Riciclo e riuso dei secchi di plastica presso “Iper La grande I”

É sempre un piacere quando ci si imbatte in iniziative virtuose e per questo ci preme segnalare quella avviata riguardo sia il riutilizzo che il riciclo dei secchi in plastica delle vernici ad acqua di grandi dimensioni presso il centro commerciale “Iper La grande I” di Montebello della Battaglia. L’iniziativa innovativa, denominata “Plastic Buster”, è stata avviata grazie a finanziamenti della Fondazione Cariplo e di Corepla ed è stata sviluppata da una squadra coordinata dall’organizzazione non profit ambientalista Class Onlus e composta dalla marca di pennelli “Cinghiale”, dall’insegna della grande distribuzione “Iper La grande I”, da IPPR, da Montello spa, S&h srl, Autotrasporti Longa e Unionplast (Federazione confindustriale gomma plastica). Presso i centri commerciali “Iper La grande I” di Montebello della Battaglia (PV) e Seriate (BG), viene quindi incoraggiato il riuso dei secchi. In specifico vengono spiegati alla clientela di tali ipermercati i vantaggi della coltivazione idroponica realizzabile anche su scala domestica, che non usa terriccio ma sfrutta le sostanze nutritive appositamente disciolte nell’acqua contenuta in un recipiente, che in questo caso è il secchio di vernice ad acqua riutilizzato. Viene distribuito un semplice manuale operativo per avviare una coltivazione idroponica casalinga, realizzato in collaborazione con Terra Aquatica, azienda francese leader globale nel settore. Sarà infine organizzato un concorso fotografico per mostrare i frutti dell’orto acquatico, generando una scontistica dedicata. 

Sul versante del riciclo, presso i due punti vendita è stato installato uno speciale cassonetto intelligente – progettato e costruito appositamente dalla società S&h di Peschiera Borromeo (MI) – in grado di riconoscere e immagazzinare i tipi di secchi selezionati per questo progetto; anche in questo caso si genererà un buono sconto per il cliente virtuoso. I secchi da riciclare verranno inviati all’impianto della Montello spa di Montello (BG). Il progetto può contare su un sito web dedicato: www.plasticbuster.it 

Si segnala inoltre che, avendo ricevuto il patrocinio del MITE, potrà essere replicato su più ampia scala. 

Panta Rei. A Vimercate il riuso è filosofia di vita

Panta Rei.
Una citazione filosofica eraclitéa, ma anche il nome del centro del riuso di Vimercate. Un centro nato “per camminare con le proprie gambe”, e dove tutto scorre ed è in divenire.
Ne parliamo con Maurizio Bertinelli, ex Assessore al Comune di Vimercate e promotore di Panta Rei.

Buongiorno Maurizio. Ci racconta la genesi di Panta Rei?

Il presupposto iniziale è l’adesione del Comune di Vimercate alla strategia Rifiuti Zero. All’interno della giunta Cinque Stelle del 2016 eravamo due attivisti di Zero Waste Italy e siamo riusciti ad indirizzare l’azione amministrativa verso il perseguimento dei dieci punti fissati da Rossano Ercolini. Ovviamente con l’obiettivo di rispettare la normativa nazionale e con un occhio alle esperienze europee, prevalentemente sul tema della riduzione dei rifiuti e poi sulla corretta differenziazione, sull’educazione alla cittadinanza, sulla gestione del rifiuto residuo.
In questo percorso abbiamo cercato di individuare quali fossero le azioni più efficaci per la riduzione dei rifiuti e alcune di queste le abbiamo adattate e replicate al nostro contesto: i parchi a rifiuti zero e le EcoFeste, ad esempio. Nel quadro generale ha preso corpo l’idea che si potesse creare un luogo in cui gli oggetti, pur scartati dalle persone, potessero avere una seconda vita. Questo pensiero si è incrociato con la seconda edizione del bando regionale dei centri del riutilizzo in Lombardia (2017).
Abbiamo cercato di individuare associazioni e soggetti che avessero esperienza nei centri del riuso con cui co-progettare e, con la collaborazione fondamentale degli uffici comunali, abbiamo predisposto la nostra proposta, che poi è stata approvata dalla Regione. Nei mesi successivi all’approvazione del progetto (fine 2017) il Centro del Riuso ha preso forma e vita.

Su quali basi ha preso il via l’avventura di Panta Rei?

Esistevano alcuni presupposti su cui si basava il progetto.

Il primo era quello, ovviamente di dare una valenza espressamente ambientale, escludendo fin dall’inizio l’idea di una donazione dei materiali raccolti. L’obiettivo esplicito, era quello di sottrarre materiale al ciclo dei rifiuti, non di fare solidarietà, o quantomeno non come target primario. I cittadini cedono gratuitamente i propri oggetti che, dopo i trattamenti necessari vengono messi in vendita, naturalmente a prezzi anche simbolici, ed in questo si può rintracciare la chiave solidaristica. L’obiettivo principale, però, è e resta quello di prolungare la vita degli oggetti, evitando che possano diventare rifiuti, dando loro un valore.  

Il secondo quello della sostenibilità economica del Centro: Comune e Gestore del servizio di raccolta si impegnano a fornire il luogo e le attrezzature necessarie, ma tutta la gestione delle spese correnti (bollette, stipendi degli operatori, etc.) devono essere recuperate dalla vendita degli oggetti ed in carico al soggetto che gestisce il centro. Insomma, volevamo espressamente che il centro avesse gambe proprie. E questa impostazione ha fatto da stimolo alla nascita di attività parallele quali laboratori di riparazione, corsi di manutenzione di piccoli oggetti (dai mobili alle biciclette), laboratori creativi di upcycling…
Inoltre abbiamo voluto che la struttura fosse in grado di accogliere azioni di volontariato, anche temporaneo, delle realtà del territorio. Ci sono state, ad esempio numerose attività di volontariato aziendale.
Infine abbiamo trovato collaborazioni con associazioni che si occupano del reinserimento di persone con disabilità, che si occupano di fare determinate attività nell’ambito della gestione del centro. Ma sempre nell’ottica del lavoro-formazione: non solo fornisci il tuo contributo operativo, ma vieni formato in modo che tu stesso possa poi diventare formatore, abbia gli strumenti per passare ad altri l’esperienza compiuta ed i principi acquisiti.

Molti centri del riuso lavorano in collaborazione con Caritas e i Servizi Sociali, donando gli oggetti a soggetti in difficoltà. Panta Rei non fa questa attività? 

Eravamo consapevoli di questa interpretazione e di questa impostazione di alcuni centri del riuso.
Esistono realtà in cui esiste una lista di nomi che possono prelevare liberamente gli oggetti, che poi sono per lo più tessili e capi d’abbigliamento. In Lombardia c’è una tradizione solidaristica storica proprio in questo campo.
A Vimercate, però abbiamo fatto la scelta di non raccogliere abiti usati. Abbiamo visto come altrove arrivassero a rappresentare oltre il 50% degli oggetti raccolti, ma non l’abbiamo individuata significativa dal punto di vista del messaggio ambientale.

Ovviamente anche a Panta Rei il sociale ha un ruolo di rilievo e tiene in piedi tutto. Abbiamo voluto che il gestore del centro fosse obbligatoriamente un’associazione o un soggetto senza fini di lucro.

Ci ha detto di presupposti, di obiettivi che l’amministrazione di Vimercate si era posta nella progettazione di Panta Rei. Gli obiettivi sono stati centrati? Il centro oggi funziona come avevate progettato?

La pandemia ha certamente rallentato il raggiungimento degli obiettivi. È chiaro che nel momento in cui il centro resta chiuso per mesi causa COVID, ci sono delle difficoltà. Il centro sta comunque andando bene. Ma io non avevo dubbi: siamo nella Brianza ricca e gli oggetti che arrivano sono spesso di qualità e dunque abbastanza attrattivi. È mancata un po’ la parte di arruolamento di volontari ed associazioni, quella che considero la parte arricchente del progetto, che non può ridursi al mero scambio di oggetti.
Sono però molto contento del fatto che Panta Rei abbia raggiunto da qualche mese il pareggio di bilancio.

Maurizio, lei ha dato il via al centro Panta Rei di Vimercate, ma ha fatto anche un lavoro di censimento Nazionale. Qual è lo stato di salute del sistema “centri del Riuso” in Italia?

Con l’aiuto di Danilo Boni, che è un amico di Zero Waste Italy, circa un anno fa ci siamo chiesti se si potesse fare un censimento nazionale deli Centri del Riuso, soffermandoci sulle realtà supportate dalle amministrazioni pubbliche ed escludendo quelle private. Abbiamo predisposto un questionario con cui raccogliere tutte le informazioni dei Centri del Riuso italiane, ma anche abbiamo cercato di fissare le caratteristiche che noi vediamo come essenziali per la nascita di un centro del riuso. Il tentativo è quello di non fare semplicemente un censimento, ma di creare uno strumento per chi volesse partire con una nuova esperienza legata al riuso.

