Ecodom e Remedia si fondono: Per i RAEE nasce Erion

Ecodom e Remedia, i due consorzi  leader nella gestione dei Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) e dei Rifiuti di Pile e Accumulatori (RPA), uniscono le forze e fondano Erion, il primo Sistema multi-consortile in grado di offrire ai Produttori un servizio a 360° per la gestione dei rifiuti associati ai prodotti elettronici: RAEE (domestici e professionali), pile e batterie, imballaggi.

Il Sistema Erion è costituito da quattro consorzi no profit orientati ai servizi di conformità normativa e con competenze trasversali: Erion Professional, Erion WEEE, Erion Energy ed Erion Packaging. “Erion diventa l’alleato capace di affiancare i produttori non solo nell’adempimento degli obblighi normativi, ma anche nella realizzazione di iniziative e progetti strategici per sviluppare soluzioni innovative e modelli di business circolari – afferma Giorgio Arienti, Co-Direttore Generale Erion -. Con una quota di responsabilità pari al 70% dei RAEE domestici gestiti ogni anno in Italia, Erion si pone anche come un soggetto di riferimento sia per quanto riguarda il dialogo con le istituzioni sia per ciò che concerne uno sviluppo più armonico dell’intero settore del riciclo.”

L’immesso sul mercato italiano delle apparecchiature elettroniche professionali in Italia è stimato attorno alle 300mila tonnellate, ma oggi la quota di raccolta non raggiunge il 10%, a fronte di un obbligo normativo che invece pone come target il 65%. Per questa ragione, oltre ad occuparsi della gestione dei RAEE domestici con Erion WEEE, il nuovo Sistema avrà un consorzio dedicato esclusivamente ai RAEE professionali (Erion Professional) che intende contribuire a colmare il divario generato dai bassi tassi di ritorno delle AEE immesse sul mercato, con un approccio innovativo e più incisivo volto a stimolare un mercato che sino ad oggi, in Italia, è stato di fatto “silente”.

Nel 2019 in Italia, sono state raccolte complessivamente quasi 11mila tonnellate di pile e accumulatori portatili, pari a circa il 43% dell’immesso sul mercato, che ammonta a oltre 25mila tonnellate, mentre nel caso degli accumulatori industriali e da veicoli sono state raccolte circa 176mila tonnellate a fronte delle 317mila immesse (fonte: CDCNPA 2019). Tuttavia, con la diffusione esponenziale dell’elettronica di consumo, della mobilità elettrica e delle energie rinnovabili ci saranno sempre più accumulatori da gestire sia per recuperare metalli come cobalto, argento, litio e zinco, sia per evitare il rilascio di sostanze tossiche come mercurio e cromo. Anche a tal fine, si è vista l’esigenza di creare Erion Energy, consorzio dedicato ai Rifiuti di Pile e Accumulatori, inclusi specifici settori di business come quelli che, nell’industria automobilistica, sono rappresentati dalle vetture elettriche e ibride.

Non solo RAEE e RPA, ma anche packaging: la Responsabilità Estesa dei Produttori riguarda anche gli imballaggi che contengono le loro apparecchiature, il cui smaltimento oggi è affidato agli installatori o ai rivenditori. Erion Packaging è un consorzio creato e gestito dai Produttori per rendere più efficiente l’attuale filiera dei rifiuti di imballaggi e intercettare i flussi che attualmente non transitano dalle isole ecologiche. Erion Packaging diventerà operativo al termine del processo di accreditamento attualmente in corso presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.

“Erion – dichiara Danilo Bonato, Co-Direttore Generale Erion – nasce dall’idea dei nostri Produttori di introdurre in Italia un sistema di responsabilità estesa moderno ed autorevole, capace di rinnovare il sistema di gestione dei rifiuti tecnologici, le cui performance sono frenate da carenze legislative e dalla mancanza di una robusta visione strategica”. “L’unione di Ecodom e Remedia metterà a disposizione del nostro Paese un’organizzazione di eccellenza nell’ambito dei sistemi di conformità normativa, con una posizione di rilievo europeo ed uno straordinario team di professionisti, in grado di contribuire fattivamente alla protezione dell’ambiente e alla transizione verso l’economia circolare”.

Fonte: E-Gazette

Economia circolare, nei nostri dispositivi elettrici c’è una miniera per la transizione ecologica

Nonostante una lunga pausa dalla crescita economica, viviamo in Italia un’epoca piena di benessere e novità nel campo tecnologico rispetto al passato anche recente. Infatti, per quanto le differenze siano enormi in termini di ricchezza tra il famoso 1% e il resto della popolazione, la quasi totalità di noi ha accesso ad un frigorifero, un cellulare e possibilmente un computer. Tutti i beni di largo consumo direttamente alimentati ad elettricità sono considerati Electrical and electronic equipment (Eee). Questi beni sono rilevanti per svariati motivi.

