Rifiuti: è allarme per il blocco del riciclo

Emergenza rifiuti: un rischio reale per tutta l’Italia. A lanciare l’allarme il Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi che si occupa del ritiro dei materiali della raccolta differenziata. Il Conai paventa il «rischio che si possa arrivare a una sospensione del ritiro dei rifiuti urbani».

Insomma, l’emergenza sanitaria e il conseguente rallentamento di alcune attività industriali, il blocco totale di molte altre, stanno inceppando la filiera della raccolta differenziata. Ciò determina la saturazione degli stoccaggi sia di impianti di riciclo (al collasso una trentina di piattaforme di separazione delle plastiche) sia dei termovalorizzatori (60 in Italia, concentrati per lo più al Nord). La situazione, a quanto sembra, è più fragile al Sud, poiché quest’area del Paese è dotata di un minor numero di impianti.

Il Conai ha chiesto un immediato confronto sul tema con Governo e Regioni e lo ha fatto con una lettera inviata nei giorni scorsi al presidente del Consiglio dei ministri, al capo della Protezione Civile, ai ministri dell’Ambiente, dello Sviluppo Economico, dell’Economia e delle Finanze e al presidente dell’Anci. «La compromissione delle attività presidiate da Conai può mettere a repentaglio la raccolta differenziata con conseguenze gravissime sull’intero sistema di gestione dei rifiuti urbani, già congestionato – afferma il presidente Giorgio Quagliuolo– stiamo galoppando verso una grave emergenza che questa volta interessa l’intero territorio nazionale».

Ieri il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha chiarito: «Siamo in prima linea anche per affrontare i problemi che il Covid19 sta determinando nel campo dei rifiuti, anche in riferimento a quelli ospedalieri. Abbiamo prodotto una serie di indicazioni, considerando le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità. Le Agenzie regionali hanno approvato all’unanimità le linee tecniche redatte».

Ma cosa ostacola il processo di raccolta differenziata e riciclo? Per la plastica, le maggiori criticità si registrano nella gestione degli scarti non riciclabili, ossia il plasmix. Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, infatti, si sta azzerando la possibilità di utilizzo finale del plasmix (60%) nei cementifici, che lo usano come collante, a causa della chiusura di questi ultimi. Quanto alla plastica riciclata – pari al 45,5% del materiale immesso al consumo nazionale – viene di solito esportata, con quote significative. Ma tali esportazioni sono sospese. Poi c’è la plastica che viene riciclata dall’industria italiana, in prima fila quella del giocattolo e dell’arredo urbano, ma queste aziende oggi sono chiuse perché non considerate strategiche.

I rifiuti di imballaggi in acciaio, vengono di solito raccolti in piattaforme (rottamài) e riciclati nelle acciaierie: ne sono chiuse – dice il Conai – quattro su cinque. Lavora solo una acciaieria in Sicilia che riesce così a garantire uno sbocco per il materiale che arriva da Puglia, Calabria e Sicilia stessa. Il punto critico per l’acciaio sono i rottamài, ultimo passaggio prima dell’acciaieria: questi non hanno autonomia e presto dovranno interrompere i ritiri. Processo inceppato anche per gli imballaggi in alluminio: delle 3 fonderie di cui si avvale Cial (il consorzio aderente a Conai per l’alluminio), una è chiusa. Un’altra, quella di Bergamo, lavora a ritmo ridotto.

Le cartiere hanno problemi di tipo logistico, in particolare nella fascia adriatica, per la mancanza dei ritornisti, trasportatori senza carico al ritorno che quindi non sono disponibili o lo sono a costi elevati. Per quanto riguarda il legno, «tutti i pannellifici hanno chiuso», segnala il Conai – in pochi giorni anche le piattaforme del legno si satureranno. Solo per il vetro non ci sono problemi: le vetrerie lavorano e richiedono molto materiale.

Alle difficoltà registrate nelle aziende che ritirano e riutilizzano il materiale recuperato, poi, si aggiungono quelle di carattere sanitario per chi lavora negli impianti di gestione dei rifiuti, il cui impegno è essenziale alla collettività.

Il Conai propone interventi immediati. «Almeno quattro modifiche alle norme in vigore – elenca Quagliuolo –. Innanzitutto aumentare la capacità annua e istantanea di stoccaggio di tutti gli impianti già autorizzati alle operazioni di gestione dei rifiuti, fino a raddoppiarla. Inoltre, aumentare anche la capacità termica consentita dalla legge di tutti i termocombustori esistenti, fino a saturazione. Semplificare in terzo luogo le procedure burocratiche necessarie per l’accesso alle discariche. E infine autorizzare spazi e capacità aggiuntive per il trattamento e lo smaltimento delle frazioni non riciclabili, che in questa fase non trovano sbocco nella termovalorizzazione». Provvedimenti che sono stati adottati in passato in precedenti fasi emergenziali.

È bene ricordare che in Italia il sistema di recupero e riciclo degli imballaggi ha raggiunto livelli da primato: se l’Europa chiede infatti che venga riciclato il 65% degli imballaggi entro il 2025, l’Italia ha già raggiunto nel 2019 il 71,2%, una quota superiore a 9 milioni e mezzo di tonnellate. La difficile gestione del sistema in tempi di epidemia si complica ulteriormente in seguito all’aumento degli imballaggi prodotti e utilizzati. Si calcola che nell’ultimo mese la domanda di imballaggi sia cresciuta più del 30% nel Paese, in seguito evidentemente al forte incremento dei consumi alimentari.

Fonte: il Sole 24 Ore

Giornata Mondiale del Riciclo: il 18 marzo #iorestoacasa e riciclo

Nella Giornata Mondiale del Riciclo che ricorda alle persone l’importanza delle attività di riciclaggio per ridurre l’allarmante riduzione delle risorse naturali del Pianeta, gli italiani che, secondo le indicazioni per fronteggiare l’emergenza del nuovo coronavirus, sono costretti a rimanere in casa, possono compiere quelle  piccole azioni quotidiane che contribuiscono a tutelare l’ambiente.

