Le Associazioni ambientaliste: serve un cauzionamento degli imballaggi

“Al fine di accelerare la transizione verso un’economia circolare e facilitare il raggiungimento degli obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo, l’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi insieme a: A Sud Onlus, Altroconsumo, Greenpeace, Kyoto Club, LAV, Legambiente, Lipu-Bird Life Italia, Oxfam, Marevivo, Pro Natura, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, WWF e Zero Waste Italy, chiede l’introduzione di un efficiente sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi per bevande monouso in Italia.”

Inizia così il comunicato stampa a firma congiunta delle principali Associazioni Ambientaliste Italiane.

Come sta avvenendo in molti Paesi europei, dal luglio scorso anche in Italia viene discussa l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi monouso per bevande (in plastica, alluminio e vetro). Il dibattito nasce dall’esigenza di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei imposti dal pacchetto economia circolare ed in particolare dalla direttiva sulla plastica monouso – SUP, con lo scopo di ridurre la dispersione delle plastiche nell’ambiente e gli effetti dannosi correlati che colpiscono la biodiversità.
La direttiva SUP impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029 (con un obiettivo di raccolta intermedio del 77% entro il 2025) e un minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 (30% dal 2030 in tutte le bottiglie in plastica per bevande). Questi obiettivi sono raggiungibili unicamente attraverso l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale, unico modello di raccolta selettiva al mondo capace di raggiungere tassi di intercettazione e riciclo così elevati con benefici ambientali ed economici.

Con i suoi quasi ottomila chilometri di coste l’Italia è, dopo l’Egitto e prima della Turchia, il maggior responsabile di sversamento di rifiuti plastici nel Mediterraneo3. Un sistema di deposito cauzionale
sugli imballaggi per bevande permetterebbe al paese di ridurre sensibilmente l’inquinamento ambientale, di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo prima citati, e di favorire il perseguimento di obiettivi di riuso per una reale transizione verso un’economia più circolare.
Secondo un recente studio di Reloop Platform, in Italia oltre 7 miliardi di contenitori per bevande sfuggono al riciclo ogni anno, uno spreco che potrebbe essere ridotto del 75-80% attraverso l’introduzione di un sistema di deposito efficiente4. Inoltre, l’attuale sistema di raccolta differenziata del PET permette un’intercettazione solo del 58%, ben lontano dall’obiettivo del 90% imposto dalla direttiva SUP.
Nel decreto Semplificazioni del luglio 2021 è stato inserito uno specifico emendamento che apre all’introduzione di un sistema di deposito anche in Italia. Il Ministero della transizione ecologica in
collaborazione con il Ministero dello sviluppo economico si trovano adesso a dover redigere i decreti attuativi per l’introduzione di tal sistema.

Le associazioni ambientaliste firmatarre auspicano dunque che i ministeri competenti nel definire le caratteristiche di un sistema di deposito nazionale vogliano ispirarsi alle esperienze europee di maggiore successo che vedono sistemi cauzionali di portata nazionale, obbligatori per i produttori di bevande e che coprono tutte le tipologie di bevande nelle diverse dimensioni commercializzate in bottiglie di plastica, vetro e lattine. Trattasi di sistemi cauzionali regolati e gestiti da un ente no profit formato e finanziato dai produttori di bevande che opera in modo da raggiungere gli ambiziosi obiettivi di raccolta e riciclo stabiliti dal Governo organizzando un modello di raccolta conveniente e facilmente accessibile dai consumatori in cui l’importo della cauzione è un elemento chiave per raggiungere e mantenere tali obiettivi.

Leggi l’appello integrale

Cos’è un sistema cauzionale? Scheda tecnica

Europa: la marcia inarrestabile dei sistemi cauzionali per bevande

Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe : È ora di riconoscere il ruolo dei sistemi di deposito cauzionale (DRS) nel raggiungimento di un’economia circolare per gli imballaggi per bevande monouso nell’Unione europea

E’ stato diffuso oggi il comunicato congiunto (segue in formato integrale) in cui Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe chiedono all’Unione europea di facilitare la transizione dell’industria delle bevande verso la circolarità, sviluppando un quadro giuridico per la creazione di efficienti sistemi di deposito cauzionale (deposit refund systems – DRS) per gli imballaggi delle bevande.

Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe Zero Waste Europe (ZWE) sollecitano l’Unione europea a riconoscere il ruolo dei sistemi di deposito cauzionale e a sostenere l’istituzione di requisiti minimi per tali sistemi nella revisione della direttiva UE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio. Le organizzazioni ribadiscono inoltre il loro pieno impegno a collaborare con i responsabili politici e gli stakeholder locali nell’implementazione di un sistema di raccolta efficiente a livello industriale in tutta l’Unione europea.

Accelerare la transizione verso un’economia circolare, come stabilito dal piano d’azione dell’UE per l’economia circolare, è un obiettivo collettivo, e i sistemi di deposito cauzionale fanno parte della soluzione al fine di rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili e riciclabili entro il 2030. Inoltre, la direttiva UE sulla plastica monouso impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029 e un minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 (30% dal 2030 in tutte le bottiglie per bevande).

Date le attuali prestazioni di raccolta in tutta l’Unione, è improbabile che molti Stati membri raggiungano gli obiettivi prefissatiQuesto è il motivo per cui sosteniamo i sistemi di deposito cauzionale (DRS) ben progettati come una delle opzioni più efficienti per raggiungere gli obiettivi di raccolta e di contenuto riciclato fissati nella direttiva UE sulla plastica monouso, ma anche come un’opportunità per creare un sistema di riciclaggio a circuito chiuso che garantisca che il materiale venga restituito e riciclato in nuovi contenitori per bevande”, dice Nicholas Hodac, direttore generale dell’UNESDA.

“I sistemi DRS non solo hanno raggiunto alti tassi di raccolta per gli imballaggi delle bevande nei paesi in cui sono stati introdotti, ma hanno anche il vantaggio di fornire materiale riciclato di alta qualità adatto al contatto con gli alimenti in un unico flusso pulito. Possono inoltre contribuire agli obiettivi climatici dell’UE, riducendo per esempio l’impiego di materiali vergini grazie al circuito chiuso che permette che tutti i materiali raccolti vengano riciclati senza dispersioni. Tuttavia, nonostante i loro eccellenti risultati, la legislazione dell’UE sugli imballaggi e i rifiuti d’imballaggio non affronta in alcun modo i sistemi di deposito cauzionale, né garantisce il riciclaggio a circuito chiuso per i materiali che possono entrare a contatto con gli alimenti, continua Patricia Fosselard, segretario generale di NMWE.

LaCommissione europea può giocare un ruolo cruciale nel colmare questa lacuna, sviluppando dei requisiti minimi per aiutare gli Stati membri dell’Unione fornendo un indicazione per l’istituzione di nuovi ed efficienti sistemi di deposito cauzionale. “Tali requisiti minimi dovrebbero basarsi su quelli per i regimi di responsabilità estesa del produttore stabiliti nella direttiva quadro sui rifiuti. L’istituzione di questa guida a livello dell’UE potrebbe aiutare a garantire che l’infrastruttura dei sistemi DRS in tutti gli Stati membri , ospiti ove possibile, anche gli imballaggi riutilizzabili, in linea con gli obiettivi dell’UE in materia di prevenzione e riutilizzo dei rifiuti di imballaggio. Con una rapida adozione di questi requisiti minimi, siamo sicuri che possiamo muoverci più velocemente verso il raggiungimento degli obiettivi dell’economia circolare e del clima“, dice Joan Marc Simon, direttore di Zero Waste Europe.

NMWE, UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe ritengono che qualsiasi nuovo sistema di deposito cauzionale dovrebbe essere sviluppato ed istituito sulla base di alcuni principi base per quanto riguarda la sua portata geografica, i materiali in cui sono realizzati i contenitori di bevande inclusi nel sistema, la sua governance, la convenienza, l’incentivazione del consumatore e l’accesso dei produttori ai materiali riciclati.

