Corepla: il riciclo batte il lockdown

“Cosa si può fare per ridurre l’impatto dei rifiuti di imballaggi in plastica sull’ambiente? Se raccolti in maniera differenziata, gli imballaggi in plastica vengono riciclati o recuperati e si trasformano in nuovi oggetti, facendo crescere l’economia circolare come valore condiviso”. È solo uno dei numerosi quesiti semplici, diretti e chiarificatori delle dinamiche del grande universo del recupero e del riciclo degli imballaggi in plastica. È quello che potremmo definire da “botta e risposta” lo stile inconsueto dell’ultimo Rapporto di Sostenibilità di Corepla, il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica, principale soggetto nazionale che opera per restituire futuro alla plastica recuperata dalle oltre 2 milioni di tonnellate di imballaggi immessi annualmente al consumo, in media, in Italia. Le domande, più o meno scomode, che scandiscono la suddivisione in capitoli del documento sono state selezionate tra quelle che affollano, quotidianamente, i profili social del Corepla. Un’immagine e un profilo giovane perché è proprio alle nuove generazioni che il nuovo Report vuole parlare. Ovviamente non manca la rendicontazione “contabile” dell’attività svolta dal Consorzio nel 2019.

I numeri del 2019

Come già indicato, nel 2019 sono state immesse al consumo 2.083.880 tonnellate di imballaggi in plastica di pertinenza di Corepla e ne sono state recuperate 1.917.614 tonnellate, pari al 92%. Il 43% degli imballaggi in plastica è stato avviato a riciclo mentre il 49% è stato avviato a recupero energetico. Nello stesso anno, in Italia, sono state conferite nella raccolta differenziata urbana 1.378.384 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica (il 13% in più rispetto all’anno precedente). La quantità di rifiuti di imballaggi in plastica avviati a riciclo da Corepla sono stati pari a 617.292 tonnellate di cui: 590.682 tonnellate provenienti dalla raccolta differenziata urbana, 26.610 tonnellate provenienti da commercio e industria.

Anche il dato relativo alle quantità raccolte in rapporto al numero di abitanti serviti risulta in crescita e nel 2019 ha raggiunto i 22,8 chilogrammi per abitante (nel 2018 era 20,1 kg/ab). Per il secondo anno consecutivo, inoltre, la crescita delle regioni a raccolta pro capite inferiore alla media nazionale è stata più che doppia rispetto alla crescita delle regioni a pro capite superiore o uguale alla media nazionale nell’anno precedente. I dati di raccolta delle singole regioni si stanno sempre più avvicinando al dato medio nazionale, superando gli enormi divari che sino a due anni fa caratterizzavano la situazione italiana. Parlando di kg/abitante, in testa per il 2019 risulta la Sardegna (31,8), seguita dalla Valle d’Aosta (31,6) e dal Veneto (28,5). Le quantità conferite alla raccolta differenziata nel 2019 sono risultate essere composte per il 91% da imballaggi in plastica e per il restante 9% dalle frazioni estranee o neutre contenute nella raccolta mono materiale. Nel 2019 le convenzioni attive sono state 951, per un totale di 7.345 Comuni coinvolti (pari al 92% dei Comuni italiani). Questo significa che nel 2019 gli abitanti serviti da raccolta differenziata grazie al convenzionamento con COREPLA sono stati 58.377.389, pari al 96% della popolazione. Il contributo erogato da COREPLA ai Comuni (o soggetti da questi delegati) per sostenere i maggiori costi della raccolta differenziata è stato nel 2019 di oltre 400 milioni di euro. Nel 2019 Corepla ha inoltre avviato a recupero energetico 445.812 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica, valorizzando anche gli imballaggi più complessi che allo stato attuale non trovano collocazione nel mercato del riciclo.

I vantaggi di un’azione senza precedenti

L’attività svolta da COREPLA per garantire una corretta gestione dei rifiuti di imballaggi in plastica non solo contribuisce ad impedire la dispersione della plastica nell’ambiente, ma genera altri importanti benefici ambientali. Grazie al riciclo degli imballaggi in plastica, nel 2019 sono state risparmiate 433.000 t di materia prima vergine, 8.973 GWh di energia primaria, 877.000 t di emissioni di CO2 equivalenti. Rispetto al recupero energetico, 218 sono stati i GWh di energia termica prodotta e 108 i GWh di energia elettrica generata.

L’idea alla base di questa nuova edizione del nostro Rapporto di Sostenibilità è molto semplice – sostiene Giorgio Quagliuolo, Presidente di Corepla – e, a nostro avviso, efficace: attingere direttamente dai dubbi e dagli interrogativi del pubblico, gli stimoli e gli spunti per creare uno strumento di comunicazione e rendicontazione del nostro impegno per la sostenibilità a 360°. Abbiamo espressamente dedicato questo nostro documento ai più giovani, volendo destinare a loro un messaggio chiaro e circostanziato: è attraverso l’impegno quotidiano di oggi che si determina il destino dell’Ambiente di domani e la sua salvaguardia è un indispensabile gesto di altruismo che le attuali generazioni destinano a quelle future. Un dato che salta agli occhi soprattutto in un frangente critico come quello che stiamo vivendo e che presto, speriamo, sapremo superare grazie al fondamentale contributo della ricerca e dell’innovazione, due elementi che distinguono anche il nostro Consorzio. Abbiamo voluto, nello stesso modo, chiarire alcuni punti focali della nostra attività e, soprattutto, ribadire l’importanza di considerare la plastica un risorsa dalle molteplici sfaccettature. All’interno di questa cornice si inserisce il dettaglio dei dati che delineano un’attività in costante crescita, grazie anche alla collaborazione fattiva di tutti i soggetti che operano in convenzione con Il Consorzio e, soprattutto, ad una sempre più elevata sensibilità e cultura ambientale che si sta consolidando nella comunità civile, a tutti i livelli”.   

Il 2020

L’anno appena concluso è stato contraddistinto da eventi senza precedenti, che hanno investito tutti i settori e di cui ha risentito anche la nostra attività. La pandemia da Coronavirus, il rallentamento dell’economia mondiale, la Direttiva sugli imballaggi monouso, il Green Deal, gli obiettivi di riciclo sempre più ambiziosi che ci pongono l’ordinamento Europeo e Nazionale, le incertezze legate alla Plastic Tax, la nascita di sistemi alternativi di gestione degli imballaggi in plastica, sono solo alcuni dei temi complessi che il Consorzio si è trovato ad affrontare nel corso del 2020.