La Giornata Mondiale del Riciclo (Global Recycling Day) che ricorre il 18 marzo 2020 è un’iniziativa della Global Recycling Foundation, volta a:
– dire ai leader mondiali che il riciclo è fondamentale e deve necessariamente rappresentare un approccio condiviso;
– chiedere alle persone in tutto il mondo di pensare alle risorse, non agli sprechi, quando si tratta delle merci che ci circondano.

Le risorse naturali della terra che sono alla base della nostra esistenza e del nostro benessere, sono limitate e si stanno esaurendo rapidamente. L’ultimo Rapporto sulla disponibilità di risorse naturali redatto dall’IRP (International Resource Panel), il Gruppo di scienziati di fama mondiale istituito dall’UNEP (Programma Ambiente delle Nazioni Unite), ha rilevato che negli ultimi 50 anni il prelievo globale di materiali è passata da 27 miliardi di tonnellate a 92 miliardi di tonnellate e che tale  rapida crescita, peraltro destinata a raddoppiare entro il 2060 sulla base delle attuali tendenze, “è il principale responsabile dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità, una sfida che peggiorerà se il mondo non intraprenderà urgentemente una riforma sistemica dell’uso delle risorse”.

Il riciclaggio costituisce una efficace attività di contrasto perché permette di ridurre la pressione sulle risorse e l’emissione di CO2, aumentando al contempo l’occupazione locale in tutto il mondo. Eppure, a tutt’oggi solo l’8,6% di tutti i materiali utilizzati nel 2019 dall’economia globale è stato riutilizzato, secondo il RapportoThe Circularity Gap Report 2020”, presentato in gennaio al World Economic Forum di Davos.

Il tema della Giornata quest’anno è #RecyclingHeroes ovvero persone, luoghi e attività che ricoprono un ruolo importante nel contribuire al riciclo e alla tutela del Pianeta. Ma per noi, come propone ECCO (Economie Circolari di Comunità) il Progetto finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e coordinato da Legambiente per aumentare la consapevolezza sui temi dell’economia circolare, gli eroi sono tutti i cittadini che in questo momento, secondo le indicazioni per fronteggiare l’emergenza da Covid-19, cioè #iorestoacasa, non dimenticano che, anche con piccole azioni quotidiane, si deve tutelare l’ambiente.

Molti di noi in questi giorni, riaprono cassetti e rovistano nei garage e soffitte con l’intento di riordinare oggetti e materiali che vi sono stati accumulati. Quale miglior occasione per far rifunzionare piccoli elettrodomestici che non avevamo avuto tempo od occasione di aggiustare? Quante ricette alimentari possiamo inventare con tutti gli avanzi che abbiamo conservato nei vari reparti del frigorifero?

Anche questo è un modo per riflettere se con i nostri comportamenti individuali di spreco e sperpero non abbiamo contribuito a rendere il Pianeta sempre meno sostenibile.

Carta. Unirima: l’emergenza Coronavirus si aggiunge allo ‘allo stato di crisi in cui versa il nostro settore da mesi’

“Le recenti vicende che si aggiungono allo stato di crisi in cui versa il nostro settore da mesi” hanno indotto Unirima ad inviare due lettere (di cui alleghiamo due estratti).

Al Ministro Delle Finanze, al Ministro Dello Sviluppo Economico e al Ministro Dell’Ambiente ed avente ad oggetto: richiesta interventi urgenti a supporto del settore recupero/riciclo nella quale chiediamo, oltre ad interventi urgenti di natura economico-finanziaria anche la modifica delle tempistiche di invio del MUD e delle attività di registrazione di FIR registri di carico e scarico

Abbiamo informato da tempo e istituzioni della profonda crisi che da oltre un anno sta affliggendo il nostro comparto industriale determinata dal crollo delle esportazioni verso la Cina, principale Paese di destinazione, con una conseguente caduta dei prezzi di mercato della materia prima secondaria (prezzo cartone = -90% da gennaio 2019 a gennaio 2020) per eccesso di domanda rispetto all’offerta. Il comparto della carta da macero è un anello chiave nelle strategie di sostenibilità della filiera cartaria e può dare un contributo significativo agli obiettivi di sviluppo dell’economia circolare del nostro Paese. Riteniamo pertanto sia fondamentale sostenere l’industria del recupero materia dai rifiuti, in linea con le direttive sull’Economia Circolare e le strategie europee del “Green New Deal”, quindi sostenere il mercato delle materie prime secondarie e l’uso di prodotti contenenti materiali da riciclo anche mediante fiscalità̀ agevolata, dato che la catena del riciclo riduce le emissioni climalteranti apportando indubbi benefici ambientali.

Vi chiediamo pertanto di intervenire con urgenza a supporto di tale fondamentale e indispensabile comparto industriale della green economy italiana, che sta subendo anche le conseguenze connesse al diffondersi del coronavirus, agendo intanto con provvedimenti immediati che di seguito vi riportiamo, sia di carattere economico-finanziario che di deroga ad adempimenti normati, volti a salvaguardare le imprese ed i lavoratori della filiera del riciclo meccanico della carta:

• sospensione per il 2020 mesi dell’imposizione fiscale a carico delle imprese;
• sgravi fiscali facili da applicare come la riduzione del costo dell’energia elettrica;
• disposizione alle banche per dare maggior credito alle imprese del settore;
• favorire i mercati di sbocco delle materie prime seconde supportando l’export con accordi bilaterali.

Data la riduzione del personale che svolge mansioni tecnico-amministrative, come da disposizioni di cui al comma 7 art. 1 del DPCM 11 marzo 2020, alle suddette richieste aggiungiamo le seguenti indirizzate specificamente al Ministro dell’Ambiente affinché emetta un provvedimento urgente volto a modificare la tempistica di cui alla parte IV del D.lgs 152/06 dei seguenti adempimenti:

• prorogare la scadenza dell’invio del MUD almeno al 31 luglio 2020;
• deroga alla tempistica di registrazione Formulari Identificazione Rifiuti e registri di carico e scarico.