Abbiamo censito circa 120 centri, che ci hanno dato una indicazione di quel che fanno, di come lo fanno. Soprattutto abbiamo creato un “catalogo” di tutte le esperienze differenti. Credo che anche solo il cercare di organizzarle in un’unica visione sia un processo sbagliato: la ricchezza è anche quella di una profonda diversità fra le varie esperienze. Certo: alcune esperienze sono condivisibili, altre meno; alcune riescono a camminare su gambe proprie, altre stentano a trovare una sostenibilità economica; alcune hanno una vocazione più solidaristica che sociale, altre, come Vimercate, puntano invece decisamente sul discorso di riduzione rifiuti. Ma in ognuna di esse c’è, potenzialmente, un’indicazione utile per chi vorrà cimentarsi con il settore del riuso.
(SC)

Capannori: le R a servizio di Rifiuti Zero

Qualche giorno fa abbiamo fatto un approfondimento sui centri del Riuso di Capannori.

Ne è uscita il quadro di un progetto completo. Centri del Riuso parte di un piano più complessivo che fa del Comune Toscano l’avanguardia della gestione virtuosa dei rifiuti in Italia.

Ne parliamo con l’Assessore all’Ambiente del Comune di Capannori, Giordano Del Chiaro.

Buongiorno Assessore. Partiamo dalla storia: Capannori ha fatto una scelta ben precisa 14 anni fa con l’adesione al protocollo Rifiuti Zero.
In questi 14 anni sono state fatte molte cose.
A volo d’uccello ripercorriamo i 14 anni e dove siamo arrivati

Il percorso Rifiuti Zero di Capannori nasce nel 2007, ma in realtà già nel 2005 avevamo dato il via al progetto dell’introduzione su tutto il territorio comunale della raccolta porta a porta. Non senza difficoltà. Capannori è un territorio molto vasto, 160 km quadrati e 40 frazioni, con caratteristiche molto differenti: a seconda della zona si passa dalla pianura alla collina, alla prima montagna. Abbiamo dunque iniziato ad inserire la raccolta porta a porta in alcune frazioni per poi arrivare alla copertura totale. Il primo passo è dunque stato quello di cancellare la raccolta stradale sul territorio.

Nel 2007 abbiamo aderito alla strategia rifiuti zero. Il grande passo. Con una delibera di consiglio comunale, con un supporto tecnico fondamentale da parte del Centro di Ricerca Rifiuti Zero, coordinato da Rossano Ercolini, e che in tutti questi anni ha continuato ad essere il punto di riferimento su tutte le attività e le scelte politiche sul tema. Partimmo con i “Dieci Passi verso Rifiuti Zero”, gli impegni che Ciascun Comune che aderisce alla rete (oggi sono più di 300 su tutto il territorio nazionale) si assume nell’ambito gestione dei rifiuti.
Questo primo passo già ci permise di raggiungere livelli di raccolta differenziata molto elevati. Oggi siamo costantemente ad una cifra che oscilla fra l’85 e il 90% di raccolta differenziata. Ovviamente il nostro è un progetto di Comunità. I cittadini hanno un ruolo primario in tutte le nostre attività, sono loro che fanno la raccolta differenziata e che la fanno correttamente.

Il secondo passo è stata l’introduziuone della tariffa puntuale, con il supporto tecnico di ESPER. Oggi abbiamo una tariffa che sta entro limiti piuttosto bassi in confronto al livello nazionale. Una parte della Tari è calcolata sulla quantità di non riciclabile che ogni cittadino espone, secondo il principio “chi più produce rifiuti, più paga”.

Raccolta e preparazione al riciclo, dunque, sono a posto.
Quali sono stati i passi relativi alle altre “R”?

Abbiamo messo in campo varie attività. Partendo dalla Riduzione, dalla prevenzione della produzione. Con il Centro Studi Rifiuti Zero abbiamo messo in campo il progetto “Famiglie Rifiuti Zero”, in cui abbiamo dimostrato che se già la media della produzione dei rifiuti è molto bassa sul nostro territorio, con maggiore attenzione nella differenziazione, con una coscienziosità maggiore quando scegliamo i prodotti da acquistare, con un autocompostaggio domestico ben fatto, ognuno negli spazi a propria disposizione, davvero si possono raggiungere livelli di raccolta differenziata molto prossimi al 100%, e si può minimizzare sensibilmente il secco residuo conferito, che è poi l’obiettivo finale.

Parallelamente è andata avanti la filiera fondamentale del Riuso. Non ci basta più riciclare o raccogliere differenziatamente i rifiuti che produciamo: come detto è fondamentale produrre meno rifiuti possibili e quindi anche sottrarre al mondo dei rifiuti oggetti ancora funzionalmente validi inserendoli nel circuito del riuso. Tutto è cominciato coinvolgendo cittadini, gruppi informali, associazioni, da cui sono poi nate cooperative sociali che fanno riuso,. Abbiamo diverse realtà. Da Daccapo e dalla Cooperativa Nanina, che gestiscono i centri del Riuso, all’attività di un’associazione informatica (Hacking Labs) che lavora sul ripristino e sul disassemblaggio della apparecchiature elettroniche, evitando che diventino Raee, rifiuti elettronici. E’ nata inoltre un’impresa sociale che lavora molto sui tessuti e sugli scarti di lavorazione: Capannori è un territorio dove il settore calzaturiero è molto presente, e i suoi scarti possono dunque avere una seconda vita.

È nata anche un’associazione che si occupa di baratto, si chiama Lillero. Hanno creato un mercato del baratto: chiunque abbia oggetti che vuole scambiare li porta in sede dove vengono valutati in una moneta virtuale, il lillero appunto. I lilleri accumulati possono essere spesi per acquistare altri oggetti in un emporio che l’associazione ha creato. Poi ci sono altre realtà: dal mercatino dei libri usati a “Conserve”, una realtà che si propone di recuperare le eccedenze agricole ed alimentari, reimmettendole sul mercato. In un territorio che ha vocazione rurale come il nostro, è ovviamente un’attività particolarmente apprezzata.

Ad oggi siamo in questa fase: abbiamo tante realtà che, ognuna sulle proprie filiere, lavora con coscienziosità ed ottenendo risultati particolarmente positivi.

A questo aggiungiamo che spesso (e penso alla filiera degli abiti usati, ad esempio) i materiali raccolti hanno poi finalità solidaristiche, con distribuzioni gratuite a soggetti e famiglie in difficoltà. Il ciclo del riuso ha per vocazione una doppia natura: da un lato uno scopo sociale, quindi andare a intercettare famiglie e realtà in difficoltà attraverso la collaborazione con Caritas e con i Servizi Sociali del Comune distribuendo loro gratuitamente, dall’altro la reimmissione sul mercato di materiali altrimenti destinati allo smaltimento.

Raccolta differenziata, riduzione e riuso. Qual è il prossimo passo?

Il prossimo obiettivo è quello di unire tutte queste esperienze in una rete (che informalmente già esiste) e creare una Rete Municipale del Riuso. Crediamo sia necessario valorizzare ulteriormente il lavoro di decine di volontari che ognuno sulla propria filiera di materiali già danno un contributo enorme alla Città ed all’Ambiente. Per far questo abbiamo partecipato ad un bando europeo con un progetto che si chiama Reusemed (https://www.comune.capannori.lu.it/approfondimenti/progetto-reusemed/) che coinvolge diverse realtà e che ha come capofila il Comune di Cordoba in Spagna. L’obiettivo è dunque quello di creare una interfaccia unica per il cittadino, nel rispetto delle singolarità di ognuna delle realtà coinvolte. L’obiettivo è anche quello di creare un centro unico dal punto di vista commerciale dedicato interamente al riuso. Insomma vogliamo potenziare questa pratica, renderla accessibile e nota a tutti i cittadini, perché dopo aver ottenuto buone percentuali di raccolta differenziata e di riciclo, è necessario agire con forza ed intensità sul capitolo riduzione. 

Oggi Capannori viaggia attorno al 90% di raccolta differenziata, con una produzione di secco residuo sotto i 70 kg per abitante. Si può andare oltre? Si può puntare davvero a rifiuti zero?