In primis ci permettono di mantenere standard di vita impensabili fino a sessant’anni fa. Il loro accumulo non è stato più veloce della crescita delle nostre economie. In termini di peso, dove il cittadino medio dei paesi europei deteneva in media circa 37 Kg, ad oggi ne possiede circa 730 Kg.

Ma non è tutto oro quello che luccica. In aggiunta ad aver indirettamente aiutato ad allungare la vita umana grazie alla conservazione alimentare e migliori strumenti medici, gli Eee possono portare nuovi problemi. Poiché l’usura tende a comprometterne le prestazioni, anche questi beni sono destinati al cassonetto. Tuttavia, un incauta gestione dei rifiuti può generare impatti seri.

Il sistema legale a cui facciamo riferimento circa la classificazione dei rifiuti è inquadrato dalla direttiva sulla restrizione delle sostanze pericolose 2002/95/EC, entrata in vigore nel 2003 (da questa legislazione deriva la classifica evidenziata nella prima illustrazione). La ragione di questo dispositivo legale è la minimizzazione degli impatti: questi sono dovuti alla complessa composizione materiale dei prodotti che noi usiamo tutti i giorni. Molti di essi, come piombo, nickel e plastica possono avere effetti dannosi se disperse nell’ambiente. Ma con l’avvento di una visione circolare dell’economia, abbiamo compreso che gli stessi scarti possono essere riconvertiti in risorse.

Dove un computer non può essere riconvertito per problemi di hardware, può infatti essere comunque considerato un piccolo deposito di oro, cobalto, nickel, litio e altro ancora. Per quanto possa sembrare riduttivo pensando al nostro computer di casa, facendo riferimento a tutti gli Eee, in media un cittadino europeo è in possesso di circa 160 Kg di materiale riciclabile. Tra questi troviamo tra ferro, rame, argento, oro, palladio, alluminio ed altri ancora. Secondo la best available technology (BAT), il potenziale di riciclo di alcuni di questi materiali (in particolare i rari  come oro) raggiunge il 90%. Sommato tutto quello attualmente classificato, potremmo riciclare circa il 20% del peso del nostro stock.

Questa è una stima potenziale iniziale e solo per 16 materiali, come mostra lo studio Estimating total potential material recovery from EEE in EU28. Si tratta in poche parole di un valore totale di 71.761.633 tonnellate annuali. Per quanto possa sembrare un grande numero, bisogna tenere a mente che la sola produzione di rame nel mondo è nell’ordine delle milioni di tonnellate annuali. Allora perché sarebbe rilevante questa dinamica? E quanto costerebbe essere circolari solo nell’ambito degli Eee?

Adottando un approccio da economisti minerari, la ricchezza di un deposito è spesso dipendente dal grado di roccia o “ore grade”. Un geologo potrebbe alzare la mano avanzando giustamente perplessità. Ci sono svariate accezioni di questo temine. Per semplicità, viene chiamata “ore grade” la percentuale di minerale che si può estrarre da un deposito. Questo valore ha fatto più volte discutere gli esperti in quanto è in caduta libera da decenni. Eppure l’estrazione non sembra diminuire.

Se noi applichiamo lo stesso principio sul “deposito” di Eee, il fenomeno accade nella stessa maniera; poiché si tratta di una variabile insita in manufatti, potremmo definirla artificiale (“Artificial Ore Grade” o AOG in inglese). E anche la percentuale di AOGche possiamo recuperare è in caduta da oltre vent’anni.

Tuttavia, buona parte dei minerali presenti in depositi naturali non ha i livelli di “ore grade” comparabili a quelli artificiali. Se guardiamo ad esempio al rame, i ricchi depositi cileni si misurano in valori millesimali. In Europa sarebbero invece in valori percentuali.

Sebbene in quantità assolute minori, l’habitat umano (chiamato antroposfera) è, secondo questa ipotesi, ricco di risorse. Gli stessi minerali verdi (green minerals) come litio, cobalto, nickel che potrebbero garantirci i materiali per la transizione ecologica sono già qui in Europa.

Poiché però la composizione degli Eee è in cambiamento in favore di parti plastiche per ragioni ergonomiche, la quantità di metallo estraibile si riduce (da notare la seconda immagine). Sarebbe meglio avere beni più ricchi di minerali preziosi e riciclare di più? No, l’abbassamento dell’Aog non è un problema, in quanto come per i depositi naturali è controbilanciato da uno stock massiccio di beni da trattare. Con questa logica la riduzione della dipendenza dai minerali vergini si ridurrebbe drasticamente.