In questo panorama di incertezza, la nostra attività, annoverata anche dal Governo fra i “servizi essenziali”, non si è mai fermata, nonostante le forti criticità dovute alla chiusura delle attività commerciali e produttive, al brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani, alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali ma anche al blocco del settore delle costruzioni, che ha fortemente ridotto l’utilizzo della frazione di imballaggi non riciclabili meccanicamente come combustibile nei cementifici.

La pandemia da coronavirus ha sconvolto abitudini e modi di vivere ed ha introdotto importanti modifiche anche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, portando all’incremento degli acquisiti online e dell’asporto del cibo, tanto da determinare, nonostante tutto, un aumento degli imballaggi raccolti nel 2020 rispetto all’anno precedente, anche se con una crescita ad una sola cifra.

In questa situazione critica, la plastica si è rivelata utile nel garantire la salute e la sicurezza nella vita di ogni giorno, ad iniziare dalla protezione degli alimenti che quotidianamente arrivano sulle nostre tavole. L’ampio uso di imballaggi in plastica, indispensabili in svariati frangenti, ha in parte modificato la percezione del materiale da parte dell’opinione pubblica, tenendo comunque alta l’attenzione sul senso civico del singolo e sulla necessità di effettuare una corretta raccolta differenziata per evitare la dispersione dei rifiuti nell’ambiente. Ulteriore segnale positivo registrato nel 2020 è l’incremento della percentuale di rifiuti avviati da Corepla a riciclo rispetto all’anno precedente.

In generale, nel 2020 si evidenzia un incremento dell’8% dei quantitativi di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla nel bimestre marzo-aprile 2020, in rapporto allo stesso periodo del 2019; un aumento, quest’ultimo, in controtendenza rispetto alla riduzione dei consumi (-4%) e della produzione dei rifiuti urbani (-10/14%) del medesimo periodo. La quarantena ha indotto importanti modifiche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, incrementato gli acquisiti online e del  cibo da asporto. Nel secondo bimestre 2020 sono cresciuti anche i quantitativi sia dei rifiuti di imballaggio avviati a riciclo sia di quelli valorizzati tramite recupero energetico.

Nello stesso periodo, una forte criticità si è manifestata sia a causa della chiusura delle attività commerciali e produttive, sia per il brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani: in 7 settimane di lockdown è stata bloccata l’esportazione di oltre 16.000 tonnellate di rifiuti urbani.

In più, il blocco quasi totale del settore delle costruzioni ha fortemente ridotto l’utilizzo della porzione di imballaggi non riciclabili meccanicamente (Plasmix) come combustibile nei cementifici. Tale settore rappresenta il 75% circa dell’utilizzo del Plasmix.

Queste cause, unite alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali nel secondo bimestre 2020, hanno provocato da una parte l’aumento della quota di rifiuti di imballaggio destinata a riciclo in impianti esteri (+27%, ovvero 3mila tonnellate) e dall’altra, la crescita della percentuale conferita a termovalorizzazione (circa 42mila tonnellate in più rispetto all’anno precedente). La chiusura di alcune settori operativi utilizzatori di materie prime seconde, le forti difficoltà nella movimentazione delle merci e la ridotta capacita disponibile negli impianti di termovalorizzazione hanno spinto, come ultima ratio, anche alla crescita del conferimento in discarica. In sostanza, “il sistema ha dato prova di grande resilienza – ha dichiarato Quagliuolo -, riuscendo ad  individuare soluzioni senza ulteriori ripercussioni sulla collettività per garantire lo svolgimento del servizio essenziale anche in un momento di enorme criticitàLa tenuta del sistema è stata garantita grazie a interventi straordinari in assenza dei quali la filiera avrebbe rischiato la chiusura e che hanno evidenziato le carenze strutturali impiantistiche e del mercato nazionale delle materie prime seconde, rispetto alle quali occorrerà lavorare di concerto con le istituzioni per evitare crisi future”.

Fonte: Eco dalle Città

Covid: perso 1 miliardo di euro in raccolta rifiuti speciali

Un miliardo di euro in meno: è questo l’impatto economico del lockdown di primavera sull’industria dei rifiuti speciali. Il dato è stato calcolato dal WAS – Waste Strategy, il think tank sull’industria dei rifiuti e il riciclo di Althesys.

Gli economisti ipotizzano che si siano persi, nel complesso, due mesi lavorativi tra fermo e ripartenza, con un calo compreso tra i 4,2 e i 4,8 milioni di tonnellate di rifiuti speciali solo nelle tre regioni più colpite: Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Di segno opposto l’andamento dei rifiuti sanitari, nicchia di mercato assai più piccola e redditizia.

Per i rifiuti urbani è previsto un calo, conseguente alla contrazione dei consumi: ipotizzando una riduzione del Pil nazionale tra il 6% e 8% su base annua, la minor produzione di RU potrebbe arrivare fino a 2 milioni e mezzo di tonnellate. (ANSA)

Linee guida sugli indumenti usati. Occhio del Riciclone: ‘Un passo concreto verso la pulizia del settore’

Dopo un travagliato dibattito durato oltre due anni, lo scorso 8 gennaio Utiitalia ha finalmente presentato le sue Linee Guida per l’affidamento del servizio di gestione degli indumenti usati. Ossia la raccolta e il recupero dei vestiti usati che milioni di cittadini conferiscono ogni giorno in decine di migliaia di cassonetti stradali. Un’attività che fa parte a pieno titolo della raccolta differenziata dei rifiuti urbani ma che si intreccia storicamente con l’azione di Caritas e di altri enti solidali. Purtroppo le filiere che nascono da quest’attività sono da tempo infiltrate dalla criminalità organizzata e sono caratterizzate da gravi delitti ambientali. Gli enti solidali hanno spesso rappresentato la faccia pulita e il primo anello di una filiera i cui principali beneficiari sono camorristi che riciclano il denaro e alimentano la terra dei fuochi. Data la magnitudine del problema, nel 2018 la Commissione Bicamerale “Ecomafie” ha deciso nel 2018 di aprire un filone d’inchiesta specifico proprio sugli abiti usati. Ma le vicende giudiziarie dimostrano che i criminali chiudono e aprono le loro imprese in un batter d’occhio contando sulla solidità delle loro fonti di approvvigionamento locali, ossia sugli operatori che raccolgono il rifiuto tessile e che spesso appongono sui contenitori stradali loghi accattivanti e che alludono ad azioni solidali o caritatevoli. E’ importante quindi combattere il fenomeno alla radice, puntando sulla prevenzione ancor prima che sulla punizione, creando meccanismi che escludano le filiere sporche a partire dall’affidamento del servizio di raccolta. In questo senso, le Linee Guida di Utilitalia rappresentano un passo fondamentale e sono un’ottima notizia per tutti coloro che hanno a cuore la buona salute del settore. Ovviamente Utilitalia, in quanto associazione di categoria delle aziende di igiene urbana, non può imporre alle proprie affiliate come scrivere le gare. Ma le Linee Guida introducono il principio che chi affida il servizio deve farsi responsabile della destinazione degli indumenti e danno indicazioni concrete a tutte le stazioni appaltanti che vogliano favorire le filiere più etiche e trasparenti. Verificare che gli impianti di trattamento abbiano una regolare autorizzazione non è assolutamente sufficiente. Di fatti, lo scorso autunno il Procuratore Ettore Squillace Greco ha confermato alla Commissione Ecomafie che le infiltrazioni criminali riguardano soprattutto le filiere autorizzate. I cassonetti abusivi, per quanto dannosi e irregolari, non sono la parte più importante del problema. I criminali di maggiore caratura mirano ai flussi principali, non ai rivoletti irregolari dell’abusivismo. A essere coinvolto nelle inchieste è anche, o soprattutto, il mainstream: i grossi player, quelli che controllano il mercato e gestiscono gli indumenti di buona qualità provenienti dalle zone più ricche del Nord.

