Rifiuti, Valle d’Aosta punta a riduzione, recupero e riciclo

Approvato nuovo Piano di gestione per quinquennio 2022-2026

Con 18 voti a favore e 16 astensioni il Consiglio regionale della Valle d’Aosta ha approvato il Piano regionale di gestione dei rifiuti 2022-2026, risultato del ‘coordinamento’ tra il disegno di legge della Giunta regionale e la proposta di legge del gruppo Progetto Civico Progressista in materia di gestione dei rifiuti speciali.

Ad illustrare il provvedimento sono stati Albert Chatrian (Av-VdaUnie), presidente della terza Commissione “Assetto del territorio”, e Chiara Minelli (Pcp).

 “Gli obiettivi – ha detto Chatrian – sono conformi a quelli stabiliti dal pacchetto europeo di misure sull’economia circolare, che supera il concetto di differenziazione del rifiuto e spinge sulle politiche di riduzione della produzione dei rifiuti e del miglioramento della capacità di recupero: si sposta quindi l’attenzione sul riutilizzare, rinnovare e riciclare i materiali esistenti. Quello che normalmente si considerava come rifiuto può essere trasformato in una risorsa e i rifiuti residui possono così diventare prossimi allo zero”.
    Nell’ambito della gestione dei rifiuti urbani l’obiettivo è raggiungere, entro il 2026, un tasso netto di riciclo per i rifiuti urbani del 65% e un tasso di raccolta differenziata almeno pari all’80%. Inoltre si punta a ridurre l’attuale tendenza di aumento della produzione pro-capite dei rifiuti e il conferimento in discarica, al fine di raggiungere l’obiettivo del 10% di rifiuti conferiti in discarica al 2035. A tal proposito sono previste l’estensione della raccolta ‘porta a porta’ e l’attivazione della tariffazione puntuale.
    Sotto il profilo impiantistico, il Piano vuole integrare l’attuale sistema per chiudere all’interno della regione il ciclo di recupero dell’umido, del verde e dei fanghi di depurazione, trasformandoli in prodotti quali compost di qualità da riutilizzare nel settore agricolo e nei recuperi ambientali.
    “Fatta salva la previsione di una riorganizzazione delle discariche comunali di rifiuti inerti – ha detto Chatrian – non è prevista la realizzazione di nuove discariche. Inoltre i quantitativi di rifiuti speciali prodotti in Valle d’Aosta sono così modesti da non giustificare, per la maggior parte delle tipologie prodotte, la realizzazione di un’impiantistica dedicata”.

Chiara Minelli ha osservato che “il testo recepisce nella sostanza molti elementi della proposta di legge di Pcp, nata dalla necessità di colmare un vuoto normativo su alcuni aspetti della gestione dei rifiuti e in particolare di quelli speciali”. “Il testo coordinato di Commissione – prosegue – evidenzia un lavoro prezioso fatto attraverso un confronto serrato durato tre mesi e rappresenta un indubbio passo avanti rispetto al disegno di legge presentato dalla Giunta che non diceva nulla su un tema cruciale come quello delle discariche di rifiuti speciali già autorizzate. L’articolo più significativo del nuovo testo è quello relativo alle disposizioni transitorie che indicano come le disposizioni di settore recanti norme imperative siano da applicare anche ai procedimenti e alle autorizzazioni in essere alla data di entrata in vigore della nuova legge: una formulazione che, per la Consigliera, è ancora da affinare e migliorare”. Pierluigi Marquis (Forza Italia) ha evidenziato che “il Piano rifiuti recepisce gli indirizzi delle direttive unitarie e sarà utile per accedere alle risorse del Pnrr”. Inoltre “alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini contenute nel documento, avrebbe dovuto essere affiancata una maggiore attenzione alla sostenibilità economica del Piano, riferendosi nello specifico ai costi finali che hanno inciso in maniera significativa sulle bollette”. Per Renzo Testolin (Uv) “il percorso effettuato in Commissione ha permesso di analizzare tutte le dinamiche che ci possono essere in un Piano di questo tipo, ma ora bisogna portare ad una nuova operatività la gestione dei rifiuti. C’è stata molta attenzione rispetto alle criticità emerse negli ultimi anni, in funzione anche di timori che la popolazione di determinati territori ha percepito e manifestato: timori che sono stati presi in carico in questa norma, attraverso il coinvolgimento degli enti locali al fine di dare uno sviluppo coordinato e che abbia il minor impatto possibile sul territorio”. Corrado Jordan (AV-VdAU) ha ricordato che “oltre a definire un quadro di principi, il Piano fornisce anche un’impostazione metodologica che sarà il riferimento futuro per le azioni di raccolta e smaltimento e recupero di rifiuti nel rispetto delle norme e dei vincoli in tema ambientale per raggiungere obiettivi virtuosi dal punto di vista del rispetto dell’ambiente, ma anche soprattutto migliorando il sistema gestionale di raccolta, selezione e smaltimento dei rifiuti”. Luca Distort (Lega VdA) ha invece osservato che “basare l’intero sistema di gestione dei rifiuti sulla differenziazione affidata alla buona volontà dei cittadini e alla capacità di differenziare correttamente è un primo punto debole perché la qualità del prodotto che emerge alla fine di questo ciclo è tendenzialmente bassa e la società Enval è obbligata alla ricompattazione del rifiuto o al trasporto fuori Valle negli impianti di pirogassificazione: tutto questo ricadrà sui costi di Tari a carico dei cittadini e si perde l’occasione per un uso economicamente sostenibile dei rifiuti”. Paolo Cretier (Fp-Pd) ha definito il Piano come “uno strumento agile e modificabile, efficiente e mirato”, evidenziando che il documento “è il frutto di un confronto con tutti gli attori interessati del mondo della politica e della società civile, ma il raggiungimento degli obiettivi dipende dall’impegno di tutta la popolazione nelle attività di differenziazione dei rifiuti”. Infine il Presidente della Regione, Erik Lavevaz, in qualità di Assessore ad interim all’ambiente, ha detto: “Il Piano è il frutto di un lavoro molto approfondito e dettagliato che si pone obiettivi realizzabili, calati sulla realtà locale con iniziative sostenibili e praticabili. Il testo è stato aggiornato con le nuove normative europee e nazionali: gli obiettivi sono molto sfidanti e trattano una materia complessa e articolata che va affrontata con impegno. Le novità principali riguardano il passaggio dalla quantità alla qualità del rifiuto; il potenziamento del riuso e la diminuzione dei rifiuti che resta l’obiettivo principale”.

Fonte: ANSA

Riciclo e riuso dei secchi di plastica presso “Iper La grande I”

É sempre un piacere quando ci si imbatte in iniziative virtuose e per questo ci preme segnalare quella avviata riguardo sia il riutilizzo che il riciclo dei secchi in plastica delle vernici ad acqua di grandi dimensioni presso il centro commerciale “Iper La grande I” di Montebello della Battaglia. L’iniziativa innovativa, denominata “Plastic Buster”, è stata avviata grazie a finanziamenti della Fondazione Cariplo e di Corepla ed è stata sviluppata da una squadra coordinata dall’organizzazione non profit ambientalista Class Onlus e composta dalla marca di pennelli “Cinghiale”, dall’insegna della grande distribuzione “Iper La grande I”, da IPPR, da Montello spa, S&h srl, Autotrasporti Longa e Unionplast (Federazione confindustriale gomma plastica). Presso i centri commerciali “Iper La grande I” di Montebello della Battaglia (PV) e Seriate (BG), viene quindi incoraggiato il riuso dei secchi. In specifico vengono spiegati alla clientela di tali ipermercati i vantaggi della coltivazione idroponica realizzabile anche su scala domestica, che non usa terriccio ma sfrutta le sostanze nutritive appositamente disciolte nell’acqua contenuta in un recipiente, che in questo caso è il secchio di vernice ad acqua riutilizzato. Viene distribuito un semplice manuale operativo per avviare una coltivazione idroponica casalinga, realizzato in collaborazione con Terra Aquatica, azienda francese leader globale nel settore. Sarà infine organizzato un concorso fotografico per mostrare i frutti dell’orto acquatico, generando una scontistica dedicata. 

Sul versante del riciclo, presso i due punti vendita è stato installato uno speciale cassonetto intelligente – progettato e costruito appositamente dalla società S&h di Peschiera Borromeo (MI) – in grado di riconoscere e immagazzinare i tipi di secchi selezionati per questo progetto; anche in questo caso si genererà un buono sconto per il cliente virtuoso. I secchi da riciclare verranno inviati all’impianto della Montello spa di Montello (BG). Il progetto può contare su un sito web dedicato: www.plasticbuster.it 

Si segnala inoltre che, avendo ricevuto il patrocinio del MITE, potrà essere replicato su più ampia scala. 

