GreenPeace: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia

Le scelte a cui sarà chiamato il nostro governo nelle prossime settimane impatteranno profondamente sulla capacità del Paese di accelerare la transizione verso un modello economico circolare che favorisca la riduzione del consumo di risorse naturali e della pressione esercitata dalle attività umane sugli ecosistemi. Cambiare il paradigma della crescita economica è fondamentale per ricondurre lo sviluppo sui binari della sostenibilità ed evitare i peggiori scenari delineati dalla comunità scientifica internazionale. Nel rapporto in oggetto, ci siamo concentrati sulla filiera della plastica, con particolare riguardo agli impatti ambientali legati alla diffusione e dispersione nell’ambiente degli articoli monouso: prodotti su cui l’Italia dovrà a breve intervenire col recepimento della Direttiva 2019/904/UE “sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente” (cd. Direttiva SUP 2 ) entro il prossimo 3 luglio. Non nascondiamo la nostra preoccupazione per un recepimento “al ribasso”, disallineato rispetto ai contenuti della Direttiva e più in generale rispetto al quadro di riferimento europeo sulla transizione in ottica circolare dei modelli prevalenti di produzione e consumo.

La plastica è un materiale straordinario per la sua duttilità, economicità, leggerezza e resistenza il cui abuso, soprattutto in applicazioni monouso, porta con sé uno spreco di risorse non rinnovabili che inquinano, in modo pressoché irreversibile, i nostri mari, il Pianeta e le nostre vite oltre a contribuire in maniera decisiva alla crisi climatica. La sostituzione “tout court” della plastica “fossile” con altri materiali (ivi inclusi i materiali biobased certificati come biodegradabili e compostabili) appare una scelta sbagliata, guidata da esigenze di marketing e inadeguata rispetto alla complessità delle sfide ambientali che abbiamo di fronte. La sostenibilità non è una prerogativa dei materiali, ma del modo in cui vengono utilizzati nel ciclo economico. Insieme al recepimento della Direttiva SUP, anche il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offre al governo italiano l’occasione concreta per affrontare le sfide ambientali connesse alla diffusione del monouso in plastica, ma più in generale, del monouso.

La direttiva comunitaria sulle plastiche monouso e le azioni intraprese dagli altri paesi europei

Greenpeace nelle scorse settimane ha affidato a un consulente indipendente (Ingegnere Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti ed economia circolare) la redazione del rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” volto ad esaminare le prospettive per il recepimento della direttiva comunitaria tenendo presente il quadro normativo europeo, le iniziative intraprese da altri Stati e, infine, analizzare le misure adottate fino ad oggi nel nostro Paese.

L’uso crescente di materie plastiche in applicazioni monouso, il basso tasso di riciclo, la dispersione nell’ambiente e il contributo al cambiamento climatico hanno spinto l’Europa ad intervenire con una serie di misure collocate nel quadro più ampio del Piano d’azione sull’economia circolare e, nello specifico, nell’ambito della Strategia sulla plastica (Plastic Strategy) adottata nel 2018. I vari interventi normativi hanno l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo riutilizzabili o riciclabili “in modo efficace sotto il profilo dei costi” entro il 2030, ponendo particolare attenzione alla prevenzione e alla diffusione di soluzioni basate sul riutilizzo, al fine di ridurre il consumo di risorse naturali, la quantità di rifiuti prodotti e la dispersione degli stessi nell’ambiente. Tali direttrici sono peraltro presenti sia nel Green Deal europeo che nel nuovo Piano d’azione per l’economia circolare presentato a marzo del 2020.

La Direttiva SUP, approvata nel maggio 2019, si pone l’obiettivo di contrastare la dispersione di rifiuti da prodotti in plastica monouso nell’ambiente marino e prevede, in estrema sintesi: 1) la messa al bando di piatti, stoviglie, cannucce, bastoncini cotonati, aste per palloncini, mescolatori per bevande, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso 2) riduzione del consumo di tazze per bevande e alcuni contenitori in plastica monouso per alimenti 3) requisiti di progettazione per i contenitori in plastica o compositi per bevande (i tappi e i coperchi in plastica dovranno essere attaccati ai relativi contenitori e le bottiglie in PET dovranno contenere almeno il 30% di materiale riciclato entro il 2030) 4) istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcune tipologie di prodotti in plastica diversi dagli imballaggi (filtri per prodotti a base di tabacco, palloncini, salviette umidificate e attrezzi da pesca) ed estensione della responsabilità finanziaria dei produttori degli imballaggi oggetto della Direttiva (contenitori per alimenti, involucri flessibili, contenitori per bevande, tazze, sacchetti ultraleggeri) anche ai costi necessari per la rimozione dei relativi rifiuti dispersi nell’ambiente e per il successivo trasporto e trattamento 5) obiettivi di raccolta differenziata (90% entro il 2029) per le bottiglie in plastica per bevande con capacità fino a tre litri 6) misure di sensibilizzazione e requisiti di marcatura per alcune tipologie di prodotti (per un elenco dettagliato si rimanda al report completo). Va inoltre evidenziato che la Direttiva SUP include nel suo campo di applicazione i prodotti in plastica monouso biodegradabili e compostabili. La definizione di plastica riportata all’art. 3 comma 1 della Direttiva esclude infatti i soli “polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente”. Le principali plastiche biobased comunemente utilizzate per la realizzazione di articoli in plastica monouso biodegradabili e compostabili derivano da polimeri naturali modificati chimicamente realizzati a partire dalla trasformazione degli zuccheri presenti nel mais, barbabietola, canna da zucchero e altri materiali naturali e sono pertanto inclusi nel perimetro di applicazione della Direttiva.