Al Commissario Straordinario per l’emergenza Coronavirus e al Capo della Protezione Civile avente ad oggetto l’urgente richiesta DPI (mascherine) per addetti del settore gestione impianti di trattamento rifiuti

Come previsto dal D.lgs 152/06, art. 177 comma 2 “La gestione dei rifiuti costituisce attività di pubblico interesse”, inoltre le autorizzazioni al trattamento dei rifiuti rilasciate alle nostre imprese per l’esercizio dell’attività comportano “la dichiarazione di pubblica utilità” ai sensi dell’art. 208, comma 6 del D.lgs 152/06, pertanto il nostro settore deve essere garantito al fine di evitare emergenze nei servizi di raccolta dei rifiuti.

Il personale addetto alle mansioni lavorative nei suddetti impianti usa regolarmente, come previsto dalla vigente normativa sulla sicurezza del lavoro, dispositivi di protezione individuale tra i quali le mascherine tipo FFP2.

Data la generale situazione di emergenza connessa al diffondersi del virus Covid-19, il costo delle mascherine non solo è oltremodo lievitato con conseguenti danni economici per chi ne deve far uso per rispettare le normative del settore ma, come riferitoci dalle imprese nostre associate, sta diventando sempre difficile reperirle. Le normali scorte di magazzino sono quasi esaurite ed il rischio è quello di non poter garantire per il nostro personale sia le disposizioni normative ex D.Lgs 81/2008 e s.m.i. che quelle connesse ai recenti decreti ministeriali.

Vi chiediamo pertanto di intervenire con urgenza a supporto delle nostre imprese prevedendo per il nostro settore una fornitura specifica di mascherine, al fine di garantire lo svolgimento delle attività ed evitare il fermo di tale comparto della gestione dei rifiuti che rappresenta un “servizio pubblico” e che pertanto non dovrebbe essere interrotto.

Fonte: Eco dalle Città

Che futuro per il settore del riciclo? Situazione, criticità, prospettive

Sono sempre maggiori gli allarmi sulla crisi del mercato della carta da macero, che si associano a quelli sul riciclo della plastica dopo la famosa stretta cinese. Gli operatori chiedono un tavolo tecnico di confronto tra Istituzioni e piattaforme “al fine di scongiurare il rischio di blocco delle raccolte differenziate”. Ne abbiamo parlato con Enzo Favoino, Coordinatore Scientifico di Zero Waste Europe

Negli ultimi mesi sono sempre maggiori gli allarmi lanciati dagli addetti ai lavori,in Italia e in Europa, sulla crisi del mercato della carta da macero, che si associano a quelli sul riciclo della plastica dovuti alla famosa stretta cinese del 1° gennaio 2018. Nel nostro paese alcuni operatori del settore chiedono “al Ministro dell’Ambiente l’istituzione urgente di un Tavolo tecnico di confronto tra Istituzioni e piattaforme del riciclo, al fine di scongiurare il concreto e diffuso rischio di blocco delle raccolte differenziate”. Una situazione che ha spinto alcuni attori in campo a mettere in discussione il sistema del riciclo e il paradigma dell’economia circolare, proponendo in alcuni casi un ritorno allo smaltimento dei rifiuti.  

Ne abbiamo parlato con Enzo Favoino, della Scuola Agraria del Parco di Monza, e Coordinatore Scientifico di Zero Waste Europe. In questo primo intervento, vengono anticipate alcune valutazioni sulla dimensione globale del problema. Successivamente, verranno esaminate le tendenze in atto a livello UE, gli effetti indotti dalle politiche di settore, e come raccordarsi armonicamente con le stesse.

Favoino che momento sta vivendo il settore del riciclo alla luce dei divieti all’export di carta e plastica?

“Come qualunque settore anche quello del riciclo vive in un’economia pienamente globalizzata e quindi può risentire di trend globali e di alcune specificità congiunturali. Le mosse cinesi, e non solo, sia sulla carta che sulla plastica sono una novità importante e di cui tenere conto, ma come è stato giustamente rilevato anche da altri, stiamo parlando di materia di bassa qualità, cioè quella che supera un certo grado di contaminazione. Questa cosa ha messo sotto stress le filiere del riciclo per quei quantitativi di bassa qualità che venivano esportati verso l’estero, che a quanto ci risulta anche dai report internazionali ufficiali però non sono la prevalenza”.

Di che numeri si parla?

“Un recente rapporto europeo specificava ad esempio che le esportazioni di plastica dall’Italia erano dell’ordine delle 100 mila tonnellate all’anno, ridotte poi a 60 mila negli ultimi anni, verosimilmente anche per effetto dei divieti cinesi ed asiatici. Dunque gran parte del tonnellaggio esportato residuo dovrebbe essere rappresentato da polimeri di valore inviati a processi effettivi di riciclo e valorizzazione. Questo su un totale di plastica immessa al consumo di 6 milioni di tonnellate, di cui circa 2,5 milioni sono di plastica da imballaggio, quella oggetto dei meccanismi EPR e dunque dei circuiti di raccolta differenziata, e circa 1 milione sono le tonnellate avviate a riciclo”.

“Il ricorso all’export non è dunque trascurabile e lavoriamo quotidianamente anche con gruppi di lavoro internazionali, perché venga eliminato il fenomeno del ‘recupero truffa’, ma sulla base di questi dati non si può inferire che sia fondamentale, e che bloccato il flusso dell’export di plastiche di basso valore il sistema nel suo complesso sia al collasso. Certe filiere del riciclo sono certo sotto stress, uno stress congiunturale in attesa dell’adattamento ai nuovi scenari causati dalle mosse cinesi ed asiatiche, ma questa non è una quota prevalente né è una condizione eterna. Richiede adattamenti che, nello spirito della agenda UE, non sono quelli del ‘ci vogliono più inceneritori per smaltire gli scarti’. Ci sono soluzioni congiunturali, come opzioni di valorizzazione del plasmix, sostenute dai meccanismi di stimolo al mercato, e soprattutto strutturali, di lungo termine. Queste ultime sono le dinamiche di maggiore interesse, in prospettiva”.