Il PET è la plastica più riciclabile e riciclata, ma potrebbe essere più circolare

Quanto è effettivamente circolare il PET? Quante bottiglie vengono effettivamente raccolte per il riciclaggio? Quanto PET viene effettivamente riciclato? E quanto di quello riciclato viene utilizzato nella produzione di nuove bottiglie? Un rapporto pubblicato oggi da Zero Waste Europe e da Eunomia Research & Consulting getta nuova luce sulla riciclabilità di questo diffusissimo polimero

Un nuovo rapporto pubblicato oggi da Zero Waste Europe e da Eunomia Research & Consulting,  “Quanto è circolare il PET?”, offre uno spaccato sul reale stato di circolarità del polietilene tereftalato in Europa. Un focus su quante bottiglie, e quindi quanto PET, si raccoglie per essere avviato al riciclo, quanto ne viene effettivamente riciclato e quanto del PET riciclato viene poi utilizzato nella produzione di nuove bottiglie.

La plastica più raccolta e più riciclata

Iniziamo col ricordare che il PET è il polimero ampiamente utilizzato nella produzione di imballaggi monouso come per le bottiglie per bevande e come fibre di poliestere nella produzione tessile. Ed è anche il polimero maggiormente raccolto – insieme al PP, Polipropilene, e al PE, polietilene a bassa ed alta densità (rispettivamente LDPE e HDPE in sigla) – e il più riciclato a livello globale.

Tuttavia la situazione che emerge dal rapporto non è esaltante, in quanto la maggior parte del polietilene tereftalato recuperato dalle bottiglie in Europa non ritorna sotto forma di materia prima seconda, o rPET, nella produzione di nuove bottiglie in PET.

Per migliorare e spingere al massimo la circolarità del PET – avverte lo studio – si dovranno apportare alcuni necessari e significativi miglioramenti nel design degli imballaggi in PET e nei sistemi di raccolta e riciclaggio.

Fonte: Zero Waste Europe – Eunomia Research & Consulting

Leggi anche lo speciale Deposito su cauzione

 I punti chiave dello studio 

Vediamo nel dettaglio i risultati chiave emersi dal report.

  • La maggior parte del PET riciclato recuperato dalle bottiglie in Europa viene utilizzato in altre applicazioni di qualità inferiore come vassoietti, film, reggette o prodotti tessili, mentre le nuove bottiglie immesse sul mercato contengono in media solamente il 17% di PET riciclato, nonostante il tasso di riciclaggio del PET si attesti sul 50% circa;
In blu il PET per bottiglie, in azzurro per il resto dei prodotti (migliaia di tonnellate).
Di cui i 60% raccolto tra bottiglie e il resto imballaggi.
Di cui una parte persa nel processo selezione (tappi, coperchi e etichette) e di riciclo complessivo.
Del 50% di riciclo da bottiglie solo il 17% va a creare altre bottiglie. Una quota va per fare altri imballaggi e tessile e una parte si perde nel processo di estrusione/riciclo. (POM: prodotti immessi al mercato)
Fonte: Zero Waste Europe – Eunomia Research & Consulting 
  • Il PET da riciclato (rPET) che potrebbe derivare da tutto il flusso dei prodotti in PET  –  compresi i citati vassoietti monouso, prodotti tessili, film e reggette – proviene esclusivamente dalle bottiglie, a causa dei tassi di riciclaggio troppo bassi dei materiali in PET diversi dalle bottiglie. Infatti degli 1,8 milioni di tonnellate di scaglie riciclate prodotte a partire dalle bottiglie, solo il 31% viene trasformato in granuli/pellet per creare bottiglie, mentre il restante 69% va ad alimentare la produzione di altri prodotti in PET;
  • Lo stato dell’arte del riciclaggio delle bottiglie in PET varia da continente a continente. Mentre alcuni Paesi raggiungono alti tassi di riciclaggio dovuti principalmente alla presenza di sistemi di deposito cauzionale (DRS), altri si attestano su tassi di riciclaggio più bassi quando impiegano esclusivamente sistemi di raccolta differenziata.

Oltre al riciclaggio meccanico – spiegano gli autori del report – si potrà contare sul potenziale contributo che le tecnologie di depolimerizzazione chimica possono dare alla circolarità complessiva del PET – a patto che raggiungano la piena maturità e che il loro impatto venga valutato appieno.

Il ruolo cruciale delle raccolte selettive

Le più recenti politiche europee e gli impegni più ambiziosi sottoscritti dai grandi marchi internazionali vanno tutti nella direzione di incrementare la circolarità del PET.

Tuttavia, il rapporto mostra che livelli più alti di contenuto riciclato si possono raggiungere solamente con l’implementazione di raccolte selettive per le bottiglie, come avviene con i sistemi di deposito cauzionale. Vanno poi sostituite le bottiglie colorate o opache con bottiglie trasparenti e bisogna dare priorità al riciclaggio bottle-to-bottle (da bottiglia a bottiglia) per prevenire che il PET venga utilizzato per altre applicazioni meno “nobili”.

Mettendo in campo questi accorgimenti –  conclude lo studio – si potrà arrivare ad avere una disponibilità di PET da riciclo per le bottiglie tra il 61% e il 75% al 2030. Al contrario, senza interventi sostanziali si potrà aspirare all’obiettivo, decisamente poco ambizioso, del 30% indotto dall’azione politica (ovvero l’obiettivo del 30% sul contenuto riciclato presente nelle bottiglie in PET della direttiva SUP).

L’impatto degli accorgimenti prima citati potrebbero favorire l’incremento della percentuale di contenuto riciclato rPET anche sugli altri imballaggi diversi dalle bottiglie: secondo il rapporto potremmo passare dall’attuale 28% a una percentuale compresa tra il 47 e il 56% di rPET.

Per tutte le applicazioni in PET che non sono imballaggi monouso il contenuto riciclato potrebbe passare dall’attuale 24% a un 41-42%, come spiega la figura che segue.

riciclo PET
Fonte: Zero Waste Europe – Eunomia Research & Consulting

“Questo studio dimostra che oggi  il PET non è molto circolare e sarà così anche in futuro, a meno che non arrivino cambiamenti politici sostanziali e si rimuovano le barriere tecniche ed economiche”, dichiara Dorota Napierska di Zero Waste Europe. “Potremmo ipotizzare che, se il tipo di plastica più riciclabile e riciclato fa fatica ad affrontare le sfide per diventare più circolare, gli altri tipi di plastica potrebbero affrontare sfide ancora maggiori. Di conseguenza – aggiunge Napierska – il modo più efficace per aumentare la circolarità di questo materiale non è solo attraverso il riciclaggio, ma attraverso il suo utilizzo su applicazioni durevoli invece di quelle usa e getta”.

Il PET da riciclato copre basse quote del fabbisogno
Fonte: Zero Waste Europe – Eunomia Research & Consulting 

Fonte: Silvia Ricci per EconomiaCircolare.com

Alla scoperta dei Drs: cosa prevede il deposito cauzionale del decreto Semplificazioni

Gli imballaggi costituiscono una frazione minima dei rifiuti che generiamo ogni anno in Italia (il 7% nel 2020), ma rappresentano i protagonisti assoluti – assieme all’organico – della raccolta differenziata, conquistandosi il centro dell’attenzione pubblica e politica, che si interroga su come gestirli al meglio nella fase di post-consumo. Duole notare che a oltre vent’anni dall’introduzione delle raccolte differenziate nel nostro Paese, uno dei principali problemi sotto il profilo dell’igiene urbana sia ancora costituito dall’abbandono nell’ambiente di rifiuti da imballaggio – in primis in plastica – da parte di pochi, incivili cittadini.

Come provare a migliorare? In molti altri Paesi i sistemi di deposito cauzionale (Deposit return system, Drs) sono già presenti e funzionanti o in fase d’introduzione: in Europa i Drs sono invece già attivi in dieci Stati – e un’altra dozzina sta programmando d’introdurli entro il 2024 –, incentrando il meccanismo sul recupero di una frazione degli imballaggi come i contenitori di bevande (bottiglie e lattine). Le configurazioni possibili dei Drs sono varie, legate anche agli specifici sistemi di raccolta e gestione rifiuti adottati nei diversi Paesi interessati, e ora anche l’Italia si appresta a ritentarne l’introduzione. Resta da individuare un modello che possa ben adattarsi al contesto locale guardando ai sistemi di maggiore successo europei. Ne parliamo con Silvia Ricci, responsabile Rifiuti ed economia circolare dell’Associazione Comuni Virtuosi, a sua volta membro della piattaforma europea Reloop.