Il recepimento della SUP in Italia

L’approccio adottato dalle norme vigenti in Italia per contrastare la plastica monouso risulta privo di una visione sistemica e fortemente sbilanciato a favore di una sostituzione tout court con alternative monouso in plastica compostabile. La maggior parte delle misure adottate a livello nazionale, infatti, ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso in plastica tradizionale con gli equivalenti in bioplastica compostabile, anche in quei contesti dove sarebbe stato possibile e necessario adottare misure volte a ridurre l’utilizzo del monouso (a prescindere dal materiale utilizzato) e promuovere sistemi e modelli di business basati su prodotti riutilizzabili. Riguardo il recepimento della Direttiva SUP, va inoltre rilevato che il testo approvato in seconda lettura alla Camera (il 31 marzo 2021) del Disegno di legge di delegazione europea 2019-2020 3 , dispone, contrariamente a quanto previsto dall’Europa, che l’immissione sul mercato dei prodotti in plastica monouso di cui alla parte B dell’allegato alla Direttiva, ovvero i prodotti soggetti a restrizioni all’immissione sul mercato, dovrà essere consentita “qualora per tali prodotti non siano disponibili alternative non monouso, e purché tali prodotti siano realizzati in plastica biodegradabile e compostabile”. Tuttavia, le restrizioni previste dall’Europa riguardano sia i prodotti in plastica fossile che in plastiche biodegradabili e compostabili e non demandano ai singoli Stati membri la discrezionalità di valutare l’esistenza (o meno) di alternative (valutazione peraltro già condotta a livello europeo e propedeutica alla redazione della proposta di Direttiva) Pertanto il recepimento nazionale, se approvato nella forma attuale, sarebbe in netto contrasto con la direttiva comunitaria.

Come si stanno muovendo altri paesi europei?

Molti Paesi europei stanno intervenendo per ridurre i rifiuti alla fonte, sostituendo il monouso in plastica con alternative riutilizzabili.

La Francia, ad esempio, punta ad eliminare tutti gli imballaggi in plastica monouso presenti sul mercato nazionale entro il 2040. Un obiettivo da conseguire in maniera progressiva con la fissazione (per decreto) di obiettivi vincolanti di riduzione, riutilizzo e riciclo. Parallelamente, sono stati introdotti target di riutilizzo complessivi per tutte le tipologie di imballaggi commercializzati nel paese pari al 5% entro il 2023 ed al 10% al 2027. Dal 1° gennaio 2020 è proibito mettere a disposizione tazze, bicchieri e piatti usa e getta in plastica per il consumo sul posto negli esercizi di somministrazione e, a partire dal 1° gennaio 2023, tale divieto sarà esteso a tutte le opzioni monouso (non solo a quelle in plastica), con l’obbligo di utilizzo di opzioni riutilizzabili. Misure specifiche vengono previste anche per le bottiglie in PET per liquidi alimentari. Dal 1° gennaio 2022 gli edifici pubblici saranno tenuti ad avere almeno una fonte di acqua potabile collegata alla rete accessibile al pubblico e anche le attività di ristorazione e i locali di somministrazione di bevande daranno ai consumatori la possibilità di richiedere acqua potabile gratuita. Tali misure sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo di riduzione del numero di bottiglie in plastica monouso per bevande immesse sul mercato francese del 50% entro il 2030. L’Irlanda punta a rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili o riciclabili entro il 2030, con interventi mirati anche sull’overpackaging, sulla progettazione e riduzione della loro complessità, oltre all’introduzione di un sistema di deposito su cauzione (DRS) per i contenitori per le bevande. La strategia irlandese estende il divieto di vendita ad alcuni oggetti non vietati dalla SUP: salviette umidificate, articoli da bagno in plastica monouso per hotel, articoli in plastica monouso utilizzati per il confezionamento di zucchero e condimenti (es. olio, salse). La Germania invece sta lavorando su misure volte ad introdurre l’obbligo (da gennaio 2023) di mettere a disposizione dei clienti contenitori riutilizzabili per il consumo di alimenti e bevande sia sul posto che da asporto in caffetterie e ristoranti. L’Olanda vuole ridurre ulteriormente il consumo di prodotti monouso in plastica previsto dalla SUP introducendo divieti di fornire gratuitamente prodotti usa e getta al cliente e obbligando a mettere a disposizione alternative riutilizzabili. L’Austria vuole introdurre il vuoto a rendere per le bottiglie, con percentuali vincolanti per l’uso di contenitori riutilizzabili, introducendo anche il deposito su cauzione e la plastic tax.

Raccomandazioni per l’Italia

Il recepimento della SUP e il PNRR sono delle concrete possibilità per ridisegnare un futuro sostenibile per il nostro Paese. Il parlamento e il governo Draghi possono scegliere di replicare quanto di buono già messo in atto da altri Paesi e adottare misure che favoriscano la diffusione dei modelli basati su prevenzione riuso, riducendo al minimo il monouso e i rifiuti che ne derivano. Le nostre raccomandazioni, dettagliate nel capitolo 8 del rapporto, mirano ad aumentare il “livello di ambizione” del nostro Paese in fase di recepimento della Direttiva SUP e, più in generale, intendono fornire un contributo ai fini della definizione delle politiche nazionali volte a ridurre la produzione di rifiuti e il consumo di risorse naturali legato alla diffusione dei prodotti monouso. Le misure proposte spaziano dall’introduzione di target vincolanti di riduzione e riuso per gli imballaggi e gli articoli monouso, alla definizione di incentivi economici volti a promuovere la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili e della vendita di prodotti sfusi, fino all’introduzione di misure di carattere regolamentare che garantiscano il progressivo abbandono dell’usa e getta nella somministrazione di alimenti e bevande sia per il consumo sul posto che da asporto.

Certo è che se l’impostazione data finora dal parlamento italiano al recepimento della SUP dovesse essere confermata, sembra difficile che tale recepimento sia accettabile dagli organi comunitari competenti. Greenpeace è pronta a fare la sua parte negli interessi del mare, del Pianeta e della collettività.

Leggi rapporto completo

I rifiuti di Roma a Napoli?

Era Venerdì 9 aprile quando sui maggiori quotidiani nazionali ha iniziato a rimbalzare una notizia che aveva dell’ìincredibile: la Città di Roma chiedeva una disponibilità ad aziende Campane per il conferimento di rifiuti indifferenziati.

“La Sapna, società provinciale per la gestione dei rifiuti della Città metropolitana di Napoli, ha ricevuto una richiesta da parte della Regione Lazio e di Ama Roma per il conferimento di circa 100 tonnellate al giorno di rifiuto indifferenziato a causa della situazione d’emergenza dei rifiuti che vive la città di Roma dopo la chiusura di un impianto nel Frusinate. Lo apprende l’Ansa da fonti qualificate della Città metropolitana. La richiesta è datata 2 aprile. Al momento Sapna, d’intesa con la Città metropolitana, ha in corso una valutazione tecnica per verificare l’accoglibilità della richiesta” scriveva La Repubblica.