(Le esamineremo nel dettaglio nella seconda parte dell’intervista, anticipiamo solo che l’istituzione di una ‘cabina di regia’, come chiesto da molti operatori, potrebbe essere un valido strumento per governare la transizione, ndr)

Il problema tuttavia non riguarda solo l’Europa. Come si stanno muovendo fuori dall’UE per far fronte alla situazione?

“Consideriamo ad esempio le contromosse di una delle realtà più avanzate ed ambiziose nelle politiche e pratiche di differenziazione e riciclo, la città di San Francisco. San Francisco è ad oggi sopra l’80% di raccolta differenziata, e non pensa minimamente a riassestarsi su scenari meno ambiziosi, piuttosto il contrario. Non solo la strategia e la pratica Zero Waste va avanti, ma la città vuole incrementarlo aumentando i tassi di riciclo, le strategie di riduzione e quant’altro, come da programma. Un recente programma di facilitatori per ogni stabile intende ad esempio andare ad intercettare ulteriori materiali valorizzabili che attualmente finiscono nel rifiuto residuo. Il tutto, peraltro, in un contesto operativo e regolamentare ben meno favorevole di quello europeo”.

“A San Francisco non hanno aspettato il divieto cinese per sincerarsi delle effettive filiere di recupero, ed avevano mandato loro ispettori a controllare la destinazione effettiva dei flussi verso l’Asia. Per cui avevano già individuato le pratiche di scam recovery, il ‘recupero truffa’, e avevano rescisso i contratti con gli intermediari meno affidabili. Per affrontare il problema del miglioramento dei flussi di riciclo, avevano già migliorato le proprie capacità di selezione e oggi riescono ad arrivare alla migliore definizione possibile dei vari tipi di polimero e dei vari tipi di carta e cartone avviabili al mercato, minimizzando i materiali di bassa qualità. Va inoltre sottolineato che il sistema nord americano, si basa generalmente su una raccolta rifiuti a tre bidoni: organico, residuo e imballaggi, dunque con questi ultimi raccolti in modalità ‘commingled’ non tipizzata, e non a cinque come da noi. Questo sistema genera tipicamente materiali di peggiore qualità dei nostri, tanto che diverse città stanno pensando di passare alle raccolte tipizzate, alcune lo hanno già fatto”.

“Condivido perfettamente le ottime valutazioni di chi ha già sottolineato che la qualità delle raccolte deve essere una delle determinanti del sistema, assieme alla quantità. Essendo tra coloro che per primi hanno ad esempio promosso le raccolte tipizzate e domiciliari, mettendo in risalto le prestazioni incrementali, per quantità e qualità delle raccolte, rispetto a raccolte multimateriali e/o stradali, questo è sempre stato un argomento per noi prioritario”.

Tornando alla situazione Europea, quali sono le strategie di settore e le tendenze in atto?

“La situazione europea va valutata alla luce delle indicazioni di prospettiva generate dal Pacchetto Economia Circolare, dalla Strategia UE sulle Plastiche, e dalla Direttiva sulle Plastiche Monouso. Questo pacchetto di previsioni marca un cambiamento epocale, su vari versanti: quello della progettazione e produzione di beni ed imballaggi, quello della raccolta, quello dell’assorbimento dei maceri. Certamente gli effetti non sono immediati, e questo determina i problemi congiunturali, ma vale la pena di allargare lo sguardo ai processi in atto, perché gli operatori sappiano individuare i processi di cambiamento e accelerarne o anticiparne gli effetti”.

“Anzitutto va ricordato sempre che mentre sinora il riciclo è stata la determinante principale delle strategie europee, e a cascata nazionali, la UE intende lavorare sempre più sulla riduzione ed il riuso. Il discorso di insediamento del Vice Presidente della Commissione Europea Timmermans è stato molto esplicito in questo senso: conferma, come abbiamo sempre detto, che il riciclo è il ‘piano B per la sostenibilità’ e come tale è eccezionale per conseguire gli obiettivi di minimizzazione degli smaltimenti e di riduzione del prelievo di risorse primarie, ma il piano A deve passare necessariamente per la riduzione, che sta diventando uno degli elementi trainanti del green deal della Commissione. Già la Direttiva SUP ne include i primi, importanti segni. Altri verranno nell’aggiornamento del Pacchetto Economia Circolare, con la probabile adozione di obiettivi vincolanti di riduzione”.

Per quanto riguarda la saturazione del mercato cosa si può fare?

 “Le soluzioni sono diverse, ma prima vorrei ricordare un episodio significativo. Quando è stata presentata la strategia europea sulla plastica, i vice presidenti della Commissione UE, stimolati dai giornalisti che li incalzavano sulle difficoltà dovute alla stretta cinese, risposero in modo efficace: dissero in sintesi che non si può parlare di economia circolare e poi voler allargare il cerchio fino a farne un ovale che arriva fino alla Cina. Se il sistema deve essere circolare dev’essere reso circolare in Europa, anche per rispondere alla fame di materie prime di un continente strutturalmente povero delle stesse, il che fu la principale motivazione della strategia. Di conseguenza, secondo tale indicazione, l’Europa deve: completare la propria capacità infrastrutturale per il riciclo e deve soprattutto determinare le condizioni per un aumento della capacità di assorbimento da parte del mercato”.

In che modo?

“Be’ attualmente l’Unione sta lavorando su due aspetti importantissimi del pacchetto sull’economia circolare, che sono le tariffe modulate sugli imballaggi, che andranno a premiare quelli maggiormente riciclabili e riusabili e penalizzare quelli che lo sono meno. In Italia abbiamo già iniziato ad usarle, ma le tariffe non sono ancora sufficientemente incentivanti; il processo è comunque in atto”.

“L’altro aspetto sono gli essential requirments, cioè i requisiti essenziali per gli imballaggi, e tra questi ci saranno anche i MRC, i contenuti minimi di riciclato. Cosa che ha già iniziato a fare capolino nella Direttiva sulle Plastiche Monouso e che dovrebbe sanare alcuni elementi contraddittori, come l’attuale basso assorbimento di polimeri riciclati in vari settori, inclusi quelli a maggiore capacità potenziale di assorbimento, come il settore automobilistico e quello delle costruzioni. In Italia questo potrebbe permettere di superare alcune criticità per l’uso dei polimeri da riciclo negli imballaggi a contatto alimentare, innalzandone le percentuali obbligatorie”.

