Nuova emergenza rifiuti a Roma, mille discariche abusive e rischio commissariamento

Per ora le foto sono 1.000, scattate tutte a marzo e geolocalizzate con Google maps, ma presto potrebbero crescere ancora: Legambiente Lazio denuncia infatti la presenza di mille discariche abusive a Roma «chiedendo di segnalarne altri e manderemo la mappa anche alla Procura della Repubblica, come denuncia per abbandono di rifiuti a Roma».

«Questa è la mappa romana di un vergognoso smaltimento illecito, degli ecoreati, dell’abbandono stradale e delle conseguenze chiare del fallimento totale in Campidoglio nelle politiche sulla gestione dei rifiuti – spiega Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio – Di fronte al nuovo rischio rifiuti in strada causato dalla totale assenza di impianti, a partire da quelli per l’economia circolare, mentre ricomincia il valzer di soluzioni ponte per il conferimento altrove. Sarà necessaria la bonifica di questi mille luoghi, per porre l’ambiente al centro delle scelte nella capitale, come abbiamo indicato nel nostro Manifesto per costruire un’idea di futuro della città».

Che però a sua volta affronta sostanzialmente solo una parte, per quanto importante, delle criticità legate alla gestione rifiuti, ovvero quelle legate alla frazione organica della raccolta differenziata (7,3 milioni di tonnellate raccolte nel 2020 a livello nazionale, ovvero il 39,5% di tutta la differenziata e il 4,2% di tutti i rifiuti urbani e speciali che produciamo): gli unici impianti citati nel Manifesto sono infatti «almeno 10 impianti a biometano con dimensioni medio-piccole per la biodigestione anaerobica dell’organico raccolto». Purtroppo la problematica, per Roma e non solo, è molto più ampia.

A dimostrarlo per l’ennesima volta è il rischio di commissariamento per la gestione rifiuti della Capitale adombrato oggi dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. La città metropolitana non sa più dove smaltire i rifiuti che ogni giorno i cittadini producono, così ieri è arrivata un’ordinanza regionale per provare a trovare sbocchi altrove e oggi il governatore impone a Roma e Ama di trasmettere entro un mese «un piano impiantistico ai fini dell’autosufficienza in termini di trattamento, trasferenza e smaltimento […] in coerenza con gli atti già adottati da Roma Capitale, e fatto obbligo di realizzare uno o più impianti di trattamento e una o più discariche sul territorio di Roma Capitale», o scatteranno «poteri sostitutivi della Regione».

Dalle discariche abusive a quelle controllate il salto è enorme in termini di salute ambientale e umana, ma è ovvio che una prospettiva di economia circolare debba essere più ampia rispetto al semplice smaltimento. Su questo fronte anche il Piano regionale approvato la scorsa estate risulta però profondamente deficitario.

Nel frattempo, la situazione di Roma è sempre la stessa sin dalla chiusura nel 2013 della più grande discarica d’Europa, quella di Malagrotta: come ricordato pochi giorni fa dall’Acos, l’Agenzia indipendente per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale, istituita dal Consiglio comunale di Roma, in questo momento «la capacità di trattamento della Capitale copre il 15% dei rifiuti prodotti; l’invio di enormi quantità ad impianti terzi per il trattamento e lo smaltimento mette Roma in una posizione contrattuale debole, che implica sia condizioni economiche sfavorevoli, sia il rischio di subire improvvisi razionamenti degli sbocchi. Ciò comporta accumulo di rifiuti nelle aree di trasferenza e rallentamenti della raccolta in città, con i risultati che spesso sono sotto gli occhi di tutti, di cassonetti strabordanti circondati di sacchetti».

«Non si tratta – argomenta Carlo Sgandurra, presidente Acos – solo di un problema organizzativo su più livelli di governo, come dimostrato dal fatto che in diverse situazioni neppure le più agili gestioni commissariali hanno potuto risolvere i problemi relativi alla situazione impiantistica.

Giustamente, il testo sottolinea l’importanza della condivisione di un progetto, di una strategia con la popolazione. La sindrome Nimby esiste e va tenuta in conto, ma non nel senso di evitare più possibile il confronto con i cittadini, altrimenti si rinforza il pregiudizio e l’opposizione […]Non solo per le strategie di raccolta, ma soprattutto per la realizzazione dell’impiantistica, le scelte politiche vanno motivate. Gli aspetti tecnici, economici ed ambientali, hanno un grande peso sul settore dei rifiuti. “Rifiuti zero” è uno slogan che può indurre solo disorientamento nella popolazione, lasciando intendere che sia possibile arrivare ad un’economia circolare in assenza di impiantistica dedicata, cosa che non è. Ferma restando l’importanza della prevenzione, gli scarti non riciclabili vanno trattati, recuperati e smaltiti; il recupero energetico fa parte dell’economia circolare, non è un’altra cosa. Ora, il ritardo impiantistico mette Roma Capitale nella posizione di potersi dotare delle migliori tecnologie disponibili».

Fonte: Green Report

Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, ecco le migliori azioni italiane

L’evento di premiazione, svoltosi on-line e introdotto dal Ministero della Transizione Ecologia, ha consentito di risparmiare oltre 200 kg di CO2

Sono dell’Università degli Studi di Torino per le Pubbliche Amministrazioni, DECO SPA per le Imprese, il Comitato Mamme in Comune per le Associazioni, Eco School Triangia e Fattoria didattica Lunalpina per gli Istituti scolastici e Letizia Palmisano per i cittadini le migliori azioni italiane della dodicesima edizione della Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti (SERR), che si è svolta in tutta Europa dal 21 al 29 novembre 2020. La cerimonia di premiazione si è tenuta in streaming e ha visto tra i premiati, oltre alle cinque categorie menzonate, anche Kalat Ambiente srr, a cui è andata la Menzione Speciale in memoria di Giorgio Gollo.
 
L’evento ha visto la partecipazione di circa 200 tra action developer, cittadini e rappresentanti del Comitato Promotore italiano (Ministero della Transizione Ecologica, Regione Siciliana, Anci, Città Metropolitana di Torino, Legambiente, Utilitalia, AICA, CNI Unesco, in qualità di invitato permanente; ERICA Soc. Coop. in qualità di partner tecnico e sostenitori). La premiazione SERR è stata l’occasione per condividere esempi di buone azioni nell’ambito della riduzione dei rifiuti, specialmente sul tema centrale di quest’ultima edizione: i rifiuti “invisibili” che vengono quotidianamente prodotti a casa e a lavoro, più o meno consapevolmente.
 
