on plants a Castel San Pietro Terme (Bologna), e che «permette di attingere – spiega Marco Astorri, presidente e Ceo di Bio-on – alle enormi quantità di questo prodotto di scarto soprattutto in mercati come quello del Nord America e dell’Asia, dove il consumo di cibi fritti è elevato e la quantità di olio esausto supera, secondo una nostra stima, il miliardo di litri al giorno».

 

L’olio esausto si aggiunge così alle “materie prime” già utilizzate per produrre la bioplastica Bio-on per Minerv PHAs (melassi di barbabietola e canna da zucchero, scarti di frutta e patate, carboidrati in genere e glicerolo), ma per la prima volta la fonte di carbonio che alimenta il processo produttivo del biopolimero è di natura lipidica: grazie ad un sistema di trattamento preventivo dell’olio esausto da frittura, la bioplastica prodotta ha le stesse caratteristiche di quella generata partendo da altri scarti o sotto prodotti agro industriali.

 

Come ricorda l’azienda, tutte le bioplastiche Minerv PHAs (poli-idrossi-alcanoati) sono ottenute da fonti vegetali rinnovabili (ed ora anche lipidiche), senza alcuna competizione con le filiere alimentari, garantiscono le medesime proprietà termo-meccaniche delle plastiche tradizionali col vantaggio di essere completamente ecosostenibili e biodegradabili al 100% in modo naturale. In più offrono possibilità di applicazione, anche del tutto inedite, in settori dove la plastica tradizionale non è utilizzata.

Fonte: Greenreport

Carta e bioplastica, nuova frontiera packaging cibo

Uno si sforza di comprare cibo buono e sano, magari pure biologico. Ma poi, questo cibo è quasi sempre confezionato in pellicole o retine di plastica, vassoi di polistirolo o polietilene, scatolette di metallo. Tutti imballaggi che spesso non vengono riciclati e finiscono per inquinare l’ambiente. Per questo, la nuova frontiera del settore alimentare è il packaging compostabile: imballaggi di carta e bioplastiche, altamente biodegradabili, che possano essere smaltiti come rifiuti organici insieme agli scarti alimentari.

“Negli ultimi anni le aziende hanno lavorato per dare agli imballaggi di carta le stesse performance della plastica – spiega Eliana Farotto, responsabile ricerca del Comieco, il consorzio delle aziende italiane che riciclano questo materiale -. La soluzione è l’accoppiamento della carta con le bioplastiche. Così il packaging può essere smaltito col cartone o, se sporco, con i rifiuti organici”.
Il problema degli imballaggi inquinanti è diventato ancora più grave con la diffusione delle consegne di pasti a domicilio (i servizi di aziende come Foodora o Deliveroo). I bidoni della plastica delle famiglie italiane, già pieni di packaging dei supermarket, si sono saturati con una marea di piatti, vassoi, bottigliette e contenitori portati dai “rider”.

Il nostro paese ricicla solo il 50% della plastica (la media Ue è ancora peggiore, 35%). Il resto viene bruciato nei termovalorizzatori (al Nord) o va in discarica (al Sud). Ma una parte finisce direttamente nell’ambiente.
Per evitare questi problemi, l’industria ha trovato diverse soluzioni: vassoi in carta con film esterno in bioplastica (soprattutto per l’ortofrutta), vassoi in carta accoppiata a bioplastica con film esterno in bioplastica (per la carne), confezioni interamente in bioplastica (per l’insalata in busta).

Queste soluzioni si stanno diffondendo soprattutto nei negozi bio. Le gelaterie Grom offrono già coppette compostabili. Tetra Pak, il colosso svedese dei cartocci per bevande, ha annunciato che entro la fine dell’anno metterà in commercio cannucce biodegradabili. E poi ci sono i cartoni per l’ortofrutta che rilasciano oli vegetali che contrastano la marcescenza, evitando l’uso di conservanti.

“I costi di questi materiali naturalmente sono maggiori – spiega Farotto -. Il problema è il passaggio a una dimensione industriale, che permetterebbe economie di scala e quindi prezzi inferiori. Noi italiani siamo viziati da packaging monouso e acqua in bottiglia. Ma noi di Comieco crediamo che i consumatori siano sempre più attenti ai temi ambientali, e chiedano ormai azioni concrete in questa direzione. Più che imposizioni per legge, serve educazione per i cittadini”.

Fonte: ANSA