“Ma se posso, io userei di più e meglio il settore del Green Public Procurement, su cui abbiamo già norme ed obblighi che però sono stati sterilizzati da una inazione generale. Non a caso, la capacità di assorbimento da parte del settore degli acquisiti pubblici è usata come driver principale di mercato in Nord America, ove l’assenza di direttive non fornisce tutti gli altri strumenti di promozione del mercato che invece possiamo dispiegare in Europa”.

 Insomma, per concludere, il riciclo ha i suoi problemi ma sono già operative soluzioni adeguate.

“Diciamo che il sistema ha delle imperfezioni che la transizione, determinata da un lato dalla spinta europea alla differenziazione e al riciclo e dall’altro dalle mosse asiatiche, sta rendendo visibili e condizionanti nel breve periodo. Ma l’agenda europea sta lavorando per risolverle e portare il sistema ad equilibrarsi, così come stanno facendo anche il Canada e la stessa Cina che hanno annunciato agende analoghe a quella UE”.   

 “Certo, il processo è di medio termine, non immediato, ma il trend è chiaro e i segnali ci sono: riduzione dei materiali difficili da riciclare, aumento della capacità continentale di riciclo, aumento delle capacità di assorbimento del mercato, contenuti minimi di riciclato… bisogna saperli cogliere e anticiparli per accelerare la transizione. Intanto sono disponibili subito alcune soluzioni come il recupero del plasmix per esempio, in attesa che le Direttive UE ne riducano la consistenza. L’effetto combinato di queste tecnologie e il potenziamento del Green Public Procurement potrebbe già dare una risposta consistente al tema delle plastiche di basso valore, sino a quando le stesse sono presenti. Mentre di sicuro la roadmap di lungo termine va nel senso della riduzione od eliminazione totale dei materiali difficili da riciclare”.

Fonte: Bruno Casula per Eco dalle Città

Costa: per aumentare la differenziata servono nuovi impianti

Il problema è l’impiantistica. Lo dice, in una intervista al Quotidiano Nazionale, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa (nella foto), a proposito della differenziata, sottolineando le responsabilità di comuni e regioni.

“I player della gestione dei rifiuti sul territorio italiano sono le Regioni e i Comuni – ricorda Costa.-  I Comuni hanno la competenza della raccolta, le Regioni hanno l’obbligo della definizione del piano regionale dei rifiuti. Il piano dei rifiuti, che quasi tutte le Regioni hanno, e già il ‘quasi’ la dice lunga, prevede un’analisi territoriale dei flussi dei rifiuti e di quanti impianti servono. La scelta è quindi a livello regionale e territoriale”.

Il nodo del compostaggio
 – “Prendiamo il compost – spiega, più in dettaglio – . Se non hai gli impianti per il compost stai rinunciando a una filiera del riciclo dell’umido che oscilla tra il 35 e il 45% della raccolta differenziata. Ergo gli impianti, laddove servono, vanno fatti. Noi la nostra parte la facciamo. Ma non è che le Regioni possano abdicare al loro ruolo. Senza polemiche”.

Sprechi, trend positivo – Sul fatto che per la prima volta c’è una tendenza positiva sul fronte degli sprechi alimentari, commenta: “C’è un trend positivo del 25% in un anno, che è tanto. Di questo dobbiamo ringraziare la legge Gadda, ma anche la crescita di consapevolezza dei cittadini grazie alle campagne di sensibilizzazione. Ora dobbiamo arrivare al -50%”.

Fonte. E-Gazette

In Italia mancano gli impianti per gestire i rifiuti: i costi di smaltimento sono già saliti del 40%

In Italia vengono prodotti ogni anno circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e, benché siano spesso lontane dal pubblico dibattito, 138 milioni di tonnellate di rifiuti speciali: se per la prima categoria anche l’Istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra) ha voluto sottolineare che «vi sono regioni in cui il quadro impiantistico è molto carente o del tutto inadeguato», la seconda vive ormai in un regime d’emergenza costante. Come documenta Ref ricerche nel rapporto Gestione dei rifiuti: per le imprese costi in aumento, pubblicato oggi per offrire una stima dell’aumento dei costi di gestione dei rifiuti per l’industria, si stima che «l’incremento medio dei costi possa avere superato negli ultimi due anni il 40% e che tale incremento corrisponda, per la sola industria manifatturiera, ad un aggravio di costi di 1,3 miliardi di euro all’anno».

Come mai? Negli ultimi due anni le imprese hanno registrato crescenti difficoltà nella gestione dei rifiuti, e per Ref ricerche «la causa va ricercata nella saturazione della capacità disponibile negli impianti», che a sua volta si ripercuote sulla collettività in termini di competitività del tessuto economico, costi per le imprese e anche per le famiglie. Il “Borsino dei rifiuti” segnala ad esempio un costo di smaltimento pari in media a 160 euro a tonnellata – valore praticamente raddoppiato rispetto a pochi anni fa – con punte di 240 euro a tonnellata, con ampie differenze a seconda delle frazioni di rifiuti considerate: se per i non pericolosi si registra ad esempio un incremento del 35%, per i pericolosi si arriva al +100% negli ultimi due anni.

Le motivazioni alla radice di quest’impennata nei costi di gestione dei rifiuti sono molteplici, e talvolta controintuitive. Si guardi ad esempio all’andamento della raccolta differenziata, ormai in crescita costante anche in aree del Paese – come il Mezzogiorno – che scontano ancora ritardi storici: «L’aumento dei tassi di raccolta differenziata e dei rifiuti avviati a riciclo ha determinato un incremento dei sovvalli destinati a smaltimento e a recupero energetico», ricordano da Ref ricerche dettagliando il caso della plastica: i volumi raccolti sono aumentati del 35% dal 2013 al 2017, e i conseguenti scarti destinabili a recupero energetico sono aumentati di 180mila tonnellate. Ecco perché si parla di “ciclo integrato dei rifiuti” con la necessità dei rispettivi impianti ad ogni step della gerarchia europea, nonostante sia ancora credenza diffusa che una volta raccolti in modo differenziato in qualche modo i rifiuti “spariscano” insieme al bisogno di impianti per trattarli.

