Usa: a New York entra in vigore bando buste di plastica

E’ entrato in vigore a New York il divieto dell’utilizzo dei sacchetti di plastica. Il bando doveva iniziare lo scorso 1 marzo, ma e’ stato congelato sino ad ora per una causa legale e per la pandemia di coronavirus.

Secondo i funzionari statali, i newyorkesi usano circa 23 miliardi di sacchetti di plastica ogni anno: “l’85% di questi finisce nelle discariche, intasa le nostre macchine per il riciclaggio o si trova nei corsi d’acqua, nelle strade, negli alberi”, ha spiegato Basil Seggos, Commissario del Dipartimento per la conservazione ambientale dello Stato di New York. Diversi proprietari di piccole botteghe e negozi di alimentari, tuttavia, sono contrari all’entrata in vigore del divieto e vogliono posticiparlo di un altro anno, sostenendo che ora e’ il momento sbagliato. Molti di loro stanno lottando per sopravvivere all’impatto economico della pandemia, ed essere costretti ad addebitare ai clienti un sacchetto di carta o una busta riutilizzabile potrebbe paralizzare ancora di più le vendite. Per questo, il bando rischia di essere bloccato da nuove sfide legali. La legge vieta le borsine di plastica nei supermercati e nei negozi di alimentari, ma sono esclusi i sacchetti per i farmaci, per frutta, verdura e per avvolgere carne o pesce. (ANSA).

Anche gli USA siglano un Plastic Pact, ma funzionano?

Cresce il numeri di paesi e regioni che adottano un Plastic Pact per ridurre l’impatto della plastica sull’ambiente. Quali sono le caratteristiche e i risultati ottenuti ad oggi da questi accordi di natura volontaria ?

Anche gli Stati Uniti hanno aderito alla rete internazionale di paesi dove è stato sottoscritto un Plastic Pact PP per ridurre l’inquinamento da plastica che vede tra gli altri la partecipazione di Regno Unito, Francia, Cile, Paesi Bassi, Portogallo, Sud Africa e più recentemente la Polonia.

Anche l’Italia aderendo all’European Plastic Pact si è formalmente impegnata in questo tipo di accordo , anche se non sono arrivate dallo scorso marzo notizie in merito.
L’iniziativa dei Plastic Pact nazionali così come il Global Commitment sono parte dell’impegno della EMAF Ellen MacArthur Foundation per promuovere un’economia circolare della plastica che ha preso il via nel 2016 con la pubblicazione del report The New Plastics Economy e del programma triennale di iniziative correlate. L’annuncio è stato dato il 20 agosto scorso in occasione dell’evento virtuale di GreenBiz Circularity 2020.

L’iniziativa degli USA che vede più di 60 firmatari tra cui aziende, agenzie governative, ONG, università, organizzazioni professionali e società di investimento sarà coordinata da The Recycling Partnership TRP, con il sostegno del World Wildlife Fund (WWF).

Sulla falsariga degli impegni presi dai partecipanti ai PP già operativi i firmatari si adopereranno entro il 2025 per :

  • Definire un elenco di imballaggi in plastica considerati come problematici o non necessari entro il 2021, e adottare misure idonee ad una loro eliminazione entro il 2025;
  • Assicurare che tutti gli imballaggi in plastica siano riutilizzabili, riciclabili o compostabili ;
  • Intraprendere azioni ambiziose per riciclare o compostare efficacemente il 50% degli imballaggi in plastica;
  • Raggiungere una percentuale media del 30% di contenuto riciclato o di contenuto bio-based prodotto responsabilmente.

I progressi compiuti dagli aderenti al Patto rispetto a questi obiettivi verranno resi noti su base annuale. Sarà il WWF a monitorarli attraverso un’applicazione denominata ReSource: Plastic Footprint Tracker, che attraverso una metodologia standard misurerà il consumo di plastica dei firmatari.

Gli aderenti al Plastic Pact rappresentano un po’ tutta la filiera della plastica degli USA e includono importanti stakeholder del settori dei rifiuti e del riciclo come Solid Waste Association of North America (SWANA), Institute of Scrap Recycling Industries (ISRI), National Waste Recycling Association (NWRA), Eureka Recycling, Balcones Resources, EcoCycle , APR Association of Plastic Recyclers . Tra le aziende figurano multinazionali come  Colgate-Palmolive Company, Danone North America,  Coca-Cola Company, Clorox Co., and Mars Inc.Target, Walmart, Aldi , Nestlé, Unilever USA, organizzazioni come Consumer Brands Association, Terracycle, Closed Loop Partners, cittadine come Austin e Phoenix e altri soggetti.

I coordinatori dell’iniziativa potranno contare su un comitato composto da dieci membri tra gli aderenti al patto che sarà a disposizione per fornire consulenza e pareri sulle azioni da intraprendere a cominciare dalla predisposizione di una tabella di marcia che stabilirà le fasi per raggiungere gli obiettivi delineati dal patto.
Abbiamo coinvolto i membri dell’intera catena del valore della plastica“, ha affermato Sarah Dearman di TRP durante la conferenza di presentazione. Aggiungendo che il processo è iniziato lo scorso novembre quando i partecipanti hanno convenuto su tempistiche e obiettivi su cui lavorare per eliminare entro il 2025 gli imballaggi “problematici o non necessari“.
Il patto siglato negli UK è stato citato da TRP come un possibile esempio a cui ispirarsi, anche se i punti di partenza sono differenti. Il tasso di riciclo nel Regno Unito è più del doppio di quello USA, ragion per cui l’obiettivo di riciclo è del 50% negli USA contro il 70% degli UK .
Il patto americano riprende l’obiettivo del 30% di contenuto riciclato negli imballaggi del patto inglese, anche se quest’ultimo ha introdotto dei target diversificati a seconda del tipo di imballaggio e considera il 30% come un’obiettivo medio.
Per le bottiglie in PET il patto inglese richiede un 50% di contenuto riciclato, che diventa dal 40% al 50 % per i flaconi in polietilene e del 10% per i film in polietilene e polipropilene .

Allo scopo di aumentare la domanda di plastica riciclata e crearle, man mano che il patto progredisce, un mercato di sbocco, Kersten-Johnston ha annunciato che il patto USA potrebbe qui coinvolgere anche il settore degli imballaggi utilizzati dal settore industria e commercio
Se consideriamo , come riporta Plastic News che i dati governativi riferiti al 2017 dicono che solo il 14,7 degli imballaggi in plastica immessi al consumo è stato riciclato, e che le bottiglie in PET, la tipologia di imballaggi più riciclata, ha un tasso di riciclo intorno al 30%, è evidente che l’obiettivo del 50% al 2025 è piuttosto sfidante.
Per fare un raffronto con il tasso di riciclo degli UK che viene dato al 46% nel 2017 va detto che negli ultimi anni sono stati espressi dubbi da fonti considerate autorevoli sulla veridicità di tale dato. Da un lato perché il tasso di riciclo si calcola sul dato degli imballaggi immessi al consumo, che potrebbe essere in difetto come ha evidenziato uno studio del 2018 di Eunomia , e dall’altro perché si calcolano come riciclati quei due terzi degli imballaggi raccolti in modalità differenziata che sino ad un paio di anni fa venivano esportati. Peraltro anche verso paesi asiatici privi di infrastrutture di riciclo come la Malesia.

Infine c’è un’altra differenza non da poco tra i due patti determinata dal grado di accettazione che godono nei due paesi le politiche basate sulla responsabilità estesa del produttore o EPR (Extended Producer Responsability). Mentre il patto inglese supporta l’applicazione di regimi di ERP in qualche forma, non è ancora chiaro a quali misure e strategie ricorreranno negli USA dove questi regimi non sono stati mai stati istituiti ad oggi per l’opposizione dei produttori dei beni di largo consumo e del mondo della chimica e plastica. Questi ultimi soggetti sono sempre stati più propensi a finanziare le infrastrutture di riciclo se “obbligati” piuttosto che assumersi la responsabilità dei costi di raccolta e riciclo dei propri prodotti a fine vita. Infine, mentre è stato comunicato che il patto inglese copre i due terzi degli imballaggi in plastica immessi nel mercato del Regno Unito, non è ancora noto quale sarà la quota di imballaggi in plastica immessi negli USA di cui sono responsabili gli aderenti al patto.

Così come è avvenuto nei paesi dove questo tipo di accordo è stato lanciato le Ong attive sul fronte dei rifiuti hanno espresso qualche dubbio sull’efficacia e sul potenziale degli accordi volontari in genere.

John Hocevar, direttore della campagna Oceans per Greenpeace USA, pur apprezzando l’approccio multi-stakeholder del patto e il coinvolgimento del mondo della distribuzione organizzata a dei grandi marchi ha espresso alcune preoccupazioni “Non vorrei che questa iniziativa rafforzasse l’idea che la maggior parte degli imballaggi in plastica debba e possa essere riciclata, perché in realtà la maggior parte di questi imballaggi ha poco o nessun valore o un mercato di sbocco“, ha detto Hocevar . “L’obiettivo a cui dovremmo tendere è l’abbandono del monouso e investimenti in sistemi di riutilizzo, di riempimento e dematerializzazione del packaging“.

Anche i commenti raccolti da Plastics News da parte dei referenti di due organizzazioni californiane come As You Sow e CRI Container Recycling Institute hanno espresso un certo scetticismo in particolare riguardo alla natura volontaria dell’iniziativa.