Nel decreto Semplificazioni, convertito in legge un mese fa, è stato inserito uno specifico emendamento proposto da Salvatore Penna (M5S) che aprirebbe la strada anche in Italia ad un sistema Drs per i contenitori di bevande monouso. Molti media hanno titolato che si tratterà di un sistema di vuoto a rendere con ricarica dei contenitori, come già avviene per una quota residuale del mercato dell’acqua minerale in vetro e della birra, è così?

«L’emendamento in oggetto non si prefigge di introdurre un sistema di vuoto a rendere, anche se la confusione è comprensibilmente nata da alcuni passaggi del testo che richiamano al “riutilizzo”, che però deve essere inteso come reimpiego dei materiali raccolti e non come ricarica degli stessi imballaggi. Il fine del sistema di deposito cauzionale proposto è quello di massimizzare il processo di raccolta selettiva ed il riciclo dei contenitori di bevande monouso in vetro, plastica e in metallo (lattine). Un indizio in tal senso si trova nel passaggio dell’emendamento che indica come oggetto del cauzionamento gli “imballaggi in vetro, plastica e metallo”. Di fatto un sistema di ricarica per i contenitori di bevande funziona in genere con le sole bottiglie in vetro, con l’eccezione della Germania dove si ricaricano anche le bottiglie in PET, le quali però devono essere più spesse degli imballaggi classici in PET in modo da garantire più riutilizzi. Non vi sono invece esperienze legate al riutilizzo / ricarica di lattine in alluminio.

A questo punto i due ministeri che citi dovranno collaborare alla scrittura dei decreti attuativi che definiranno insieme alla portata nazionale e all’obbligatorietà per i produttori di bevande di partecipare al sistema altri aspetti chiave della regolamentazione del sistema tra cui: i) quali sono i contenitori e le tipologie di bevande soggette al sistema, ii) il modello di conferimento degli imballaggi, che avviene principalmente presso la distribuzione / i rivenditori (return -to- retail), iii) l’importo del deposito, il quale viene pagato come piccolo sovrapprezzo dal consumatore quando si acquista la bevanda e restituito nella sua totalità al momento della riconsegna del contenitore presso i supermercati e rivenditori. E infine iv) quali sono gli obiettivi di raccolta che questa tipologia di raccolta selettiva nota come Drs (Deposit Return System) dovrà conseguire, v) le caratteristiche che dovrà avere l’operatore del sistema (solitamente un soggetto costituito da produttori di bevande e distributori) e gli adempimenti ai quali il sistema dovrà assolvere sotto il controllo ed il monitoraggio del Governo, o di un’agenzia governativa designata».

Quindi le preoccupazioni sollevate dalla grande distribuzione organizzata (Gdo) in occasione di recenti articoli non sono totalmente giustificate?

«Per quello che ho avuto modo di leggere, anche se le reazioni sono per lo più riferite ad un sistema di vuoto a rendere volto al riutilizzo, il quale presenta sfide differenti rispetto ad un sistema Drs, si può evincere che le preoccupazioni della nostra GDO siano simili a quelle già riscontrate in altri paesi europei quando si parla di DRS. Preoccupazioni che, nei paesi in cui il sistema è già stato introdotto, sono sfumate non appena la GDO ha realizzato che i temuti costi aggiuntivi di un Drs (infrastruttura di raccolta, spazio commerciale dedicato) venivano ampiamente compensati dai vantaggi economici, diretti ed indiretti, ed ambientali derivanti dal sistema di deposito. In un sistema “return-to-retail” spetta alla grande distribuzione attrezzare aree idonee dove istallare ed operare i sistemi automatizzati di raccolta (in inglese reverse vending machine RVM).

Alla Grande Distribuzione viene infatti corrisposta dall’operatore del sistema di deposito una commissione di gestione per ogni contenitore riscattato. Tale commissione indennizza la distribuzione per quanto riguarda i costi complessivi della raccolta: da quelli relativi agli investimenti nell’infrastruttura per la raccolta, al personale impegnato nel riscatto manuale o automatico (pulizia e svuotamento delle RVM), ad altri costi inerenti agli spazi commerciali adibiti alla consegna degli imballaggi come riscaldamento, connessione internet e elettricità.

Diversi studi internazionali hanno dimostrato che la distribuzione organizzata e i negozi dove i consumatori riportano gli imballaggi hanno tutti beneficiato di un aumento del traffico e delle vendite. Un’indagine sul comportamento dei consumatori fatta in Svezia, Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi ha evidenziato che i consumatori tendono a fare i propri acquisti dove c’è un’efficiente struttura di restituzione e che potendo utilizzare per i propri acquisti l’importo della cauzione riscattata spendono in media di più (dal 15% dei finlandesi al 52% degli olandesi) in quegli esercizi.

La commissione di gestione ha infatti un ruolo fondamentale per il corretto funzionamento di un sistema di deposito che viene solitamente negoziata in seno all’operatore del sistema di cui la Grande Distribuzione deve essere parte attiva ».

Fonte: Green Report

I rifiuti da costruzione e demolizione tra legislazione e prassi

L’articolo si pone l’obiettivo di fornire un insieme di indicazioni operative per una migliore comprensione delle novità legislative introdotte dal D.Lgs 116/2020 e, in conseguenza, per una corretta gestione delle problematiche legate alla produzione e alla gestione dei rifiuti nel settore delle costruzioni e delle demolizioni sia nel luogo di produzione, sia negli impianti in cui questi vengono trasformati in nuovi prodotti.

Una loro gestione conforme costituisce infatti elemento chiave per consentire il rispetto della gerarchia comunitaria in tema di rifiuti, garantendo la riduzione della produzione dei rifiuti e, al tempo stesso, l’ottimizzazione del recupero di materiali.

Come sfondo all’analisi delle norme dettate dal D.Lgs 166/2020 verranno esaminati due recenti interventi di ordine interpretativo, il primo operato dal Ministero dell’Ambiente, il secondo dall’Agenzia delle entrate.

Aspetti definitori. La riforma introdotta dal d.lgs. 116/2020

Con l’entrata in vigore, sabato 26 settembre 2020, del decreto legislativo 116/2020 si è prodotta una svolta rilevante nel nostro paese sui temi dell’economia circolare e della gestione dei rifiuti. Il nuovo decreto modifica sensibilmente la parte quarta del Codice ambientale (il decreto legislativo n. 152/2006) e rappresenta una vera e propria rivoluzione per il settore della gestione dei rifiuti che diventano ora una risorsa da valorizzare mediante il coinvolgimento della responsabilità finanziaria del produttore del bene per la ripresa dei rifiuti originati dal consumo di quel bene.

Numerose, e tutte significative, le novità anche sul tema dei rifiuti da costruzione e demolizione. All’art. 183 del d.lgs. 152/2006, viene espressamente introdotta la definizione di “rifiuti da costruzione e demolizione” che, ovviamente, sono definiti come “i rifiuti prodotti dalle attività di costruzione e demolizione” (lett. b-quater).

Lo stesso articolo chiarisce che i rifiuti urbani non includono i rifiuti da costruzione e demolizione (lett. b-sexies). Infatti, il rinnovato articolo 184 del Codice dell’ambiente (comma 3, lett. b), fermo restando il concetto di sottoprodotto (art. 184-bis), colloca i rifiuti prodotti dalle attività di costruzione e demolizione, nonché i rifiuti che derivano dalle attività di scavo, tra i rifiuti speciali.

L’art. 185-bis, comma 1, lett. c), specifica che, in tema di raggruppamento dei rifiuti ai fini del trasporto degli stessi in un impianto di recupero o smaltimento, per i rifiuti da costruzione e demolizione, il deposito preliminare alla raccolta può essere effettuato presso le aree di pertinenza dei punti di vendita dei relativi prodotti.

Al nuovo articolo 198-bis viene introdotto il programma nazionale per la gestione dei rifiuti, che, tra gli altri, deve contenere il piano di gestione delle macerie e dei materiali derivanti dal crollo e dalla demolizione di edifici ed infrastrutture a seguito di un evento sismico.

Le modifiche apportate all’art. 205 del D.Lgs. 152/2006 (“misure per incrementare la raccolta differenziata”), promuovono, previa consultazione con le associazioni di categoria, la demolizione selettiva, onde consentire la rimozione e il trattamento sicuro delle sostanze pericolose e facilitare così il riutilizzo e il riciclaggio di alta qualità, di quanto residua dalle attività di costruzione e demolizione tramite la rimozione selettiva dei materiali, nonché garantire l’istituzione di sistemi di selezione dei rifiuti da costruzione e demolizione almeno per legno, frazioni minerali (cemento, mattoni, piastrelle e ceramica, pietre), metalli, vetro, plastica e gesso.