Le Linee Guida riguardano ovviamente le filiere autorizzate, e pertanto una loro applicazione generalizzata potrebbe veramente colpire al cuore gli interessi criminali e aprire una fase di riforma positiva delle filiere. Sempre e quando le resistenze del settore non siano troppo forti e vanifichino tutto quanto.

Come in una fotografia, il documento di Utilitalia enumera le modalità di gara attualmente vigenti: il primo tipo di affidamento è il più diffuso, riguarda solo la raccolta e non offre reali garanzie di trasparenza. Il secondo tipo prevede uno spacchettamento dei servizi di raccolta e recupero e presenta forti difficoltà di applicazione perché spezza il ciclo di qualità della filiera. La terza opzione estende l’oggetto del servizio non solo alla raccolta ma anche al recupero, e se gestita in un certo modo può offrire le maggiori garanzie di eticità e trasparenza. Ciò naturalmente comporta un maggiore sforzo di strutturazione da parte di chi si voglia candidare a gestire il servizio. Occorre infatti disporre di un proprio impianto di recupero, oppure impegnarsi in accordi formali di rete con titolari di impianti di recupero, oppure sommare le proprie forze ad altri operatori della raccolta per gestire gli impianti di recupero in maniera consorziata: tutte ottime soluzioni che consentiranno alle stazioni appaltanti di esigere i certificati antimafia ai titolari degli impianti e avere informazioni su quello che fanno.

Le Linee Guida fissano poi un altro importantissimo principio: gli operatori che ottengono vantaggi competitivi o di immagine dichiarando di essere solidali dovrebbero portare prove al rispetto. Tra il dire e il fare, infatti, c’è di mezzo il mare. Se il modo di fare solidarietà è impiegare soggetti svantaggiati, occorre dimostrare la validità dei progetti di reinserimento e indicare con precisione quali sono gli svantaggiati effettivamente coinvolti nel servizio oggetto della gara. Se la solidarietà invece viene fatta usando i margini della vendita dei vestiti per erogare cifre di denaro a progetti sociali, bisognerà dichiarare l’esatta entità di questo contributo solidale e saperne spiegare l’impatto sulle iniziative finanziate. Se i vestiti vengono donati ad enti solidali che poi se li rivendono, va da sé che il contributo dichiarato non possa riferirsi a un presunto prezzo di mercato all’ingrosso evitato ma debba essere strettamente aderente all’effettiva cifra di denaro destinata alla solidarietà al termine di tutti i cicli di vendita.

Ma i relatori del convegno dell’8 gennaio hanno fatto notare come, in questo periodo di crisi del mercato, per gli operatori sia molto complicato ottenere margini economici per la solidarietà: quindi c’è il rischio concreto che, nonostante possa essere dichiarata, non esista una vera attività solidale; oppure che abbia smesso di esistere lasciando la priorità alla sopravvivenza delle strutture. Infatti a causa del fast fashion e di altri fattori tendenziali aumentano i vestiti da raccogliere e di conseguenza aumentano anche i costi di raccolta. Ma allo stesso tempo la qualità dei vestiti diminuisce vertiginosamente, riducendo i ricavi ottenuti grazie a riutilizzo e mercato dell’usato e facendo levitare i costi legati a riciclaggio e smaltimento. Quindi i punti di equilibrio economici stanno saltando, i margini non ci sono quasi più e saranno sempre più difficili da ottenere.

Per superare tale crisi, che colpisce nella stessa misura sia gli operatori profit che quelli non profit, è fondamentale che i produttori e distributori di abiti nuovi inizino coprire parte dei costi della filiera in virtù delle norme sulla responsabilità estesa del produttore. Altrimenti la situazione rischia di precipitare. L’8 gennaio il Presidente della Commissione Ecomafie Stefano Vignaroli ha lanciato un segnale d’allarme molto chiaro: gli operatori meno etici potrebbero reagire alla crisi moltiplicando i delitti ambientali al fine di ottenere illeciti risparmi. Altri relatori del convegno hanno denunciato una grave tendenza già in atto: per dare sbocco ai vestiti di bassa qualità gli operatori della raccolta e del recupero si rivolgono sempre di più ad operatori indiani e pakistani che fanno riciclo di scarsa qualità, impiegano lavoro minorile e accendono roghi incontrollati con gli scarti di selezione.

Pietro Luppi – L’Occhio del Riciclone
fonte: Eco dalle Città

Decreto Milleproroghe: sospensione parziale dell’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi

Il Decreto “Milleproroghe 2021” apporta importanti novità anche sul tema dell’etichettatura ambientale degli imballaggi, prevendo la sospensione – fino al 31 dicembre 2021 – dell’obbligo di riportare sugli imballaggi destinati al consumatore finale, le indicazioni per supportare il cittadino nel corretto conferimento dell’imballaggio a fine vita (es. Raccolta differenziata + Famiglia di materiale. Verifica le disposizioni del tuo Comune). Ma purtroppo lascia invece in vigore l’obbligo di apporre su tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) la codifica identificativa del materiale secondo la Decisione 129/97/CE.

DECRETO LEGISLATIVO 3 SETTEMBRE 2020 E IL NUOVO OBBLIGO DI ETICHETTATURA

L’art. 3 comma 3, lettera c) del decreto legislativo 3 settembre 2020, n. 116, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’11 settembre 2020, ha apportato modifiche al comma 5 dell’art. 219 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n.152, prevedendo l’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi dal 26 settembre 2020.