Oltre all’aumento delle raccolte differenziate, Ref ricerche individua molteplici tendenze alla radice della crisi in corso: il forte aumento della produzione di rifiuti speciali nel triennio 2014-2017, sostenuta da una ripresa del comparto manifatturiero; la chiusura del mercato cinese alle importazioni di rifiuti a partire dal gennaio del 2018, sottolineando che «gli incendi e le pratiche illegali sono una conseguenza della situazione che si è venuta a creare», come testimoniato anche dalla Direzione investigativa antimafia; la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 ha bloccato la autorizzazioni “caso per caso” rilasciate dalle Regioni per i processi di recupero End of Waste, dato che «le problematiche autorizzative permangono» anche a seguito dell’intervento normativo nel decreto Crisi aziendali; lo stop allo spandimento in agricoltura dei fanghi di depurazione, a seguito di una sentenza del Tar Lombardia del 2018 che «ha gettato tutta l’industria nello stallo, fino al ripristino dei limiti alla concentrazione di inquinanti previsto dal “decreto Genova”, che ha in parte giovato»; l’opposizione delle regioni alla libera circolazione dei rifiuti urbani tal quale destinati a recupero energetico, così come auspicata dall’art. 35 dello “Sblocca Italia” (2014) per assicurare l’autosufficienza nazionale, ha «implicitamente avallato la prassi di trattare i rifiuti urbani al solo scopo di “trasformarli” in speciali, di libera circolazione».

Tutte queste cause vedono un’unica soluzione che possa assecondare i criteri di sostenibilità e prossimità: la realizzazione di nuovi impianti per gestire i rifiuti – compresi gli scarti dell’economia circolare – sul territorio, che richiama alla necessità di una presa di coscienza da parte di istituzioni e politica. Da una parte «occorre ripensare profondamente la gestione dei rifiuti del Paese, superando il dualismo tra rifiuti urbani e speciali e costruendo gli impianti necessari alla loro gestione», come spiegano da Ref ricerche osservando che «lo stesso dibattito in seno alla DG Ambiente della Commissione Ue sta valutando l’introduzione, a partire dal 2024, di target di riciclo/recupero anche per i rifiuti speciali, come riportato dall’art. 11, comma 6 della Direttiva 851/2018». Contemporaneamente  occorre superare quei «vincoli di carattere amministrativo e di consenso» che «tendono a ostacolare gli investimenti necessari per adeguare la capacità produttiva. In questo quadro – sottolineano da Ref ricerche – le istituzioni sono spesso mancate nel loro ruolo di “governo” dei fenomeni, sviando le questioni che le vedono investite direttamente di un ruolo di pianificazione, come per il caso dei rifiuti urbani, e demandando al mercato soluzioni che il mercato stesso non era in grado di trovare»

Fonte: Greenreport.it

Coripet, ‘adesioni al consorzio sopra le aspettative nel 2019

Coripet, Consorzio che nell’aprile 2018 ha ottenuto dal ministero dell’Ambiente il via libera a operare autonomamente nella gestione del riciclo delle bottiglie Pet, ha chiuso il 2019 con un numero di adesioni superiore alle aspettative. Lo comunica il consorzio ricordando che, tra gli altri, Coripet ha visto l’ingresso sul fronte delle acque minerali di San Bernardo, Fonti di Vinadio Spa (Acqua Sant’Anna), Fonte Ilaria, Fonti di Posina, Sorgenti Monte Bianco, Santa Vittoria e Sorgente Orticaia. Porte aperte anche a Refresco Italy Spa (uno dei maggiori produttori di bevande analcoliche), Conserve Italia e Latte Maremma.

“Questi risultati testimoniano che Coripet compie un passo significativo per il raggiungimento dei propri obiettivi che, in linea con quanto stabiliscono le recenti normative europee, sono diretti ad aumentare i livelli di raccolta, recupero e riciclo delle bottiglie e contenitori in Pet – commenta Corrado Dentis, presidente Coripet – La compagine consortile registra un processo di crescita di rilievo, in quanto con l’ingresso nell’anno appena trascorso di queste grandi realtà industriali, andiamo ad aumentare in maniera consistente la rappresentatività in tema di acque minerali e bevande analcoliche”.

Coripet intende rendere concreto il ciclo “da bottiglia a nuova bottiglia”, e arrivare a raccogliere, riciclare, recuperare il 90% delle bottiglie di plastica Pet immesse sul mercato dalle aziende produttrici consorziate.

Prima tappa raggiungere, dal primo anno, la quantità obbligatoria per legge, almeno il 60%, attraverso due modalità: da un lato integrandosi nell’attuale sistema di raccolta e selezione tramite accordi con gli operatori del settore e, dall’altro, installando eco-compattatori presso i supermercati o gli altri soggetti interessati.

Le bottiglie raccolte con gli eco-compattatori saranno avviate al bottle to bottle grazie ai riciclatori soci in Coripet, tutti in possesso del parere positivo di Efsa per la produzione di Rpet idoneo al diretto contatto alimentare.

Fonte: ADN Kronos

Fiori e piante dai mozziconi delle sigarette: l’esperimento di Capannori, in Lucchesia

Potrebbero diventare minuscole “aiuole” capaci di far crescere i semi di piante ornamentali, oppure lastre da usare per le montature degli occhiali. Dalla Toscana al Lazio, la ricerca si cimenta nella sfida di dare una seconda vita ai mozziconi delle sigarette, quelli che infestano l’ambiente malgrado i divieti e le multe fino a 300 euro per chi li butta sui marciapiedi, ai bordi delle strade, all’uscita dei cinema, dei ristoranti. Insomma ovunque. Così piccole e così ingombranti, le “cicche” sono una emergenza. Nell’ultima indagine sulla condizione dei parchi urbani, Legambiente mette i mozziconi al primo posto tra i rifiuti che infestano il verde: rappresentano il 37%. Situazione simile nelle spiagge, dove figurano al quarto posto dopo i pezzi di plastica, il polistirolo e le bottiglie. I filtri hanno oltretutto una vita lunga, calcolata fra i 5 e i 12 anni e spesso diventano esche tossiche per gli uccelli. In Toscana è partito da qualche settimana un progetto per trasformare i mozziconi in “incubatori” di semi, una specie di “terreno” per coltivazioni idroponiche (cioè senza terra) di girasoli nani o altre piante non alimentari.