Io sono convinto che lo si possa fare.
Con il Centro Ricerca Rifiuti Zero ogni tanto andiamo all’isola ecologica con guanti e stivali e apriamo i sacchi del rifiuto indifferenziato per vedere cosa c’è dentro e su quali tipologie di rifiuto bisogna ancora lavorare.
La maggior parte del non riciclabile è costituito da materiale assorbente. Tutto materiale che grazie alla nuova tecnologia che conosciamo è riciclabile al 100%. Una tecnologia che è stata sperimentata a Treviso, che è oggetto di finanziamento con i bandi del Ministero della Transizione Ecologica attraverso i fondi del PNRR e che, soprattutto è esportabile e repilcabile. Mandando a riciclo anche quella parte di materiale, si arriverebbe fra il 92 ed il 95% di raccolta differenziata. Rimangono ancora alcune tipologie su cui stiamo lavorando. Abbiamo fatto un progetto con l’università di Pisa per i riciclo dei mozziconi di sigaretta, che sono fra i rifiuti più fastidiosi, e che dimostra come anche quelli siano riciclabili.
C’è ancora del lavoro da fare, ma è evidente come l’obiettivo del 100% sia potenzialmente raggiungibile.
Io ci credo!
(SC)

Livorno: Evviva il riuso

ESPER continua il proprio viaggio lungo la penisola Italiana alla scoperta dei centri del riuso più interessanti. Uno degli ultimi nati è quello di Livorno. Il 9 maggio 2021 è stato inaugurato “Evviva”, un luogo di scambio, di creatività e divulgazione di una coscienza ambientale, dove gli oggetti assumono nuovo valore e nuova vita in virtù del principio dell’economia circolare. La struttura ha un’area coperta di quasi 700 metri quadri e potrà essere utilizzata per attività di educazione ambientale coinvolgendo cittadini volontari e il mondo della scuola attraverso la promozione di laboratori formativi e didattici o avvenimenti teatrali.

Ne parliamo con Raphael Rossi, amministratore unico di AAMPS, l’azienda pubblica che si occupa della gestione rifiuti a Livorno.

Raphael buongiorno. Partiamo dal contesto: qual è la situazione odierna di Livorno? Quali modalità di raccolta e quali performances?

Livorno è una città costiera lunga e stretta, ha circa 155.000 abitanti ed uno dei porti più importanti in Italia. Il servizio di igiene pubblica è gestito da AAMPS, un’azienda completamente pubblica, attualmente di proprietà del Comune di Livorno ma in fase di cessione alla holding, anch’essa completamente pubblica, di Reti Ambiente. La raccolta viene effettuata principalmente in modalità porta a porta, con una copertura di circa 130.000 abitanti. La restante parte di città è coperta con cassonetti a riconoscimento utente attraverso tessera. Un sistema che manifesta alcune evidenti difficoltà, fra le quali i noti problemi di abbandoni attorno alle postazioni. La percentuale di raccolta differenziata raggiunta è del 68% con una qualità molto buona per le zone servite dal porta a porta ed una qualità molto meno buona per le zone dove si utilizzano i cassonetti a riconoscimento.

Livorno, in accordo con la gerarchia di gestione dei rifiuti individuata dalla UE, ha molto investito su riduzione e riuso. Il simbolo di questa azione è sicuramente EVVIVA, il Centro del Riuso aperto pochi mesi fa. Come funziona?

Il centro si inserisce in un piano aziendale di prevenzione e riduzione dei rifiuti, di cui rappresenta un tassello, che fa parte del nuovo piano industriale di AAMPS. A Livorno abbiamo due isole ecologiche, di fronte alla principale abbiamo progettato e realizzato il centro del riuso. I cittadini prima di entrare nell’isola ecologica passano dal Centro, a cui possono cedere gratuitamente i propri oggetti funzionalmente ancora validi, ma di cui intendono disfarsi. La cessione è totalmente volontaria ed avviene nell’unico punto in cui può avvenire, ovvero fuori dall’area dedicata all’isola ecologica, quando l’oggetto non è ancora formalmente un “rifiuto”. Gli oggetti così raccolti vengono testati, puliti, igienizzati ed eventualmente rifunzionalizzati e poi messi in vendita all’interno della struttura. Ci siamo posti il tema se vendere, seppur a fronte di un corrispettivo molto modesto rispetto al valore reale degli oggetti, o cedere con qualche altra modalità. La necessità di dare gambe economiche al progetto ci ha fatto optare per la prima opzione, di comune accordo con i gestori.

Chi gestisce Evviva?

Abbiamo fatto un bando vinto da un Consorzio composto da molti soggetti del sociale livornese. Capofila è una Cooperativa, che si chiama Brikke Brakke, e che gestisce il Centro ma ne fanno parte anche altri partners, fra i quali Arci Livorno, Associazione Ippogrifo, Fondazione Caritas, Cooperativa “Cuore”, Cooperativa “Pegasonetwork”, Cooperativa “Ulisse” e Associazione “Il Mandolino”. Il compito dei partners è quello di costituire una rete “esterna” ai locali di Evviva. Ad esempio sono previsti punti di scambio libri all’interno dei circoli Arci, mentre la Caritas può interagire per quel che riguarda gli abiti dismessi. Una rete sociale frutto del progetto presentato al nostro bando.

Cosa differenzia Evviva dagli altri Centri del Riuso presenti in Italia?

“Evviva” non è solo una realtà di raccolta e recupero: vuole essere un luogo d’incontro fra cittadini ed istituzioni ed ha una forte vocazione didattica e artistica. Vocazione concretizzatasi, ad esempio, nella mostra “Dudadé- arte e riciclo” un omaggio alla corrente dadaista e al classico intercalare toscano, con la partecipazione di dieci artisti che hanno ripensato e restaurato dieci armadi con scrittoio degli anni ‘60.

Alla scoperta dei Drs: cosa prevede il deposito cauzionale del decreto Semplificazioni

Gli imballaggi costituiscono una frazione minima dei rifiuti che generiamo ogni anno in Italia (il 7% nel 2020), ma rappresentano i protagonisti assoluti – assieme all’organico – della raccolta differenziata, conquistandosi il centro dell’attenzione pubblica e politica, che si interroga su come gestirli al meglio nella fase di post-consumo. Duole notare che a oltre vent’anni dall’introduzione delle raccolte differenziate nel nostro Paese, uno dei principali problemi sotto il profilo dell’igiene urbana sia ancora costituito dall’abbandono nell’ambiente di rifiuti da imballaggio – in primis in plastica – da parte di pochi, incivili cittadini.

Come provare a migliorare? In molti altri Paesi i sistemi di deposito cauzionale (Deposit return system, Drs) sono già presenti e funzionanti o in fase d’introduzione: in Europa i Drs sono invece già attivi in dieci Stati – e un’altra dozzina sta programmando d’introdurli entro il 2024 –, incentrando il meccanismo sul recupero di una frazione degli imballaggi come i contenitori di bevande (bottiglie e lattine). Le configurazioni possibili dei Drs sono varie, legate anche agli specifici sistemi di raccolta e gestione rifiuti adottati nei diversi Paesi interessati, e ora anche l’Italia si appresta a ritentarne l’introduzione. Resta da individuare un modello che possa ben adattarsi al contesto locale guardando ai sistemi di maggiore successo europei. Ne parliamo con Silvia Ricci, responsabile Rifiuti ed economia circolare dell’Associazione Comuni Virtuosi, a sua volta membro della piattaforma europea Reloop.

Nel decreto Semplificazioni, convertito in legge un mese fa, è stato inserito uno specifico emendamento proposto da Salvatore Penna (M5S) che aprirebbe la strada anche in Italia ad un sistema Drs per i contenitori di bevande monouso. Molti media hanno titolato che si tratterà di un sistema di vuoto a rendere con ricarica dei contenitori, come già avviene per una quota residuale del mercato dell’acqua minerale in vetro e della birra, è così?

«L’emendamento in oggetto non si prefigge di introdurre un sistema di vuoto a rendere, anche se la confusione è comprensibilmente nata da alcuni passaggi del testo che richiamano al “riutilizzo”, che però deve essere inteso come reimpiego dei materiali raccolti e non come ricarica degli stessi imballaggi. Il fine del sistema di deposito cauzionale proposto è quello di massimizzare il processo di raccolta selettiva ed il riciclo dei contenitori di bevande monouso in vetro, plastica e in metallo (lattine). Un indizio in tal senso si trova nel passaggio dell’emendamento che indica come oggetto del cauzionamento gli “imballaggi in vetro, plastica e metallo”. Di fatto un sistema di ricarica per i contenitori di bevande funziona in genere con le sole bottiglie in vetro, con l’eccezione della Germania dove si ricaricano anche le bottiglie in PET, le quali però devono essere più spesse degli imballaggi classici in PET in modo da garantire più riutilizzi. Non vi sono invece esperienze legate al riutilizzo / ricarica di lattine in alluminio.