Quasi immediata la risposta di AMA: “Risulta attualmente già superata l’opzione Napoli per l’invio di 100 tonnellate di rifiuti indifferenziati al giorno. Ama, come comunicato all’ente Regione Lazio, ha infatti trovato ulteriore capienza presso un proprio fornitore fuori regione già contrattualizzato e attivo. Come richiesto dalla Regione all’interno dell’Ordinanza Z10 dello scorso primo aprile, per gravare meno sul ciclo dei rifiuti regionale e risolvere le problematiche causate dalla chiusura della seconda discarica in 18 mesi (dopo Colleferro ora anche Roccasecca), l’azienda ha perlustrato vari possibili sbocchi cercando tutte le soluzioni possibili”.

Varia dunque la destinazione finale, che per molti analisti aveva il sapore della beffa, non il succo del discorso: Roma e Ama sono in emergenza, non dispongono più di impianti in grado di accogliere i rifiuti indifferenziati e devono rivolgersi ad impianti fuori regione. Intanto la Capitale è ferma al 45% di raccolta differenziata (20 punti percentuali al di sotto degli obiettivi previsti al 31 dicembre 2012), ben lontano dal 70% promesso ai suoi esordi dalla giunta uscente.

A pesare secondo Legambiente il passo indietro sul porta a porta in alcune zone della città sostituito dai cassonetti, le micro e macro discariche, quella storica mancanza di impianti di smaltimento sul territorio “con un milione di tonnellate all’anno che finiscono, altrove, in discariche e termovalorizzatori”. Una rotta da invertire “abbattendo l’indifferenziato procapite e applicando la tariffazione puntuale secondo il principio ‘chi inquina paga’.” Una sfida nella quale si inserisce, sottolinea Legambiente, “il bisogno di impianti per l’economia circolare sui territori, a partire dai Biodigestori Anaerobici per l’organico”. SC.

Quanto si “differenzia” in Italia?

In un’ottica di transizione verso un’economia circolare, la raccolta differenziata svolge un ruolo importante. In Italia viene differenziato il 61 per cento dei rifiuti urbani e ne viene riciclato il 51,3 per cento (sopra la media UE). La differenziazione è però più elevata al Nord e Centro Italia. Su queste differenze regionali influiscono principalmente il grado di informazione fornita ai cittadini, sia sul modo di attuare la differenziata sia sulla destinazione dei rifiuti, e gli orari di raccolta; per aumentare il grado di differenziazione sono necessari più controlli e maggiore trasparenza da parte delle istituzioni.

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La gestione dei rifiuti urbani in Italia

Un’importante componente di una economia più “circolare” (ossia di un sistema di produzione e consumo che implichi l’utilizzo, riutilizzo e riciclo dei materiali esistenti il più a lungo possibile) è la raccolta differenziata dei “rifiuti urbani”, che includono i rifiuti domestici e quelli derivanti dalla pulizia del suolo pubblico.[1] Secondo ISPRA, in Italia sono stati prodotti nel 2019 circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, di cui oltre 18 (il 61 per cento) sono finiti nella raccolta differenziata.[2]

Questi rifiuti, una volta differenziati, vengono trattati e riciclati. L’Italia ricicla un po’ più della media europea: nel 2019 eravamo al 51,3 per cento dei rifiuti urbani contro il 47,7 per cento della media. Il nostro paese era ottavo su 27.[3]

Le differenze regionali nella raccolta differenziata

Il grado di differenziazione è diverso tra le regioni (Tav. 1). Le regioni ai primi posti sono del Nord e Centro Italia, insieme alla Sardegna, mentre le ultime posizioni sono occupate prevalentemente da regioni del Sud; in particolare, Basilicata, Calabria e Sicilia differenziano meno della metà dei rifiuti urbani prodotti.

Quali sono le cause di un diverso grado di differenziazione tra le regioni? Un sondaggio Istat indica che quattro aspetti relativi al grado di soddisfazione nella raccolta dei rifiuti sembrano poter influire sul comportamento delle persone: nelle regioni che differenziano di più c’è maggiore soddisfazione sull’orario di ritiro, maggiore certezza che i rifiuti vengano poi riciclati e maggiore apprezzamento dell’informazione e assistenza ricevute (Tav.2 e figure 1,2,3)[4] Naturalmente non si può escludere che chi non vuole differenziare cerchi di trovare “scuse” per non farlo nell’inefficienza delle aziende che raccolgono rifiuti. Tuttavia, se così fosse si dovrebbe trovare una correlazione negativa anche tra grado di differenziazione e altri aspetti relativi alla qualità della raccolta (frequenza di raccolta, quantità di contenitori e sacchetti, cattivi odori causati dall’umido non raccolto, dubbi sull’utilità di differenziare); tale correlazione è invece positiva o nulla.

Il sondaggio Istat fornisce anche informazioni sulle misure che potrebbero spingere a differenziare di più. Le principali, in termine di preferenza, sono: maggiore garanzia che i rifiuti vengano riciclati, sanzioni per chi non rispetta le regole di raccolta e agevolazioni fiscali per chi invece le rispetta. Tali misure sono percepite come necessarie in tutte le regioni quindi gli stessi provvedimenti consentirebbero un miglioramento a livello nazionale. La prima misura richiede maggiore trasparenza verso i cittadini, in modo da fugare dubbi riguardo alla destinazione dei rifiuti differenziati; le altre due, invece, indicano l’utilità di penalità o ricompense volte ad incentivare la raccolta differenziata, e quindi l’esigenza di maggiori controlli. In assenza di questi ultimi, è più facile che un cittadino pensi (comunque non correttamente) che, se si è in pochi a rispettare la separazione dei rifiuti, il proprio sforzo diventi inutile.


[1] I rifiuti urbani si distinguono da quelli “speciali”, frutto di attività produttive (commerciali, industriali, agricole), attività di costruzione e sanitarie o costituiti da veicoli fuori uso. Da gennaio 2021, nella definizione di rifiuti urbani sono inclusi anche quelli prodotti da alcune utenze non domestiche che siano simili per natura e composizione ai rifiuti domestici.

[2] Si veda: https://www.catasto-rifiuti.isprambiente.it/index.php?pg=nazione&width=1920&height=1080.