Conrad MacKerron, vicepresidente senior di As You Sow gli impegni sottoscritti con il PP – seppur apprezzabili- rischiano di dipendere esclusivamente dalla volontà degli aderenti : “la nostra attività ventennale di monitoraggio degli impegni presi dalle aziende in tema di RSI (responsabilità sociale di impresa) ci induce a considerare come altamente improbabile che ci si possa avvicinare ad un tasso di riciclaggio del 50% su base volontaria . Abbiamo visto più volte quanto sia facile per le aziende ritirarsi da impegni volontari quando mancano i vincoli legislativi “
Susan Collins, presidente del CRI Container Recycling Institute è altrettanto scettica sul raggiungimento del 50% di riciclo, a meno che non si proceda ad un raddoppio dei sistemi di deposito ( ed oltre) per i contenitori di bevande attualmente operativi negli USA. Questo significa che cento milioni di nuovi americani dovrebbero avere accesso ad un sistema di deposito e che i sistemi già in vigore in 10 stati (che servono ora 90 milioni di cittadini) dovrebbero essere migliorati per aumentarne le prestazioni.
Va detto che il tasso nazionale di riciclo delle bottiglie in PET si raggiunge negli USA solamente grazie al contributo degli stati che hanno adottato questi sistemi con percentuali di riciclo che vanno dal 66% al 96% .
Una svolta per incrementare la percentuale di contenuto riciclato per la California è arrivata dall’ Assembly Bill 793, una legge votata all’unanimità dalle due camere lo scorso 24 settembre che impone un contenuto obbligatorio di plastica riciclata per le bottiglie di plastica coperte dal vigente sistema di deposito. Ovvero almeno il 15% entro il 2022, il 25% entro il 2025 e il 50% entro il 2030. La legislazione prevede anche una penalità di 20 cent di dollaro per ogni libbra ( circa 454 grammi) di plastica vergine utilizzata.

Lezioni da trarre per il nostro paese e oltre

Le iniziative di portata globale come il Global Commitment o i Plastic Pact hanno sicuramente alcuni meriti tra i quali stimolare la collaborazione tra tutti i portatori di interesse, competitors inclusi, che è una condizione imprescindibile quando si tratta di affrontare problematiche ambientali di ordine globale.

Altri meriti sono legati alla modalità di lavoro interdisciplinare che prevede azioni importanti quanto poco praticate dalle aziende come la partecipazione ad un programma condiviso che prevede un certo livello di collaborazione, di rendicontazione e una tabella di marcia da rispettare. Nonché la misurazione del consumo di plastica fatto all’interno delle aziende che si spera possa portare alla misurazione del consumo anche per le altre materie prime impiegate. Tutti aspetti che possono stimolare una maggiore proattività, incidere positivamente sulla capacità di innovazione e problem solving velocizzando al contempo i tempi di perseguimento degli obbiettivi .

Venendo ai punti di debolezza, in parte ripresi nei commenti prima riportati, questi accordi su base volontaria – in mancanza di quadri legislativi coerenti e cogenti – rischiano di disattendere gli obiettivi e di produrre risultati che non sono all’altezza delle emergenze ambientali a cui dovrebbero offrire delle risposte. Inoltre, il fatto che questi accordi siano mirati ad un solo materiale sta aprendo la strada ad alcune “scappatoie” da parte industriale, come la sostituzione dei materiali. E infine non è ancora emersa alcuna evidenza scientifica a provare che il raggiungimento degli obiettivi di iniziative mirate alla sola plastica apportino dei miglioramenti significativi nella riduzione delle emissioni climalteranti e nel tasso di consumo di risorse.

I report di monitoraggio degli impegni intrapresi dagli aderenti del Global Commitment GB usciti ad oggi ha confermano che i progressi sono lenti e prevalentemente orientati alla sostituzione della plastica o al miglioramento della riciclabilità. Nonostante un terzo dei firmatari abbia in corso dei progetti pilota basati sul riuso dei contenitori, meno del 3% in peso degli imballaggi che immettono al commercio è riutilizzabile. Sono 43 le aziende che stanno testando modelli di riuso in più mercati e per diversi prodotti tra aziende produttrici di imballaggi, di prodotti confezionati o del settore della distribuzione, ma poche impegnate su larga scala. Infatti solamente il 13% tra le grandi aziende firmatarie sta sperimentando modelli di riuso per una parte significativa del loro portfolio di prodotti. Per capire quale è il peso del GC in termini di plastica immessa sul mercato come imballaggi va detto che non è stato firmato da tutte le grandi multinazionali dei prodotti di largo consumo, come nel caso di P&G, e che copre quindi appena il 20% delle quantità di packaging utilizzate a livello globale.

Una valutazione piuttosto critica sugli accordi volontari è contenuta nel corposo rapporto uscito lo scorso settembre a cura della fondazione Changing Markets dal titolo Talking Trash: The Corporate Playbook of False Solutions,” . Dal rapporto e dai casi studio analizzati emergono le tre tattiche utilizzate dalla maggiori multinazionali e Big Plastic che si traducono in : ritardare (misure che potrebbero minare il consumo e fatturato) , distrarre (l’attenzione dai responsabili ) e fare deragliare (le legislazioni). Il rapporto frutto del lavoro congiunto di giornalisti investigativi, ricercatori ed esperti del settore da tutto il mondo, copre 15 paesi e regioni a cavallo di cinque continenti.

TALKING TRASH “Until companies up their game, call for mandatory collection and producer responsibility, and stop delaying and derailing legislation and distracting from their true accountability for the plastics crisis, they are doing no more than talking trash“.

Secondo il rapporto gli accordi volontari ricadono nella tattica del distrarre l’attenzione da possibili misure legislative attraverso l’adesione ad accordi volontari molto ben pubblicizzati. Altre tattiche che hanno lo stesso obiettivo sono le iniziative ex post che “funzionano come cerotti” e non intervengono sulle cause dei problemi. Tra gli esempi riportati nel rapporto abbiamo: le campagne di pulizia ambientale, la realizzazione di prodotti a partire dalla plastica dei rifiuti marini, le iniziative di promozione del riciclo che non prevedono obblighi stringenti di raccolta, la promozione di altre opzioni alternative sempre monouso come le bioplastiche biodegradabili o compostabili, la promozione di soluzioni tecnologiche “magiche” come il riciclaggio chimico. E infine il finanziamento di studi progettati per supportare il loro punto di vista e un’ampia e diffusa pubblicizzazione delle proprie credenziali ecologiche presso i consumatori attraverso media ben finanziati e campagne pubblicitarie. (1)

Alle iniziative volontarie della EMAF legate al progetto The New Plastics Economy prima citate il rapporto ha dedicato una sezione (1) che, oltre agli aspetti positivi prima ripresi, individua anche alcune limiti che riassumiamo di seguito :

  • nonostante l’iniziativa abbia portato oltre 35 brand a rivelare la loro impronta plastica in termini di tonnellate di polimeri impiegati ogni anno, non c’è l’obbligo di pubblicare i dati condivisi con la fondazione e di farli certificare da un’ente indipendente;
  • come altre iniziative su base volontaria che non prevedono conseguenze per chi non raggiunge gli obiettivi prefissati, può offrire agli aderenti l’occasione per defilarsi dalle proprie responsabilità ;
  • manca un’azione di pressione sugli aderenti per spingerli ad adottare strategie per ridurre il consumo di plastica monouso ( a favore anche dei sistemi di riuso, ad esempio ). inoltre la EMAF sembra non avere una strategia per agire sui singoli membri che mancano di ambizione o di trasparenza che si discosti in sostanza dal “tutta carota e niente bastone”. I partecipanti non vengono spinti a competere tra loro, ad esempio attraverso la pubblicazione di classifiche e posizionamenti delle performance individuali dai cui si evincano “i migliori della classe”. (Nel frattempo però i firmatari utilizzano ampiamente la loro partecipazione al programma per migliorare la oro reputazione e anche fare greenwashing);
  • la fondazione non sembra preoccuparsi delle modalità attraverso cui i grandi marchi riducono la dipendenza dalla plastica vergine e raggiungono i loro obiettivi. Ad esempio “non ci sono state domande” sul fatto che la strategia di Mars si basi pesantemente sul riciclo chimico ( invece che meccanico) e sembra che la EMAF consideri il riciclo chimico come una componente dell’economia circolare. (2)
  • nonostante il fatto che la mancanza di plastica post consumo di alta qualità rappresenti una grande sfida al raggiungimento dei target di contenuto riciclato negli imballaggi la fondazione non promuove i sistemi di deposito obbligatori per legge. Grande parte degli aderenti alle iniziative della EMAF concentrano di fatto i loro sforzi in partnership con compagnie che stanno sviluppando progetti di riciclo chimico e investendo in altre tecnologie problematiche ancora immature.

Quello che invece lo studio Evaluating Scenarios Toward Zero Plastic Pollution ha argomentato è che perseguire il Business as usual comporterà un aumento i rifiuti di plastica negli oceani pari a 450 milioni di tonnellate nei prossimi 20 anni.

Non per nulla anche il rapporto Breaking the Plastic Wave che accompagna lo studio conviene che l’approccio più efficace per affrontare questo fenomeno preoccupante è quello definito come lo scenario “System Change” in cui si interviene sull’attuale modello economico con varie misure che spaziano da interventi sul piano normativo, sui modelli di business e sui meccanismi di finanziamento che attualmente incentivano prevalentemente l’industria fossile e l’utilizzo di plastica vergine.

Note bibliografiche

(1) Talking Trash Full report: section 2.3. Alliances and group initiatives (2.3.3. e 2.3.4. ) pag. 30. Segnaliamo a pag.33 il box 2.2. che elenca le caratteristiche che un’iniziativa a livello volontario dovrebbe invece avere per essere efficace. Box 2.2: What does a good voluntary initiative look like?