La cerimonia, moderata da Roberto Cavallo, è stata aperta dal saluto iniziale del Ministero della Transizione Ecologica rappresentato da Eliana Caramelli, della Direzione Generale per l’economia circolare (ECI) Divisione II – Politiche per la transizione ecologica e l’economia circolare. A seguire l’introduzione del Presidente del consiglio direttivo di AICA, Emanuela Rosio, la quale ha presentato l’edizione della SERR e le varie categorie.
 
Ecco le migliori azioni italiane della dodicesima edizione della SERR:

 
I premi sono stati consegnati alle cinque categorie di Action Developer (Pubbliche Amministrazioni, Imprese, Istituti scolastici, Cittadini, Associazioni) e al vincitore della menzione speciale che hanno partecipato alla SERR 2020. I vincitori, tutti presenti alla cerimonia, hanno commentato la consegna virtuale delle pergamene e dei premi raccontando la loro esperienza in prima linea per la riduzione dei rifiuti. 

Ma ecco l’elenco dei vincitori suddivisi per categoria:
Categoria Pubbliche Amministrazioni:
Università degli Studi di Torino con l’azione “Spazzino digitale. Un byte alla volta contro i rifiuti invisibili”, una campagna di sensibilizzazione e call to action per una pulizia digitale, rivolta alla comunità universitaria, organizzata dal Green Office dell’Università di Torino UniToGO. L’emergenza Covid-19 ha portato ad un massiccio passaggio al digitale che ha un diretto impatto ambientale, basandosi su un’infrastruttura fisica che porta con sé un’impronta ecologica legata al suo utilizzo. UniToGO ha promosso una campagna di comunicazione e sensibilizzazione, veicolando informazioni teoriche ma anche consigli pratici per ridurre la propria impronta digitale.
 
Categoria Imprese:
DECO SPA con l’azione “Regala Un’altra Vita Agli Oggetti Usati Su Riusogreen.Com”, il portale web finalizzato a favorire la pratica del riuso attraverso lo scambio gratuito di oggetti inutilizzati, volto a contrastare il concetto dell’usa e getta. Deco S.p.A., azienda leader nei servizi ambientali, ha l’obiettivo di mettere in rete una comunità di persone disposte a regalare i propri oggetti inutilizzati con una doppia finalità: quella ambientale, al fine di ridurre la quantità di rifiuti e la produzione di oggetti, e quella solidale, donando a chi ne ha bisogno.
 
Categoria Associazioni:
Comitato Mamme In Comune con l’azione “Il Rifiuto Che Non Si Vede Ma C’è”. Una campagna di sensibilizzazione on-line che ha previsto un questionario on line sui rifiuti invisibili e diversi eventi online su Facebook in cui si è parlato dei #rifiutiinvisibili, quelli che non vediamo: quelli dell’industria tessile, del Comparto Alimentare, lo smaltimento dei sottoprodotti di origine animale e anche i rifiuti del Covid.
 
Categoria Scuole:
Eco School Triangia e Fattoria didattica Lunalpina con l’azione “UNA T-SHIRT PER TE… UN DONO PER L’AMBIENTE”. Quanto costa una t-shirt all’ambiente? I bambini hanno effettuato delle ricerche mirate per rispondere a questa domanda producendo un opuscolo informativo da distribuire alla popolazione. All’interno della scuola è stata organizzata un’azione per il libero scambio di indumenti usati, che è stata poi aperta al pubblico in una piazza del paese.
 
Categoria Cittadini:
Letizia Palmisano con l’azione “Digital Clean Up: rendi sostenibile il tuo smartworking”.  Il mondo digitale è più simile all’ambiente di quanto si possa pensare: esiste infatti una grande quantità di “rifiuti digitali” che occupano spazio inutile nella memoria dei dispositivi elettronici e che contribuiscono a far aumentare la nostra impronta ecologica. Eliminando questi file “inutili”, aumentiamo la longevità dei nostri dispositivi, riducendo al contempo la nostra impronta di carbonio nell’ambiente.
 
Assegnata anche una Menzione Speciale in Memoria di Giorgio Gollo, ex funzionario della Città Metropolitana di Torino mancato nel 2019: è stata assegnata a Kalat Ambiente srr, l’Ente di governo istituito nell’ATO Catania Provincia Sud, con l’azione “Trova i Rifiuti invisibili”, che ha coinvolto gli studenti di 23 istituti scolastici dei 15 comuni del Calatino. Obiettivo dell’azione è stato il generare consapevolezza nei ragazzi sulla tematica dei rifiuti invisibili e sull’enorme incremento delle emissioni di CO2 dovuto alla loro produzione.
 
Ad aprile saranno rese note le molte novità previste per le edizioni 2021 di Let’s Clean Up Europe e della Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti: l’obiettivo, per il nostro paese, è quello di confermarsi come leader in Europa per numero di azioni.

Fonte: E-Gazette

Too Good To Go: come funziona l’app contro lo spreco alimentare

Lo spreco di cibo è un problema globale – difficile da quantificare con precisione – che interessa l’intera filiera agro-alimentare: dai campi alle nostre tavole. Fra le tante iniziative nate per arginare il problema, da un anno e mezzo è attiva anche in Italia l’app Too Good To Go, il cui nome significa “troppo buono per essere buttato”. Ideata da una start-up danese, permette a chi la scarica di mettersi in contattato con attività commerciali che offrono prodotti invenduti a prezzi scontati. L’app è già un successo, visto che in questi giorni hanno superato il milione di box distribuite.

L’abbiamo provata a Ferrara, sfruttando l’offerta della panetteria Officina integrale. Con una spesa di 4,99 € abbiamo portato a casa 1,6 kg di prodotti: grissini, panini, un pezzo di pane in cassetta, una mezza pagnotta alla segale, quattro pizzette e alcuni biscotti. Sicuramente valeva la pena, anche se può capitare di essere meno fortunati, perché non c’è possibilità di scegliere.

Le attività aderenti – negozi di alimentari o ristoranti – ogni giorno mettono a disposizione alcune confezioni contenenti prodotti freschi rimasti invenduti – le magic-box – che si possono prenotare tramite l’app e pagare con carta di credito. Il regolamento di questa iniziativa prevede che non ci sia la possibilità di scegliere – la magic-box è una sorpresa – e che gli alimentari siano venduti a un terzo del prezzo intero. La maggior parte di queste confezioni costa 2,99, 3,99 o 4,99 euro, con alcune eccezioni per prodotti particolari, come i punti vendita Trafilata di Milano che propongono un chilo di pasta fresca al prezzo di 6,99 € anziché 21.