Allegato – Principi chiave per la creazione di nuovi ed efficienti sistemi di deposito cauzionale per gli imballaggi di bevande

Tipologie di materiale:

  • Un sistema di deposito cauzionale dovrebbe includere tutte le tipologie e dimensioni degli imballaggi per bevande (fino a tre litri).
  • I nuovi sistemi DRS dovrebbero includere sia gli imballaggi per bevande monouso che quelli ricaricabili, se possibile fin dall’inizio.

Tassi di raccolta:

  • I sistemi DRS dovrebbero essere progettati per raggiungere almeno il 90% di tasso di raccolta per ogni materiale d’imballaggio (con cui sono realizzati i contenitori di bevande : plastica vetro o metallo/lattina ndr.) incluso nel sistema.

Governance:

  • I DRS dovrebbero essere istituiti e gestiti dall’industria attraverso una struttura senza scopo di lucro, con ad esempio un’organizzazione centrale di gestione del sistema, ed essere soggetti a un sistema trasparente di reporting e verifica.
  • I rivenditori giocano un ruolo critico nel processo di riscatto degli imballaggi e quindi dovrebbero essere parte della governance dell’organizzazione centrale di gestione del sistema per garantire un’implementazione e una gestione ottimizzata del DRS.
  • La legislazione nazionale dovrebbe essere sviluppata in modo da delineare chiaramente elementi chiave come gli obblighi a carico dei produttori, gli obblighi di ritiro a carico dei rivenditori di bevande, i poteri attribuiti all’organizzazione centrale di gestione del sistema, e dovrebbero contenere misure governative per minimizzare le frodi.

Progettazione del sistema:

  • Il sistema DRS dovrebbe essere impostato con l’efficienza dei costi come uno dei principi chiave.
  • Le entrate, come i depositi non riscattati, dovrebbero rimanere nel sistema per coprire sia i costi di introduzione del sistema che quelli operativi.
  • I costi e i ricavi dovrebbero essere ripartiti su materiali specifici, evitando così la sovvenzione incrociata dei materiali.
  • Le campagne di educazione e sensibilizzazione dei consumatori dovrebbero essere a carico del sistema, e quindi incluse nei costi.
  • L’organizzazione centrale di gestione del sistema di ogni paese definisce i valori variabili del deposito (o cauzione) tenendo conto del contesto locale e incentivando la cultura del “bring back”.
  • Tutti i partecipanti al sistema dovrebbero collaborare per una sua ottimale ed efficiente implementazione in termini di costi ed essere equamente compensati per i costi netti sostenuti per gestire la logistica del sistema.

Punti di riscatto degli imballaggi:

  • Il sistema di riscatto o restituzione dei contenitori di bevande , sia quando situato presso negozi che presso punti di raccolta non domiciliari , dovrebbe essere conveniente per i consumatori, efficace ed efficiente ed includere l’esplorazione di opzioni di tecnologia digitale, qualora indicate.
  • I dettaglianti dovrebbero essere obbligati a ritirare tutti i materiali da imballaggio coperti da un deposito cauzionale immessi al mercato, fatte salve eventuali limitazioni di spazio per i piccoli operatori.
  • Quando si usano distributori automatici inversi (RVM) o altre tecnologie, i requisiti tecnici minimi dovrebbero essere definiti e perseguiti dall’organizzazione centrale di gestione del sistema.

Accesso a materiali riciclati:

  • I produttori di bevande, in quanto industria obbligata, dovrebbero avere un accesso equo e legittimo ai materiali riciclati che sono raccolti dal sistema DRS, anche attraverso un “accesso prioritario” o un “diritto di prima scelta” per il contenuto riciclato di qualità alimentare.

Informazioni su Natural Mineral Waters Europe (NMWE)

Natural Mineral Waters Europe rappresenta quasi 550 produttori di acque minerali naturali e di sorgente in Europa, la maggior parte dei quali sono piccole e medie imprese. NMWE si dedica alla promozione delle qualità uniche delle acque minerali naturali e di sorgente, nonché all’uso sostenibile delle risorse idriche e all’economia circolare. www.naturalmineralwaterseurope.org

Informazioni su UNESDA Soft Drinks Europe

Fondata nel 1958, UNESDA Soft Drinks Europe è un’associazione con sede a Bruxelles che rappresenta l’industria europea delle bevande analcoliche. Tra i suoi membri ci sono sia aziende che associazioni nazionali di tutta Europa che producono bevande, tra cui still drink, spremute, carbonati, polveri, tè freddi, caffè freddi, sciroppi, energy drink e sport drink. www.unesda.eu

Informazioni su Zero Waste Europe

Zero Waste Europe (ZWE) è la rete europea di comunità, organizzazioni, leader locali, esperti e agenti del cambiamento che lavorano per l’eliminazione dei rifiuti nella nostra società. Sostiene sistemi sostenibili e la riprogettazione del nostro rapporto con le risorse, per accelerare una transizione giusta verso zero rifiuti a beneficio delle persone e del pianeta. Creata nel 2014, la rete ZWE comprende ora 32 membri provenienti da 28 paesi europei www.zerowasteeurope.eu

Fonte: Comuni Virtuosi

Nuovo piano rifiuti Emilia-Romagna, al via il percorso partecipato: obiettivo 80% di raccolta differenziata

La gestione dei rifiuti urbani e speciali, gli impianti per il trattamento, la tariffa puntuale, l’economia circolare come leva fondamentale per contribuire alla neutralità carbonica entro il 2050 e la bonifica dei siti contaminati. Sono i temi al centro dei cinque focus del percorso partecipativo lanciato dalla Regione Emilia-Romagna in vista della redazione del nuovo Piano regionale dei rifiuti che per la prima volta riguarderà anche il futuro delle aree inquinate. Un percorso che si svolgerà in parallelo con la valutazione ambientale strategica (Vas) del piano: la consultazione sul rapporto preliminare ambientale che partirà nei prossimi giorni.

Lo ha annunciato la Regione nel corso del convegno “Emilia-Romagna circolare” che si è svolto nella sede della Bologna Business School.

Le attività dei focus prenderanno il via il 30 settembre e si chiuderanno il 4 novembre. Saranno rivolte a tutti i portatori di interesse e punteranno a raccogliere osservazioni e proposte su temi centrali, approfonditi nel documento strategico del nuovo piano approvato nel luglio scorso in Assemblea legislativa.

Per il periodo 2022-2027 la Regione punta sulla prevenzione della produzione dei rifiuti. Per la raccolta differenziata si punta all’80%, con un ulteriore balzo in avanti rispetto all’attuale 73%, e per il riciclaggio al 70%. Leva fondamentale per conseguire questi traguardi sarà la tariffa puntale, da estendere a tutti i Comuni per premiare anche nelle bollette chi differenzia di più e produce meno rifiuti.

Gli appuntamenti 

Si svolgeranno in presenza a Bologna, nella Sala 20 maggio della Terza Torre nella sede della Regione (viale Aldo Moro), e potranno anche essere seguiti in streaming.

I 5 focus tematici sul piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche partiranno giovedì 30 settembre con un appuntamento dedicato alla gestione dei rifiuti urbani. Giovedì 7 ottobre si tratterà di economia circolare e rifiuti speciali; il 14 di dotazione impiantistica per assicurare l’autosufficienza nello smaltimento e il 21 dell’applicazione della tariffa puntuale. A chiudere il calendario di appuntamenti, giovedì 4 novembre, sarà l’incontro sulla bonifica delle aree contaminate.

Fonti: Eco dalle Città

Bevande, nuove regole di riciclo: torna il vuoto a rendere

Il decreto Semplificazioni reintroduce i criteri per diffondere il sistema di resi per bottiglie, fiaschi e lattine di vetro, alluminio, plastica

Allo studio la cauzione per gli imballaggi riutilizzabili, con maggiore attenzione per quelli di plastica, vetro e metallo usati per le bevande.