La nuova norma ha lasciato però spazio a molti dubbi interpretativi, motivo per il quale CONAI, in collaborazione con l’Istituto Italiano Imballaggio, ha promosso un tavolo di lavoro coinvolgendo UNI, Confindustria e Federdistribuzione, al fine di arrivare ad una lettura condivisa e di filiera dei nuovi obblighi, elaborata all’interno delle Linee Guida per l’Etichettatura ambientale, pubblicate lo scorso 16 dicembre, a seguito di una consultazione pubblica molto partecipata dall’intero settore industriale.

LE LINEE GUIDA CONAI: COSA PREVEDE L’OBBLIGO?

Dalla disamina del testo di legge, emerge come i contenuti da riportare sull’etichettatura ambientale degli imballaggi si distinguono a seconda della destinazione d’uso dell’imballaggio. Infatti:- se l’imballaggio è destinato al consumatore finale, i contenuti previsti per obbligo riguardano:
la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, e le informazioni per supportare il consumatore finale alla corretta raccolta differenziata dell’imballaggio (es. “Raccolta differenziata + Famiglia di materiale. Verifica le disposizioni del tuo Comune”).
– se l’imballaggio è destinato al canale B2B, i contenuti previsti per obbligo riguardano unicamente la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, mentre hanno carattere di volontarietà ulteriori informazioni aggiuntive sulle raccolta.

LE PREOCCUPAZIONI DELLE IMPRESE RIGUARDO AI TEMPI DI ADEGUAMENTO

A seguito dell’entrata in vigore dell’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi nel settembre 2020, Confindustria e molte altre Associazioni hanno proposto con urgenza un regime transitorio di diciotto mesi che consentisse ai produttori e agli utilizzatori di imballaggio di adeguare i propri processi produttivi e gestionali ai nuovi obblighi previsti dalla norma. Questa esigenza era stata segnalata anche nelle Linee Guida per l’etichettatura ambientale di CONAI.

IL DECRETO MILLEPROROGHE 2021 E LA SOSPENSIONE PARZIALE DELL’OBBLIGO

Il 31 dicembre 2020 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge 3 dicembre 2020, n. 183, cosiddetto “Milleproroghe 2021”.

Il comma 6 dell’articolo 15 prevede la sospensione dell’applicazione – fino al 31 dicembre 2021 – del primo periodo del comma 5, dell’art. 219 del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni, ovvero “Tutti gli imballaggi devono essere opportunamente etichettati secondo le modalità stabilite dalle norme tecniche UNI applicabili e in conformità alle determinazioni adottate dalla Commissione dell’Unione europea, per facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero ed il riciclaggio degli imballaggi, nonché per dare una corretta informazione ai consumatori sulle destinazioni finali degli imballaggi.”

Non è stata prevista invece la sospensione del secondo periodo del comma 5 dell’art. 219, cioè “I produttori hanno altresì l’obbligo di indicare, ai fini della identificazione e classificazione dell’imballaggio, la natura dei materiali di imballaggio utilizzati, sulla base della decisione 97/29/CE della Commissione”.

Il decreto legge è in vigore dal 31 dicembre 2020.

COSA E’ CAMBIATO CON LA NUOVA DISPOSIZIONE CONTENUTA NEL DECRETO MILLEPROROGHE 2021?

Il decreto non ha previsto la sospensione dell’obbligo di apporre sugli imballaggi la codifica alfanumerica identificativa del materiale come da Decisione 129/97/CE, in vigore dal 26 settembre 2020. Pertanto tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) devono prevedere tale codifica. Relativamente all’apposizione dei codici di identificazione del materiale sulla base della decisione 97/129/CE, l’obbligo è espressamente in capo ai produttori.

L’obbligo di apporre sugli imballaggi destinati al canale B2C le indicazioni per il corretto conferimento in raccolta differenziata, è sospeso fino al 31 dicembre 2021. Pertanto le imprese del settore avranno un anno di tempo per adeguarsi all’obbligo e prevedere anche questa informazione sugli imballaggi destinati al consumatore finale.

Rapporto Rifiuti Urbani Ispra edizione 2020: ‘Raccolta differenziata al 61,3% e lieve calo della produzione’

Il Rapporto Rifiuti Urbani, giunto alla sua ventiduesima edizione, è frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Centro Nazionale dei Rifiuti e dell’Economia Circolare dell’ISPRA, in attuazione di uno specifico compito istituzionale previsto dall’art. 189 del d.lgs. n. 152/2006.

Scarica la pubblicazione (pdf – 20 mb)

L’Edizione 2020 fornisce i dati, aggiornati all’anno 2019, sulla produzione, raccolta differenziata, gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio, compreso l’import/export, a livello nazionale, regionale e provinciale. Riporta, inoltre, le informazioni sul monitoraggio dell’ISPRA sui costi dei servizi di igiene urbana e sull’applicazione del sistema tariffario. Infine, presenta una ricognizione dello stato di attuazione della pianificazione territoriale aggiornata all’anno 2020.

I rifiuti urbani prodotti in Italia nel 2019 sono circa 30 milioni di tonnellate, dato in lieve calo rispetto al 2018 dello 0,3% (-80 mila tonnellate). Incremento solo nel nord Italia, con quasi 14,4 milioni di tonnellate di rifiuti, dello 0,5% rispetto al 2018, mentre è in calo al Centro (-0,2%) con circa 6,6 milioni di tonnellate evidenzia e al Sud (-1,5%) con 9,1 milioni di tonnellate.
Ogni cittadino italiano, in un anno, ha prodotto circa 500 chilogrammi di rifiuti.
Aumenta ancora la raccolta differenziata nel 2019: +3,1 punti rispetto al 2018, raggiungendo il 61,3% della produzione nazionale; dal 2008 la percentuale risulta raddoppiata. La raccolta passa da circa 9,9 milioni di tonnellate a 18,5 milioni di tonnellate. Nel 2019, il 50% dei rifiuti prodotti e raccolti in maniera differenziata viene inviato ad impianti di recupero di materia; il riciclaggio totale, comprensivo delle frazioni in uscita dagli impianti di trattamento meccanico e meccanico biologico, si attesta al 53,3% e riguarda le seguenti frazioni: organico, carta e cartone, vetro, metallo, plastica e legno.

PRODUZIONE RIFIUTI

I rifiuti urbani prodotti in Italia nel 2019 sono circa 30 milioni di tonnellate, dato in lieve calo rispetto al 2018 dello 0,3% (-80 mila tonnellate). Incremento solo nel nord Italia, con quasi 14,4 milioni di tonnellate di rifiuti, dello 0,5% rispetto al 2018, mentre è in calo al Centro (-0,2%) con circa 6,6 milioni di tonnellate evidenzia e al Sud (-1,5%) con 9,1 milioni di tonnellate.