Le attività che aderiscono sono, per la maggior parte, panetterie, pasticcerie, caffetterie, negozi di alimentari freschi e catene di supermercati. A Ferrara sono una trentina, ma in una città grande l’offerta è molto più varia e interessante. “L’attività di Too Good To Go in Italia è partita da Milano con 60 attività aderenti, nel marzo 2019 – racconta Roberto Bove, Business developer della città Metropolitana di Milano – e adesso sono più di 600. La risposta da parte dei consumatori è molto soddisfacente, in continua crescita. Dall’inizio sono state vendute 170mila confezioni.”

La motivazione principale per gli acquirenti è chiaramente il risparmio. E per gli esercenti? “Gli esercenti aderiscono per tre ordini di motivi, – dice Bove – innanzitutto il vantaggio economico, anche se piccolo, poi, sicuramente, la leva pubblicitaria: in questo modo le attività aderenti raggiungono nuovi clienti che, se lavorano bene, possono fidelizzare. Dato poi che non si tratta di un delivery ma è necessario recarsi fisicamente nel punto vendita, è più facile creare nuovi rapporti di fiducia, contando anche sul fatto che in buona parte si tratta di negozi di prossimità. Il terzo aspetto, da non trascurare, è l’attenzione alla salvaguardia ambientale, e quindi il contrasto al problema dello spreco di cibo.”

Queste motivazioni sono confermate anche da Nicola Dal Forno, marketing manager di NaturaSì. “NaturaSì è stata fra le prime attività ad aderire, a Milano, con 15 negozi. – Racconta Dal Forno – Adesso i punti vendita affiliati sono 86 in tutta Italia. Questa idea si sposa perfettamente con i valori della catena, inoltre ci permette di raggiungere un pubblico più giovane di quello che è il cliente tipico di NaturaSì. Clienti che poi spesso ritornano. Ogni punto vendita nell’arco della giornata mette a disposizione in media un paio di magic-box che contengono prodotti confezionati, in ottime condizioni, prossimi alla scadenza. A Milano andiamo molto bene e la vendita delle confezioni offerte sfiora il 100%. Dalla primavera del 2019 nel complesso ne abbiamo distribuite 29mila e penso che l’elemento sorpresa sia uno degli aspetti “divertenti” che giustificano il successo di un’iniziativa lodevole, fra l’altro portata avanti da un gruppo di giovani”.

L’aspetto promozionale è sicuramente importante se pensiamo che a ogni box venduta viene applicata una commissione di 1,19 euro, non pochi considerando che per la maggior parte queste confezioni sono vendute a un prezzo che va da 3 a 5 euro.

Anche la catena Carrefour è partner di Too Good To Go, da oltre un anno, con numerosi punti vendita. “Destiniamo alle magic-box prodotti alimentari prossimi alla scadenza, dando una priorità ai freschi e ai freschissimi. – Dice Rossana Pastore, direttrice comunicazione esterna di Carrefour – Tutte le categorie merceologiche sono incluse, tranne gli alcolici. I prodotti sono selezionati in base alle eccedenze del punto vendita, cercando di creare delle box complete per alimenti e variegate.”

Le box possono essere un’idea interessante anche per la pausa pranzo, perché oltre a caffetterie e bistrot aderiscono piccoli ristoranti specializzati in insalate, panini o cucina etnica, come la catena Poke House. “In Poke House crediamo sia importante promuovere un cambiamento positivo e sensibilizzare i nostri clienti sulla lotta allo spreco alimentare, che è una priorità a livello globale specialmente nel momento storico che stiamo vivendo. – Dice Vittoria Zanetti, co-founder di questa attività – Oltre a offrire in tutte i nostri locali la possibilità di portarsi a casa eventuali avanzi con un apposito sacchetto take away, abbiamo voluto fortemente sostenere una realtà giovane e innovativa (come la nostra), iniziando una partnership che va avanti da oltre un anno e mezzo. Sebbene nei nostri locali il turnover sia davvero elevato, capita talvolta che qualcosa rimanga invenduto a fine giornata. Tramite l’app abbiamo la possibilità di evitare che quel cibo venga buttato. Nelle magic-box si possono trovare sia le nostre ricette che delle insalate composte in base agli ingredienti disponibili. Utilizziamo ingredienti di qualità e che riceviamo freschi ogni giorno, dunque il fatto che siano consumati a fine giornata è in perfetto accordo con la mission di Too Good To Go.”

In generale per evitare lo spreco di cibo domestico è importante pianificare i pasti, compilare la lista della spesa e non cedere alla tentazione di acquistare prodotti che poi non mangiamo. Se invece abbiamo voglia di una sorpresa, questa iniziativa è utile e divertente, a patto che non acquistiamo cibo inutile, per poi gettarlo nella spazzatura di casa, né che  andiamo ad aggiungere la sorpresa alla cena che abbiamo già in programma, altrimenti la dieta ne risente!

Fonte: ilfattoalimentare.it

Food Waste Index Report: nel 2019 sprecato il 17% del cibo a disposizione dei consumatori nel mondo

Si tratta di 931 milioni di tonnellate di generi alimentari. Il Food Waste Index Report 2021 dell’Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, esamina lo spreco di cibo al dettaglio di famiglie, rivenditori, servizi alimentari ma ricorda altresì che lo spreco parte già a monte del processo produttivo

Nel 2019 in tutto il mondo sono finite nella spazzatura di famiglie, rivenditori, ristoranti e altri servizi alimentari 931 milioni di tonnellate di cibo, pari al 17% del totale a disposizione dei consumatori. Questa la stima contenuta nel Food Waste Index Report 2021 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) e dell’organizzazione Wrap, condotta per sostenere gli sforzi globali per dimezzare gli sprechi alimentari entro il 2030.

Il Food Waste Index Report 2021 esamina lo spreco di cibo al dettaglio, ma ricorda altresì che lo spreco parte già a monte del processo produttivo: “Il fatto che quantità sostanziali di cibo siano prodotte ma non mangiate dall’uomo ha notevoli impatti negativi: sul piano ambientale, sociale ed economico. Le stime suggeriscono che l’8-10% delle emissioni globali di gas serra sono associate al cibo che non viene consumato. La riduzione dello spreco alimentare al dettaglio, nel servizio di ristorazione e a livello familiare può fornire vantaggi multiformi sia per le persone che per il pianeta. Tuttavia, la reale portata dello spreco alimentare e il suo impatto non sono stati ben compresi fino ad ora”.