Questo avrebbe un impatto duplice. Il primo di tipo ambientale e sociale, in quanto l’estrazione mineraria estera è spesso correlata con violazioni dei diritti umani (si pensi al Coltan in Congo). Secondo, riduce la dipendenza da produttori esteri. Una logica di recupero a livello europeo (magari tramite grandi hot-spot di raccolta) darebbe le basi ad una strategia comune. Ci sarebbero inoltre positive risvolti occupazionali.

In termini di prospettiva, dovremmo forse guardare alle nostre economie più in termini materiali e di peso piuttosto che di valore.

Fonte: GreenReport

Utilizzo di plastiche riciclate in Italia

Disponibile l’edizione 2019 dello studio annuale promosso da IPPR – Istituto per le plastiche da riciclo: +4,4% rispetto al 2018, ma quest’anno i volumi caleranno

In Italia, l’anno scorso sono stati utilizzati dai trasformatori 1,175 milioni di tonnellate di polimeri rigenerati da scarti industriali o da post-consumo, con un incremento del +4,4% rispetto al 2018 (e di ben il +14,6% rispetto al 2015). Nel conto sono comprese le principali commodities plastiche (poliolefine, PVC, stireniche, PET e plastiche miste), ma non i tecnopolimeri (PA, ABS, SAN, PC, acetaliche, acrilici, fluorurati ecc).

Il dato è contenuto nello studio “Materie plastiche riciclate utilizzate in Italia – Analisi quantitativa 2019” commissionato a Plastic Consult da IPPR – Istituto per le plastiche da riciclo, organismo che opera in seno a Federazione Gomma Plastica, elaborato partendo dalle informazioni fornite da un campione di 178 operatori del settore.

utilizzo plastiche riciclate italia

La fonte principale di materie prime seconde per l’industria di trasformazione rimane quella post-consumo, con una quota del 71% contro il 29% dei pre-consumo. L’industria delle materie plastiche italiana si conferma anche nel 2019 un importatore netto di scarti industriali (pre-consumo), in particolare per quanto riguarda le poliolefine.

I principali polimeri rigenerati sono i polietileni, con poco più del 30% dei volumi complessivi trasformati; al secondo posto il polipropilene con il 27% e il PET con una quota del 20%. Seguono PVC con il 7%, stireniche (PS ed EPS) con il 6% e frazioni miste (9%).

Le plastiche che mostrano una crescita più elevata sono HDPE e PET, grazie allo sviluppo delle applicazioni nell’imballaggio rigido; registrano un trend positivo anche plastiche miste e stireniche, queste ultime trainate dall’incremento degli impieghi in edilizia, mentre uno sviluppo moderato contraddistingue gli altri polimeri, in particolare il polipropilene, la cui contrazione nel comparto trasporti è bilanciata dallo sviluppo in altri settori applicativi.

Per quanto concerne i settori d’impiego delle plastiche rigenerate, l’anno scorso è cresciuta la quota dell’imballaggio – che ora supera il 30% – mentre una serie di altre applicazioni (edilizia e articoli tecnici, altre applicazioni diversificate) hanno visto ridursi di un punto percentuale la loro rappresentatività. Restano stabili igiene e arredo urbano (poco più del 15%), casalinghi e mobile/ arredo (9%) e agricoltura (4%). La maggiore crescita in valore assoluto si riscontra nell’imballaggio, con un +16% sul 2018, quindi i casalinghi (+4% su base annua), edilizia e igiene/arredo urbano. Ferma l’agricoltura, mentre evidenziano un calo tanto gli articoli tecnici che il tessile.

Il report completo, con un’analisi dei singoli polimeri e applicazioni, opportunità e barriere allo sviluppo è scaricabile sul sito di IPPR (clicca QUI).

Fonte: Polimerica

Impianti “a freddo” per la gestione rifiuti? Ecco come funziona un Tmb, spiegato dall’Ispra

A fronte di una dotazione impiantistica nazionale per la gestione rifiuti che soffre gravi lacune e una profonda disomogeneità territoriale nella collocazione degli impianti, carsicamente tra le soluzioni proposte spunta quella degli impianti “a freddo”: un termine nato in evidente contrapposizione ai termovalorizzatori, dove i rifiuti bruciano per produrre energia, ma che non individua in un modo univoco una singola categoria d’impianti (men che meno alternativi ai termovalorizzatori).

I generici richiami agli impianti “a freddo” contribuiscono così ad alimentare il già abbondante tasso di confusione quando si parla di economia circolare ma, per provare a restringere il campo d’analisi, è ragionevole affermare che quando si parla di impianti “a freddo” ci si riferisce generalmente a degli impianti di trattamento meccanico-biologico (Tmb) o altre piattaforme di selezione rifiuti più o meno evolute.