(2) A) The New Plastics Economy global commitment: 2019 progress report
B) Enabling a CE for chemicals with The Mass Balance approach. A White Paper

C) Chemical recycling ‘promising’ for circular economy, EU official says

Fonte: Comuni Virtuosi

Crescono i ‘Comuni Rifiuti Free’ 2020, ecco i numeri del dossier Legambiente

Sono 598 i Comuni Rifiuti Free,quelli dove ogni cittadino produce al massimo 75 chili di secco residuo all’anno: 51 in più dello scorso anno. E questa è davvero una buona notizia, specialmente se si considera che la crescita maggiore è avvenuta nel Meridione. I comuni rifiuti free del Sud Italia sono passati, infatti, da 84 a 122 e pesano, ora, per il 20,4% sul totale dei comuni in graduatoria. Il merito di questa rimonta va, soprattutto, all’Abruzzo, che porta i comuni virtuosi da 15 a 38 (con un balzo dal 5 al 12% sul totale dei comuni della Regione), alla Campania che sale da 23 a 36 comuni (dal 4 al 7%) e alla Sicilia che passa da uno a otto comuni (da 0 a 2%), tra cui Misilmeri (PA) di oltre 30mila abitanti.

I comuni del Centro rappresentano il 6,5% del totale dei Comuni in classifica e il Nord, nonostante l’incremento in numeri assoluti, per la prima volta scende dal 77% al 73,1%. Da segnalare la Lombardia che cresce di 22 comuni (da 85 a 107).

Tra i capoluoghi di provinciasono solo 4 le città che rientrano nei parametri dei Comuni Rifiuti Free:Pordenone, Trento e Trevisoin testa, seguiti daBelluno.

Il Venetosi conferma la Regione con il numero più elevato di Comuni rifiuti free: 168 comuni per una percentuale sul totale del 30%, stabile rispetto allo scorso anno. Seguono il Trentino-Alto Adige con 78 comuni (28%), due in più rispetto al 2019 che lo aveva visto in forte crescita, e il Friuli-Venezia Giulia, che con 48 comuni rimane a quota 22%. Poi l’Abruzzo e il Molise che passa da nove a 13 comuni (dal 7% al 10%).

Questi i numeri principali di Comuni Ricicloni 2020, l’indaginepresentata oggi pomeriggio a Roma, durante la seconda giornata del talk show online EcoForum sull’Economia circolare dei rifiuti, organizzato da Legambiente, Editoriale La Nuova Ecologia e Kyoto Club.

La premiazione dei Comuni rifiuti free – trasmessa in diretta streamingsu eco-forum.it e sulle pagine Fb di Legambiente e de La Nuova Ecologia – è stata introdotta da Giorgio Zampetti Direttore Generale Legambiente e moderata da Laura Brambilla Responsabile Premio Comuni ricicloni. Sono intervenuti Alessia Rotta, Presidente Commissione Ambiente Camera dei Deputati, Luca Briziarelli, Vicepresidente Commissione d’Inchiesta sulle Attività Illecite Connesse al Ciclo dei Rifiuti e su Illeciti Ambientali, Maria Alessandra Gallone, Commissione Ambiente Senato della Repubblica, Paola Nugnes, Commissione Ambiente Senato della Repubblica, Enzo Favoino, Scuola Agraria del Parco di Monza e Lorenzo Barucca Responsabile Economia Civile Legambiente e Progetto Ecco.

Secondo gli ultimi dati ISPRA disponibili (2018), nel complesso in Italiala produzione dei rifiuti rimane ancora alta, con 499,7 kg/ab/anno,e sela raccolta differenziata intercetta, mediamente a livello nazionale,oltre la metà dei rifiuti prodotti conil 58,1%,si registra ancora un forte divario tra Nord (67,7%), Sud (46,1%) e CentroItalia (54,1%).

“Con il recepimento del pacchetto delle direttive europee sull’economia circolare – ha dichiarato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – si è definito il contesto in cui gli Stati devono muoversi da qui ai prossimi anni. Tra gli obiettivi principali: il limite massimo del 10% di rifiuti conferiti in discarica, percentuali molto ambiziose di riciclo dei rifiuti prodotti e un tetto per abitante di 100 chili di residuo secco (indifferenziato) prodotti annualmente. Come fotografa il nostro rapporto Comuni Ricicloni 2020, ad oggi la produzione dei rifiuti non recuperabili e conferiti in discarica al di sotto dei 75 chili per abitante all’anno è raggiunta solo da 598 Comuni: in aumento rispetto allo scorso anno ma ancora pochi. Proprio per questo è determinante applicare il sistema di tariffazione puntuale su tutto il territorio nazionale, in nome del principio chi inquina paga, supportando le amministrazioni che ce l’hanno fatta”.

Nell’indagine Comuni Rifiuti Free 2020, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Veneto sono le uniche tre regioni che si vedono rappresentate in tutte e quattro le categorie del concorso: i comuni sotto i 5.000 abitanti, tra i 5.000 e i 15.000, oltre i 15.000 e Capoluoghi. Come a dire che nel triveneto la raccolta differenziata è di qualità indipendentemente dalla dimensione demografica, grazie a un sistema di raccolta e gestione efficace basato, nella maggior parte dei casi, su sistemi consortili, raccolta porta a porta e tariffazione puntuale.

All’altro capo della classifica, con zero comuni rifiuti free, troviamo la Valle d’Aosta (stazionaria sullo zero), con la Liguria e la Puglia che perdono entrambe i loro due comuni virtuosi.

Tra i comuni non capoluogo sopra i 15 mila abitanti, oltre a Misilmeri (PA), i vincitori di quest’anno sono Baronissi (SA), Castelfranco Emilia (MO), Porcia (PN), Porto Mantovano (MN), Castelfidardo (AN), Certaldo (FI), Pergine Valsugana (TN) e Vedelago (TV). Carpi(71mila abitanti) tra i vincitori 2019 passa invece in seconda linea.

Nel dossier, i dati accorpati per consorzio indicano ai primi posti quelli al di sotto dei 100mila abitanti.In testai due consorzi trentini Amnu Spa e Asia (Azienda Speciale per l’Igiene Ambientale), seguiti dal consorzio veneto Unione Montana Agordina. Per quanto riguarda i consorzi più grandi, quelli sopra i 100mila abitanti, troviamo al primo postoil Consorzio di Bacino Priula (TV), al secondo il Consiglio di Bacino Sinistra Piave (TV) e al terzo il consorzio A&T 2000 S.p.A (UD).

Comuni Ricicloni è un concorso volontario(cui concorrono le realtà che inviano i dati di produzione dei rifiuti nei tempi e nei modi stabiliti dagli organizzatori) e un dossier a cura di Legambiente, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in collaborazione con CONAI, Comieco, Corepla, CIAL, CoReVe, RICREA, Rilegno, Consorzio Italiano Compostatori e Assobioplastiche. Partner: FaterSmart e Eurosintex.

L’EcoForum è il primo di 7 incontri tematici organizzati da Legambiente con istituzioni, imprese e associazioni per individuare le migliori proposte per il Piano nazionale di ripresa e resilienza che il Governo italiano dovrà presentare in Europa entro aprile 2021. I prossimi appuntamenti in programma saranno: Forum Acqua sul ciclo idrico integrato (28 ottobre), Forum Agroecologia  circolare sulla sostenibilità in agricoltura (12 novembre), Forum Bioeconomia delle Foreste sulla gestione forestale sostenibile (19 novembre), Conferenza Città Clima sull’adattamento climatico in ambito urbano (25 novembre), Forum QualEnergia sulla lotta alla crisi climatica e sulla mobilità sostenibile (2-3 dicembre), Rapporto Ecomafia (11 dicembre).

CONAI, rimodulato il contributo ambientale per gli imballaggi in acciaio, plastica e vetro

Il contributo per gli imballaggi in acciaio passerà da 3 EUR/tonnellata a 18 EUR/tonnellata, Aumenteranno anche gli imballaggi in plastica di fascia B2 e di fascia C e quelli in vetro da 31 EUR/tonnellata a 37 EUR/tonnellata

CONAI ha deliberato per gli imballaggi in acciaio, in plastica e in vetro un aumento del contributo ambientale, utilizzato per finanziare le attività di raccolta e valorizzazione dei rifiuti di imballaggio, prioritariamente provenienti da raccolta urbana. L’aumento avrà effetto a partire dal 1° gennaio 2021. Una decisione che nasce dalla richiesta dei consorzi di filiera RICREA, COREPLA e COREVE,  frutto di profondi cambiamenti intervenuti nel corso del 2020 per il sistema e per l’intero settore della gestione dei rifiuti di imballaggio.

Oltre all’entrata in vigore del cosiddetto Decreto Rifiuti, che recepisce due delle quattro direttive europee contenute nel Pacchetto Economia Circolare, l’emergenza sanitaria in corso – si legge in una nota – sta indubbiamente condizionando la filiera della valorizzazione dei rifiuti di imballaggio. L’effetto COVID-19 ha infatti generato una crescita nella raccolta urbana, anche a causa di una generalizzata preferenza dei consumatori verso i prodotti imballati e del venir meno dei consumi fuori casa. Ma, nonostante le difficoltà dei primi mesi di brusco lockdown, le attività di raccolta differenziata non si sono interrotte e tutti i rifiuti di imballaggio sono sempre stati puntualmente ritirati. Il blocco di alcuni settori di sbocco delle materie prime seconde sia in Italia sia verso l’estero, inoltre, ha causato un eccesso di offerta che ha fatto crollare il valore della materia da riciclo e ridotto gli sbocchi di mercato, soprattutto nel mondo della plastica.
Gli aumenti del contributo ambientale devono quindi mettere il mondo delle imprese nella condizione di poter continuare a garantire le attività di raccolta anche in questi mesi di pandemia, che rappresentano un momento di preoccupazione e difficoltà per tutti.