PRO CAPITE. Ogni cittadino italiano, in un anno, ha prodotto circa 500 chilogrammi di rifiuti. I valori più alti di produzione pro capite al Centro con 548 chilogrammi per abitante; al Nord la produzione media è di circa a 518 chilogrammi per abitante, (+2 kg per abitante rispetto al 2018) mentre al Sud è di 445 kg per abitante, (- 4 kg). La produzione pro capite più elevata si conferma in Emilia Romagna, con 663 chilogrammi per abitante per anno, in crescita dello 0,3% rispetto al 2018. Le altre regioni con un pro capite superiore a quello medio nazionale sono Toscana, Valle d’Aosta, Liguria, Marche, Umbria, Lazio e Trentino Alto Adige.

LIVELLO REGIONALE. Tra il 2018 e il 2019, ben 13 regioni italiane, in particolare quelle meridionali, fanno rilevare un calo della produzione dei rifiuti urbani. I maggiori decrementi si osservano per il Molise (- 4,5%), la Sicilia (-2,6%) e la Calabria (-2,3%). Aumenta invece la produzione nelle regioni settentrionali, ad eccezione di Piemonte e Liguria, mentre al Centro solo il Lazio evidenzia un incremento della produzione di RU (+0,4%).

LIVELLO PROVINCIALE. Le tre province che producono più rifiuti sono in Emilia Romagna: Reggio Emilia, con 774 kg per abitante per anno, Rimini con 755 kg e Ravenna con 752 kg. Sono tutte localizzate nel sud Italia le province con i più bassi valori di produzione pro capite: Potenza con 322 kg, Enna con 329 kg e Avellino con 355 kg. Al Centro, Frosinone, con un pro capite di 368 kg, è l’unica provincia con una produzione sotto i 400 kg/abitante.

PRODUZIONE E PIL. Rispetto al 2018, c’è stato un disallineamento tra l’andamento della produzione dei rifiuti e quello degli indicatori socio-economici (PIL e spesa per consumi finali sul territorio economico delle famiglie residenti e non residenti). Nel 2019, infatti, il prodotto interno lordo e la spesa delle famiglie fanno registrare un incremento pari, rispettivamente, allo 0,3% e allo 0,6%, mentre la produzione dei rifiuti mostra un lieve calo (-0,3%).

RACCOLTA DIFFERENZIATA

Aumenta ancora la raccolta differenziata nel 2019: +3,1 punti rispetto al 2018, raggiungendo il 61,3% della produzione nazionale; dal 2008 la percentuale risulta raddoppiata. La raccolta passa da circa 9,9 milioni di tonnellate a 18,5 milioni di tonnellate.

LIVELLO REGIONALE. Il Sud supera per la prima volta il 50% di raccolta differenziata confermando il trend di crescita degli ultimi anni, con un aumento della percentuale di 4,5 punti. I maggiori incrementi in Molise (+12 punti) e Sicilia (+9 punti), seguite dalla Sardegna (+6,3), dalla Puglia (+5,2) e dall’Abruzzo (+ 3,1). Nel 2019 superano l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata, fissato al 2012 dalla normativa, ben 8 regioni: Veneto (74,7%), Sardegna (73,3%), Trentino Alto Adige (73,1%), Lombardia (72%), Emilia Romagna (70,6%), Marche (70,3%), Friuli Venezia Giulia (67,2%) e Umbria (66,1%). Al di sopra del 60% la Valle d’Aosta (64,5%), il Piemonte (63,2%), l’Abruzzo (62,7%) e la Toscana (60,2%). Inferiore al 50% risulta la raccolta in Basilicata (49,4%) e Calabria (47,9%). La Sicilia rimane al di sotto del 40%, pur facendo registrare un aumento di 9 punti rispetto al 2018 (dal 29,5 al 38,5%).

LIVELLO PROVINCIALE. Come negli anni precedenti, i livelli più elevati di raccolta differenziata sono stati nella provincia di Treviso, che nel 2019 si attesta all’87,7%, seguita da Mantova (86,8%), Belluno (84,4%) e Pordenone (81,5%). I livelli più bassi di raccolta differenziata si osservano per le province di Palermo (29%, nel 2018 19,9%), Crotone (30,8%, a fronte del 27,3% del 2018), Messina (32,8%, nel 2018 28,7%) e Foggia (34,1%%, nel 2018 33%).

LA DIFFERENZIATA NELLE CITTA’ METROPOLITANE. Tra le città metropolitane, la percentuale più elevata di raccolta si rileva a Cagliari con il 71,4% (+13,6 punti rispetto al 2018); Venezia si attesta al 70,9% e al di sopra del 60% si collocano Milano, Bologna, e Firenze (rispettivamente 67,4%, 65,5% e 64,8%). La Città metropolitana di Roma Capitale raggiunge il 51,2%. Il valore più basso, 29%, si registra per Palermo che, in ogni caso, fa rilevare, nell’ultimo anno, un incremento di 9,1 punti (19,9% nel 2018).

I CAPOLUOGHI PIU’ VIRTUOSI. I comuni capoluogo con percentuali di raccolta differenziata più elevate sono Treviso che raggiunge 86,9%, Ferrara con l’85,9% e Pordenone con 85,5%. Le città più indietro e ancora sotto al 20% sono Messina con il 18,8%, Palermo con il 17,4%, Taranto con il 16%, Catania con il 14,5% e Crotone con l’11%.

COSA SI DIFFERENZIA. L’organico si conferma la frazione più raccolta in Italia. Rappresenta il 39,5% del totale anche se nel 2019 fa registrare un aumento (+3,1%) più contenuto rispetto a quello del precedente biennio (+6,9% tra il 2017 e 2018). Carta e cartone rappresentano il 19,1% del totale; segue il vetro con il 12,3% e la plastica che rappresenta l’8,3% della raccolta che fa registrare una crescita del 12,2%, con un quantitativo complessivo pari a oltre 1,5 milioni di tonnellate. Il 94% dei rifiuti plastici raccolti in modo differenziato è costituito da imballaggi.

GESTIONE

Nel 2019, il 50% dei rifiuti prodotti e raccolti in maniera differenziata viene inviato ad impianti di recupero di materia; il riciclaggio totale, comprensivo delle frazioni in uscita dagli impianti di trattamento meccanico e meccanico biologico, si attesta al 53,3% e riguarda le seguenti frazioni: organico, carta e cartone, vetro, metallo, plastica e legno.

IMPIANTISTICA. Nel 2019 sono operativi 658 impianti di gestione dei rifiuti urbani: 355 al Nord, 121 al Centro e 182 al Sud. 345 sono dedicati al trattamento della frazione organica della raccolta differenziata, 130 sono impianti per il trattamento meccanico o meccanico biologico dei rifiuti, 131 sono impianti di discarica a cui si aggiungono 37 impianti di incenerimento e 15 impianti industriali che effettuano il coincenerimento dei rifiuti urbani. Va rilevato che l’aumento della raccolta differenziata ha determinato negli anni una crescente richiesta di nuovi impianti di trattamento, soprattutto per la frazione organica, ma non tutte le regioni dispongono di strutture sufficienti a trattare i quantitativi prodotti.