“In quanto tali, le opportunità fornite dalla riduzione dello spreco alimentare sono rimaste in gran parte inutilizzate e sottoutilizzate – ammonisce lo studio Unep – . Se vogliamo fare sul serio nell’affrontare lo spreco alimentare, dobbiamo aumentare gli sforzi per misurare il cibo e le parti non commestibili sprecate a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori e monitorare la produzione di rifiuti alimentari in chilogrammi pro capite a livello nazionale. Solo con dati affidabili, saremo in grado di monitorare i progressi sull’obiettivo 12.3 dell’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG), che mira a dimezzare lo spreco alimentare globale pro capite a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo lungo le catene di produzione e di approvvigionamento, tra cui perdite post-raccolta”.

Il Food Waste Index Report presenta la più completa raccolta di dati, analisi e modellazione sui rifiuti alimentari ad oggi e offre una metodologia per i Paesi per misurare i rifiuti alimentari. In totale, sono stati identificati 152 punti di dati sullo spreco alimentare in 54 Paesi. Il rapporto rileva che in quasi tutti i Paesi che hanno misurato lo spreco di cibo, questo era sostanziale, indipendentemente dal livello di reddito nazionale.

Inoltre, dimostra che la maggior parte di questo spreco al dettaglio proviene dalle famiglie: a livello globale pro capite, 121 chilogrammi di cibo vengono sprecati ogni anno, con 74 chilogrammi sprecati a livello familiare, 32 a livello di servizi di ristorazione e 15 a livello di vendita.

Lo spreco alimentare ha sostanziali impatti ambientali, sociali ed economici. Per esempio, ricorda il report, l’8-10% delle emissioni globali di gas serra sono associate al cibo che non viene consumato, quando si tiene conto delle perdite prima del livello del consumatore.

“La riduzione degli sprechi alimentari ridurrebbe le emissioni di gas serra, rallenterebbe la distruzione della natura attraverso la conversione dei terreni e l’inquinamento, aumenterebbe la disponibilità di cibo e quindi ridurrebbe la fame e risparmierebbe denaro in un momento di recessione globale – ha detto Inger Andersen, direttore esecutivo dell’Unep – Se vogliamo affrontare seriamente il cambiamento climatico, la perdita degli spazi naturali e della biodiversità, l’inquinamento e i rifiuti, le imprese, i governi e i cittadini di tutto il mondo devono fare la loro parte per ridurre gli sprechi alimentari”.

Fonte: Eco dalle Città

Eco-design: al via il nuovo Bando CONAI. In palio 500.000 euro

L’ottava edizione parte il 3 marzo, Giornata Mondiale della Natura Selvatica. Le aziende che hanno rivisto i loro imballaggi in chiave sostenibile hanno tempo fino al 31 maggio per candidarsi. Poi una giuria di tecnici sceglierà i vincitori

Un nuovo invito alla sostenibilità: l’emergenza sanitaria non frena la nuova call-to-action rivolta da CONAI alle aziende italiane che hanno rivisto in chiave green i loro pack.

L’ottava edizione del Bando CONAI per l’eco-design degli imballaggi nell’economia circolare si apre domani, 3 marzoGiornata Mondiale della Natura Selvatica (World Wildlife Day). «Quest’anno vogliamo sottolineare come la difesa dell’ambiente passi anche dalla prevenzione» commenta il presidente CONAI Luca Ruini. «Produrre packaging con impatti sempre più bassi è una delle strade verso il rispetto delle risorse naturali del nostro pianeta».

Il Bando nasce per valorizzare le soluzioni di imballo più innovative in termini di sostenibilità. È aperto a tutte le aziende consorziate che hanno rivisto i propri imballaggi con interventi di eco-design adottando almeno una fra queste sette leve di prevenzione: riutilizzo, facilitazione delle attività di riciclo, utilizzo di materie provenienti da riciclo, risparmio di materia prima, ottimizzazione della logistica, semplificazione del sistema imballo e ottimizzazione dei processi produttivi.

In palio, anche quest’anno, ci sono 500.000 euro.

450.000 saranno suddivisi fra tutti i casi premiati sulla base di una graduatoria ottenuta valutando l’adozione delle sette leve di prevenzione.

50.000 euro saranno invece destinati a cinque super premi per l’innovazione circolare da 10.000 euro. Riconosceranno gli sforzi di cinque aziende, e ognuna sarà premiata per uno di questi incentivi: la facilitazione delle attività di riciclo di un imballaggio, la possibilità di riutilizzarlo, l’uso di materiale riciclato nel crearlo, l’implementazione di nuove tecnologie o applicazioni progettuali di grande portata innovativa, e le novità di imballaggi meno impattanti ideate per l’e-commerce e per l’home delivery.

Uno fra i cinque casi premiati per l’innovazione circolare riceverà – novità 2021 – anche una menzione speciale da parte di Legambiente.

Per presentare le candidature c’è tempo fino al 31 maggio 2021.

I nuovi casi di pack “virtuosi” devono essere presentati tramite il form on line disponibile su www.ecotoolconai.org.

Saranno poi analizzati attraverso l’Eco Tool CONAI, uno strumento di Life Cycle Assessment semplificato in grado di calcolare gli effetti delle azioni di prevenzione in termini di risparmio energetico, di risparmio idrico e di riduzione delle emissioni di CO₂, oltre che (solo per i casi di imballaggi che facilitano le attività di riciclo) di quantità di materia prima seconda generata.

«Sono molto legato al Bando: ne ho seguito l’ideazione e la nascita otto anni fa. Per questo sono orgoglioso che il numero  dei casi di imballaggi presentati sia cresciuto ogni anno» aggiunge il presidente Ruini. «Nemmeno il lockdown e la pandemia hanno frenato le adesioni delle aziende: l’edizione 2020 ha visto 289 casi presentati e 160 ammessi, in crescita rispetto ai 145 del 2019 nonostante una situazione socio-economica di grave criticità. È la prova che lo sguardo delle imprese italiane non rinuncia ad essere sostenibile. Il passaggio verso un sistema di economia circolare sempre più virtuoso si realizza anche attraverso la prevenzione: del resto, la maggior parte degli impatti che un packaging avrà nel corso del suo ciclo di vita si definisce nella fase della sua progettazione».

L’EcoD Tool

Fra le armi che il Consorzio Nazionale Imballaggi mette a disposizione di ogni azienda consorziata per vincere la sfida dell’eco-design c’è l’EcoD Tool, il software on-line che permette di valutare l’impatto di ciascuna fase del ciclo di vita del pack analizzato e di simulare interventi di miglioramento per renderlo più sostenibile. Elabora i dati forniti dalle aziende mediante un questionario guidato e dà indicazioni sull’impatto dell’imballaggio in tutte le fasi del suo ciclo di vita prendendo in considerazione il consumo di acqua, il consumo di energia e le emissioni di anidride carbonica. In relazione a questi tre indicatori, l’EcoD Tool suggerisce anche azioni di eco-design personalizzate per ridurre l’impatto dell’imballaggio stesso, ed è in grado di effettuare simulazioni confrontabili mostrando le caratteristiche ambientali dell’imballaggio prima e dopo gli interventi di eco-design suggeriti.