Acciaio
Il contributo per gli imballaggi in acciaio passerà da 3 EUR/tonnellata a 18 EUR/tonnellata. Un valore che torna simile a quelli del 2015, quando il CAC acciaio passò da 26 a 21 EUR/tonnellata e infine a 13 EUR/tonnellata.
Questo aumento è determinato da tre fattori. In primis l’aumento dei corrispettivi per la raccolta differenziata legato al nuovo Allegato Tecnico dell’Accordo Quadro ANCI-CONAI, i cui valori si posizionano sostanzialmente in linea con le nuove Direttive Europee. In secondo luogo, il significativo incremento delle quantità di imballaggi in acciaio recuperate: nel primo quadrimestre del 2020 l’acciaio è stato il materiale di imballaggio che ha registrato la crescita più significativa – rispetto all’anno precedente – nei conferimenti al sistema CONAI; in particolare, +19,6% in marzo e +23,7% in aprile. Infine, i calo in atto da tre anni a questa parte del valore economico del rottame ferroso, che erode la principale fonte di ricavi del Consorzio dopo il CAC attraverso la vendita alle Acciaierie di rottame da imballaggio proveniente da raccolta differenziata.
Il tutto senza poter far ricorso alle riserve patrimoniali, ridotte negli ultimi anni per effetto di una politica di contenimento richiesta dal Ministero.

Plastica
Oltre ai motivi di carattere generale, che hanno fortemente impattato sui valori di vendita dei materiali a riciclo e sui costi di valorizzazione delle frazioni non ancora riciclabili, l’aumento dei CAC per gli imballaggi in plastica è determinato anche da fattori specifici legati alla filiera.
Il Consorzio COREPLA sta registrando infatti un aumento dei conferimenti di imballaggi in plastica del 5% nel corso del 2020, e al contempo una riduzione delle quantità assoggettate al contributo ambientale. L’Europa, inoltre, impone un tasso di riciclo della plastica che nel 2025 dovrà raggiungere il 50%: è quindi sempre più necessario investire in ricerca e sviluppo e sostenere il riciclo meccanico, per favorire l’avvio a riciclo di alcune frazioni merceologiche che i riciclatori non avrebbero altrimenti interesse a recuperare. Il blocco delle attività produttive che normalmente usano materiale da riciclo, causato la scorsa primavera dal Coronavirus, ha inoltre dimezzato i ricavi delle aste, influenzati dalla minore richiesta di materiale.
I valori del CAC resteranno invariati per gli imballaggi in plastica di fascia A (150 EUR/tonnellata) e di fascia B1 (208 EUR/tonnellata), ossia per gli imballaggi maggiormente riciclabili. Aumenteranno invece per gli imballaggi di fascia B2 e di fascia C: per la prima si passa da 436 EUR/tonnellata a 560 EUR/tonnellata, per la seconda invece da 546 EUR/tonnellata a 660 EUR/tonnellata.
Pur con questi aumenti, i valori fissati per gli imballaggi in plastica risultano ancora tra i più bassi in Europa. È stato comunque preso un impegno a revisionare e aggiornare criteri e logiche di diversificazione, confrontandosi anche con quanto avviene in Europa e legando i valori del CAC non solo alla riciclabilità e al circuito di destinazione degli imballaggi, ma anche ai reali costi di raccolta e riciclo. Le decisioni verranno prese entro giugno 2021.

Vetro
Il contributo ambientale per gli imballaggi in vetro passerà da 31 EUR/tonnellata a 37 EUR/tonnellata. L’aumento è determinato dall’entità dei nuovi corrispettivi da riconoscere ai Comuni per il servizio di raccolta differenziata previsti dall’Allegato Tecnico dell’Accordo Quadro ANCI-CONAI, i cui valori progressivi sono stati definiti, da qui al 2024, in linea con quanto richiesto dalle nuove Direttive Europee sui rifiuti d’imballaggio. Senza questa necessità, il consorzio COREVE sarebbe prevedibilmente rimasto in equilibrio economico, grazie al lavoro e agli sforzi fatti negli ultimi due anni, senza ricorrere a questo incremento.

Procedure semplificate per l’import
L’aumento avrà effetto anche sulle procedure forfettarie/semplificate per importazione di imballaggi pieni, sempre a decorrere dal 1° gennaio 2021.
Le aliquote da applicare sul valore complessivo delle importazioni (in EUR) passeranno da 0,18 a 0,20% per i prodotti alimentari imballati e da 0,09 a 0,10% per i prodotti non alimentari imballati. Il contributo mediante il calcolo forfettario sul peso dei soli imballaggi delle merci importate (peso complessivo senza distinzione per materiale) passerà da 92 a 107 EUR/tonnellata.
I nuovi valori delle altre procedure semplificate saranno a breve disponibili sul sito CONAI.

Fonte: E-Gazette

CONAI: Prevenzione e gestione dei rifiuti da imballaggi

É stato approvato e pubblicato dal Consorzio nazionale imballaggi (Conai) il Programma Generale di Prevenzione e di Gestione degli Imballaggi e dei rifiuti di imballaggio, contenente le linee di azione e la previsione dei risultati di riciclo e di recupero dei rifiuti di imballaggio.

Come previsto dalla normativa vigente (art. 225 del TUA), il documento illustra le linee di intervento e gli obiettivi per il prossimo quinquennio (2020-2024), sulla base di quanto contenuto nei documenti istituzionali dei Consorzi di filiera e dei sistemi autonomi.

Quattro i punti fondamentali individuati dal documento in tema di prevenzione: eco-design e valutazione ambientale a monte, mediante strumenti scientifici per permettere di valutare le diverse scelte progettuali; riutilizzo e relative applicazioni ambientalmente sostenibili, attraverso la modulazione del contributo ambientale e la promozione di momenti di confronto scientifico; raccolta differenziata di qualità, al fine di ottimizzare i flussi a riciclo e crearne di nuovi; ricerca e sviluppo di nuove tecnologie di selezione e riciclo, e promozione dell’utilizzo di materiale riciclato.

Vedi anche: Programma generale prevenzione e gestione imballaggi 2020 (PDF)

Fonte: Polimerica

Torino: la polizia municipale sequestra 25.500 sacchetti di plastica venduti abusivamente agli ambulanti di Porta Palazzo

A seguito di un’attività di monitoraggio e controllo sull’area mercatale di Piazza della Repubblica durata alcune settimane, gli agenti della Polizia Municipale del Comando di Porta Palazzo, hanno intercettato e messo fine ad un’attività di vendita abusiva di sacchetti di plastica per alimenti. I ‘civich’ hanno notato un uomo che già nei giorni precedenti si aggirava in maniera sospetta tra i banchi del mercato. Anche questa mattina, il soggetto è stato osservato mentre consegnava delle scatole contenenti sacchetti di plastica ai venditori ambulanti del settore ortofrutticolo. L’uomo trasportava gli scatoloni contenenti i sacchetti di plastica utilizzando un carrellino a due ruote, facendo la spola tra il furgone dove era accatastata la merca e i banchi del mercato.

Gli agenti hanno seguito da lontano i movimenti dell’uomo e, una volta certi di quanto stesse accadendo, sono intervenuti fermando il sospettato e mettendo sotto sequestro amministrativo 25.500 sacchetti di plastica, 10 scatole di cartone da 10 kg cadauna contenenti altre buste di materiale plastico e 500 confezioni di guanti monouso. Dal controllo della merce è inoltre emerso che 4.500 sacchetti e una scatola di cartone da 10 Kg sono risultati vietati e non utilizzabili, in quanto non compostabili e biodegradabili.

L’uomo, un cinquantanovenne, è stato contravvenuto ai sensi della Lex 114/98 con una sanzione di 5.000 euro ‘vendita senza autorizzazione’ e con un ulteriore sanzione di 5.000 euro ai sensi del DLgs. 152/2006 per ‘vendita di buste non compostabili e biodegradabili’.

Fonte: Eco dalle Città

Olanda: in arrivo un sistema di deposito per le bottigliette di plastica

Entro il primo luglio 2021 anche le bottigliette di plastica saranno soggette ad un sistema di deposito e ad una cauzione di 15 cent. Ogni anno nei Paesi Bassi vengono vendute 1 miliardo di bottigliette di plastica di cui si stima finiscano nell’ambiente una quantità tra i 50 e 100 milioni di pezzi.

In controtendenza con altri paesi dove la partenza di un sistema di deposito su cauzione per contenitori di bevande è stato posticipata (1) a causa della pandemia da Covid-19 l’Olanda ha deciso di implementare al 2021 l’attuale sistema di deposito in vigore per le bottiglie in plastica di formato superiore al litro includendo anche tutti i formati più piccoli.
Dietro a questa decisione annunciata il 24 aprile scorso c’è stato il lavoro ai fianchi del governo olandese da parte di alcune associazioni (ambientaliste e non solo) che per due decenni lo hanno spronato e bloccato quando nel 2015 stava per smantellare il sistema di deposito esistente per le bottiglie superiori al litro. Una sintesi sui decenni di resistenza dell’industria delle bevande e dei loro alleati, tra cui la GDO, ve lo abbiamo raccontato solo noi per l’Italia attraverso la pubblicazione di 3 articoli su questo sito.
Nel corso degli anni, i supermercati e i produttori di bevande olandesi, nel tentativo di evitare un’estensione del cauzionamento sono riusciti ripetutamente a rimandarlo accettando accordi quadro con il governo che prevedevano vari obiettivi tra cui una riduzione di bottiglie di plastica e lattine nei rifiuti stradali e l’aumento delle percentuali di riciclo. La strategia è stata quella di prendere tempo ben sapendo che non avrebbero mai potuto mantenere le promesse.