Per provare a fare chiarezza, è dunque utile richiamare lo stato dell’arte di questi impianti intermedi per la gestione rifiuti fornita dall’Ispra nel suo ultimo rapporto sulla gestione dei rifiuti urbani in Italia.

Nel 2018, ultimo anno con dati aggiornati disponibili, nel nostro Paese sono stati avviati al trattamento meccanico biologico aerobico (Tmb), in 131 impianti dislocati sul territorio nazionale, un quantitativo di rifiuti pari a 10,6 milioni di tonnellate: per l’86% si tratta di rifiuti urbani indifferenziati (oltre 9,1 milioni di tonnellate), cui seguono per il 9,7% (circa 1 milione di tonnellate) da rifiuti derivanti dal trattamento dei rifiuti urbani, per il 2,4% (quasi 250 mila tonnellate) da frazioni merceologiche di rifiuti urbani (carta, plastica, metalli, legno, vetro e frazioni organiche da raccolta differenziata) e, infine per l’1,9% (198 mila tonnellate) da rifiuti speciali provenienti da comparti industriali (settore conciario, agro industria, lavorazione del legno) e dal trattamento di altri rifiuti, appartenenti al sub-capitolo dell’elenco europeo 1912.

Complessivamente, al nord sono trattati nei Tmb 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti, al centro 3,1 milioni di tonnellate, al sud 5,1 milioni di tonnellate. Questo per quanto riguarda i rifiuti in ingresso: che cosa succede poi? In uscita dal Tmb ci sono nuovi rifiuti/materiali prodotti dal trattamento meccanico biologico, che devono essere avviati ad altri impianti per essere gestiti. Quali? Lo spiega sempre l’Ispra.

I rifiuti/materiali prodotti dagli impianti di trattamento meccanico biologico, nell’anno 2018, sono pari complessivamente ad oltre 9,4 milioni di tonnellate.

L’analisi condotta da Ispra mostra che il 53,4% del totale dei rifiuti prodotti, corrispondente a poco più di 5 milioni di tonnellate, viene smaltito in discarica. Si tratta, principalmente, di frazione secca (quasi 3,3 milioni di tonnellate) e frazione organica non compostata (circa 1,2 milioni di tonnellate). Ad impianti di incenerimento con recupero di energia sono avviati circa 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti (25,2% del totale prodotto), costituiti, principalmente, da frazione secca (circa 1,2 milioni di tonnellate) e da CSS (circa 923 mila tonnellate). Al coincenerimento presso impianti produttivi (cementifici, produzione energia elettrica e lavorazione legno) sono avviati 398 mila tonnellate di rifiuti, ovvero il 4,2% del totale prodotto, costituiti da CSS (298 mila tonnellate) e da frazione secca (quasi 85 mila tonnellate). L’8,2%, pari a oltre 775 mila tonnellate, è, invece, destinato a ulteriore trattamento, ovvero a processi di biostabilizzazione, produzione e raffinazione di CSS e trattamento preliminare che interessano prevalentemente la frazione secca (423 mila tonnellate), la frazione umida (214 mila tonnellate) e la frazione organica non compostata (circa 72 mila tonnellate). Infine, la quantità di materia riciclata è pari a circa 100 mila tonnellate (1,1% del totale prodotto).

Fonte: GreenReport

A Milano primo sistema in Europa per bioessiccamento fanghi

Permette di ridurre in maniera sostenibile del 70% i volumi dei fanghi di depurazione con meno costi in bolletta e un beneficio per l’ambiente. E’ il moderno e tecnologico sistema di bioessicamento ideato da un team di giovani ingegneri italiani che il Gruppo Cap, gestore del servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano, ha adottato per primo in Europa presso il depuratore di Robecco sul Naviglio.

I fanghi di depurazione rappresentano uno dei grandi temi al centro della gestione sostenibile del sistema idrico integrato: importante risorsa per l’economia circolare perché fonte di estrazione di materiali come cellulosa, biogas e biometano, dall’altra sono un ingente costo per lo smaltimento, ricorda Cap. Così “il progetto di bioessicamento – spiega Alessandro Russo, presidente e amministratore delegato di Gruppo Cap – consente di eliminare il più possibile la parte liquida, riducendone drasticamente il volume e quindi i costi di trasporto e smaltimento in discarica”.