[3] Si veda: https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/sdg_11_60/default/table?lang=en.

[4] Si veda: https://www.istat.it/it/archivio/234691, dati riferiti al 2018.

Fonte: Osservatorio CPI Università Cattolica Milano

Il record di Troina

Con una percentuale del 78% registrata nel mese di marzo, mai sfiorata fino ad ora, la raccolta differenziata nel Comune di Troina (EN) raggiunge un nuovo record.

A renderlo noto, il sindaco Fabio Venezia: “Grazie alle scelte lungimiranti compiute negli ultimi anni, oggi Troina è una cittadina pulita e decorosa con un sistema di gestione dei rifiuti molto efficiente. I risultati straordinari della raccolta differenziata sono frutto del lavoro della società ‘Troina Ambiente’, ma soprattutto del senso civico dei cittadini rispetto alle tematiche ambientali. Quando mi sono insediato, nel 2013, la differenziata era inchiodata al 3%. Sarebbe bello poter concludere il mio secondo mandato arrivando all’80%”.

Dall’1 gennaio 2018, l’amministrazione comunale ha fatto la scelta di uscire dall’Ato rifiuti, creando una sistema di gestione pubblico del servizio di raccolta e spazzamento dei rifiuti. È nata così la società in house “Troina Ambiente srl”, guidata dal presidente Giovanni Suraniti, che ha dato una svolta al sistema locale dei rifiuti, con dei risultati molto positivi sia sul fronte dell’efficienza del servizio, sia per quanto riguarda gli investimenti.

Nei giorni scorsi Troina ha inoltre ottenuto un contributo premiale di 42 mila e 700 euro da parte della Regione Siciliana, quale Comune virtuoso, in quanto nel 2019 ha superato il 65% di raccolta differenziata. Un risultato ancora più lusinghiero nel 2020, in cui, invece, si è raggiunto il 75%.

In questi anni, sul versante dei rifiuti, si sono fatti notevoli passi in avanti anche per quanto riguarda l’impiantistica, con la realizzazione di una funzionale isola ecologica in contrada Pizzo San Pietro.

Grazie al lavoro dell’assessore al ramo Giuseppe Schillaci sono stati inoltre predisposti due importanti progetti esecutivi, attualmente in attesa di finanziamento: il primo riguarda la costruzione di un moderno Centro Comunale di Raccolta (1 milione e 100 mila euro), il secondo la realizzazione di piccoli impianti di compostaggio locale (800 mila euro).

Fonte: Comuni Virtuosi

Nuova emergenza rifiuti a Roma, mille discariche abusive e rischio commissariamento

Per ora le foto sono 1.000, scattate tutte a marzo e geolocalizzate con Google maps, ma presto potrebbero crescere ancora: Legambiente Lazio denuncia infatti la presenza di mille discariche abusive a Roma «chiedendo di segnalarne altri e manderemo la mappa anche alla Procura della Repubblica, come denuncia per abbandono di rifiuti a Roma».

«Questa è la mappa romana di un vergognoso smaltimento illecito, degli ecoreati, dell’abbandono stradale e delle conseguenze chiare del fallimento totale in Campidoglio nelle politiche sulla gestione dei rifiuti – spiega Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio – Di fronte al nuovo rischio rifiuti in strada causato dalla totale assenza di impianti, a partire da quelli per l’economia circolare, mentre ricomincia il valzer di soluzioni ponte per il conferimento altrove. Sarà necessaria la bonifica di questi mille luoghi, per porre l’ambiente al centro delle scelte nella capitale, come abbiamo indicato nel nostro Manifesto per costruire un’idea di futuro della città».

Che però a sua volta affronta sostanzialmente solo una parte, per quanto importante, delle criticità legate alla gestione rifiuti, ovvero quelle legate alla frazione organica della raccolta differenziata (7,3 milioni di tonnellate raccolte nel 2020 a livello nazionale, ovvero il 39,5% di tutta la differenziata e il 4,2% di tutti i rifiuti urbani e speciali che produciamo): gli unici impianti citati nel Manifesto sono infatti «almeno 10 impianti a biometano con dimensioni medio-piccole per la biodigestione anaerobica dell’organico raccolto». Purtroppo la problematica, per Roma e non solo, è molto più ampia.

A dimostrarlo per l’ennesima volta è il rischio di commissariamento per la gestione rifiuti della Capitale adombrato oggi dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. La città metropolitana non sa più dove smaltire i rifiuti che ogni giorno i cittadini producono, così ieri è arrivata un’ordinanza regionale per provare a trovare sbocchi altrove e oggi il governatore impone a Roma e Ama di trasmettere entro un mese «un piano impiantistico ai fini dell’autosufficienza in termini di trattamento, trasferenza e smaltimento […] in coerenza con gli atti già adottati da Roma Capitale, e fatto obbligo di realizzare uno o più impianti di trattamento e una o più discariche sul territorio di Roma Capitale», o scatteranno «poteri sostitutivi della Regione».

Dalle discariche abusive a quelle controllate il salto è enorme in termini di salute ambientale e umana, ma è ovvio che una prospettiva di economia circolare debba essere più ampia rispetto al semplice smaltimento. Su questo fronte anche il Piano regionale approvato la scorsa estate risulta però profondamente deficitario.

Nel frattempo, la situazione di Roma è sempre la stessa sin dalla chiusura nel 2013 della più grande discarica d’Europa, quella di Malagrotta: come ricordato pochi giorni fa dall’Acos, l’Agenzia indipendente per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale, istituita dal Consiglio comunale di Roma, in questo momento «la capacità di trattamento della Capitale copre il 15% dei rifiuti prodotti; l’invio di enormi quantità ad impianti terzi per il trattamento e lo smaltimento mette Roma in una posizione contrattuale debole, che implica sia condizioni economiche sfavorevoli, sia il rischio di subire improvvisi razionamenti degli sbocchi. Ciò comporta accumulo di rifiuti nelle aree di trasferenza e rallentamenti della raccolta in città, con i risultati che spesso sono sotto gli occhi di tutti, di cassonetti strabordanti circondati di sacchetti».

«Non si tratta – argomenta Carlo Sgandurra, presidente Acos – solo di un problema organizzativo su più livelli di governo, come dimostrato dal fatto che in diverse situazioni neppure le più agili gestioni commissariali hanno potuto risolvere i problemi relativi alla situazione impiantistica.