Il decreto Semplificazioni convertito in legge a fine luglio è ancora molto generico e non contiene molti dettagli; dice che «gli operatori economici, in forma individuale o in forma collettiva, adottano sistemi di restituzione con cauzione nonché sistemi per il riutilizzo degli imballaggi». I negozianti che lo adotteranno potranno ottenere premialità e incentivi economici.Prezzi luce a partire da 0,023€ kwh. Confrontali tutti qui!ComparaSemplice.it

La cauzione per il riutilizzo delle bottiglie si usa da sempre in alternativa al riciclo là dove ha senso ambientale ed economico, cioè nei circuiti commerciali ristretti e dalla logistica ben identificata come, per esempio, le forniture domestiche o professionali di acqua minerale in bottiglie di vetro.

L’obiettivo della legge è estendere il ricorso al riutilizzo anche in circuiti commerciali più vasti e a materiali diversi dal vetro, come l’alluminio e soprattutto la plastica. Oggi negli imballaggi si ricorre poco al riuso mentre prevale il riciclo: dopo l’uso si ricicla (dati Conai) il 48,7% della plastica con obiettivo del 50% entro il 2025 e in totale si ricicla il 73% degli imballaggi.

Dettagli: definire tempi e modi

La regola dice anche che entro quattro mesi, cioè entro fine anno, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, d’intesa con lo Sviluppo economico dovrà ascoltare le imprese coinvolte e dovrà emanare il regolamento applicativo che fissi i tempi, i modi, gli obiettivi di riutilizzo da raggiungere, i premi e gli incentivi economici da assegnare alle aziende che vorranno adottare questo metodo, il modo di evitare distorsioni di mercato, l’entità della cauzione, il modo in cui verrà fatta pagare ai consumatori la cauzione al momento dell’acquisto della bevanda confezionata, e poi come verrà restituita quando il consumatore renderà il vuoto.

La direttiva antiplastica

La legge sulla cauzione si integra con il testo di recepimento della direttiva europea antiplastica , cioè la direttiva Single use plastics (Sup) che vuole limitare l’usa-e-getta di bastoncini cotonati, piatti e posate di plastica e altri prodotti simili.

La direttiva antiplastica entrerà in vigore in Italia il 1° gennaio prossimo, il testo del Governo ieri è approdato alle Camere per l’esame e l’approvazione in legge, e dice che per il settore della plastica usa-e-getta le imprese «possono dar vita a sistemi volontari di cauzione».

Poco entusiasmo

I sistemi di riutilizzo dei contenitori per bevande, in genere quelli di vetro, sono sempre stati usati ma l’arrivo della plastica Pet, leggerissima e facile da riciclare, ha spazzato un gran numero di riutilizzi quando avevano costi eccessivi e impatti ambientali rilevanti.

Infatti il sistema del vuoto a rendere ha impatti ambientali per la complessità della logistica e per il peso notevole degli imballaggi da muovere, che rappresentano un costo anche in termini di consumi di energia.

Inoltre gli imballaggi da riusare vanno conservati nei luoghi del consumo in attesa del ritiro (piazzali di supermercati, retrobottega di bar e ristoranti e così via) e possono restare esposti a contaminazioni, polvere, animali; per questo motivo le aziende di imbottigliamento sono molto attente agli obblighi di igienizzazione intensiva dei contenitori prima del loro nuovo riempimento, per evitare che contaminanti o scarsa igiene rovinino il prodotto o disgustino la clientela. Così i contenitori vuoti sono sanificati con vapore e sostanze igienizzanti.

Un’altra attenzione viene dedicata al trasporto dei vuoti: i camion di ritorno sono carichi di aria imbottigliata.Sono tutti impatti e costi che gravavano sull’ambiente e sul prezzo al consumatore. Il confine tra il beneficio ambientale dato dal riutilizzo delle bottiglie e i sovraccosti economici e ambientali dipende dalla logistica (più semplice è, meno impatto c’è) e dalla distanza fra il luogo di imbottigliamento e di consumo (più vicini sono, minore l’impatto) e per approssimazione si stima che oltre i 100 chilometri di distanza fra imbottigliamento e consumo il sistema di vuoto a rendere cominci a volgere nel segno negativo per i costi economici e per l’impatto ambientale.

Per questo motivo il sistema viene adottato solamente dove dà un vantaggio per l’ambiente o per i costi, oppure da Paesi che lo usano come barriera protezionistica.

Già nel 2015 l’allora ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti introdusse una prima normativa di incentivazione , entrata in vigore nell’ottobre 2017 in via sperimentale e dimenticata nell’ottobre 2018. Vi avevano aderito alcune imprese delle bevande ma pochissimi negozianti. Proprio per questo la nuova versione approvata dal Parlamento introduce «le premialità e gli incentivi economici da riconoscere agli esercenti che adottano sistemi di restituzione con cauzione».

Il parlamentare 5S Leonardo Salvatore Penna ha proposto di recente un progetto di legge con l’entità della cauzione (10 centesimi a pezzo) e le sanzioni severe per chi non la adotterà.

Le imprese osservano

E le imprese delle bevande? Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, appare abbastanza neutrale e si limita a osservare che «il decreto semplificazioni prevede un sistema cauzionale, legato a un incentivo per chi lo adotta, che verrà determinato con un prossimo decreto».

I produttori di imballaggi plastici fanno notare che il testo riguarda espressamente i soli imballaggi riutilizzabili, non quelli usa-e-getta.

C’è anche un problema di disponibilità di materia prima: vetro, alluminio e plastica Pet hanno un mercato floridissimo e in questo periodo di domanda alta il riutilizzo potrebbe sottrarre materia prima preziosa per i forni di vetreria, per i produttori di plastica rigenerata e per la fusione dell’alluminio.

Da risolvere infine la privativa che sui rifiuti hanno i Comuni, attenti a raccogliere i materiali che, fra i contributi del Conai e le materie prime alle stelle, hanno grande valore per le casse municipali. Non è un caso se colossi come Iren, Hera, A2a acquisiscono attività nel riciclo di plastica e altri imballaggi.

Fonte: Il sole 24 ore

Corte dei Conti: “Raccolta differenziata genera benefici economici, ma non al Sud”

La Sezione delle Autonomie della Corte dei conti ha approvato, con delibera n. 14/2021, la relazione “Prime analisi sulla qualità della spesa dei Comuni” nella quale riferisce i risultati di una specifica analisi sulla gestione di alcuni rilevanti servizi comunali, quali le funzioni di amministrazione, gestione e controllo, polizia locale e rifiuti, che assorbono il 45% della spesa corrente degli enti locali, per un ammontare di circa 24 miliardi di euro.

Dall’indagine emerge un quadro disomogeneo a livello territoriale in termini di impiego di risorse e qualità dei servizi: le linee di tendenza a livello generale mostrano, infatti, evidenti differenze Nord-Sud, peggiori prestazioni di qualità della spesa nei piccoli Comuni rispetto ai Comuni di medie dimensioni, laddove nei grandi emergono costi maggiori; una differenziazione su base regionale delle tendenze di spesa (incrementi/decrementi) da ricollegare a politiche regionali che influenzano attività e decisioni dei Comuni, per quanto concerne lo specifico servizio rifiuti, una maggiore raccolta differenziata sembrerebbe essere accompagnata da benefici di carattere economico, ossia minori costi a tonnellata, ma non al Sud, che stentano a convergere verso tale circolo virtuoso.

L’analisi della Corte, alla luce della normativa più recente sulle misure di spending review che ha spostato l’attenzione dai tagli specifici su voci di spesa discrezionale alle misure di razionalizzazione volte a rendere l’attività delle Amministrazioni locali più performante, rileva, in particolare, i livelli di efficienza della spesa degli enti attraverso l’osservazione delle voci che incidono maggiormente sul versante qualitativo e degli output, per cogliere il rapporto tra i parametri di efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa dispiegata.