Il bioessiccatore infatti sfrutta il naturale processo di riscaldamento innescato dalla biomassa batterica presente nei fanghi che fa evaporare l’acqua contenuta nel fango, riducendo il volume fino al 70%. Il processo sperimentale brevettato dalla startup californiana, Bioforcetech Corporation, creata da un team di giovani ingegneri italiani, è stato avviato a gennaio 2020, per un progetto in linea con gli obiettivi del Piano di Sostenibilità del Gruppo Cap, che mira a ridurre il volume dei fanghi dell’87% entro il 2033. Con un investimento di 500.000 euro per la prima fase e un modulo di bioessiccamento, sono stati trattati fino a 1.000 tonnellate all’anno di fanghi disidratati; ora è gia in corso la fase per l’ampliamento a 7 moduli, in grado di trattare tutte le 7.000 tonnellate prodotte dal depuratore di Robecco, riducendole a circa 2.500 tonnellate di fango bio-essiccato. In una successiva fase 3 – si legge infine nella nota -, il trattamento verrà replicato in altri impianti gestiti da Gruppo Cap

Fonte: Ansa

A Carlisle i rifiuti in plastica diventano manto stradale

Per ri-asfaltare Lowther Street saranno impiegati circa 240.000 sacchetti di plastica monouso, triturati e miscelati al bitume.

Lowther Street di Carlisle si aggiunge all’elenco delle strade inglesi realizzate grazie ai rifiuti in plasticaPer coprire poco più di 3mila metri quadrati, l’azienda specializzata MacRebur prevede di utilizzare circa 240.000 sacchetti di plastica monouso che altrimenti sarebbero finiti in discarica.
Non certo una novità (specialmente in Inghilterra) l’uso di rifiuti in plastica miscelati all’asfalto permette una serie di notevoli vantaggi, tra cui una maggiore resistenza alla contrazione e all’espansione del manto stradale causata dai cambiamenti delle temperature. Inoltre, poiché sostituito dalla plastica stessa, si risparmia anche una notevole quantità di bitume, materia direttamente derivata dai combustibili fossili.

Dopo aver iniziato le prove a gennaio 2019, è fantastico vedere la prima strada realizzata con rifiuti in plastica qui a Carlisle“, ha detto Toby McCartney, CEO di MacRebur. “L’implementazione di simili strade in tutto il paese fornirebbe una reale opportunità per ridurre l’impronta di carbonio”.

La costruzione vera e propria è frutto di mesi di approfonditi test già condotti nella contea di Cumbria nell’ambito del programma ADEPT SMART Places Live Labs. Il progetto, sostenuto dalle autorità locali insieme a vari partner del settore privato,  ha finora ricevuto circa 22,9 milioni di sterline di finanziamenti da parte del Dipartimento per i trasporti, ai quali si aggiunge il milione e mezzo di sterline già erogato all’amministrazione locale di Cumbria in qualità di soggetto selezionato per  i test condotti sulla rete stradale. 

Keith Little, membro del gabinetto del Consiglio della contea di Cumbria per le autostrade, ha affermato che l’autorità locale sta investendo circa 150.000 sterline nel progetto di riqualificazione di Lowther Street, che secondo lui “renderà i viaggi più fluidi e sicuri per i conducenti”. “Lavorando con il nostro appaltatore Hanson, Cumbria s’è fatta pioniere nella realizzazione di strade fatte con rifiuti in plastica. Oggi – ha aggiunto Little – c’è un genuino interesse mondiale per questo innovativo materiale”.

Fonte: Rinnovabili.it

Ecolamp, in 6 mesi ricicla 1.614 tonnellate di Raee

Nel primo semestre del 2020 Ecolamp ha gestito, in tutta Italia, 1.614 tonnellate di Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee). In particolare, il consorzio nazionale specializzato nel riciclo dei Raee ha ritirato 819 tonnellate di piccoli elettrodomestici, elettronica di consumo e apparecchi di illuminazione giunti a fine vita (raggruppamento R4), e 795 tonnellate di sorgenti luminose esauste (raggruppamento R5). Sebbene l’emergenza Coronavirus abbia portato ad un consistente rallentamento della raccolta differenziata nel periodo di lockdown, Ecolamp ha continuato a garantire i propri servizi senza alcuna interruzione.

Dopo l’entrata in vigore delle misure di contenimento, prima nelle zone rosse e successivamente su tutto il territorio nazionale, si è assistito, com’era prevedibile, ad una flessione della raccolta che in alcuni casi ha superato l’80%, rispetto allo stesso periodo del 2019. Tuttavia, con la riapertura della maggior parte delle attività tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, si è assistito ad una forte ripresa delle richieste di ritiro. Ad esempio, per il raggruppamento R4 la crescita è stata evidente già nelle prime settimane dopo la fine del blocco, raddoppiando in alcune aree i dati di febbraio.