Giustamente, il testo sottolinea l’importanza della condivisione di un progetto, di una strategia con la popolazione. La sindrome Nimby esiste e va tenuta in conto, ma non nel senso di evitare più possibile il confronto con i cittadini, altrimenti si rinforza il pregiudizio e l’opposizione […]Non solo per le strategie di raccolta, ma soprattutto per la realizzazione dell’impiantistica, le scelte politiche vanno motivate. Gli aspetti tecnici, economici ed ambientali, hanno un grande peso sul settore dei rifiuti. “Rifiuti zero” è uno slogan che può indurre solo disorientamento nella popolazione, lasciando intendere che sia possibile arrivare ad un’economia circolare in assenza di impiantistica dedicata, cosa che non è. Ferma restando l’importanza della prevenzione, gli scarti non riciclabili vanno trattati, recuperati e smaltiti; il recupero energetico fa parte dell’economia circolare, non è un’altra cosa. Ora, il ritardo impiantistico mette Roma Capitale nella posizione di potersi dotare delle migliori tecnologie disponibili».

Fonte: Green Report

Sistemi cauzionali: perché servono agli enti locali

I comuni sono diffidenti nei confronti dei sistemi cauzionali per i contenitori di bevande principalmente perché temono di perdere gli introiti legati alla raccolta differenziata. Ma a conti fatti non è così: l’opzione dei DRS fa risparmiare

Gli esperti di sistemi cauzionali lo sanno bene: appena il governo centrale o la società civile ipotizzano l’adozione di un sistema di deposito cauzionale, gli enti locali alzano le barricate insieme alle loro associazioni di riferimento. Il primo istinto è quello di chiusura, per la paura di perdere gli introiti che arrivano dalla vendita di imballaggi di valore recuperati con la raccolta differenziata, come le bottiglie in PET e le lattine. Un timore in realtà poco giustificato, dal momento che i sistemi di raccolta domiciliari per gli imballaggi hanno costi che generalmente superano di gran lunga quanto si ricava dalla vendita dei materiali ai riciclatori.

Le campagne in Olanda e Belgio
Solamente in Olanda, dove esiste dal 2005 un DRS (Deposit Return System o Scheme) “a metà”, nel senso che interessa solamente le bottiglie di plastica con formato a partire da un litro, si è creato un fronte che unisce il 99% dei comuni, tutti schierati a favore di un DRS il più ampio possibile. Il merito va a Recycling Netwerk Benelux, che ha lanciato nel 2017 l’iniziativa Statiegeld Alliantie: i comuni di Olanda e Belgio, insieme ad associazioni e organizzazioni molto attive, hanno saputo sensibilizzare e coinvolgere sul tema governi, media e cittadini. Dal prossimo luglio rientreranno nel sistema DRS le bottigliette di formato inferiore al litro, mentre il 3 febbraio il ministero dell’Ambiente olandese ha annunciato la partenza del DRS anche per le lattine dal 31 dicembre 2022. Il deposito sarà di 15 centesimi di euro e si punta a raccoglierne 2 miliardi l’anno, in modo da arrivare a raccoglierne il 90% entro il 2024. La decisione è arrivata dopo che i produttori non avevano rispettato il tempi previsti per ridurre del 70% la presenza di lattine nel littering, i rifiuti dispersi nell’ambiente. Al contrario, le rilevazioni compiute dal governo durante il primo semestre del 2020 hanno registrato un aumento del 19% rispetto al 2016-2017 e le lattine rinvenute tra i rifiuti abbandonati sono tre volte più numerose delle bottigliette in plastica. Motivo per cui molti comuni hanno aderito alla campagna Yes we can, che con il suo gioco di parole chiedeva ai politici olandesi e belgi di introdurre rapidamente un deposito, promuovendola nel loro territorio.

Ridurre le lattine disperse nell’ambiente significa, peraltro, evitare il ferimento e talvolta la morte di migliaia di animali e capi di bestiame in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Francia e altri Paesi dove le lattine che finiscono nei prati di pascolo. Ragione per cui, tra le altre organizzazioni che aderiscono alla Statiegeld Alliantie, c’è anche l’associazione degli allevatori.

Superare le diffidenze iniziali 

Nonostante ci siano differenze anche consistenti tra i vari Paesi, i corrispettivi economici che i regimi di Epr nazionali (Extended producer responsability, ovvero la responsabilità estesa del  produttori) elargiscono alle municipalità europee per finanziare la raccolta differenziata per conto dei produttori e utilizzatori di imballaggi, non bastano di fatto a coprire i costi che queste ultime sostengono.

Rappresentano un’eccezione la Germania e la Svezia, dove vige un “modello  duale” dal nome del sistema tedesco (Duales system Deutschland – DsD) avviato a partire dal 1991. In questo modello, i soggetti che producono rifiuti da imballaggio sono obbligati a organizzare per proprio conto un sistema di intercettazione dei rifiuti derivanti dai “propri” imballaggi immessi sul mercato e a gestire le successive operazioni finalizzate al recupero di materia e di energia. In questo caso, i costi di raccolta e avvio a riciclo/recupero/smaltimento sono sostenuti per intero dalle organizzazioni che per conto delle imprese ottemperano agli obblighi in materia di responsabilità estesa del produttore.

I benefici del sistema cauzionale

Un documento prodotto dalla Piattaforma Reloop (che unisce produttori, distributori, riciclatori, istituzioni accademiche e varie associazioni non governative), intitolato Factsheet: Economic Savings for Municipalities, ha comparato 32 studi internazionali che hanno preso in esame i costi e i benefici seguiti all’adozione di un sistema cauzionale, rilevando che in tutti i casi si sono verificati risparmi consistenti per gli enti locali. Uno studio condotto dal Governo scozzese nel 2019 ha evidenziato che l’adozione di un deposito cauzionale avrebbe comportato per gli enti locali un risparmio lordo pari a 237,5 milioni di sterline (oltre 268 milioni di euro), principalmente dovuto alla forte riduzione della quantità di materiali da gestire. Sottraendo a tale importo il mancato introito della vendita dei materiali più nobili, che vale 46,3 milioni di sterline, il risparmio netto stimato dallo studio scozzese si attesta sui 191,1 milioni di sterline (oltre 215 milioni di euro). Un importo di tutto rispetto se consideriamo le difficoltà finanziarie che incontra la maggior parte degli enti locali.