In questo contesto un tema sfidante è rappresentato dal controllo della razionalizzazione della spesa dei vari soggetti che saranno esecutori del Recovery plan, spesso collegati fra loro in logica di network. Come indicato dalla Commissione Europea, dalla catena dei soggetti finanziatori a quelli esecutori ed ai livelli nazionale-regionale-locale, dovrebbe essere impostato un sistema unitario di controlli, un cruscotto di indicatori di performance chiave (KPI).

Per il servizio Rifiuti, l’analisi, estesa ai territori delle sole Regioni a statuto ordinario (6.627 Comuni), è stata svolta utilizzando la fonte informativa della banca dati SOSE/OpenCivitas, poiché il beneficio dell’utilizzo dei dati di SOSE/OpenCivitas per una corretta valutazione della dimensione di qualità della spesa è stato valutato di gran lunga superiore alla dimensione temporale, antecedente di due anni rispetto alle analisi di Amministrazione e Polizia locale, del dato stesso. Ciò anche in considerazione che l’evidenza empirica dimostra che vi è una certa stabilità di spesa (input) e di servizi erogati (output) nel breve-medio periodo.

Rifiuti – Le Conclusioni della Corte dei Conti

Il servizio rifiuti rientra tra i principali compiti assegnati ai Comuni e comporta l’impiego di notevoli risorse con il vincolo della integrale copertura dei costi, per cui a determinate condizioni e in linea teorica potrebbe essere considerato neutrale in termini di equilibrio. In realtà gli extra costi per inefficienze si scaricano sul cittadino utente piuttosto che sul bilancio dell’ente. In questo caso, e a differenza di quelli oggetto delle precedenti analisi è stato possibile utilizzare un indicatore di output di buona significatività, rappresentato dalle tonnellate dei rifiuti raccolti e smaltiti, oltre ad altre informazioni che hanno consentito di rendere maggiormente significativi i confronti fra i Comuni. Nel seguito sono elencati gli esiti principali dell’analisi.

Variabilità dei costi per tonnellata piuttosto accentuata – Nelle Regioni a statuto ordinario il costo del servizio Rifiuti per tonnellata mostra valori mediani pari a euro 317; in un quarto dei territori comunali si spendono meno di euro 249 (-21% della mediana), mentre in un altro quarto si spendono più di euro 415 pro capite (+31% della mediana). Ciò delinea una variabilità dei costi per unità di servizio piuttosto accentuata, in linea con quanto accade per gli altri servizi analizzati.

Il Comune medio è il profilo dell’ente in cui il costo è più contenuto – I Comuni più piccoli (0-3.000 abitanti) spendono euro 333 per tonnellata, ossia il 12,5% in più dei Comuni medi (3.000-50.000 abitanti) che spendono euro 296, mentre i Comuni più grandi (50.000 abitanti e oltre) spendono di più: euro 389, ossia oltre il 31% in più dei Comuni medi. I Comuni medi costituiscono, dunque, l’archetipo di migliore qualità della spesa che si riflette direttamente in un minor gettito richiesto alla collettività di riferimento.

La spesa del servizio varia notevolmente non solo a livello regionale, ma anche a livello provinciale all’interno della medesima Regione – La raccolta e smaltimento di una tonnellata di rifiuti in Lombardia mediamente costa euro 234, mentre in Basilicata costa il doppio, euro 465; ci sono punte di oltre euro 500, in più di un quarto degli enti in Liguria, Lazio, Abruzzo, Campania e Basilicata. Il territorio provinciale in cui il costo medio per il servizio Rifiuti è più elevato è Rieti, euro 526, seguito a ruota da La Spezia, euro 520, e Avellino, euro 499, mentre il costo più contenuto del servizio è in Lombardia, nelle Province di Lecco, euro 209, Mantova, euro 210, Bergamo e Como, in entrambi i casi euro 219. Tali differenze denotano probabili sacche di inefficienza. Le cause dei diversi livelli di costo non possono che essere verificate attraverso una analisi puntuale delle singole casistiche. In alcuni casi, infatti, l’alto costo del servizio potrebbe essere causato, ad esempio, dalla modalità di raccolta e, dunque, dal diverso output qualitativo del servizio. In altri, gli alti costi potrebbero essere attribuibili alla distanza delle infrastrutture di smaltimento e con ciò attribuibili anche al dialogo fra amministrazioni locali e regionali (che hanno competenze in merito alla programmazione delle infrastrutture di smaltimento). In altre situazioni ancora, il maggior costo potrebbe essere causato da costi di acquisizione di alcuni servizi (ad esempio: la raccolta o i costi di smaltimento) eccessivi.

Il Nord-Est è il territorio in cui il costo è inferiore per tutte le tipologie dimensionali di enti – La circostanza per cui i Comuni più grandi possiedono il primato di costo per tonnellata, trova alcune eccezioni: al Nord-Est e al Centro la loro spesa è mediamente inferiore rispetto ai Comuni più piccoli, rispettivamente euro 283 contro euro 290 e euro 386 contro euro 407. Il Nord costituisce l’area del Paese nel quale, nel corso degli anni, si è sviluppata una gestione di carattere industriale all’interno di organismi partecipati o gestione associate di varia natura giuridica, che ha dato vita a vari network in cui il modello consente di sfruttare economie di scala attraverso la costituzione di reti di gestione fra enti locali; si raggiungono così i livelli migliori sia per i Comuni grandi (valore mediano nel comparto Nord-Est pari a euro 283) e nei Comuni medi (euro 250 circa) e piccoli (euro 290). Il Sud e il Centro, richiedono molte più risorse finanziarie; i costi dei servizi sono più alti di oltre la metà rispetto al benchmark rappresentato dal Nord-Est, in tutte le categorie dimensionali (Sud: +51% per i piccoli, +56% per i medi, +53% per i grandi; Certo: +40% per i piccoli, +44% per i medi, +29% per i grandi).

I Comuni a forte vocazione turistica, con alto livello di benessere, bassa densità abitativa e con localizzazione prevalente in zone montane o litoranee, presentano il maggior livello di costo – In questi Comuni il costo è pari a euro 400 per tonnellata, +26% rispetto al valore mediano; all’opposto, con un risparmio del 26% rispetto al valore mediano, sono i territori dei Comuni con medio-alto livello di benessere e attrazione economica localizzati nelle zone pianeggianti del Nord-Est, euro 236. Nei Comuni turistici anche il costo per abitante può avere una certa significatività, in quanto grava sulla popolazione residente l’onere del servizio che nei periodi di afflusso turistico è reso con riferimento ad un numero di presenze molto più elevato.

Al Nord la maggiore raccolta differenziata ha un effetto benefico sui costi, al Sud li aumenta – Gli effetti benefici sulla spesa al Nord, conseguenti a maggiori livelli di raccolta differenziata sono attestati da una riduzione del 17% nei Comuni in cui la raccolta differenziata supera il 65% rispetto a quelli in cui non si raggiunge il 40% nel Nord-Ovest, dato che balza a -26% nel Nord-Est; al Centro e in misura più spiccata al Sud la situazione è esattamente inversa, rispettivamente +3% e +11%.

Fonte: Eco dalle Città

ARO Bari 2: i Comuni contro il progetto di un nuovo inceneritore

L’ARO BA 2 è l’organizzazione del servizio di spazzamento, raccolta e trasporti dei rifiuti da parte delle aggregazioni dei comuni di Modugno (capofila), Sannicandro di Bari, Bitetto, Binetto, Bitritto, Giovinazzo e Palo del Colle.
Nei comuni coinvolti nell’AroBa2 è previsto un servizio di raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta con l’applicazione della “tariffazione puntuale”, sviluppato con il supporto tecnico di ESPER prima per la redazione di un nuovo Piano Industriale dei servizi di raccolta e igiene urbana finalizzato all’implementazione della raccolta domiciliare e della tariffa puntuale e poi in qualità di DEC . I risultati non si sono fatti attendere: nel 2018 l’ARO Bari 2 superava la percentuale del 75% di RD.