A questi indicatori, il Tool aggiunge quello della circolarità: una sorta di valutazione complessiva dell’imballaggio, tanto più circolare quanto più usa materia riciclata, quanto più è riciclabile e quanto più è riutilizzabile.

Il regolamento completo del Bando CONAI per l’eco-design degli imballaggi nell’economia circolare è disponibile su www.conai.org e su www.ecotoolconai.org.

Fonte: Conai.org

Produzione rifiuti urbani, Italia poco sotto media Ue in 2019

Gli italiani producono 499 chili di rifiuti urbani l’anno, dato di poco inferiore alla media europea di 502. Lo rende noto Eurostat. Il dato si riferisce al 2019, in leggero calo rispetto al 2012 (504 chili). I danesi producono più rifiuti di tutti (844 chili), seguiti da lussemburghesi (791) e maltesi (694) mentre tra gli altri Paesi solo la Spagna (476 chili) ne produce meno dell’Italia.
    Romania, Polonia ed Estonia sono gli Stati in cui si producono meno rifiuti urbani pro-capite. Degli Stati rilevati fuori dall’Ue, Norvegia (776 chili), Svizzera (709) e Islanda (656) sono sopra la media europea, mentre il Regno Unito si attesta al di sotto con 463 chili di rifiuti urbani pro-capite. I rifiuti urbani rappresentano il 10% dei rifiuti prodotti. Di questi il 48% in Ue viene riciclato. L’Eurostat rileva una chiara tendenza degli Stati membri a ricorrere a metodi alternativi di smaltimento dei rifiuti rispetto alla discarica.
    Dal 1995 al 2019 le tonnellate di rifiuti smaltiti in discarica sono passati da 121 a 54, un calo pari al 56%. (ANSA)

Usa e getta o permanenti? LCA definitiva

Il tema del “Plastic free”, oggetto dell’ultimo volume monografico di ESPER “Plastic Free? Lotta al monouso e corretta gestione della plastica“, ha animato l’ultima estate pre-covid, con un alto numero di ordinanze Comunali (spesso oggetto di ricorsi e sottoposte a revisioni). L’individuazione di un nemico in un materiale e non nel suo utilizzo rischia di portare ad una sostituzione 1 a 1 con materiali compostabili che allevierebbero leggermente il problema, senza tuttavia risolverlo.
Nelle ultime settimane, hanno inoltre fatto scalpore (e si sono guadagnate grandi titoli su giornali e una significativa evidenza su tutti i media) analisi LCA con cui si affermava che l’usa e getta fosse ambientalmente più vantaggioso del permanente. Un’analisi assai discutibile e basata su premesse opinabili a cui ha fatto seguito la risposta di Zero Waste Europe.

Oggi arriva la risposta istituzionale.

In risposta alla richiesta degli Stati membri alla quarta sessione dell’Assemblea dell’Ambiente delle Nazioni Unite nel marzo 2019, il rapporto “Addressing Single-Use Plastic Products Pollution using a Life Cycle Approach” descrive le azioni intraprese dagli Stati membri per affrontare l’inquinamento da prodotti in plastica monouso (SUPP) e
una sintesi delle raccomandazioni di una serie di meta-studi LCA sugli impatti ambientali dell’intero ciclo di vita dei prodotti in plastica monouso rispetto alle loro alternative.
Una scoperta critica di questo lavoro è che il “monouso” è più problematico della “plastica”. Gli Stati membri sono incoraggiati a sostenere, promuovere e incentivare le azioni che portano a mantenere le risorse nell’economia al loro massimo valore il più a lungo possibile, sostituendo i prodotti di plastica monouso con prodotti riutilizzabili come parte di un approccio di economia circolare. Questo richiederà un cambiamento dei sistemi. (SC)

Scarica la pubblicazione (in inglese)

La compostiera domestica solare brevettata dall’Enea

Il prototipo è in grado di trattare circa 5 kg di rifiuti organici al giorno, ma i progettisti stanno realizzando unità più piccole per un uso strettamente residenziale.

L’economa circolare incontrata ancora una volta le fonti rinnovabili su piccola scala per dar vita ad un innovativo strumento di sostenibilità. Si tratta della compostiera domestica solare brevettata dell’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. 

Oggi il settore dei piccoli composter familiari si sta progressivamente allargando. Dai sistemi fai-da-te ai modelli commerciali più costosi, il compostaggio casalingo offre sempre più opzioni a quanti vogliano imparare a gestire i propri rifiuti organici. E tra i prodotti più innovativi si ritaglia uno spazio anche il brevetto ENEA. Il meccanismo di base è sempre lo stesso. Il contenitore favorisce la decomposizione in sicurezza di scarti di cucina e rifiuti di giardinaggio; processo che produce un materiale – il compost per l’appunto – che può essere impiegato come ammendante.

Ma la compostiera domestica solare dell’Enea, come il nome fa intuire, aggiunge qualcosa in più. A spiegarlo è Daniele Fiorino del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’Agenzia. “La compostiera sfrutta un sistema di produzione di energia con pannello fotovoltaico integrato nella struttura”. L’elettricità prodotta dal modulo, alimenta il sistema di aerazione e, grazie all’integrazione con una piccola resistenza elettrica, permette il pre-riscaldamento dei rifiuti in ingresso. “Grazie al controllo della temperatura – aggiunge Fiorino – è anche possibile velocizzare il processo nei periodi freddi”.

Come funziona la compostiera domestica solare?

Nel complesso il dispositivo è costituito da 3 camere poste verticalmente e separate da pannelli estraibili; un design che permette il trasferimento del materiale per caduta. E al suo interno è presente un meccanismo per la movimentazione della materia organica e un bio-filtro per l’abbattimento della carica odorigena dei gas prodotti. La quantità di rifiuti organici trattati dal prototipo è di circa 5 kg al giorno, ma è in corso la realizzazione di sistemi più piccoli per un uso strettamente familiare.

“Nel progettarla abbiamo pensato di realizzare un vero e proprio elettrodomestico, continua Fiorino. La versione stand-alone, ovvero dotata di pannello fotovoltaico integrato nel coperchio, può essere installata in balcone, in giardino o in tutte le utenze isolate. “Ma trattandosi di una compostiera domestica stagna, che non consente fuoriuscita di cattivi odori dovuti a rimescolamenti e/o emmissione di aria, è possibile anche un suo utilizzo in ambienti interni, direttamente allacciata alla rete elettrica”.