Nuova definizione ad essere introdotta è quella di “riempimento”, che consiste in qualsiasi operazione di recupero in cui rifiuti non pericolosi idonei ai sensi della normativa UNI sono utilizzati a fini di ripristino in aree escavate o per scopi ingegneristici nei rimodellamenti morfologici. Inoltre, i rifiuti usati per il riempimento devono sostituire i materiali che non sono rifiuti, essere idonei ai fini già menzionati ed essere limitati alla quantità strettamente necessaria a perseguire tali fini (art. 183, comma 1, lett. u-bis).

L’operazione di riempimento viene chiamata in causa a proposito di specifiche questioni. Ad esempio, nella nuova versione dell’art. 181 (“Preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e recupero dei rifiuti”), al comma 4, lett. b), si specifica che le autorità competenti dovranno adottare le misure necessarie affinché, entro il 2020, la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio e altri tipi di recupero di materiale, incluse operazioni di riempimento che utilizzano i rifiuti in sostituzione di altri materiali, di rifiuti da costruzione e demolizione non pericolosi, escluso il materiale allo stato naturale definito alla voce 17 05 04 dell’elenco dei rifiuti, sia aumentata almeno al 70 per cento in termini di peso.

Infine, il riempimento rientra nel recupero di materia ai sensi dell’art. 183, comma 1, lett. t).

La classificazione dei rifiuti da costruzione e demolizione. Il caso dei rifiuti prodotti dalle utenze domestiche

Il decreto legislativo del 3 settembre 2020, n. 116, nel definire il rifiuto urbano, ha di fatto trasposto nell’ordinamento giuridico nazionale quanto indicato all’articolo 1 della medesima direttiva con la finalità di “rafforzare gli obiettivi della direttiva 2008/98/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio relativi alla preparazione per il riutilizzo e al riciclaggio dei rifiuti, affinché riflettano più incisivamente l’ambizione dell’Unione di passare ad un’economia circolare”, precisando che la suddetta definizione è introdotta “al fine di definire l’ambito di applicazione degli obiettivi di preparazione per il riutilizzo e riciclaggio nonché le relative norme di calcolo”.

Tale nuova definizione deve essere pertanto applicata nell’ottica generale di raggiungimento degli obiettivi imposti dalla direttiva e non con il fine di stravolgere una gestione dei rifiuti già strutturata ed efficace, tanto da non voler incidere con la ripartizione delle competenze tra pubblico e privato nell’ambito della gestione medesima.

In particolare, per quanto concerne la definizione riportata all’articolo 183 comma 1, lettera b-sexies) “I rifiuti urbani non includono i rifiuti della produzione, dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca, delle fosse settiche, delle reti fognarie e degli impianti di trattamento delle acque reflue, ivi compresi i fanghi di depurazione, i veicoli fuori uso o i rifiuti da costruzione e demolizione;” si specifica, che tali rifiuti si riferiscono ad attività economiche finalizzate alla produzione di beni e servizi, quindi ad attività di impresa.

Il considerando di cui al punto 11 della direttiva esplicita che “Sebbene la definizione di «rifiuti da costruzione e demolizione» si riferisca ai rifiuti risultanti da attività di costruzione e demolizione in senso generale, essa comprende anche i rifiuti derivanti da attività secondarie di costruzione e demolizione fai da te effettuate nell’ambito del nucleo familiare. I rifiuti da costruzione e demolizione dovrebbero essere intesi come corrispondenti ai tipi di rifiuti di cui al capitolo 17 dell’elenco di rifiuti stabilito dalla decisione 2014/955/UE nella versione in vigore il 4 luglio 2018.”. In tal modo, il legislatore europeo, pur identificando detti rifiuti prodotti da utenze domestiche nell’apposito capitolo 17, per un più coerente avvio alle operazioni di preparazione per il riutilizzo, ne ammette la gestione nell’ambito del servizio pubblico, se prodotto nell’ambito del nucleo familiare.

Nel contesto della tematica dei rifiuti da costruzione e demolizione – ed in relazione agli aspetti della loro classificazione – assume rilievo particolare una nota di indirizzo interpretativo diffusa dal Ministero dell’Ambiente il 2 febbraio 2021 con riferimento specifico ai rifiuti prodotti da utenza domestiche.

Chiarisce infatti la nota che i rifiuti prodotti in ambito domestico e, in piccole quantità, nelle attività “fai da te”, possono essere gestiti alla stregua dei rifiuti urbani ai sensi dell’articolo 184, comma 1, del d.lgs. 152/2006, e, pertanto, potranno continuare ad essere conferiti presso i centri di raccolta comunali, in continuità con le disposizioni del Decreto Ministeriale 8 aprile 2008 e s.m.i, recante “Disciplina dei centri di raccolta dei rifiuti urbani raccolti in modo differenziato”.

Resta ferma la disciplina dei rifiuti speciali prodotti da attività di impresa di costruzione e demolizione nei casi di intervento in ambito domestico di imprese artigianali, iscritte nella categoria 2-bis dell’Albo Gestori Ambientali (produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti, nonché i produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti pericolosi in quantità non eccedenti trenta chilogrammi o trenta litri al giorno di cui all’articolo 212, comma 8, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152).

Riguardo le quantità da conferire al servizio pubblico, si richiama il regime semplificato per il trasporto di piccoli quantitativi di rifiuti derivanti da attività di manutenzione, consentendo in alternativa al formulario di trasporto, di utilizzare un documento di trasporto (DDT) che contenga tutte le informazioni necessarie alla tracciabilità del materiale, in caso di controllo nella fase di trasporto, di cui all’articolo 193 comma 7 del decreto legislativo 152/2006 come risultante dalle modifiche introdotte dal decreto legislativo n. 116/2020.  

La nota del Ministero, di cui si sono riportati gran parte dei contenuti, è certamente molto precisa nelle premesse e nella parte in cui espressamente chiarisce che i cittadini che producono rifiuti inerti derivanti dal “fai da te”, ancorché appartenenti alla famiglia dei codici Cer “17” possono continuare a conferire ai Centri di Raccolta Comunali, approvati ai sensi del D.M. 8 aprile 2008).

A tal riguardo deve essere precisato che il predetto decreto, per rifiuti contrassegnati con codici Cer 17 01 07 e 17 09 04, prevedeva e prevede ancora, che tali rifiuti debbano essere conferiti direttamente dal conduttore della civile abitazione a seguito di piccoli interventi di rimozione. Sembra chiaro, pertanto, che le imprese che svolgono lavori edili presso le abitazioni private non avrebbero mai potuto conferire i suddetti rifiuti presso i centri di raccolta Comunali né prima né oggi.

Anche il Ministero, del resto, precisa che rimangono comunque speciali i rifiuti prodotti dalle imprese artigiane, anche nei casi di intervento in ambito domestico, e che pertanto le stesse imprese devono essere iscritte all’Albo Gestori Ambientali nella categoria 2-bis per il loro trasporto.

Quello che rimane poco chiaro è l’ultimo capoverso della nota, in cui per i conferimenti al servizio pubblico si richiama il regime semplificato per il trasporto di piccoli quantitativi di rifiuti derivanti da attività di manutenzione, consentendo, in alternativa al formulario di identificazione (FIR), l’utilizzo di un documento di trasporto (DDT).

Il punto è, allora, capire cosa intende il Ministero dell’Ambiente quando fa riferimento al conferimento al “servizio pubblico”. Ci parrebbe di capire che il riferimento sia il conferimento al Centro di raccolta anche se tale soluzione, come sopra accennato, non sarebbe giuridicamente possibile in quanto, a norma del D.M. 8 aprile 2008, solo il conduttore della civile abitazione vi può portare i rifiuti inerti da lui prodotti.

Per quanto riguarda invece i conferimenti di rifiuti da parte di enti o imprese presso un qualunque altro impianto di recupero o smaltimento, ciò dovrebbe essere consentito solo con formulario di trasporto (FIR).