Oggi, torna d’attualità lo spauracchio di un nuovo impianto di incenerimento alla periferia di Bari. Uno smacco per chi nell’ultimo decennio si è speso ed ha lottato per la crescita della raccolta differenziata e il conseguente abbattimento della frazione indifferenziata destinata a smaltimento.
I Sindaci dei Comuni dell’ARO hanno firmato una lettera congiunta di ferma presa di posizione contro l’ipotesi del nuovo inceneritore.

Lunedì, 26 aprile 2021


I Sindaci Aro Bari 2 “Ribadiamo il nostro no all’impianto Newo”

Accogliamo con grande soddisfazione le dichiarazioni del Sindaco di Bari, Antonio Decaro, in merito alla vicenda “Impianto Newo Spa” con le quali esprime la ferma contrarietà all’insediamento nel proprio territorio comunale di un inceneritore. Sin dall’inizio, abbiamo espresso con determinazione il nostro NO a quel progetto, dando voce alle migliaia di cittadini delle nostre Comunità.

 
L’Aro Bari 2 è stato il primo Ambito a partire con la raccolta differenziata ed è tutt’ora uno dei più virtuosi dell’intera Puglia, con percentuali complessive superiori al 75% di raccolta differenziata. Abbiamo proposto ricorso al TAR, come Comune di Modugno e come Comuni tutti dell’Aro Bari 2 contro i provvedimenti autorizzativi regionali e contro la realizzazione di un impianto dal significativo impatto ambientale, che non rispetta nè i principi dell’economia circolare, nè le direttive europee.

Siamo pronti a combattere fino alla fine, accanto al Comune di Bari, in tutte le sedi, affinchè i nostri territori non siano ulteriormente minacciati dall’attivazione di impianti non desiderati che, come in questo caso, rischiano di generare effetti gravosi per la salute dei nostri concittadini.

Pertanto chiediamo con forza al Governo regionale di esprimersi sulla questione e di mantenere la decisione concordata con i Sindaci durante l’incontro di qualche anno fa, nel novembre 2018, quando si convenne che l’impianto Newo sarebbe stato stralciato dal nuovo Piano Regionale dei Rifiuti e che le comunità sarebbero state ascoltate.

I sindaci Aro Bari 2

Sindaco di Modugno Nicola Bonasia,

Sindaco di Binetto Vito Bozzi,
Sindaca di Bitetto Fiorenza Pascazio,
Sindaco di Bitritto Giuseppe Giulitto,
Sindaco di Giovinazzo Tommaso de Palma,
Sindaco di Palo del Colle Tommaso Amendolara,
Sindaco di Sannicandro di Bari Giuseppe Giannone

Cattolica: più RD, meno TARIP

Cattolica è uno dei principali centri turistici della costiera Romagnola. Nota anche come la “Regina dell’Adriatico” ospita ogni anno un numero impressionante di turisti: nel 2018 oltre 1.800.000 secondo Confartigianato locale. Numeri impressionanti se si paragonano ai 16.800 residenti.

Ma Cattolica non è solo turismo e turisti: da qualche tempo è anche eccellenza nella raccolta e nella gestione dei rifiuti. In due anni la percentuale di raccolta differenziata è schizzata oltre all’80% e i cittadini hanno visto calare i costi in bolletta. Il merito va ai cittadini, certo, ma anche all’amministrazione che ha intrapreso, con il supporto tecnico di ESPER, un percorso che non ha lesinato difficoltà.

Ne parliamo con il Sindaco di Cattolica, Mariano Gennari, e con l’Assessore competente Lucio Filippini.

La vostra amministrazione si è insediata nel 2016. Qual era la situazione di partenza? Quale modalità di raccolta e quali le prestazioni ambientali?

Gennari: “Il nostro Comune, come tutti quelli della riviera di Rimini è tagliato in due dalla ferrovia. Quando siamo partiti, c’era già la raccolta porta a porta, tranne che per l’umido, nella zona mare dove ci sono per lo più attività ricettive e commerciali. Nella zona a monte della ferrovia, che è molto ampia e che corrisponde con quella residenziale, c’erano i cassonetti stradali e non c’era la raccolta dell’umido. Nel 2016 eravamo al 56% di raccolta differenziata”.

Che scelte avete fatto? Quale modello di raccolta e quali risultati avete raggiunto?

Gennari: “Nel corso di un appuntamento della Scuola di Altra Amministrazione dell’Associazione Comuni Virtuosi abbiamo incontrato Ezio Orzes, allora assessore del Comune di Ponte nelle Alpi. L’esperienza di Ponte ci ha colpito. Noi avevamo nel programma politico di arrivare all’estensione del porta a porta su tutto il territorio e all’applicazione della tariffa puntuale. Ci siamo confrontati con Orzes e con ESPER di cui era collaboratore e abbiamo preso coraggio, con l’accordo che ESPER ci avrebbe preso per mano ed accompagnato in questo percorso, in particolare nei rapporti con Hera il gestore del servizio di raccolta. Abbiamo fatto un disegno di ciò che volevamo e abbiamo dato il via ad un ciclo di incontri per delineare il percorso che ci avrebbe portato là dove volevamo arrivare, ovvero alla raccolta porta a porta su tutto il territorio e all’applicazione della tariffazione puntuale”.

Quando è partito il nuovo servizio e quali risultati avete raggiunto?

Gennari: “Siamo partiti in forma sperimentale nel 2017. Dal 2018 abbiamo cominciato ad attuare su tutto il territorio il porta a porta. Ovviamente c’è stato il momento di start up, con la fornitura a cittadini e commercianti dei materiali per una corretta raccolta, abbiamo verificato le situazioni dei condomìni, che rappresentano le realtà più complesse perché raccolgono piccole comunità. Abbiamo dato i bidoncini personalizzati fino alle 4 unità abitative, quelli condominiali oltre. Ma avrei piacere di lasciare la presentazione dei risultati raggiunti all’Assessore Filippini”

Filippini: “Nella fase iniziale abbiamo organizzato e partecipato a molti incontri con la cittadinanza. Quando si parte con una nuova modalità di raccolta c’è sempre un po’ di impreparazione e, di conseguenza, un po’ di scetticismo. Ci siamo prodigati negli incontri con la cittadinanza, con tutti i comitati di quartiere, con tutti i portatori di interessi. La cittadinanza ha risposto in maniera molto positiva sia nella fase della distribuzione dei contenitori,  che nell’adeguarsi alle modalità di raccolta porta a porta senza cassonetti, rispettando, ad esempio, degli orari ben precisi. Siamo estremamente soddisfatti e siamo estremamente soddisfatti, nonostante qualche difficoltà e qualche ritardo dovuto per lo più ad attività amministrative. Abbiamo raggiunto e superato l’80% di raccolta differenziata in poco più di 2 anni. Un risultato che ci premia e ci fa felici. L’unione della raccolta porta a porta e della tariffazione puntuale ci ha permesso di raggiungere questi risultati di eccellenza.

Un servizio di raccolta domiciliare e l’implementazione della tariffa puntuale. Attività che in fase di startup hanno un costo significativo. Che impatto hanno avuto sulla bolletta dei cittadini?

Gennari: “Abbiamo avuto un calo delle tariffe sulle utenze domestiche, su tutte le utenze domestiche cittadine. La cosa estremamente positiva è che anche nel caso delle utenze non domestiche, per le quali si è verificato un leggero aumento delle tariffe, il costo totale è stato abbattuto: passando da tassa a tariffa siamo passati da imposta a fattura, quindi con la possibilità di detrarre l’IVA al 10%. Con questa detrazione anche laddove il totale era cresciuto leggermente rispetto al passato, siamo riusciti ad ottenere un ribasso reale delle tariffe. Siamo molto contenti di quanto fatto. Dobbiamo inoltre tenere conto che nella nostra area vasta siamo in proroga di bando dal 2011. Un bando che, quando venne fatto, non poteva immaginare un servizio di raccolta porta a porta e l’applicazione della tariffa puntuale, ma era ‘su misura’ per una raccolta stradale con tassa Rifiuti. Finalmente abbiamo ottenuto da ATESIR di predisporre un nuovo bando, come anche l’Europa ci intima di fare. Il prossimo bando ovviamente dovrà prevedere nuove premialità per queste buone pratiche e, nel momento in cui avremo un nuovo gestore, certamente avremo nuovi vantaggi anche dal punto di vista economico”.