“La compostiera è un formidabile strumento casalingo di economia circolare”, conclude Maria Velardi del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’ENEA. “Permette […] alle singole utenze di ridurre il costo della tariffa. Dopo la fase di test stiamo migliorando il design dell’oggetto in modo che possa integrarsi gradevolmente con l’ambiente domestico circostante”.

La nuova compostiera domestica solare ha un Livello di Maturità Tecnologica 7 (su 9) che corrisponde a un prototipo sperimentato in ambiente operativo.

Fonte: rinnovabili.it

Olanda: in arrivo un deposito anche per le lattine

Anche le lattine di bevande dal 31 dicembre del 2022 verranno incluse nel sistema di deposito per bevande olandese . La lunga battaglia dell’ampio fronte a favore dei depositi cauzionali ha portato a casa un secondo risultato importante con questa nuova decisione presa dal governo olandese lo scorso 3 febbraio.

Una prima vittoria per i fautori dei sistemi cauzionali c’era stata con la decisione presa dal governo olandese nel 2020 di includere nel sistema di deposito le bottigliette con formato inferiore al litro. Come unico caso al mondo il sistema di deposito entrato in vigore nel 2005 includeva solamente le bottiglie in plastica superiori al litro. Nonostante il fatto che il 94% delle bottiglie coperte da deposito rispetto all’immesso venissero raccolte e riciclate, mentre le bottigliette di piccolo formato e le lattine disperse nell’ambiente creassero costi ed inquinamento evitabili, ci sono voluti oltre 16 anni per arrivare a questa decisione. Addirittura c’è stato un momento nel 2015 in cui l’industria delle bevande aveva quasi convinto il governo a cancellare il sistema esistente.

Il sistema di restituzione del deposito ridurrà il numero di lattine disperse nell’ambiente dal 70 al 90%. Questa è una grande vittoria per l’ambiente ”, affermano in un comunicato stampa congiunto le sei organizzazioni ambientali che si sono spese a favore di un sistema di deposito, e in particolare nell’ultimo decennio: Recycling Netwerk, Stichting De Noordzee, Plastic Soup Foundation, Plastic Soup Surfer, Greenpeace e Natuur & Milieu.

Una buona parte del merito va riconosciuta all’infaticabile azione di pressing politico e industriale esercitata dalle Ong prima citate, sforzi che sono poi confluiti nel 2017 nella coalizione Statiegeld Alliantie (Alleanza per un sistema cauzionale) che ha riunito i diversi portatori di interesse tra cui : i comuni (99% favorevoli)l’associazione degli allevatori e coltivatori LTO Nederland, l’associazione dei consumatori Consumenten Bond.

La preoccupazione per l’inquinamento da plastica cresciuta negli ultimi anni nell’opinione pubblica, unitamente all’urgenza di trovare delle soluzioni ha dato nuova forza alle iniziative del fronte ambientalista che recentemente aveva coinvolto decine di enti locali e associazioni di varia natura nella campagna mirata alle lattine YES WE CAN . Campagna molto sentita e partecipata dalla categoria degli allevatori particolarmente colpita dall’abbandono di lattine nei campi che causa il ferimento di 12.000 mucche ogni anno a seguito dell’ingestione di frammenti di lattine, di cui 4.000 circa non sopravvivono.

Il segretario di Stato per le infrastrutture e la gestione delle risorse idriche Stientje van Veldhoven (D66) aveva deciso nel 2020 per un cauzionamento per le bottigliette di plastica poiché, non solamente l’industria non era riuscita a ridurre del 70% (come minimo) la quantità di bottigliette presente nel littering –come pattuito rispetto ai valori del periodo 2016-2017– ma si era verificato un incremento. A seguito delle mozioni dei parlamentari Jan Paternotte (D66) e Carla Dik-Faber (ChristenUnie) il governo aveva inoltre deciso nell’aprile 2020 di imporre lo stesso target di riduzione alle lattine, con scadenza al 2021.

Quando però i dati di monitoraggio del governo hanno rilevato già nella prima metà del 2020 un aumento del 19% delle lattine nel littering , e uno studio commissionato dallo stesso governo ha concluso che la presenza di lattine e bottiglie nel littering (rifiuti dispersi nell’ambiente) si riduce del 70-90% solo con i sistemi cauzionali, si è chiusa l’ultima finestra di negoziazione possibile anche per le lattine.

Ecco perché la richiesta arrivata al governo da più parti di anticipare la decisione sull’inclusione delle lattine nel sistema cauzionale prima delle elezioni (marzo 2021) ha avuto un esito favorevole.

La dimissionaria segretario di stato del Ministero alle Infrastrutture e alla gestione delle acque Stientje van Veldhoven ha dichiarato in un video pubblicato sul profilo twitter e facebook che è entusiasta di avere potuto realizzare un provvedimento che rappresenta una grande svolta per l’ambiente e che le è stato di grande aiuto l’enorme sostegno che le è arrivato dalla società, e in particolare da campagne come Yes we can che hanno reso evidente che gli olandesi fossero a favore di un sistema di deposito. Concludendo che questo tipo di impegno che arriva dalla società è qualcosa di cui la politica ha bisogno per agire.

Il modello di sistema cauzionale che probabilmente verrà adottato In Olanda per la restituzione dei contenitori (e il ritiro della cauzione) non dovrebbe interessare il circuito Horeca (bar e ristoranti) ma avvenire nella modalità return-to-retail (ovvero ritorno al rivenditore) già operativa dal 2005 presso i supermercati per le bottiglie di formato superiore al litro.

Non è ancora noto se i settori dei latticini e dei succhi (quando confezionati in lattina) resti fuori dal sistema di deposito come è stato deciso quando confezionati in bottiglie di plastica. Le organizzazioni ambientaliste, e soprattutto i comuni, sottolineano tuttavia che sarebbe necessario che tutte le tipologie di imballaggi per bevande fossero coperti da un cauzionamento, incluse le “pouch” buste da spremere che si ritrovano frequentemente nel littering.