A questo punto i due ministeri che citi dovranno collaborare alla scrittura dei decreti attuativi che definiranno insieme alla portata nazionale e all’obbligatorietà per i produttori di bevande di partecipare al sistema altri aspetti chiave della regolamentazione del sistema tra cui: i) quali sono i contenitori e le tipologie di bevande soggette al sistema, ii) il modello di conferimento degli imballaggi, che avviene principalmente presso la distribuzione / i rivenditori (return -to- retail), iii) l’importo del deposito, il quale viene pagato come piccolo sovrapprezzo dal consumatore quando si acquista la bevanda e restituito nella sua totalità al momento della riconsegna del contenitore presso i supermercati e rivenditori. E infine iv) quali sono gli obiettivi di raccolta che questa tipologia di raccolta selettiva nota come Drs (Deposit Return System) dovrà conseguire, v) le caratteristiche che dovrà avere l’operatore del sistema (solitamente un soggetto costituito da produttori di bevande e distributori) e gli adempimenti ai quali il sistema dovrà assolvere sotto il controllo ed il monitoraggio del Governo, o di un’agenzia governativa designata».

Quindi le preoccupazioni sollevate dalla grande distribuzione organizzata (Gdo) in occasione di recenti articoli non sono totalmente giustificate?

«Per quello che ho avuto modo di leggere, anche se le reazioni sono per lo più riferite ad un sistema di vuoto a rendere volto al riutilizzo, il quale presenta sfide differenti rispetto ad un sistema Drs, si può evincere che le preoccupazioni della nostra GDO siano simili a quelle già riscontrate in altri paesi europei quando si parla di DRS. Preoccupazioni che, nei paesi in cui il sistema è già stato introdotto, sono sfumate non appena la GDO ha realizzato che i temuti costi aggiuntivi di un Drs (infrastruttura di raccolta, spazio commerciale dedicato) venivano ampiamente compensati dai vantaggi economici, diretti ed indiretti, ed ambientali derivanti dal sistema di deposito. In un sistema “return-to-retail” spetta alla grande distribuzione attrezzare aree idonee dove istallare ed operare i sistemi automatizzati di raccolta (in inglese reverse vending machine RVM).

Alla Grande Distribuzione viene infatti corrisposta dall’operatore del sistema di deposito una commissione di gestione per ogni contenitore riscattato. Tale commissione indennizza la distribuzione per quanto riguarda i costi complessivi della raccolta: da quelli relativi agli investimenti nell’infrastruttura per la raccolta, al personale impegnato nel riscatto manuale o automatico (pulizia e svuotamento delle RVM), ad altri costi inerenti agli spazi commerciali adibiti alla consegna degli imballaggi come riscaldamento, connessione internet e elettricità.

Diversi studi internazionali hanno dimostrato che la distribuzione organizzata e i negozi dove i consumatori riportano gli imballaggi hanno tutti beneficiato di un aumento del traffico e delle vendite. Un’indagine sul comportamento dei consumatori fatta in Svezia, Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi ha evidenziato che i consumatori tendono a fare i propri acquisti dove c’è un’efficiente struttura di restituzione e che potendo utilizzare per i propri acquisti l’importo della cauzione riscattata spendono in media di più (dal 15% dei finlandesi al 52% degli olandesi) in quegli esercizi.

La commissione di gestione ha infatti un ruolo fondamentale per il corretto funzionamento di un sistema di deposito che viene solitamente negoziata in seno all’operatore del sistema di cui la Grande Distribuzione deve essere parte attiva ».

Fonte: Green Report

Ricarica o riconsegna, in casa o in negozio… Ecco i 4 modelli di sistemi di riuso

Startup, progetti pilota, joint-venture tra piccole realtà innovative e grandi marchi interessati a sperimentare nuovi sistemi. A livello mondiale negli ultimi anni i progetti di riuso del packaging si sono moltiplicati e continuano ad aumentare ed evolversi in direzioni a volte molto diverse. Per mettere ordine tra le diverse opzioni disponibili, la Fondazione Ellen MacArthur (EMAF) ha ideato una classificazione che divide i sistemi di riuso dei contenitori in quattro tipologie, in base a dove si svolge la ricarica o a dove avviene la riconsegna dell’imballaggio vuoto.

Alcuni esempi non certamente esaustivi rispetto alla varietà di iniziative che crescono di settimana in settimana si possono trovare nel rapporto Upstream Innovation: a guide to packaging solutions della Emaf, un database di casi studio consultabile anche online. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le caratteristiche delle quattro diverse tipologie di sistemi.

1. Refill at home: la ricarica a casa tua

Si parla di sistemi “refill at home” quando il riempimento avviene a casa, usando ricariche spesso in formula concentrata confezionate da quello che viene definito “parent packaging” (letteralmente un ‘imballaggio genitore’) che si può acquistare online o in negozi fisici. In questo modello, il contenitore è di proprietà dell’utente: è lui a occuparsi del lavaggio e della eventuale igienizzazione. Sono un esempio di questa modalità i diversi prodotti del settore della detergenza per la casa e la cura del corpo che sono stati sviluppati da diverse startup negli ultimi 3-4 anni e più recentemente da multinazionali, come nel caso della linea Cif Refill di Unilever che impiega capsule di prodotto concentrato da sciogliere poi in acqua, oppure ricariche come nel caso dei deodoranti solidi della linea di Humankind. Per l’igiene dei denti ci sono gli esempi della statunitense Bite Toothpaste Bits e della britannica PÄRLA che hanno sviluppato delle pastiglie da usare al posto del dentifricio che possono essere acquistate online come sottoscrizione. In entrambi i casi si riceve un primo vasetto in vetro con la quantità di tavolette che coprono quattro mesi e successivamente le sole tavolette in confezione compostabile tramite servizio postale. Tra le diverse aziende che commercializzano detergenti concentrati con il servizio in abbonamento e con vendita online abbiamo tra le altre: EverdropSplosh e BluelandQuest’ultima, ad esempio, vende contenitori riutilizzabili e tablet da sciogliere in acqua per ottenere detersivi e sapone per le mani: ogni compressa pesa due grammi e permette di ottenere più di mezzo litro di detergente. Lo stesso modello è adottato anche da Replenish, che però ha optato per una formula di concentrato liquido con ricariche che pesano poco più di 100 grammi sufficienti  per realizzare sei flaconi di prodotto che vengono agganciate al flacone riutilizzabile con spruzzatore.
Alcuni dei grandi marchi che hanno sviluppato questi prodotti aderiscono anche ad altri modelli di riuso (li vedremo a seguire), che rendono gli stessi prodotti disponibili in negozi fisici (refill on the go) e/o distribuiti da piattaforme online come Loop. Questa piattaforma ha infatti come modello preponderante il “return from home”, ma ha integrato il business con i negozi fisici dei suoi partner del settore retail.

Questo dato fa capire quanto ampio sia il potenziale dei sistemi di riuso nello stimolare la collaborazione tra il mondo produttivo e distributivo tradizionale, nel liberare innovazione in nuovi modelli più circolari di erogazione dei prodotti, e nel contaminare positivamente tutti gli stakeholder per diventare parte del cambiamento verso una maggiore sostenibilità dei consumi.

Leggi anche: La rivoluzione del riuso fa bene all’ambiente e all’economia

2. Refill on the go: la ricarica la fai “in trasferta”

Con il sistema “refill on the go” è sempre l’utente a occuparsi del riempimento dei suoi contenitori, ma la ricarica avviene fuori casa, per esempio attraverso erogatori installati nei punti vendita. Qui gli esempi ispirati dalla filosofia Zero Waste sono molti anche in Italia, trattasi di negozi di prodotti sfusi legati sia a catene come Negozio leggero, sia negozi indipendenti che fanno capo alla rete dello sfuso  o che sono mappati da Sfusitalia.it.  Ma è in Francia che si registra un grande fermento con associazioni multi-stakeholder come la storica Réseau Consigne e  Réseau Vrac che da un lustro promuove i modelli di vendita sfusa che sono entrati a pieno titolo nella legislazione francese in quanto tutti gli emendamenti proposti da Réseau Vrac sono stati adottati dall’Assemblea nazionale come parte del disegno di legge sul clima e la resilienza.

Nella grande distribuzione generalista, esperienze molto interessanti si trovano principalmente in Gran Bretagna. Il marchio della grande distribuzione Waitrose ha avviato nel 2019 la sperimentazione Unpacked affiancando ai prodotti confezionati alternative sfuse, sia nel caso di freschi e gastronomia da asporto, sia per vino, birra e detergenti, con prezzi inferiori del 15%. Il progetto è iniziato in un supermercato di Oxford e, secondo quanto riportato sul sito web di Waitrose, coinvolge altri tre punti vendita. I risultati sono stati definiti da subito “fenomenali” dall’insegna: le performance di vendita dei prodotti sfusi registrate nei primi mesi di avvio del progetto sono state maggiori del 68% rispetto agli stessi prodotti confezionati.  Dati più aggiornati vedono le vendite di prodotti ricaricabili cresciute in media del 9% in quattro dei suoi negozi Unpacked negli ultimi sei mesi, con le vendite relative a ortofrutta surgelata aumentate di oltre il 50%, le vendite di detergenti cresciuti del 24% mentre per legumi, pasta e cereali la crescita arriva a quasi l’8%.