Con il DRS meno rifiuti da gestire. E si risparmia

Perché ci sia un risparmio sui costi di gestione dei rifiuti e di avvio a riciclo per gli imballaggi è presto detto. Il sistema basato sul deposito con cauzione sottrae alla raccolta domiciliare una parte voluminosa del flusso complessivo di imballaggi e questo riduce per i comuni le quantità da gestire. Condizione che apre la strada alla riorganizzazione e ottimizzazione del servizio: si riduce, ad esempio, la frequenza delle raccolte, il numero dei veicoli utilizzati e la forza lavoro impiegata (compensata però dall’occupazione generata dal sistema di deposito, che non grava più sulle municipalità). Inoltre, non doversi occupare di una parte dei rifiuti potrebbe “liberare spazio”, permettendo agli enti locali di concentrarsi nell’affrontare la raccolta di altri flussi di rifiuti e materiali riutilizzabili e riciclabili, attualmente non gestiti e che costituiscono costi evitabili.

Altri risparmi si possono poi ottenere sul fronte della minore frequenza con cui si dovranno svuotare i cestini stradali ed effettuare le pulizie ambientali di pertinenza comunale: diversi rilevamenti e studi di Ong internazionali, infatti, stimano che i contenitori di bevande abbandonati o presenti nei cestini stradali costituiscano il 45-50% in volume dei rifiuti totali.

La copertura dei costi della differenziata in Italia
Le stime sui risparmi per gli enti locali fatte negli altri Paesi spingono a chiedersi che cosa freni l’Italia dal provare a quantificare l’impatto economico e ambientale di una eventuale introduzione di un sistema cauzionale. Diversi studi, negli anni, hanno cercato di stimare i costi di gestione dei rifiuti da imballaggio nel nostro Paese, ma hanno trovato non pochi ostacoli per le notevoli difficoltà nel reperire e comparare, lungo tutto lo Stivale, dati disomogenei riferiti a sistemi di gestione della raccolta differenziata diversi tra loro.

Un recente studio del laboratorio Ref ricerche ha quantificato in un miliardo di euro il costo totale nazionale di gestione dei rifiuti da imballaggio e mostrato che i corrispettivi economici che i Comuni ricevono dai consorzi del Conai – regolati in base ad un Accordo quadro stipulato con Anci, l’associazione nazionale dei comuni italiani – non coprano i “maggiori oneri” della raccolta differenziata che i comuni finanziano. “Seppure a distanza di tanti anni dalla promulgazione delle norme in materia ambientale (D.lgs 152/2006), il reale costo della raccolta e del trasporto dei rifiuti da imballaggio in Italia è un dato non noto – recita lo studio di Ref dal titolo “EPR imballaggi: la ‘copertura’ dei costi” -. Le informazioni a disposizione sono poche e difficilmente confrontabili. La mancanza di una chiara contabilità dei costi si ripercuote sulla poca trasparenza al riguardo delle valorizzazioni riconosciute ai Comuni e, per complemento, sull’onere che rimane in capo agli utenti (la tassa sui rifiuti Tari), oltre che sulla congruità del contributo pagato dai produttori (il cosiddetto Cac)”.

Una domanda che non trova risposta

A quanto corrisponda pertanto la copertura media di questi costi da parte dell’attuale regime di Erp nazionale messo in capo al Conai e basato sulla “responsabilità condivisa del produttore” resta ancora una domanda che non trova una risposta univoca per tutti i Comuni italiani. Per avere un dato di confronto, va detto che i consorzi del Conai hanno erogato ai Comuni italiani, a copertura dei “maggiori oneri” della raccolta differenziata, 561 milioni di euro nel 2018 e 648 milioni nel 2019. L’importo corrisposto agli enti locali ogni anno aumenta anche in relazione alle quantità (espresse in tonnellate) di imballaggio che questi raccolgono e conferiscono alle piattaforme dei consorzi Conai per i vari materiali. Pertanto più imballaggi (in peso) vengono raccolti maggiori sono i costi per i Comuni che devono essere compensati dai corrispettivi del Conai. 

L’ultima indagine conoscitiva sul mercato dei rifiuti urbani dell’Agcom, risalente al 2016, concludeva: “I corrispettivi specificamente definiti dall’Accordo Anci-Conai (l’accordo quadriennale che regola i rapporti tra i consorzi ed i comuni e le somme che i primi devono versare a vantaggio dei secondi, ndr) coprono al più il 20% del costo dell’attività di raccolta differenziata” altre elaborazioni a cura di vari organismi esaminate da EconomiaCircolare.com convergono nell’indicare come realistica una copertura dei costi sostenuti dagli enti locali generalmente inferiore al 50% di quanto i comuni spendono. 

Il necessario passaggio alla responsabilità estesa

La Direttiva 852/2018 prevede che entro la fine del 2024 tutti gli Stati membri dovranno istituire regimi di responsabilità estesa del produttore per tutti gli imballaggi conformi all’art.8 e all’art. 8bis della direttiva rifiuti (Direttiva 2008/98/CE).

Si dovrà pertanto passare da una “responsabilità condivisa” a una più propriamente “estesa”, ove i produttori sono chiamati a farsi carico dei costi della raccolta differenziata dei propri rifiuti, ai costi del loro trasporto e del trattamento, necessari al raggiungimento dei target di riciclo, alle ulteriori attività necessarie per garantire la raccolta e la comunicazione dei dati, e ad una congrua informazione ai consumatori

Oltretutto sempre in riferimento agli aspetti economici, va rimarcato che il sistema di raccolta domiciliare della plastica – con i contenitori di bevande raccolti insieme ad altri imballaggi di minor pregio contaminati dai residui alimentari – determina conseguentemente una diminuzione del loro valore di mercato (che la raccolta selettiva dei DRS evita) con ripercussioni negative proprio sul valore economico dei corrispettivi che i comuni incassano dai consorzi Conai. 