L’esempio della vicina Germania

L’esempio della vicina Germania è seguito con molto interesse in Olanda. Per rispondere ai dubbi dei consumatori e per motivi di ordine economico e ambientale lo scorso 20 gennaio il governo tedesco ha deciso di includere nel sistema di deposito nazionale tutti i contenitori per bevande entro il 2022. Il criterio che regolerà l’obbligo di adesione al sistema sarà l’imballaggio come tipologia di contenitore, e non più l’appartenenza ad una specifica categoria di bevande come è stato ad oggi. La distinzione che verrà abolita in Germania ( ma ancora attuale in altri sistemi di deposito) permetteva ad esempio di distinguere tra bevande gassate e non, ragione per cui i succhi di frutta non gassati e altre tipologie di bevande venivano esclusi del cauzionamento. Dal prossimo anno oltre a tutti i tipi di succhi di frutta anche il settore vinicolo e dei cocktail a basso grado alcolico verranno assoggettati al sistema, indipendentemente dal fatto che siano confezionati in vetro, cartone, lattina o plastica. Per i prodotti a base di latticini il tempo di adeguamento concesso è un pò più lungo ma dovrà concludersi entro il 2024. Il caso del prossimo sistema di deposito che dovrà entrare in vigore in Scozia già riflette questa nuova impostazione e vengono indicate le tipologie di imballaggio incluse nel sistema e non il contenuto.

La lenta marcia verso un sistema di deposito completo

Un ristretto ma influente gruppo di membri dell’industria alimentare e delle bevande olandese, è riuscito sistematicamente ad eludere per decenni ogni decisione e legislazione sul packaging, con particolare riferimento all’ampliamento del sistema di deposito introdotto nel 2005 che copre, come anticipato in apertura, solamente le bottiglie di formato superiore al litro.

Le tattiche che sono state utilizzate in Olanda dall’industria delle bevande – tra cui tentare di ritardare l’introduzione di qualche misura a loro sfavore con promesse (puntualmente disattese) o addossare le responsabilità industriali su altri soggetti– si ritrovano negli esempi portati nel Rapporto Talking Trash dello scorso anno per descrivere tre strategie comuni alle multinazionali dei prodotti di largo consumo : Delay-Distract-Derail.

La cronostoria degli eventi, e alcuni retroscena inediti per l’Italia, che hanno caratterizzato il contesto olandese di opposizione ai sistemi cauzionali, li avevamo raccontati in una serie di post nel 2015.

Un ruolo importante nel determinare il corso degli eventi – sino alla svolta dell’ultimo anno– lo ha avuto l’insediamento del governo Rutte che ha contribuito ad innescare un processo di depotenziamento del ministero all’ambiente. A seguito delle politiche di rigore introdotte da Rutte il ministero all’Ambiente, dal 2010 in poi, si è spogliato di tutti quei dirigenti e funzionari esperti in grado di resistere e rispondere alle azioni di lobbying delle multinazionali del beverage, che hanno esercitato da allora una maggiore influenza sulle politiche relative agli imballaggi, e non solo.

Fonte: Associazione Comuni Virtuosi

In Italia ancora troppo spreco alimentare, ma siamo sulla strada giusta

Secondo il rapporto “caso Italia” realizzato con i dati raccolti dai Waste Watcher International Observatory con Distal Unibo su rilevazioni IPSOS, pubblicato in occasione dell’ottava Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare che si celebra oggi, «L’Italia s’è desta, e promette di risorgere dalle cucine: così l’effetto pandemia si trasforma nel nuovo patto degli italiani col cibo. L’Italia del Covid, infatti, sembra aver prosciugato parte dello spreco alimentare: nel 2020 sono finiti nella spazzatura “solo” 27 kg di cibo a testa (529 grammi a settimana), l’11,78% (3,6 kg) in meno all’anno rispetto al 2020. Oltre 222.000 tonnellate di cibo “salvato” in Italia, per un risparmio di 6 € pro capite. Vale 6 miliardi e 403 milioni lo spreco alimentare domestico nazionale e sfiora i 10 miliardi con le perdite in campo e lo spreco nell’industria e distribuzione».

Sperco Zero fa l’esempio del pane: «Ne gettiamo 20 grammi a settimana (1 kg all’anno), mentre la frutta resta in vetta alla hit del cibo più sprecato con 37 grammi settimanali (quasi 2 kg ogni anno, pro capite). Siamo più spreconi a sud (+15%, 600 grammi a settimana) e nei piccoli centri, più virtuose sono le città dei piccoli comuni, più virtuosi i single delle famiglie con figli».

Un un focus sul packaging realizzato in collaborazione con Conai rivela che ci affidiamo agli imballaggi per provare a sprecare meno: «In un anno di uscite contingentate, li abbiamo usati per cercare informazioni sulla scadenza (57,4%) e sulle modalità di conservazione (43%), ma anche sul conferimento in raccolta differenziata (28,6%). E il 70% degli italiani potrebbe pagare di più per un pack che conservi più a lungo un prodotto».

Il 69% degli italiani fa la spesa per lo più una o due volte alla settimana e il 33% dei consumatori è fortemente  consapevolezza dell’importanza di investire qualche euro in più per la qualità, mentre il 60% cerca il miglior rapporto costo/qualità. Solo meno del 5% è alla costante ricerca del ribasso.

Sperco Zero fa però notare che «Per prevenire lo spreco la tecnologia sembra impattare ancora poco, rispetto alle strategie di “buon senso”: il 41% privilegia l’acquisto periodico di prodotti a lunga scadenza e quello frequente di prodotti freschi, il 39% si concentra nell’organizzazione del frigorifero/dispensa, il 37% sceglie di acquistare prodotti in piccolo formato e più di 1 italiano su 3, il 36%, compila sistematicamente una lista della spesa basata sul menu settimanale. L’87% non si formalizza sulla scadenza, e – dietro assaggio – consuma il cibo anche 24 ore dopo il suo teorico deperimento».

Dal rapporto emerge che  «L’Italia è fra i Paesi più sensibili allo sviluppo sostenibile e al tema spreco, dietro Cina e Corea. Peggio la Francia e la Germania, Stati Uniti e Canada, in media, più disattenti».

Secondo l’agroeconomista Andrea Segrè, fondatore della campagna  Spreco Zero e della Giornata nazionale del 5 febbraio, «Dalle loro case e dalle cucine, reduci dai mesi di lockdown e distanziamento, gli italiani lanciano un’OPA sul loro futuro. La tendenza a una netta diminuzione dello spreco alimentare domestico, che a livello nazionale e globale gioca la parte del leone con un’incidenza del 60/70% sullo spreco di filiera, si conferma saldamente in questo primo scorcio del 2021. Colpisce l’attenzione degli italiani al tema: l’85%, quindi una percentuale quasi plebiscitaria, chiede di rendere obbligatorie per legge le donazioni di cibo ritirato dalla vendita da parte di supermercati e aziende ad associazioni che si occupano di persone bisognose, in seguito all’aumento della povertà generato dalla pandemia Covid-19».