SMALTIMENTO IN DISCARICA. Il 21% dei rifiuti urbani è smaltito in discarica, pari a quasi 6,3 milioni di tonnellate, con una riduzione del 3,3% rispetto al 2018. Solo nel Centro Italia si è registrato un incremento (+19,4%), mentre si rilevano riduzioni consistenti nel ricorso alla discarica al Sud (-15,2%) dovute anche ai miglioramenti in termini di raccolta differenziata nelle stesse aree. Il Nord non fa registrare variazioni significative (-0,9%). Nell’ultimo decennio il ricorso alla discarica si è ridotto del 58,2%, passando da 15 milioni di tonnellate a circa 6,3.

INCENERIMENTO. Il 18% dei rifiuti urbani prodotti è incenerito (oltre 5,5 milioni di tonnellate); il dato è in aumento dell’1,4% rispetto al 2018. Su 37 impianti operativi, il 70,3% si trova al Nord, in particolare in Lombardia e in Emilia Romagna.

IMBALLAGGI E RIFIUTI DI IMBALLAGGIO

I rifiuti di imballaggio rappresentano uno dei principali flussi monitorati dall’Unione Europea, per i quali il “pacchetto economia circolare” ha definito obiettivi di riciclaggio più ambiziosi al 2025 e al 2030, rispetto a quelli ad oggi vigenti. Aumenta del 3,1% rispetto al 2018 il recupero complessivo dei rifiuti di imballaggio che rappresenta l’80,8% dell’immesso al consumo: il vetro mostra l’aumento più elevato, seguito da plastica, acciaio e legno. Tutte le frazioni di imballaggi hanno già raggiunto gli obiettivi di riciclaggio previsti per il 2025 ad eccezione della plastica. Per il riciclaggio di tale frazione, costituita da diverse tipologie di polimeri, sarebbe necessaria l’implementazione di nuove tecnologie di trattamento tra cui anche il riciclo chimico.

IMPORT/EXPORT DEI RIFIUTI

L’esportazione dei rifiuti interessa il 2% dei rifiuti urbani prodotti a livello nazionale. Rispetto al 2018, l’esportazione aumenta del 10,8% mentre calano dell’1% le importazioni. Sono inviati fuori dai confini nazionali, soprattutto Austria e Spagna, il combustibile solido secondario (30,2%) e i rifiuti prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti (34,0%). Le due regioni che maggiormente esportano sono la Campania e la Lombardia. Gli impianti localizzati sul territorio nazionale importano plastica (26,7%), vetro (25,2%) e abbigliamento (19,6%). Il vetro arriva soprattutto dalla Svizzera ed è destinato ad impianti di recupero e lavorazione situati perlopiù in Lombardia. L’abbigliamento, invece, è importato in massima parte dalla Campania, presso aziende che ne effettuano il recupero.

COSTI DI GESTIONE

Nel 2019, il costo medio nazionale annuo pro capite di gestione dei rifiuti urbani è pari a 175,79 euro/abitante (nel 2018 era 174,48) in aumento di 1,31 euro ad abitante. Al Centro i costi più elevati (208,71 euro/abitante), segue il Sud con 188,53 euro/abitante. Al Nord il costo è pari a 155,83 euro/ab*anno. Tra le città che presentano il maggior costo si segnala Venezia con un costo pari a 366,11 euro ad abitante, Cagliari con 314,98 euro ad abitante e Genova con 266,58 euro ad abitante. I costi minori si rilevano ad Udine 119 euro ad abitante, Campobasso 161,17 euro ad abitante e Bolzano 168,30 euro ad abitante.

Bottiglie in Pet 100% riciclato, via libera definitivo con la Legge di Bilancio 2021

La Legge di Bilancio 2021 approvata il 31 dicembre scorso, ha definitivamente dato il via libera all’utilizzo dell’rPet (il Pet 100% riciclato) nella produzione di bottiglie e vaschette per alimenti, con l’obbligo che il materiale provenga da altre bottiglie utilizzate per scopi alimentari.

E’ stato dunque superato il divieto assoluto di utilizzare la plastica riciclata, imposto nel 1973, e l’obbligo di utilizzare almeno il 50% di plastica vergine, introdotto nel 2010. Limiti sanciti dal legislatore italiano che non trovavano nessun riscontro a livello comunitario e che per di più non si applicavano alle bottiglie e alle vaschette fabbricate o commercializzate negli altri Stati membri dell’Unione Europea.

Del resto il punto di forza del polietilentereftalato (Pet), polimero sintetico che deriva da petrolio e gas naturale, è che può essere riciclato e reimpiegato più volte nella produzione della plastica o in altri processi industriali, favorendo uno dei tasselli dell’economia circolare in cui i rifiuti si trasformano in risorse. Ma mentre in Francia già dal 2019 è possibile acquistare nei supermercati acqua minerale in bottiglie realizzate in Pet 100% riciclato, ottenuto da altre bottiglie, in Italia il via libera è arrivato solo ora. 

Un obiettivo raggiunto anche grazie all’impegno delle associazioni ambientaliste che hanno tenuto alta l’attenzione su questo tema. Importante anche l’iniziativa imprenditoriale che ha messo a punto la tecnologia “Xtreme renew”, in grado di produrre bottiglie per l’acqua utilizzando l’ r-Pet, riducendo del 18% le emissioni rispetto al sistema tradizionale di produzione. 

Alle sollecitazioni dal basso la politica nazionale ha risposto nel 2020 dapprima approvando un emendamento al cosiddetto decreto “Agosto”, firmato dal senatore Ferrazzi e sottoscritto da tutte le forze politiche, che in via sperimentale, per tutto il 2021, consentiva la produzione di bottiglie in rPet 100%. Ora invece la legge di bilancio ha tolto ogni limite all’utilizzo del Pet riciclato, superando uno dei tanti ostacoli normativi che frenano lo sviluppo dell’economia circolare nel nostro paese.

Tra le altre misure adottate con la legge di bilancio 2021, che incidono sulla produzione della plastica e la sua gestione a fine vita, si segnala il rinvio dell’applicazione della plastic tax ai manufatti monouso, che slitta dal primo gennaio al 30 giugno 2021. Sempre nell’ottica di ridurre il consumo delle bottiglie di plastica utilizzate per l’acqua destinata all’uso potabile, è stato invece previsto, dal primo gennaio 2021 al 31 dicembre 2022, un credito d’imposta che copre il 50% delle spese sostenute (fino a mille euro per le persone fisiche e 5 mila per le attività commerciali) per l’acquisto e l’installazione di sistemi per migliorare la qualità delle acque erogate dagli acquedotti e destinate al consumo umano.