Nel 2019 anche un’altra insegna britannica, Marks and Spencer, ha avviato il servizio Fill Your Own nel supermercato Hedge End e lo ha poi esteso ad altri due punti vendita. A un anno dall’avvio del progetto, l’azienda ha reso noto che oltre il 30% dei prodotti offerti in versione sfusa stavano vendendo più di quelli imballati. M&S ha appena annunciato l’intenzione di estendere l’iniziativa ad altri otto punti vendita sparsi nel Regno Unito visto il successo del pilota che consentirà ai clienti di acquistare sfuse più di 60 referenze di generi alimentari tra cui pastarisocerealinociprodotti da forno e frutta congelata. La mossa supporta l’obiettivo dell’insegna di evitare l’impiego di oltre 300.000 unità di imballaggi monouso nei prossimi 12 mesi.

A questi si aggiunge un terzo progetto in ambito GDO, quello di Asda, che ha avviato una sperimentazione a Leeds a ottobre 2020 con l’obiettivo di capire meglio le tendenze di acquisto di prodotti sfusi ed estendere poi la nuova offerta ad altri punti vendita. Allo scopo di coinvolgere il maggior numero possibile di clienti Asda sta collaborando con diversi marchi che commercializza per trovare più opzioni di acquisto da implementare allo stesso tempo sempre basate sul concetto di ricarica e riuso, interagendo con i suoi clienti in diverse parti del Regno Unito. Sono quattro le nuove aperture previste di negozi che offrono le stesse opportunità di acquisto sfuso del punto vendita di Leeds nei prossimi mesi. In particolare aprirà a York in ottobre con 18 postazioni che offriranno oltre 70 prodotti di marca e a marchio proprio acquistabili con contenitori ricaricabili sia nel settore alimentare che della detergenza. Da quest’anno Asda ha inserito in tutti i suoi punti vendita sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta.

Sempre il modello “refill on the go” comprende progetti di refill avviati anche da insegne di profumerie, come The Body Shop o L’OccitaneInteressanti sono i modelli di joint-venture tra multinazionali e marchi della grande distribuzione, che ospitano erogatori per la ricarica di prodotti sfusi. È il caso degli shampoo Unilever venduti alla spina nei supermercati Walmart in Messico, dei detersivi Henkel nei supermercati Rossmann in Repubblica Ceca oppure dei detergenti We love Nature (Henkel) nei supermercati Kaufland in Germania.

In Francia  l’azienda cosmetica CoZie (Cosmétique Objectif Zéro Impact Environnemental ) ha sviluppato un sistema specifico denominato la Dozeuse per erogare prodotti cosmetici sfusi come creme, detergenti e altri prodotti per il viso che consente di acquistare piccole quantità di prodotto.

I diversi prodotti all’interno della macchina erogatrice sono contenuti in sacche sottovuoto che garantiscono una conservazione ottimale impedendo che il prodotto entri in contatto con la macchina, nel rispetto dei più rigorosi standard igienici e di  tracciabilità per i prodotti cosmetici.

Con il primo acquisto viene aggiunto al prezzo del prodotto 1,5 euro che corrisponde al prezzo del flaconcino in vetro. Lo stesso importo viene detratto dall’acquisto successivo quando si riporta il contenitore vuoto nei negozi che vendono cosmetici CoZie. I contenitori vengono recuperati e lavati centralmente da CoZie che provvede a ridistribuirli ai punti vendita. Fino ad ora CoZie ha utilizzato le sue macchine solamente per i propri prodotti ma sta integrando la sua offerta con marchi esterni per altri prodotti come shampoo e gel doccia.

Indubbiamente CoZie ha il merito di avere aperto la strada alla vendita sfusa nel settore della cosmetica ed è probabile che altri marchi e prodotti del settore introducano prossimamente una tecnologia simile all’interno dei punti vendita.

Tra le joint venture che hanno coinvolto start up e grandi marchi di prodotti di consumo non si può non citare in termini di innovazione i casi studio delle start up Algramo e Miwa che continuano a perfezionare e implementare il proprio modello di business.

Algramo

Algramo è stata fondata nel 2013 in Cile da José Manuel Moller, con l’obiettivo di abbattere la cosiddetta “tassa sulla povertà” generata dall’alta incidenza del costo degli imballaggi sul prezzo dei prodotti. In alcuni anni erogatori di prodotti di vario tipo, dal riso ai detersivi, sono stati installati in oltre 2000 piccoli supermercati di quartiere. Nel 2018 ha preso il via la partnership con Unilever: accanto agli erogatori alla spina presenti nei negozi fisici, è nato anche un servizio di ricarica a domicilio che avviene prenotando tramite app il passaggio di stazioni di refill itineranti montate su un furgoncino e tre ruote. Ricarica e pagamento avvengono entrambi tramite l’app Algramo che si interfaccia con l’etichetta Rfid di cui il flacone è provvisto. Nel tempo la gamma dei prodotti e le partnership si sono ampliate e oggi tra le collaborazioni ci sono anche quelle con i marchi Colgate e Nestlè.

Miwa

Anche Miwa basa il suo funzionamento sull’internet delle cose: è un sistema di dispenser modulari da cui è possibili rifornirsi attraverso appositi contenitori riutilizzabili provvisti di un’etichetta Rfid che comunica con l’erogatore e la cassa del negozio: non c’è pertanto bisogno di pesare il contenuto o scansionare ulteriormente l’etichetta. L’app consente di pagare, ma fornisce anche informazioni sui prodotti acquistati. Creato nel 2014 nella Repubblica ceca, il sistema oggi è operativo a Praga e in diverse località della Svizzera. A maggio 2020 ha infatti preso il via la partnership con Nestlé, per la commercializzazione di cibo per animali e caffè solubile nei suoi punti vendita elvetici attraverso i dispenser del sistema Miwa. Partito come progetto pilota da tre negozi Nestlè, oggi è attivo in 15 punti vendita. Nestlé sta ora valutando la fattibilità di sfruttare la tecnologia degli erogatori per altre categorie di prodotti, oltre a testare la fattibilità operativa delle soluzioni nei supermercati più grandi lungo la sua catena di approvvigionamento. Miwa fornisce ai produttori (offerta B2B) i suoi contenitori intelligenti riutilizzabili che vengono riempiti per erogare merci sfuse come riso o detersivo per bucato e i moduli o scaffali intelligenti dotati di valvole di rilevamento a controllo elettronico con interfaccia utente. Ai clienti B2C viene offerto un imballaggio riutilizzabile e app corrispondente che collega tutti i moduli del sistema consentendo un riutilizzo in autonomia. Secondo la start up sulla base di una valutazione del ciclo di vita (LCA), la loro soluzione è progettata per ridurre l’impronta ambientale fino al 71% rispetto ai modelli di consumo lineare, utilizzando solo il 10% di materiali di imballaggio rispetto all’impiego monouso e con un 62% in meno di impronta di carbonio.

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Tazze e bicchieri da passeggio 

Abbiamo poi tutto il settore dei contenitori riutilizzabili dai bicchieri, alle tazze ai contenitori di varie forme e dimensioni che all’estero stanno vivendo un proprio boom negli ultimi 3 anni a partire dai sistemi di tazze riutilizzabili da passeggio (on the go). Ecco qualche iniziativa per rendere l’idea tra quelle attive in Europa che rendono possibile a singoli, aziende e istituzione varie l’utilizzo di tazze riutilizzabili anche in occasioni di eventi. Alcune sono partite con il sistema refill on the go in cui la proprietà del contenitore appartiene al cliente ma integrando anche altre formule a seconda dei clienti se singoli, aziende e istituzioni o organizzatori di eventi.

La catena indipendente di caffetterie Boston Tea Party è stata l’unica nel suo genere a interrompere definitivamente nel 2018 l’utilizzo di monouso e a servire le sue bevande calde e fredde in contenitori riutilizzabili nelle sue 23 caffetterie. I clienti portando la loro tazza ricevono 25 pence di sconto sul prezzo della bevanda e quando la dimenticano possono prenderne una a fronte di una cauzione che recuperano riportandola.

Segue menzione di alcune tra le iniziative in corso che possono includere sia il modello “refill on the go” in cui l’utente rimane proprietario del contenitore che il “return on the go” anche nella modalità del PaaS (Product as a service) dove una società terza gestisce le tazze per conto del rivenditore di bevande che paga una fee per ogni utilizzo della tazza. Nel Regno Unito:  CupClub; in Germania:  Freiburg Cup, ReCupCupforCup FairCup. Seguono altri esempi come : BillieCup (Belgio), Muuse (Singapore), Vessel (California).