Lo stesso copione si è ripetuto sino ad oggi considerato che i soggetti prima citati non hanno centrato obiettivi similari contenuti nell’ultimatum ricevuto anche da Stientje van Veldhoven (D66) attuale Ministro all’Ambiente e Segretario di Stato per le infrastrutture e la gestione delle risorse idriche (2017-2019).
In una lettera inviata al parlamento del marzo del 2018 Van Veldhoven aveva ribadito che qualora non fosse stato raggiunto per le bottigliette in plastica l’obiettivo di riciclo del 90% sull’immesso al consumo, abbinato ad una riduzione del 70-90% delle bottigliette disperse nell’ambiente ( ndr.di seguito littering) avrebbe annunciato nell’autunno del 2020 (senza ulteriori deroghe) la partenza di un sistema di deposito,
Nei due anni di rilevamento sulla presenza di contenitori per bevande nel littering , affidato nel 2018 a Rijkswaterstaat (la direzione generale per i Lavori pubblici e la gestione delle risorse idriche), è emerso che le bottigliette sono aumentate del 7% e le lattine del 16% .
Questa situazione ha fatto si che in una successiva lettera al parlamento del 27 settembre 2019, il segretario di stato dichiarasse di voler anticipare alla primavera del 2020 la decisione sull’entrata in vigore di un deposito basandosi sui dati poco confortanti del terzo rilevamento. Alla luce dei dati in negativo anche per il quarto rilevamento effettuato di Rijkswaterstaat lo scorso febbraio, il governo non ha potuto fare altro che confermare l’entrata in vigore di un sistema di deposito per le bottigliette a partire dal 1 luglio 2021. All’industria è stato così concesso poco più di un anno che corrisponde all’arco di tempo che la stessa industria aveva quantificato come necessario per organizzare un sistema di deposito.

Va detto che i nuovi target di raccolta/riciclo per le bottigliette previsti dalla Direttiva Single Use Plastic (77% al 2025 e 90% al 2029) che rendono inevitabile il ricorso ai sistemi di deposito, hanno avuto un peso importante in questa decisione.
Tuttavia nonostante nell’ultimo anno la maggioranza del Parlamento olandese si fosse espressa a favore di un’estensione del deposito alle lattine, il Ministro Van Veldhoven ha deciso (nuovamente) di concedere un anno di tempo all’industria per raggiungere gli stessi obiettivi che l’industria ha mancato per le bottigliette ( 90% di riciclo sull’immesso e riduzione del 70/90% delle lattine nel littering).

Intanto il Ministro ha chiesto agli organi competenti di predisporre le necessarie misure legali per essere in grado di rispettare le tempistiche previste per un eventuale deposito anche per le lattine.
Ci sono pochi dubbi sul fatto che le lattine possano sfuggire ad un cauzionamento poiché l’evidenza sull’impatto ambientale delle lattine è arrivata al Parlamento forte e chiara attraverso due mozioni (2). Gli stessi parlamentari ritengono la misura indispensabile per evitare che i produttori di bevande passino dall’impiego di bottiglie alle lattine più di quanto non stiano già facendo.

Credit: Zwerfinator

I dati di vendita confermano una crescita per le lattine in Olanda. Nel 2018 sono state vendute 1,5 miliardi di lattine 155 milioni di pezzi in più rispetto al 2016 secondo l’organizzazione Recycling Netwerk

Tutti i rilevamenti compiuti da Rijkswaterstaat hanno riscontrato che la quantità di lattine nel littering è mediamente oltre il doppio di quella delle bottigliette.

In Olanda è operativo dal settembre del 2016 Dirk Groot un’attivista dal nome di battaglia Zwerfinator che ha raccolto e registrato le tipologie di contenitori di bevande trovate disperse nell’ambiente in 45 comuni. Le elaborazioni effettuate da Zwerfinator sulla base di questi rilevamenti sono state incluse negli ultimi rapporti governativi per la loro attendibilità accanto ai rilevamenti ufficiali .

Dall’inizio della sua attività sino al primo trimestre del 2020 Zwerfinator ha raccolto 51.331 pezzi percorrendo un totale di 1414 km dai quali emerge che la quantità di lattine nel littering è 2,7 volte quella delle bottiglie.

Rappresentazione grafica riferita alla media di bottiglie (in blu) e lattine (in giallo) trovate per ogni km percorso nei semestri riferiti a 3 anni di raccolta e catalogazione.

RIFIUTI DA IMBALLAGGIO E COSTI PER I COMUNI

Secondo lo studio di KplusV che ha indagato sulle dimensioni e costi del fenomeno finiscono nell’ambiente dai 100 a 150 milioni di lattine ogni anno. Infine anche le lattine, come la plastica, quando abbandonate nei campi o sui cigli delle strade possono diventare armi letali per gli animali da pascolo. Una volta che finiscono sotto le lame dei taglia erba le lattine vengono tagliate e i frammenti nascosti nell’erba vengono ingeriti accidentalmente dagli animali.
Uno studio commissionato da Recycling Netwerk Benelux un’organizzazione tra le più attive nella promozione dei sistemi di deposito in Olanda e Belgio a Robin van der Bles ricercatore della Wageningen University ha quantificato in 12.000 capi le mucche ferite ogni anno a seguito dell’ingestione di frammenti di alluminio, di cui 4.000 circa non sopravvivono.
Recycling Netwerk è stata cofondatrice nel 2017 della Statiegeld Alliantie (Deposit Return System Alliance) un’iniziativa che ha contribuito ad aggregare in Belgio e Olanda un vasto fronte di soggetti a sostegno del sistema e permesso di arrivare all’attuale traguardo in Olanda. L’alleanza è cresciuta molto rapidamente e oggi conta 1055 soggetti aderenti tra Enti Locali ( il 98% dei comuni olandesi), ONG, associazioni dei consumatori, associazioni aziendali del settore agricolo e dell’allevamento e un’ampia varietà di altri enti e organizzazioni.

Secondo uno studio del 2010 commissionato a Deloitte l’abbandono dei rifiuti nell’ambiente in Olanda costa 250 milioni di euro all’anno. Il 95,6 % di questo importo dovuto al solo littering, ovvero 239 milioni di euro , viene sborsato dai comuni e dalle aziende (principalmente autorità pubbliche) che gestiscono i rifiuti a livello locale.

Uno studio condotto da CE Delft del 2010 per conto del governo olandese ha stimato quanto potrebbe valere la riduzione dei costi a carico degli enti pubblici conseguente all’introduzione di un sistema di deposito per bottiglie e lattine. Lo studio ha quantificato in 80 milioni di euro all’anno il risparmio di cui beneficerebbero ogni anno gli enti locali. La necessità di ridurre i costi di gestione degli imballaggi monouso spiega perché il 98% dei comuni olandesi , tutte le 12 province e i 21 bacini idrici si schierino compatti nel chiedere al governo olandese di introdurre un deposito su bottiglie e lattine. Un sondaggio del 2018 aveva rilevato che il 78% degli olandesi sarebbe a favore di un sistema di deposito per bottiglie e lattine.

Contenitori bevande nel littering in % : azzurro=lattine, arancione=bottiglie di plastica, grigio=altri contenitori Credit : Zwerfinator

Uno studio commissionato dalle autorità olandesi nel 2017 a CE Delftper valutare l’impatto economico e ambientale di un sistema di deposito, ha prodotto dei risultati molto convincenti. In ogni scenario prospettato nello studio i benefici netti stimati per le imprese superano i costi di gestione . Per dare qualche numero un cauzionamento per contenitori di bevande in plastica e lattine in Olanda permetterebbe un risparmio pari a 5,5 – 8 milioni di euro che corrisponde ai costi di raccolta e gestione degli stessi imballaggi attraverso i sistemi di raccolta attuali (3). Per quanto riguarda invece i costi a carico dei comuni derivanti dai costi di pulizia ambientale incluso gli svuotamenti dei cestini e contenitori su suolo pubblico si potrebbero risparmiare tra gli 83 90 milioni di euro.
Una variabile che aiuta a comprimere tali costi è rappresentata dalla riduzione del 70-90% stimata dallo studio nella quantità di contenitori per bevande (coperti dal sistema) presenti nel rifiuto stradale e dispersi nell’ambiente, che andrebbero invece ad aumentare in modo significativo i tassi di riciclaggio di bottiglie di plastica e lattine. La stima è stata calcolata sulla base dei dati riferiti all’abbandono di rifiuti nell’ambiente tra bottiglie di plastica e lattine, come lo studio KplusV prima citato (e altri rilevamenti), e le quantità degli stessi contenitori immessi al consumo che verrebbero coperti da un cauzionamento.

PERCHE’ IL CASO OLANDESE E’ INTERESSANTE PER L’ITALIA?

Il caso studio olandese è interessante per più di un motivo. Innanzitutto perché sarà uno degli esempi europei più recenti e più vicini alla nostra realtà tra gli oltre 40 tra stati e regioni che hanno adottato tali sistemi, a cui l’Italia potrà ispirarsi per disegnare un modello di cauzionamento adatto per il nostro paese. Anche l’Italia dovrà pur centrare i target di raccolta e riciclo al 2025 e 2029 per le bottiglie di plastica previste dalla Direttiva SUP, no? Lo stesso ripensamento dovrà investire gli attuali modelli di raccolta per gli imballaggi che non sono più in linea con i tempi e i nuovi modelli di consumo. Anche per quanto riguarda la ripartizione dei costi generati da imballaggi e altri articoli usa e getta a fine vita le nuove direttive chiedono di superare ( e ribaltare) l’attuale situazione in cui sono i cittadini a pagare oltre i due terzi delle spese dovute al loro avvio a riciclo o smaltimento.