Alla luce di quanto sopra esposto ci parrebbe di poter concludere che la notazione conclusiva del Ministero dell’Ambiente debba essere interpretata nel senso che i rifiuti prodotti dalle imprese artigiane presso le civili abitazioni rimangono classificati come rifiuti speciali e, in caso di piccoli quantitativi derivanti, appunto, da manutenzioni edili (tali da non giustificare l’allestimento di un deposito presso l’unità dove si è svolto il lavoro), si applica quanto disposto all’art 193, comma 19, del D.Lgs 152/06. In sostanza tali rifiuti “speciali” si considerano prodotti presso l’unità locale o il domicilio o la sede dell’impresa ed il trasporto dal luogo di effettiva produzione alla sede può avvenire con un documento di trasporto (DDT).

Profili fiscali. Il caso della cessione di materia prima seconda derivante dal recupero di rifiuti da costruzione e demolizione

Un aspetto di particolare interesse connesso con le tematiche in argomento riguarda il caso della cessione di materia prima seconda (MPS) derivante dal recupero di rifiuti da costruzione e demolizione e la possibilità che tale cessione possa scontare, ai fini Iva, l’applicazione dell’inversione contabile (“reverse charge”).

La questione è stata posta all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate da una società che intendeva usare MPS da recupero di rifiuti da costruzione e demolizione per il riempimento del vuoto di una cava nell’ambito di un piano di recupero della stessa.

Secondo quanto dichiarato dall’istante, la materia prima seconda ex DM 5 febbraio 1998 è un materiale realizzato recuperando rifiuti derivanti dalla demolizione e dalla manutenzione, anche parziale, di opere edili e infrastrutturali.

Per l’Agenzia delle Entrate il materiale in discussione sembra invece rientrare tra i rifiuti ceramici inerti (punto 7, allegato 1 del DM 5 febbraio 1998, in particolare 7.1 e 7.3) che, se sottoposti al processo di recupero, diventano MPS idonee ad essere impiegate per gli scopi decritti nell’allegato C della circolare del Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio n. 5205 del 2005 (tra cui il riempimento cava).

Il processo di recupero consiste sostanzialmente nella “messa in riserva” di rifiuti inerti, intendendosi per “messa in riserva” una tipologia di stoccaggio.
A conclusione della sua istruttoria, l’Agenzia delle Entrate (Cfr. risposta ad interpello 8 febbraio 2021, n. 86) ha chiarito che la cessione di materia prima seconda (MPS) derivante dal recupero di rifiuti da costruzione e demolizione per il riempimento di una cava ai fini Iva sconta l’applicazione dell’inversione contabile (“reverse charge”).

A motivazione di tali conclusioni l’Agenzia delle Entrate dà evidenza, in via preliminare, di quanto contenuto nell’articolo 184-ter del Codice dell’ambiente, rubricato “Cessazione della qualifica di rifiuto” (c.d. End of Waste) ai sensi del quale “Un rifiuto cessa di essere tale, quando è stato sottoposto a un’operazione di recupero, incluso il riciclaggio e la preparazione per il riutilizzo, e soddisfi i criteri specifici, da adottare nel rispetto delle seguenti condizioni:

  • a)    la sostanza o l’oggetto sono destinati a essere utilizzati per scopi specifici;
  • b)    esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto;
  • c)    la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti;
  • d)    l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana”.

Pertanto, prosegue l’Agenzia, una volta concluso il processo di recupero, che comprende anche attività minimali quali il controllo e la pulizia, il rifiuto cessa di essere tale per diventare prodotto o merce. A seguito dell’introduzione della nozione di End of Waste è stato abrogato l’articolo 181-bis del D.Lgs 152/06 che, nel disciplinare le MPS, specificava le condizioni al ricorrere della quali tali materie non erano più considerate rifiuti. Queste condizioni sono in parte riprodotte nel citato articolo 184-ter.

Si tratta, ad avviso dell’Agenzia delle Entrate, di condizioni generali che necessitano di essere declinate caso per caso per specifiche tipologie di rifiuto, attraverso uno o più decreti del ministro dell’ambiente.

Nelle more di detti decreti, continuano ad applicarsi le disposizioni previgenti, tra cui il decreto del Ministro dell’ambiente 5 febbraio 1998, che per la tipologia dei rifiuti non pericolosi disciplina le attività, i procedimenti e i metodi di recupero che consentono di ottenere prodotti, materie prime o di materie prime secondarie.

Ai fini dell’IVA, l’articolo 74, settimo comma, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (in seguito “articolo 74”) dispone che le cessioni dei beni indicati nei commi settimo e ottavo, (rottami, cascami e avanzi di metalli ferrosi, vetri, gomma, plastica ecc.) sono soggette al regime dell’inversione contabile (c.d. reverse charge).

Il cedente quindi emette fattura senza addebitare l’IVA in quanto quest’ultima è a carico del cessionario, che dovrà integrare la fattura ricevuta con la relativa imposta.

L’Agenzia delle Entrate ha quindi concluso che le MPS oggetto della fattispecie possono essere considerate ai soli fini fiscali al pari dei rottami, la cui cessione sarà fatturata in “reverse charge” ex articolo 74, comma 7 del DPR 633/1972, con applicazione dell’aliquota Iva del 22%.

Per il servizio di stesura e compattazione delle MPS effettuato dalla società istante, l’Agenzia ha ritenuto invece non applicabile il sistema dell’inversione contabile.

Il recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione. La prassi di riferimento UNI/PdR/75:2020

Pubblicata dall’UNI il 3 febbraio 2020, la prassi di riferimento definisce una metodologia operativa per la decostruzione selettiva che favorisca il recupero (riciclo e riuso) dei rifiuti prodotti in un’attività di cantiere.

La progettazione dell’intervento di decostruzione consiste in prima analisi nella identificazione delle modalità di smantellamento e di separazione dei materiali che andranno a costituire un database quale elenco organico dei materiali, in termini qualitativi e quantitativi, includendo anche le schede di sicurezza dei prodotti e dei materiali utilizzati, che saranno oggetto di riuso, riciclo o smaltimento.

Viene specificato nella prassi che l’attività di separazione del rifiuto può avvenire, tutta o in parte, in cantiere e/o fuori cantiere.

L’individuazione dei trasportatori e gli impianti di riciclo di riferimento – le risorse logistiche – devono essere individuate, secondo i principi di specializzazione e prossimità, con l’ottica di minimizzazione dei costi ambientali ed economici, minimizzando i costi di trasporto e di conferimento agli impianti di lavorazione e massimizzando il tasso di recupero dei rifiuti.

La progettazione determina e individua le qualità e le quantità di rifiuto oggetto di riuso, riciclo, altre forme di recupero o smaltimento attraverso una documentazione strutturata per la verifica della trasparenza delle attività, al fine di supportare un controllo ex-post da parte di tutti gli stakeholder, a livello comunale, regionale e nazionale.

La descrizione del processo prende in considerazione sia gli edifici esistenti da ristrutturare o da demolire (costruito), sia quelli di nuova realizzazione (nuova costruzione): per i primi la prassi prevede la compilazione del database dei materiali utilizzati, mentre per i secondi si prevede l’utilizzo del database dei materiali in fase di indagine destinabili al riuso e al riciclo.

La prassi in esame, di cui si consiglia attenta lettura, mira, in buona sostanza, a favorire ed incentivare la ricostruzione, il rinnovo e, se del caso, la ridestinazione dei prodotti e ad adottare misure intese a promuovere la demolizione selettiva onde consentire la rimozione e il trattamento sicuro delle sostanze pericolose e facilitare, al tempo stesso, il riutilizzo e il riciclaggio di alta qualità tramite la rimozione selettiva dei materiali.

La prassi mira inoltre a garantire l’istituzione di sistemi di cernita dei rifiuti da costruzione e demolizione almeno per legno, frazioni minerali (cemento, mattoni, piastrelle e ceramica, pietre), metalli, vetro, plastica e gesso.

Fonte: Masciocchi Pierpaolo – Direttore del Settore Ambiente, Utilities e Sicurezza sul lavoro di Confcommercio nazionale per InGenio Web

Confcommercio e Anci, per frenare la Tari servono nuovi impianti di gestione rifiuti: dove?

Se tenere pulita casa propria costa tempo, fatica e risorse, lo stesso vale per le nostre città: la tassa sui rifiuti che paghiamo (Tari) serve proprio a mantenere in piedi i servizi pubblici d’igiene urbana, ma i suoi costi sono spesso oggetto di frizione tra Comuni, imprese e cittadini, come mostra da ultimo la polemica innescata da ultimo tra Confcommercio e Anci.