Sempre in UK la piattaforma Loop che viene descritta nella sezione dedicata al modello “return from home” ha lanciato un progetto pilota in collaborazione con McDonald per testare l’impiego di tazze riutilizzabili in 6 punti vendita selezionati del Regno Unito allo scopo di ridurre i 2,5 miliardi di tazze di caffè monouso che finiscono in discarica ogni anno. I sei esercizi sono stati selezionati per la loro vicinanza al centro di lavaggio che serve la piattaforma Loop ma l’idea è quella di estenderlo a tutti i 1.300 ristoranti del gruppo del Regno Unito, e si spera anche ai 36.000 a livello globale. Per ovviare al fatto che i clienti dimenticano la propria tazza o non vogliono portarla in borsa dopo l’uso presso i caffè partecipanti della catena si otterrà uno sconto di 20 centesimi su ogni caffè, tè o cioccolata calda chiedendo una tazza riutilizzabile.

I clienti pagano un deposito di £ 1 che ricevono indietro, in contanti o come credito su un’app quando restituiscono la tazza. Quest’ultima può essere restituita immediatamente dopo la consumazione oppure in un momento successivo. I punti di consegna che verranno presto implementati includono anche postazioni ospitate nei supermercati della catena Tesco il partner della GDO di Loop nel Regno Unito.

In Italia

Nel settore dei contenitori intelligenti l’apripista per l’Italia è stato Pcup un bicchiere termico in silicone praticamente indistruttibile che è stato adottato in diversi eventi sparsi nella penisola. Il bicchiere realizzato in Italia contiene un chip sul fondo che consente di associare il bicchiere all’account dell’applicazione appoggiandolo sul telefono. Una volta che il bicchiere viene interfacciato con l’account è possibile ordinare le bevande da consumare per sé e altri utilizzando il credito caricato sull’app senza code alla cassa e ad accedere ad altre funzioni personalizzabili. I dati raccolti attraverso il bicchiere permettono di quantificare l’usa e getta risparmiato all’ambiente ma anche di acquisire informazioni interessanti per pianificare e progettare servizi mirati alle diverse tipologie di utilizzo tra eventi e applicazioni a locali della movida, ad esempio, ottimizzando i costi e prevenendo sprechi di ogni tipo.

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Contenitori da asporto

Nel settore dei contenitori per cibo da asporto –  non ancora affollato come il settore delle tazze –  ci sono operatori della ristorazione pionieri come Just Salad che iniziò già nel 2006 a  mettere a disposizione dei clienti un’alternativa riutilizzabile per l’asporto nei suoi ristoranti a New York. Recentemente ha sviluppato un programma di ordinazione online che prevede un servizio di consegna con ciotole riutilizzabili sia nella formula “return from home” che “return on the go”, che viene spiegata nella seconda parte dell’articolo.

Nella formula “Return on the go” il cliente è tenuto a riportare la ciotola entro due settimane dall’ordine per non incorrere nell’addebito di una piccola fee per ogni giorno in più che passa dal 14° giorno.

Tra le new entries che meritano una speciale menzione abbiamo ShareWare una piattaforma appena lanciata a Vancouver che offre a singoli e aziende la possibilità di aderire tramite un’app per potere usufruire di un servizio di noleggio di contenitori riutilizzabili – sia per cibo che bevande da asporto –  che vengono poi recuperati, igienizzati e rimessi in circolazione. L’aspetto interessante del modello di ShareWare sta nel servizio di wash-as-a-service che mettono a disposizione di altre aziende con sede a Vancouver che sono alla ricerca di un partner di lavaggio su scala commerciale per i loro contenitori.

ReCIRCLE è nata nel 2016 in Svizzera come prima impresa sociale specializzata nella fornitura di contenitori riutilizzabili per piatti e bevande da asporto a ristoranti, campus universitari, aziende ed altri soggetti. Al momento è operativa e consolidata in Svizzera e Germania ma con l’ambizione di esportare il modello in altri paesi con alcune iniziative in fase di definizione o in partenza in EstoniaDanimarcaGermaniaPaesi Bassi e Italia.

Il sistema basato sul modello Product as a service vede gli utilizzatori del servizio pagare una commissione sull’utilizzo dei contenitori scegliendo la tipologia di contratto più congeniale alla loro attività. Anche ReCIRCLE sta passando per una parte dei suoi contenitori a una gestione digitale del deposito tramite la reCIRCLE APP che permette altre funzioni come accedere alla lista di locali che aderiscono al sistema o aderire a programmi di fidelizzazione.

Per quanto riguarda l’Italia l’iniziativa in collaborazione con ReCIRCLE prevede la creazione di circuiti di riutilizzo dei contenitori in alcune attività di ristorazione (NoPla Take Away) e nei bar (NoPla Drink). Il progetto parte a Milano dove coinvolgerà una quarantina di ristoratori e una ventina di bar.

Per citare qualche caso studio europeo – partendo dalla Germania e Olanda dove c’è particolare fermento – non c’è che l’imbarazzo della scelta. In Germania opera  Rebowl, in Olanda abbiamo  Ozarka ora in partnership con Deliverzero, PackBackSwap-box in fase di lancio ad Amsterdam e Deliveroo operativo anche in Belgio.

Come nel caso delle tazze da passeggio queste iniziative che coinvolgono i contenitori da asporto possono operare sia nella formula “refill on the go” che “return from home” .

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3. Return from home: il vuoto si ritira a domicilio

Nel caso in cui la ricarica dei contenitori non venga effettuata direttamente dagli utenti, ma siano le aziende a riempirli (soprattutto se serve l’igienizzazione), le alternative sono due, e qui arriviamo al terzo e al quarto modello applicabile ai sistemi di riuso e ricarica degli imballaggi: “return from home” e “return on the go”. In entrambi i casi i contenitori non sono di proprietà degli utenti e vengono caricati di una cauzione che viene riaccreditata ad avvenuta restituzione dei contenitori. Nei sistemi che seguono il modello “return from home”, il contenitore vuoto viene ritirato a domicilio da un’impresa incaricata, per esempio in occasione della consegna di nuovi prodotti, e in molti casi attraverso servizi in abbonamento che consentono una fidelizzazione del cliente e un’ottimizzazione delle operazioni di ritiro e sanificazione degli imballaggi.

Il progetto Loop  basa il suo funzionamento su entrambi i modelli dal momento che i clienti della piattaforma possono non muoversi da casa (return from home) oppure rendere i contenitori vuoti presso i punti vendita che fanno parte della rete attraverso apposite reverse vending machine posizionate allo scopo (return on the go). Nonostante sia passato poco più di un anno dal suo lancio nei primi Paesi il sistema, che coinvolge grandi marchi leader dei prodotti di largo consumo, ha già fatto scuola nel suo genere.  Si tratta di una piattaforma che permette di acquistare sul proprio shop online più di 500 prodotti dei marchi più noti a livello globale: quando il prodotto è finito, l’imballaggio viene ritirato a casa dell’utente, può essere portato in un punto UPS oppure presso negozi fisici.  I contenitori vengono successivamente igienizzati, ricaricato e messi nuovamente in commercio.

Una parte importante del progetto ha riguardato la completa riprogettazione degli imballaggi avvenuta in collaborazione con i diversi marchi.  Se l’imballaggio primario dei prodotti è stato ripensato per poter essere sottoposto a numerosi cicli di riuso anche l’imballaggio secondario che contiene i prodotti acquistati ha cambiato pelle: a casa dei destinatari non arriva più una scatola in cartone da smaltire ma una box riutilizzabile, da usare per la restituzione dei contenitori vuoti. L’utente paga una quota di deposito per i contenitori che viene riaccreditata quando vengono restituiti: il credito può essere gestito facilmente tramite app e utilizzato per nuovi acquisti.

Creato dalla società di riciclo Terracycle, Loop ha avviato i primi progetti pilota di commercializzazione di prodotti in imballaggi riutilizzabili nel periodo dello scoppio della pandemia, tra marzo e aprile 2020, a Parigi e New York. Ad oggi sono attive partnership con più di 30 marchi, sia di prodotti di largo consumo come PantenePurina, Tide, sia di insegne della grande distribuzione tra cui Tesco in UK, Kroger e Walgreens in USA , Aeon in Giappone e Carrefour in alcune aree della Francia. Il lancio in Canada, Germania e Australia è previsto a metà del 2021, mentre già da ottobre 2020 è stato avviato, a partire dalla Francia, lo sviluppo del progetto con postazioni Loop nei negozi fisici. Anche in Giappone sono 19 i punti vendita dell’insegna Aeon ad ospitare una postazione Loop.

Un esempio che arriva dal Regno Unito è il servizio Club Zero sviluppato dal rivenditore online Abel & Cole che permette ai suoi clienti di acquistare alimenti secchi come cerealilegumicioccolatoriso e pasta in semplici contenitori riutilizzabili low cost senza addebito di deposito. I contenitori sono stati disegnati con in mente la funzionalità nel trasporto evitando così che i clienti siano tentati di trattenerli. I contenitori vuoti vengono riconsegnati all’interno di una box riutilizzabile quando ricevono una nuova consegna.