Coldiretti fa notare però che «Riducendo di appena il 25% gli sprechi di cibo degli italiani sarebbe possibile imbandire adeguatamente la tavola dei circa 4 milioni di poveri che in Italia con l’emergenza Covid sono costretti a chiedere aiuto per il cibo con pacchi alimentari o pasti gratuiti in mensa o nelle proprie case».

Secondo gli ultimi dati del Fondo di aiuti europei agli indigenti  (Fead) «Tra le categorie più deboli dei nuovi indigenti il 21% è rappresentato da bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi il 9% da anziani sopra i 65 anni e il 3% sono i senza fissa dimora» e Coldiretti aggiunge che «Nel 2020, sono 5,2 milioni le tonnellate di alimenti finiti nella spazzatura tra quello che si getta tra le mura domestiche e ciò che riguarda tutta la filiera, per un valore complessivo di circa 9,7 miliardi di euro. Agli sprechi domestici che secondo la Coldiretti rappresentano in valore ben il 54% del totale vanno aggiunti quelli nella ristorazione (21%), nella distribuzione commerciale (15%), nell’agricoltura (8%) e nella trasformazione (2%)».

E Coldiretti conferma che «L’anno del Covid fa registrare tuttavia una positiva svolta nei comportamenti degli italiani che hanno taglia gli sprechi e aumentato la solidarietà nei confronti dei più bisognosi, da parte delle industrie, degli agricoltori, della ristorazione, della distribuzione e di singoli cittadini. Proprio per sostenere la svolta green nel Belpaese».

Coldiretti ha predisposto un decalogo anti spreco:  1) Fai la lista della spesa; 2) Procedi con acquisti ridotti e ripetuti nel tempo; 3) Preferisci le produzioni locali e compra nei mercati a km 0; 4) Acquista seguendo la stagionalità dei prodotti; 5) Prendi la frutta con il giusto grado di maturazione; 6) Separa le diverse varietà di frutta e verdura, 7) Non tenere insieme i cibi che consumi in tempi diversi, 8) Controlla sempre l’etichetta, 9) Chiedi la doggy bag al ristorante per consumare a casa gli avanzi, 10) Cucina con gli avanzi ricette antispreco.

Differenti i dati presentati in occasione dell’ottava giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare dalla Fondazione Barilla: secondo il rapporto “L’Italia e il cibo”, «Ancora oggi, ogni italiano genera circa 65 kg di rifiuti alimentari l’anno». e dall’Index emerge che «Rispetto alla media europea di 58 kg all’anno, gli italiani generano ancora una quantità piuttosto alta di sprechi alimentari». Secondo il Food Sustainability Index, realizzato da Fondazione Barilla in collaborazione con The Economist Intelligence Unit, che utilizza una metodologia in grado di rendere comparabili i dati a livello mondiale, «Fare una lista dei cibi da comprare prima di andare a fare la spesa. Pianificare i pasti e capire quali ingredienti abbiamo e quali dovremmo acquistare. Disporre gli alimenti in ordine di scadenza in modo da utilizzare per primi quelli più “vecchi”. Consumare gli avanzi. Sono alcuni dei consigli “anti-spreco” che buona parte degli italiani ha messo in pratica durante il lockdown, un periodo che, se pure nella sua drammaticità, ha visto anche il diffondersi di buone pratiche nella gestione del cibo a livello domestico».

Però, Fondazione Barilla ritiene che «Le buone pratiche introdotte durante il lockdown abbiano avviato un miglioramento e stima che mantenerle nel tempo possa portare a ridurre significativamente lo spreco nel nostro Paese in modo sistemico». L’Osservatorio Waste Watcher dice che «Questo garantirebbe un beneficio in termini ambientali, ma anche economici, visto che, secondo ricerche recenti, lo spreco nel nostro Paese ha un costo rilevante: vale circa 10 miliardi di euro, ovvero quasi 5 euro a famiglia alla settimana (260 euro l’anno)».

Tra i dati analizzati da “L’Italia e il cibo” emerge anche un’altra nota positiva: «Le perdite alimentari lungo la filiera di produzione, dalla fase post-raccolta fino alla trasformazione industriale, corrispondono al 2% del totale di cibo prodotto.

Marta Antonelli, direttrice della ricerca di Fondazione Barilla ricorda che « Secondo un recente studio (“Estimates of European food waste levels”) il 53% dei rifiuti è attribuibile ai consumi domestici: sprechiamo principalmente verdura, frutta e cereali. I dati disponibili che abbiamo analizzato e messo a sistema, però, parlano di un’Italia che sta facendo passi incoraggianti nella lotta allo spreco. Ci mostrano che quanto fatto finora da tutti sta portando i suoi frutti e ci invogliano a continuare a migliorarci verso una direzione più sostenibile. La consapevolezza della connessione fra spreco alimentare, salute dell’ambiente e dell’uomo, sta crescendo sempre di più tra i nostri connazionali e sta influenzando il modo di approcciarci al cibo. Alcuni dei grandi appuntamenti internazionali del 2021, primo tra tutti il Food Systems Summit delle Nazioni Unite, rappresentano i momenti fondamentali per accendere l’attenzione di tutti verso sistemi alimentari più sostenibili, che includono la lotta allo spreco, fondamentale per raggiungere i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promossi dall’Agenda 2030».

Confrontando i dati italiani con quelli europei del Food Sustainability Index si scopre che l’Italia, con i suoi 65kg a persona, si sta avvicinando alla media europea. Lo scenario attuale vede, infatti, il Belgio sprecare 87 kg di cibo pro capite e, in contrapposizione, Cipro 36 kg. Per quanto riguarda le perdite lungo la filiera, la Finlandia con meno dell’1% di cibo perso risulta il Paese più virtuoso a fronte di una media europea di circa il 3% e della media dei Paesi ad alto reddito di quasi il 5%6. Secondo lo studio “Estimates of European food waste levels” di FUSIONS per la Commissione europea: «Più in generale, di tutto il cibo prodotto ogni anno in Europa, più del 20% viene sprecato (l’equivalente di 88 milioni di tonnellate l’anno), con un costo sia economico – pari a 143 miliardi di euro (di cui i due terzi, circa 98 miliardi, sono attribuibili allo spreco domestico) – che ambientale, visto che lo spreco rappresenta il 6% delle emissioni totali di gas serra prodotte dall’Unione Europea».

Il peso ambientale degli sprechi alimentari è un tema molto sentito anche dagli italiani: secondo una recente indagine di Altroconsumo, «L’88% degli italiani sostiene che non sia etico buttare il cibo e l’83% riconosce l’impatto negativo sull’ambiente tanto che dichiara di essersi impegnato per ridurre lo spreco di cibo in casa.