Fonte: AdnKronos

Rapporto Comieco, cresce del 3% il riciclo carta in Italia nel 2019

La raccolta differenziata di carta e cartone non arresta la sua corsa e anche nel 2019 conferma il trend degli ultimi anni, migliorando le performance nazionali del 3%. Con 100mila tonnellate in più rispetto al 2018, viene superata quota 3,5 milioni di tonnellate differenziate dai cittadini, con un pro-capite di 57,5 kg/ab. È quanto rileva Comieco, Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base cellulosica, nel suo Rapporto annuale sulla raccolta differenziata e riciclo di carta. I nuovi dati trovano spiegazione in due diversi fattori: da una parte l’impegno sempre crescente dei cittadini nel fare la raccolta differenziata, dall’altra una filiera efficiente – quella del riciclo – che non si è mai fermata, nemmeno in pieno lockdown.
 
Quanto al tasso di riciclo di carta e cartone in Italia, si attesta all’81%, vicino agli obiettivi previsti dalle Ue per il 2030 (85%). Il gap tra le macroaree Nord, Centro e Sud intanto si riduce. Rispetto al 2018, il Sud Italia supera le 873mila tonnellate, pari a un +8,5%, portando a 41,8 kg la raccolta pro-capite e superando per volumi raccolti le regioni dell’Italia Centrale. A tirare le fila di questa progressione è la Sicilia, con un +15,9%, seguita dal Molise (+12,5%) e dalla Calabria (+9,3%). Nel Centro Italia sono state raccolte oltre 841mila tonnellate di carta e cartone (+2,8% vs. 2018), per una media pro-capite di 69,0 kg. La Toscana guida gli incrementi, mettendo a segno un +4,4%. Malgrado il segno positivo riscontrato in tutte le Regioni, il Centro continua a pagare dazio alle problematiche nella raccolta rifiuti a Roma, che frenano il raggiungimento di risultati in linea con il potenziale. Il Nord Italia si conferma primo nella raccolta differenziata di carta e cartone con 1,8 milioni tonnellate (+0,6%). In volumi la migliore è la Lombardia, con poco meno di 568mila tonnellate, mentre l’Emilia-Romagna si conferma leader per raccolta media pro-capite con 85,2 kg. L’incidenza delle impurità nella raccolta differenziata di carta e cartone svolta dalle “famiglie” torna sotto la soglia del 3%.

Le dichiarazioni – “Adesso è il momento dell’impiantistica”, dichiara il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che giudica troppo poche le sette cartiere del Mezzogiorno. Il ministro punta sul recovery plan per l’apertura di nuovi stabilimenti e sprona le regioni, che hanno appena acquisito la competenza sulla valutazione dell’impatto ambientale, a cogliere “fino in fondo questa opportunità”. Questa posizione è accolta con soddisfazione dal presidente di Comieco, Amelio Cecchini. “Creando questi impianti – dice Cecchini – si crea lavoro, si crea ricchezza e si porta in pareggio la bilancia dei pagamenti perché non importeremmo più carta ma utilizzeremmo la nostra”.

Fonte: E-Gazette

Il Governo rischia di mandare “al macero” il riciclo della carta

Preoccupa molti addetti ai lavori la decisione del Ministero dell’Ambiente di assimilare rifiuti speciali recuperabili (gestiti soprattutto da privati) e rifiuti urbani (gestiti dai Comuni): “Un colpo mortale” per Unirima, “un intero settore cancellato per legge”

Insieme ai rifiuti il Governo con una modifica normativa rischia di mandare “al macero” interi comparti del settore, come quello del riciclo di carta e cartone. A quel punto sì definitivamente carta straccia anche dal punto economico. Si stanno domandando in tanti il perché della scelta del Ministero dell’Ambiente di assimilare rifiuti speciali recuperabili e rifiuti urbani. Già bell’e definita, scritta nero su bianco nel decreto con cui il Governo si appresta a recepire la direttiva quadro europea sui rifiuti, al centro della discussione in corso nelle Commissioni Ambiente di Camera e Senato. Un tecnicismo, si dirà, magari un modo per semplificare le cose, in fondo sempre di rifiuti si tratta.

E invece no. Perché i rifiuti urbani sono gestiti dai Comuni, quelli speciali riciclabili in gran parte dai privati. E dunque, far passare il testo che ha già incassato il parere favorevole della Conferenza Stato-Regioni, così come è scritto, senza eliminare quell’equiparazione nella catalogazione tra le due tipologie di rifiuti, significherebbe innescare un effetto domino sul mercato, con ripercussioni negative su alcuni comparti del settore.PUBBLICITÀ

Quello del recupero e del riciclo di carta e cartone, ad esempio, come fa notare Francesco Sicilia, che parla di “colpo mortale”. Il direttore generale dell’Unirima, l’Unione nazionale Imprese Recupero e Riciclo Maceri, si dice “fortemente preoccupato” e per più di una ragione. La prima deriva dal fatto che a differenza dei rifiuti urbani, di proprietà dei Comuni, quelli speciali recuperabili sono in gran parte gestiti da privati, dal cosiddetto mercato. “Con la “trasformazione” decisa dal Ministero – spiega Sicilia – oltre otto milioni di tonnellate di rifiuti speciali riciclabili diventati di colpourbani verrebbero sottratte al mercato delle imprese del riciclo, per essere sottoposte alla privativa comunale, con gravi ripercussioni economiche e perdita di competitività del settore”.