Due i laboratori coinvolti: uno è il Centro Avanzi dell’università di Pisa in collaborazione con il Cnr, l’altro è quel laboratorio a cielo aperto che è il Comune di Capannori, in provincia di Lucca. Da anni in questo pezzo di Toscana che ospita grandi insediamenti dell’industria della carta (è il più importante polo europeo) si portano avanti politiche ambientali sul riciclo dei rifiuti. L’ultima è questa: rigenerare gli avanzi delle sigarette, trasformarli da problema in risorsa, da rifiuto a materiale adatto alla coltivazione floreale e in biocarburante. Il progetto si chiama Focus (Filter of cigarettes reUse Safely) e avrà la durata triennale. Si regge su un finanziamento di appena 140mila euro provenienti per metà dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, il resto dall’ateneo pisano e dallo stesso Comune di Capannori. “Metteremo dei cestini fuori da una decina di ristoranti o da altri locali – spiega il sindaco Luca Menesini – ci occuperemo della raccolta dei mozziconi che verranno poi trattati dai ricercatori e applicheremo multe a chi butta questi rifiuti per terra”. Il progetto di ricerca è nel segno dell’economia circolare: i fiori e gli arbusti che nasceranno dai mozziconi (saranno di specie autoctone), verranno trapiantati proprio a Capannori e dintorni.

“Trasformiamo i filtri usati delle sigarette in substrato inerte per l’agricoltura idroponica, cioè in coltivazioni fuori dal suolo – spiega il professor Lorenzo Guglielminetti coordinatore di questa ricerca – e per farlo dobbiamo prima separare i mozziconi nelle loro componenti biodegradabili (carta e tabacco) e poi sottoporre i filtri a un lavaggio”. Nessun trattamento chimico, una semplice bollitura e poi una pettinatura del filtro decomposto per poterlo usare “al posto della lana di roccia nella germinazione dei semi”. Al progetto partecipano una decina di scienziati: sono fisiologi vegetali, ingegneri e agronomi. “Ci stiamo concentrando anche sulla tipologia di semi che possono crescere dai filtri usati – riprende Guglielminetti – abbiamo provato con successo i girasoli nani, mentre altre specie muoiono per asfissia radicale. Inoltre tramite l’uso delle alghe decontamineremo le acque di lavaggio dei filtri producendo una biomassa utilizzabile come biocarburante”.

Se Capannori pensa di far nascere i fiori dalle cicche delle sigarette, a Roma un altro gruppo di ricercatori ha appena concluso un lavoro di ricerca per trasformare una parte dei filtri in montature di occhiali, il prototipo sarà pronto nelle prossime settimane: “Abbiamo trovato un sistema innovativo per la purificazione dei mozziconi – spiega Ilaria Bientinesi, chimica di AzeroCo2, società nata da Legambiente – per poterli poi riciclare. Ripulito, l’acetato di cellulosa dei filtri può essere trasformato anche in diversi altri oggetti, per esempio contenitori rigidi, scatole”. Il progetto romano è stato finanziato con 321mila euro provenienti dalla Regione Lazio attraverso fondi europei. Esistono nel mondo vari brevetti per riciclare i mozziconi, in Canada per esempio il Royal Melbourne Institute of Technology ha sviluppato un sistema per ricavare dei mattoni sostenibili, un’azienda di Toronto invece, estrae dalle cicche l’acetato di cellulosa per creare dei pellets di plastica che possono essere utilizzati negli imballaggi. “I mozziconi delle sigarette sono una piaga – interviene il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – il 99 per cento dei fumatori continua a buttarli nell’ambiente e la legge che prevede sanzioni viene pochissimo applicata. Sarebbe bene che i Comuni cominciassero a fare le multe e anche a pubblicizzarle come deterrente a un malcostume che è diventato una emergenza ambientale”.

Fonte: Repubblica

Stati generali della carta da macero: ‘In crisi uno dei principali cardini dell’economia circolare italiana’

Il settore del riciclo della carta è in crisi. Tra mercati saturi, esportazioni bloccate e carenza impiantistica (cartiere), il comparto rischia la paralisi completa. In Italia ogni anno si producono circa 6,6 milioni di tonnellate di carta da macero, oltre la metà di tale materia prima secondaria proviene dalle raccolte differenziate di carta e cartone delle attività commerciali, artigianali ed industriali, sono quindi rifiuti speciali, mentre il resto, pari a circa 3,5 milioni di tonnellate, proviene dai rifiuti urbani. Una parte della carta da macero prodotta è destinata alle cartiere italiane (circa 4,8 milioni di tonnellate) mentre il resto viene esportato. Da circa 15 anni, dunque, il nostro Paese è un esportatore netto di quei quantitativi di carta da macero che nel sistema economico nazionale rappresentano un “surplus” rispetto al fabbisogno interno delle cartiere.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un notevole incremento delle quantità di carta proveniente dalle raccolte differenziate (sia “speciali” che “urbani”), in linea con i target delle direttive europee, a cui non ha fatto seguito un pari incremento della capacità delle cartiere nazionali. Questo surplus, arrivato a circa 1,9 milioni di tonnellate nel 2018, è stato finora assorbito principalmente dalla Cina e da altri paesi asiatici. Ma il blocco delle importazioni da parte del governo cinese, connesso anche la guerra con gli Stati Uniti nonché all’incremento del loro sistema interno di raccolta, hanno di fatto portato al calo drastico delle nostre esportazioni di carta da macero. Basti pensare che, se negli anni 2015 e 2016 venivano esportate in Cina oltre un milione di tonnellate di carta da macero, nel 2019 le esportazioni sono scese sotto le 250.000 tonnellate. Inoltre, gran parte del materiale americano che veniva utilizzato nel mercato cinese, è stato dirottato su altri mercati causandone la completa saturazione.