NB. Posticipata di un anno l’entrata in vigore del sistema per la Scozia e la Slovacchia.

Come hanno dimostrato casi studio recenti di successo come quello della Lituania non esistono altri strumenti efficaci quanto i sistemi di deposito per raggiungere in poco più di un anno percentuali di intercettazione superiori all’80% che salgono ad oltre il 90% lavorando su variabili come l’importo del deposito e l’efficientamento dei processi lungo tutta la filiera.

Lo ha ribadito recentemente in una video-intervista il vicepresidente esecutivo della nuova Commissione europea, Frans Timmermans che ha il doppio ruolo di coordinare il green deal europeo e gestire le azioni politiche legate al clima.

Infine il caso olandese, se avrete la pazienza di leggere i post citati in apertura del post, ha dimostrato che le iniziative dal basso quando si coalizzano in uno sforzo comune, come è avvenuto per l’alleanza costituitasi in Olanda, riescono a tenere testa alle lobby industriali e ai loro appoggi politici.

Chissà che anche in un paese come l’Italia, dove ognuno si muove in ordine sparso per portare acqua al proprio mulino, non si arrivi a creare un fronte collaborativo su questi temi che vada oltre al firmare qualche documento e petizione rivolta al governo.

Come associazione comuni virtuosi aderiamo alla piattaforma Reloop per la promozione dei sistemi di deposito e dei modelli di economia circolare basati sul riuso e condivisione dei beni. Personalmente sono una grande sostenitrice dei sistemi di deposito in quanto strumento straordinario di logistica inversa che può avere infiniti campi di applicazione. Sono diventata, pertanto un membro (entusiasta) del network internazionale per la promozione dei questi sistemi che si riunisce ogni due anni in un summit che avrà luogo nel settembre prossimo (stavolta in formula virtuale ).

E chiudo con un’osservazione volta a sfatare un falso mito che circola anche tra le associazioni ambientaliste, e cioè che i sistemi di deposito avrebbero l’effetto di incentivare il consumo di bevande in bottiglia fornendo l’alibi del riciclo. In realtà non esistono dati in tal senso nei paesi dove i sistemi sono stati introdotti, e se davvero così fosse non si spiega perché l’industria delle bevande li abbia allora da sempre combattuti. In realtà, se vogliamo disincentivare il consumo di bevande in bottiglia ci sono altre misure (politiche) e strategie efficaci, basate su informazione, moral suasion, e scienze comportamentali come il nudge. Oltre al mettere a disposizione dei consumatori di questo settore un’offerta di alternative meno impattanti come il refill delle bottiglie (o vuoto a rendere) e la vendita alla spina. Intanto però dobbiamo fermare urgentemente la dispersione di questi contenitori nell’ambiente e nei mari, e restituirli all’economia come flusso di materia prima seconda per ricreare nuovi contenitori adatti all’uso alimentare. O preferiamo invece fare i duri e puri con il risultato che vengano impiegate materie vergini, invece che da riciclo, aggravando così il consumo di risorse e gli effetti negativi sul riscaldamento climatico?

Il mondo del riciclo che era già in crisi per problemi strutturali e di mancanza di politiche che incentivassero l’utilizzo di materie prime seconde e creassero sbocchi di mercato, ora rischia davvero di incepparsi, e non è una buona notizia. Vedi il recente allarme lanciato da PRE (Plastics Recyclers Europe) che avverte che l’industria europea del riciclo di materiali plastici sta chiudendo gli impianti a causa delle conseguenze economiche della pandemia di Covid-19.

Silvia Ricci

(1) Tra i quali la Scozia, Slovacchia e lo stato dell’Australia Occidentale.

(2) Le mozione dei parlamentari Dik – Faber (2018) e Paternotte (2019) hanno delineato proposte su modalità e tempistiche per l’introduzione di un sistema di cauzionamento che sono state prese in considerazione nella stesura dell’atto legislativo.

(3) L’importo indicato, che esprime il risparmio complessivo dei costi di gestione qualora fosse adottato un sistema di deposito, si ottiene moltiplicando 0.2 cent per il numero totale di contenitori di bevande gestiti attraverso un cauzionamento. Partendo dal presupposto che ogni contenitore quando gestito dai sistemi di raccolta convenzionali porta a porta o similari costi 0,2 cent in più.

Fonte: Comuni Virtuosi

Perché non possiamo insistere con modelli di consumo basati sull’usa e getta

Progettare un nuovo imballaggio senza ripensare tutto il ciclo di vita del prodotto, applicando opzioni innovative a basso impatto di carbonio può rivelarsi per le aziende un’occasione persa sotto l’aspetto ambientale ed economico. Cambiare invece l’approccio al packaging andando oltre ad una pura sostituzione del materiale per trovare nuove modalità per fare arrivare i prodotti ai propri clienti può aprire la strada a progetti innovativi in linea con la crisi climatica e di risorse che dobbiamo affrontare.

Quando si tratta di ridurre i rifiuti di plastica, e non si cercano scappatoie come la sostituzione della plastica con altri materiali, il riciclaggio è la strategia su cui si focalizzano gli impegni della maggior parte delle aziende
che lavorano alla sostenibilità del packaging.
Questo perché lavorare sulla riciclabilità, reale o presunta che sia, è di fatto la strategia più semplice da perseguire perché permette alle aziende di non cambiare il modello di business e/o processi produttivi. Condizione che rende più che accettabile per le aziende investire risorse nella ricerca e sviluppo di nuovi materiali che sostituiscano la plastica, e persino sostenere un aumento medio nel costo del packaging del 25-30%, come da stime di esperti del settore. Al contrario, applicare strategie di prevenzione e riuso per il packaging, può comportare in molti casi un ripensamento del prodotto stesso e/o dei modelli di produzione e commercializzazione. Oltre a richiedere il coinvolgimento degli altri attori della filiera di riferimento con il relativo carico di lavoro che rende ogni operazione doppiamente complessa.
Va detto che la crescente attenzione da parte delle aziende alla riciclabilità o compostabilità del packaging è storia recente, che va soprattutto interpretata come una risposta delle aziende alla crescente preoccupazione sull’inquinamento ambientale causato dalla plastica nell’opinione pubblica. In seconda battuta gioca un ruolo importante l’approssimarsi dell’entrata in vigore delle nuove direttive europee del pacchetto Economia Circolare e della Direttiva SUP sulle plastiche monouso. Resta da vedere se i governi le recepiranno conservandone lo spirito e gli obiettivi che vanno nella direzione di un cambiamento dell’attuale modello di consumo, oppure cederanno alle pressioni dei gruppi di interesse. Eventualità poi non così remota come hanno allertato recentemente la Piattaforma Reloop e Zero Waste Europe sulla base di uno studio di Eunomia Research and Consulting.

LIMITI DEL RICICLO

Sebbene il riciclo sia un’opzione preferibile alle varie opzioni di smaltimento, perché permette di produrre uno stesso bene con minori emissioni climalteranti e un ridotto consumo di materie prime ed energia, è evidente che non possiamo affidarci a questa sola strategia . Ma questo vale sia per la plastica che per tutti i materiali di cui facciamo un solo utilizzo.

L’aumento della popolazione e del livello di benessere nei paesi dalle economie emergenti spinge inesorabilmente verso l’alto i consumi, aumenta i ritmi di prelievo di tutte le risorse, accelerando così la distruzione degli ambienti naturali e della biodiversità.

Se consideriamo che la produzione mondiale di plastica è destinata a quadruplicare entro il 2050 (e non solamente per il settore del packaging) è evidente che per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili si deve schiacciare l’acceleratore sulla prevenzione a tavoletta, e a più livelli.
Nel caso della plastica dobbiamo pertanto ridurre al massimo il suo consumo usa e getta e riciclarla tutta perché impiegare plastica riciclata fa risparmiare circa il 61% delle emissioni di gas ad effetto serra rispetto all’utilizzo di plastica vergine.

Questo perché, secondo un recente studio dell’Imperial College quasi due terzi delle emissioni totali di gas climalteranti dovute alla produzione di un manufatto in plastica avvengono durante la fase di estrazione e produzione delle resine. La restante parte delle emissioni (pari ad 1/3) è determinata dalla fase di produzione e smaltimento del manufatto.

Sostituire la plastica con alternative biodegradabili può sembrare in prima battuta un’opzione più sostenibile, se non fosse che anche queste risorse non possono considerarsi illimitate. Un loro utilizzo a pari quantità di consumo richiesta dalla sostituzione delle stesse applicazioni in plastica tenendo conto del trend attuale di maggior consumo di prodotti confezionati significa produrre maggiori impatti ambientali su altri fronti. Ad esempio il crescente consumo di biomasse —che soddisfa la domanda proveniente da più settori come si può vedere dall’infografica— contribuisce, anche attraverso il fenomeno detto IULC Indirect Land Use Changes (cambiamento indiretto dell’uso del suolo) alla deforestazione e conseguente perdita di biodiversità.

Un recente studio dell’Imperial College commissionato da Veolia “Examining Material Evidence the Carbon Fingerprint” ha comparato le valutazioni sul ciclo di vita (LCA) di una settantina di imballaggi di diversa tipologia e materiale. Le prestazioni relative ai diversi imballaggi in termini di emissioni di gas climalteranti rivelano che un puro cambio di materiale non equivale ad un impatto ambientale minore senza interventi sul ciclo di utilizzo di un manufatto.