Filippini: “L’aspettativa del privato è spesso quella di registrare consistenti diminuzioni della bolletta con l‘introduzione della tariffazione puntuale. Una circostanza davvero complessa da implementare: la tariffazione puntuale ha una parte di costi fissi e la parte variabile, che è quella su cui le azioni virtuose possono realmente influire, è relativamente bassa. Anche l’utente molto virtuoso difficilmente può vedere riduzioni significative in bolletta. La Tariffa Puntuale è un modo di far pagare equamente un servizio, sulla base dell’uso che se ne fa. Ciò detto, siamo riusciti ad abbassare le utenze domestiche in media del 5,22%”.

Cattolica ha degli imponenti flussi turistici, che portano il numero di presenze sul territorio (e dunque la quantità di rifiuti prodotti) a crescere in maniera estremamente significativa. Come è stato affrontato il tema?

Filippini: “La realtà di un Comune turistico come il nostro implica lo sforzo enorme da parte del gestore di cambiare completamente il servizio fra l’inverno e l’estate. Ciò che facciamo per sopperire a questa esigenza è rapportarci con il gestore per capire le strategie migliori di ottimizzazione del servizio. In estate intensifichiamo l’azione con un occhio di attenzione particolare a quelle che sono le attività economiche e ricettive, tenendo in conto le esigenze dei commercianti stessi.

Quest’anno per regolamentare maggiormente e migliorare la situazione cercheremo di regolamentare i flussi di accesso agendo sugli orari del servizio di raccolta rifiuti, su quelli di consegna delle merci, etc, così da evitare intasamenti. Agiremo dunque sulla leva del rigore, ma non possiamo dimenticare che è necessario avere anche una qualche flessibilità. Ci capita spesso di ricevere da parte di operatori commerciali segnalazioni di difficoltà nel rispetto degli orari di esposizione. Quando queste difficoltà sono reali, cerchiamo di concertare con il gestore la migliore soluzione per arrivare ad una decisione condivisa.

Sul territorio, inoltre, ci sono due aree ecologiche per le utenze domestiche, per chi volesse lasciare dei rifiuti differenziati. Esiste anche un’area dove ogni utenza può consegnare materiale. Proprio quest’anno abbiamo dato avvio ad un cambio della localizzazione della struttura che in questo momento è in un’area poco favorevole dal punto di vista sia ambientale che logistico. La sposteremo in altra area facendo un accordo con il Comune di San Giovanni e con Hera che si occuperà della progettazione e della gestione dell’opera. Sarà un’area molto più grande della precedente, comprenderà la raccolta degli sfalci e c’è la volontà da parte della amministrazione di aprire un centro del riuso, che sarà dato in gestione a chi vincerà il bando. Questa è una cosa che ci rende orgogliosi”.

Solitamente ad ogni cambiamento si oppone una resistenza. Quali resistenze avete trovato in questo percorso?

Filippini: “L’aspetto più critico a cui abbiamo dovuto far fronte è quello dell’aggiornamento delle liste TARI: si presuppone che tutti gli utenti siano regolarmente iscritti nelle anagrafiche pubbliche. Chi non è iscritto non può usufruire del servizio e spesso si avvale in maniera indebita dei cestini gettacarte, che hanno una funzione assolutamente differente. Stiamo intervenendo contro gli abbandoni con fototrappole che stanno dando ottimi risultati: nei punti dove sono state collocate abbiamo già elevato numerose. Al di là delle sanzioni è molto diminuito l’abbandono. Ovviamente non è possibile avere una telecamera per cestino, quindi si sta cercando, oltre ad aumentare la comunicazione e la formazione dei cittadini, di incrociare i dati delle banche dati per identificare le utenze domestiche e non domestiche che non sono in regola con la TARI”.

Qual è stata la percezione della cittadinanza di questi cambiamenti, quali le reazioni al nuovo servizio?

Gennari: “Devo dire che siamo stupiti dalla reazione della cittadinanza. Decisamente positiva! Ma non è solo la cittadinanza: anche la minoranza in Comune ci ha più volto riconosciuto il merito di quanto abbiamo fatto. Ne siamo davvero orgogliosi!” (S.C.)

GreenPeace: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia

Le scelte a cui sarà chiamato il nostro governo nelle prossime settimane impatteranno profondamente sulla capacità del Paese di accelerare la transizione verso un modello economico circolare che favorisca la riduzione del consumo di risorse naturali e della pressione esercitata dalle attività umane sugli ecosistemi. Cambiare il paradigma della crescita economica è fondamentale per ricondurre lo sviluppo sui binari della sostenibilità ed evitare i peggiori scenari delineati dalla comunità scientifica internazionale. Nel rapporto in oggetto, ci siamo concentrati sulla filiera della plastica, con particolare riguardo agli impatti ambientali legati alla diffusione e dispersione nell’ambiente degli articoli monouso: prodotti su cui l’Italia dovrà a breve intervenire col recepimento della Direttiva 2019/904/UE “sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente” (cd. Direttiva SUP 2 ) entro il prossimo 3 luglio. Non nascondiamo la nostra preoccupazione per un recepimento “al ribasso”, disallineato rispetto ai contenuti della Direttiva e più in generale rispetto al quadro di riferimento europeo sulla transizione in ottica circolare dei modelli prevalenti di produzione e consumo.

La plastica è un materiale straordinario per la sua duttilità, economicità, leggerezza e resistenza il cui abuso, soprattutto in applicazioni monouso, porta con sé uno spreco di risorse non rinnovabili che inquinano, in modo pressoché irreversibile, i nostri mari, il Pianeta e le nostre vite oltre a contribuire in maniera decisiva alla crisi climatica. La sostituzione “tout court” della plastica “fossile” con altri materiali (ivi inclusi i materiali biobased certificati come biodegradabili e compostabili) appare una scelta sbagliata, guidata da esigenze di marketing e inadeguata rispetto alla complessità delle sfide ambientali che abbiamo di fronte. La sostenibilità non è una prerogativa dei materiali, ma del modo in cui vengono utilizzati nel ciclo economico. Insieme al recepimento della Direttiva SUP, anche il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offre al governo italiano l’occasione concreta per affrontare le sfide ambientali connesse alla diffusione del monouso in plastica, ma più in generale, del monouso.

La direttiva comunitaria sulle plastiche monouso e le azioni intraprese dagli altri paesi europei

Greenpeace nelle scorse settimane ha affidato a un consulente indipendente (Ingegnere Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti ed economia circolare) la redazione del rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” volto ad esaminare le prospettive per il recepimento della direttiva comunitaria tenendo presente il quadro normativo europeo, le iniziative intraprese da altri Stati e, infine, analizzare le misure adottate fino ad oggi nel nostro Paese.

L’uso crescente di materie plastiche in applicazioni monouso, il basso tasso di riciclo, la dispersione nell’ambiente e il contributo al cambiamento climatico hanno spinto l’Europa ad intervenire con una serie di misure collocate nel quadro più ampio del Piano d’azione sull’economia circolare e, nello specifico, nell’ambito della Strategia sulla plastica (Plastic Strategy) adottata nel 2018. I vari interventi normativi hanno l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo riutilizzabili o riciclabili “in modo efficace sotto il profilo dei costi” entro il 2030, ponendo particolare attenzione alla prevenzione e alla diffusione di soluzioni basate sul riutilizzo, al fine di ridurre il consumo di risorse naturali, la quantità di rifiuti prodotti e la dispersione degli stessi nell’ambiente. Tali direttrici sono peraltro presenti sia nel Green Deal europeo che nel nuovo Piano d’azione per l’economia circolare presentato a marzo del 2020.