Di Silvia Ricci da Economiacircolare.com

Cresce la raccolta dei rifiuti elettronici

Sono oltre 365mila le tonnellate di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RaeeE) avviate a corretto smaltimento in Italia nel 2020, un risultato in crescita di oltre il 6,35% rispetto al 2019. E a trainare è in particolare il Sud. È quanto emerge dall’analisi dei dati diffusi nella tredicesima edizione del Rapporto Annuale dal Centro di Coordinamento Raee, l’istituzione che sintetizza i risultati conseguiti da tutti i Sistemi Collettivi che si occupano del ritiro presso i centri di raccolta e i luoghi di raggruppamento organizzati dalla distribuzione per la gestione dei rifiuti tecnologici in Italia.

Si tratta di quasi 22.000 tonnellate in più raccolte, a conferma del trend emerso negli ultimi anni e nonostante le difficoltà derivanti dalla pandemia da Covid-19, spiega il Centro di Coordinamento Raee in una nota. E’ cresciuta anche la raccolta media pro capite a 6,14 chilogrammi per abitante, pari al +7,7%.

Per quanto riguarda le aree geografiche, sia Nord sia Centro Italia aumentano i propri quantitativi rispetto all’anno precedente, ma è nel Sud che si registra la crescita più significativa e sostenuta (+17,2% rispetto all’anno precedente), mostrando di volersi mettere in linea con il resto d’Italia.

Analoga la situazione della raccolta pro capite, in crescita in tutto il Paese, ma in maniera più sostenuta al Sud.

Cinque regioni su sette evidenziano incrementi percentuali a doppia cifra, i migliori a livello nazionale; tra queste primeggia la Basilicata, con un +78,4% favorito dalla importante per-formance di un singolo centro di raccolta. Seguono, per trend di crescita, la Sicilia (+28%) e la Puglia (+21,8%); il Molise registra un incremento della raccolta pari al +16,3% e la Calabria dell’11,3%. Più contenute le crescite della Campania con il +7,8% e della Sardegna con il +3,4%.

La Valle d’Aosta mantiene il primato italiano per raccolta pro capite, mentre la Toscana è ancora prima tra le regioni del Centro. (ANSA).

CPME: nel 2020 la raccolta europea di Pet ha superato i 2 milioni di tonnellate

CPME (Commissione Europea dei Produttori di PET) riporta che nel 2020 la raccolta europea di PET da post consumo ha superato i 2 milioni di tonnellate e che, già dal 2009, i produttori europei di questo materiale stanno usando il riciclato di PET nelle loro formulazioni.

“Il PET è una resina totalmente riciclabile comunemente usata nelle bottiglie delle acque minerali o delle bevande gassate. Una volta raccolte, le bottiglie di PET sono riciclate principalmente in nuove bottiglie o nel settore tessile ma anche in altre numerose applicazioni – ha dichiarato Antonello Ciotti, presidente di CPME -. La nostra attenzione verso il riciclo è molto alta, perché siamo consapevoli che solo così possiamo aiutare l’ambiente riducendo la quantità di rifiuti generata e la quantità di gas emessa nell’atmosfera. Nel 2020 l’insieme dei sistemi della Responsabilità Estesa del Produttore in Italia ha raccolto poco meno di 300 mila tonnellate di contenitori in PET, equivalente a circa il 69% dell’immesso al consumo, ponendo l’Italia nelle condizioni di poter raggiungere nel 2025 l’obiettivo del 77% definito dalla Direttiva Europea SUP (Single Use Plastic). La raccolta delle bottiglie di PET aumenterà, come prescritto dalle direttive EU, da 6 su 10 bottiglie nel 2020 a 9 su 10 nel 2029, attraverso un coinvolgimento sempre maggiore del consumatore finale e nuovi sistemi di raccolta. Ciò che vogliamo sottolineare è che le bottiglie attualmente in commercio sono prodotte con la plastica più riciclata in Europa e nel mondo.

Fonte: Eco dalle Città

Consumi e rifiuti in era COVID. CONAI: -7% immesso al consumo ma +1% riciclo

Una diminuzione degli imballaggi immessi sul mercato pari al 7%, ossia un milione di tonnellate di packaging in meno. Ma un aumento dell’1% del loro riciclo, che dal 70% del 2019 dovrebbe passare al 71% per il 2020: ossia 9 milioni di tonnellate di imballaggi riciclati. È la prima stima sui dati dell’anno della pandemia che CONAI rende nota in occasione della Giornata mondiale del riciclo.

Il COVID-19, insomma, non frena la filiera del riciclo degli imballaggi in Italia. «L’immesso al consumo è diminuito nel 2020, soprattutto per il venir meno dei pack destinati ai settori commerciali e industriali» spiega il presidente del Consorzio Nazionale Imballaggi Luca Ruini. «Sono ovviamente calati i conferimenti dal circuito di hotel, bar e ristoranti. Ma, grazie alla crescita della raccolta differenziata urbana, stimiamo che la contrazione delle quantità complessive avviate a riciclo sia più contenuta. Il riciclo dei rifiuti di imballaggio di origine domestica, quindi, ci ha permesso di superare il 70% del 2019: dovremmo aver messo a segno un 71% di riciclo totale, anche in un anno così difficile».

CONAI rivela anche una prima previsione per l’anno in corso.

Compatibilmente con un andamento della situazione sanitaria non in peggioramento, il 2021 autorizza a prevedere nuovi miglioramenti nei risultati: è infatti atteso un incremento dell’immesso al consumo di imballaggi e dei loro quantitativi avviati a riciclo, che a fine anno dovrebbero arrivare a rappresentare il 71,4%. È quindi legittimo aspettarsi che il 2021 possa chiudersi con quasi 9 milioni e mezzo di tonnellate di packaging riciclate.

Pesantemente segnato dalla pandemia, il primo quadrimestre 2020 aveva visto scongiurare un’emergenza rifiuti grazie all’efficace collaborazione fra il sistema consortile, le Istituzioni, i gestori e gli impianti. Già prima della fine di marzo, infatti, il blocco di settori economici che tradizionalmente impiegano il materiale riciclato stava mettendo in difficoltà la filiera. Il sistema consortile aveva così lanciato l’allarme e proposto un modello di intervento capace di gestire la fase più acuta attraverso provvedimenti urgenti per l’anello della catena più sotto pressione: gli impianti di trattamento per il riciclo, aumentandone temporaneamente i limiti di stoccaggio.