IL PROBLEMA E’ IL MODELLO DI CONSUMO
Le aziende che hanno sostituito gli imballaggi in plastica non lo hanno fatto, —come verrebbe logico pensare— sulla base di valutazioni del ciclo di vita e di utilizzo delle varie opzioni di packaging. Né tanto meno hanno tenuto conto delle diverse infrastrutture di raccolta e riciclo presenti sui mercati ove l’opzione veniva introdotta, oppure degli sbocchi di mercato per le materie prime seconde originate. Come accennato in apertura le decisioni che hanno portato ad un cambio di packaging sono state spesso intraprese, in risposta al “sentiment plastic free” dell’opinione pubblica che il marketing aziendale ha cavalcato come vantaggio competitivo. Con il risultato che le nuove opzioni non sempre si sono rivelate migliorative sotto il profilo ambientale. Oppure prive di un maggiore impatto economico sul sistema di avvio a riciclo del packaging, che è finanziato in larga parte dai contribuenti. Oltre all’aumento medio del 3% annuo circa nel consumo di imballaggi che le relazioni dei consorzi Conai registrano (quasi) ogni anno ci sono anche studi di settore che riportano nel dettaglio i segmenti di prodotto dove il consumo di alimenti confezionati aumenta. Per quanto riguarda il settore ortofrutta cresce il consumo di prodotto confezionato a peso fisso che rappresenta il 47% del totale venduto dalla Gdo, di prodotti di IV gamma e di Primi Piatti Pronti Freschi (classificati come Ecr -ovvero le zuppe e tutte le loro declinazioni) che vengono principalmente venduti nello scaffale refrigerato. Ad esacerbare l’impatto del packaging c’è l’aumento nelle vendite dei formati monodose che riguarda tantissimi prodotti freschi. La tendenza nei paesi avanzati da anni ormai va in direzione di una costante riduzione dei formati, di pari passo con un’evoluzione sociale che riguarda tanto la dimensione dei nuclei familiari, quanto le abitudini, le modalità e le occasioni di consumo.

AZIENDE IN FUGA DALLA PLASTICA

Tra gli esempi più ricorrenti di sostituzione della plastica nel settore delle bevande da parte delle aziende abbiamo il passaggio alle lattine o al Tetra Pak anche per l’acqua minerale.

In altri settori abbiamo il maggiore ricorso a materiali compostabili per il packaging, lo stovigliame e altri articoli che è stato confermato dall’ultimo 6° rapporto annuale di Assobioplastiche , curato da Plastic Consult.

Agli effetti collaterali dovuti ad una costante crescita di manufatti in bioplastiche compostabili che hanno come destinazione gli impianti di trattamento del rifiuto organico abbiamo dedicato una scheda di approfondimento a fine articolo.

C’è, a seconda dei prodotti e del settore una consistente parte di imballaggi in plastica che sono in fase di ripensamento che si sta orientando verso imballaggi a prevalenza cellulosica, spesso accoppiata a film barriera, che sarebbero riciclabili con la carta. Ma questo cambiamento di materiale non investe solamente imballaggi “classici” come involucri o scatole. Esiste infatti nel packaging contemporaneo un filone di ricerca e sviluppo che anni fa sarebbe stato impensabile per applicazioni come tubi o flaconi per prodotti liquidi o semiliquidi. E’ il caso di progetti come quello della “Plant bottle” o “Paper Bottle ” che vede varie multinazionali interessate come Carlsgroup, Coca Cola, Danone, L’Oreal e altre industrie della cosmetica. Poi c’è il filone dell’industria dei dolciumi, barrette e snack vari che vede multinazionali come Nestlé, Mondelez e altri brand sostituire gli involucri in plastica con opzioni in carta anche qui abbinata a film barriera. Per restare nel campo nazionale c’è il caso di Misura che è passata per sei prodotti ( linea di pasta integrale e snack) ad involucri in bioplastica e in carta. Tra le aziende italiane che hanno aderito al Global Commitment di cui si occupa il capitolo seguente ci sono invece Barilla e Ferrero. Quest’ultima, come i suoi competitor del settore snack e dolciumi prima citati, ha un compito particolarmente arduo qualora l’obiettivo finale fosse la sostenibilità. Questo perché il problema di questo segmento di mercato è l’imballaggio eccessivo o overpackaging, (più che il materiale con cui viene realizzato il packaging) largamente dovuto alle mini porzioni di prodotto.

Un esempio possiamo trovarlo negli espositori di prodotti vari della Ferrero che si trovano nei supermercati e in particolare se proviamo a fare un “bilancio materico” tra la quantità totale di prodotto in peso contenuta da uno specifico contenitore rapportata al peso complessivo degli imballaggi.

Nel computo andrebbero contabilizzati l’imballaggio primario, secondario e terziario includendo anche gli espositori. Il risultato visto come rapporto tra quantità di prodotto e di imballo darà sicuramente la misura di cosa si intende per imballaggio eccessivo e spreco di risorse. Senza parlare dell’impatto ambientale delle sorpresine in plastica degli ovetti Kinder, che potrebbe essere il momento di “dematerializzare” e rivisitare perché anche i bambini di oggi non sono più quelli di 20 – 30 anni fa.

THE NEW PLASTICS ECONOMY GLOBAL COMMITMENT

Il 24 ottobre 2019, la Fondazione Ellen MacArthur (EMAF) e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente hanno pubblicato “ The New Plastics Economy Global Commitment: 2019 Progress Report”, il primo rapporto annuale sullo stato di avanzamento dell’impegno globale per un’economia sostenibile della plastica. Sono oltre 450 organizzazioni di varia natura che hanno sottoscritto il Global Commitment , un impegno globale per affrontare il problema dei rifiuti di plastica nell’ambiente lanciato nell’ottobre del 2018 in occasione della Ocean Conference di Bali . Tra i firmatari figurano Apple, Coca Cola, Danone, H&M, Mars, Nestlè, Pepsi, Unilever e altre aziende che sono responsabili del 20% degli imballaggi in plastica prodotti a livello globale. L’impegno generale dei firmatari, che si trova schematizzato nell’infografica consiste nel ridurre l’imballaggio in eccesso e lo spreco rendendo tutti gli imballaggi in plastica immessi al commercio, riutilizzabili, riciclabili o compostabili al 2025, prevenendo la dispersione dei rifiuti plastici nell’ambiente.
Nonostante l’impegno profuso dalla EMAF con il programma The New Plastics Economy nella promozione di modelli basati sul riuso e sul Product as a Service, anche la relazione più recente sullo stato di avanzamento degli impegni da parte dei partecipanti al GC, non rileva ancora progressi significativi su questo fronte.

Infatti, nonostante un terzo dei firmatari abbia dei progetti pilota in corso basati sul riuso dei contenitori, meno del 3% in peso degli imballaggi che immettono al commercio è riutilizzabile. Sono 43 le aziende che stanno testando modelli di riuso in più mercati e per diversi prodotti tra aziende produttrici di imballaggi, di prodotti confezionati o del settore della distribuzione, ma poche in larga scala. Solamente il 13% tra le grandi aziende firmatarie sta sperimentando modelli di riuso per una parte significativa del loro portfolio di prodotti mentre il 3,36% sta ancora iniziando ad identificare quali potrebbero essere le potenzialità da esprimere in questo settore.

Per dare a Cesare quel che è di Cesare va detto che dietro alla partecipazione di gran parte dei grandi marchi internazionali a modelli di riutilizzo dei contenitori c’è lo zampino di Tom Szaky, fondatore di Terracycle, che ha saputo coinvolgerli nella piattaforma Loop di cui ci occuperemo in un successivo articolo che passa in rassegna le esperienze più significative del momento.

OBIETTIVO CONSERVAZIONE DELLE RISORSE E MITIGAZIONE CLIMATICA

Per una conservazione delle risorse e una mitigazione climatica serve, come abbiamo introdotto, un approccio olistico nel ripensare prodotti, packaging e sistemi di erogazione/commercializzazione dei prodotti in modo da eliminare o ridurne gli impatti ambientali complessivi.

Tali impatti si possono ridurre concretamente liberandosi dai falsi miti e dalle narrazione del marketing correnti che inducono a credere nell’esistenza di materiali sostenibili in assoluto, quanto sono invece i cicli di utilizzo a determinare la sostenibilità complessiva.
Se l’obiettivo è ridurre urgentemente il consumo di materia come dovrebbe essere, che si tratti di plastiche o meno, la strategia del riutilizzo e della dematerializzazione del packaging ha un ruolo cruciale. La strategia dei piccoli passi incrementali di riduzione del danno che domina oggi il business, e che si traduce nel settore del packaging a tentativi di riduzione dell’impatto ambientale lavorando su qualche indicatore, non è sufficiente a produrre miglioramenti di scala e sul lungo periodo. Soprattutto quando le aziende compiono scelte senza basarsi su evidenza scientifica che certifichi che le nuove opzioni apporteranno reali e significativi benefici ambientali rispetto a quelli esistenti.

L’approfondimento sui modelli di riuso prosegue con altri due articoli in prossima uscita. Il primo ad uscire sarà dedicato ai modelli di riuso già sperimentati e quali sono le opportunità da cogliere e le barriere barriere da superare. Chiuderà la serie una recensione delle esperienze in essere di maggiore rilevanza. La foto in evidenza è riferita ad un progetto di Algramo una nota start up cilena che comparirà tra le esperienze citate nel terzo articolo di questa serie.