La Direttiva SUP, approvata nel maggio 2019, si pone l’obiettivo di contrastare la dispersione di rifiuti da prodotti in plastica monouso nell’ambiente marino e prevede, in estrema sintesi: 1) la messa al bando di piatti, stoviglie, cannucce, bastoncini cotonati, aste per palloncini, mescolatori per bevande, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso 2) riduzione del consumo di tazze per bevande e alcuni contenitori in plastica monouso per alimenti 3) requisiti di progettazione per i contenitori in plastica o compositi per bevande (i tappi e i coperchi in plastica dovranno essere attaccati ai relativi contenitori e le bottiglie in PET dovranno contenere almeno il 30% di materiale riciclato entro il 2030) 4) istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcune tipologie di prodotti in plastica diversi dagli imballaggi (filtri per prodotti a base di tabacco, palloncini, salviette umidificate e attrezzi da pesca) ed estensione della responsabilità finanziaria dei produttori degli imballaggi oggetto della Direttiva (contenitori per alimenti, involucri flessibili, contenitori per bevande, tazze, sacchetti ultraleggeri) anche ai costi necessari per la rimozione dei relativi rifiuti dispersi nell’ambiente e per il successivo trasporto e trattamento 5) obiettivi di raccolta differenziata (90% entro il 2029) per le bottiglie in plastica per bevande con capacità fino a tre litri 6) misure di sensibilizzazione e requisiti di marcatura per alcune tipologie di prodotti (per un elenco dettagliato si rimanda al report completo). Va inoltre evidenziato che la Direttiva SUP include nel suo campo di applicazione i prodotti in plastica monouso biodegradabili e compostabili. La definizione di plastica riportata all’art. 3 comma 1 della Direttiva esclude infatti i soli “polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente”. Le principali plastiche biobased comunemente utilizzate per la realizzazione di articoli in plastica monouso biodegradabili e compostabili derivano da polimeri naturali modificati chimicamente realizzati a partire dalla trasformazione degli zuccheri presenti nel mais, barbabietola, canna da zucchero e altri materiali naturali e sono pertanto inclusi nel perimetro di applicazione della Direttiva.

Il recepimento della SUP in Italia

L’approccio adottato dalle norme vigenti in Italia per contrastare la plastica monouso risulta privo di una visione sistemica e fortemente sbilanciato a favore di una sostituzione tout court con alternative monouso in plastica compostabile. La maggior parte delle misure adottate a livello nazionale, infatti, ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso in plastica tradizionale con gli equivalenti in bioplastica compostabile, anche in quei contesti dove sarebbe stato possibile e necessario adottare misure volte a ridurre l’utilizzo del monouso (a prescindere dal materiale utilizzato) e promuovere sistemi e modelli di business basati su prodotti riutilizzabili. Riguardo il recepimento della Direttiva SUP, va inoltre rilevato che il testo approvato in seconda lettura alla Camera (il 31 marzo 2021) del Disegno di legge di delegazione europea 2019-2020 3 , dispone, contrariamente a quanto previsto dall’Europa, che l’immissione sul mercato dei prodotti in plastica monouso di cui alla parte B dell’allegato alla Direttiva, ovvero i prodotti soggetti a restrizioni all’immissione sul mercato, dovrà essere consentita “qualora per tali prodotti non siano disponibili alternative non monouso, e purché tali prodotti siano realizzati in plastica biodegradabile e compostabile”. Tuttavia, le restrizioni previste dall’Europa riguardano sia i prodotti in plastica fossile che in plastiche biodegradabili e compostabili e non demandano ai singoli Stati membri la discrezionalità di valutare l’esistenza (o meno) di alternative (valutazione peraltro già condotta a livello europeo e propedeutica alla redazione della proposta di Direttiva) Pertanto il recepimento nazionale, se approvato nella forma attuale, sarebbe in netto contrasto con la direttiva comunitaria.

Come si stanno muovendo altri paesi europei?

Molti Paesi europei stanno intervenendo per ridurre i rifiuti alla fonte, sostituendo il monouso in plastica con alternative riutilizzabili.

La Francia, ad esempio, punta ad eliminare tutti gli imballaggi in plastica monouso presenti sul mercato nazionale entro il 2040. Un obiettivo da conseguire in maniera progressiva con la fissazione (per decreto) di obiettivi vincolanti di riduzione, riutilizzo e riciclo. Parallelamente, sono stati introdotti target di riutilizzo complessivi per tutte le tipologie di imballaggi commercializzati nel paese pari al 5% entro il 2023 ed al 10% al 2027. Dal 1° gennaio 2020 è proibito mettere a disposizione tazze, bicchieri e piatti usa e getta in plastica per il consumo sul posto negli esercizi di somministrazione e, a partire dal 1° gennaio 2023, tale divieto sarà esteso a tutte le opzioni monouso (non solo a quelle in plastica), con l’obbligo di utilizzo di opzioni riutilizzabili. Misure specifiche vengono previste anche per le bottiglie in PET per liquidi alimentari. Dal 1° gennaio 2022 gli edifici pubblici saranno tenuti ad avere almeno una fonte di acqua potabile collegata alla rete accessibile al pubblico e anche le attività di ristorazione e i locali di somministrazione di bevande daranno ai consumatori la possibilità di richiedere acqua potabile gratuita. Tali misure sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo di riduzione del numero di bottiglie in plastica monouso per bevande immesse sul mercato francese del 50% entro il 2030. L’Irlanda punta a rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili o riciclabili entro il 2030, con interventi mirati anche sull’overpackaging, sulla progettazione e riduzione della loro complessità, oltre all’introduzione di un sistema di deposito su cauzione (DRS) per i contenitori per le bevande. La strategia irlandese estende il divieto di vendita ad alcuni oggetti non vietati dalla SUP: salviette umidificate, articoli da bagno in plastica monouso per hotel, articoli in plastica monouso utilizzati per il confezionamento di zucchero e condimenti (es. olio, salse). La Germania invece sta lavorando su misure volte ad introdurre l’obbligo (da gennaio 2023) di mettere a disposizione dei clienti contenitori riutilizzabili per il consumo di alimenti e bevande sia sul posto che da asporto in caffetterie e ristoranti. L’Olanda vuole ridurre ulteriormente il consumo di prodotti monouso in plastica previsto dalla SUP introducendo divieti di fornire gratuitamente prodotti usa e getta al cliente e obbligando a mettere a disposizione alternative riutilizzabili. L’Austria vuole introdurre il vuoto a rendere per le bottiglie, con percentuali vincolanti per l’uso di contenitori riutilizzabili, introducendo anche il deposito su cauzione e la plastic tax.

Raccomandazioni per l’Italia

Il recepimento della SUP e il PNRR sono delle concrete possibilità per ridisegnare un futuro sostenibile per il nostro Paese. Il parlamento e il governo Draghi possono scegliere di replicare quanto di buono già messo in atto da altri Paesi e adottare misure che favoriscano la diffusione dei modelli basati su prevenzione riuso, riducendo al minimo il monouso e i rifiuti che ne derivano. Le nostre raccomandazioni, dettagliate nel capitolo 8 del rapporto, mirano ad aumentare il “livello di ambizione” del nostro Paese in fase di recepimento della Direttiva SUP e, più in generale, intendono fornire un contributo ai fini della definizione delle politiche nazionali volte a ridurre la produzione di rifiuti e il consumo di risorse naturali legato alla diffusione dei prodotti monouso. Le misure proposte spaziano dall’introduzione di target vincolanti di riduzione e riuso per gli imballaggi e gli articoli monouso, alla definizione di incentivi economici volti a promuovere la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili e della vendita di prodotti sfusi, fino all’introduzione di misure di carattere regolamentare che garantiscano il progressivo abbandono dell’usa e getta nella somministrazione di alimenti e bevande sia per il consumo sul posto che da asporto.