Anche il progetto olandese Pieter Pot, ricalca il modello “return from home”. Si tratta di un circuito che commercializza prodotti alimentari secchi in barattoli e bottiglie di vetro, permettendo agli utenti di riconsegnare quelli vuoti alla consegna dell’ordine successivo: il consumatore paga un deposito che viene riaccreditato una volta che restituisce i vuoti. Al momento il sistema, attivo in alcune zone dei Paesi Bassi, ha 3.000 utenti sta riscuotendo parecchio interesse al punto che conta una lista di attesa di altri 30.000.

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4. Return on the go: usa il contenuto e riporta il contenitore

Nel modello “return on the go”, come accennato, i consumatori acquistano un prodotto in un contenitore riutilizzabile che non rimane in loro proprietà ma va restituito presso punti vendita (possono essere più di uno e parte di una rete) o altri luoghi di raccolta anche tramite reverse vending machine (RVM) o distributori automatici inversi.

Qualora assoggettati ad una cauzione, la medesima viene riaccreditata una volta che i contenitori vengono restituiti. I contenitori usati vengono raccolti igienizzati e redistribuiti nei punti vendita al dettaglio o dove avviene la somministrazione dei prodotti che veicolano.

Sono comunque diverse le iniziative “ibride” anche tra quelle accennate in precedenza che non possono essere inserite in una sola categoria in quando permettono più modalità nella resa e gestione dei contenitori che può essere decisa dall’operatore. È sicuramente il caso delle tazze da passeggio che per comodità sono state raccolte nella sezione “refill on the go”.

Esempi nel servizio ristorazione sono Dabbadrop nel Regno Unito e Belgio, Reusabol a Barcellona, Relevo e Vytal che sono attivi in diverse città della in Germania. Quest’ultimo non offre solamente tazze e contenitori nei formati classici per piatti pronti e prodotti di gastronomia ma anche contenitori adatti per l’asporto di pizze e sushi.

Al sistema esistente prima della pandemia si è affiancato un nuovo servizio che prevede anche la consegna e ritiro dei contenitori: Vytal, Reusable Packaging-as-a-ServiceDalla scorsa estate è in essere una collaborazione con Rewe (seconda catena della GDO tedesca per fatturato) per rendere disponibile il riutilizzo dei contenitori nelle postazioni salad bar a libero servizio dell’insegna. Vytal ha posizionato allo scopo delle reverse vending machine (RVM) nei sei punti vendita che partecipano al pilota per ritirare i contenitori puliti e rendere quelli usati da igienizzare con una procedura digitale gestita tramite un’App e la scannerizzazione del QR code che include il pagamento alla cassa.  Un’ultima collaborazione raggiunta con Gorillas, un servizio consegna spesa a casa in bici, permette l’impiego dei contenitori riutilizzabili per alcune referenze vendute sfuse dal rivenditore nel negozio fisico.

Un altro esempio per questo modello ancora nella ristorazione è il sistema statunitense OZZI, pensato per garantire un ciclo chiuso per i contenitori per i pasti fuori casa, con macchine per il deposito dei contenitori vuoti e un sistema per il riaccredito della cauzione pagata dal consumatore. Il sistema è pensato sia per ristoranti con pasti da asporto, sia per luoghi pubblici come college, università, mense aziendali, ospedali.

Altri esempi di riutilizzo dei contenitori che ricalcano il vecchio vuoto a rendere delle bottiglie del latte arrivano dalla Germania dove tradizionalmente esiste un sistema di vuoto a rendere di vasetti in vetro utilizzati per gli yogurt da alcune importanti aziende lattiero-casearie in Germania. Recentemente alcune aziende come BananeiraUnverpackt für Alle e Fairfood hanno aderito al sistema (e all’infrastruttura esistente di recupero e riutilizzo di questi contenitori) impiegandoli per loro prodotti che non richiedono refrigerazione, venduti principalmente nei negozi biologici. I consumatori possono restituire i contenitori vuoti grazie a una rete di distributori automatici inversi (reverse vending machine) presenti nei supermercati, in modo che possano essere riconsegnati ai produttori che li utilizzano e che sono responsabili dell’igienizzazione prima della ricarica.

Fonte: Silvia Ricci e Veronica Ulivieri per Economiacircolare.com

Linee guida sugli indumenti usati. Occhio del Riciclone: ‘Un passo concreto verso la pulizia del settore’

Dopo un travagliato dibattito durato oltre due anni, lo scorso 8 gennaio Utiitalia ha finalmente presentato le sue Linee Guida per l’affidamento del servizio di gestione degli indumenti usati. Ossia la raccolta e il recupero dei vestiti usati che milioni di cittadini conferiscono ogni giorno in decine di migliaia di cassonetti stradali. Un’attività che fa parte a pieno titolo della raccolta differenziata dei rifiuti urbani ma che si intreccia storicamente con l’azione di Caritas e di altri enti solidali. Purtroppo le filiere che nascono da quest’attività sono da tempo infiltrate dalla criminalità organizzata e sono caratterizzate da gravi delitti ambientali. Gli enti solidali hanno spesso rappresentato la faccia pulita e il primo anello di una filiera i cui principali beneficiari sono camorristi che riciclano il denaro e alimentano la terra dei fuochi. Data la magnitudine del problema, nel 2018 la Commissione Bicamerale “Ecomafie” ha deciso nel 2018 di aprire un filone d’inchiesta specifico proprio sugli abiti usati. Ma le vicende giudiziarie dimostrano che i criminali chiudono e aprono le loro imprese in un batter d’occhio contando sulla solidità delle loro fonti di approvvigionamento locali, ossia sugli operatori che raccolgono il rifiuto tessile e che spesso appongono sui contenitori stradali loghi accattivanti e che alludono ad azioni solidali o caritatevoli. E’ importante quindi combattere il fenomeno alla radice, puntando sulla prevenzione ancor prima che sulla punizione, creando meccanismi che escludano le filiere sporche a partire dall’affidamento del servizio di raccolta. In questo senso, le Linee Guida di Utilitalia rappresentano un passo fondamentale e sono un’ottima notizia per tutti coloro che hanno a cuore la buona salute del settore. Ovviamente Utilitalia, in quanto associazione di categoria delle aziende di igiene urbana, non può imporre alle proprie affiliate come scrivere le gare. Ma le Linee Guida introducono il principio che chi affida il servizio deve farsi responsabile della destinazione degli indumenti e danno indicazioni concrete a tutte le stazioni appaltanti che vogliano favorire le filiere più etiche e trasparenti. Verificare che gli impianti di trattamento abbiano una regolare autorizzazione non è assolutamente sufficiente. Di fatti, lo scorso autunno il Procuratore Ettore Squillace Greco ha confermato alla Commissione Ecomafie che le infiltrazioni criminali riguardano soprattutto le filiere autorizzate. I cassonetti abusivi, per quanto dannosi e irregolari, non sono la parte più importante del problema. I criminali di maggiore caratura mirano ai flussi principali, non ai rivoletti irregolari dell’abusivismo. A essere coinvolto nelle inchieste è anche, o soprattutto, il mainstream: i grossi player, quelli che controllano il mercato e gestiscono gli indumenti di buona qualità provenienti dalle zone più ricche del Nord.

Le Linee Guida riguardano ovviamente le filiere autorizzate, e pertanto una loro applicazione generalizzata potrebbe veramente colpire al cuore gli interessi criminali e aprire una fase di riforma positiva delle filiere. Sempre e quando le resistenze del settore non siano troppo forti e vanifichino tutto quanto.

Come in una fotografia, il documento di Utilitalia enumera le modalità di gara attualmente vigenti: il primo tipo di affidamento è il più diffuso, riguarda solo la raccolta e non offre reali garanzie di trasparenza. Il secondo tipo prevede uno spacchettamento dei servizi di raccolta e recupero e presenta forti difficoltà di applicazione perché spezza il ciclo di qualità della filiera. La terza opzione estende l’oggetto del servizio non solo alla raccolta ma anche al recupero, e se gestita in un certo modo può offrire le maggiori garanzie di eticità e trasparenza. Ciò naturalmente comporta un maggiore sforzo di strutturazione da parte di chi si voglia candidare a gestire il servizio. Occorre infatti disporre di un proprio impianto di recupero, oppure impegnarsi in accordi formali di rete con titolari di impianti di recupero, oppure sommare le proprie forze ad altri operatori della raccolta per gestire gli impianti di recupero in maniera consorziata: tutte ottime soluzioni che consentiranno alle stazioni appaltanti di esigere i certificati antimafia ai titolari degli impianti e avere informazioni su quello che fanno.