Fonte: Comuni Virtuosi

Flussi di materia, più che triplicati in soli cinquant’anni

In cinquant’anni i flussi di materia sono più triplicati: ovvero il volume di biomassa, metalli, minerali non metallici e combustibili fossili che estraiamo dalla terra – spiega l’Onu nell’ultimo Global Resources Outlook – sta crescendo rapidamente, ed è una crescita “insostenibile”: l’estrazione globale di materie prime è aumentata di 3,4 volte dal 1970, passando da 27 a 92 miliardi di tonnellate l’anno, mentre la popolazione globale è “solo” raddoppiata, come il Pil procapite. Un trend che alimenta la disuguaglianza.

Gran parte della crescita nel consumo di risorse naturali è stata infatti assorbita dai paesi a reddito medio-alto, che hanno raggiunto una quota globale del 56% del consumo di materiale nel 2017. Su base pro capite, i livelli di consumo di materiali nei paesi ad alto reddito sono superiori del 60% rispetto a quelli a medio-alto paesi a reddito e 13 volte il livello dei paesi a basso reddito (International Resource Panel, Global Resources Outlook, 2019)

Se estraiamo materiali dall’ambiente più velocemente di quanto non li rigeneriamo (biomassa) o riduciamo le riserve di risorse non rinnovabili (combustibili fossili e metalli), non solo questo danneggia il nostro ambiente naturale ma lascia le generazioni future senza le basi per nutrirsi, costruire un riparo e sostenere la vita. Inoltre, più usiamo materiali, più creiamo rifiuti.

Come spiega sempre l’Onu, si tratta di una questione di fondamentale importanza perché è alla base della sostenibilità ambientale. Non c’è sviluppo sostenibile senza una gestione sostenibile delle risorse materiali, al pari o di più di quelle energetiche. Per gestire i rischi posti dall’uso accelerato dei materiali nell’economia globale – sottolinea l’Onu –, molti Paesi hanno quindi bisogno di informazioni affidabili sull’uso dei materiali nelle loro economie, per sviluppare approcci circolari e per disaccoppiare la crescita economica dal degrado ambientale.

Cosa tutt’altro che facile, in quanto più volte nel corso delle varie crisi, si è assistito all’esatto contrario: ovvero anche decrescita economica i materiali consumati hanno continuato a crescere, rendendo ancor più difficile il disaccoppiamento, che vorrebbe una crescita dell’economia a fronte di una riduzione dei flussi di materiali metabolizzati. Possibile solo, come greenreport ha spesso spiegato attraverso le parole di tanti esperti, con una crescita intesa in modo assai diversa da quella del mero Pil. Se il mantra resta il consumo quale che sia, non c’è speranza di gestione sostenibile dei flussi di materia e la terra, come sappiamo, è un mondo finito con risorse finite.

Come spiega l’Onu il disaccoppiamento assoluto nei paesi ad alto reddito può ridurre il consumo medio di risorse, distribuire equamente la prosperità e mantenere un’alta qualità della vita. Il disaccoppiamento relativo nelle economie in via di sviluppo e nelle economie in transizione può aumentare i livelli di reddito medio ed eliminare la povertà, pur aumentando i livelli di consumo di risorse naturali fino al raggiungimento di una qualità di vita socialmente accettabile.

Il disaccoppiamento però non avverrà spontaneamente, ma lo farà attraverso strategie politiche ben progettate e concordate. Ma queste sono intenzioni, giuste, ma intenzioni. Servono azioni – lo diciamo noi e non l’Onu – molto più efficaci.

E l’Italia? L’ultimo report Istat in materia documenta che (anno 2018) consumiamo circa 500 milioni di tonnellate all’anno di risorse naturali. Secondo i dati contenuti nel rapporto Onu, nel periodo 1970-2017, l’estrazione domestica in Italia è aumentata del 3,4%, passando da 482.617.763 kt nel 1970 a 498.961.169 kt nel 2017. I minerali non metallici hanno avuto la quota maggiore di estrazione complessiva di materiali nel 2017 (79,2%), seguita da biomassa (18,9%) e  combustibili fossili (1,9%).

Confrontando l’importo estratto in Italia con altri paesi, il livello pro capite è più significativo. A livello globale, con 8,3 tonnellate pro capite nel 2015 l’Italia si è classificata 89esima su 187 paesi. Questo importo era inferiore del 30,4% alla media mondiale, o di 12,0 tonnellate pro capite. Nella categoria “minerali non metallici”, sono dominanti quelli nell’edilizia con il 92,4%, seguiti dai minerali destinati all’industria o all’agricoltura (7,6%). Guardando al secondo gruppo di materiali, biomassa, colture e residui colturali sono stati i due principali gruppi.

Molte delle risorse che consumiamo, naturalmente, provengono da territori al di fuori dei confini nazionali: nel 2016, rispetto ad un consumo interno di materiali stimato in 489 milioni di tonnellate, ben 322 vengono importate: questo significa che per ogni 10 kg di materiale, 6,5 kg sono di provenienza estera.

Non si tratta di curiosità naif, ma di dati fondamentali per poter guidare la transizione ecologica del nostro Paese. I conti dei flussi di materiali a livello economico (EW-AMF) e gli indicatori – si legge nell’Outlook Onu – forniscono infatti una panoramica completa dell’estrazione delle risorse naturali, del commercio di risorse naturali, dello smaltimento dei rifiuti e delle emissioni. Misurano le pressioni ambientali dell’uso delle risorse naturali.

Occorre però un metro omogeneo per misurare. Per questo durante la 15a riunione del Comitato di esperti delle Nazioni Unite sulla contabilità economico-ambientale, il Programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP), Eurostat, il Pannello internazionale delle risorse (IRP) e la Divisione statistica delle Nazioni Unite hanno introdotto un manuale globale su contabilità dei flussi di materiali in tutta l’economia (manuale EW-MFA). La pubblicazione intitolata “L’uso delle risorse naturali nell’economia: un manuale globale sulla contabilità del flusso di materiali a livello di economia” è uno strumento di guida pratica che affronta questioni specifiche relative alle economie basate sull’estrazione delle risorse.

L’UNEP e l’IRP – sono le ultime riflessioni del report – giocheranno un ruolo attivo nell’aiutare i paesi a comprendere, applicare e migliorare meglio questo importante approccio contabile a livello nazionale. Ciò – si spera – aumenterà la consapevolezza dei responsabili politici e la capacità di utilizzare i dati e gli indicatori dell’analisi del flusso di materiali nella progettazione, attuazione e valutazione di politiche e obiettivi di consumo e produzione sostenibili.

Fonte Greenreport

Scuola, monoporzioni e stoviglie monouso: ‘opzione residuale’ per il CTS diventa ‘obbligo’ per il Ministero

Tra le nuove disposizioni per la riapertura delle scuole c’è l’obbligo di usare monoporzioni e stoviglie monouso. Decisione presa dal Ministero in contrasto, o comunque con un eccesso di zelo, rispetto alle indicazioni fornite a maggio dal Comitato Tecnico Scientifico

Tra le nuove disposizioni per la riapertura delle scuole a settembre, c’è un punto controverso, su cui si erano già attivate alcune sentinelle ambientaliste,  e che riguarda l’obbligo di usare stoviglie usa e getta per consumare i pasti. Una decisione che si scopre essere stata presa dal Ministero dell’Istruzione in contrasto, o comunque con un eccesso di zelo, rispetto alle indicazioni precedentemente fornite dal Comitato Tecnico Scientifico. 

Andiamo per gradi. Nel Protocollo Sicurezza firmato dalla ministra Azzolina e dalle sigle sindacali giovedì 6 agosto, al capitolo 4 “Disposizioni relative agli spazi comuni”, si legge che “l’utilizzo dei locali adibiti a mensa scolastica è consentito nel rispetto delle regole del distanziamento fisico, eventualmente prevedendo, ove necessario, anche l’erogazione dei pasti per fasce orarie differenziate. La somministrazione del pasto deve prevedere la distribuzione in mono-porzioni in vaschette separate unitariamente a posate, bicchiere e tovagliolo monouso possibilmente compostabile”. 

Insomma per il consumo dei pasti il Ministero impone un obbligo di distanziamento e allo stesso tempo un obbligo di utilizzare monoporzioni e manufatti usa e getta, non per forza in materiale compostabile quindi verosimilmente anche in plastica tradizionale. 

Il Comitato Tecnico Scientifico è invece di diverso avviso. Nel “Documento tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico”, approvato il 28 maggio, sottolinea che “il consumo del pasto a scuola rappresenta un momento di fondamentale importanza sia da un punto di vista educativo, per l’acquisizione di corrette abitudini alimentari, che sanitario in quanto rappresenta un pasto sano ed equilibrato” e che “è pertanto fondamentale preservare il consumo del pasto a scuola garantendo tuttavia soluzioni organizzative che assicurino il distanziamento”. 

Nello specifico indica quindi che “le singole realtà scolastiche dovranno identificare soluzioni organizzative ad hoc che consentano di assicurare il necessario distanziamento attraverso la gestione degli spazi (refettorio o altri locali idonei), dei tempi (turnazioni)” e solo “in misura residuale attraverso la fornitura del pasto in ‘lunch box’ per il consumo in classe”.  In sostanza il CTS non indica alcuna necessità di imporre lunch box  e monoporzioni in stoviglie usa e getta se in mensa c’è la possibilità del distanziamento tra i ragazzi. Come mai quindi il Ministero ha deciso diversamente?  

Secondo indiscrezioni da Roma, alcuni parlamentari sono al lavoro in questi giorni per modificare le disposizioni del Protocollo, in modo che venga preservato e assicurato l’obbligo del distanziamento ma non quello di una possibile e deleteria sovrapproduzione manufatti usa e getta. 

Fonte: Eco dalle Città