Certo è che se l’impostazione data finora dal parlamento italiano al recepimento della SUP dovesse essere confermata, sembra difficile che tale recepimento sia accettabile dagli organi comunitari competenti. Greenpeace è pronta a fare la sua parte negli interessi del mare, del Pianeta e della collettività.

Leggi rapporto completo

I rifiuti di Roma a Napoli?

Era Venerdì 9 aprile quando sui maggiori quotidiani nazionali ha iniziato a rimbalzare una notizia che aveva dell’ìincredibile: la Città di Roma chiedeva una disponibilità ad aziende Campane per il conferimento di rifiuti indifferenziati.

“La Sapna, società provinciale per la gestione dei rifiuti della Città metropolitana di Napoli, ha ricevuto una richiesta da parte della Regione Lazio e di Ama Roma per il conferimento di circa 100 tonnellate al giorno di rifiuto indifferenziato a causa della situazione d’emergenza dei rifiuti che vive la città di Roma dopo la chiusura di un impianto nel Frusinate. Lo apprende l’Ansa da fonti qualificate della Città metropolitana. La richiesta è datata 2 aprile. Al momento Sapna, d’intesa con la Città metropolitana, ha in corso una valutazione tecnica per verificare l’accoglibilità della richiesta” scriveva La Repubblica.

Quasi immediata la risposta di AMA: “Risulta attualmente già superata l’opzione Napoli per l’invio di 100 tonnellate di rifiuti indifferenziati al giorno. Ama, come comunicato all’ente Regione Lazio, ha infatti trovato ulteriore capienza presso un proprio fornitore fuori regione già contrattualizzato e attivo. Come richiesto dalla Regione all’interno dell’Ordinanza Z10 dello scorso primo aprile, per gravare meno sul ciclo dei rifiuti regionale e risolvere le problematiche causate dalla chiusura della seconda discarica in 18 mesi (dopo Colleferro ora anche Roccasecca), l’azienda ha perlustrato vari possibili sbocchi cercando tutte le soluzioni possibili”.

Varia dunque la destinazione finale, che per molti analisti aveva il sapore della beffa, non il succo del discorso: Roma e Ama sono in emergenza, non dispongono più di impianti in grado di accogliere i rifiuti indifferenziati e devono rivolgersi ad impianti fuori regione. Intanto la Capitale è ferma al 45% di raccolta differenziata (20 punti percentuali al di sotto degli obiettivi previsti al 31 dicembre 2012), ben lontano dal 70% promesso ai suoi esordi dalla giunta uscente.

A pesare secondo Legambiente il passo indietro sul porta a porta in alcune zone della città sostituito dai cassonetti, le micro e macro discariche, quella storica mancanza di impianti di smaltimento sul territorio “con un milione di tonnellate all’anno che finiscono, altrove, in discariche e termovalorizzatori”. Una rotta da invertire “abbattendo l’indifferenziato procapite e applicando la tariffazione puntuale secondo il principio ‘chi inquina paga’.” Una sfida nella quale si inserisce, sottolinea Legambiente, “il bisogno di impianti per l’economia circolare sui territori, a partire dai Biodigestori Anaerobici per l’organico”. SC.

Quanto si “differenzia” in Italia?

In un’ottica di transizione verso un’economia circolare, la raccolta differenziata svolge un ruolo importante. In Italia viene differenziato il 61 per cento dei rifiuti urbani e ne viene riciclato il 51,3 per cento (sopra la media UE). La differenziazione è però più elevata al Nord e Centro Italia. Su queste differenze regionali influiscono principalmente il grado di informazione fornita ai cittadini, sia sul modo di attuare la differenziata sia sulla destinazione dei rifiuti, e gli orari di raccolta; per aumentare il grado di differenziazione sono necessari più controlli e maggiore trasparenza da parte delle istituzioni.

* * *

La gestione dei rifiuti urbani in Italia

Un’importante componente di una economia più “circolare” (ossia di un sistema di produzione e consumo che implichi l’utilizzo, riutilizzo e riciclo dei materiali esistenti il più a lungo possibile) è la raccolta differenziata dei “rifiuti urbani”, che includono i rifiuti domestici e quelli derivanti dalla pulizia del suolo pubblico.[1] Secondo ISPRA, in Italia sono stati prodotti nel 2019 circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, di cui oltre 18 (il 61 per cento) sono finiti nella raccolta differenziata.[2]

Questi rifiuti, una volta differenziati, vengono trattati e riciclati. L’Italia ricicla un po’ più della media europea: nel 2019 eravamo al 51,3 per cento dei rifiuti urbani contro il 47,7 per cento della media. Il nostro paese era ottavo su 27.[3]

Le differenze regionali nella raccolta differenziata

Il grado di differenziazione è diverso tra le regioni (Tav. 1). Le regioni ai primi posti sono del Nord e Centro Italia, insieme alla Sardegna, mentre le ultime posizioni sono occupate prevalentemente da regioni del Sud; in particolare, Basilicata, Calabria e Sicilia differenziano meno della metà dei rifiuti urbani prodotti.

Quali sono le cause di un diverso grado di differenziazione tra le regioni? Un sondaggio Istat indica che quattro aspetti relativi al grado di soddisfazione nella raccolta dei rifiuti sembrano poter influire sul comportamento delle persone: nelle regioni che differenziano di più c’è maggiore soddisfazione sull’orario di ritiro, maggiore certezza che i rifiuti vengano poi riciclati e maggiore apprezzamento dell’informazione e assistenza ricevute (Tav.2 e figure 1,2,3)[4] Naturalmente non si può escludere che chi non vuole differenziare cerchi di trovare “scuse” per non farlo nell’inefficienza delle aziende che raccolgono rifiuti. Tuttavia, se così fosse si dovrebbe trovare una correlazione negativa anche tra grado di differenziazione e altri aspetti relativi alla qualità della raccolta (frequenza di raccolta, quantità di contenitori e sacchetti, cattivi odori causati dall’umido non raccolto, dubbi sull’utilità di differenziare); tale correlazione è invece positiva o nulla.

Il sondaggio Istat fornisce anche informazioni sulle misure che potrebbero spingere a differenziare di più. Le principali, in termine di preferenza, sono: maggiore garanzia che i rifiuti vengano riciclati, sanzioni per chi non rispetta le regole di raccolta e agevolazioni fiscali per chi invece le rispetta. Tali misure sono percepite come necessarie in tutte le regioni quindi gli stessi provvedimenti consentirebbero un miglioramento a livello nazionale. La prima misura richiede maggiore trasparenza verso i cittadini, in modo da fugare dubbi riguardo alla destinazione dei rifiuti differenziati; le altre due, invece, indicano l’utilità di penalità o ricompense volte ad incentivare la raccolta differenziata, e quindi l’esigenza di maggiori controlli. In assenza di questi ultimi, è più facile che un cittadino pensi (comunque non correttamente) che, se si è in pochi a rispettare la separazione dei rifiuti, il proprio sforzo diventi inutile.


[1] I rifiuti urbani si distinguono da quelli “speciali”, frutto di attività produttive (commerciali, industriali, agricole), attività di costruzione e sanitarie o costituiti da veicoli fuori uso. Da gennaio 2021, nella definizione di rifiuti urbani sono inclusi anche quelli prodotti da alcune utenze non domestiche che siano simili per natura e composizione ai rifiuti domestici.

[2] Si veda: https://www.catasto-rifiuti.isprambiente.it/index.php?pg=nazione&width=1920&height=1080.

[3] Si veda: https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/sdg_11_60/default/table?lang=en.

[4] Si veda: https://www.istat.it/it/archivio/234691, dati riferiti al 2018.

Fonte: Osservatorio CPI Università Cattolica Milano