La crisi del settore, però, interessa non solo l’Italia ma tutta l’Europa che ha un surplus di produzione di carta da macero rispetto alla capacità delle cartiere europee pari a circa 8 milioni di tonnellate. «Tutte le criticità segnalate – dichiara Fabio Montinaro, componente Consiglio Direttivo di Unirima – sono ancor più gravi se contestualizzate nei territori del mezzogiorno e delle isole, dove, a fronte di incrementi sempre più importanti nelle percentuali di raccolta differenziata, non sempre corrispondono livelli di qualità accettabili. A ciò si aggiunga la cronica penuria infrastrutturale e la maggiore distanza dai mercati di riferimento del settore rispetto al centro-nord».

L’assenza di uno sbocco sul mercato per la carta da macero ha causato un crollo netto dei prezzi, nel 2019 molte tipologie di carta da macero non trovano più una negoziazione o la trovano a valori residuali. Nel caso del cartone, ad esempio, il prezzo da gennaio a dicembre 2019 è sceso dell’88%, toccando il minimo da sempre.

Inoltre il Contributo Ambientale Conai (CAC), che nel 2014 era sceso a 4,00 € a tonnellata ed è rimasto tale fino al 2017, a causa di tale situazione dal 1 gennaio 2020 è passato a 35,00 € a tonnellata con un incremento del 40% rispetto al 2019 e del 250% rispetto al 2018.

«La filiera della carta – commenta il Vicepresidente di Unirima Pio Savoriti – e nello specifico la nostra attività di raccolta e recupero, sono sempre state una eccellenza. Siamo ormai da anni degli ottimi raccoglitori e recuperatori, in termini di quantità e soprattutto di qualità: la produzione di materia prima seconda “nostrana” ammonta a circa 13 ton/min. L’Italia ne ricicla circa 10 ton/min e attualmente c’è un surplus di 3 ton/min che in 1 anno fa oltre 1,5 milioni di tonnellate: abbiamo quindi bisogno di nuove cartiere e di export, in poche parole di sbocchi. Ne va delle tasche degli Italiani e delle imprese ma soprattutto dell’ambiente».

Unirima sta da mesi ponendo all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica tale grave situazione del nostro comparto industriale, in ultimo il comunicato stampa del 25 novembre scorso. Cosa c’è da fare a medio lungo-termine lo abbiamo già scritto nel nostro Rapporto 2019 pubblicato a luglio con le nostre proposte di policy per una reale circular economy. Ma intanto il nostro comparto rischia adesso di essere schiacciato sia per la perdita di importanti quote di mercato, a causa dei sempre più frequenti casi di assimilazione di rifiuti speciali ai rifiuti urbani (spostamento della gestione dei flussi di rifiuti speciali con costi a carico del produttore verso gli urbani che ricevono i corrispettivi dei consorzi di filiera del Conai), sia per il rischio, sempre più concreto, di blocco totale degli impianti per mancanza di sbocco al materiale in uscita, a cui si aggiungono bilanci pesantemente intaccati con imprese che hanno già chiuso o sono sul punto di farlo con la conseguente perdita di migliaia posti di lavoro. Nel frattempo, la politica tace, malgrado tre audizioni parlamentari durante le quali abbiamo ampiamente esposto la problematica che sta impattando pesantemente sul nostro settore.

Se la politica industriale vuole veramente puntare sull’economia circolare e sulla sostenibilità dovrebbe supportare con più decisione il settore industriale del recupero di materia dai rifiuti. Spiega Giuliano Tarallo, Presidente di UnirimaL’industria italiana ed europea del recupero/riciclo non può più sopportare tali condizioni di mercato per un terzo anno consecutivo a cui si aggiungono barriere normative ed aumento dei costi di gestione connessi all’ eccesso di burocrazia. Nel breve termine, in attesa dell’incremento delle capacità annunciate dal settore cartiere, visto lo sviluppo notevole delle raccolte differenziate finalizzate al raggiungimento degli obiettivi di riciclo fissati dalle nuove direttive europee, urgono interventi urgenti e rapidi volti a favorire l’export e fermare l’applicazione di restrizioni commerciali per ripristinare un accesso libero ed equo ai mercati internazionali necessario per bilanciare domanda e offerta. Chiediamo inoltre un controllo ed una maggiore attenzione verso fenomeni di assimilazione di dubbia legittimità.

fonte. Eco dalle Città

Olimpiadi. Al villaggio degli atleti arrivano i letti di cartone, che poi verranno riciclati

Le strutture del letto nel Villaggio degli Atleti alle Olimpiadi di Tokyo in programma la prossima estate saranno realizzate in cartone e le  strutture saranno riciclate in prodotti di carta dopo i giochi. “Questi letti possono sopportare fino a 200 chilogrammi e sono più forti quelli in legno “, ha spiegato ad AP Takashi Kitajima, direttore generale del Villaggio degli atleti.

Anche parte dei componenti del materasso saranno riciclati in prodotti di plastica. I letti e alcuni altri mobili sono stati presentati nei giorni scorsi; l’intero complesso dell’Athletes Village sarà completato a giugno. Le Olimpiadi si aprono il 24 luglio, mentre  il 25 agosto partiranno le Paralimpiadi. Gli organizzatori affermano che questa è la prima volta che i letti e le lenzuola delle camere destinate a ospitare gli sportivi sono stati realizzati con materiali riciclabili. Il Villaggio degli Atleti, costruito accanto alla Baia di Tokyo, comprenderà 18.000 posti letto per le Olimpiadi e sarà composto da 21 torri di appartamenti. Nei prossimi anni sono in programma ulteriori costruzioni edili.

Gli annunci immobiliari dicono che le unità verranno successivamente vendute o affittate, con prezzi di vendita a partire da circa 54 milioni di yen – pari a  500.000 $ – e aumentando fino a tre o quattro volte di più. Alcuni temono che la grande offerta di appartamenti che saranno rese disponibili dopo le Olimpiadi possa avere ripercussioni sui valori immobiliari.

fonte: e-gazette