Fonte. Eco dalle Città

UNI: prassi di Riferimento ‘Linee guida sull’utilizzo responsabile della plastica’

Prima della pubblicazione definiva è possibile prendere visione e scaricare il documento oltre ad effettuare delle osservazioni, che dovranno essere inviate ad UNI, secondo specifica procedura, entro il 4 gennaio 2021

Sul sito di UNI, Ente nazionale italiano di normazione, è stata pubblicata, in consultazione pubblica, la Prassi di Riferimento “Linee guida sull’utilizzo responsabile della plastica”.
Nel documento si legge:La presente prassi di riferimento fornisce i requisiti minimi di un sistema di gestione finalizzato ad un utilizzo responsabile della plastica. Essa si applica alle organizzazioni di qualsiasi tipologia e dimensione, pubbliche o private, utilizzatrici finali di prodotti di plastica o contenenti plastica. Sono quindi escluse le organizzazioni che gestiscono il rifiuto plastico come attività principale e
caratterizzante. La presente prassi di riferimento può essere utilizzata dalle organizzazioni secondo tre modalità:
1) applicando il sistema di gestione per l’utilizzo responsabile della plastica, che può essere certificato da organismi di valutazione della conformità di terza parte (di seguito “organismi di certificazione”) operanti secondo la UNI CEI EN ISO/IEC 17021;
2) applicando il sistema di gestione come base per l’asserzione ambientale “Utilizzo responsabile della Plastica” se corredata da una dichiarazione esplicativa che chiarisca l’obiettivo raggiunto o che
l’organizzazione intende raggiungere. L’asserzione ambientale può essere validata/verificata secondo la UNI EN ISO 14021 da un organismo di certificazione operante in conformità alla UNI CEI EN ISO/IEC 17021;
3) applicando il sistema di gestione come base per l’asserzione ambientale “Utilizzo Responsabile della Plastica” se è anche conforme alla prassi di riferimento sulla sostenibilità e al programma previsto in Appendice F alla presente prassi di riferimento; in tal caso l’asserzione può essere verificata/validata secondo la UNI ISO/TS 17033 da un organismo di certificazione operante in conformità alla UNI CEI EN ISO/IEC 17029.
Prima della pubblicazione definiva è possibile prendere visione e scaricare il documento oltre ad effettuare delle osservazioni, che dovranno essere inviate ad UNI, secondo specifica procedura, entro il 4 gennaio 2021:

https://www.uni.com/index.php?option=com_content&view=article&id=8873&Itemid=2866

Fonte: Eco dalle Città

Biorepack: il settimo Consorzio di CONAI muove i primi passi

CONAI annuncia che il settimo consorzio del sistema, Biorepack, muove i primi passi. Dopo l’approvazione del suo statuto, arrivata con la pubblicazione del decreto costitutivo in Gazzetta Ufficiale il 14 novembre 2020, il Consorzio Nazionale Imballaggi inizia a dare concretezza alle disposizioni ministeriali.

CONAI diventa così il primo sistema di responsabilità estesa del produttore in Europa ad avere al suo interno un Consorzio dedicato alla valorizzazione degli imballaggi in bioplastica.

«Siamo felici di dare ufficialmente il benvenuto a Biorepack all’interno del sistema consortile» afferma il presidente CONAI Luca Ruini. «Vi aggiungo la soddisfazione di veder nascere il nostro settimo Consorzio durante il primo semestre del mio mandato. È importante far capire al cittadino che il fine vita della bioplastica ha bisogno di una corretta gestione, come quello di tutti gli altri materiali di imballaggio. Siamo pronti a lavorare anche su questo importante e delicato tema di educazione e sensibilizzazione ambientale».

«Il consorzio Biorepack è orgoglioso di entrare a far parte del sistema CONAI» dichiara il presidente Marco Versari. «In Europa siamo il primo consorzio per il riciclo organico degli imballaggi in bioplastica: un primato che consente al nostro Paese di rafforzare la leadership nel settore della bioeconomia circolare e della valorizzazione della frazione organica dei rifiuti solidi urbani. Lavoreremo fianco a fianco con il CONAI affinché i cittadini possano conferire correttamente nella raccolta dell’umido domestico gli imballaggi in bioplastica consentendo così ai Comuni e al sistema Paese di incrementare sempre più i risultati di riciclo, compreso quello organico».

Le adesioni a Biorepack sono già aperte. E dal 1° gennaio 2021 sarà disponibile la modulistica dichiarativa CONAI aggiornata, con evidenza delle tipologie di imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile.

Per plastica biodegradabile e compostabile si intende quella certificata conforme alle norme europee armonizzate UNI EN 13432:2002 e/o UNI EN 14995:2007 da parte di organismi accreditati  (art. 1, comma 1, dello Statuto di Biorepack).

Rifiuti: cresce recupero imballaggi, plastica ancora indietro

Ispra: vetro, acciaio e legno raggiunti i target Ue per il 2025

Nel 2019 in Italia è aumentato del 3,1% rispetto al 2018 il recupero dei rifiuti di imballaggio, che rappresenta l’80,8% dell’immesso al consumo: il vetro mostra l’aumento più elevato, seguito da plastica, acciaio e legno. Lo rivela il rapporto annuale sui rifiuti urbani dell’Ispra, l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente.

Tutte le frazioni di imballaggi hanno già raggiunto gli obiettivi di riciclaggio previsti dalla Ue per il 2025, ad eccezione della plastica. Per il riciclaggio di questa frazione, costituita da diverse tipologie di polimeri, secondo l’Ispra sarebbe necessaria l’attuazione di nuove tecnologie di trattamento, tra cui il riciclo chimico. (ANSA).