«Anche durante i mesi dell’esplosione dell’emergenza i ritiri dei rifiuti di imballaggio da raccolta urbana non si sono mai interrotti» commenta il presidente Ruini. «Anzi, hanno continuato a crescere. Il primo quadrimestre del 2020, quello che ha segnato l’inizio della pandemia, ha visto i conferimenti al sistema consortile aumentare per tutti i sei materiali d’imballaggio, pur con percentuali diverse. Un fenomeno chiaramente legato all’aumento degli acquisti di prodotti imballati nei comparti dell’alimentare, della detergenza e della farmaceutica».

Nel 2020, sul totale degli imballaggi avviati a riciclo in Italia, la percentuale di quelli riciclati grazie al contributo del sistema CONAI è prevista in aumento: dovrebbe risultare pari al 53% (nel 2019 si assestava sul 50%).

«Come spesso accade in situazioni di crisi, i Consorzi di Filiera che fanno capo a CONAI  dimostrano ancora una volta il loro ruolo di sussidiarietà al mercato» commenta Luca Ruini. «Un vero e proprio valore aggiunto per l’intera filiera del riciclo e del recupero dei rifiuti di imballaggio. CONAI, del resto, rimane il garante del raggiungimento degli obiettivi di riciclo imposti dall’Unione Europea, che chiede di raggiungere il 65% entro il 2025. Anche alla luce di questo dato, il 71% con cui stimiamo di aver chiuso il 2020 ci rende soddisfatti e, pur fra tante difficoltà, rende ottimista il nostro sguardo di lungo periodo».

Fonte: Eco dalle Città

A Genova inaugurato il primo eco-compattatore per le lattine in alluminio

È stato presentato a Genova il nuovo ecocompattatore di Amiu, società deputata in città alla gestione dei rifiuti urbani. Il progetto, nato dalla collaborazione tra Amiu e l’assessorato all’Ambiente del Comune, è partito inizialmente con 12 ecocompattatori per le bottiglie e i flaconi in plastica. In questa nuova postazione nel centro storico si potranno conferire anche le lattine in alluminio, grazie alla collaborazione con CIAL e all’iniziativa europea “Every Can Counts”.
 
Salgono a 13 gli ecocompattatori a Genova, che si conferma prima città d’Italia per presenza di macchine, in ogni Municipio. L’ultimo ecocompattatore è stato presentato nei giorni scorsi: posizionato all’uscita della fermata della metropolitana San Giorgio, rientra nelle azioni di implementazione ed efficientamento della pulizia nell’ambito del Piano Integrato per il Centro Storico – Caruggi. Il nuovo ecocompattatore, a servizio del Centro Storico e dell’area del Porto Antico, ha una novità rispetto alle 12 macchine già presenti a Genova: oltre al conferimento di bottiglie e imballaggi in plastica, permette anche la raccolta delle lattine in alluminio – risultato della collaborazione con il CIAL, aumentando così la possibilità di raccogliere più velocemente i punti per ottenere sconti e coupon dalla rete commerciale aderente al progetto PlasTiPremia, il progetto partito a novembre da Amiu Genova e Comune di Genova, in collaborazione con Ilc-Istituto ligure per il Consumo e Corepla.
 
“Siamo molto soddisfatti – spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Genova Matteo Campora – per il grande successo riscontrato dagli ecocompattatori, distribuiti già in modo capillare nei Municipi e che saranno ancora implementati. L’altissimo numero del materiale raccolto, in questi primi mesi, dimostra che il conferimento della plastica negli ecocompattatori si sta affermando come un’abitudine, una buona pratica apprezzata dai genovesi, grazie anche a un sistema premiante che aumenta la responsabilità sociale e la sensibilità nei confronti della raccolta differenziata. Il posizionamento della macchina in una zona ad alta frequentazione del Centro Storico, interessata anche da importanti flussi turistici in periodi di normalità, porterà questo nuovo ecocompattatore a numeri che si prevedono molto elevati, con una ricaduta importante anche in termini di decoro della città vecchia”.
 
Finora i conferimenti alle macchine, attivi solo per la plastica, si avvicinano al traguardo della milionesima bottiglia raccolta in circa 4 mesi di attività. A febbraio è stato registrato un conferimento medio di 1.400 pezzi per ciascuna delle 12 macchine presenti nei 9 Municipi. A febbraio, si è confermata come postazione più virtuosa quella di piazza Paolo da Novi alla Foce, con oltre 56.000 tra bottiglie e flaconi conferiti, seguita da due “new entry”: piazza Vittorio Veneto a Sampierdarena, con circa 44.000 conferimenti, staccata di poco da piazza Galileo Ferraris a Marassi. Con il primo ecocompattatore per le lattine si prevede si raggiungere un risultato simile, tanto da poter prevederne l’estensione anche a tutte le altre macchine presenti in città.

Dice Gennaro Galdo, referente CIAL Comunicazione locale: “Attivare una raccolta specifica per le lattine per bevande significa, per noi di CIAL, offrire ai cittadini di Genova uno strumento in più, che vada oltre la raccolta differenziata che nel nostro Paese, per quanto riguarda l’alluminio, ha già di per sé ottimi risultati. In Italia abbiamo di fatto già superato gli obiettivi europei di riciclo degli imballaggi in alluminio, fissati per il 2030 al 60%. Nell’ultimo anno, infatti, abbiamo avviato a riciclo il 65% degli imballaggi in alluminio immessi nel mercato: non solo lattine, ma anche vaschette e scatolette per il cibo, tubetti, bombolette spray, tappi, chiusure ed anche il foglio sottile. Tutti imballaggi e contenitori riciclabili al 100% e infinite volte – continua Galdo – . In particolare. per le lattine per bevande, questa nuova esperienza di Genova, ci permette di raccontare un progetto europeo che coinvolge 19 Paesi, al quale l’Italia ha aderito nel 2019: Every Can Counts (in Italia: Ogni Lattina Vale), che promuove la raccolta e il riciclo delle lattine in alluminio fuori casa, in strada o al lavoro, in parchi, spiagge e giardini, oppure durante grandi eventi culturali e sportivi. La lattina è un tipo di packaging che si consuma anche ‘on the go’, molto amato da chi fa attività all’aria aperta ed è per questo che siamo impegnati a garantirne il riciclo anche fuori dagli ambienti prettamente domestici o della ristorazione”.

Fonte: E-Gazette