La più grande rappresentanza d’impresa d’Italia – con 700mila imprese associate, dal turismo ai commercianti ai professionisti – punta il dito verso la Tari continua a crescere mentre le aziende chiudono sotto la pressione della pandemia e la produzione di rifiuti urbani è in calo per lo stesso motivo (stimano un -15% nel 2020, altre fonti si attestano al -10%). Secondo Confcommercio la Tari sarebbe cresciuta dell’80% dal 2010, mentre l’Associazione nazionale dei Comuni ribatte che – tenendo conto delle diverse formulazioni tariffarie che si sono succedute nel mentre – l’incremento si fermi al 25%.

Una differenza che la dice lunga sulla difficoltà di ricostruire un’informazione oggettiva nel merito, ma almeno entrambe le fonti si dicono d’accordo sull’ammontare complessivo della Tari (poco meno di 10 miliardi di euro l’anno) e su una strategia per limitarne l’incremento: accrescere la presenza di impianti di gestione rifiuti dove questi non sono ad oggi in grado di assicurare un servizio sostenibile (anche in termini di costi economici) e di prossimità.

«Occorre risolvere il problema della mancanza cronica di una dotazione impiantistica che – dichiara Pierpaolo Masciocchi, responsabile Ambiente e Utilities di Confcommercio – fa lievitare i costi dei piani finanziari dei Comuni e, quindi, delle tariffe per le utenze. La carenza di impianti costringe infatti ad inviare una parte considerevole di rifiuti nelle discariche o ad esportarli all’estero per il trattamento e l’incenerimento».

Una recente indagine Utilitalia ha effettivamente mostrato come, guardando solo agli urbani, il turismo rifiuti arrivi ormai a percorrere 49 milioni di km l’anno. Allargando lo sguardo a tutti i rifiuti speciali – gli urbani rappresentano appena il 18% di tutti gli scarti che produciamo, mentre  i rifiuti speciali assimilati si stima abbiano finora oscillato tra il 16% e la metà di tutti i rifiuti urbani – le distanze percorse prima di arrivare agli impianti arrivino a un quantitativo enorme: 1,2 miliardi di km percorsi ogni anno, senza contare le tratte fuori confine.

Anche i Comuni parlano di «un tema ineludibile per dare efficienza al sistema in tutte le aree del Paese, quello della diffusione degli impianti di trattamento e riciclo. Anci – dichiara il segretario generale Veronica Nicotra – ritiene che questo tema debba essere al centro anche  dell’azione regolatrice di Arera, oltre che essere oggetto di cospicui investimenti nell’abito del Pnrr», che peraltro finora sono molto scarsi.

Duole però osservare che troppo spesso sono proprio gli enti locali, insieme alle imprese rappresentate da Confcommercio, a portare avanti battaglie di retroguardia che impediscono la realizzazione di questi impianti. Se le sindromi Nimby in realtà sono soprattutto sindromi Nimto – non nel mio mandato elettorale, come mostra l’ultima indagine condotta dall’Osservatorio Nimby forum –, non si contano i casi in cui piccoli imprenditori ritengono che gli impianti di gestione rifiuti siano un ostacolo alla propria attività, al turismo, etc.

Senza portare allo scoperto e affrontare questi nodi, con un importante lavoro in termini di comunicazione e informazione di qualità – oltre che una buona dose di onestà intellettuale – sarà molto difficile pensare di poter affrontare gli altri emersi nel corso della diatriba Confcommercio-Anci.

Al contrario, pensare che i costi della Tari possano calare spontaneamente mentre i servizi d’igiene urbana crescono in complessità – come nel caso della raccolta differenziata – è una chimera che svia da un’interpretazione oggettiva del problema.

Confcommercio, ad esempio,  da una parte sembra sorpresa dopo aver verificato che nel 58% dei Comuni che hanno già  adottato il nuovo Metodo tariffario rifiuti (Mtr) Arera il costo della Tari sia cresciuto (in media del +3,8%), ma al contempo denuncia che finora la Tari sia dipesa «troppo dai piani finanziari del Comune di riferimento: molto spesso le amministrazioni comunali sforano i propri budget e per rientra e applicano aumenti alle tariffe locali compresa quella dei rifiuti».

Dietro ai due fenomeni pare evidente infatti un sistema di vasi comunicanti, nonostante la Tari dovrebbe rappresentare per legge una tassa per finanziare integralmente (e solo) i costi – di investimento e di esercizio – dei servizi di raccolta e smaltimento rifiuti, ad esclusione di quelli relativi ai rifiuti speciali.

Anche il recepimento delle ultime direttive Ue in materia di economia circolare, che ha eliminato per i Comuni la possibilità di decidere l’assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani, rischia di produrre effetti deleteri senza risposte pragmatiche in termini di dotazione impiantistica: si stimano 1,3 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti urbani “in più” da gestire, ma senza impianti a crescere saranno solo tasse e polemiche.

Fonte: GreenReport

L’industria cartaria che ricicla è essenziale per l’economia circolare

Secondo il Direttore Generale di Assocarta, il riciclo della carta in Europa ha dimostrato un alto livello di resilienza

L’industria cartaria, con la sua domanda stabile e crescente nonostante la volatilità dei mercati, rappresenta un punto di riferimento per l’economia circolare europea e italiana. A dirlo è Massimo Medugno, DG di Assocarta, che si unisce al messaggio lanciato dalla Confederazione europea dell’industria cartaria europea (CEPI) rispetto all’alto livello di resilienza dimostrato del riciclo della carta in Europa.
 
Nel settore della carta il momento di volatilità delle materie prime seconde è conseguenza di fattori positivi, come gli aumenti dei consumi delle stesse (in Italia al 61% a livello di settore, + 4% rispetto al 2019, all’81% nell’imballaggio), la tenuta del settore dell’imballaggio (maggior utilizzatore a livello europeo e mondiale) e il processo di sostituzione degli imballaggi fossili con quelli rinnovabili.
 
Questi fattori positivi confliggono con quelli negativi, legati alle difficoltà dei trasporti, ai livelli delle raccolte differenziate e a un’esportazione che dev’essere assoggettata alle regole europee vigenti. “In questa fase è importante che i cittadini continuino a conferire, che le raccolte differenziate mantengano i loro ritmi e che l’industria cartaria venga rifornita con regolarità, in modo da poter rispondere alle esigenze di produrre materiali da imballaggio per la movimentazione di merci essenziali” sottolinea ancora Medugno.
 
“Anche in questo momento così difficile non bisogna perdere di vista gli obiettivi di riciclo che l’industria cartaria deve ottemperare. Infatti, secondo quanto previsto dal nuovo art. 205 bis (Regole per il calcolo degli obiettivi) del TUA, è possibile computare i rifiuti esportati fuori dell’Unione per la preparazione, per il riutilizzo e il riciclaggio soltanto se gli obblighi di cui all’art. 188 bis sono soddisfatti, e se l’esportatore può provare che la spedizione dei rifiuti è conforme agli obblighi di tale regolamento e il trattamento dei rifiuti – al di fuori dell’Unione – ha avuto luogo in condizioni che siano ampiamente equivalenti agli obblighi previsti dal pertinente diritto ambientale dell’Unione”.
 
L’informazione sull’impianto di destinazione finale è indispensabile anche nel caso che i materiali vengano avviati a riciclo in un altro Stato membro dell’Unione, al fine di poter conteggiare quanto movimentato negli obiettivi del paese di raccolta.

Fonte: E-Gazette

Sistemi cauzionali: perché servono agli enti locali

I comuni sono diffidenti nei confronti dei sistemi cauzionali per i contenitori di bevande principalmente perché temono di perdere gli introiti legati alla raccolta differenziata. Ma a conti fatti non è così: l’opzione dei DRS fa risparmiare

Gli esperti di sistemi cauzionali lo sanno bene: appena il governo centrale o la società civile ipotizzano l’adozione di un sistema di deposito cauzionale, gli enti locali alzano le barricate insieme alle loro associazioni di riferimento. Il primo istinto è quello di chiusura, per la paura di perdere gli introiti che arrivano dalla vendita di imballaggi di valore recuperati con la raccolta differenziata, come le bottiglie in PET e le lattine. Un timore in realtà poco giustificato, dal momento che i sistemi di raccolta domiciliari per gli imballaggi hanno costi che generalmente superano di gran lunga quanto si ricava dalla vendita dei materiali ai riciclatori.