Una vera e propria “distorsione del sistema”, rincara la dose il direttore generale di Unirima, prefigurando il rischio di un quadro di incertezza sulle attività di riciclo che, numeri alla mano, nel nostro Paese sviluppano oltre 2 miliardi di euro di investimenti e collocano l’Italia, con il 2,1%, al primo posto tra i maggiori paesi europei per quota di occupati nell’economia circolare, davanti a Spagna (2%), a Regno Unito (1,6%), Francia (1,5%) e Germania (1,5%) – la media Eu è pari all’1,7%.

Né la scelta del ministero può essere motivata sulla base di eventuali inefficienze del sistema di gestione dei rifiuti speciali recuperabili perché “come si evince dati in tale settore siamo leader in Europa. In un paese con carenza cronica di materie prime come il nostro, tale comparto rappresenta da sempre un’eccellenza e in alcuni settori – come la carta – dove la raccolta da rifiuti speciali pesa per circa il 60% ed è gestita da imprese private, l’Italia ha raggiunto con 10 anni di anticipo gli obiettivi che la comunità europea si è data per il 2025”, ragiona Sicilia. E aggiunge: “il legislatore europeo ha voluto precisare che le definizioni di rifiuti “urbani” e “rifiuti simili” sono tali solo ed esclusivamente ai fini dei calcoli degli obiettivi di riciclo fissati nella direttiva, non per affidarne la gestione e quindi “la privativa” esclusivamente ai Comuni”.

Allora che fare? La soluzione, per Unirima, è mantenere inalterata la distinzione tra rifiuti speciali riciclabili e rifiuti urbani e nella gestione, tra pubblico e privato recependo così com’è la direttiva quadro europea che ha come obiettivo quello di rendere il più possibile circolare l’economia, incentivando recupero e riutilizzo. Ma, altro che mercato ed economia circolare, le modifiche introdotte dal Ministero dell’Ambiente, “somigliano piuttosto a una statalizzazione forzata del sistema”. Sfugge ai più l’obiettivo finale: c’è chi sostiene possa essere quello di aumentare la base imponibile della tassazione alle attività che producono rifiuti speciali riciclabili. “Il motivo non mi è chiaro – taglia corto Sicilia – so per certo però che se non si tornasse indietro, un intero settore, vitale per l’economia del Paese, verrebbe cancellato per legge”.

Fonte: Huffington Post

È boom di plastica nella raccolta dell’umido, ma c’è una prima buona notizia

È boom di plastica nella raccolta dell’umido, ma c’è una qualche buona notizia: le bioplastiche – aumentate tantissimo pure loro – si compostano perfettamente. Sono tra le più interessanti questioni emerse dallo studio condotto da Consorzio italiano compostatori (Cic) e Corepla, nell’ambito dell’accordo annuale per le attività di monitoraggio relative alla quantità e qualità degli imballaggi in plastica e compostabili conferiti negli scarti di cucina e di giardino. Negli ultimi 3 anni – spiegano i due consorzi –  la presenza di bioplastiche compostabili nella raccolta degli scarti di cucina è più che triplicata (e va ricordato che in molte occasioni abbiamo sottolineato come questo stesse rappresentando anche un problema), passando dalle circa 27.000 t/anno (espresse sul secco) dell’indagine del 2016/2017 alle circa 83.000 t/anno di quella del 2019/2020.

Ma come detto aumenta – ed in peso è persino superiore – anche la plastica tradizionale che viene erroneamente conferita nell’umido, che passa dalle circa 65.000 t/anno (espresso sul secco) del 2016/2017 alle circa 90.000 t/anno del 2019/2020.

Lo studio, presentato dal direttore del Cic Massimo Centemero, ha monitorato la composizione del rifiuto organico così da quantificare la presenza di Materiale Compostabile (MC) quale scarti di cucina e di giardino, carta, plastica compostabile, e di Materiale Non Compostabile (MNC) rappresentato da plastica tradizionale, vetro, metalli, pannolini, cialde caffè, altro.

«Questo studio è fondamentale per capire come avviene la raccolta differenziata da parte dei cittadini. Di conseguenza, ci permette di valutare i comportamenti da adottare come consorzi per promuovere la corretta modalità di differenziazione sia degli imballaggi in plastica tradizionale che di quelli in plastica biodegradabile e compostabile, così da migliorare la raccolta differenziata e assicurare un riciclo di qualità da entrambe le parti», spiegano il presidente del Cic Flavio Bizzoni e il presidente del Corepla Antonello Ciotti.