Conai, i benefici del riciclo valgono un miliardo di euro

L’energia primaria risparmiata, rileva il Green Economy Report, può coprire il fabbisogno elettrico di 6 milioni di famiglie italiane in un anno. Un impegno che in vent’anni ha evitato al Paese il riempimento di 160 nuove discariche

I benefici diretti del riciclo in Italia, nel 2019, hanno superato il miliardo di euro in valore economico. A renderlo noto è CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi che, in partnership con la Fondazione Sviluppo Sostenibile, ha presentato i risultati generati dall’attività del sistema consortile attraverso il suo Green Economy Report. A raccontarlo, tra gli altri, il presidente CONAI Luca Ruini e il presidente Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile Edo Ronchi
 
I numeri del Report
Il valore economico della materia recuperata grazie al riciclo è di 402 milioni di euro. Quello dell’energia prodotta da recupero energetico raggiunge i 27 milioni di euro. L’indotto economico generato dalla filiera è invece di 592 milioni di euro. Impressionante il risparmio di materia prima vergine. Nel 2019 è stato pari al peso di 440 torri Eiffel: 4 milioni e 469mila tonnellate. Nel dettaglio, 270mila tonnellate di acciaio, pari a quello usato per 702 treni Frecciarossa. Oltre 19mila tonnellate di alluminio, che corrispondono a 1,8 miliardi di lattine. Un milione e 80mila tonnellate di carta, ossia più di 433 milioni di risme di fogli A4. 907mila tonnellate di legno, l’equivalente di 41 milioni di pallet. 433mila tonnellate di plastica, pari a 9 miliardi di flaconi in PET per detersivi da un litro. E un milione e 760mila tonnellate di vetro, il corrispettivo di quasi 5 miliardi di bottiglie di vino da 0,75 litri.
 
Energia
Il riciclo degli imballaggi derivato dalla gestione CONAI ha permesso di risparmiare anche quasi 23 terawattora di energia primaria (l’anno precedente il risparmio era stato di 21 terawattora). Ossia il consumo elettrico medio annuo di 6 milioni di famiglie italiane. È stata così evitata l’emissione di oltre 4 milioni e 300mila tonnellate di CO2: corrispondono al quantitativo di emissioni generate da circa 10mila tratte aeree Roma-New York andata e ritorno.
Il beneficio indiretto di questa quantità di CO2 risparmiata è pari a 124 milioni di euro, calcolato secondo quanto definito dalla Direttiva 2009/33 del Parlamento Europeo.
 
Discariche evitate
Un dato significativo è anche quello relativo alle discariche, vere e proprie cicatrici sul territorio. Il Green Economy Report ne stima il numero evitato. Tra il 1998 e il 2019 il sistema CONAI ha garantito l’avvio a riciclo di quasi 32 milioni di tonnellate di imballaggi: significa che in ventidue anni è stato evitato il riempimento di 160 nuove discariche di medie dimensioni (calcolo effettuato considerando per ciascuna frazione merceologica un dato di densità apparente da fonte ERICA con uno specifico grado di compattazione).
 
“Sono numeri che fanno riflettere – commenta Luca Ruini. – Come ricordo spesso, l’Italia in Europa è seconda solo alla Germania per riciclo pro-capite dei rifiuti di imballaggio. Abbiamo praticamente già raggiunto gli obiettivi europei di riciclo richiesti entro il 2025, e il nostro sistema Paese continua a fare scuola in Europa. Anche perché ha uno dei sistemi di responsabilità estesa del produttore meno costosi e più efficienti. Ora dobbiamo continuare a lavorare per incentivare l’eco-design e per sviluppare e potenziare le tecnologie per il riciclo, auspicando al più presto incentivi fiscali per chi usa materia prima seconda: la sua domanda sta purtroppo calando, e non possiamo permetterci di lasciare inutilizzati gli enormi quantitativi di materiale che il Paese ricicla. Ci auguriamo per questo si arrivi presto anche a una concreta attuazione del Green Public Procurement e alla chiusura di nuovi provvedimenti sull’End of Waste”.
 
“Nel 2020, l’anno della pandemia, la domanda e i prezzi di mercato delle materie prime vergini sono fortemente calati, per il calo delle attività produttive e dei consumi, in particolare delle plastiche e della carta – dichiara Edo Ronchi. – Di conseguenza, sono calati in modo consistente anche domanda e prezzi di mercato delle materie prime seconde ricavate dal riciclo dei rifiuti. Se il nostro sistema non fosse stato adeguatamente organizzato e fosse dipeso solo dal mercato, avremmo corso il serio rischio di avere i rifiuti per strada perché il loro riciclo – che attualmente è la loro principale forma di gestione – non era conveniente dato il forte calo dei prezzi di mercato delle materie prime seconde ricavate dal riciclo. Questa crisi è stata evitata grazie al sistema CONAI che, col contributo ambientale pagato, con bassissima elusione, dai produttori e utilizzatori di imballaggi, ha assicurato il ritiro dei rifiuti d’imballaggio della raccolta differenziata  sull’intero territorio nazionale, di tutti i tipi compresi quelli meno convenienti, a prescindere dalle condizioni di mercato delle MPS, ha consentito ai Comuni di continuare ad incassare un corrispettivo economico e ai riciclatori, in particolare difficoltà, di beneficiare di un sostegno dei prezzi, mantenendo in funzione la filiera e evitando la chiusura degli impianti di riciclo. Purtroppo, in Italia si continua a sottovalutare il valore del sistema CONAI e a cercare di  bloccare una delle poche iniziative ambientali che hanno prodotto risultati importanti”.
 
L’impegno sul territorio
In Italia è rimasto superiore al 92% il numero dei Comuni italiani che hanno stipulato convenzioni con il sistema consortile grazie all’Accordo con ANCI.
Per coprire i maggiori oneri della raccolta differenziata, nel corso del 2019 CONAI ha trasferito ai Comuni del nostro paese 653 milioni di euro. 1 milione e 300mila euro sono stati invece destinati a progetti territoriali che hanno interessato circa 6 milioni e 500mila cittadini. Il Green Economy Report CONAI sottolinea anche come, nel 2019, il 53% dei rifiuti di imballaggio conferiti in convenzione ANCI-CONAI sia arrivato dal Nord Italia. Il 28% dalle Regioni del Sud e il 19% da quelle del Centro.
Le Regioni del Mezzogiorno sono però quelle che negli ultimi cinque anni hanno registrato il maggior conferimento di rifiuti di imballaggio pro-capite: uno scatto di 36 kg per abitante che, nel 2019, ha permesso di raggiungere una media complessiva di 86 kg. Un risultato che inizia ad avvicinarsi a quello delle Regioni settentrionali, sempre in testa con un pro-capite che sfiora i 100 kg di imballaggi conferiti in raccolta differenziata.
“Le aree del Sud Italia hanno maggiori margini di miglioramento – conferma il presidente Ruini, – e stanno facendo passi da gigante nell’avvicinarsi alle cifre del Nord del Paese, che storicamente performa meglio quando si parla di raccolta differenziata. Continuiamo a lavorare con progetti specifici per affiancare i Comuni del Centro-Sud nello sviluppo di piani per la raccolta differenziata; molti di loro hanno raggiunto in pochi anni grandissimi risultati. Il Sud continua però a scontare un problema di grave carenza impiantistica per il trattamento dei rifiuti: l’augurio è che parte delle risorse del Recovery Fund possa essere impiegata per risolverlo”.

Fonte: E- Gazette