Le campagne in Olanda e Belgio
Solamente in Olanda, dove esiste dal 2005 un DRS (Deposit Return System o Scheme) “a metà”, nel senso che interessa solamente le bottiglie di plastica con formato a partire da un litro, si è creato un fronte che unisce il 99% dei comuni, tutti schierati a favore di un DRS il più ampio possibile. Il merito va a Recycling Netwerk Benelux, che ha lanciato nel 2017 l’iniziativa Statiegeld Alliantie: i comuni di Olanda e Belgio, insieme ad associazioni e organizzazioni molto attive, hanno saputo sensibilizzare e coinvolgere sul tema governi, media e cittadini. Dal prossimo luglio rientreranno nel sistema DRS le bottigliette di formato inferiore al litro, mentre il 3 febbraio il ministero dell’Ambiente olandese ha annunciato la partenza del DRS anche per le lattine dal 31 dicembre 2022. Il deposito sarà di 15 centesimi di euro e si punta a raccoglierne 2 miliardi l’anno, in modo da arrivare a raccoglierne il 90% entro il 2024. La decisione è arrivata dopo che i produttori non avevano rispettato il tempi previsti per ridurre del 70% la presenza di lattine nel littering, i rifiuti dispersi nell’ambiente. Al contrario, le rilevazioni compiute dal governo durante il primo semestre del 2020 hanno registrato un aumento del 19% rispetto al 2016-2017 e le lattine rinvenute tra i rifiuti abbandonati sono tre volte più numerose delle bottigliette in plastica. Motivo per cui molti comuni hanno aderito alla campagna Yes we can, che con il suo gioco di parole chiedeva ai politici olandesi e belgi di introdurre rapidamente un deposito, promuovendola nel loro territorio.

Ridurre le lattine disperse nell’ambiente significa, peraltro, evitare il ferimento e talvolta la morte di migliaia di animali e capi di bestiame in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Francia e altri Paesi dove le lattine che finiscono nei prati di pascolo. Ragione per cui, tra le altre organizzazioni che aderiscono alla Statiegeld Alliantie, c’è anche l’associazione degli allevatori.

Superare le diffidenze iniziali 

Nonostante ci siano differenze anche consistenti tra i vari Paesi, i corrispettivi economici che i regimi di Epr nazionali (Extended producer responsability, ovvero la responsabilità estesa del  produttori) elargiscono alle municipalità europee per finanziare la raccolta differenziata per conto dei produttori e utilizzatori di imballaggi, non bastano di fatto a coprire i costi che queste ultime sostengono.

Rappresentano un’eccezione la Germania e la Svezia, dove vige un “modello  duale” dal nome del sistema tedesco (Duales system Deutschland – DsD) avviato a partire dal 1991. In questo modello, i soggetti che producono rifiuti da imballaggio sono obbligati a organizzare per proprio conto un sistema di intercettazione dei rifiuti derivanti dai “propri” imballaggi immessi sul mercato e a gestire le successive operazioni finalizzate al recupero di materia e di energia. In questo caso, i costi di raccolta e avvio a riciclo/recupero/smaltimento sono sostenuti per intero dalle organizzazioni che per conto delle imprese ottemperano agli obblighi in materia di responsabilità estesa del produttore.

I benefici del sistema cauzionale

Un documento prodotto dalla Piattaforma Reloop (che unisce produttori, distributori, riciclatori, istituzioni accademiche e varie associazioni non governative), intitolato Factsheet: Economic Savings for Municipalities, ha comparato 32 studi internazionali che hanno preso in esame i costi e i benefici seguiti all’adozione di un sistema cauzionale, rilevando che in tutti i casi si sono verificati risparmi consistenti per gli enti locali. Uno studio condotto dal Governo scozzese nel 2019 ha evidenziato che l’adozione di un deposito cauzionale avrebbe comportato per gli enti locali un risparmio lordo pari a 237,5 milioni di sterline (oltre 268 milioni di euro), principalmente dovuto alla forte riduzione della quantità di materiali da gestire. Sottraendo a tale importo il mancato introito della vendita dei materiali più nobili, che vale 46,3 milioni di sterline, il risparmio netto stimato dallo studio scozzese si attesta sui 191,1 milioni di sterline (oltre 215 milioni di euro). Un importo di tutto rispetto se consideriamo le difficoltà finanziarie che incontra la maggior parte degli enti locali.

Con il DRS meno rifiuti da gestire. E si risparmia

Perché ci sia un risparmio sui costi di gestione dei rifiuti e di avvio a riciclo per gli imballaggi è presto detto. Il sistema basato sul deposito con cauzione sottrae alla raccolta domiciliare una parte voluminosa del flusso complessivo di imballaggi e questo riduce per i comuni le quantità da gestire. Condizione che apre la strada alla riorganizzazione e ottimizzazione del servizio: si riduce, ad esempio, la frequenza delle raccolte, il numero dei veicoli utilizzati e la forza lavoro impiegata (compensata però dall’occupazione generata dal sistema di deposito, che non grava più sulle municipalità). Inoltre, non doversi occupare di una parte dei rifiuti potrebbe “liberare spazio”, permettendo agli enti locali di concentrarsi nell’affrontare la raccolta di altri flussi di rifiuti e materiali riutilizzabili e riciclabili, attualmente non gestiti e che costituiscono costi evitabili.

Altri risparmi si possono poi ottenere sul fronte della minore frequenza con cui si dovranno svuotare i cestini stradali ed effettuare le pulizie ambientali di pertinenza comunale: diversi rilevamenti e studi di Ong internazionali, infatti, stimano che i contenitori di bevande abbandonati o presenti nei cestini stradali costituiscano il 45-50% in volume dei rifiuti totali.

La copertura dei costi della differenziata in Italia
Le stime sui risparmi per gli enti locali fatte negli altri Paesi spingono a chiedersi che cosa freni l’Italia dal provare a quantificare l’impatto economico e ambientale di una eventuale introduzione di un sistema cauzionale. Diversi studi, negli anni, hanno cercato di stimare i costi di gestione dei rifiuti da imballaggio nel nostro Paese, ma hanno trovato non pochi ostacoli per le notevoli difficoltà nel reperire e comparare, lungo tutto lo Stivale, dati disomogenei riferiti a sistemi di gestione della raccolta differenziata diversi tra loro.

Un recente studio del laboratorio Ref ricerche ha quantificato in un miliardo di euro il costo totale nazionale di gestione dei rifiuti da imballaggio e mostrato che i corrispettivi economici che i Comuni ricevono dai consorzi del Conai – regolati in base ad un Accordo quadro stipulato con Anci, l’associazione nazionale dei comuni italiani – non coprano i “maggiori oneri” della raccolta differenziata che i comuni finanziano. “Seppure a distanza di tanti anni dalla promulgazione delle norme in materia ambientale (D.lgs 152/2006), il reale costo della raccolta e del trasporto dei rifiuti da imballaggio in Italia è un dato non noto – recita lo studio di Ref dal titolo “EPR imballaggi: la ‘copertura’ dei costi” -. Le informazioni a disposizione sono poche e difficilmente confrontabili. La mancanza di una chiara contabilità dei costi si ripercuote sulla poca trasparenza al riguardo delle valorizzazioni riconosciute ai Comuni e, per complemento, sull’onere che rimane in capo agli utenti (la tassa sui rifiuti Tari), oltre che sulla congruità del contributo pagato dai produttori (il cosiddetto Cac)”.

Una domanda che non trova risposta

A quanto corrisponda pertanto la copertura media di questi costi da parte dell’attuale regime di Erp nazionale messo in capo al Conai e basato sulla “responsabilità condivisa del produttore” resta ancora una domanda che non trova una risposta univoca per tutti i Comuni italiani. Per avere un dato di confronto, va detto che i consorzi del Conai hanno erogato ai Comuni italiani, a copertura dei “maggiori oneri” della raccolta differenziata, 561 milioni di euro nel 2018 e 648 milioni nel 2019. L’importo corrisposto agli enti locali ogni anno aumenta anche in relazione alle quantità (espresse in tonnellate) di imballaggio che questi raccolgono e conferiscono alle piattaforme dei consorzi Conai per i vari materiali. Pertanto più imballaggi (in peso) vengono raccolti maggiori sono i costi per i Comuni che devono essere compensati dai corrispettivi del Conai. 

L’ultima indagine conoscitiva sul mercato dei rifiuti urbani dell’Agcom, risalente al 2016, concludeva: “I corrispettivi specificamente definiti dall’Accordo Anci-Conai (l’accordo quadriennale che regola i rapporti tra i consorzi ed i comuni e le somme che i primi devono versare a vantaggio dei secondi, ndr) coprono al più il 20% del costo dell’attività di raccolta differenziata” altre elaborazioni a cura di vari organismi esaminate da EconomiaCircolare.com convergono nell’indicare come realistica una copertura dei costi sostenuti dagli enti locali generalmente inferiore al 50% di quanto i comuni spendono. 