Secondo l’analisi, l’umido proveniente dalle raccolte differenziate è costituito per il 94,8% da Materiale Compostabile. Le plastiche compostabili certificate UNI 13432 presenti nei rifiuti organici sono in aumento rispetto al 2016/2017: la loro incidenza è infatti passata dall’1,5% al 3,9%. Si tratta quasi esclusivamente di bioplastica flessibile rappresentata per oltre il 70% da imballaggi.

Lo studio ha confermato inoltre – ed è come dicevamo una prima buona notizia visto che, almeno in Toscana, le bioplastiche fino a un anno hanno dimostrato di mettere in difficoltà proprio il circuito di raccolta dei rifiuti organici –  l’assenza di bioplastiche nel compost a dimostrazione della effettiva degradazione della bioplastica negli impianti.

Secondo lo studio presentato da Cic e Corepla “non è stata rilevata bioplastica nel compost dei 27 impianti monitorati”, ma contando anche che in tutto il Paese ci sono 281 impianti di compostaggio, 35 di trattamento integrato aerobico e anaerobico e altri 23 di digestione anaerobica, è necessario sottolineare che non tutti gli impianti sono uguali. Così come non lo sono le bioplastiche.

I diversi tempi di compostaggio industriale fra i prodotti in bioplastica flessibile, quelli in bioplastica rigida ed i rifiuti organici, l’oggettiva difficoltà in fase di compostaggio di gestire bioplastiche con spessori e forme diverse (uno shopper è diverso da una posata!), sono tutti elementi di criticità: è evidente che il circuito di raccolta dei rifiuti organici è concepito per raccogliere ed avviare a recupero questo tipo di materiali e non è predisposto per assorbire quote crescenti di altri manufatti che non siano i sacchetti in bioplastica in cui vengono conferiti i rifiuti organici. Per questo un approccio integrato di filiera, che sappia risolvere i colli di bottiglia rimanenti per questa importante fetta di economia circolare, è di grande importanza; in tale senso lo studio congiunto Cic-Corepla è un primo segno incoraggiante.

Tornando ad esaminare i suoi risultati, i Materiali Non Compostabili presenti nell’umido rappresentano invece il 5,2%, con un leggero aumento del +0,3% rispetto al monitoraggio 2016/2017. L’incidenza della plastica rappresenta il 3,1% del totale: il 90% della plastica presente nell’umido è flessibile e circa il 50% dei manufatti in plastica è rappresentato da imballaggi.

L’indagine ha consentito inoltre di approfondire e conoscere meglio le abitudini degli italiani in relazione ai sacchi e ai sacchetti utilizzati per il conferimento della frazione umida. Rispetto al 2017 si nota un aumento interessante del 7% dei manufatti conformi alla norma. Il 63,8% dei sacchi per contenere l’umido è infatti compostabile.

Il guaio come detto è principalmente la plastica e in generale la frazione estranea che viene ancora rinvenuta nel materiale raccolto: «Dobbiamo purtroppo constatare – precisa Bizzoni – l’aumento della presenza dei materiali non compostabili (MNC), di cui le plastiche tradizionali rappresentano il 60%, nelle raccolte differenziate degli scarti di cucina e giardino. Solo negli scarti di cucina i MNC sono passati dalle circa 190.000 t/a rilevate nella precedente indagine del 2016/2017, alle circa 240.000 t/a di quella attuale (2019/2020). I dati raccolti evidenziano che il pur considerevole aumento della presenza dei manufatti flessibili in bioplastica compostabile da solo non è bastato a garantire la diminuzione delle plastiche tradizionali. Questa consistente presenza dei MNC provoca a tutta la filiera enormi costi per il loro smaltimento che, nel solo 2019, possono essere stimati in una cifra che va dai 90 ai 120 milioni di euro, con l’effetto inoltre di ‘trascinare’ allo smaltimento rilevanti quantità di materiale organico sottraendolo così alla produzione di compost di qualità. Ridurre drasticamente i MNC nel settore del biowaste, che recupera ogni anno il 40,4% del rifiuto urbano differenziato».

«L’analisi svolta insieme al CIC – ha detto il presidente di Corepla Antonello Ciotti – dimostra come, nonostante gli evidenti passi avanti compiuti, occorra proseguire nell’azione di sensibilizzazione e di informazione dei cittadini rispetto alle prassi di differenziazione dei rifiuti, anche a fronte dell’aumento dell’utilizzo di plastiche monouso avvenuto in concomitanza con l’emergenza sanitaria. È evidente la necessità di rafforzare il sistema italiano di trattamento sia delle plastiche compostabili che di quelle tradizionali, ampliando la capacità del sistema paese di trattare questo tipo di rifiuto».