Le Linee Guida fissano poi un altro importantissimo principio: gli operatori che ottengono vantaggi competitivi o di immagine dichiarando di essere solidali dovrebbero portare prove al rispetto. Tra il dire e il fare, infatti, c’è di mezzo il mare. Se il modo di fare solidarietà è impiegare soggetti svantaggiati, occorre dimostrare la validità dei progetti di reinserimento e indicare con precisione quali sono gli svantaggiati effettivamente coinvolti nel servizio oggetto della gara. Se la solidarietà invece viene fatta usando i margini della vendita dei vestiti per erogare cifre di denaro a progetti sociali, bisognerà dichiarare l’esatta entità di questo contributo solidale e saperne spiegare l’impatto sulle iniziative finanziate. Se i vestiti vengono donati ad enti solidali che poi se li rivendono, va da sé che il contributo dichiarato non possa riferirsi a un presunto prezzo di mercato all’ingrosso evitato ma debba essere strettamente aderente all’effettiva cifra di denaro destinata alla solidarietà al termine di tutti i cicli di vendita.

Ma i relatori del convegno dell’8 gennaio hanno fatto notare come, in questo periodo di crisi del mercato, per gli operatori sia molto complicato ottenere margini economici per la solidarietà: quindi c’è il rischio concreto che, nonostante possa essere dichiarata, non esista una vera attività solidale; oppure che abbia smesso di esistere lasciando la priorità alla sopravvivenza delle strutture. Infatti a causa del fast fashion e di altri fattori tendenziali aumentano i vestiti da raccogliere e di conseguenza aumentano anche i costi di raccolta. Ma allo stesso tempo la qualità dei vestiti diminuisce vertiginosamente, riducendo i ricavi ottenuti grazie a riutilizzo e mercato dell’usato e facendo levitare i costi legati a riciclaggio e smaltimento. Quindi i punti di equilibrio economici stanno saltando, i margini non ci sono quasi più e saranno sempre più difficili da ottenere.

Per superare tale crisi, che colpisce nella stessa misura sia gli operatori profit che quelli non profit, è fondamentale che i produttori e distributori di abiti nuovi inizino coprire parte dei costi della filiera in virtù delle norme sulla responsabilità estesa del produttore. Altrimenti la situazione rischia di precipitare. L’8 gennaio il Presidente della Commissione Ecomafie Stefano Vignaroli ha lanciato un segnale d’allarme molto chiaro: gli operatori meno etici potrebbero reagire alla crisi moltiplicando i delitti ambientali al fine di ottenere illeciti risparmi. Altri relatori del convegno hanno denunciato una grave tendenza già in atto: per dare sbocco ai vestiti di bassa qualità gli operatori della raccolta e del recupero si rivolgono sempre di più ad operatori indiani e pakistani che fanno riciclo di scarsa qualità, impiegano lavoro minorile e accendono roghi incontrollati con gli scarti di selezione.

Pietro Luppi – L’Occhio del Riciclone
fonte: Eco dalle Città

La filiera degli abiti usati, arrivano le Linee guida per le aziende dei rifiuti

Una filiera dei rifiuti tessili più trasparente e sostenibile sotto il profilo ambientale e sociale, grazie ad alcune indicazioni per le aziende di igiene urbana. Questo l’obiettivo delle ‘Linee guida per l’affidamento del servizio di gestione degli indumenti usati’, messe a punto da Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua, ambiente e energia).

“Il 5 gennaio scorso la Commissione Europea ha pubblicato la Roadmap per la definizione della strategia europea per i prodotti tessili, mentre il pacchetto di direttive europee sull’economia circolare – osserva il vicepresidente di Utilitalia Filippo Brandolini – ha già da tempo stabilito che ogni Stato membro dovrà istituire la raccolta differenziata dei rifiuti tessili entro il primo gennaio del 2025, e l’Italia ha anticipato questa scadenza al primo gennaio del prossimo anno.  Ciò comporterà lo sviluppo dei servizi di raccolta e quindi un incremento degli indumenti usati raccolti in modo differenziato e una crescente necessità da parte del sistema di assorbire nuovi flussi, e di conseguenza una maggiore capacità organizzativa non solo delle imprese della raccolta, ma di tutta la filiera”.

Le aziende di igiene urbana, nelle loro funzioni di stazioni appaltanti, possono svolgere un importante ruolo di promozione della trasparenza, della sostenibilità sociale e ambientale e di prevenzione dell’illegalità. 

Il documento offre indicazioni che possono aiutare a selezionare operatori onesti, efficienti e trasparenti, e ad ampliare il livello della concorrenza, spostandola dal mero piano economico a quello della capacità tecnica, della qualità del servizio, della responsabilità sociale, della tutela ambientale e della solidarietà. Poi con le Linee guida si punta ad assicurare appropriati strumenti di rendicontazione e informazione, e a promuovere una più ampia tracciabilità dei rifiuti raccolti.

Il documento fornisce degli strumenti per organizzare il servizio di gestione assicurando la massima tracciabilità, trasparenza e legalità possibile, preservando al contempo le finalità solidali della filiera, che è quello che il cittadino si aspetta quando conferisce i propri indumenti usati nei contenitori stradali.

Le Linee guida – rileva ancora Brandolini – “non vogliono e non possono sostituirsi al ruolo decisionale delle stazioni appaltanti, né possono per loro natura essere prescrittive. Hanno piuttosto l’obiettivo di porre l’attenzione sull’importanza di alcuni aspetti e indicare le peculiarità delle opzioni alternative proposte per l’affidamento del servizio”. 

La pubblicazione delle Linee guida sono – dice il vicepresidente di Utilitalia – “il primo passo di un percorso” sui rifiuti tessili, “trattandosi di un settore soggetto a profondi cambiamenti normativi e di mercato, su cui è bene acquisire maggiori consapevolezza e conoscenze. I rifiuti tessili giocheranno sempre più un ruolo non marginale nell’economia circolare. Innanzitutto perché, grazie alla preparazione al riutilizzo, si consente di prolungare la vita di molti indumenti e quindi ridurre i volumi dei rifiuti da smaltire. Inoltre, gli sviluppi tecnologici futuri potranno consentire di riciclare ciò che non può essere riutilizzato, recuperando le fibre tessili, per esempio, attraverso il riciclo chimico”. 

E’ per questo che – conclude Brandolini – “occorreranno ulteriori passaggi normativi, come un regolamento per l’End of Waste dei rifiuti tessili, e altresì si auspica la costituzione di sistemi di responsabilità estesa al fine di responsabilizzare i produttori riguardo alla durata e alla riciclabilità dei prodotti tessili che immettono sul mercato, oltre che più in generale alla loro sostenibilità”.

Fonte: Rinnovabili.it

UNI: prassi di Riferimento ‘Linee guida sull’utilizzo responsabile della plastica’

Prima della pubblicazione definiva è possibile prendere visione e scaricare il documento oltre ad effettuare delle osservazioni, che dovranno essere inviate ad UNI, secondo specifica procedura, entro il 4 gennaio 2021

Sul sito di UNI, Ente nazionale italiano di normazione, è stata pubblicata, in consultazione pubblica, la Prassi di Riferimento “Linee guida sull’utilizzo responsabile della plastica”.
Nel documento si legge:La presente prassi di riferimento fornisce i requisiti minimi di un sistema di gestione finalizzato ad un utilizzo responsabile della plastica. Essa si applica alle organizzazioni di qualsiasi tipologia e dimensione, pubbliche o private, utilizzatrici finali di prodotti di plastica o contenenti plastica. Sono quindi escluse le organizzazioni che gestiscono il rifiuto plastico come attività principale e
caratterizzante. La presente prassi di riferimento può essere utilizzata dalle organizzazioni secondo tre modalità:
1) applicando il sistema di gestione per l’utilizzo responsabile della plastica, che può essere certificato da organismi di valutazione della conformità di terza parte (di seguito “organismi di certificazione”) operanti secondo la UNI CEI EN ISO/IEC 17021;
2) applicando il sistema di gestione come base per l’asserzione ambientale “Utilizzo responsabile della Plastica” se corredata da una dichiarazione esplicativa che chiarisca l’obiettivo raggiunto o che
l’organizzazione intende raggiungere. L’asserzione ambientale può essere validata/verificata secondo la UNI EN ISO 14021 da un organismo di certificazione operante in conformità alla UNI CEI EN ISO/IEC 17021;
3) applicando il sistema di gestione come base per l’asserzione ambientale “Utilizzo Responsabile della Plastica” se è anche conforme alla prassi di riferimento sulla sostenibilità e al programma previsto in Appendice F alla presente prassi di riferimento; in tal caso l’asserzione può essere verificata/validata secondo la UNI ISO/TS 17033 da un organismo di certificazione operante in conformità alla UNI CEI EN ISO/IEC 17029.
Prima della pubblicazione definiva è possibile prendere visione e scaricare il documento oltre ad effettuare delle osservazioni, che dovranno essere inviate ad UNI, secondo specifica procedura, entro il 4 gennaio 2021:

https://www.uni.com/index.php?option=com_content&view=article&id=8873&Itemid=2866

Fonte: Eco dalle Città