Il necessario passaggio alla responsabilità estesa

La Direttiva 852/2018 prevede che entro la fine del 2024 tutti gli Stati membri dovranno istituire regimi di responsabilità estesa del produttore per tutti gli imballaggi conformi all’art.8 e all’art. 8bis della direttiva rifiuti (Direttiva 2008/98/CE).

Si dovrà pertanto passare da una “responsabilità condivisa” a una più propriamente “estesa”, ove i produttori sono chiamati a farsi carico dei costi della raccolta differenziata dei propri rifiuti, ai costi del loro trasporto e del trattamento, necessari al raggiungimento dei target di riciclo, alle ulteriori attività necessarie per garantire la raccolta e la comunicazione dei dati, e ad una congrua informazione ai consumatori

Oltretutto sempre in riferimento agli aspetti economici, va rimarcato che il sistema di raccolta domiciliare della plastica – con i contenitori di bevande raccolti insieme ad altri imballaggi di minor pregio contaminati dai residui alimentari – determina conseguentemente una diminuzione del loro valore di mercato (che la raccolta selettiva dei DRS evita) con ripercussioni negative proprio sul valore economico dei corrispettivi che i comuni incassano dai consorzi Conai. 

Di Silvia Ricci da Economiacircolare.com

È nato PolyREC: rendiconterà la circolarità delle materie plastiche in Europa

 Recyclers Europe e VinylPlus hanno deciso di unire le forze e creare l’organizzazione PolyREC. PolyREC monitorerà, verificherà e riporterà i rispettivi dati di riciclo e utilizzo di riciclato in Europa, sulla base di un sistema comune di raccolta dati – RecoTrace. PolyREC garantirà tracciabilità, trasparenza e credibilità dei materiali riciclati lungo l’intera filiera delle plastiche. PolyREC potrà contare su 20 anni di esperienza e competenza di VinylPlus, che l’hanno portata a diventare lo standard di settore nella raccolta di dati di riciclo credibili e affidabili tramite Recovinyl®.

Le dichiarazioni
Per Brigitte Dero, Amministratore Delegato di VinylPlus, “la circolarità delle materie plastiche è un’opportunità determinante per migliorare la sostenibilità dei prodotti. Attraverso VinylPlus l’industria europea del PVC ha compreso l’importanza di monitorare e riportare i progressi compiuti. Siamo quindi lieti di condividere questa lunga esperienza e di lavorare in collaborazione con tutti i settori industriali delle plastiche per incrementare tracciabilità e trasparenza della plastica riciclata lungo la sua intera filiera”. PolyREC arriva in un momento in cui è fondamentale il monitoraggio della circolarità dei polimeri, soprattutto nel contesto della Circular Plastics Alliance (CPA). Questo sistema sarà in grado di soddisfare gli obiettivi della CPA, le richieste normative di tracciabilità e i grandi impegni di riciclo assunti dall’industria della plastica.

Il Presidente di PRE, Ton Emans, ha spiegato che “la creazione di meccanismi che dimostrino in modo trasparente i progressi nel guidare la circolarità delle plastiche è un must se vogliamo raggiungere gli obiettivi dell’UE”. Emans ha anche sottolineato che “l’annuncio di oggi da parte della filiera delle materie plastiche che comprende riciclatori, produttori di materie prime e trasformatori è un passo significativo verso un approccio credibile e sistemico per migliorare realmente produzione, raccolta e riciclo. Questo comune approccio alla raccolta dati è indispensabile per misurare il progresso del settore utilizzando criteri omogenei”.

“Dal momento che sin dagli anni ’90 Petcore Europe è stata pioniera nel monitoraggio del riciclo di PET in Europa, la sua partecipazione a un programma di monitoraggio congiunto delle materie plastiche riciclate per l’UE è sia opportuna che logica” ha commentato Christian Crépet, Amministratore Delegato di Petcore Europe. “Siamo molto lieti di unire le forze con i principali partner della filiera della plastica nella creazione di questo esclusivo sistema di monitoraggio inter-polimero traendo vantaggio dal sistema Recovinyl, collaudato e di lunga data. Sfruttando al meglio la nostra solida esperienza nel fornire dati essenziali sull’industria europea delle materie plastiche, consideriamo questo passo una pietra miliare nel nostro percorso verso la circolarità delle materie plastiche”, ha aggiunto Virginia Janssens, Amministratore Delegato di PlasticsEurope. Le organizzazioni interessate sono invitate a partecipare a questa iniziativa.

L’Italia prima nell’Ue per riciclo rifiuti

L’Italia è la numero uno in Europa sul fronte del riciclo dei rifiuti e nell’economia circolare. A sottolineare l’importante primato, ancora poco conosciuto, è il Rapporto “L’economia circolare italiana per il Next Generation Ue”, realizzato dalla Fondazione Symbola e da Comieco, illustrato sabato in una conferenza stampa alla quale hanno partecipato, tra gli altri, il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani e l’Ad di Enel, Francesco Starace.

IL RICICLO – Secondo il Rapporto, l’Italia sarebbe il Paese europeo con la più alta percentuale (il 79%) di riciclo sulla totalità dei rifiuti. Una percentuale di gran lunga superiore a quella di altri grandi Paesi come la Francia (56%) e la Germania (43%). E questo non solo per la “storica scarsità di materie prime e di approvvigionamento energetico”, ma anche per l’ introduzione di “processi innovativi” nel sistema delle imprese (soprattutto durante “la lunga recessione economica degli ultimi anni”) e di alcuni modelli di governance come, ad esempio, quello dei Consorzi che si sono dimostrati “capaci di generare filiere produttive di qualità”.

L’intera filiera del riciclo vale complessivamente oltre 70 miliardi di euro di fatturato e impiega 213mila persone. Altro primato italiano è quello di “aver migliorato” di più le proprie prestazioni (dal 2010 al 2018) “nonostante un tasso di riciclo già molto elevato”, arrivando al +8,7%.

Ma c’è un vulnus: è vero che l’ Italia riesce a risparmiare sull’utilizzo di ‘materie prime’, ma non riesce a produrre da sola le ‘materie seconde’ necessarie al proprio fabbisogno, tanto che è costretta ad importarle. La cosa comunque è fisiologica, si spiega sempre nel Rapporto, “perché siamo un Paese che esporta nel mondo i suoi prodotti e che per questo produce molto di più di quello che consuma”.

IL RISPARMIO ENERGETICO – L’alta percentuale di riciclo “è decisiva dal punto di vista della sostenibilità”, non solo per la riduzione “dei rifiuti da smaltire” e per il minore impiego “di materie prime”, ma anche per il risparmio energetico che comporta, con un conseguente, importante taglio di “emissioni climalteranti”. Il recupero di materia nei cicli produttivi permette un risparmio annuo pari a 23 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e a 63 milioni di tonnellate di CO2. Le emissioni di CO2 evitate attraverso il riciclo di materia in Italia valgono l’85% delle emissioni di gas climalteranti dalla produzione elettrica nazionale (74,5 milioni di tonnellate).

LA FILIERA DELLA CARTA – In Italia è uno dei settori leader dell’economia circolare, genera “un fatturato di circa 25 miliardi di euro (l’1,4% del Pil) e occupa circa 200mila addetti con un tasso di circolarità medio del 57%. Solo nel 2018, il riciclo industriale di carta in Italia ha consentito di evitare consumi energetici pari a “1,5 milioni di tep ed emissioni climalteranti pari a 4,4 milioni di tonnellate di Co2”.

DIRETTRICI STRATEGICHE – Nel Rapporto di Symbola si delineano, soprattutto alla luce di quelli che saranno gli investimenti da realizzare con il Recovery Fund, 5 direttrici strategiche: 1)Ottimizzare la filiera del recupero per potenziare l’economia circolare attraverso una serie di azioni come il miglioramento della raccolta differenziata e la diffusione di “tecnologie avanzate” per aumentare la qualità del materiale selezionato. 2) Decarbonizzare i cicli produttivi anche attraverso una progressiva conversione energetica. Il suggerimento è di concentrarsi soprattutto sui ‘biocombustibili’. 3) Creare nuove filiere industriali e di prodotti bio-based, riciclato e riciclabile. L’Italia ha le carte in regola per assumere un ruolo di primo piano a livello internazionale. 4) Investire sulle tecnologie digitali per “digitalizzare i processi di gestione delle materie seconde”. 5) Ottimizzare la logistica delle ‘materie seconde’ smettendo di ricorrere al trasporto su gomma, ma realizzando, ad esempio, “hub ferroviari connessi con la rete ferroviaria nazionale per la migliore tracciabilità dei flussi e la riduzione delle emissioni climalteranti”. (ANSA).